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Redazione mondiali.it

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Unico calciatore ad avere vinto la Champions League con tre squadre diverse – Ajax, Real Madrid e Milan (con cui si è concesso un bis) – Clarence Seedorf, nasce a Paramaribo, capitale del Suriname, il 1°aprile 1976. Si forma umanamente e calcisticamente in Olanda dove sin dalla tenera età entra a far parte delle giovanili del prestigioso club di Amsterdam.

Seedorf è tuttora il più giovane esordiente dell’Ajax in Eredivisie. Debutta a 16 anni, nell’ottobre 1992,  e diventa presto una pedina fondamentale della generazione d’oro. Guidata dai veterani Danny Blind e Frank Rijkaard, una formazione giovane nelle cui file militano future stelle del calibro dei gemelli De Boer, Seedorf, Edgar Davids, Jari Litmanen e Patrick Kluivert, raggiunge l’apice conquistando la Champions League nel 1994/95 imponendosi per 1-0 nella finale di Vienna contro il Milan, squadra giunta alla sua terza finale consecutiva.

90s Football on Twitter: "Clarence Seedorf at Ajax, 1991.… "

Le vittorie per 2-0 nella fase a gironi proprio contro i rossoneri sono un buon presagio: la squadra di Louis van Gaal si ripete in finale battendoli grazie a un gol nel finale di Kluivert, entrato a gara in corso: «Tutti sognano di vincere una finale di Coppa dei Campioni, e io ho avuto la fortuna di riuscirci ad appena 19 anni. Quando mi sono svegliato il giorno dopo la finale mi sono sentito diverso, strano, in qualche modo speciale».

Seedorf lascia l’Ajax dopo quella magica notte di Vienna, trascorrendo una sola stagione alla Sampdoria prima di trasferirsi nella capitale spagnola, vestendo la casacca del Real Madrid. Qui il mondo inizia a conoscerlo per il suo altissimo valore tecnico e per le sue sassate dalla distanza. Assapora il successo europeo alla seconda stagione a Madrid, aiutando le Merengues a superare i detentori del Borussia Dortmund in semifinale. In finale, giocata nello stadio della sua ex squadra, l’Amsterdam Arena, affronta la Juventus dell’ex compagno di squadra Davids. La finale è decisa ancora da un unico gol, firmato da Predrag Mijatović a metà ripresa, che regala al Real Madrid la prima Coppa dei Campioni dopo 32 anni: «Era diventata più di un’ossessione per il club. Mangiavamo tutti i giorni in un ristorante in cui non facevano altro che parlarci della finale».

Nella carriera sportiva dell’olandese c’è tanta Italia. Nel 2000 passa all’Inter e soltanto due anni più tardi si trasferisce sulla sponda rossonera. Alla prima stagione con il nuovo club conquista il massimo trofeo europeo, aiutando il Milan a battere le sue ex squadre: il Real Madrid nella fase a gironi, l’Ajax nei quarti e l’Inter in semifinale. Conquista ai danni della Juventus la sua terza Champions League, mentre nel 2004 vince il campionato italiano. Il Milan rappresenta il punto più alto della carriera di Seedorf.

L'EX ROSSONERO - Seedorf: "Vi dico io come si vince la Champions ...

Carlo Ancelotti non riesce a fare a meno di lui e in poco tempo diventa uno degli intoccabili della rosa rossonera. Nel 2007 sempre sotto la guida di Ancelotti, il Milan conquista la sua settima Champions League. E’ la quarta ed ultima Champions League della sua carriera di Seedorf. In seguito alla vittoria, Seedorf verrà nominato dalla Uefa come miglior centrocampista della competizione.

fonte: Uefa.com
Fonte: Uefa.com

Nel dicembre 2016 ha mostrato su sul profilo Instagram i suoi nuovi quattro tatuaggi. Tutti e quattro sulle dita della mano sinistra, quattro numeri speciali per Sergio Ramos.  Il 35 e il 32 sono i suoi due primi numeri di maglia indossati nel Siviglia, la sua prima squadra, quella che per prima lo ha lanciato nel calcio che conta. Il 19 è l’età che aveva all’esordio con la Nazionale spagnola,  mentre il 90+ è in ricordo del famoso gol segnato all’Atletico Madrid nella finale di Champions League di Lisbona del maggio 2014, che è valso La Décima per la gioia di Carlo Ancelotti e di tutto il Real Madrid.

E non è un caso che in Spagna il difensore del Real sia ormai conosciuto da tutti come Sergio “NoventayRamos”, quello dai gol decisivi e rigorosamente all’ultimo respiro. Una carriera vincente quella del difensore nato a Camas, nell’Andalusia, il 30 marzo 1986; una carriera vincente non solo perché circondato da validi compagni di squadra che lo trascinano verso trofei e vittorie, ma perché è soprattutto lui a lanciare il cuore oltre l’ostacolo e a prendere in mano il suo fato, il suo destino.

