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Redazione mondiali.it

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Sono stati da poco stilati i gironi di qualificazione ai Mondiali 2022 che andranno in scena in Qatar e l’urna ha sorriso alla Nazionale azzurra. La selezione di Roberto Mancini dovrà infatti vedersela con Svizzera, Bulgaria, Irlanda del Nord e Lituania, in un girone che, almeno sulla carta, dovrebbe essere alla portata degli azzurri.

Nel girone il duello sarà tra Italia e Svizzera

La vera avversaria dell’Italia per la vittoria del Girone, come affermato dallo stesso CT azzurro, sarà la Svizzera. La nazionale elvetica negli ultimi anni ha sensibilmente migliorato il proprio rendimento grazie all’ottimo lavoro svolto dall’ex allenatore della Lazio Vladimir Petković, ma ciononostante non sembra rappresentare un ostacolo insormontabile. Le recenti esperienze mondiali ci hanno insegnato che le insidie e le sorprese sono dietro l’angolo, ma è bene ricordare che la Nazionale di Gian Piero Ventura che fallì la qualificazione ai Mondiali di Russia 2018 arrivò seconda nel girone dietro la Spagna, di certo non l’ultima arrivata. In questi tre anni, tuttavia, l’Italia ha fatto passi da gigante e quella squadra abulica, spaesata e impaurita ha ceduto il passo a una squadra capace di vincere a mani basse il girone di qualificazione agli Europei del 2021 e il Girone di Nations League, guadagnandosi il pass per le Final Eight che si giocheranno il prossimo ottobre. Secondo le scommesse calcio la Francia, campione del Mondo in carica, è la favorita indiscussa per la vittoria della Nations League, ma la sensazione è che la sfida tra Italia, Spagna e Belgio sia aperta davvero a ogni possibile esito.

Le ambizioni della Nazionale di Roberto Mancini

Come detto, Roberto Mancini è riuscito a rigenerare un gruppo che sembrava essersi smarrito. Il tecnico di Jesi ha rimesso le cose al loro posto con una velocità impressionante e l’ha fatto dando sempre più spazio ai giovani che, dal canto loro, hanno ricambiato immediatamente la fiducia loro accordata. E così l’Italia è tornata tra le prime 10 squadre del Ranking FIFA e, soprattutto, è tornata a essere una delle rappresentative più temute a livello mondiale. Gli azzurri giocano un calcio corale e propositivo anche contro avversari di livello e, soprattutto, sono tornati a credere nelle loro qualità. I tanti giovani che stanno trovando via via sempre più spazio lasciano intendere che questa squadra potrà esprimersi ad alti livelli almeno per i prossimi 10 anni, nella speranza di tornare a vincere qualche competizione il più presto possibile. Certo, campioni del calibro di Totti, Baggio e Del Piero continuano a latitare, ma la verità è che il calcio è cambiato e che difficilmente torneremo ad ammirare giocatori dalla qualità equiparabile a quella dei grandi numeri 10 del passato.

Mancini si gode una Nazionale che sta tornando a essere protagonista ed è già al lavoro per dominare anche il Girone di qualificazione ai prossimi Mondiali 2022. La strada che porta all’Olimpo del calcio mondiale è ancora lunga e tortuosa ma la sensazione è che, dopo anni di buio, il nostro calcio stia iniziando finalmente a vedere la luce.

La presentazione del pallone da calcio che accompagnerà una competizione fra nazionali è sempre molto attesa. Curiosi di far la conoscenza di “Uniforia”, il pallone di Euro 2020 che riporta in dettaglio incisi i nomi delle dodici città che ospiteranno il torneo, fra cui Roma, passiamo in rassegna i palloni che insieme a calciatori e allenatori hanno fatto la storia dei mondiali di calcio.

Calcio: dall’evoluzione al primo mondiale del 1930

Il calcio ha avuto diverse evoluzioni da quando è stato ufficialmente istituito come gioco nel 1863 e con precisione il 26 ottobre a Londra presso la taverna dei Framassoni (Free Mason’s Tavern) in Great Queen Street. Si è passati dalle maglie in lana alle divise elasticizzate per mettere in evidenza le trattenute con il famoso sistema “stop stopping” introdotto dalla Kappa. Sono cambiate le modalità di seguire le partite: dalla radiolina passando per “diretta goal” Serie A di Sky ora e TELE+ prima, arrivando alle applicazioni per smartphone. Il tutto è accaduto in meno di 20 anni. Sono altresì cambiate le modalità di divertirsi con bookmaker e scommesse sportive di qualsiasi genere: si è passati dal famoso 1-X-2 della schedina a svariate combinazioni di giocate, fra cui anche la possibilità di puntare su quale sarà la squadra “che batterà il calcio d’inizio”. Anche il fulcro del gioco, la cosa più contesa per 90 minuti da 22 persone su un rettangolo verde è cambiata. Non nella forma, ovviamente il pallone nascerà e continua ad essere sferico da quell’ottobre di Londra, ma nei materiali, nelle camere d’aria e nella tecnologia sì. Ciò è dovuto anche ai grandi investimenti di sponsor tecnici da milioni di euro, che applicano al calcio le proprie migliori tecnologie. Quali sono i palloni che hanno accompagnato e vissuto da giudice super partes vittorie, sconfitte e grandi gesti tecnici durante i Mondiali? C’era una volta una finale dei Mondiali giocata con due palloni diversi. Proprio così: la finale tutta sudamericana vinta dall’Uruguay sull’Argentina valevole per il primo campionato del mondo tenutosi nel 1930 fu giocato con due palloni differenti. Difatti nella prima parte di gara fu utilizzata la Pelota Argentina, mentre per il secondo tempo il Modelo T, entrambi di fabbricazione sudamericana: contenenti una camera d’aria, i palloni erano formati da 12 strisce di cuoio duro cucite assieme che conferivano un certo peso specifico in particolar modo quando i palloni si impregnavano d’acqua.

