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Redazione mondiali.it

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Un’impresa incredibile ed irripetibile e, per questo, degna degli Oscar dei Mondiali di Calcio. L’impresa del calciatore che non ti aspetti, di un onesto mestierante del pallone che seppe non solo uscire inaspettatamente dall’oblìo, ma addirittura elevarsi a “Migliore Attore Protagonista” nella massima competizione mondiale a livello di Nazionali. La cinquina Mundial di Oleg Salenko ad Usa ’94.

Gli inizi

Oleg Anatovlevic Salenko da Leningrado, classe 1969, a livello giovanile sembrava un prospetto di sicuro avvenire: nel 1989, si era distinto per prestazioni di assoluto livello durante il Mondiale Under 20 disputato in Arabia Saudita con l’allora Unione Sovietica, chiudendo da capocannoniere con cinque reti, nonostante la prematura uscita dei sovietici ai quarti di finale contro la Nigeria.
La sua carriera non aveva poi avuto l’esplosione sperata e il talento russo era rimasto a vivacchiare nel campionato ucraino fino al 1992 quando, con la dissoluzione dell’URSS, si trasferì in Spagna, al Logrones, dove in 2 stagioni mise insieme 23 reti. Insomma, un attaccante di discreto livello, abbastanza prolifico, ma adatto a realtà di piccolo cabotaggio.

Il Mondiale americano

Anche per questo ad Usa ’94, il 25enne Oleg rappresentava una seconda scelta per il CT Sadyrin: pur venendo da una stagione positiva in Liga, i titolari inamovibili erano i più quotati Radchenko del Racing Santander e Yuran del Benfica.
Si prospettava un breve Mondiale da comprimario, con la Russia inserita in un girone di ferro con Brasile, Svezia e Camerun e già quasi eliminata dopo le sconfitte con il Brasile (2-0), all’esordio, e con la fortissima Svezia (3-1 con gol proprio di Salenko su rigore) di Kenneth Andersson.

Ma spesso è in queste situazioni di stallo che un evento può cambiare la storia: Yuran non recupera e non è arruolabile per la decisiva gara con il Camerun: si spalancano quindi per Salenko le porte della titolarità e lo sgusciante attaccante non vuole farsi sfuggire l’occasione.

Contro i Leoni d’Africa Oleg è una furia: segna 5 gol e la Russia vince con un tennistico 6-1.
E poco importa se la vittoria è inutile e i sovietici escono nella fase a gironi: si tratta di un exploit incredibile, che permette al russo di entrare nella storia dei Mondiali come unico calciatore ad avere segnato una cinquina in una sola gara e di vincere la classifica cannonieri del Mondiale in coabitazione con Hristo Stoichkov.

Un record pazzesco, capace di mettere in sordina l’altro evento da guinness che si verificò in quella partita: il gol della bandiera per il Camerun venne infatti realizzato da Roger Milla, che diventò il giocatore più anziano a segnare nella massima competizione internazionale con i suoi 42 anni e 39 giorni.

Ma non fu l’unico record che Salenko fu capace di timbrare quel giorno. Diventò infatti anche il primo capocannoniere dei Mondiali sia a livello Under 20 che con le nazionali maggiori.

Il declino

Sembrava un nuovo inizio, un segnale che lasciava presagire fasti importanti anche per il prosieguo della carriera di un giocatore ancora giovane e nel pieno della sua maturità calcistica. Nulla di tutto questo: grazie all’impressione destata, Salenko viene immediatamente ingaggiato dall’ambizioso Valencia ma il suo acquisto si rivela un bluff: 7 gol in tutta la stagione e cessione ai Rangers con i quali, se possibile, l’avventura, anche a causa di continui problemi fisici, è ancora più disarmante e lo porta a girovagare senza meta in Turchia, ancora in Spagna e infine in Polonia, fino al ritiro dopo una mesta annata al Pogon Stettino.
Un’inesorabile parabola discendente che lo portò nuovamente ai margini della Nazionale dove, dopo quella cinquina, racimolò la miseria di altre 6 partite senza mai andare a segno, per uno score totale di 8 presenze e 6 gol.
Ma quel che conta e che rimarrà ai posteri è quanto fu in grado di inventarsi in quel torrido pomeriggio americano, nell’occasione più importante, che lo rese indimenticabile agli occhi degli appassionati e che gli permette di diritto di essere considerato ancora oggi l’emblema degli eroi nascosti, il simbolo della rivincita dei Carneadi. Forse questo può valere quanto una carriera di successo?