Ramos ad oggi, siamo nel 2020, è vincitore di quattro Champions League e di altrettanti successi nella Liga, ha sollevato le coppe di Euro 2008 e di Euro 2012, intervallate dalla vittoria del Mondiale del 2010. Il difensore centrale è un punto di riferimento per il Real Madrid e per la Spagna dov’è primatista con 170 presenze e 21 gol.

 

Ecco, in sintesi, alcuni record e numeri impressionanti:

  • Il suo trasferimento dal Siviglia al Real Madrid per 27 milioni di euro nel 2005, quando aveva appena 19 anni, è un record per un giovane spagnolo.
  • Ramos è andato a segno in Liga per 16 stagioni di fila, record per un difensore. Nel 2018/19 è andato a bersaglio in 11 occasioni (otto rigori), stabilendo il suo record per una singola stagione.
  • Nell’Olimpo dei difensori ad aver segnato in due diverse finali di Coppa dei Campioni, è l’unico ad esserci riuscito nell’attuale formato. I suoi gol nelle finali di  Champions League del 2014 e 2016 contro l’Atlético Madrid gli hanno permesso di raggiungere Tommy Gemmell (1967 e ’70) e Phil Neal (1977 e ’84).
  • Col pareggio nei minuti di recupero della finale di Supercoppa del 2016 contro la squadra per la quale giocava da ragazzo, il Siviglia, Ramos ha segnato nelle finali di Champions League, Coppa del Mondo per Club e Supercoppa. Non male per un difensore.

Con la casacca della Roja, altri, imponenti numeri: a ottobre 2019, nell’1-1 tra Spagna e Norvegia valevole per le qualificazioni a Euro 2020, ha superato il record di 167 presenze in nazionale detenuto da Casillas. Un traguardo nato in virtù anche del fatto che è stato il  più giovane spagnolo a esordire in Nazionale degli ultimi 55 anni: il suo debutto con la Spagna è arrivato quattro giorni prima del suo 19esimo compleanno, ed è stato festeggiato con una maglia da titolare nelle qualificazioni al Mondiale del 2006 contro la Serbia e il Montenegro.

Chiamatelo Sergol Ramos | Agenti Anonimi

In Nazionale indossa la maglia numero 15 in ricordo di Antonio Puerta, suo ex compagno al Siviglia e scomparso nel 2007. A lui ha dedicato, con una maglia commemorativa esibita durante i festeggiamenti, i due Europei.  Ma il guerriero non sarebbe tale se non citassimo anche un altro “speciale” record: detiene, infatti, il primato negativo di espulsioni col Real Madrid avendo collezionato complessivamente ben 26 cartellini rossi fra tutte le competizioni. È stato inoltre espulso in cinque edizioni del Clásico, un record, l’ultima delle quali in occasione del successo 3-2 del Barcellona in casa del Real ad aprile 2017.

Sergio Ramos minaccia aerea: cronaca di una marcatura impossibile

Una lunga striscia di gol, iniziata il 15 maggio 1910 con la prima storica rete firmata da Pietro Lana nel debutto della Nazionale italiana. Un rotondo 6-2 contro la Francia in un calcio ancora pioneristico. Pensate che, in mancanza di allenatori veri e propri ed essendo gli arbitri i più esperti tra gli addetti ai lavori, la Figc incaricò la Commissione tecnica arbitrale di scegliere i giocatori che avrebbero giocato in Nazionale per le prime partite.

Di gol in gol bisogna aspettare il 1997, esattamente il 29 marzo, per vedere gli Azzurri gonfiare la rete per la millesima volta. E l’onore della marcatura numero 1.000 spetta a un debuttante con l casacca azzurra: Christian Vieri. Il centravanti è alla prima stagione con la Juventus e, dopo alcuni dissapori con l’allenatore Marcello Lippi, gioca con più continuità: il 15 marzo segna la sua prima doppietta in maglia bianconera nella sfida vinta 3-0 contro la Roma e realizza due gol anche il successivo 6 aprile, nella roboante vittoria sul Milan per 6-1.

E’ in un ottimo momento di forma così Cesare Maldini, ct dell’Italia, lo fa partire titolare in attacco accanto a Zola nella sfida contro la Moldavia, valida per il quarto turno delle Qualificazioni per i Mondiali di Francia 1998. L’Italia vince 3-0, apre Maldini con una splendida serpentina in area,  Zola raddoppia a fine primo tempo e, dopo cinque minuti della ripresa, mentre tutto lo stadio Nereo Rocco di Trieste attende con ansia la rete numero 1.000, ecco che arriva: Dino Baggio crossa in area, Zola fa velo per Vieri che dopo aver stoppato scarica il suo potente sinistro alle spalle dell’incolpevole Romanenco.

Impossibile sperare in un debutto migliore.

