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Redazione mondiali.it

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Alcuni parlano di Serie A “bundeslighizzata”, similitudine con il campionato tedesco dove la forbice imprenditoriale e in campo tra Bayer Monaco e le restanti squadre è sempre più abissale. Può essere, ma l’arrivo di Cristiano Ronaldo alla Juventus, segue seppur in maniera eclatante (si parla ormai del trasferimento del secolo) un percorso già avviato da anni, basti pensare alla striscia di Scudetti (sette) ancora aperta e agli acquisti di Higuain dal Napoli e di Pjanic alla Roma, due scippi alla “dirette” concorrenti per fare ancor più terra bruciata (anche l’acquisto di Cancelo, “monitorato” e opzionato dopo la buona parentesi all’Inter è l’ulteriore riprova).

Cr7 che dal Real Madrid viene in Italia scomoda paragoni illustri ed eccellenti e, forse, li supera ampiamente: Maradona al Napoli, Ronaldo – il Fenomeno – all’Inter, ci metteremmo pure Zico all’Udinese nel 1983. Ci sentiamo di condividere l’editoriale di Alberto Cerruti, pubblicato sulla Gazzetta dello Sport, nell’edizione del 10 luglio. I tempi sono ancora al condizionale perché l’ufficialità è arrivata solo nel pomeriggio, ma l’impalcatura concettuale rimane.

 

Lo sbarco di Cristiano Ronaldo sul pianeta Serie A potrebbe battere tutti i precedenti per almeno cinque motivi, senza entrare nel confronto tecnico tra i vari campioni. Unico punto comune (per Maradona e il “Fenomeno) il Paese di provenienza, perché arrivano dalla Liga, sponda Barça però.

La prima differenza a favore di Cristiano è il momento che attraversa l’Italia calcistica e non soltanto per l’assenza al Mondiale. Quando Maradona si presentò a Napoli nel 1984 e Ronaldo all’Inter nel 1997, nessuno diceva come oggi che il loro arrivo avrebbe fatto bene al nostro movimento, perché la Serie A era il teatro dei grandi campioni stranieri. Maradona, infatti, si aggiunse ai vari Platini, Zico, Rummenigge, Falcao, Passarella. Il brasiliano raggiunse Zidane, Batistuta, Savicevic, Boban, Weah, Simeone. Cristiano, invece, sarebbe la nuova attrazione per tutti, in Italia e all’estero.

La seconda differenza riguarda il ruolo mediatico che oggi distingue Cristiano, perché è unico nel suo genere, molto più universale appunto dei tanti campioni che lo hanno preceduto per la fama trasversale che lo accompagna in ogni continente. Tra il Portogallo, di cui è pure capitano, e il Real Madrid, senza scordare il passato al Manchester United, Cristiano a 33 anni supera come immagine Maradona e Ronaldo, arrivati in Italia rispettivamente a 23 e 20 anni.

La terza differenza, strettamente legata alla precedente, riguarda il curriculum di Cristiano che si presenterebbe accompagnato da grandi punti esclamativi, senza gli interrogativi, sia pure ridotti, nella scia dei più giovani che lo avevano preceduto. Cristiano ha vinto cinque Palloni d’Oro e cinque Champions, con due squadre tra l’altro, e quindi non deve dimostrare nulla. Semmai deve continuare a vincere, come ha sempre fatto ovunque, in una squadra abituata ai successi almeno in Italia, mentre Maradona si inserì in un Napoli che non aveva mai conquistato uno scudetto e ci sarebbe riuscito al terzo tentativo.

La quarta differenza, figlia dei tempi moderni, riguarda l’industria che ruota attorno a Cristiano e a quei pochi, come Messi, al suo livello. Maradona è stato il più grande giocatore del Napoli e basta, nel senso che il suo genio si esauriva in campo. Gli ingaggi per le amichevoli e i proventi per gli sponsor di ogni genere, allora soltanto all’inizio, oggi si sono moltiplicati in misura direttamente proporzionale alla fama dei campioni e in questo senso tutto il mondo che ruota attorno a Cristiano non può essere minimamente paragonato a quanto accadeva negli anni 80 e 90.

Infine basta soffermarsi sull’importanza delle maglie e dei rispettivi numeri per capire quanto può valere Cristiano più di Maradona. E’ vero che a Napoli c’è ancora chi gira con una malia azzurra numero 10 con lo sponsor Buitoni, ma oggi il 7 di Cristiano venduto in tutto il mondo, con il bianco del Real Madrid o il risso del Portogallo, sarebbe una garanzia di nuovi introiti per la Juventus, molto di più che in passato. E’ sufficiente pensare quanto potrebbe fruttare alla società bianconera l’idea di acquistare la maglia ufficiale, e non taroccata, di Cristiano da indossare nella sua prima partita, a Torino, in uno stadio ovviamente stracolmo. In attesa di sapere se, e quando, arriverà.

E soprattutto se, e quando, arriverà anche quella famosa coppa. Stregata per la Juventus, ma non per Cristiano.

Alberto Cerruti, Gazzetta dello Sport – 10 luglio.

«Cosa ci faccio qui?». L’attacco di responsabilità arrivò a sorpresa, subdolo e devastante: ma fu solo un attimo. Il bello dell’attimo è che dura un attimo: già, altrimenti che attimo sarebbe? A neanche 24 anni poi, gli attacchi di responsabilità sono per loro natura transitori, passeggeri: a 34 anni di meno, a 44 cominciano a farsi preoccupanti, a 54…beh, lasciamo perdere.

Ma allora, 5 luglio 1982, ero giovane e forte, come si dice nelle favole: e per l’appunto stavo vivendo una sorta di favola, un sogno nel quale ero immerso, con tutte le scarpe, da una settimana: da quando cioè mi trovavo a Barcellona, assieme a due pazzi scatenati, a seguire i Mondiali di calcio. Anzi, il Mundial.
Quando mi colse la domanda fatidica ero allo stadio Sarrià, in tribuna, proprio sotto la telecamera della Tv, a “los cinco de la tarde”: sole ancora dardeggiante, non si respira, come faranno fra poco quei disgraziati a correre 90 minuti e più?… Sì, l’attacco di responsabilità era già svanito, ora erano altre le domande che si affacciavano alla mia mente: ce la faremo? Zico, Socrates, Falcao, Eder, Cerezo…Ci vorrà qualcosa più di un miracolo! E Rossi che non vede palla? Chi la butta dentro? No, mettiamoci l’anima in pace, si torna a casa: noi sul serio, all’indomani, col nostro cassone; loro, gli azzurri, poche ore più tardi. Già rulla sulla pista de “El prat” un bel Boeing targato Alitalia…

