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Un percorso netto fino alla finale di Pechino, contro l’altra imbattuta Argentina, ma la Spagna non si è incartata e ha dominato anche l’ultima partita, vincendola 95-75 e alzando in trionfo il 2º titolo iridato della sua storia, dopo quello del 2006 contro la Grecia. È l’ennesimo trofeo in una bacheca diventata di recente ricchissima: tre podi nelle ultime tre Olimpiadi e nove medaglie (tre d’oro) negli ultimi dieci Europei.

L’alchimista di tutto questo porta il nome di Sergio Scariolo, bresciano di 58 anni, il “mago” italiano, come qualcuno con orgoglio nazional popolare tende a sottolineare. Eppure proprio l’Italia gli ha chiuso le porte in faccia: nel 2013 è stato costretto a dimettersi dalla panchina di Milano e coincise con il definitivo addio del tecnico al nostro basket, dove pure aveva centrato lo scudetto 1990 con Pesaro, a soli 29 anni e più giovane di alcuni big di quella Scavolini.

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Poi guidò ancora Desio e Fortitudo Bologna, prima di fare fortuna all’estero: Vitoria, Real Madrid (2 titoli nazionali) e Malaga (1) in Spagna, Khimki in Russia, poi ancora Vitoria dopo la triste parentesi milanese. Intanto nel 2009 era diventato anche ct delle Furie Rosse e in Spagna aveva trovato la sua nuova compagna, l’ex cestista Blanca Ares, ed erano nati i figli Carlotta e Alessandro.

Ma dopo l’argento olimpico di Londra 2012, Scariolo decise di lasciare la Nazionale iberica, che però lo richiamò a furor di popolo tre anni più tardi, dopo il flop nel Mondiale casalingo. E ancora una volta il ct riuscì a rilanciarla. Laurea in legge, grande attenzione al look e il soprannome di «Pat Riley» (ex grande coach Nba dei Lakers) per il gel sui capelli tirati all’indietro, Scariolo è rimasto legato all’Italia solo per la sua passione sfegatata per l’Inter, che lo portò nel 2010 a un folle viaggio andata e ritorno in 24 ore da Mosca, dove allenava il Khimki, a Madrid per la finale di Champions tra i nerazzurri e il Bayern. Di recente è andato anche alla scoperta dell’America, dove ha appena vinto il titolo Nba con Toronto come vice di coach Nurse.

 

L’accoppiata nella stessa stagione tra titolo Usa e Mondiale è riuscita anche al più carismatico dei cestisti spagnoli, Marc Gasol, lui pure dei Raptors, secondo cestista nella storia a riuscirci dopo Lamar Odom dei Lakers nel 2010. Lo stesso Gasol è stato inserito nel quintetto ideale dei Mondiali con il compagno Rubio (Mvp della finale e del torneo iridato), Bogdanovic (Serbia), Scola (Argentina) e Fournier (Francia).
Tra i big nessuna traccia invece della Nazionale Usa, finita settima e mai così deludente nella storia, anche perché snobbata dalle stelle Nba, come LeBron James e Steph Curry.  E l’Italia? Fra le prime otto Nazionali della classifica finale (Spagna, Argentina, Francia, Australia, Serbia, Repubblica Ceca, Usa e Polonia) ci sono cinque europee ma non gli azzurri, solo decimi.

 

Non si dimenticherà mai lo sguardo di Enzo Bearzot, quello sguardo che aveva cercato di rado durante la partita. Quella, però, era la partita più importante della sua vita e Antonio Cabrini aveva appena commesso un errore fatale. Madrid, luglio 1982, finale del Mondiale spagnolo contro la Germania Ovest. Altobelli crossa nel mezzo dove Bruno Conti viene messo giù dal tedesco Briegel: il rigore è netto. Siamo al primo tempo, minuto 25, e la partita può già prendere una svolta. Ma chi lo batte? Cabrini è il secondo rigorista della squadra azzurra, ma Giancarlo Antognoni è in panchina perché Bearzot ha preferito inserire il diciottenne Beppe Bergomi. Così tocca proprio al ragazzo venticinquenne terzino sinistro prendersi la responsabilità.