Suo papà è congolese, sua mamma triestina. Nata a Trieste il 27 marzo 1989, a sette anni ha cominciato a giocare a pallone, a diciassette ha debuttato in serie A col Tavagnacco, a diciannove la prima volta in azzurro. Laureata in Lingue e Letterature Straniere all’Università di Udine, parla quattro lingue (oltre all’italiano anche inglese, francese e spagnolo). Oggi Sara Gama è capitano bianconero e della Nazionale azzurra, condottiera e leader nella formazione che è arrivata fino ai quarti di finale del Mondiale francese del 2019.

Sara ha vestito, tra le altre, anche le maglie del Paris Saint Germain e del Brescia, formazione con la quale ha vinto uno Scudetto, una Coppa Italia e due Supercoppe Italiane, titoli che si aggiungono all’Europeo Under 19 conquistato con le Azzurrine nel 2008. Difensore solido e roccioso, Sara non è soltanto uno dei più importanti talenti in circolazione ma anche, e soprattutto, un vero e proprio punto di riferimento per l’intero movimento calcistico femminile italiano: Gama è impegnata in Federazione come membro del Federal Board e Presidente della Commissione per lo Sviluppo della figura femminile del calcio.

Barbie rende omaggio a Sara Gama - Juventus.com

Non è, dunque, un caso se Sara Gama è stata selezionata nel 2018 dalla Mattel come “Shero”, unica italiana sportiva tra le 17 personalità del presente e del passato che hanno saputo diventare fonte di ispirazione per le generazioni di ragazze del futuro, proprio in occasione della Giornata Internazionale della Donna.

Un riconoscimento accompagnato dalla creazione di una bambola Barbie “One of a kind” che riproduce le fattezze di Sara Gama, con la maglia della Juventus e la fascia da capitano.

Essere un esempio per le nuove generazioni nell’abbattere le barriere della società di cui lo sport a volte è specchio: questo è l’obiettivo che mi spinge a dare sempre di più. Barbie accompagna da tempo l’infanzia delle bambine e mi piace il fatto che le ispiri a sperimentare i propri sogni attraverso il gioco

Un vero e proprio “Role Model” che ha saputo alzare la voce dopo l’esaltante Mondiale per pretendere parità contrattuale e condizione economica per il movimento calcistico femminile in Italia.

Sara Gama, discorso al Quirinale: “120 anni, tempo relativo ...

Sono nato nella miseria: da piccolo, a Port Harcourt, vivevo per strada, aiutando mia madre a vendere l’akara, una specie di torta di fagioli. O scendevo allo stagno a pescare, e quando andava bene rimediavo la cena per tutti

Taribo West ha conosciuto la fame prima della fama, ma anche quando era ricco e famoso ha saputo cambiar vita, per abbracciare la religione pentecostale e farne la principale ragione dell’esistenza. Lo ricordano ancora tutti con affetto sia all’Inter, dove ha giocato due anni, dal 1997 al 1999, vincendo anche l’Uefa, che al Milan, l’anno dopo, quando colorò di rossonero le sue celebri treccine facendo inalberare i suoi ex tifosi. Un personaggio sui generis il difensore nigeriano, accusato anche di aver barato sull’età, ma lui giura di essere nato il 26 marzo 1974, e ricordato anche per il suo carattere ribelle (celebre quando nel 1998 buttò la maglia addosso al tecnico nerazzurro Lucescu che l’aveva sostituito). Nel 1996 la conversione, poi fondò una setta pentecostale, la “Shelter in the Storm” (il Rifugio nella Tempesta), con sede a Milano e succursali in Nigeria.

 L’episodio della maglia lanciata a Lucescu

La religione è la mia seconda vita. Sono un uomo felice che si divide tra beneficenza, predicazione e campo. In Nigeria lavoro con la Federazione e aiuto i bambini in difficoltà grazie alla mia Fondazione e alla Taribo Boys. Voglio aiutare chi si è smarrito e dare il mio contributo per risolvere i problemi più gravi: perdita dei cari, difficoltà economiche, mancanza di lavoro. Mi rivolgo soprattutto a chi prende una brutta strada

Dicevamo della Coppa Uefa del 1998, vinta 3-0 sulla Lazio. West giocò titolare e si fece cacciare al minuto 82’ per espulsione diretta, ma il suo marchio sul trofeo lo mise nei quarti di finale contro lo Schalke 04. Non convocato all’andata con i neroazzurri che si imposero 1-0 a San Siro grazie al Fenomeno Ronaldo, al ritorno in Germania, i tedeschi trovarono il pareggio disperato al 90’ con Michaël Goossens. Si andò ai supplementari, Taribo era in campo e incornò di testa su punizione laterale di Cauet al primo minuto supplementare. Finale 1-1 e Inter in semifinale.

A livello internazionale, West conta 41 presenze con la nazionale nigeriana e faceva parte della formazione che ha vinto l’oro olimpico nel 1996. Ha anche partecipato a due Mondiali, nel 1998 e nel 2002. Nel complesso una carriera buona anche a livello personale.