Inni nazionali cantati a squarciagola, emozione al diapason, si comincia. Cinque minuti e la mia bottiglietta d’acqua è già finita: morirò di sete, me lo sento…Altri cinque e la t-shirt è tolta: maledizione come picchia, almeno me l’avvolgo attorno alla testa per non rischiare un coccolone.
Siamo quasi 10.000 italiani, in questo catino ribollente al centro della città di Gaudì, fra palazzoni che sbucano da dietro le tribune, e che sembrano pure loro assistere interessati allo spettacolo; gli altri però, la torcida, tutti rigorosamente in maglia gialla, sono minimo il doppio. Cantano, ballano sugli spalti, fieri, e consapevoli di essere i migliori. I più forti. Quelli che riporteranno a casa la Coppa, non hanno dubbi, dopo aver fatto fuori Maradona&C. appena tre giorni prima sul medesimo infiammato palcoscenico. Ero presente. E mi hanno fatto paura. No, non ce la possiamo fare…

Anche Samuel, il mio nuovo amico di Belo Horizonte conosciuto nel 2 stelle che ci ospita proprio dietro le ramblas, è convinto: ha già in tasca il biglietto per la semifinale del Camp Nou, mi ha detto la mattina a colazione:

Hombre, ti voglio bene, a te e a tutti los italianos, ma noi dobbiamo fare la storia…Mi dispiace!

Dove sarà, in mezzo a quell’enorme macchia color oro, che ondeggia minacciosa?

Mentre me lo chiedo fra me e me, Conti taglia il campo da destra a sinistra col suo mancino magico, dalla trequarti Cabrini la mette in mezzo ed accade l’incredibile: sì, il fantasma si ridesta all’improvviso, incrocia di testa sul palo lungo, Valdir Peres è battuto…Roba da matti, Rossi ha fatto goal!
E’ un unico maxi abbraccio fra me, Giuliano, Ivano, altri italianos lì vicino mai visti prima. Allora ce la giochiamo… Ce la giochiamo? Macchè, il dottore in viola caracolla in area, sulla destra, e trova un varco impossibile fra Zoff ed il palo. Dinone, ma che combini? Questa dovevi prenderla…

Riprendono fiato, e colore, i 20.000 canarini: tutto a posto, «Ora li sbraniamo», sembrano dire con il loro entusiasmo sempre più coinvolgente…Sì, in campo sono i più forti, ma il loro problema è che SI SENTONO i più forti: così, quando Oscar e Luisinho traccheggiano superbi dinanzi alla loro area di rigore, il numero 20 in maglia blu si inserisce furtivo, fa due passi e spara una bomba che il portiere neanche vede. Ecco, 2 a 1 per noi, Paolo è tornato d’improvviso Pablito, quello dell’Argentina!

Non ho più voce, gli occhi fuori dalle orbite, l’intervallo serve a calmarmi un po’… Poco però, la ripresa comincia con 11 assatanati che cingono d’assedio i nostri 16 metri, rimpalli, salvataggi, affanno perenne. Quella bottiglietta, inutile da un bel pezzo, chissà perché è ancora fra le mie mani: ne mordicchio il bordo nervosamente, la stringo sin quasi ad accartocciarla: no, va a finire che oggi ci lascio le penne, a 2000 chilometri da casa! Ma si può?
Quando Falcao, ad una 20ina di minuti dalla fine, la sbatte dentro, mi sento come quel condannato a morte che dopo lunga attesa sulla sedia elettrica, riceve la scossa fatale: sollevato, è paradossale, ma almeno così non soffro più… Grazie lo stesso azzurri, è stato bello, però quegli altri devono fare la storia…

La storia? Ma non gliel’ha detto nessuno, a quel diavolo: non lo hanno informato, si direbbe, che quel Boeing è là che li attende! E già, perché Paolino la ributta dentro, ed allora il vecchio Sarrià sembra crollare, sotto il peso dei 10.000 che impazziscono, e del sospiro atterrito dei 20.000: un gemito straziante. Non rammento più nulla da quel momento in avanti, se non il capitano che inchioda sulle linea la testata rabbiosa di Oscar.

Poi tutto sfumato, nebbioso, ma questa che vi dico ora la ricordo, eccome: al rientro in albergo, ebbri di felicità e non solo (qualche buona cerveza lungo il cammino ce la siamo concessa…), trovo Samuel ad aspettarmi: piange, di sicuro ininterrottamente da un paio d’ore o giù di lì. Ha in mano una maglia gialla, me la porge dicendo:

Tienila amigo, siete stati i migliori, suerte…Ora la Coppa portatela a casa voi!

Lo abbraccio, non son sicuro che una lacrimuccia –anche due-  non sia spuntata dai miei occhi. Prendo quel cimelio, ringraziando di cuore, con la mano sinistra: perbacco, cosa stringo nella destra?

Non ci posso credere: quella bottiglietta di plastica, tutta mangiucchiata. Ebbene sì, ancora adesso, a distanza di 35 anni, la conservo gelosamente nel mio comodino accanto al letto, a casa: una reliquia!
Insieme a quella maglia (negli anni a venire sarà autografata da due campioni del mondo, quali Ciccio Graziani e Marcello Lippi: ma questa è un’altra storia…), che ogni tanto tuttora indosso, al mare. Capita che qualcuno mi dica «Bella, dove l’hai presa?». Ed io sorrido…

Un’ultima cosa. Forse qualcuno si domanderà di quell’attacco di responsabilità del quale parlavo all’inizio. Già, dovevo essere a Città di Castello, la mia città, a preparare l’esame di Procedura penale che mi avrebbe spalancato le porte verso la laurea in Giurisprudenza: ma quando i due pazzi mi telefonarono, a fine giugno, «Noi fra due giorni si va: tu che fai?». La risposta la sapete già.
E la mia laurea, fra festeggiamenti vari ed ubriacature solenni–figurate, ma anche no- post/Mundial, slittò di un bel po’, al 26 giugno 1984, giusto due anni più tardi quei giorni magici. Sapete una cosa? Non me ne sono mai pentito… 

Foto di proprietà dell’autore del pezzo

 

L’autore

Rebo (nom de plume) è un funzionario pubblico, ormai diversamente giovane, che però continua a praticare sport quasi quotidianamente, dopo averlo a lungo – e lo fa ancora – raccontato come cronista: sulla carta stampata, in radio, in tv. Ama la sfumature, i voli pindarici, in contrapposizione al necessario rigore espositivo di quando raccontava le partite del Perugia in serie A alla radio -e la pay-tv non aveva ancora preso il sopravvento-. Ma è il tennis il suo top-sport, e non si capacita di come sul campo di gioco non riesca ad avere la stessa efficacia di Federer (a vederlo sembra tutto così semplice…). Se vuoi, lo trovi alla mail renbor1958@libero.it .  