Un giocatore tedesco si avvicina per dargli fastidio, poi un fumogeno cade vicino al pallone. Antonio Cabrini non può più aspettare, deve affrontare il momento più delicato della sua carriera: inizia la rincorsa, arriva quasi sul pallone, poi alza lo sguardo e butta un occhio sul portiere tedesco. Vede che si muove, lui non sa che però è solo una finta. E Cabrini ci casca, calciando dalla stessa parte dove si butta Harald Schumacher. Una ciabattata.

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In realtà non inquadra nemmeno lo specchio, il tiro va proprio fuori. Eppure anche nei tabellini recenti questo suo errore dal dischetto è stato rimosso. Poco importa, perché l’Italia quel Mondiale lo vince per 3-1 e la carriera di Cabrini era ancora “salva”. Lui che in quell’edizione spagnola della Coppa del Mondo un gol l’aveva anche segnato, e decisivo, nel 2-1 contro l’Argentina nel complicatissimo Girone C. E immaginate la reazione dei tifosi italiani, come ha raccontato Cabrini stesso intervistato da L’Insder, capaci di esaltarsi visceralmente, ma allo stesso tempo di dare l’impressione di essere distaccarsi, salvo poi gioire per le vittorie. Da un gol a un rigore sbagliato. Ma soprattutto lui che, in Nazionale, ha disputato 73 gare realizzando 9 gol, il dato che lo rende il difensore più prolifico nella storia degli Azzurri.

Eppure non voleva tradire la fiducia del ct Bearzot che, al contrario, di fiducia ne aveva data tantissima al ragazzo cresciuto nella Cremonese e poi nell’Atalanta, prima di passare alla Juventus:  ritenuto uno dei primi terzini moderni, nonché uno dei maggiori interpreti del ruolo a livello mondiale, senza aver ancora esordito in Nazionale A, e addirittura senza vantare un posto di rilievo – ancora – tra i bianconeri, sul promettente Cabrini scommise il commissario tecnico degli Azzurri, il quale lo convocò per il campionato del mondo 1978 in Argentina. Fece il suo esordio il 2 giugno 1978, a vent’anni, nella partita Italia-Francia (2-1) disputata a Mar del Plata; conquistato il posto di titolare, giocò tutte le partite della rassegna iridata, chiusa dagli Azzurri al quarto posto, venendo inoltre premiato dalla FIFA come miglior giovane dell’edizione.

File:Mondiali 1978 - Italia vs Argentina - Daniel Bertoni e Antonio Cabrini.jpg

Nella storia dei fatali e più sciagurati errori dagli 11 metri il suo nome non c’è: Antonio Cabrini ha sollevato la Coppa del Mondo al cielo e un po’ deve ringraziare Rossi, Tardelli e Altobelli.

Finisce a Wuhan, in Cina, l’avventura Mondiale dell’Italbasket. Gli Azzurri lottano per 40 minuti contro la Spagna, ma perdono 67-60 in un finale di partita in cui la formazione di Sacchetti non riesce mai a fare canestro. Una sconfitta pesante, che condanna l’Italia ad abbandonare la rassegna iridata con una gara d’anticipo. Inutile, infatti, sarà il match di domenica contro Portorico. Gli iberici si qualificano ai quarti di finale insieme alla Serbia.