I due successi dell’Italia e le prime evoluzioni stilistiche

Sempre un pallone a dodici strisce in cuoio fu quello con cui l’Italia trionfò nel primo dei due successi consecutivi. Parliamo del Mondiale del 1934, tenutosi in Italia e il pallone protagonista fu il “Federale 102” il cui nome testimonia da sè il periodo storico. Nel 1938 fu la volta del pallone Allen: Mondiali in Francia vinti ancora dalla nazionale italiana, il pallone aveva il nome del produttore e non differiva dal predecessore. I Mondiali del 1950 hanno un fascino tutto particolare: la vita riprendeva dopo il periodo bellico e così anche la prestigiosa competizione per nazionali. Sarà ricordato come il mondiale del famoso “maracanazo”: il dramma sportivo che colpiva il Brasile dopo che la nazionale verdeoro aveva perso in casa al Maracanà di Rio de Janeiro la finale contro l’Uruguay. Il pallone che consegnava il secondo trofeo all’Uruguay era l’Allen Super Duplo T, il quale voleva essere un omaggio al Modelo T, utilizzato nel 1930. Non abbandonava le 12 strisce in cuoio nè la camera d’aria l’Allen Super, ma il colore diventava più chiaro. Definitivamente di un colore originale il pallone giallo Swiss World Champion, creato dalla Kost Sport per i Mondiali in Svizzera vinti dalla Germania dell’Est, anche se la struttura restava la stessa dei precedenti, così come a 12 fasce era il pallone Top Star ideato dalla Sydsvenska Läder och Remfabriken per il mondiale svedese del ‘58. Questo è l’ anno in cui il mondo intero conosceva definitivamente Pelè che trascinava alla vittoria il Brasile contro i padroni di casa della Svezia. Nel 1962 il Brasile offriva il suo bis, imponendosi contro la Cecoslovacchia in finale nel mondiale cileno Il pallone dell’edizione ospitata in Cile era il Crack, ideato in comproprietà fra Salvador Caussade e Custodio Zamora, lo stile del pallone cileno rompeva un po’ gli schemi, quanto meno nella geometria dei pannelli di cuoio. Il 1966 è la prima volta sul tetto del mondo per l’Inghilterra che vince nel mondiale ospitato in casa. Nella finale di Wembley davanti a oltre 90 mila spettatori la squadra della regina metteva per ben quattro volte il pallone Salzenger Challenge nella porta dei tedeschi per il risultato finale di 4-2. Il Salzenger ritornava allo stile degli anni ‘30, riproponendo un pallone in cuoio marrone con 12 fasce cucite, ma l’anno del mondiale del 1966 vedeva la presenza della prima mascotte in assoluto delle competizioni per nazionali di calcio: il leone Willie.

Anni ‘70 e ‘80: arriva Adidas, arriva Tango

Arrivano gli anni ‘70 e con questi l’Adidas diventava produttore ufficiale per il pallone dei Mondiali di Messico ‘70. Per la prima volta il pallone cambiava completamente design e appariva come lo ricordiamo almeno fino agli anni ‘90: 32 pannelli di cuoio, 12 pentagoni neri e 20 esagoni bianchi, cuciti fra loro. Il pallone veniva reso estremamente più sferico e i brasiliani portavano a casa il mondiale battendo l’Italia di Rivera e Riva reduce dalla storica vittoria per 4-3 con la Germania. Inoltre i brasiliani chiudevano l’epoca della Coppa Jules Rimet, come si era chiamato il campionato del mondo fino a quel momento, aggiudicandosi la competizione per la terza volta. Il mondiale organizzato in Germania nel 1974 vedeva come protagonista il pallone Telstar Durlast, pressoché identico a quello del ‘70: Adidas aveva difatti solo modificato la scritta sulla sfera che da oro passava a nero. Nel 1978 compariva il Tango per la prima volta, nome dato in onore dell’Argentina che ospitava la competizione: e qui la svolta è epocale. Restavano i 32 pannelli, ma la differenza era che fossero tutti bianchi, sopra le fasce di cuoio veniva stampato un motivo in nero che dava un effetto particolare al pallone che ha accresciuto il mito del Tango. Il Tango sarà protagonista di due Mondiali: 1978 vinti dall’Argentina di Kempes in casa e 1982, vinti dall’Italia. Il pallone del Mondiale 1982 era identico al precedente, cambiava il nome per motivi di brand diventanto Tango España. L’edizione successiva in Messico, il mondo intero si inchinava dinanzi alla classe del giocatore riconosciuto come il più forte di tutti i tempi: Diego Armando Maradona. A fare da comparsa necessaria alle gesta di Maradona c’era il pallone Adidas Azteca Mexico che aveva dei richiami aztechi sulla grafica della sfera e veniva reso molto più impermeabile.

Italia ‘90, la quarta vittoria azzurra e le versioni per la finale

Etrusco Unico era il pallone protagonista delle “notti magiche” di Italia ‘90, competizione organizzata in Italia e vinta dalla Germania. Pallone che rendeva omaggio all’arte etrusca riportando tre teste di leone nel mosaico sulla grafica, era caratterizzato dall’inserimento di una particolare schiuma che lo rendeva maggiormente impermeabile. Il pallone utilizzato nei Mondiali USA ‘94, persi ai rigori dall’Italia di Baggio contro il Brasile di Romario e Dunga, era il Questra, prodotto ancora dalla tedesca Adidas. Il pallone americano rappresentava un’evoluzione del Tango, così come un’ultima e romantica versione del Tango era quella del pallone del mondiale del 1998 in Francia. In quell’occasione fu chiamato Tricolore e diventerà il primo pallone colorato di un mondiale e la Francia vinceva un mondiale per la prima volta nella sua storia. Il 2002 era l’anno dei Mondiali di Giappone e Corea e il pallone diventava una sfera completamente bianca color perla, con al centro un unico disegno rappresentante un triangolo con bordi dorati, che richiamava uno shuriken, un’arma da lancio asiatica. Nel 2002 trionfava il Brasile di Ronaldo contro la Germania di Kahn, mentre nel 2006, il pallone dell’ultimo rigore di Grosso che regalava la vittoria all’Italia era un +Teamgeist Berlin, primo prototipo a 14 pannelli ricurvi termosaldati, non più cuciti, che differiva dal pallone utilizzato nel resto del mondiale per la presenza di inserti dorati nella grafica per onorare la finale. In Africa fu la volta dello Jabulani e anche in quest’occasione per la finale fra Spagna e Olanda fu ideata una versione ad hoc: Jo’bulani. Questo pallone riduceva ancor di più i pannelli termosaldati a otto unità e al di là della grafica che richiamava le 11 comunità africane, l’innovazione stava nella tecnologia. Si introduceva il sistema “grip ‘n’ groove”, che si proponeva di migliorare precisione dei tiri e controllo di palla. I pannelli diminuiscono ancora nel 2014 con il Bazuca per il mondiale in Brasile vinto dalla Germania. Questo pallone migliorava il grip, evitava qualsiasi variazione in caso di pioggia e rendeva un rimbalzo più fedele. Il pallone del Mondiale di Russia del 2018 è stato il Telstar 18, chiaro omaggio a quello utilizzato nel 1970. Nulla a che vedere con il prototipo di 48 anni prima ovviamente: all’interno del pallone è presente un chip controllabile con lo smartphone tramite un’app, che poi permette di elaborare dati e prestazioni.

