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Redazione mondiali.it

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Articolo tratto da Il Messaggero

Don Tancredi Ricca, cappellano della Basilica di Superga, stava nella sua stanza al primo piano leggendo il suo libro delle preghiere. “Alle cinque in punto della sera”, giacché quella era l’ora. L’ora in cui quindici anni prima il piccolo toro Granadino aveva incornato il grande torero Ignacio Sanchez Meijas a Manzanares, e il poeta Federico Garcia Lorca aveva scritto l’indimenticabile “lamento”.

Forse anche i 31 uomini, passeggeri ed equipaggio, che volavano sul Fiat G-212 della Ali (Avio Linee Italiane), sigla I-ELCE, sballottati dai venti in quota, il resto del cielo e della terra nascosto dalla nebbia e dalla pioggia, tanto che pur essendo il 4 maggio sembrava una notte d’inverno piemontese, recitavano le preghiere che avevano imparato da bambini. E forse anche il pilota che era ai comandi, pur avendone vissute già d’ogni tipo e d’ogni paura, giacché nel corso della Seconda Guerra Mondiale aveva gonfiato il petto a cinque medaglie al valore, pregava.
Che macabro destino per il Toro: «Quota duemila metri, qdm su Pino, poi tagliamo su Superga» furono le ultime parole che Pierluigi Meroni pilota trasmise alla torre di controllo. Erano le 17.02 di mercoledì 4 maggio 1949 e da allora sono trascorsi settant’anni esatti.

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Don Tancredi sentì solo il rombo dell’aereo che s’avvicinava: non ci fece quasi caso, ne passavano tanti su quella rotta. Anche Amilcare Rocco, muratore che abitava a pochi passi dalla Basilica, sentì quel rumore: il solito, pensò. Ma si fece sempre più assordante. E finì con un tonfo e un boato. Amilcare uscì di casa, si mise a correre insieme con qualche contadino che era già per strada, diretto verso il fuoco che veniva da dietro la Basilica. Quando arrivarono al bastione, videro la carlinga di un aereo infilzata nel muro. Don Tancredi era già lì che s’aggirava fra i resti. «Le maglie del Torino, le maglie del Torino» urlò uno, tirando su gli indumenti granata con cucito lo scudetto. Perché su quell’aereo che la mattina era decollato da Lisbona, dopo un’amichevole contro il Benfica per l’addio del capitano Francisco Ferreira, viaggiava il Grande Torino.

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Ce n’erano di quelli della squadra o dintorni che erano divenuti leggenda che per le solite fortuite casualità del Destino erano rimasti a casa: il secondo portiere Gandolfi, che aveva dovuto lasciare il posto al terzo numero uno, Dario Ballarin, probabilmente raccomandato per un viaggio premio dal fratello Aldo; il radiocronista storico Nicolò Carosio, impegnato con la Cresima del figlio; il presidente Ferruccio Novo, a letto con l’influenza; il ragazzo Primavera Luigi Giuliano che non riuscì ad ottenere per tempo il passaporto, come un disguido burocratico tenne a Roma l’invitato Tommaso Maestrelli, l’inventore poi del primo scudetto della Lazio: era in predicato di passare al Torino la stagione successiva ed era stato Valentino Mazzola a volerlo per Lisbona. Ma c’erano tutti quelli che l’Italia amava in blocco, e non perché fossero tutti torinisti i tifosi, ma perché loro erano tutti azzurri (anche 10 su 11 in campo) e perché giocavano un calcio insieme straordinario e vincente. Dal ’43 al ’49 vinsero sempre lo scudetto. Storia di altri tempi, anche loro farebbero fatica a trovare il consenso spontaneo e sincero di allora (un milione di persone al funerale), in un calcio, quello attuale, che si divide per ogni cosa.

Bacigalupo, Ballarin, Maroso, Grezar, Rigamonti, Castigliano, Menti, Loik, Gabetto, Mazzola, Ossola: era la formazione. Settant’anni fa non c’era la “rosa” e gli undici erano undici e s’imparavano a memoria, come le poesie di Carducci, Pascoli o Leopardi. Oggi molti di quei cognomi sono i nomi degli stadi dei loro luoghi natali, che così li onorano e ricordano. Bacigalupo parava anche i rigori, pure se il primo gol che prese in serie A fu su penalty, ma lo tirava Silvio Piola; avevano i loro nomignoli: c’era il “Trio Nizza”, i tre che dividevano l’appartamento in via Nizza; c’era il “cit”, il più piccolo (Maroso), c’era il “Barone” (Gabetto, il più elegante: mai un capello fuori posto). Valentino Mazzola, il più celebre e celebrato (c’è chi pensa che sia stato il miglior calciatore italiano di sempre, certo il più completo: una volta che sostituì in porta nei minuti finali l’espulso Bacigalupo, salvò il 2 a 1 contro il Genoa), è diventato lui stesso un “nomignolo”: José Altafini, in Brasile, lo chiamarono Mazzola per via di Valentino.