Eppure l’avvio dell’Italia è ottimo, mette in grande difficoltà la Spagna: la tripla di Gallinari e il tiro dalla media distanza di Biligha valgono il 9-2 iniziale. Una super giocata difensiva di Datome e Biligha stoppa in stereofonia Marc Gasol; gli azzurri vanno poi al canestro con Belinelli e Gallinari. Il piazzato di Biligha consente alla formazione di coach Meo Sacchetti di volare sul massimo vantaggio di +10. Gli iberici reagiscono con la tripla di Llull e la schiacciata di Hernangomez e si riportano a un solo possesso. Lo stesso Hernangomez risponde a Gentile, poi l’Italia perde una palla sanguinosa e Llull pareggia i conti proprio sul finire del primo quarto: 18 pari. La bomba di Datome riporta avanti gli Azzurri, poi Hernangomez e la tripla di Rudy Fernandez valgono il sorpasso e il primo vantaggio spagnolo del match. Un altro tiro da tre punti di Ribas rischia di far scappare i campioni avversari (28-24), ma gli Azzurri restano in vita con Gentile e tornano avanti con i tiri liberi di Gallinari. Claver schiaccia su un errore di Belinelli, ma la super giocata di Gallinari, mentre cade all’indietro, determina il 31-30 azzurro all’intervallo lungo.

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Il terzo quarto si apre con un momento magico per Juancho, che segna 7 punti consecutivi con una tripla e un layup (33-37). Datome e Belinelli riportano a -1 l’Italia ma Claver mette a segno un’altra tripla, quella del nuovo +4. Gli Azzurri restano a galla dopo che la Spagna non punisce con Rubio e con Gasol e tornano a contatto con il jolly di Datome. Entra Della Valle, subito punito da Rubio; la guardia di Milano, mandato in campo al posto di Belinelli, viene attaccato dal play iberico che insacca con anche il fallo per il +8 Spagna. Tuttavia lo stesso Della Valle segna due canestri fondamentali; il secondo per il -2. Il nuovo +6 iberico non ci intimorisce: Hackett batte anche lui un colpo con una tripla, poi il tiro libero di Brooks accorcia sul 48-50 al termine della penultima frazione di gioco.

Marco Belinelli pareggia i conti dopo 1 minuto e 20 secondi di passaggi a vuoto. Si gioca nella palude e si segna pochissimo nei primi 3 minuti e mezzo dell’ultimo periodo. Alessandro Gentile fa 1/2 dalla lunetta; Hernangomez invece 2/2. 51-52. Biligha effettua il controsorpasso, il Gallo pesca la tripla del +4 dopo il pick and roll a 4’20’’ dalla fine. Tre orrendi attacchi Azzurri, però, consentono alla Spagna di superarci con Llull, Gasol e Rubio (58-56). Un fallo ingenuo di Datome fa scappare gli avversari, che sigillano la vittoria e la qualificazione ai quarti di finale con il punteggio finale di 67-60. Per l’Italia sarà inutile la sfida contro Portorico di domenica.

Sedici e ventuno. Il primo è un numero molto caro dalle parti dello stadio Ramón Sánchez Pizjuán; il secondo per i tifosi che abitualmente affollano il Cornellà-El Prat. Il 16 era il numero di maglia di Antonio Puerta, un talento in rampa di lancio, nato e cresciuto nel Siviglia. E del Siviglia voleva diventare bandiera tanto che nell’estate del 2007, il Real Madrid aveva provato più volte a ingaggiarlo, ma senza riuscirci.

L’ultimo tentativo qualche giorno prima del 25 agosto, giorno di Siviglia-Getafe. Puerta perde conoscenza in campo  colpito da un arresto cardiaco. I suoi compagni e i medici intervengono immediatamente e Puerta riesce a dirigersi verso gli spogliatoi per il cambio, ma lì viene colpito da altri arresti cardiaci. Condotto all’ospedale più vicino da un’ambulanza, è sottoposto a rianimazione cardiopolmonare. Le sue condizioni rimangono critiche e alla fine, a causa di un peggioramento dovuto a un’encefalopatia post anossica, Puerta muore il 28 agosto, all’età di 22 anni.