 

Molto più di un oro ai Giochi del Mediterraneo, la rassegna sportiva riservata ai Paesi che si affacciano sul Mare Nostrum dove l’Italia, a Tarragona in Spagna, ha ribadito la propria supremazia in questa specifica area geografica e ha vinto il medagliere. Un primo posto assoluto mai in discussione: per la quarta volta consecutiva, la tredicesima totale su diciotto edizioni, gli azzurri hanno primeggiato nella speciale classifica.Il computo finale è lampante: 156 medaglie di cui 56 ori, 55 argenti, 45 bronzi e un vantaggio sulla Spagna padrona di casa di ben 18 titoli e 35 allori totali.

Ma non ci sono solo numeri, ci sono volti, foto e medaglie che vanno oltre al loro peso tangibile. La foto di Libiana Grenot, Maria Benedicta Chigbolu, Ayomide Folorunso e Raphaela Lukudo che esultano sorridenti dopo aver trionfato nella staffetta 4×400 è diventata in poche ore il simbolo dell’Italia multiculturale. Migliaia di condivisioni sui social,  proprio nelle ore in cui era in corso a Pontida il tradizionale raduno della Lega.

Le quattro atlete azzurre hanno sfrecciato sull’asfalto dello stadio di atletica andando a rimpinguare un medagliere, quello italiano, già piuttosto ricco. Nello stesso giorno anche la squadra maschile, composta da Davide Re, Giuseppe Leonardi, Michele Tricca e Matteo Galvan ha conquistato il gradino più alto del podio. Una doppietta stellare ma, come detto, il successo della squadra femminile aveva implicazioni che andavano al di là dello sport, e che sono emerse grazie a quello scatto iconico diventato virale. Ecco le storie delle quattro atlete italiane che hanno conquistato la medaglia d’oro ai Giochi del Mediterraneo.

Maria Benedicta Chigbolu

Nata a Roma il 27 luglio 1989, Maria Benedicta Chigbolu, 29 anni, come si legge sul sito della Fidal (la Federazione italiana di atletica leggera) è la seconda di sei figli (tre fratelli e tre sorelle) di una insegnante di religione, Paola, e di un consulente internazionale nigeriano, Augustine. Il nonno Julius è stato una celebrità in Nigeria: ha partecipato ai Giochi olimpici di Melbourne 1956 arrivando in finale nel salto in alto e poi è anche diventato presidente della Federatletica nigeriana.

Il primo approccio con l’atletica a sedici anni quando un professore dell’Istituto magistrale socio psicopedagogico Vittorio Gassman di Roma, notate le sue notevoli qualità fisiche, l’ha indirizzata al campo romano della Farnesina. Qui ha cominciato a praticare l’atletica seguita da Fulvio Villa. Reclutata nell’Esercito, è allenata a Rieti da Maria Chiara Milardi e legata sentimentalmente al quattrocentista azzurro Matteo Galvan.

Ha vinto il bronzo europeo della 4×400 nel 2016, poi ha realizzato il primato italiano con la staffetta azzurra ai Giochi di Rio. Laureata in scienze dell’educazione e della formazione, in passato si è dilettata anche come fotomodella.

 

Ayomide Folorunso

Nata ad Abeokuta (Nigeria) il 17 ottobre 1996, Ayomide Folorunso, 22 anni, viene da una famiglia originaria del Sud-Ovest della Nigeria, ma “Ayo” dal 2004 si è stabilita con i genitori – la mamma Mariam e il papà Emmanuel, geologo minerario – a Fidenza: qui è stata notata nelle competizioni scolastiche dal tecnico Chittolini e affidata a Maurizio Pratizzoli.

Non è riuscita a vestire l’azzurro nei Mondiali under 18 del 2013 pur avendo ottenuto il minimo in ben cinque specialità, perché ha ricevuto il passaporto pochi giorni dopo la rassegna iridata. A giugno del 2015 è stata arruolata in Fiamme Oro, proveniente dal Cus Parma. Nel 2016, agli Assoluti di Rieti, ha stabilito il primato italiano under 23 dei 400 ostacoli in 55.54 migliorando il personale di oltre un secondo, ritoccato a 55.50 con il quarto posto in finale agli Europei di Amsterdam.

Semifinalista ai Giochi di Rio, dove ha realizzato il primato italiano con la staffetta 4×400 azzurra, nel 2017 ha conquistato il titolo europeo under 23 e anche l’oro alle Universiadi. Studentessa di medicina e aspirante pediatra, dimostra una personalità matura anche negli interessi culturali: appassionata di letture fantasy, non manca di approfondire quotidianamente anche le Sacre Scritture nella comunità pentecostale alla quale appartiene.

Raphaela Lukudo

Nat ad Aversa (Caserta) il 29 luglio 1994, Raphaela Lukudo, 24 anni, viene da una famiglia originaria del Sudan, ma si era stabilita da tempo in Italia: prima nel Casertano e successivamente, quando “Raffaella” aveva appena due anni, a Modena.

Ha scoperto l’atletica nel 2006, con il Mollificio Modenese, per diventare quindi una promessa del giro di pista sotto la guida tecnica di Mario Romano. Nel 2011, dopo aver dimostrato il suo valore ancora allieva ai Mondiali di categoria (semifinalista sul piano nonostante un infortunio alla vigilia della gara), si è trasferita per un paio di anni con la famiglia nei pressi di Londra, rientrando poi in Italia.

Dal giugno 2015 si allena con Marta Oliva alla Cecchignola, nel centro sportivo dell’Esercito. Nella stagione indoor 2018 ha conquistato il suo primo titolo assoluto sui 400 metri per scendere a 53.08, ottava italiana alltime. Studia scienze motorie ma ha frequentato l’istituto d’arte, conservando la passione per disegno e foto.

Libania Grenot

Nata a Santiago de Cuba (Cuba) il 12 luglio 1983, Libania Grenot a Cuba era considerata un talento. Il papà Francisco è sindacalista, la mamma Olga giornalista. L’ultima apparizione con la maglia rossoblù e la stella è stata quella dei Mondiali di Helsinki 2005. Poi l’avventura italiana propiziata dal matrimonio, nel settembre 2006. Un anno di inattività praticamente completa, quindi la ripresa con il tecnico Riccardo Pisani a Tivoli. La cittadinanza è arrivata ad aprile 2008 aprendole la strada per il primo miglioramento del record italiano dei 400, da lei portato nel 2009 a 50.30.