Prima di colpire il pallone ho dovuto attendere che scendesse un po’. Se non avessi aspettato non avrei segnato. In quella frazione di secondo, la gravità ha fatto il suo dovere, e io il mio. Grazie, Newton

Il commento di Andrés Iniesta al gol decisivo della finale Mondiale 2010 in Sudafrica è la sintesi estrema della sua intelligenza non solo calcistica. Lì si concentrano infatti la sua consapevolezza molecolare della “fisica” del calcio; la sua matrice di giocatore artista-scienziato, tra impulso creativo e controllo razionale; la sua ineguagliabile cognizione del timing di una giocata, sempre tesa a integrarsi nella rete di rapporti della squadra.

Capitano del Barcellona e membro della Nazionale spagnola, con 37 titoli conquistati (32 con il Barcellona e 5 con la nazionale, incluse le selezioni giovanili), Iniesta è il calciatore spagnolo più titolato di sempre. È lontana Barcellona da Fuentealbilla, paesino di duemila abitanti, in cui il piccolo Andrés gioca a futsal ma sogna il calcio a 11.
I genitori, papà muratore, mamma casalinga, accettano di iscriverlo a 8 anni alla scuola calcio del e quattro anni dopo arriva alla Masia, la cantera del Barcellona, con l’idea di imitare il suo idolo, Michael Laudrup.

È piccolo, timido e pallido perché una rara malattia della pelle gli impedisce di scurire la carnagione. Piange ogni notte per le prime due settimane, ma resiste. Rimane in ritiro da solo quando gli altri bambini, praticamente tutti catalani, tornano a casa per il weekend. Amici come Xavi, che ha quattro anni più di lui, cui Guardiola un giorno dice:

Tu prenderai presto il mio posto, ma questo ci manda a casa tutti e due”

Con la Nazionale, debutta nella formazione maggiore il 5 maggio 2006 nella sua città, Albacete, in occasione dell’amichevole con la Russia. Va al Mondiale in Germania, ma gioca solo una partita. Diventa presto il faro delle Furie Rosse, con cui vince l’Europeo 2008 da titolare e il Mondiale 2010 decidendo nei supplementari la finale con l’Olanda. Nel 2012 completa lo storico triplete, vincendo pure l’Europeo 2012 e venendo eletto dalla Uefa “miglior giocatore del torneo”.

Di giocatori come lui ce ne sono pochi. La classe che solo i grandi hanno, unita alla testa pensante da uomo vero. Alzi la mano chi ha mai visto un gesto fuori posto, uno scandalo di qualsiasi tipo legato a Iniesta. Lui che dopo il gol decisivo nella finale dei Mondiali del 2010 con la sua Spagna ha sfoggiato una maglia per ricordare Dani Jarque, scomparso l’anno prima. Piccolo particolare: Jarque era il leader dell’Espanyol, l’altra squadra di Barcellona.

Nella sua carriera ha vinto tanto, tantissimo. Col Barça e con la Nazionale. Gli sono stati attribuiti tanti soprannomi: illusionista, cervello, cavaliere pallido, anti-galáctico, per le sue caratteristiche fisiche e tecniche. Ma in pochi sanno che dopo il Mondiale ha lottato e vinto contro la depressione. Che con la sua azienda che produce vino ha salvato dal fallimento l’Albacete, squadra dove ha mosso i primi passi.

È il momento, non posso più dare tutto

Il 27 aprile 2018 ha annunciato l’addio al Barcellona a fine stagione, ma non al calcio. Pochi giorni dopo, il 6 maggio, il suo ultimo Clásico, Barcellona-Real Madrid: niente pasillo tradizionale per Iniesta, niente ingresso d’onore in campo, in quello che sarà un match durissimo, divertente, con gol e spettacolo. Tutti gli occhi sono su di lui, su Iniesta, su Don Andrés.
Esce dal campo al minuto 58, Iniesta, ed è teso, concentrato. Cammina per il campo a piedi scalzi, tutto il pubblico del Camp Nou si alza in piedi.