Il calcio continuerà la propria evoluzione con l’inarrestabile ingresso della tecnologia in tutti gli aspetti. Lo abbiamo già visto con il VAR e la goal-line technology: l’assistenza tecnologica sul rettangolo verde permette una fluidità di gioco maggiore e rende più spettacolare e divertente la partita. Lo stesso pallone, strumento indispensabile per questo sport, è una conferma di questa tendenza: da mero attrezzo a prodotto commerciale da milioni di euro di investimenti tecnologici.

 

Alzi la mano chi tra i milioni di appassionati di pallacanestro di tutto il mondo non ha mai sognato di vedere sul campo, nella stessa squadra, campioni di epoche diverse giocare insieme. Gli interrogativi quando si fa questa specie di gioco, tuttavia, restano sempre gli stessi: chi è stato il centro più dominante della storia del basket? Chi il playmaker più veloce? Quale è stata la guardia tiratrice che ha segnato di più? Come avrebbero giocato insieme Michael Jordan e Kobe Bryant? Quale sarebbe stato il miglior quintetto iniziale della storia della pallacanestro?

Ebbene, noi ci limiteremo a dare risposta a quest’ultimo quesito. Ma scegliere i nomi di un ipotetico quintetto iniziale che rappresenti (o abbia rappresentato) la perfezione nel gioco del basket, non è impresa facile. Certamente, non ci limiteremo a selezionare i giocatori da inserire nella nostra squadra dei sogni, valutandoli esclusivamente dal punto di vista dei premi e dei campionati vinti.

E allora partiamo dallo spot di playmaker (o point guard). Qui la scelta è d’obbligo e cade sul Magic Johnson dei Lakers dello Showtime degli anni ottanta. Magic viaggiava all’epoca ad una media di 20 punti, 12 assist e 8 rimbalzi a partita, cifre mai raggiunte da nessun altro play. Johnson era uno spavaldo, dentro e fuori dal campo. La sua carriera è diventata lo spartiacque tra un certo tipo di basket e uno più moderno. Magic ha fatto innamorare milioni e milioni di sportivi con i suoi no-look pass, pur non essendo il prototipo del classico playmaker. Il suo, infatti, era più un fisico da ala; tuttavia Magic aveva un quoziente intellettivo pari a nessun altro giocatore dell’epoca ed uno dei suoi attributi principali era la visione del gioco. Oggi, con le dovute eccezioni, si potrebbe accostare a Magic lo sloveno Luka Dončić, stella assoluta (a 21 anni) della NBA e già nominato miglior giocatore europeo nel 2019 dalla Gazzetta dello Sport.

Passiamo alla posizione di guardia (o guardia tiratrice) dove, a ragion veduta, si potrebbe aprire una intera enciclopedia visti i nomi che nelle diverse epoche hanno reso indimenticabile uno dei ruoli più ambiti in ogni singola squadra. Sono tanti i giocatori che meriterebbero di essere menzionati in questo ruolo, da George Gervin a Ray Allen, da Reggie Miller fino all’indimenticato Kobe Bryant, il campione dei Los Angeles Lakers, tragicamente deceduto nel gennaio 2020 per un incidente in elicottero sulle colline della metropoli californiana.

Nonostante questa agguerrita concorrenza, 10 esperti su 10 concorderebbero sul fatto di assegnare a Michael Jordan la palma di guardia più forte di ogni tempo. Jordan è stato (e probabilmente sarà) il più grande della storia di questo sport. Il numero 23 e 45 dei Chicago Bulls ha rivoluzionato il basket non solo a livello tecnico, portando questa disciplina sportiva nelle case di tutto il mondo. In campo, Air era un semi-dio capace di restare in sospensione per un tempo maggiore rispetto agli avversari. Lontano dal parquet, ha preso in mano un modesto marchio di scarpe da ginnastica, la Nike, trasformandolo in una icona dell’abbigliamento sportivo.

Jordan ha concluso la sua carriera con una media di 30,1 punti, 2,3 palle recuperate, 5,3 assist e 6,2 rimbalzi. Nota a parte: ha vinto 6 volte il titolo NBA, 5 volte è stato premiato con la palma di MVP e 6 volte è stato nominato MVP delle Finals.

Nello spot di ala piccola troviamo l’unico giocatore del nostro quintetto dei sogni ancora in attività. Stiamo parlando di LeBron James, quattro volte campione NBA, fresco vincitore dell’ultimo campionato con la casacca dei Los Angeles Lakers, tra i migliori marcatori del campionato nordamericano. Il Re (questo uno dei suoi nickname) è sbarcato nel 2018 nella città degli angeli, con l’obiettivo di riportare la gloriosa franchigia gialloviola di nuovo al vertice della lega. Obiettivo centrato in due sole stagioni; tuttavia, i Lakers, con James in squadra, restano anche per la prossima stagione la squadra da battere, così come riferiscono le quote dei maggiori operatori sportivi come Betway.

Non resta che scegliere le due torri del nostro quintetto dei sogni. Nello spot di ala forte non possiamo non selezionare Tim Duncan, quasi 1400 partite giocate in NBA esclusivamente con la maglia dei San Antonio Spurs (che hanno ritirato la sua maglia numero 21), franchigia con cui ha vinto 5 titoli NBA. Nel corso della sua carriera ha segnato quasi 21 punti di media e preso 10 rimbalzi a partita. Ma nei playoff queste cifre arrivavano a quasi 38 punti e 12 rimbalzi per allacciata di scarpe. Un mostro del pitturato, nominato miglior giocatore del decennio 2000-2010, Duncan è stato uno dei migliori nel suo ruolo.