Dalla fine del 2011 si allena in Florida seguita dal tecnico statunitense Loren Seagrave. Nel 2014 la consacrazione internazionale con la vittoria agli Europei di Zurigo, mentre il 27 maggio 2016 è diventata primatista italiana dei 200 metri (22.56) a Tampa, negli Stati Uniti. Ha confermato il titolo continentale nel 2016 ad Amsterdam, dove ha conquistato anche il bronzo con la 4×400 azzurra, poi la sua prima finale olimpica individuale a Rio, seguita dal record italiano in staffetta.

Il 20 giugno è riconosciuta la giornata Mondiale dei Rifugiati, e la Fare, l’organizzazione Football Against Racism, ha pubblicato l’undici di giocatori che sono al Mondiale e che sono stati costretti, loro e le proprie famiglie, ad abbandonare il proprio Paese per guerre, problemi sociali e politici.

PORTIERE E DIFENSORI

 In porta Steve Mandanda, costretto a trasferirsi in Belgio dall’ex Zaire ai tempi del regime di Mobutu. Terzino destro, Victor Moses. Il giocatore del Chelsea è nigeriano, di Kaduna, città a forte presenza musulmana resa celebre dalle nefandezze di Boko Haram. Durante la guerra scoppiata in città nel 2002 per questioni religiose i suoi genitori furono uccisi. Victor fu mandato a Londra dove fu adottato. Centrale, Dejan Lovren. Il difensore del Liverpool fu costretto ad abbandonare Kraljeva Sutjeska, la sua cittadina bosniaca, durante il conflitto nei Balcani. Accanto a lui Vedran Corluka, con una storia molto simile e fuga dalla Bosnia a Zagabria. Il terzino sinistro è Milos Degenek: “Quando ero piccolo ho visto cose che nessun bambino dovrebbe vedere” dice l’australiano. Dalla Croazia la famiglia scappò a Belgrado con lo status di rifugiati. E da lì l’emigrazione Down Under nel 2000.

IL CENTROCAMPO 

In mezzo Granit Xhaka, nato a Basilea da genitori albanesi kosovari costretti alla fuga. Il fratello gioca con l’Albania, lui ha scelto la nazionale d’adozione. Con Lui Luka Modric. La casa di Zara del centrocampista del Madrid fu bombardata e lui con la famiglia scappò andando a vivere negli ostelli preparati per gli sfollati durante la guerra dei Balcani. Per Ivan Rakitic una storia simile a quella di Xhaka: la famiglia del giocatore del Barcellona si è rifugiata in Svizzera, dove lui è nato e cresciuto, dalla violenza della guerra della ex Yugoslavia. Ha giocato con le giovanili rossocrociate, poi ha scelto la Croazia.

ATTACCANTI 

Scontata la presenza di Pione Sisto. La punta del Celta è nato in Uganda da genitori del Sudan del Sud che si erano rifugiati lì per scappare dalla guerra del Darfour. Due mesi dopo la nascita Sisto era in Danimarca, la sua nazionale. Il Sudan del Sud è stato da poco accettato dalla Fifa come nazione calcistica dopo una lunga battaglia. Sisto però non può tornare indietro a dare una mano. Con lui davanti Adnan Januzaj, albanese kosovaro come Xhaka, la sua famiglia è finita Bruxelles e lui gioca col Belgio. L’ultimo nome di questa nazionale, ma potrebbero farne parte tanti altri, è quello di Josip Drmic, anche lui croato diventato svizzero per colpa della guerra.

Ci sono partite di calcio che non sono come le altre. Partite che entrano di diritto nella leggenda e che creano veri e propri miti sportivi. Non c’è un appuntamento come la finale dei Mondiali di Calcio in grado di farlo. Cadute, trionfi, storie, emozioni, lacrime e gioia: questo e molto altro hanno regalato le 5 più belle partite che abbiamo raccolto per voi.

La prima di cui parleremo non è neanche una vera e propria finale come la intendiamo ai giorni nostri. Il Mondiale del 1950 veniva assegnato dopo un girone all’italiana in cui si affrontavano le vincitrici dei turni eliminatori. A guidare la classifica del mini-girone conclusivo ci sono Brasile e Uruguay. Ai verdeoro basta un pareggio per far esultare i 175mila tifosi giunti al Maracanà e conquistare il titolo.

La partita inizia nel migliore dei modi per i padroni di casa che passano in vantaggio dopo pochi minuti. Il pareggio però è nell’aria e ci pensa Schiaffino a fissare il punteggio sull’1 a 1. A undici minuti dalla fine la grande beffa: gli uruguagi passano in vantaggio con Ghiggia e vincono il Mondiale. È la partita che rimarrà nella storia con il nome di “Maracanazo”.

Gol e spettacolo nella finale del 1966. A giocarsi il titolo sono l’Inghilterra Paese ospitante e la Germania. Una partita bella e combattuta, decisa però da un errore arbitrale, il non gol del 3 a 2 inglese realizzato da Hurst e assegnato nonostante la palla non avesse varcato la linea bianca. I tedeschi non riescono a reagire dopo essere passati in svantaggio e subiscono anche la rete del 4 a 2 finale. Sarà il primo e unico titolo nella storia del calcio inglese e verrà festeggiato davanti alla Regina e a 100.000 tifosi nello stadio di Wembley.

Ogni appassionato di calcio spera che le finali dei Mondiali siano ricche di gol e che siano decisivi i contendenti alla Scarpa d’Oro del Torneo. La speranza che accompagna in ogni edizione tutti gli amanti del gioco si è realizzata nel 1970. In finale ci sono il Brasile più forte di sempre e l’Italia di Valcareggi, reduce dall’epica vittoria per 4 a 3 in semifinale contro la Germania.

Il 21 giugno allo stadio Azteca di Città del Messico si affrontano la squadra di Pelé e quella di Boninsegna. Dopo un primo tempo molto equilibrato e terminato sull’1 a 1 proprio grazie alle marcature dei due bomber, i sudamericani dilagano nella seconda frazione. Il Brasile prende progressivamente il sopravvento grazie a un gioco spettacolare e segnano altre 3 reti con Gerson, Jairzinho e Carlos Alberto. Sarà il terzo titolo nella storia dei verdeoro che conquisteranno definitivamente anche la Coppa Rimet.