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Un momento orribile per il calcio spagnolo che ripiomba nel dolore due anni dopo, ancora in estate, nuovamente ad agosto per la morte di Daniel Jarque, bandiera dell’Espanyol con il suo numero 16 in spalla. Una vita a difendere i colori dell’altra squadra di Barcellona, dalla cantera fino alla prima squadra. E poco prima del suo decesso aveva ricevuto la fascia di capitano da Raúl Tamudo, altra bandiera. L’8 agosto 2009 viene trovato morto nel ritiro della sua squadra a Coverciano e le cause del decesso sarebbero ascrivibili ad una asistolia, occorsa mentre era al telefono con la fidanzata.

L’11 luglio 2010, in occasione della finale del campionato mondiale di calcio tra Spagna e Olanda, Andrés Iniesta, autore della rete decisiva per la vittoria spagnola, ha dedicato la segnatura a Jarque mostrando una maglietta in suo ricordo.

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Ma il loro ricordo corre fino ai giorni nostri. Puerta e Jarque sono stati ricordati domenica 18 agosto durante lo scontro tra Espanyol e Siviglia. Il match di Liga lo ha vinto la squadra andalusa per 2-0, ma la partita si è interrotta proprio al minuto 16 e 21 secondi: mentre sullo schermo scorrevano le immagini dei due calciatori, in campo e sugli spalti tutti si sono fermati per applaudirli. Tante lacrime e un forte e costante scroscio di mani.

 

La nazionale italiana maschile di pallanuoto ha vinto la medaglia d’oro ai Mondiali in corso in Corea del Sud, battendo in finale la Spagna per 10-5. L’Italia era arrivata in finale vincendo un girone non particolarmente complicato con Brasile, Germania e Giappone, e poi aveva battuto la Grecia ai quarti di finale e l’Ungheria in semifinale. L’ultima importante partita tra Italia e Spagna si era giocata agli Europei del 2018 a Barcellona: aveva vinto la Spagna 8-7, con un gol regolare annullato all’Italia nel finale.

Per l’Italia è il primo oro Mondiale dal 2011, quando a Shanghai sconfisse in finale la Serbia. Sandro Campagna raggiunge Vittorio Pozzo (calcio), Julio Velasco (volley) e Pierluigi Formiconi (pallanuoto femminile) nell’Olimpo dei ct italiani che hanno vinto due titoli mondiali. Lui ne aveva vinto anche un terzo da giocatore nel 1994.

Stefano Luongo e Perrone aprono le marcature in superiorità: 1-1. Si tira con troppa precipitazione da un fronte all’altro. Di Fulvio lotta per divincolarsi da Tahull, finché Echenique non sfonda col suo tiro mancino (2-1). Ma Perrone ci riprende subito trovando un corridoio libero davanti a Del Lungo. Figlioli spara sul palo. Del Lungo para un rigore a Barroso. Nel secondo tempo, sfonda Figlioli (3-2). E Dolce e Renzuto sfruttano brillantemente due rapide superiorità: l’Italia allunga sul 5-2. Il punteggio rispecchia anche il gioco, l’organizzazione, l’attenzione: noi più concreti davanti e più bravi indietro (anche se commettiamo più falli), loro più dinamici ma poco incisivi. Un altro rigore (Munarriz) serve alla Spagna per avvicinarsi agli azzurri (5-3) nel finale di secondo tempo. La Spagna resta pericolosa ma paga forse gli sforzi per aver eliminato Serbia e Croazia. L’Italia sembra a tratti giocare a memoria, agile e veloce: segna Aicardi per il 6-3 e allontanare così gli spagnoli. Del Lungo chiude la porta. Il tempo scorre e l’Italia segna ancora: è Dolce a sorprendere in diagonale Lopez Pinedo. E’ 7-3. E in controfuga Francesco Di Fulvio nuota felice verso l’8-3. Una squadra corale, che spara le sue frecce alternando a turno i suoi protagonisti. Uno show tricolore. Mallarach sfrutta l’uomo in più per l’8-4 dopo un break tutto azzurro. Resta un tempo per soffrire e l’eternità per gioire. Lungo intanto incrementa sul 9-4 a 5’ dalla fine. Mallarach a 2’ dalla fine fa la doppia ma 4 gol di distacco sono ormai incolmabili. Anzi diventano 5 grazie a Bodegas.