Chiudiamo parlando del ruolo di centro. Anche qui, potremmo nominare i vari Bill Russell, Dwight Howard e Patrick Ewing, ma quando si parla di pivot il pensiero non può non andare a Shaquille O’Neal, il giocatore più dominante che abbia mai calcato i parquet della NBA. Agile e scattante come il più smilzo dei play, nonostante una stazza fisica da 150 chilogrammi di peso per 216 centimetri di altezza. Ogni schiacciata di Shaq è stata uno spettacolo per tutti. Ha vinto 4 campionati, 3 con i Los Angeles Lakers ed uno con i Miami Heat.

Con un po’ di ritardo rispetto a quanto siamo abituati, la Champions League 2020/2021 è pronta a partire. Dopo il successo del Bayern Monaco, chi scriverà il proprio nome nell’albo d’oro della competizione?

Naturalmente, come spesso ci ha insegnato la “coppa dalle grandi orecchie”, tra passare il girone e raggiungere la finale di Champions League ce ne passa – figurarsi vincerla!

Champions League, i gironi delle italiane

Senza una guida alle scommesse sportive, e senza conoscere la composizione dei gironi, tra teste di serie e possibili sorprese, è molto difficile stabilire quali squadre siano favorite per la vittoria in Champions League.

Ma dopo i sorteggi che hanno composto gli otto gironi da quattro squadre, possiamo abbozzare un primo pronostico su quali team abbiano le maggiori probabilità di arrivare fino in fondo alla competizione europea per club più importante che ci sia.

Come campanile ci impone, partiamo dalle italiane. L’Inter è stata inserita nel gruppo B, insieme a Real Madrid, Shakhtar Donetsk e Borussia Monchengladbach. Un girone non dei più facili, soprattutto per la presenza delle merengues di Zinedine Zidane, ma ucraini (distrutti dai nerazzurri nella semifinale di Europa League 2019/2020) e tedeschi sono più che abbordabili.

Nel gruppo D, l’Atalanta ha pescato Liverpool, Ajax e Midtjylland. Fresca di quarti di finale, la Dea deve fare molta attenzione ai campioni d’Inghilterra in carica, ma è sicuramente superiore sia ai modesti danesi, sia ad un Ajax lontano parente da quello capace di arrivare in semifinale un anno e mezzo fa.

La Juventus dovrà vedersela con Barcellona, Dynamo Kiev e Ferencvaros. A parte la super sfida tra Messi e Cristiano Ronaldo, i bianconeri dovrebbero passare il turno in carrozza: da stabilire se come vincitori del girone o al secondo posto.

Infine la Lazio, di scena in Russia contro lo Zenit, in Germania contro il Borussia Dortmund e in Belgio contro il Bruges. I ragazzi di Simone Inzaghi sono quelli che rischiano di più: sarà fondamentale rendere l’Olimpico un fortino, cercando poi di strappare almeno un paio di successi anche in trasferta.

Gli altri gironi

Il Bayern Monaco, capace di completare un altro triplete, dopo quello centrato nel 2013 con Heynkes in panchina, comincerà la difesa del titolo contro Atletico Madrid, Salisburgo e Lokomotiv Mosca. Tedeschi e spagnoli si giocheranno il primo posto del gruppo A, garantito.

Nel gruppo C, la testa di serie Porto ha trovato il Manchester City, l’Olympiacos e il Marsiglia. Inglesi favoriti, seguiti dai portoghesi, ma occhio perché il Marsiglia è avversario tosto che darà del filo da torcere a tutti.

Il Siviglia, vincitore della scorsa Europa League, è stato inserito nel gruppo E insieme a Chelsea, Krasnodar e Rennes: anche qui, spagnoli e inglesi dovrebbero tranquillamente accedere a braccetto agli ottavi di finale.

Infine il gruppo H, candidato all’etichetta di “girone della morte”: Paris Saint-Germain, Manchester United, Lipsia e Basaksehir. Tolti i turchi (ma la trasferta a Istanbul non è mai facile per nessuno), il PSG, finalista l’anno scorso, è favorito, ma i Red Devils e soprattutto la squadra del gruppo Red Bull sono pronti a fare qualche scherzetto.

Chi passa agli ottavi di finale?

Riassumendo, ecco le squadre favorite ad avanzare alla fase a eliminazione diretta della Champions League 2020/2021:

Gruppo A: Bayern Monaco e Atletico Madrid

Gruppo B: Real Madrid e Inter

Gruppo C: Manchester City e Porto

Gruppo D: Liverpool e Atalanta

Gruppo E: Siviglia e Chelsea

Gruppo F: Borussia Dortmund e Zenit

Gruppo G: Barcellona e Juventus

Gruppo H: PSG e Lipsia

Negli ultimi anni, i campionati italiani di calcio, dalla A alle serie minori, ci hanno abituati a risultati quasi sempre scontati e all’assenza di grandi sorprese. I 9 scudetti di fila della Juventus non rappresentano che la punta dell’iceberg di un mondo che, rispetto a qualche anno fa, ha visto un appiattimento generale del livello qualitativo, ben lontano dai fasti degli anni ’90 e dei primi 2000, quando il nostro Paese rappresentava il sogno di tutti i grandi campioni. Qualcosa, tuttavia, sembra muoversi e anche alcune delle cosiddette provinciali paiono oggi proiettate per lavorare su progetti di lungo periodo, con investimenti importanti e qualche sogno nel cassetto: ecco alcune delle esperienze più interessanti.

Benevento, di nuovo in A con l’obiettivo di non sbagliare più

Sono passati soltanto 3 anni dalla prima storica promozione del Benevento in A, seguita da una purtroppo rapida discesa in cadetteria dopo una sola stagione: un’esperienza che la dirigenza dei giallorossi campani ha incamerato e posto come base per riprendere quel sogno interrotto troppo rapidamente. Ecco così che dopo due sole stagioni di B e un campionato, quello 2019/2020, praticamente dominato, gli stregoni si riaffacciano alla massima serie con l’obiettivo di rimanerci più a lungo possibile.