Nel 1982 è ancora protagonista l’Italia, questa volta dal lato “giusto” della storia. Il Mondiale si gioca in Spagna e la finale è un classico del calcio: Italia-Germania. L’11 luglio al Santiago Bernabeu di Madrid è tripudio azzurro. Nel primo tempo Cabrini sbaglia un rigore e le squadre vanno al riposo sullo 0 a 0. La seconda metà partita sarà quella decisiva con i 3 gol di Rossi, Tardelli e Altobelli e l’ininfluente marcatura di Breitner. 3 a 1 finale e terzo titolo per la Nazionale Italiana.

Basta aspettare quattro anni per trovare un altro match entrato di diritto nella storia della competizione. Si giocano il Mondiale l’Argentina di Maradona e la Germania di Matthaus e Rummenigge. Siamo ancora una volta in Messico e allo stadio Azteca si affrontano due delle nazionali più forti di sempre.

La partita si mette bene per l’Argentina che va avanti sul 2-0 grazie ai gol di Brown e Valdano nel primo tempo. Risultato in ghiaccio? Neanche per sogno. I tedeschi non ci stanno e in appena sette minuti, dal 74esimo all’81esimo, pareggiano con Rummenigge e Voeller. Ma le sorprese non sono ancora finite. È il Mondiale di Maradona e la conferma arriva a 6 minuti dal fischio finale. Dopo una gara difficile passata a cercare di liberarsi dalla marcatura asfissiante di Matthaus, il capitano dell’Argentina arretra e mette sui piedi di Burruchaga il pallone del definitivo 3 a 2.

Abbiamo mantenuto la promessa! Domenica 27 maggio al Bar da Gigi, a Cassola in provincia di Vicenza, il team di Mondiali.it ha organizzato “l’evento pilota” di presentazione del progetto “Mondiali.it for Iceland”, un’iniziativa nata per supportare la nazionale islandese in Russia.

Abbiamo voluto testare la pazzia di altri appassionati che, nonostante un po’ di pioggia, non sono mancati all’appello e hanno deciso di acquistare la maglia celebrativa realizzato per questa occasione. Calcio, cultura (durante le tre giornate oltre a vedere assieme le partire dell’Islanda contro Argentina, Nigeria e Croazia, avremo presentazioni di libri e dialoghi sulla storia dell’Islanda), ma anche un gesto di beneficenza: acquistare una maglia significa non solo provare a vincere la “casacca” originale della nazionale firmata Erreà, ma anche donare parte del ricavato all’Associazione Italiana Progeria Sammy Basso onlus.

Noi abbiamo rotto il ghiaccio (visto il tema!), ora non resta che iniziare quest’estate mondiale tutti assieme, tutti vestiti di blu, ma per tifare Islanda!
#ForzaIslanda #TeamIceland Áfram Ísland!

Trovate il programma completo cliccando sui riquadri dei tre eventi

Sammy ha accettato entusiasta l’avventura e ha anche svelato di avere, nel suo dna, una piccola percentuale di discendenza islandese. Ecco le sue parole:

Siamo felici di partecipare a questa iniziativa insieme a voi che unisce lo sport e la sensibilizzazione, assieme alla raccolta fondi, verso una malattia rara come la Progeria. Due temi, questi, che molto spesso viaggiano su binari diversi. In particolare siamo felici che la squadra che si supporterà sarà la Nazionale Islandese, una squadra che in passato, sebbene “sfavorita” dai sondaggi, con la forza di volontà, ha conquistato grandi risultati, riuscendo nella non facile impresa di unire anche le tifoserie “avversarie” nello scopo più autentico dello sport: il sano divertimento. Questa squadra ha molto in comune con la storia dell’A.I.Pro.Sa.B., la nostra associazione infatti, proprio per l’arduo obbiettivo di provare a fare ricerca su una malattia rarissima, era data per sconfitta in partenza, a distanza di 13 anni però, con l’aiuto di molte persone diversissime tra loro ma che hanno creduto in uno scopo comune, è riuscita a raggiungere grandi risultati. Saremo perciò felici, nel nostro Bel Paese, di tifare per la Terra dei Ghiacci

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I record, si sa, sono fatti per essere perseguiti e superati: ma ce n’è uno che, da ben 60 anni, resiste con grande vigore. Stiamo parlando del primato appartenente all’attaccante transalpino Just Fontaine (classe 1933), il quale, durante la kermesse del 1958, mise a segno ben 13 marcature, che gli valsero ovviamente il titolo di capocannoniere del torneo iridato.
Il centravanti francese distribuì le sue segnature tra le sei partite giocate: tre gol al Paraguay al debutto, due alla Jugoslavia ed uno alla Scozia nel girone eliminatorio, due all’Irlanda del Nord nei quarti di finale, uno al Brasile in seminifinale e ben quattro alla Germania Ovest nella finale per il terzo posto.

Soltanto in due, tra le edizioni precedenti e quelle successive, erano riusciti ad avvicinarsi a tale impresa: l’ungherese Sandor Koksic (11 gol nell’edizione del 1954) ed il panzer tedesco Gerd Muller (nel 1970, con 10 gol in 6 partite disputate) , furono gli unici a raggiungere la doppia cifra; in epoca più attuale, il massimo cannoniere riuscito ad esprimersi in un Mondiale è stato il brasiliano Ronaldo nel 2002, anno in cui il Brasile si laureò pentacampeao: “il Fenomeno” mise a referto 8 marcature, distribuite nelle 7 partite disputate.

Tornando al record appartenente a Fontaine, la domanda è una sola: può il suo record di gol in una edizione – realisticamente – essere eguagliato o battuto?
Statistiche alla mano, dovendo scegliere un momento storico in cui trovare terreno favorevole all’impresa, oggi più che mai non sarebbe un’eresia credere in una possibilità di riuscita: e questo grazie alla contemporanea presenza  in campo di due dei più proficui realizzatori che la storia del calcio ci abbia presentato, ossia l’argentino Leonel Messi ed il portoghese Cristiano Ronaldo.
Quest’ultimi, plurivincitori della Scarpa d’oro e capaci di sfondare più volte il muro dei 50 gol in una sola stagione, non di rado hanno messo a segno, con 7 partite a disposizione (ossia quante ne avrebbero a disposizione nel Mondiale, arrivando in fondo), una quindicina di gol. Allora perché tale record continua ad essere considerato così  inarrivabile?