Spesso mi definiscono un eroe, ma non hanno capito niente. Eroe è chi emigra coi figli in un altro Paese per cercare fortuna o chi cura le persone salvando la loro vita. Io sono solo un maledetto calciatore

 

Fonte: Alessandro Mastroluca, Luca Capriotti, Sandro Modeo, Matteo Basile

Prima di Neymar al Paris Saint Germain, prima delle megalomani operazioni di mercato in terra inglese con gli acquisti in difesa tra Manchester City e Liverpool. Prima della bolla creata da sceicchi e fondi asiatici, c’era l’Italia che come il Klondike era una miniera d’oro per numero di talenti e operazioni di calciomercato. Ma quali sono state le operazioni più costose che hanno visto coinvolta la Serie A sia in entrata che uscita? Ecco la top10

 

#10 Christian Vieri

Nella Liga, con la maglia dell’Atletico Madrid, segna 24 gol in 24 partite. Primo posto nella classifica marcatori e quindi la conquista del Trofeo Pichichi, unico italiano a vincerlo. La Lazio di Cragnotti, dunque, decide di riportarlo in Italia nell’estate 1998 dopo una sola stagione in Spagna. Ma Vieri, nella capitale rimane poco: è sensazionale il suo passaggio all’Inter l’anno successivo con Moratti che vuole regalare a Lippi l’ariete per puntare allo scudetto. L’operazione per portare a Milano il 25enne ex-Juve è, fino a quel momento, la più costosa di sempre: quasi 90 miliardi di lire offerti alla Lazio (nel prezzo è compreso il cartellino di Simeone, valutato 21 miliardi) ovvero 48 milioni di euro.

#9 Gaizka Mendieta

Sono gli anni dello strapotere della Lazio e di Cragnotti prima del crack fallimentare. I laziali non solo dominano in Serie A e si fanno valere anche in Europa sul rettangolo di gioco, ma fanno la voce grossa anche nel calciomercato. L’oggetto dei desideri è lo spagnolo Mendieta, capitano e leader del Valencia con il quale, dopo aver vinto la Coppa del Re e la Supercoppa spagnola nel 1999, disputa due finali consecutive di Champions League, perdendole entrambe contro Real Madrid e Bayern Monaco. Eletto miglior giocatore della competizione nella stagione 2000-2001, la Lazio, nella stessa estate dopo aver ceduto Nedved alla Juventus, decide di piazzare il colpo versando nelle casse valenciane 89 miliardi di lire (48 milioni di euro) diventando così il secondo acquisto più costoso nella storia del club biancoceleste dopo Hernan Crespo.

#8 Gianluigi Buffon

Quelle di inizio millennio sono estati calde, caldissime per il mercato dei calciatori, soprattutto in Italia che di talenti ne ha ancora e mantiene un prezioso fascino a livello europeo e internazionale. Così sempre nell’estate 2001, mentre Mendieta valigie in mano passa dalla Spagna all’Italia, percorso inverso – destinazione Madrid – lo fa Zinedine Zidane che lascia la Juventus per accasarsi al Real. Con i soldi incassati, la Juventus decide di investire massicciamente nel mercato facendo razzia del meglio che c’è in giro. Sfumato lo scudetto anche (ma non solo) per alcune incertezze del portiere Van Der Sar, Moggi bussa alla porta del Parma e chiede Buffon, 23 anni e un futuro certo da campione. Così, dopo aver perfezionato l’acquisto di Lilian Thuram dal Parma, sempre dagli emiliani, la Juventus acquista Buffon per 75 miliardi di lire più la cessione a titolo definitivo di Jonathan Bachini, valutato 30 miliardi (in totale 52,88 milioni di euro). Il portierone è quell’anno l’acquisto più oneroso nella storia della società bianconera, record mantenuto fino al 2016.