SPAGNA-ITALIA 5-10

SPAGNA: Lopez Pinedo, Munarriz 1 rig., Granados, De Toro, Cabanas, Larumbe, Barroso, Fernandez, Tahull, R. Perrone 2, Mallarach 2, Bustos, Lorrio. All. Martin Lozano.

ITALIA: Del Lungo, Di Fulvio 1, Luongo 2, Figlioli 1, Di Somma, Velotto, Renzuto 1, Echenique 1, Figari, Bodegas 1, Aicardi 1, Dolce 2, Nicosia. All. Campagna.

 

ARBITRI: Margeta (Slo) e Goldenberg (Usa). NOTE: sup. num. Spagna 16 (2), Italia 6 (4); usciti 3 f. Di Somma e Figari nel 4° tempo. Ammonito Campagna per proteste.

 

ALTRE FINALI – 3° posto: Croazia-Ungheria 10-7; 5° posto: Serbia-Australia 13-9. 7° posto: Grecia-Germania 11-6.

 

CAMMINO AZZURRO: 14-5 Brasile, 9-7 Giappone, 8-7 Germania, 7-6 Grecia, 12-10 Ungheria.

Da un lato Dino Zoff e Franco Causio, dall’altro il ct Enzo Bearzot (e la sua pipa) e il presidente della Repubblica, Sandro Pertini. In mezzo un tavolo. Al centro la luccicante Coppa del Mondo e un mazzo di carte. E’ probabilmente la foto più iconica della vincente spedizione Mundial dell’Italia del 1982.

La sera dell’11 luglio, una sera calda e afosa dell’estate madrilena, l’Italia sconfigge la Germania Ovest per 3-1, dopo una cavalcata progressiva, un climax ascendente semi-miracoloso. «Campioni del Mondo, Campioni del Mondo, Campioni del Mondo», scandisce religiosamente Nando Martellini, mentre Pertini si alza dalla tribuna in un’esultanza di giubilo.
Il Mondiale spagnolo, quello di Pablito Rossi e della parata del secolo di Dino Zoff contro il Brasile, dell’urlo di Marco Tardelli al raddoppio, in finale, preceduta da una santa discesa di Scirea che, recuperata palla dalla sua difesa, si fa tutto il campo correndo senza sfera e, poi, in area di rigore ragiona, ragiona come un difensore non dovrebbe fare e con lucidità consegna la palla al mitico “urlo”.
Quell’Italia fu l’unica nella storia del torneo a battere una dopo l’altra le detentrici dei tre precedenti titoli, ovvero Argentina (campione nel 1978), Germania (1974) e Brasile (1970).

E poi la foto iconica. Sull’aereo di ritorno che riporta gli azzurri a casa, prima del bagno di folla. Traspare un clima disteso, serio e meticoloso che solo le partite di carte sanno trasmettere. Con lo scopone non si scherza.
Gli accoppiamenti sono Zoff-Pertini contro Causio-Bearzot e pensare che il ct, non un incallito giocatore di carte, nemmeno doveva trovarsi in questo scatto immortale: al tavolo, infatti, doveva sedere Cesare Maldini, allora allenatore in seconda, che si alzò un secondo, nel secondo sbagliato, e la contesa iniziò senza di lui.

Ma non è l’incipit a entrare nella storia, bensì l’epilogo. Sono passati 35 anni e ogni occasione è buona per fermare Zoff o Causio e chiedere come andò realmente la faccenda. E “il Barone” ricorda ancora con orgoglio da guascone un passaggio chiave dell’incontro:

Io feci una furbata: calai il sette, pur avendone uno solo. Pertini lo lasciò passare e Bearzot prese il Settebello. Abbiamo vinto così quella partita

Pertini non la prese bene, rimproverò il suo compagno Zoff e criticò anche Bearzot per il furto del Settebello. Ma a sbagliare fu proprio il presidente. In pubblico, uomo d’orgoglio, non lo ammise mai, ma in cuor suo, genuinamente, confidò l’errore. Il 3 giugno 1983, un anno dopo, quando SuperDino appese i guanti al chiodo, smettendo con il calcio giocato, Pertini inviò un telegramma sincero:

Vieni a trovarmi. Giocheremo a scopone e cercherò di non fare più gli errori che mi hai giustamente rimproverato

Il portierone conserva ancora quel pezzo di carta ingiallito dal tempo, ma sacro. Noi tutti conserviamo un frammento piacevole della nostra vita legato a quel Mondiale. Un’avventura spensierata, partita male, malissimo con il polverone e le ombre nefaste del Totonero e il silenzio stampa imposto da Bearzot alla Nazionale, dopo un avvio a singhiozzo.
Come la stessa finale giocata nel Santiago Bernabeu, partita con una falsa speranza, con il rigore sbagliato di Cabrini al 25‘, con il possibile contraccolpo psicologico. Ma non andò così: Rossi, Tardelli e Altobelli unirono un paese in tre boati di gioia. E poi la festa quando l’arbitro Coelho alzò il pallone al cielo scandendo tre fischi. Tre volte Campioni del Mondo.

La prima volta di un giocatore squalificato tramite prova tv, l’ultima partita di Mauro Tassotti con la maglia azzurra, lui che, al Mondiale Usa del 1994, ci arriva a 33 anni quasi per caso, alla sua ultima possibilità, chiamato perché il ragazzotto conosce i dettami di mister Sacchi e di lui ci si può fidare. Una storia strana quella del terzino del Milan con l’Italia che lui ha già in mente di abbandonare dopo l’esperienza negli Stati Uniti: in azzurro non era riuscito a trovare spazio quando, nel fior della sua carriera, macinava chilometri e marcava attaccanti nella difesa del Milan. Lo trova a fine carriera, ma, conoscendo gli esiti drammatici e beffardi di quel Mondiale perso ai rigori contro il Brasile, forse era meglio non arrivarci. Perché Italia – Spagna, match dei quarti di finale, è per tutti la gomitata di Tassotti al giovane Luis Enrique.

Un pomeriggio afoso, quello del 9 luglio 1994 al Foxboro Stadium di Boston, un catino rovente che ospita il quarto di finale tra Spagna e Italia. Chi vince incontra la Bulgaria in semifinale. E’ un match aperto a tutti e tre i risultati possibili: l’Italia di Arrigo Sacchi gioca un ottimo primo tempo e passa meritatamente in vantaggio al 25’ con la rete del centrocampista Dino Baggio; il secondo tempo è altalenante, sale la Spagna guidata da Javier Clemente che trova il pareggio, al 58’, con un fortunato tiro deviato di Caminero. Le Furie Rosse sfiorano anche il gol del sorpasso in più di un’occasione, ma prima dei supplementari, è l’altro Baggio, il fantasista Roberto, a superare Goicoechea, a tre minuti dal 90’, per siglare il definitivo 2-1.

Squadre stanche, spossate dal caldo e da una sfida sfibrante, la mente non comanda più il corpo che reagisce d’impulso, di stimoli esterni. Così in pieno recupero e in piena area di rigore, con il pallone che sta per giungere proprio in quella zolla di campo, Mauro Tassotti, tenendo a bada Luis Enrique, commette un’autentica sciocchezza assestando una decisa gomitata sul viso dell’asturiano che stramazza a terra. Attimi di attesa, tutti aspettano il fischio dell’arbitro ungherese Puhl che, invece, lascia proseguire il gioco. Il 24enne spagnolo, colmo di ira e con il naso sanguinante, si alza furioso, il colpo c’è stato e solo il replay spiega con esattezza la dinamica. Il match finirà di li a poco e così anche il Mondiale di Tassotti: il terzino del Milan verrà squalificato per otto giornate grazie alla prova televisiva. L’Italia è in semifinale, lui con la testa già a casa. In un’intervista anni e anni dopo dirà:

Purtroppo è una cosa che è diventata parte integrante della mia carriera. Ho fatto una stupidata. Una grossa stupidata di cui ero già pentito un minuto dopo…Nella carriera di un calciatore ci sono episodi fortunati ed episodi sfortunati. Non potrai mai sapere come andrà a finire un’entrata su un avversario. Di sicuro non c’era premeditazione, è stata una cosa istintiva

Una doppietta di Megan Rapinoe su calcio di rigore fa volare gli Stati Uniti ai quarti di finale: battuta 2-1 la Spagna. Morgan e compagne troveranno al prossimo turno le padrone di casa della Francia, in una partita stellare. Nell’altro ottavo, di questa terza giornata di scontri diretti ai Mondiali femminili in Francia, la Svezia piega il Canada e raggiunge la Germania.

SPAGNA-USA 1-2

7′ e 75′ Rapinoe (U), 9′ Hermoso (S)

SPAGNA (4-3-3): Panos; Leila, Maria Leòn, Paredes, Corredera; Losada, Torrecilla (83’ Caldentey), Patri; Garcìa (32’ Losada), Hermoso, Putellas (78’ Falcon). Ct. Jorge Vilda

STATI UNITI (4-3-3): Naeher; O’Hara, Dahlkemper, Sauerbrunn, Dunn; Lavelle (89’ Horan), Ertz, Mewis; Rapinoe (97’ Press), Morgan (85’ Lloyd), Heath. Ct. Ellis

I capelli ossigenati color rosa di Megan Rapinoe sventolano a destra e a sinistra in un’esultanza che sa di quarti di finale. Gli Stati Uniti battono di rigore la Spagna e continuano la propria corsa al titolo. Allo Stadio Auguste Delaune di Reims finisce 2-1 per la nazionale a stelle e strisce grazie a due penalty al 7′ e al 75′ della giocatrice del Seattle. Inutile il momentaneo pareggio spagnolo a firma Hermoso al nono minuto. Gli Usa ora sono attesi da un big match contro la Francia padrona di casa, che domenica ha eliminato il Brasile di Marta ai supplementari.

 

 

SVEZIA-CANADA 1-0

55’ Blackstenius

SVEZIA (4-3-3): Lindahl; Glas, Fischer, Sembrant, Eriksson; Rubensson (79’ Bjorn), Asllani, Seger; Jakobsson, Blackstenius, Rolfò. Ct. Gerhardsson

CANADA  (4-4-2): Labbé; Lawrence, Buchanan, Zadorsky, Chapman; Prince (64’ Leon), Scott, Schmidt, Beckie; Sinclair, Fleming. Ct. Heiner-Moller

Sarà la Svezia a sfidare la Germania nei quarti di finale. La squadra scandinava ha battuto 1-0 il Canada al termine di un match all’insegna della noia. Sino al minuto 55, quando Stina Blackstenius sblocca il match coronando un contropiede in velocità su palla in verticale di Asslani. La partita si accende all’improvviso e al 68’ il Canada si guadagna il calcio di rigore del possibile pareggio: dal dischetto però Hedvig Lindahl si tuffa alla propria destra respingendo il tiro di Janine Beckie. Il risultato non cambia più.

Quella tra Spagna – Stati Uniti sarà un ottavo di finale in cui i pronostici sono tutti dalla parte delle campionesse in carica delle americane.

La Spagna, dal canto suo, ha la possibilità però di sorprendere Morgan e compagne e centrare un imprevisto quarto di finale.

Sotto la lente d’ingrandimento e dovrà avere il peso dell’attacco della Roja è Alexia Putellas. L’attaccante del Barcellona non ha ancora gonfiato la rete in questo Mondiale e ha evidenziato i problemi della nazionale spagnola sotto porta (gli unici tre gol realizzati sono stati nel match inaugurale contro il Sudafrica).

 

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Vamos #FIFAWWC

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Contro gli Stati Uniti le ragazze del ct Jorge Vilda, invece, devono cercare di sfruttare al meglio le poche occasioni da gol che le americane concederanno.