La risposta è presto detta. Entrambi i calciatori prima citati dispongono, nelle loro squadre di club, di fior di campioni pronti a recapitargli assistenze perfette; inoltre, nella Liga spagnola, gli avversari si dimostrano spesso arrendevoli, con difese allo sbando che lasciano aperte voragini ed autostrade. Argentina e Portogallo (Campione d’Europa in carica) sono squadre sicuramente valide e con ottimi calciatori a disposizione, ma certamente incapaci di assicurare ai due bomber lo stesso livello di supporto di cui godono tra merengues e azulgrana.

Sia Messi che Ronaldo in nazionale hanno sempre stentato, esprimendosi ad altissimi livelli soltanto a tratti, con grande discontinuità. Inoltre, il mondo del calcio è oggi sicuramente molto più globalizzato rispetto a 60 anni fa: così, anche le nazionali cosiddette “minori” sono ormai tatticamente ben organizzate, ed anche allorquando non riescano ad essere competitive, l’idea generale è quella di chiudersi nel modo più serrato, salvando l’onore con sconfitte in cui registrare il minor passivo possibile.

Per questo, il record di Fontaine (pur avendo attualmente a disposizione eventuali 7 gare, contro le 6 disputate dall’attaccante dei bleus)  continua ad essere percepito come insuperabile. La speranza, però, continua ad albergare nel cuore dei più appassionati: perché infatti, se dovessero fare cilecca coloro che tutti su cui sono orientate le attese dei media, non sperare nel boom di qualche calciatore in stato di grazia (come l’egizano Mohammed Salah, infortuni permettendo) o l’esplosione di qualche underdog?

In fondo, il russo Oleg Salenko (un semi-sconosciuto, di certo non un principe dei bomber), giocando soltanto le 3 partite del girone eliminatorio, nel 1994 mise a segno 5 gol nella partita contro il Camerun, chiudendo con uno score di 6 reti totali (che gli valsero comunque il titolo di capocannoniere dell’edizione): chissà – se la Russia fosse stata una compagine di livello (e non una squadra purtroppo, allora come oggi, assai modesta) ed avesse proseguito il suo cammino – che oggi non staremmo parlando di una storia diversa…

Articolo a cura di Marco Grossi

Un’impresa incredibile ed irripetibile e, per questo, degna degli Oscar dei Mondiali di Calcio. L’impresa del calciatore che non ti aspetti, di un onesto mestierante del pallone che seppe non solo uscire inaspettatamente dall’oblìo, ma addirittura elevarsi a “Migliore Attore Protagonista” nella massima competizione mondiale a livello di Nazionali. La cinquina Mundial di Oleg Salenko ad Usa ’94.

Gli inizi

Oleg Anatovlevic Salenko da Leningrado, classe 1969, a livello giovanile sembrava un prospetto di sicuro avvenire: nel 1989, si era distinto per prestazioni di assoluto livello durante il Mondiale Under 20 disputato in Arabia Saudita con l’allora Unione Sovietica, chiudendo da capocannoniere con cinque reti, nonostante la prematura uscita dei sovietici ai quarti di finale contro la Nigeria.
La sua carriera non aveva poi avuto l’esplosione sperata e il talento russo era rimasto a vivacchiare nel campionato ucraino fino al 1992 quando, con la dissoluzione dell’URSS, si trasferì in Spagna, al Logrones, dove in 2 stagioni mise insieme 23 reti. Insomma, un attaccante di discreto livello, abbastanza prolifico, ma adatto a realtà di piccolo cabotaggio.

Il Mondiale americano

Anche per questo ad Usa ’94, il 25enne Oleg rappresentava una seconda scelta per il CT Sadyrin: pur venendo da una stagione positiva in Liga, i titolari inamovibili erano i più quotati Radchenko del Racing Santander e Yuran del Benfica.
Si prospettava un breve Mondiale da comprimario, con la Russia inserita in un girone di ferro con Brasile, Svezia e Camerun e già quasi eliminata dopo le sconfitte con il Brasile (2-0), all’esordio, e con la fortissima Svezia (3-1 con gol proprio di Salenko su rigore) di Kenneth Andersson.

Ma spesso è in queste situazioni di stallo che un evento può cambiare la storia: Yuran non recupera e non è arruolabile per la decisiva gara con il Camerun: si spalancano quindi per Salenko le porte della titolarità e lo sgusciante attaccante non vuole farsi sfuggire l’occasione.

Contro i Leoni d’Africa Oleg è una furia: segna 5 gol e la Russia vince con un tennistico 6-1.
E poco importa se la vittoria è inutile e i sovietici escono nella fase a gironi: si tratta di un exploit incredibile, che permette al russo di entrare nella storia dei Mondiali come unico calciatore ad avere segnato una cinquina in una sola gara e di vincere la classifica cannonieri del Mondiale in coabitazione con Hristo Stoichkov.

Un record pazzesco, capace di mettere in sordina l’altro evento da guinness che si verificò in quella partita: il gol della bandiera per il Camerun venne infatti realizzato da Roger Milla, che diventò il giocatore più anziano a segnare nella massima competizione internazionale con i suoi 42 anni e 39 giorni.

Ma non fu l’unico record che Salenko fu capace di timbrare quel giorno. Diventò infatti anche il primo capocannoniere dei Mondiali sia a livello Under 20 che con le nazionali maggiori.

Il declino

Sembrava un nuovo inizio, un segnale che lasciava presagire fasti importanti anche per il prosieguo della carriera di un giocatore ancora giovane e nel pieno della sua maturità calcistica. Nulla di tutto questo: grazie all’impressione destata, Salenko viene immediatamente ingaggiato dall’ambizioso Valencia ma il suo acquisto si rivela un bluff: 7 gol in tutta la stagione e cessione ai Rangers con i quali, se possibile, l’avventura, anche a causa di continui problemi fisici, è ancora più disarmante e lo porta a girovagare senza meta in Turchia, ancora in Spagna e infine in Polonia, fino al ritiro dopo una mesta annata al Pogon Stettino.
Un’inesorabile parabola discendente che lo portò nuovamente ai margini della Nazionale dove, dopo quella cinquina, racimolò la miseria di altre 6 partite senza mai andare a segno, per uno score totale di 8 presenze e 6 gol.
Ma quel che conta e che rimarrà ai posteri è quanto fu in grado di inventarsi in quel torrido pomeriggio americano, nell’occasione più importante, che lo rese indimenticabile agli occhi degli appassionati e che gli permette di diritto di essere considerato ancora oggi l’emblema degli eroi nascosti, il simbolo della rivincita dei Carneadi. Forse questo può valere quanto una carriera di successo?