#7 Hernan Crespo

L’avevamo già chiamato in causa con l’operazione Mendieta. Sì, perché Gaizka è il secondo acquisto più costoso nella storia della Lazio: al primo posto c’è l’attaccante argentino Hernan Crespo. Crespo nel 2000 ha 25 anni, gioca nel Parma e con i ducali vince Coppa Italia, coppa Uefa e Supercoppa Italiana. La Lazio con il tricolore sul pezzo investe ben 110 miliardi di lire (56,81 milioni di euro) per aggiudicarsi el Valdanito. Il suo trasferimento risultò essere il più costoso nella storia del calcio mondiale, seppur per pochi giorni: nello stesso mese, infatti, il portoghese Luis Figo viene acquistato dal Real Madrid per 143 miliardi di lire.

#6 Edison Cavani

Edinson Cavani si è affermato come uno dei giocatori più prolifici d’Europa. È passato dal Napoli al PSG nel 2013 ed è adesso parte di quello che è probabilmente il miglior attacco d’Europa. Il suo trasferimento da 64 milioni e mezzo di euro adesso sembra un affare se si pensa al mercato gonfiato ed Edison, attualmente, è il miglior marcatore nella storia del club transalpino. Scommesse calcio oggi vedono il PSG tra i favoriti per la conquista della Champions League in quanto possono disporre anche della star brasiliana Neymar per rinforzare il loro attacco. Dai uno sguardo all’infografica per vedere i maggiori ingaggi della Serie A.

#5 Kakà

Mezzo milione in più rispetto all’affare Cavani – PSG, in quinta posizione c’è la cessione di Kakà nel 2009 al solito Real Madrid che, ciclicamente, mette piede nel supermercato Italia. Kakà, figliol prodigo del Milan, già promesso a gennaio al Manchester City decide di rimanere in rossonero, ma la cessione è solo rimandata e approda così nell’universo Galacticos assieme a Cristiano Ronaldo. La faraonica campagna acquisti del Real Madrid di Florentino Perez continuò con l’ingaggio del francese Karim Benzema dal Lione per 35 milioni, degli spagnoli Raul Albiol dal Valencia, Alvaro Arbeloa e Xabi Alonso dal Liverpool e Esteban Granero dal Getafe.

#4 Zlatan Ibrahimovic

Zlatan nella sua ossessiva ricerca di vincere la Champions League, dopo aver dominato in Italia prima con la Juventus e poi con l’Inter accetta il passaggio al Barcellona, nella stessa estate del doppio colpo merengues Kakà – Cristiano Ronaldo. La società spagnola paga 46 milioni di euro all’Inter più la cessione del camerunese Eto’o, valutato 20 milioni. Inizialmente è previsto anche il prestito per un anno del bielorusso Hleb, con diritto di acquisto da parte dei nerazzurri per 10 milioni, ma è saltato, e quindi il Barcellona versa altri 3 milioni circa per concludere l’affare per una valutazione totale di 69.5 milioni di euro.

#3 Zinedine Zidane

L’avevamo già accennato. Eccoci al gradino più basso del podio. Sua maestà Zinedine Zidane che nel 2001 si trasferisce dalla Juventus al club Real Madrid che, per averlo tra le sue file sborsa 150 miliardi di lire (77,5 milioni di euro), realizzando il più costoso trasferimento di un giocatore nella storia del calcio fino a quel momento. Con i bianconeri, il talento francese gioca complessivamente 212 partite e segna 31 gol, di cui 24 in Serie A.

#2 Gonzalo Higuain

Tra acquisti e cessioni, sul podio c’è sempre la Juventus. Gonzalo Higuain, a modo suo, ha segnato la storia della Serie A: arrivato in Italia nel 2013, comprato dal Napoli per sostituire proprio Cavani, el Pipita nella stagione 2105-2016 fa il botto. Entra nella top ten dei migliori marcatori della storia del Napoli, toccando quota 70 reti complessive;  va a segno per sei giornate consecutive, eguagliando la striscia positiva di Maradona nella stagione 1987-88; supera  Cavani per gol segnati in una stagione, fino ad allora il miglior cannoniere stagionale nella storia degli azzurri e il 14 maggio, nel 4-0 dell’ultima giornata contro il Frosinone, realizza la tripletta che gli consente di chiudere il campionato con 36 reti in 35 partite, vincendo la classifica marcatori e superando il record assoluto di reti in un singolo campionato italiano, fino ad allora detenuto da Nordahl nella stagione 1949-50, ed eguagliando inoltre quello di Rossetti che resisteva dal 1928-29, quando il campionato si disputava a più gironi. Con questo bigliettino da visita niente male, la Juventus decide di fare follie e sborsa ben 90 milioni di euro per averlo. Il suo trasferimento è il più costoso nella storia della Serie A.