Il Benevento del presidente Oreste Vigorito è una delle squadre con la storia più interessante se guardiamo a questi ultimi anni e un progetto molto ambizioso, che mira a regalare alla cittadina campana quelle soddisfazioni calcistiche che finora sono state rare. Rifondata più volte nel corso della sua storia – l’ultima nel 2005 – la società sta cercando di farsi largo nel calcio che conta, con investimenti mirati e un progetto a lungo termine, basato più sulla concretezza che sugli slogan. Proprio questo atteggiamento molto attento e lungimirante ha attirato le simpatie e la curiosità non solo dei tifosi, ma anche di tanti addetti ai lavori, che oggi considerano proprio il Benevento come una delle squadre su cui puntare come possibile sorpresa dei prossimi anni.

La stagione 2020/21 è iniziata già in maniera positiva per l’undici di Inzaghi, chiamato a riscattare il pessimo storico esordio in A – primo punto solo alla 15a giornata con una rete del portiere Brignoli contro il Milan – ma al di là dei primi risultati che, come ben sappiamo, nelle prime giornate possono talvolta non essere veritieri, a far parlare è soprattutto l’interessante mercato estivo posto in essere dal DS Pasquale Foggia: nomi di tutto rispetto per la categoria come quelli di Glik, l’ex Torino e Genoa Iago Falque e Lapadula, sommati al gruppo valido e coeso che ha dominato in B, lasciano presagire infatti la possibilità di non vivere un campionato anonimo ma di poter, anzi, togliersi qualche soddisfazione, col sogno di guardare oltre l’obiettivo minimo della salvezza.

Monza, la neopromossa in B che guarda già alto

In serie B, la squadra che sta facendo parlare più spesso di sé è certamente il Monza, in primis per la presenza del binomio Berlusconi-Galliani al comando che, in linea con il carattere ambizioso dei due, lascia intravedere obiettivi ben più ampi della semplice permanenza in cadetteria.

Rifondata solo 5 anni fa e rilevata nel 2018 proprio da Silvio Berlusconi, desideroso di rientrare nel mondo del calcio dopo l’addio al suo amato Milan, la società brianzola è riuscita a ritornare rapidamente nel calcio professionistico, dapprima vincendo il campionato di serie D nel 2017 e poi, sotto la nuova guida societaria, trionfando nel girone A di Lega Pro nella scorsa stagione, un risultato che le è valso dopo quasi 20 anni l’agognato ritorno in serie B.

A obiettivo raggiunto, la società neopromossa, potendo vantare sulla solidità finanziaria dell’ex presidente del Milan, ha lavorato sul mercato con una certa sfrontatezza, portando in Lombardia diversi nomi di spicco, primo fra tutti quello di Boateng, e parlando apertamente di obiettivo serie A sin da subito. Sebbene l’opinione pubblica sia già divisa sulle reali possibilità di promozione dei brianzoli tra coloro che esaltano la rosa e quelli che la considerano solo uno specchietto per le allodole, in realtà i principali siti di scommesse calcio hanno già inserito il Monza tra le favorite: il campionato è appena iniziato e qualcosa in più si potrà dire solo tra qualche settimana, ma l’interesse intorno all’undici allenato da Cristian Brocchi è davvero altissimo!

Reggina, nomi di spicco per continuare a sognare

La Reggina è un’altra delle squadre di cui si parla tanto, sia perché, proprio come il Monza, reduce da un fallimento societario piuttosto recente (2015) dopo diverse intense stagioni anche in serie A, sia per le ambizioni mostrate dal gruppo oggi al comando, guidato dal presidente Luca Gallo. Pur non essendo al top nei pronostici degli esperti, gli amaranto figurano sicuramente tra le squadre che possono puntare a un’immediata promozione in massima serie: grazie alla presenza di alcuni nomi davvero importanti per la categoria, come Germán Denis, Jérémy Menez e Kyle Lafferty, il team calabrese mira quanto meno a togliersi un po’ di soddisfazioni, sperando che con il giusto mix di entusiasmo, coesione e buona sorte possa arrivare sin da subito qualcosa in più.

Come dichiarato anche dal DS Massimo Taibi, ex portiere e icona della Reggina nelle sue più emozionanti stagioni in serie A, la squadra allestita è qualitativamente buona e, senza alcuna presunzione, può tranquillamente puntare alle prime posizioni. In ogni caso, il lavoro svolto in questi mesi rappresenta per la tifoseria e per l’intera città un’ottima base da cui partire per costruire un futuro nel calcio che conta, obiettivo già esplicitato più volte che renderebbe felici tutti gli amanti di questo sport, che ben ricordano le emozioni vissute solo fino a pochi anni fa tra le mura dell’Oreste Granillo.

Dicono che ogni squadra di calcio del pianeta sia disponibile al giusto prezzo. Ma in Italia ci sono diversi club che cercano attivamente acquirenti. Le squadre italiane di alto livello sono sempre richieste, soprattutto da denaro straniero, e gli investitori potrebbero piombare prima della fine dell’anno.

Genoa

Le prestazioni del Genoa in Serie A sono state dolorose negli ultimi tempi, con la retrocessione evitata nell’ultima giornata nelle ultime due stagioni. E i problemi finanziari hanno affondato il club, che ha ottenuto diversi prestiti, che però non aiutano le cose. Si parla di un’acquisizione e si pensa che il proprietario del Leeds United, Andrea Radrizzani, sia interessato. Parlando di un’offerta ricevuta di recente, Enrico Preziosi, il presidente del club, ha detto: “È un’offerta ridicola”.

Hellas Verona

Il presidente dell’Hellas Verona, Maurizio Setti, ha chiarito le sue intenzioni un anno fa quando ha detto: “Se qualcuno vuole il Verona per fare meglio di me, sono pronto”. E questa notizia ha immediatamente suscitato le voci di un’acquisizione da parte del supremo del West Ham David Sullivan, che sono state immediatamente respinte dal capo degli Hammers.