Prima di colpire il pallone ho dovuto attendere che scendesse un po’. Se non avessi aspettato non avrei segnato. In quella frazione di secondo, la gravità ha fatto il suo dovere, e io il mio. Grazie, Newton

Il commento di Andrés Iniesta al gol decisivo della finale Mondiale 2010 in Sudafrica è la sintesi estrema della sua intelligenza non solo calcistica. Lì si concentrano infatti la sua consapevolezza molecolare della “fisica” del calcio; la sua matrice di giocatore artista-scienziato, tra impulso creativo e controllo razionale; la sua ineguagliabile cognizione del timing di una giocata, sempre tesa a integrarsi nella rete di rapporti della squadra.

Capitano del Barcellona e membro della Nazionale spagnola, con 37 titoli conquistati (32 con il Barcellona e 5 con la nazionale, incluse le selezioni giovanili), Iniesta è il calciatore spagnolo più titolato di sempre. È lontana Barcellona da Fuentealbilla, paesino di duemila abitanti, in cui il piccolo Andrés gioca a futsal ma sogna il calcio a 11.
I genitori, papà muratore, mamma casalinga, accettano di iscriverlo a 8 anni alla scuola calcio del e quattro anni dopo arriva alla Masia, la cantera del Barcellona, con l’idea di imitare il suo idolo, Michael Laudrup.

È piccolo, timido e pallido perché una rara malattia della pelle gli impedisce di scurire la carnagione. Piange ogni notte per le prime due settimane, ma resiste. Rimane in ritiro da solo quando gli altri bambini, praticamente tutti catalani, tornano a casa per il weekend. Amici come Xavi, che ha quattro anni più di lui, cui Guardiola un giorno dice:

Tu prenderai presto il mio posto, ma questo ci manda a casa tutti e due”

Con la Nazionale, debutta nella formazione maggiore il 5 maggio 2006 nella sua città, Albacete, in occasione dell’amichevole con la Russia. Va al Mondiale in Germania, ma gioca solo una partita. Diventa presto il faro delle Furie Rosse, con cui vince l’Europeo 2008 da titolare e il Mondiale 2010 decidendo nei supplementari la finale con l’Olanda. Nel 2012 completa lo storico triplete, vincendo pure l’Europeo 2012 e venendo eletto dalla Uefa “miglior giocatore del torneo”.

Di giocatori come lui ce ne sono pochi. La classe che solo i grandi hanno, unita alla testa pensante da uomo vero. Alzi la mano chi ha mai visto un gesto fuori posto, uno scandalo di qualsiasi tipo legato a Iniesta. Lui che dopo il gol decisivo nella finale dei Mondiali del 2010 con la sua Spagna ha sfoggiato una maglia per ricordare Dani Jarque, scomparso l’anno prima. Piccolo particolare: Jarque era il leader dell’Espanyol, l’altra squadra di Barcellona.

Nella sua carriera ha vinto tanto, tantissimo. Col Barça e con la Nazionale. Gli sono stati attribuiti tanti soprannomi: illusionista, cervello, cavaliere pallido, anti-galáctico, per le sue caratteristiche fisiche e tecniche. Ma in pochi sanno che dopo il Mondiale ha lottato e vinto contro la depressione. Che con la sua azienda che produce vino ha salvato dal fallimento l’Albacete, squadra dove ha mosso i primi passi.

È il momento, non posso più dare tutto

Il 27 aprile 2018 ha annunciato l’addio al Barcellona a fine stagione, ma non al calcio. Pochi giorni dopo, il 6 maggio, il suo ultimo Clásico, Barcellona-Real Madrid: niente pasillo tradizionale per Iniesta, niente ingresso d’onore in campo, in quello che sarà un match durissimo, divertente, con gol e spettacolo. Tutti gli occhi sono su di lui, su Iniesta, su Don Andrés.
Esce dal campo al minuto 58, Iniesta, ed è teso, concentrato. Cammina per il campo a piedi scalzi, tutto il pubblico del Camp Nou si alza in piedi.

Spesso mi definiscono un eroe, ma non hanno capito niente. Eroe è chi emigra coi figli in un altro Paese per cercare fortuna o chi cura le persone salvando la loro vita. Io sono solo un maledetto calciatore

 

Fonte: Alessandro Mastroluca, Luca Capriotti, Sandro Modeo, Matteo Basile

Prima di Neymar al Paris Saint Germain, prima delle megalomani operazioni di mercato in terra inglese con gli acquisti in difesa tra Manchester City e Liverpool. Prima della bolla creata da sceicchi e fondi asiatici, c’era l’Italia che come il Klondike era una miniera d’oro per numero di talenti e operazioni di calciomercato. Ma quali sono state le operazioni più costose che hanno visto coinvolta la Serie A sia in entrata che uscita? Ecco la top10

 

#10 Christian Vieri

Nella Liga, con la maglia dell’Atletico Madrid, segna 24 gol in 24 partite. Primo posto nella classifica marcatori e quindi la conquista del Trofeo Pichichi, unico italiano a vincerlo. La Lazio di Cragnotti, dunque, decide di riportarlo in Italia nell’estate 1998 dopo una sola stagione in Spagna. Ma Vieri, nella capitale rimane poco: è sensazionale il suo passaggio all’Inter l’anno successivo con Moratti che vuole regalare a Lippi l’ariete per puntare allo scudetto. L’operazione per portare a Milano il 25enne ex-Juve è, fino a quel momento, la più costosa di sempre: quasi 90 miliardi di lire offerti alla Lazio (nel prezzo è compreso il cartellino di Simeone, valutato 21 miliardi) ovvero 48 milioni di euro.

#9 Gaizka Mendieta

Sono gli anni dello strapotere della Lazio e di Cragnotti prima del crack fallimentare. I laziali non solo dominano in Serie A e si fanno valere anche in Europa sul rettangolo di gioco, ma fanno la voce grossa anche nel calciomercato. L’oggetto dei desideri è lo spagnolo Mendieta, capitano e leader del Valencia con il quale, dopo aver vinto la Coppa del Re e la Supercoppa spagnola nel 1999, disputa due finali consecutive di Champions League, perdendole entrambe contro Real Madrid e Bayern Monaco. Eletto miglior giocatore della competizione nella stagione 2000-2001, la Lazio, nella stessa estate dopo aver ceduto Nedved alla Juventus, decide di piazzare il colpo versando nelle casse valenciane 89 miliardi di lire (48 milioni di euro) diventando così il secondo acquisto più costoso nella storia del club biancoceleste dopo Hernan Crespo.