 

Lui da ragazzo lo chiamavano “Tulen”, barattolo in dialetto, perché faceva tutta la strada da casa al lavoro e viceversa calciando una lattina vuota: per questo imparò a farlo di destro e di sinistro, tanto che, diceva Boniperti, «non puoi dire se fosse destro o mancino». Arrivarono a Superga, altezza 600 metri, Meroni ci finì dentro giacché la strumentazione di bordo s’era bloccata sulla quota 2000, vigili del fuoco, ambulanze e popolo. Popolo d’ogni maglia. Arrivò anche l’ex commissario tecnico Vittorio Pozzo che dovette riconoscere i poveri corpi: da una cravatta, da un orologio, da un piede. Nel silenzio, la gente guardava la carlinga, l’ultimo pneumatico che bruciava, la chioma bianca di Pozzo. Lui si sentì toccare la spalla da un gigante in impermeabile bianco lungo fino alle caviglie. Il ragazzo aveva gli occhi rossi e disse soltanto «Your boys», «i tuoi ragazzi». Era John Hansen, danese che giocava nella Juve. Non ci fu maglia né tifo che tenesse, alle cinque in punto nella sera o poco dopo. Don Tancredi Ricca ora pregava e benediceva.

Articolo tratto dal Post

Alle 14:17 di domenica 1 maggio 1994 la dottoressa Maria Teresa Fiandri, allora primario del reparto di rianimazione e del 118 dell’Ospedale Maggiore di Bologna, non era in servizio ma era reperibile. Stava guardando in televisione insieme ai suoi figli il Gran Premio di San Marino di Formula 1, terza gara del Mondiale, che si correva sulla pista di Imola, e aveva appena visto un incidente che l’aveva indotta a mettersi in macchina e raggiungere l’ospedale ancor prima che il suo cercapersone cominciasse a suonare. Quattro ore e mezzo circa più tardi, poco prima delle 19, la dottoressa Fiandri – accerchiata da decine di giornalisti, in una sala dell’ospedale – annunciò in diretta televisiva:

Alle 18:40 il cuore di Senna ha smesso di battere, e quindi Senna è morto alle ore 18:40

Nel mondo degli appassionati di motori e di Formula 1 – e non solo tra loro – il weekend del 1° maggio 1994 viene ricordato come il più tragico di sempre. Fu il weekend della morte di Ayrton Senna, che viene da molti definito ancora oggi come il più grande pilota di tutti i tempi, e chi lo sostiene lo fa solitamente con una nettezza e un’espressione raramente rintracciabili sul volto di chi – quando si finisce a parlare dei più grandi di sempre – cita altri campioni leggendari invece che lui (Jim Clark, Juan Manuel Fangio, Michael Schumacher). La tragicità di quel fine settimana fu determinata da una serie di eventi incredibili e sfortunati, e la morte di Senna fu soltanto l’ultima e più clamorosa notizia.

Si dice spesso che in Italia non ci siano altri sport a parte il calcio, ma in quei giorni non si parlò di altro che di Senna, e la notizia della sua morte stravolse completamente la gerarchia delle notizie e le consuetudini. Il 2 maggio, giorno in cui le edicole sarebbero potute teoricamente restare chiuse per via della festa del 1° maggio, diversi giornali andarono comunque in stampa con un’edizione speciale, e molte edicole aprirono fin dal mattino. Dino Zoffportiere della nazionale italiana campione del mondo nel 1982, e appassionato di corse – il 1° maggio del 1994 allenava la Lazio. Nella prefazione a un bel libro recente dedicato a Senna, scritto dal giornalista sportivo Leo Turrini, Zoff racconta:

L’1 maggio 1994, quando la sorte gli tagliò la strada a Imola, io stavo in panchina, come allenatore della Lazio, per una partita del campionato di Serie A. Non ricordo assolutamente il risultato

Per capire perché il weekend del 1° maggio 1994 ebbe un impatto così devastante per il mondo della Formula 1, conviene raccontarlo tutto, dall’inizio.

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Cos’ha quel giocatore nelle scarpe? Le calamite?