Sampdoria

La Sampdoria è un club in vendita, e c’era un accordo sul tavolo che avrebbe potuto vedere il cambio di proprietà non molto tempo fa. La Sampdoria è un club con una grande tifoseria e una lunga serie di giocatori con pedigree come Lombardo, Mancini e Gullit. Si può solo immaginare la quantità di scommesse sul calcio fatte quando questi grandi nomi erano in azione!

Un altro ex fuoriclasse della Samp, Gianluca Vialli, ha infatti rappresentato una cordata che era in trattativa per l’acquisto con Massimo Ferrero, presidente del club. Il gruppo di Vialli aveva il sostegno di Jamie Dinan, un gestore di hedge fund americano, nonché del fondatore del Pamplona Capital Management, Alex Knaster. La loro offerta era di $ 20 milioni inferiore al prezzo richiesto.

Parma

Parma, un club ricco di storia per quanto riguarda il calcio italiano, quindi non sorprende che ci sia interesse da parte degli investitori all’acquisto. Al momento in cui scrivo, Hisham Al Hamad Al Mana sta facendo un’offerta per una partecipazione di controllo nel club. Partendo da una quota del 51%, mira ad acquisire il 100% entro cinque anni dalla prima acquisizione. Al Mana, originario del Qatar, è coinvolto nel Gruppo Al Mana, che svolge molte attività nella regione dell’Estremo Oriente.

Sassuolo

Il titolare del Sassuolo, Giorgio Squinzi, purtroppo, è mancato l’anno scorso. È il presidente che ha portato il club dal calcio di quarta divisione in Italia alla massima serie. Dopo la sua morte, il club è passato alla sua famiglia, ma non sono sicuri di essere le persone giuste per portare avanti il Sassuolo. Si è scatenata la voce che potrebbe essere sul mercato per vendere il club di Serie A in modo che altri possano continuare il lavoro di Squinzi.

Torino

Non è chiaro se il Torino sia in vendita, come ha detto il loro presidente Urbano Cairo, “non incontrerò nessuno”. Ripeto che il club non è in vendita”. Tuttavia, a luglio, gli investitori locali hanno formato un gruppo chiamato Console and Partners e si sono quotati in borsa con l’intenzione di acquistare la squadra di Serie A italiana. Quindi, resta da vedere se Il Cairo venderà al giusto prezzo.

Articolo tratto da Il Messaggero

Don Tancredi Ricca, cappellano della Basilica di Superga, stava nella sua stanza al primo piano leggendo il suo libro delle preghiere. “Alle cinque in punto della sera”, giacché quella era l’ora. L’ora in cui quindici anni prima il piccolo toro Granadino aveva incornato il grande torero Ignacio Sanchez Meijas a Manzanares, e il poeta Federico Garcia Lorca aveva scritto l’indimenticabile “lamento”.

Forse anche i 31 uomini, passeggeri ed equipaggio, che volavano sul Fiat G-212 della Ali (Avio Linee Italiane), sigla I-ELCE, sballottati dai venti in quota, il resto del cielo e della terra nascosto dalla nebbia e dalla pioggia, tanto che pur essendo il 4 maggio sembrava una notte d’inverno piemontese, recitavano le preghiere che avevano imparato da bambini. E forse anche il pilota che era ai comandi, pur avendone vissute già d’ogni tipo e d’ogni paura, giacché nel corso della Seconda Guerra Mondiale aveva gonfiato il petto a cinque medaglie al valore, pregava.
Che macabro destino per il Toro: «Quota duemila metri, qdm su Pino, poi tagliamo su Superga» furono le ultime parole che Pierluigi Meroni pilota trasmise alla torre di controllo. Erano le 17.02 di mercoledì 4 maggio 1949 e da allora sono trascorsi settant’anni esatti.

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Don Tancredi sentì solo il rombo dell’aereo che s’avvicinava: non ci fece quasi caso, ne passavano tanti su quella rotta. Anche Amilcare Rocco, muratore che abitava a pochi passi dalla Basilica, sentì quel rumore: il solito, pensò. Ma si fece sempre più assordante. E finì con un tonfo e un boato. Amilcare uscì di casa, si mise a correre insieme con qualche contadino che era già per strada, diretto verso il fuoco che veniva da dietro la Basilica. Quando arrivarono al bastione, videro la carlinga di un aereo infilzata nel muro. Don Tancredi era già lì che s’aggirava fra i resti. «Le maglie del Torino, le maglie del Torino» urlò uno, tirando su gli indumenti granata con cucito lo scudetto. Perché su quell’aereo che la mattina era decollato da Lisbona, dopo un’amichevole contro il Benfica per l’addio del capitano Francisco Ferreira, viaggiava il Grande Torino.

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Ce n’erano di quelli della squadra o dintorni che erano divenuti leggenda che per le solite fortuite casualità del Destino erano rimasti a casa: il secondo portiere Gandolfi, che aveva dovuto lasciare il posto al terzo numero uno, Dario Ballarin, probabilmente raccomandato per un viaggio premio dal fratello Aldo; il radiocronista storico Nicolò Carosio, impegnato con la Cresima del figlio; il presidente Ferruccio Novo, a letto con l’influenza; il ragazzo Primavera Luigi Giuliano che non riuscì ad ottenere per tempo il passaporto, come un disguido burocratico tenne a Roma l’invitato Tommaso Maestrelli, l’inventore poi del primo scudetto della Lazio: era in predicato di passare al Torino la stagione successiva ed era stato Valentino Mazzola a volerlo per Lisbona. Ma c’erano tutti quelli che l’Italia amava in blocco, e non perché fossero tutti torinisti i tifosi, ma perché loro erano tutti azzurri (anche 10 su 11 in campo) e perché giocavano un calcio insieme straordinario e vincente. Dal ’43 al ’49 vinsero sempre lo scudetto. Storia di altri tempi, anche loro farebbero fatica a trovare il consenso spontaneo e sincero di allora (un milione di persone al funerale), in un calcio, quello attuale, che si divide per ogni cosa.