Vogliamo giocare contro la nazionale migliore al mondo: è una grande opportunità e bisogna coglierla. Desideriamo che in questo mondiale femminile ognuno abbia la possibilità di parlare di noi!

La Roja ha sfidato in amichevole gli Usa lo scorso gennaio. Una sconfitta di misura (1-0) che lascia buone speranze per la partita di oggi.

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Alexia Putellas in azione durante l’amichevole Spagna – Usa

E anche El Niño si ritira. L’attaccante spagnolo, dopo la parentesi in Giappone, ha deciso di appendere gli scarpini al chiodo. Un attaccante che, in 18 anni di carriera, ha segnato in primis la storia dell’Atletico Madrid e della nazionale spagnola, per poi farsi rispettare anche dai tifosi del Liverpool e del Chelsea.

Cresciuto a Madrid, ma con la maglia dei Colchoneros cucita addosso, a 35 anni dice basta col calcio giocato un altro grandissimo attaccante.

Quando ero piccolo in classe mia su 25 bambini 24 tifavano Real Madrid e solo uno Atletico…

Ha sempre voluto sottolineare le proprie origini e il fatto che la sua squadra madrilena era l’Atletico. Quell’attaccante dal viso da bambino che riusciva a fare gol bellissimi e a essere tremendamente decisivo. Con i Colchoneros ha fatto tutte le trafile prima di debuttare in prima squadra, tanto da diventare capitano già a 19 anni.

L’amore per la sua squadra ha fatto sì che, dopo le esperienze in Inghilterra e Italia (al Milan), tornasse a casa.

Alcuni momenti toccanti della carriera di Torres

Un gol magico con il suo Atletico

SI può definire tale la rete realizzata il 2 novembre 2003 contro il Betis. Al minuto 40 Jorge Larena  sventaglia una palla in aerea e Torres, colpendola al volo, riesce a insaccarla sotto l’incrocio opposto del portiere Contreras.

Gli anni ad Anfield

Nel 2007 passa ai Reds con cui gioca 4 stagioni. Il feeling con i tifosi della Kop è speciale, le sue esultanze sono tutte indirizzate alla parte più calda dello stadio. Sì perché non è stato il Liverpool vincente di ora, ma El Niño sfilava sotto la Kop come un vero torero. Potenza e tecnica, un vero grande attaccante, forse il migliore in quegli anni in Merseyside.
Indelebile nei ricordi di tutti i tifosi Reds il gol nella partita di Champions League contro l’Arsenal nel 2008.

Gli alti e bassi al Chelsea

Il passaggio ai Blues è stato a suon di milioni, ma Torres non ha avuto lo stesso impatto di Liverpool. A Londra non spicca il volo e sono più le critiche e le partite sottotono che tutto il resto. A differenza dei Reds i titoli arrivano (una Champions, un’Europa League, una Fa Cup) ma El Niño dello Stamford Bridge è diverso. Decisivo quando serve (come il gol contro il Barcellona in semifinale di Champions 2012) ma poco prolifico sul lungo periodo, con appena 20 gol in Premier in 3 anni e mezzo, nonostante le tante partite giocate.

Il ritorno a Madrid

Torna al Vicente Calderon quando già i Rojiblancos si avviano verso il Wanda Metropolitano, coronando forse il suo sogno più grande: vincere un trofeo con la sua squadra del cuore. La finale di Europa League al Parc Olympique di Lione, nel 2018, l’ha giocata solo allo scadere: una passerella per uno che all’Atletico ha dato tanto.

I successi con la Roja

Torres è stato protagonista dei successi della Spagna agli Europei 2008 e 2012 e al Mondiale del 2010. Decisivo con il gol in finale contro la Germania a Euro2008. A segno anche nella finale europea vinta contro l’Italia di Prandelli nel 2012. El Niño è l’unico spagnolo ad essere presente in tutte le finali, tra club e nazionale, che le sue squadre hanno disputato.