È stata una delle giocate più belle che ho visto su un campo di calcio

La prima, è una domanda retorica di uno stupito Alex Ferguson, la seconda è una frase, da altrettanto stupido,  pronunciata da Pierluigi Collina. Entrambi si riferivano allo stesso calciatore e alla stessa magia: Fernando Redondo e il suo colpo di tacco all’Old Trafford. Era il 19 aprile del 2000, il Real Madrid affrontava in trasferta il Manchester United campione d’Europa in un match che rappresentò un simbolico passaggio di testimone. Ma il passaggio più bello di quella serata fu quello con cui l’argentino smarcò Raul per il gol del 3-0. Un assist apparentemente semplice ma arrivato al termine di un’azione personale che rimase nella storia del calcio. El taconazo del Principe è tutt’oggi ricordato come uno dei dribbling più geniali e allo stesso tempo efficaci mai visti, un’esibizione di tecnica e istinto che il centrocampista di Buenos Aires regalò al pubblico di Manchester e che segnò per sempre la carriera del povero Berg, il terzino norvegese dello United che da quel giorno fu colui il quale subì il tunnel dal campione del Real.

La giocata di un secondo, pensateci bene, di un solo secondo in grado di rimanere cristallizzata per decenni. In quella serata di Manchester, Fernando Redondo era il capitano e il leader del del Real Madrid. Una squadra che nella stagione 1994-95 era stata ricostruita da Jorge Valdano che affidò al connazionale le chiavi del centrocampo blanco dopo averlo acquistato dal Tenerife. L’accoppiamento tra gli spagnoli e i Red Devils ai quarti di finale mise di fronte le ultime due squadre a vincere il trofeo: il Real, campione d’Europa nel 1998 dopo la vittoria sulla Juventus, e lo United detentore del trofeo sollevato a Barcellona dopo l’incredibile rimonta nei minuti di recupero contro il Bayern Monaco.

La portada del diario AS (19/04/2020)

L’andata al Bernabéu era finita 0-0, dunque per gli spagnoli era necessario vincere o pareggiare segnando almeno un gol. Piccolo dettaglio: Beckham e compagni non perdevano in casa da oltre un anno. Un autogol di Roy Keane al 20’ del primo tempo e una rete di Raul al 5’ della ripresa misero subito la qualificazione sulla via di Madrid ma proprio tre minuti dopo il 2-0, si materializzò la giocata che verrà successivamente votata come la migliore nella storia del Real dai lettori di Marca. Minuto 53, il capitano del Real porta palla vicino all’out di sinistra, sembra chiuso da Berg e altri due avversari ma improvvisamente appare il genio: colpo tacco verso l’interno, palla tra le gambe del terzino, testa alta e assist perfetto a Raúl che deve solo spingere dentro. È il 3-0, a nulla valsero i gol successivi di Beckham e Scholes: al fischio finale di Pierluigi Collina il risultato recita 3-2 per il Madrid che si qualificò per le semifinali prima (dove affrontò il Bayern) e per la finale poi. A Parigi, nel duello tutto spagnolo contro il Valencia di Héctor Cuper, arrivò l’ottava Champions per il club blanco.

 

fonte: Sky Sport

L’evento più seguito delle Olimpiadi del 2004 nelle case degli italiani. Con la voce di Franco Lauro che entra attraverso gli schermi delle televisioni. Non una finale, non l’assegnazione di una medaglia, ma una semifinale, quella di basket tra la Nazionale maschile di pallacanestro e la Lituania. Quella dei 100 punti, quella che porta gli Azzurri alla finale contro l’Argentina, alla medaglia d’argento e a chiudere davanti al Dream Team statunitense. Contro l’ItalBasket di coach Charlie Recalcati c’è un avversario di primissima categoria, ovvero la Lituania campione d’Europa, squadra ricca di grandissimi giocatori, un mix perfetto di grandi doti individuali e organizzazione di squadra.

E’ il 27 Agosto 2004, si gioca all’Indoor Hall di Atene. L’avvio è traumatizzante per l’Italia, e sembra non ci debba essere storia, anche perché Macijauskas farebbe canestro anche dal Villaggio Olimpico: 4 su 4 nei tiri da tre, 16 punti sui 24 complessivi della Lituania, che si issa 16-5, prima che un break azzurro firmato Bulleri e Galanda ridia ossigeno ai nostri (18-15). Ma appena i baltici tornano a ricamare il loro basket è di nuovo notte: 24-15 al primo miniriposo.

Basket, quella notte magica in cui il Dream Team era l'Italia - La ...