#1 Paul Pogba

Ma se la Juventus ha potuto sborsare questa cifra è perché nella stessa sessione di mercato, nell’estate 2016, il Manchester United bussa alla porta dei bianconeri per riportarsi a casa il gioiellino Pogba lasciato partire troppo in fretta. La cifra è da capogiro: per riacquistare a titolo definitivo il suo ex calciatore, il club inglese sborsa una somma complessiva di 105 milioni di euro. In Italia si rompe il muro dei 100 milioni di euro per un’operazione di mercato. Si tratta in quel momento del trasferimento più oneroso nella storia del calcio, superato l’estate successiva dai 222 milioni sborsati dal PSG per Neymar.

Archiviata la fantastica tripletta azzurra Sofia Goggia – Federica Brignone – Nadia Fanchini in discesa a Bad Kleinkirchheim, arriva un nuovo weekend ad alta velocità per la scatenata squadra azzurra. A due settimane dalla partenza per le Olimpiadi invernali di Pyeongchang 2018, le azzurre delle discipline veloci saranno di scena nella perla delle Dolomiti, sulle piste di Cortina d’Ampezzo che fra tre anni ospiteranno i Mondiali di sci alpino.
Il weekend cortinese prenderà il via venerdì 19 gennaio alle 10.15 con la prima discesa libera. La partenza della seconda discesa è prevista invece per le 10.00 di sabato 20 gennaio poi gran finale domenica quando andrà in scena alle 11.45 il super gigante.

Grande attesa dunque per vedere all’opera le azzurre che nella conca ampezzana vogliono confermarsi ad altissimi livelli e prepararsi al meglio al tanto atteso appuntamento olimpico in Sud Corea a inizio febbraio.

Cortina un anno fa: Sofia Goggia protagonista

Sofia Goggia, nel 2017, è stata sicuramente la stella più brillante della due giorni cortinese: la bergamasca, pur non vincendo nessuna delle due gare ha conquistato due fantastici secondi posti. Il sabato la discesa è stata vinta da Lara Gut (23° successo in carriera per la svizzera) che ha preceduto di soli 5 centesimi Sofia Goggia e la slovena Ilka Stuhec. La tanto attesa Lindsey Vonn, 11 vittorie per lei a Cortina, non è riuscita a terminare la gara a causa di una caduta avvenuta nello stesso punto della prova cronometrata di venerdì.

E a proposito del venerdì, è stato presentato nella sede del Comune di  Cortina il logo ufficiale dei campionati del mondo di sci alpino Cortina 2021, rassegna attesissima che sta vedendo grandi progetti in tutta la splendida località di villeggiatura in provincia di Belluno.

E veniamo al superG di domenica che è stato dominato dalla slovena Ilka Stuhec, scesa con il pettorale numero 1 e che nessuno ha più superato. Sofia Goggia con il pettorale 20 ha impensierito sino alla fine la rivale, ma si è dovuta accontentare della seconda piazza.  Sul gradino più basso del podio l’austriaca Anna Veith che non entrava tra le migliori tre da quasi due anni, che ha preceduto sua maestà Mikaela Shiffin. L’americana non è certo una specialista del superG, ma ha messo paura alle prime tre, pur essendo scesa con il pettorale numero 31. Gara da dimenticare invece per le big Lindsey Vonn, finita dodicesima, e per Lara Gut, vincitrice sabato, che è uscita dal tracciato dopo aver colpito violentemente una porta.