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Ma fu soprattutto un’esperienza anche condividere lo spogliatoio con campioni come Zamorano, Zanetti e Ronaldo. L’attuale vicepresidente nerazzurro lo ha citato nella sua autobiografia: «Taribo è stato il compagno più matto che abbia mai avuto. Una sera invitò me e Ivan Zamorano per una cena. “Preghiamo un po’ e poi mangiamo”, ci disse. Erano le sette: le litanie andarono avanti fino a mezzanotte, quando finalmente potemmo metterci a tavola». Da Gigi Simoni ricordato per la sua bontà e figura fondamentale per la sua crescita, fino a Marcello Lippi e quel feeling che non sbocciò mai. Celebre il dialogo tra i due, diventato leggenda:

«Mister, Dio mi ha detto che devo giocare». Risposta:  «A me non ha detto nulla»

 

Le prime Olimpiadi moderne dispari della storia andranno in scena entro l’estate del 2021. Questa è la situazione dopo che Shinzo Abe, primo ministro del Giappone, ha ammesso l’impossibilità di rispettare la scadenza a causa della pandemia globale da coronavirus. Il Cio, il comitato olimpico internazionale ha appoggiato, inevitabilmente, la decisione confermando però che l’etichetta continuerà ad essere Tokyo 2020.

Dice male al Giappone che si è visto annullare nel 1940 quella che sarebbe dovuta essere la prima edizione casalinga a causa dello scoppio del conflitto mondiale. Dice male anche 80 anni dopo.  Eppure l’Olimpiade, quella reinventata dal barone de Coubertin, ha attraversato crisi, guerre, boicottaggi, ha rischiato, all’inizio della sua avventura, quella che viene cinicamente definita “morte in culla” dopo edizioni caotiche e circensi e ha finito per arrendersi di fronte a un nemico subdolo come sanno essere tutti gli avversari invisibili, i più pericolosi.

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La macchina del tempo porta a più di un secolo fa quando dell’Olimpiade di Berlino rimase solo un manifesto in stile art déco. In quel 1916 era in corso una delle più spaventose battaglie di logoramento della storia: Verdun costò più di un milione di morti francesi e tedeschi. Nel 1920 la ripresa venne affidata a una città martire, Anversa. I paesi che avevano aderito all’alleanza degli Imperi Centrali (Germania, Austria-Ungheria, Bulgaria, Turchia) vennero esclusi su precisa indicazione di de Coubertin. Impensabile pensare alla presenza di una giovanissima Unione Sovietica, alle prese con sanguinosi conflitti interni.

L’edizione del 1936 venne affidata a Berlino, due anni prima della presa di potere di Adolf Hitler. Il progetto di contrapporre ai Giochi un’Olimpiade popolare o dei Lavoratori si arenò di fronte ai primi focolai della guerra civile che avrebbe insanguinato la Spagna dopo il “pronunciamento” di Franco. Il congresso berlinese del Cio assegnò i Giochi del 1940 a Tokyo: la presenza di truppe giapponesi in Cina portò a un conflitto aperto dal 1938. Helsinki prese brevemente il posto della capitale giapponese ma la Guerra d’Inverno tra Finlandia e Urss spazzò via i Giochi. Una teorica attribuzione a Londra, per il 1944, produsse, unica testimonianza, l’emissione di tre francobolli delle poste svizzere che rappresentavano l’Apollo Olimpico.

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Londra ebbe i suoi secondi Giochi, dopo quelli del 1908, nell’atmosfera austera del dopoguerra. Il Vae Victis già pronunciato nel 1920 venne ripetuto: Germania e Giappone non vennero invitati. L’Italia si salvò grazie alla co-belligeranza degli ultimi due anni del conflittoIl 1956 segna l’inizio dell’era dei boicottaggi: Iraq, Egitto e Libano disertano Melbourne per protestare contro la presa del Canale di Suez da parte di truppe franco-britanniche e poco dopo vengono raggiunte da Spagna, Svizzera e Paesi Bassi dopo l’invasione dell’Ungheria ad opera dell’Armata Rossa. Le norme fortemente restrittive sull’importazione di animali in Australia costringono all’organizzazione di Olimpiadi equestri a Stoccolma.  

Le stagioni che portano a Tokyo 1964 sono attraversate da tensioni globali che coinvolgono anche lo sport: il Sudafrica viene bandito dalla comunità internazionale per la politica di apartheid e l’Indonesia rifiuta di accogliere atleti di Israele e Taiwan ai Giochi Asiatici del 1962. È il primo passo del boicottaggio del paese asiatico ai Giochi del ’64, in compagnia della Corea del Nord.