Bacigalupo, Ballarin, Maroso, Grezar, Rigamonti, Castigliano, Menti, Loik, Gabetto, Mazzola, Ossola: era la formazione. Settant’anni fa non c’era la “rosa” e gli undici erano undici e s’imparavano a memoria, come le poesie di Carducci, Pascoli o Leopardi. Oggi molti di quei cognomi sono i nomi degli stadi dei loro luoghi natali, che così li onorano e ricordano. Bacigalupo parava anche i rigori, pure se il primo gol che prese in serie A fu su penalty, ma lo tirava Silvio Piola; avevano i loro nomignoli: c’era il “Trio Nizza”, i tre che dividevano l’appartamento in via Nizza; c’era il “cit”, il più piccolo (Maroso), c’era il “Barone” (Gabetto, il più elegante: mai un capello fuori posto). Valentino Mazzola, il più celebre e celebrato (c’è chi pensa che sia stato il miglior calciatore italiano di sempre, certo il più completo: una volta che sostituì in porta nei minuti finali l’espulso Bacigalupo, salvò il 2 a 1 contro il Genoa), è diventato lui stesso un “nomignolo”: José Altafini, in Brasile, lo chiamarono Mazzola per via di Valentino.

 

Lui da ragazzo lo chiamavano “Tulen”, barattolo in dialetto, perché faceva tutta la strada da casa al lavoro e viceversa calciando una lattina vuota: per questo imparò a farlo di destro e di sinistro, tanto che, diceva Boniperti, «non puoi dire se fosse destro o mancino». Arrivarono a Superga, altezza 600 metri, Meroni ci finì dentro giacché la strumentazione di bordo s’era bloccata sulla quota 2000, vigili del fuoco, ambulanze e popolo. Popolo d’ogni maglia. Arrivò anche l’ex commissario tecnico Vittorio Pozzo che dovette riconoscere i poveri corpi: da una cravatta, da un orologio, da un piede. Nel silenzio, la gente guardava la carlinga, l’ultimo pneumatico che bruciava, la chioma bianca di Pozzo. Lui si sentì toccare la spalla da un gigante in impermeabile bianco lungo fino alle caviglie. Il ragazzo aveva gli occhi rossi e disse soltanto «Your boys», «i tuoi ragazzi». Era John Hansen, danese che giocava nella Juve. Non ci fu maglia né tifo che tenesse, alle cinque in punto nella sera o poco dopo. Don Tancredi Ricca ora pregava e benediceva.

Articolo tratto dal Post

Alle 14:17 di domenica 1 maggio 1994 la dottoressa Maria Teresa Fiandri, allora primario del reparto di rianimazione e del 118 dell’Ospedale Maggiore di Bologna, non era in servizio ma era reperibile. Stava guardando in televisione insieme ai suoi figli il Gran Premio di San Marino di Formula 1, terza gara del Mondiale, che si correva sulla pista di Imola, e aveva appena visto un incidente che l’aveva indotta a mettersi in macchina e raggiungere l’ospedale ancor prima che il suo cercapersone cominciasse a suonare. Quattro ore e mezzo circa più tardi, poco prima delle 19, la dottoressa Fiandri – accerchiata da decine di giornalisti, in una sala dell’ospedale – annunciò in diretta televisiva:

Alle 18:40 il cuore di Senna ha smesso di battere, e quindi Senna è morto alle ore 18:40

Nel mondo degli appassionati di motori e di Formula 1 – e non solo tra loro – il weekend del 1° maggio 1994 viene ricordato come il più tragico di sempre. Fu il weekend della morte di Ayrton Senna, che viene da molti definito ancora oggi come il più grande pilota di tutti i tempi, e chi lo sostiene lo fa solitamente con una nettezza e un’espressione raramente rintracciabili sul volto di chi – quando si finisce a parlare dei più grandi di sempre – cita altri campioni leggendari invece che lui (Jim Clark, Juan Manuel Fangio, Michael Schumacher). La tragicità di quel fine settimana fu determinata da una serie di eventi incredibili e sfortunati, e la morte di Senna fu soltanto l’ultima e più clamorosa notizia.

Si dice spesso che in Italia non ci siano altri sport a parte il calcio, ma in quei giorni non si parlò di altro che di Senna, e la notizia della sua morte stravolse completamente la gerarchia delle notizie e le consuetudini. Il 2 maggio, giorno in cui le edicole sarebbero potute teoricamente restare chiuse per via della festa del 1° maggio, diversi giornali andarono comunque in stampa con un’edizione speciale, e molte edicole aprirono fin dal mattino. Dino Zoffportiere della nazionale italiana campione del mondo nel 1982, e appassionato di corse – il 1° maggio del 1994 allenava la Lazio. Nella prefazione a un bel libro recente dedicato a Senna, scritto dal giornalista sportivo Leo Turrini, Zoff racconta:

L’1 maggio 1994, quando la sorte gli tagliò la strada a Imola, io stavo in panchina, come allenatore della Lazio, per una partita del campionato di Serie A. Non ricordo assolutamente il risultato

Per capire perché il weekend del 1° maggio 1994 ebbe un impatto così devastante per il mondo della Formula 1, conviene raccontarlo tutto, dall’inizio.

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Nell’ultimo secolo, moltissime sportive sono riuscite ad avere un impatto molto forte nel mondo dello sport e sono servite come ispirazione a tutte le ragazze che un giorno avrebbero voluto fare lo stesso. Secondo uno studio del 2018, l’84% di fan sportivi generali ora hanno interesse anche per le attività sportive femminili. Da Serena Williams a Simone Biles, dalle wrestler professioniste alle nuotatrici che detengono svariati record mondiali. Entriamo nel vivo delle cose e iniziamo la lista delle sportive più iconiche di sempre che sono riuscite a mettere gli sport femminili sotto i riflettori.

Serena Williams

Serena Williams è considerata una delle giocatrici di tennis più famose di sempre. Tutte le sue vittorie l’hanno fatta diventare la figura d’ispirazione che ora è negli sport, specialmente per i più giovani. Nel 2019 è stata l’unica donna nella lista di Forbes degli atleti più pagati del mondo. Insieme alla sorella Venus, sono considerate le pioniere di una nuova era per le donne nel tennis.