 

Luca Codato

Ci potrebbero essere grandi novità sul fronte dei diritti televisivi legati ai prossimi Mondiali. Le trattative ferme da mesi in attesa di conocere il destino degli Azzurri, ora sono riprese. Da quello che riporta “La Repubblica” ci possono essere delle vere e proprie sorprese firmate Mediaset per quanto riguarda i Mondiali di Calcio 2018. La società milanese infatti potrebbe in qualche modo “approfittare” dell’assenza degli azzurri al campionato del mondo, superando la concorrenza di Rai e Sky. Pare infatti che dalle offerte presentate settimana scorsa, quella milanese sia la più alta.

Intanto, fronte Rai, il direttore generlae Mario Orfeo ha dichiarato all’Ansa che alla gara per acquisire i Mondiali di calcio “la Rai parteciperà, ma non certo ad aste folli”,  aggiungendo che la Rai spera di annunciare presto l’acquisizione dei diritti delle Olimpiadi invernali in Corea.

Il ritorno in Rai delle Olimpiadi invernali, dopo l’assenza di quelle di Sochi, “è una bella notizia”, ha sottolineato il dg.

“È un appuntamento importante per lo sport italiano. Sono quegli eventi a cui il servizio pubblico non può rinunciare perché ci sono tanti atleti azzurri. È un evento che il servizio pubblico deve trasmettere”.

“L’eliminazione dell’Italia oltre ad essere un dispiacere per noi tifosi, cambia la scelta sui diritti”, ha specificato poi  Orfeo. “È una scelta commerciale, non di servizio pubblico”.

Per la prima volta la partenza di un grande giro verrà data fuori dall’Europa, da Israele, con tre frazioni, la prima delle quali sarà dedicata a Bartali, nel ricordo del grande ‘Ginettaccio’, Giusto tra le Nazioni.

Ma a meno di 24 ore dalla presentazione del Giro 2018, subito una grana per l’organizzazione.

Il finanziamento israeliano alle tre tappe del Giro d’Italia in Israele rischia di essere annullato. In un comunicato congiunto i ministri Miri Regev (sport e cultura) e Yariv Levin (turismo) avvertono che

“nella misura in cui nel sito del Giro non sarà cambiata la definizione che qualifica come punto di partenza West Jerusalem, il governo israeliano non parteciperà alla iniziativa”. “Gerusalemme – precisano – è la capitale di Israele: non vi sono Est e Ovest”.

Il giornale precisa che quei ministeri sono giunti alla conclusione che “si tratta di pressioni di elementi filo-palestinesi, che vorrebbero sottolineare che Gerusalemme est non fa parte di Israele”. “Il Giro in Israele potrebbe essere annullato” titola il giornale, nel suo sito web.

Dopo la trasferta in Israele ci sarà il rientro in Italia, in Sicilia, dove si disputeranno tre tappe e il primo arrivo in salita sull’Etna con finale inedito all’Osservatorio Astrofisico.

Risalendo lo stivale weekend impegnativo tra Campania e Abruzzo con gli arrivi a Montevergine di Mercogliano e sul Gran Sasso (Montagna Pantani). La tappa da Assisi a Osimo (tappa dei Muri) vedrà il passaggio sul Muro di Filottrano nel ricordo di Michele Scarponi. Per i 100 anni dalla fine della Prima Guerra Mondiale ecco l’arrivo a Nervesa della Battaglia. Ripartenza da San Vito al Tagliamento con traguardo sul temibile Zoncolan. 3.546,2 sono i chilometri totali di questa edizione che prevede 44.000 metri di dislivello. 2 tappe a cronometro, 7 a bassa difficoltà, 6 a media difficoltà, 6 ad alta difficoltà e un totale di 8 arrivi in salita.

 Ultimo giorno di riposo a Trento dove martedì 22 ci sarà la difficile cronometro (34,5 km) con finale a Rovereto. La zona della Franciacorta, il giorno seguente, sarà sede della Wine Stage. Trittico alpino finale con arrivi in salita a Prato Nevoso, Bardonecchia e Cervinia con in mezzo tante montagne compresa la Cima Coppi 2018, il Colle delle Finestre con i suoi 2178 metri. Spettacolare finale in circuito, a Roma, con arrivo in Via dei Fori Imperiali sotto il Colosseo.