La strage di Piazza delle Tre Culture a Città del Messico e quella del Villaggio Olimpico e nell’aeroporto militare a nord di Monaco di Baviera segnarono i momenti più drammatici e sanguinosi della storia dei Giochi e la nascita dello slogan disinvoltamente coniato da Avery Brundage: “I Giochi devono andare avanti”. Andarono avanti nel ’76, dopo il boicottaggio di 22 paesi africani per le frequentazioni rugbistiche che la Nuova Zelanda continuava a tenere con il Sudafrica messo al bando. Andarono avanti dopo il boicottaggio che il blocco occidentale (con differenti posizioni e modalità) dichiarò nei confronti dell’Urss che aveva invaso l’Afghanistan trasformando i Giochi di Mosca in quelli meno frequentati (80 paesi) dopo Melbourne. E vissero l’ultima dura mutilazione quattro anni dopo, quando la vendetta del blocco socialista (Romania a parte) venne fulminata su Los Angeles: i paesi assenti furono 14 ma rappresentavano il 58% dei titoli assegnati a Montreal.

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L’ultimo boicottaggio di un certo rilievo è del 1988: la Corea del Nord evitò di inviare atleti a Seul e venne imitata da Cuba, Etiopia e Nicaragua. Barcellona 1992 venne salutata come una nuova alba e i 200 paesi che raggiunsero Sydney 2000 contribuirono creare la luce di un giorno pieno.

L’edizione 23 delle Olimpiadi sarà dunque Tokyo 2020+1, anno dispari. Risalendo la corrente del tempo è emerso un precedente, un’altra edizione disputata in anno dispari. E il 369 dopo Cristo  e conosciamo il nome di uno dei vincitori, l’armeno Varazdat, che trionfò nel pugilato a mani nude. Un barbaro “esclamarono” con disgusto gli ellenisti. In seguito sarebbe diventato re d’Armenia.

Fonte: Fidal

Si riaccendono i riflettori e si aprono i “gate”. Gli spalti, dopo sette anni, tornato a ospitare i tifosi. Il 24 marzo 2007, lo storico stadio di Wembley riapre i battenti dopo i lavori di ammodernamento con un’amichevole che rende omaggio al calcio. Gli azzurrini di Pierluigi Casiraghi affrontano l’Under 21 inglese in una partita finita 3-3 e segnata, su tutti, da un giovane attaccante: Giampiero Pazzini e la sua tripletta.  

Come Gianfranco Zola impresso nella partita giocata nel 1997, anche l’ex attaccante della Fiorentina marchia il suo nome sull’erba del prato inglese del nuovo Wembley, lo stadio più costoso mai costruito dopo lo Yankee Stadium con 1,5 miliardi di dollari (1,1 miliardi di euro), capace di ospitare 90.000 spettatori tutti con posto a sedere e secondo stadio per capienza in tutta Europa dopo il Camp Nou di Barcellona.

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Gli inglesi di Pearson si presentano con il tridente offensivo: Agbonlahor e Lita al fianco di Routledge. Casiraghi risponde con identico schieramento: davanti a Curci difesa composta da Potenza, Andreolli, Mantovani e Chiellini; centrocampo con Montolivo, e Padoin sulle fasce, al centro Nocerino. In avanti spazio alla fantasia del granata Rosina e la mobilità di Pazzini e Rossi.

Davanti a 60mila spettatori è l’Italia a sbloccare improvvisamente il punteggio dopo una manciata di secondi. Pazzini sfugge al controllo dei difensori inglesi e con una gran botta spedisce la sfera in fondo al sacco, firmando la prima storica rete nel nuovo stadio di Wembley. Alla mezz’ora gli inglesi riportano il punteggio in parità: perfetta parabola di Bentley su calcio di punizione e palla in rete nonostante il tentativo di Curci.

Al settimo della ripresa, sfortunata deviazione di Chiellini e palla per Routledge che da posizione defilata firma il vantaggio dell’Inghilterra. Un minuto dopo gli azzurri trovano subito il nuovo pareggio: pallonetto a scavalcare la difesa di Mantovani e deviazione al volo di Pazzini per il 2-2. Al 14′ gli inglesi tornano avanti con Derbyshire che infila Curci da due passi sfruttando un tiro di Milner sul secondo palo. Al 18′ spazio ai cambi da parte di Casiraghi che inserisce Lazzari, Coda, Lupoli e Criscito. Al 22′ Pazzini sulla destra raccoglie palla (contropiede di Lazzari, assist di Rosina), evita un difensore inglese, e batte Camp: per l’attaccante viola è una straordinaria tripletta. Al 35′ l’Italia manca la quarta rete: Pazzini, davvero incontenibile, calcia sporco a porta vuota. Poi viene sostituito: per lui standing ovation dal pubblico di Wembley.

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INGHILTERRA U21-ITALIA U21 3-3

INGHILTERRA U21: Camp; Rosenior (12’st Hoyte), Ferdinand, Cahill, Baines; Routledge (12’st Milner), Bentley (43’st Young), Reo-Cocker; Agbonlahor (1’st Derbyshire), Lita, Richardson (12’st Milner). In panchina: Alnwick, Hart, Cattermole, Huddlestone. Ct: Pearson.