Ronda Rousey

La wrestler professionista donna più famosa del mondo è Ronda Rousey, una delle più grandi atlete della storia dato che è l’unica donna ad aver vinto sia il campionato UFC che il WWE. È anche stata la prima combattente donna ad essere messa nella UFC Hall of Fame nel 2018, lo stesso anno in cui ha firmato un contratto con WWE e ha iniziato ad essere una wrestler professionista. Prima infatti faceva arti marziali e nel 2008 aveva addirittura vinto una medaglia di bronzo alle Olimpiadi in judo.

Vanessa Selbst

Vanessa Selbst è una giocatrice di New York, la 26esima nella All Time Money List, la classifica dei migliori giocatori live, e la prima nella Women’s All Time Money List. La sua carriera inizia nel lontano 2006, dopo anni e anni passati ad allenarsi online ai casinò, è riuscita ad arrivare ai vertici del World Poker Tour e dell’European Poker Tour. Vanessa non è solo brava nel mondo del poker, ma ha anche una laurea in scienze politiche e ha vinto una borsa di studio per andare in Spagna per un anno. Tutti i suoi successi nel mondo del gioco non potranno mai essere superati, perché da qualche anno ha deciso di ritirarsi da questo mondo. Di certo però rimarrà nella storia delle migliori giocatrici di poker di sempre.

Katie Ledecky

Tra le nuotatrici migliori del mondo, Katie Ledecky ha vinto cinque medaglie d’oro alle Olimpiadi e 14 medaglie d’oro ai campionati mondiali. Al momento detiene anche il record nel freestyle di 400, 800 e 1500 metri. Il suo debutto in campo internazionale risale alle Olimpiadi a Londra del 2012, quando la quindicenne Katie sorprese tutti vincendo la medaglia d’oro nel freestyle di 800 metri. Bastò aspettare le Olimpiadi successive per sorprendere ancora di più gli spettatori di tutto il mondo, quando vinse ben quattro medaglie d’oro, una d’argento e due record mondiali.

Simone Biles

Simone Biles è la ginnasta più premiata dell’America, con 25 medaglie delle Olimpiadi e dei campionati mondiali, senza contare che vinse quattro di queste medaglie d’oro alle stesse Olimpiadi, quelle del 2016 a Rio. Tutto questo a soli 22 anni.

Alex Morgan

Alex Morgan è la co-capitana della squadra femminile di calcio e ha vinto il campionato FIFA due volte di fila, una prima volta nel 2015 e poi nel 2019. Nel 2012 Morgan ha fatto 28 goal e 21 assist, entrando nei record per essere la seconda donna nella storia a raggiungere questi numeri, senza contare che diventò anche la sesta e più giovane giocatrice ad aver fatto 20 goal in un anno solo.

Danica Patrick

Nel campo delle corse, nessuno può stare dietro a Danica Patrick. È stata la prima e unica donna ad aver vinto la gara IndyCar Series all’Indy Japan 300 e ha avuto i tempi migliori di sempre nelle gare femminili nella gare Indianapolis 500 e Daytona 500. In un mondo principalmente dominato dagli uomini, anche più di tutti gli altri sport precedentemente nominati, Danica Patrick è riuscita ad ispirare molte donne ad entrare nel mondo delle gare professionistiche.

 

Cos’ha quel giocatore nelle scarpe? Le calamite?

È stata una delle giocate più belle che ho visto su un campo di calcio

La prima, è una domanda retorica di uno stupito Alex Ferguson, la seconda è una frase, da altrettanto stupido,  pronunciata da Pierluigi Collina. Entrambi si riferivano allo stesso calciatore e alla stessa magia: Fernando Redondo e il suo colpo di tacco all’Old Trafford. Era il 19 aprile del 2000, il Real Madrid affrontava in trasferta il Manchester United campione d’Europa in un match che rappresentò un simbolico passaggio di testimone. Ma il passaggio più bello di quella serata fu quello con cui l’argentino smarcò Raul per il gol del 3-0. Un assist apparentemente semplice ma arrivato al termine di un’azione personale che rimase nella storia del calcio. El taconazo del Principe è tutt’oggi ricordato come uno dei dribbling più geniali e allo stesso tempo efficaci mai visti, un’esibizione di tecnica e istinto che il centrocampista di Buenos Aires regalò al pubblico di Manchester e che segnò per sempre la carriera del povero Berg, il terzino norvegese dello United che da quel giorno fu colui il quale subì il tunnel dal campione del Real.

La giocata di un secondo, pensateci bene, di un solo secondo in grado di rimanere cristallizzata per decenni. In quella serata di Manchester, Fernando Redondo era il capitano e il leader del del Real Madrid. Una squadra che nella stagione 1994-95 era stata ricostruita da Jorge Valdano che affidò al connazionale le chiavi del centrocampo blanco dopo averlo acquistato dal Tenerife. L’accoppiamento tra gli spagnoli e i Red Devils ai quarti di finale mise di fronte le ultime due squadre a vincere il trofeo: il Real, campione d’Europa nel 1998 dopo la vittoria sulla Juventus, e lo United detentore del trofeo sollevato a Barcellona dopo l’incredibile rimonta nei minuti di recupero contro il Bayern Monaco.

La portada del diario AS (19/04/2020)

L’andata al Bernabéu era finita 0-0, dunque per gli spagnoli era necessario vincere o pareggiare segnando almeno un gol. Piccolo dettaglio: Beckham e compagni non perdevano in casa da oltre un anno. Un autogol di Roy Keane al 20’ del primo tempo e una rete di Raul al 5’ della ripresa misero subito la qualificazione sulla via di Madrid ma proprio tre minuti dopo il 2-0, si materializzò la giocata che verrà successivamente votata come la migliore nella storia del Real dai lettori di Marca. Minuto 53, il capitano del Real porta palla vicino all’out di sinistra, sembra chiuso da Berg e altri due avversari ma improvvisamente appare il genio: colpo tacco verso l’interno, palla tra le gambe del terzino, testa alta e assist perfetto a Raúl che deve solo spingere dentro. È il 3-0, a nulla valsero i gol successivi di Beckham e Scholes: al fischio finale di Pierluigi Collina il risultato recita 3-2 per il Madrid che si qualificò per le semifinali prima (dove affrontò il Bayern) e per la finale poi. A Parigi, nel duello tutto spagnolo contro il Valencia di Héctor Cuper, arrivò l’ottava Champions per il club blanco.

 

fonte: Sky Sport