Intanto, come anticipato da Mondiali nei giorni scorsi Chris Froome ha ufficializzato la sua partecipazione:

“È una situazione unica: dopo avere vinto il Tour e la Vuelta, adesso ho l’opportunità di andare al Giro d’Italia, per tentare di vincere il terzo grande giro consecutivamente. È emozionante affrontare una nuova sfida – aggiunge l’inglese del Team Sky -. Ho un legame con l’Italia: è come se la mia carriera di corridore fosse cominciata proprio qui. Ho vissuto in questo Paese per tre anni e avere l’opportunità di rifare al Giro nella posizione in cui mi trovo adesso mi sembra in qualche modo come completare un cerchio”.

Nessun corridore è riuscito da 20 anni a questa parte a vincere Giro e Tour nello stesso anno, l’ultimo fu Marco pantani nel 1998.

“È qualcosa che il Team Sky ha considerato e di cui abbiamo parlato molto – le parole dell’inglese -. Sappiamo che sarebbe stata un’impresa significativa nell’era moderna vincere il Giro e il Tour nella stessa stagione”.

È arrivato in Inghilterra in punta di piedi, ma da subito ha voluto farsi notare, dimostrando che la Premier League è alla sua portata.

Si tratta di Manolo Gabbiadini, l’attaccante ex Napoli che, dallo scorso gennaio veste la maglia del Southampton. I tifosi Saints lo hanno subito apprezzato merito anche della sua prima rete all’esordio contro il West Ham. Una settimana dopo arriva addirittura la prima doppietta nella vittoria schiacciante contro il Sunderland. Mica male per un attaccante che a Napoli era quasi sempre in panchina per dare spazio a Higuain prima e Mertens poi.

La redazione di Hello Sport è volata proprio in Inghilterra a Southampton per incontrare l’attaccante azzurro. Un’intervista divertente in cui Gabbiadini racconta i suoi primi 10 mesi oltremanica

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A caccia del poker, l’ Italia femminile lo trova a Estoril, in casa del Portogallo, grazie al gol realizzato dall’attaccante del Brescia Daniela Sabatino, ma grazie soprattutto ad una prestazione maiuscola e generosa da parte di tutto il gruppo. Le Azzurre conquistano una vittoria importantissima (0-1) su un campo difficile: ora a quota 12, guidano da sole il comando della classifica, staccando il Belgio secondo con 9 punti.

Reduce dal successo per 8-0 sulla Moldavia (battuta oggi dalla Romania 3-1), il Portogallo incassa oggi l’ottava sconfitta nel dieci incontri disputati con l’Italia (due sole le vittorie), al termine di una gara bella e combattuta fino all’ultimo.

In campo con il 4-4-2, l’Italia schiera Giuliani in porta, Gama, Linari, Guagni e Bergamaschi in difesa, Sabatino, Girelli, Rosucci e Galli a centrocampo, in attacco il tandem Bonansea-Mauro. Le padrone di casa bussano alla porta azzurra dopo appena due minuti con Carolina Mendes che sbaglia la mira. Ma le occasioni più limpide le crea la squadra di Milena Bertolini, che va vicina al vantaggio al 27’ con un gran tiro di Bonansea deviato in angolo, un campanello d’allarme che anticipa di dieci minuti il gol dell’1-0. Al 37’, infatti, grande giocata della solita, instancabile Bonansea che mette in condizione l’attaccante del Brescia Daniela Sabatino di girare a rete di sinistro beffando Patricia Morais. Il finale di primo tempo è di marca portoghese con Vanessa Marques che al 44’ sfiora di testa l’1-1.

Nella ripresa parte all’attacco il Portogallo, che all’11’ manca il bersaglio con Diana Silva. Tre minuti dopo una bella conclusione di Sabatino viene bloccata dall’estremo difensore portoghese. Molto vivace il secondo tempo, con diverse occasioni: due sono per l’Italia, una al 25’ con Sabatino in contropiede, ma provvidenziale è il salvataggio di Patricia Morais e l’altra al 27’ con un gran tiro di Rosucci dalla distanza parato in due tempi. Pericolose subito dopo le padrone di casa con la solita Diana Silva che da ottima posizione non trova la porta.

Finale molto tirato, con il Portogallo che tenta il tutto per tutto e con l’Italia decisa a difendere con le unghie e con i denti una meritata vittoria.