ITALIA U21: Curci; Potenza (1’st Raggi), Andreolli, Mantovani (18’st Coda), Chiellini (18’st Criscito); Montolivo, Nocerino (18’st Lazzari), Padoin (1’st De Martino); Rosina, Pazzini (35’st Pellè), Rossi (18’st Lupoli). In panchina: Viviano, Paonessa, Dessena. Ct: Carisaghi.

Le camionette della polizia e della guardia di finanza negli stadi, le immagini riprese in diretta dalla trasmissione “90° minuto”, gli arresti. Non per colpa di tafferugli sugli spalti da parte dei tifosi, ma a finire in manette furono calciatori professionisti e di dirigenti di squadra di Serie A e Serie B. Il 23 marzo 1980 il pallone tricolore finì in galera, il primo scandalo calcioscommesse, il Totonero, match truccati attraverso scommesse clandestine.

Questo è lo sfondo torbido di quei primi giorni di primavera. Tra le società indagate nell’inchiesta oltre ad Avellino, Bologna, Juventus, Lazio, Milan, Napoli, Pescara, c’era anche il Perugia di Paolo Rossi, alla fine squalificato per due anni, costretto a saltare gli Europei del 1980 in casa. Passato inevitabilmente in secondo piano, quel 23 marzo 1980 il Perugia segnò anche un momento storico per il calcio italiano: fu la prima società in Serie A a debuttare ufficialmente con un sponsor sulla propria maglia.

Già negli anni Settanta i club avevano provato qualche escamotage per raggirare le rigide regole della Figc che imponeva sulle casacche dei giocatori solo lo sponsor tecnico. Con il passare degli anni, il mondo del calcio italiano si fece sempre più insofferente verso i divieti federali, tanto che oltre agli addetti ai lavori anche i mass media, con il Guerin Sportivo capofila, si fecero portavoce di una campagna a favore dell’arrivo della pubblicità sopra le maglie da calcio. L’Udinese, in Serie B, nella stagione 1978-1979 provò a fare breccia sfruttando cavilli burocratici apponendo il nome della ditta Gelati Sanson sui pantaloncini della squadra. Con annessa multa di 10 milioni di euro.

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Il tabù però era destinato a cadere e passò solo un anno: il 26 agosto 1979 con l’esordio in Coppa Italia della prima maglia di calcio italiana griffata da uno sponsor, quella del Perugia.  Artefice di ciò fu il presidente dei grifoni, Franco D’Attoma, il quale per reperire i 700 milioni necessari al prestito in Umbria dell’attaccante Paolo Rossi, si accordò col gruppo alimentare IBP Buitoni-Perugina da cui ne ottenne 400; in cambio, il nome del loro pastificio Ponte sarebbe comparso sulle divise e sui capi d’allenamento della squadra. La Figc ancora non contemplava la presenza di un logo diverso da quello del fornitore sui capi tecnici dei calciatori, così come la stessa Lega aveva respinto in estate l’ingresso della pubblicità sopra le mute da calcio italiane. Dato che l’unica forma di sponsorizzazione all’epoca permessa era quella relativa l’abbigliamento tecnico, in quarantott’ore D’Attoma aggirò le regole federali fondando un maglificio col nome del pastificio, la Ponte Sportswear, che di diritto figurava come semplice fornitore tecnico delle casacche — potendo quindi comparire formalmente, col suo marchio, anche su di esse —, ma che di fatto fu il primo vero sponsor di maglia del calcio italiano.

Inizialmente la Federazione non tollerò questo escamotage e multò la società umbra per 20 milioni, imponendo inoltre l’esclusione dalle divise perugine del logo Ponte prima dell’inizio del campionato; tuttavia D’Attoma, a sua volta squalificato, non si perse d’animo e proseguì nei suoi intenti commerciali, apponendo il nome dello sponsor sopra tute e altri indumenti di gioco dei biancorossi nonché, in maniera pionieristica, perfino sulle reti e sull’erba dello stadio Renato Curi. Pochi mesi dopo, al termine d’una discreta trafila burocratica, la Lega Nazionale Professionisti autorizzò infine il Perugia a scendere in campo col marchio pubblicitario sulle proprie maglie; il “secondo” debutto dello sponsor — stavolta coi crismi dell’ufficialità — avvenne in Serie A il 23 marzo 1980, nella trasferta all’Olimpico contro la Roma persa per 4-0.

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Un ultimo passaggio su Paolo Rossi: tornò a giocare il 29 aprile 1982, disputando solo le ultime tre partite di campionato con la Juventus; nonostante lo scarso numero di gare giocate il ct Enzo Bearzot lo inserì nella lista dei convocati per il Mondiale del 1982.