#8 Gianluigi Buffon

Quelle di inizio millennio sono estati calde, caldissime per il mercato dei calciatori, soprattutto in Italia che di talenti ne ha ancora e mantiene un prezioso fascino a livello europeo e internazionale. Così sempre nell’estate 2001, mentre Mendieta valigie in mano passa dalla Spagna all’Italia, percorso inverso – destinazione Madrid – lo fa Zinedine Zidane che lascia la Juventus per accasarsi al Real. Con i soldi incassati, la Juventus decide di investire massicciamente nel mercato facendo razzia del meglio che c’è in giro. Sfumato lo scudetto anche (ma non solo) per alcune incertezze del portiere Van Der Sar, Moggi bussa alla porta del Parma e chiede Buffon, 23 anni e un futuro certo da campione. Così, dopo aver perfezionato l’acquisto di Lilian Thuram dal Parma, sempre dagli emiliani, la Juventus acquista Buffon per 75 miliardi di lire più la cessione a titolo definitivo di Jonathan Bachini, valutato 30 miliardi (in totale 52,88 milioni di euro). Il portierone è quell’anno l’acquisto più oneroso nella storia della società bianconera, record mantenuto fino al 2016.

#7 Hernan Crespo

L’avevamo già chiamato in causa con l’operazione Mendieta. Sì, perché Gaizka è il secondo acquisto più costoso nella storia della Lazio: al primo posto c’è l’attaccante argentino Hernan Crespo. Crespo nel 2000 ha 25 anni, gioca nel Parma e con i ducali vince Coppa Italia, coppa Uefa e Supercoppa Italiana. La Lazio con il tricolore sul pezzo investe ben 110 miliardi di lire (56,81 milioni di euro) per aggiudicarsi el Valdanito. Il suo trasferimento risultò essere il più costoso nella storia del calcio mondiale, seppur per pochi giorni: nello stesso mese, infatti, il portoghese Luis Figo viene acquistato dal Real Madrid per 143 miliardi di lire.

#6 Edison Cavani

Edinson Cavani si è affermato come uno dei giocatori più prolifici d’Europa. È passato dal Napoli al PSG nel 2013 ed è adesso parte di quello che è probabilmente il miglior attacco d’Europa. Il suo trasferimento da 64 milioni e mezzo di euro adesso sembra un affare se si pensa al mercato gonfiato ed Edison, attualmente, è il miglior marcatore nella storia del club transalpino. Scommesse calcio oggi vedono il PSG tra i favoriti per la conquista della Champions League in quanto possono disporre anche della star brasiliana Neymar per rinforzare il loro attacco. Dai uno sguardo all’infografica per vedere i maggiori ingaggi della Serie A.

#5 Kakà

Mezzo milione in più rispetto all’affare Cavani – PSG, in quinta posizione c’è la cessione di Kakà nel 2009 al solito Real Madrid che, ciclicamente, mette piede nel supermercato Italia. Kakà, figliol prodigo del Milan, già promesso a gennaio al Manchester City decide di rimanere in rossonero, ma la cessione è solo rimandata e approda così nell’universo Galacticos assieme a Cristiano Ronaldo. La faraonica campagna acquisti del Real Madrid di Florentino Perez continuò con l’ingaggio del francese Karim Benzema dal Lione per 35 milioni, degli spagnoli Raul Albiol dal Valencia, Alvaro Arbeloa e Xabi Alonso dal Liverpool e Esteban Granero dal Getafe.

#4 Zlatan Ibrahimovic

Zlatan nella sua ossessiva ricerca di vincere la Champions League, dopo aver dominato in Italia prima con la Juventus e poi con l’Inter accetta il passaggio al Barcellona, nella stessa estate del doppio colpo merengues Kakà – Cristiano Ronaldo. La società spagnola paga 46 milioni di euro all’Inter più la cessione del camerunese Eto’o, valutato 20 milioni. Inizialmente è previsto anche il prestito per un anno del bielorusso Hleb, con diritto di acquisto da parte dei nerazzurri per 10 milioni, ma è saltato, e quindi il Barcellona versa altri 3 milioni circa per concludere l’affare per una valutazione totale di 69.5 milioni di euro.

#3 Zinedine Zidane

L’avevamo già accennato. Eccoci al gradino più basso del podio. Sua maestà Zinedine Zidane che nel 2001 si trasferisce dalla Juventus al club Real Madrid che, per averlo tra le sue file sborsa 150 miliardi di lire (77,5 milioni di euro), realizzando il più costoso trasferimento di un giocatore nella storia del calcio fino a quel momento. Con i bianconeri, il talento francese gioca complessivamente 212 partite e segna 31 gol, di cui 24 in Serie A.

#2 Gonzalo Higuain

Tra acquisti e cessioni, sul podio c’è sempre la Juventus. Gonzalo Higuain, a modo suo, ha segnato la storia della Serie A: arrivato in Italia nel 2013, comprato dal Napoli per sostituire proprio Cavani, el Pipita nella stagione 2105-2016 fa il botto. Entra nella top ten dei migliori marcatori della storia del Napoli, toccando quota 70 reti complessive;  va a segno per sei giornate consecutive, eguagliando la striscia positiva di Maradona nella stagione 1987-88; supera  Cavani per gol segnati in una stagione, fino ad allora il miglior cannoniere stagionale nella storia degli azzurri e il 14 maggio, nel 4-0 dell’ultima giornata contro il Frosinone, realizza la tripletta che gli consente di chiudere il campionato con 36 reti in 35 partite, vincendo la classifica marcatori e superando il record assoluto di reti in un singolo campionato italiano, fino ad allora detenuto da Nordahl nella stagione 1949-50, ed eguagliando inoltre quello di Rossetti che resisteva dal 1928-29, quando il campionato si disputava a più gironi. Con questo bigliettino da visita niente male, la Juventus decide di fare follie e sborsa ben 90 milioni di euro per averlo. Il suo trasferimento è il più costoso nella storia della Serie A.

#1 Paul Pogba

Ma se la Juventus ha potuto sborsare questa cifra è perché nella stessa sessione di mercato, nell’estate 2016, il Manchester United bussa alla porta dei bianconeri per riportarsi a casa il gioiellino Pogba lasciato partire troppo in fretta. La cifra è da capogiro: per riacquistare a titolo definitivo il suo ex calciatore, il club inglese sborsa una somma complessiva di 105 milioni di euro. In Italia si rompe il muro dei 100 milioni di euro per un’operazione di mercato. Si tratta in quel momento del trasferimento più oneroso nella storia del calcio, superato l’estate successiva dai 222 milioni sborsati dal PSG per Neymar.