Risultati, classifica e calendario del Gruppo 6

15 settembre 2017ITALIA-Moldavia 5-0
19 settembre 2017: Romania-ITALIA 0-1
24 ottobre 2017: ITALIA-Romania 3-0
28 novembre 2017: Portogallo-ITALIA 0-1
Classifica: ITALIA 12 punti, Belgio 9, Portogallo e Romania 3, Moldavia 0.

I prossimi impegni delle Azzurre

6 aprile 2018: Moldavia-ITALIA
10 aprile 2018ITALIA-Belgio
8 giugno 2018ITALIA-Portogallo
4 settembre 2018: Belgio-ITALIA

N.b. Si qualificano al Mondiale le prime classificate dei sette gironi eliminatori, mentre le quattro migliori seconde si contenderanno ai play off l’ultimo pass per la Francia

Alfa Romeo torna in Formula 1 dopo oltre 30 anni. A dare l’annuncio del prestigioso ritorno in pista del marchio italiano, la Sauber, scuderia svizzera che ha siglato un accordo pluriennale, tecnico e commerciale, con la casa automobilistica che fa parte di FCA.

Nel prossimo Mondiale di F.1, la scuderia appena nata si chiamerà Alfa Romeo Sauber F1 Team, le vetture avranno il logo Alfa Romeo e saranno equipaggiati con i motori Ferrari 2018.

alfa romeo

“Questa nuova partnership è un passo significativo nella trasformazione del marchio Alfa Romeo, che tornerà in Formula 1 dopo un’assenza di oltre 30 anni – il commento del Ceo di Fiat Chrysler Automobilese e presidente Ferrari, Sergio Marchionne -. Un marchio storico, che ha contribuito a scrivere la storia di questo sport e che beneficerà della condivisione della tecnologia e del know-how strategico con un partner di indiscutibile esperienza in F.1 come il Team Sauber. Gli ingegneri e i tecnici Alfa Romeo, che hanno dimostrato le loro capacità con gli ultimi modelli lanciati (Giulia e Stelvio), avranno l’opportunità di mettere al servizio della Sauber la loro esperienza e i fan del nostro marchio avranno di nuovo la possibilità di sostenere una casa automobilistica che è determinata a entrare in una storia sportiva unica e leggendaria”.

Il presidente della Sauber Holding Ag, Pascal Picci, si dice molto lieto “di dare il benvenuto all’Alfa Romeo, che ha una lunga storia di successi nelle corse. Siamo molto orgogliosi che questa compagnia abbia scelto di lavorare con noi per tornare al vertice del motorsport. Per noi è una grande opportunità collaborare con loro e siamo fiduciosi sui successi dell’Alfa Rome Sauber F1 Team, non vediamo l’ora di iniziare questa lunga e proficua collaborazione”.

L’Alfa Romeo ha partecipato ai Mondiali di Formula 1 dal 1950 al 1985 iniziando subito a vincere con piloti del calibro di Nino Farina e Juan Manuel Fangio.

Gigi Buffon, il più votato ieri sera al Gran gala del calcio Aic, celebra sui social l’ennesimo riconoscimento, con un bilancio del 2017 che sta per finire.
“Ogni anno – è la riflessione del portiere – è unico e irripetibile. Lo è stato anche questo 2017 con le sue vittorie e le sue sconfitte”. “Nella vita – prosegue Buffon – non si smette mai di imparare. Io mi auguro di continuare a imparare”.

Incalzato riguardo la Nazionale il numero uno azzurro così commenta:

“Mi sono preso un periodo di pausa – dice il portiere della Juve che aveva detto di lasciare al termine del match con gli scandinavi –. Ho una certa età. Sono sempre stato un soldato arruolato per Nazionale e Juve, quindi non posso disertare. Anche a 60 anni, se ci fosse una morìa di portieri, risponderò presente perché concepisco così l’idea di nazione”.

Buffon parla anche di Ventura, ex c.t. dell’Italia. ” Il mister ha fatto il suo lavoro, ha fatto al meglio le sue mansioni, purtroppo noi non siamo riusciti a fare quel gol che ci avrebbe permesso di sognare e sperare. Italia-Svezia è stata la più grande delusione della mia vita”.