“Predestinato” è probabilmente il termine più inflazionato nel ristretto vocabolario calcistico. Un aggettivo piazzato costantemente a ogni acerbo giocatore a cui, vuoi per una prodezza, vuoi per una serie di partite positive, viene già tracciato il suo futuro roseo.

Fuori luogo per molti calciatori, sicuramente non per uno: Theo Walcott. Sì lui senz’altro è stato quanto più vicino a rispecchiare quella parola, predestinato. Walcott è nato a Londra il 15 marzo 1989, ma è cresciuto nella piccola località di Compton, vicino a Newbury, dove ha giocato per la A.F.C. Newbury e in seguito alla scuola secondaria di The Downs School. Nella sua prima e unica stagione a Newbury, Theo è riuscito a mettere a segno più di 100 reti, prima di trasferirsi al Swindon Town e poi a Southampton. Aveva già gli occhi addosso della Nike che riuscì a stipulare un contratto di sponsorizzazione con il giovane calciatore, che in quel periodo aveva solamente 14 anni.

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La storia del wonderkid, in realtà, sta tutta nei record di precocità battuti, uno su tutti l’esordio in Nazionale maggiore, il 30 maggio del 2006, contro l’Ungheria, nella penultima amichevole prima del Mondiale tedesco. Walcott ha compiuto 17 anni da tre mesi, non ha ancora giocato un minuto in Premier League, né con l’Arsenal – il club in cui si è trasferito cinque mesi prima – né tantomeno con il Southampton. Il più giovane inglese a giocare una partita con la maglia dei Tre Leoni entra al 65esimo al posto di Michael Owen, che ancora oggi è il più giovane marcatore inglese di sempre ad una Coppa del Mondo, a Francia ’98. Eriksson non avrebbe potuto scegliere un cambio migliore, più suggestivo, per ufficializzare il passaggio di testimone tra due generazioni.

Non avrebbe potuto scegliere neanche avversario più azzeccato, per questo storico first cap: contro i magiari, hanno esordito in Nazionale Diego Armando Maradona e Lionel Messi. Walcott sarà convocato per i Mondiali, ma non scenderà in campo. Ha 17 anni, ci sarà tempo, dicono. Dicono male, in realtà, perché ora che di anni ne ha 31 non ha mai (o ancora) disputato una sola partita di Coppa del Mondo. Eppure dal 2006, l’Inghilterra ha preso parte a quattro edizioni.

Non si può dire che non abbia lasciato traccia, senz’altro: nell’Arsenal di Wenger ha giocato 399 partite e segnato 108 gol, in Premier League viaggia oltre i 340 gettoni e con l’attuale maglia dell’Everton impreziosirà il suo numero. Ha vinto tre FA Cup e due supercoppe d’Inghilterra sempre coi Gunners. E in Nazionale?

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Cose sparse: durante il ritiro per il Mondiale del 2006, ha dichiarato alla stampa inglese di essere uno sfegatato tifoso del Liverpool, con tanto di dettagli sui festeggiamenti per la vittoria della Champions League a Istanbul, nella stagione precedente.  E poi è diventato pure il più giovane calciatore di sempre a realizzare una tripletta in Nazionale: è il 10 settembre del 2008, l’Inghilterra è reduce dalla mancata qualificazione agli Europei di Austria e Svizzera, maturata in un match interno contro la Croazia. A Zagabria va in scena la rivincita, e la squadra di Capello vince per 4-1. Le tre reti di Walcott sono le prime realizzate con l’Inghilterra e il suo record come più giovane giocatore inglese a segnare una tripletta è ancora oggi imbattuto.

Avremmo detto che è un predestinato. Appunto.

 

Fonte:  Transfermarkt | Wikipedia | Rivista Undici 

Per tutti gli amanti del famoso detto “Squadra che vince non si cambia” in riferimento non solo all’idea che il miglior gruppo di giocatori deve restare invariato, ma anche che la stessa squadra che trionfa da anni, la Juventus, continuerà a farlo, ecco a tutti quelli che ancora ci credono è arrivato il momento di dire stop.

Lo stop è sancito da Simone Inzaghi e dai suoi valorosi condottieri laziali, su tutti re Ciro Immobile dall’alto dei suoi quasi trenta gol in campionato, capaci di ridare ai tifosi laziali un entusiasmo sopito da oltre vent’anni, da quel lontano 2000 alla corte di Sven-Göran Eriksson quando per l’ultima volta si festeggiava lo scudetto in casa Lazio.
Sicuramente quest’anno l’entusiasmo sarà condiviso da altri tifosi non necessariamente bianconeri, il nero e l’azzurro sembrano i colori della rinascita e della consacrazione come l’Atalanta di mister Giampiero Gasperini e l’Inter di Conte ci stanno facendo vedere in questi mesi. Probabilmente l’estate scorsa in pochi, anzi pochissimi, avrebbero scommesso su una Lazio capolista e una Juve seconda e tallonata dall’Inter a un paio di mesi dalla fine del campionato, chissà se i tifosi dell’Atalanta si sarebbero aspettati di avanzare così tanto in Champions League ed essere allo stesso tempo la quarta forza del campionato, davanti a Roma, Napoli e Milan, con un Ilicic in lotta per il podio in classifica cannonieri ed il solito “Papu” Gomez a contendersi il primato tra i giocatori che hanno fornito più assist in questa stagione.

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Un campionato all’ombra delle incertezze

Certo la situazione delle ultime settimane pare piuttosto convulsa a causa del Coronavirus che sta creando non pochi problemi tra rinvii e partite a porte chiuse; tutti ovviamente si augurano che l’allarme rientri il prima possibile e che si possa tornare a parlare unicamente di calcio giocato. Intanto diamo un’occhiata alla situazione della Serie A dal punto di vista della classifica e delle ultime indiscrezioni a livello calcistico, lasciando ad altra sede le discussioni.

Dicevamo dell’Atalanta e dei suoi successi, dopo la batosta rifilata al Lecce di Liverani con tripletta del solito Zapata, arriva la doccia fredda della partita a porte chiuse in Champions col Valencia, probabilmente una situazione del genere non se la sarebbe aspettata nessuno dato che per Valencia sarebbero sicuramente partiti migliaia di tifosi bergamaschi che in questi ultimi anni stanno andando in visibilio grazie alla Dea e al granitico Giampiero Gasperini, uomo duro e carismatico, capace di portare anche una provinciale a giocarsela sui campi più prestigiosi senza nessun timore reverenziale.

Dunque lotta aperta al vertice con Lazio e Juve a contendersi un primo posto quest’anno per niente scontato, chissà che l’Inter non regali qualche sorpresa ora che Lukaku, Brozovic e Lautaro Martinez hanno cominciato a far vedere di che pasta sono fatti e soprattutto di cosa sono capaci insieme, per informazioni chiedere a Napoli e Ludogorets tra le altre.

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La fine di un’epoca in casa Juventus

Che in casa Juventus fosse finito un ciclo lo si sapeva da quando Massimiliano Allegri ha lasciato la panchina bianconera passando le redini in mano a Maurizio Sarri, uomo forte di Napoli e Chelsea che però all’ombra della Mole non ha ancora saputo tirare fuori dai suoi quello spirito e quella cattiveria agonistica che fino ad ora avevano caratterizzato le squadre in cui veniva praticato il “sarrismo”, al punto che ora pare che la dirigenza della Juve capitanata da Andrea Agnelli stia addirittura pensando ad un ritorno di Max Allegri per non rischiare di perdere definitivamente la faccia dopo il super colpo di mercato Cristiano Ronaldo che nonostante le solite prestazioni da extraterrestre non può da solo traghettare la squadra verso l’ennesima vittoria, o almeno non può più, perché prima ce l’aveva sempre fatta praticamente da solo.

Sicuramente se un anno fa avessimo scommesso su questi avvenimenti presso un qualsiasi casinò per giocare online avremmo guadagnato un bel gruzzoletto. Del resto chi si sarebbe mai aspettato un Napoli ormai non più agguerrito al punto da impensierire le grandi, un’Atalanta che prepotentemente si continua ad insinuare in posizioni della classifica storicamente destinate a compagini più blasonate quali Roma e Milan, insomma questa serie A 2020 ci sta regalando davvero non poche sorprese e noi non vediamo l’ora di sapere come andrà a finire.  Saranno in grado i due marziani Lukaku e Lautaro di fronteggiare la straordinaria fase ascendente della Lazio trascinata dal bomber Immobile o alla fine trionferà lo strapotere juventino come negli ultimi otto anni? Staremo a vedere sperando che lo spettacolo sia altrettanto avvincente per i mesi che mancano alla fine del campionato.

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La lotta per la salvezza

Non dimentichiamo la parte bassa della classifica dove si scatena il derby genovese per la retrocessione, Genoa e Sampdoria sembrano destinate ad una lotta all’ultimo sangue per spuntarla anche quest’anno, osservate dall’alto da Lecce e Torino e tallonate da Brescia e Spal. Con il pareggio con l’Atalanta, le vittorie su Cagliari e Bologna,  la squadra di Nicola sembra aver ripreso una timida rimonta nonostante l’ultima sconfitta contro la capolista Lazio, mentre i cugini blucerchiati sembrano aver preso un cammino leggermente più tortuoso con le sconfitte patite contro Napoli e Fiorentina, in vista il match con la Roma sempre che si riesca a giocare per motivi di salute pubblica, poi il Bologna di Mihajilovíc e a fine mese  il match della verità contro il Lecce.

Saranno settimane intense che speriamo di vivere entusiasmo e chissà che non si torni a chiedersi chi sarà la prossima anti Juve, se l’inter del duo delle meraviglie o la Lazio del capocannoniere e papabile vincitore della scarpa d’oro 2020.

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