Nel secondo quarto è Soragna a ricucire lo strappo (25-20), Macijauskas però è una macchina: quinta tripla del lituano e 29-20. E’ a quel punto che comincia un memorabile Pozzecco&Basile Show: tre conclusioni a testa a segno dai 6,25 mentre la difesa chiude ermeticamente la via del canestro in quattro minuti di basket da sballo, con una trance agonistica sensazionale. La Lituania è travolta dalla piena azzurra e incassa un clamoroso 21-0 (da 34-23 a 34-44) da un’Italia versione da gala. Ogni errore è però pagato a caro prezzo e Chiacig, pur producendo buone iniziative in attacco, sciupa due palloni che costano caro. L’Italia comunque va al riposo con 6 insperabili punti di margine (49-43).

Che fine hanno fatto gli atleti dell'Italbasket argento ad Atene 2004?

Non ne basterebbero ovviamente il doppio contro una squadra che ha talento e punti nelle mani di tutti i suoi uomini, tanto da poter cambiare a spettacolo iniziato gli attori protagonisti. E’ Jasikevicius a riportare i suoi in linea di galleggiamento (53-53 al 4′), ma ora l’Italia ci crede e tutti mettono il mattone per la casa dei sogni: Pozzecco difende alla morte, Marconato contribuisce con tap-in, stoppate e un intelligente uso dei giochi a due con Galanda per sfruttare i centimetri a favore sui cambi difensivi dei lituani, Bulleri dà il cambio a Basile e Pozzecco nel martellamento dall’arco. Dopo 6’30” è ancora +10 Italia (65-55). Coach Sireika ordina la zona e prova il bluff scommettendo che l’Italia non possa continuare la strepitosa serie di tiri da tre (11/16 nel primo tempo). Basile in effetti sbaglia, ma alla ribalta è il turno di capitan Galanda che piazza due triploni clamorosi che fanno ripartire l’ultimo quarto dal 73-63 per gli azzurri.

La Lituania non è squadra da calare le braghe e infatti il match è tutt’altro che finito. Stombergas riemerge da una gara in sordina con tre minuti stellari, l’Italia ha forse paura di vincere e butta via palloni: la Lituania ringrazia ed è subito lì (72-73), costringendo coach Recalcati al time out per fermare la crisi. Ma ormai l’inerzia del match è cambiata così a 7’40” dal termine è sorpasso (74-73), poi Stombergas firma (ancora da tre) il parziale di 14-0 che dà la mazzata più pesante al sogno finale azzurro. Radulovic dopo ben quattro minuti segna dalla lunetta i punti per rompere il sortilegio, Basile ancora ai liberi rifiuta di firmare la resa (78-77), poi, alla soglia della mezzanotte, inizia la drammatica volata verso la finale.

I baltici perdono sicurezza, sbagliano cinque tiri consecutivi su altrettanti rimbalzi d’attacco, con gli azzurri attaccati alle giugulari degli avversari. E allora l’Olimpo premia la squadra che al cuore unisce tecnica e tattica, in una serata da raccontare ai nipotini. Galanda da tre spiega alla squadra che si deve sognare, Basile a 1’47” dalla fine con una incredibile tripla all’ultimo secondo scaraventa nella fossa i lituani (89-79). Lavrinovic mette un tiro da tre, Basile risponde con la stessa arma, nell’ovazione della Indoor Hall ormai conquistata dagli azzurri (92-82 a 1’08” dalla sirena). Il duello tra i due prosegue con un’altra tripla del lituano, ma dalla lunetta Basile e Pozzecco sono glaciali. A 25″ dalla fine Jasikevicius va a sbattere contro il muro della sconfitta.

L’Italia batte la Lituania 100-91 e regala così a se stessa e agli italiani il sogno più bello della sua storia, una finale olimpica vera contro l’Argentina, nulla a che vedere con Mosca di 24 anni prima con i Giochi mutilati dal boicottaggio.

In un sondaggio del 2006 tra i tifosi del Liverpool si è classificato al quarto posto nella classifica 100 Players Who Shook The Kop alle spalle di Gerrard, Dalgish e Rush. Talmente idolatrato dalla Kop da affibbiargli sin da ragazzino il poco impegnativo soprannome di “The God”, Dio, nonostante da bambino aveva in cameretta i poster dei giocatori dell’Everton.

Robbie Fowler, nato a Liverpool il 9 aprile 1975, è stato un portento, un attaccante che sbucava da tutte le parti, imprevedibile, estroso, letale. Ha segnato 163 gol in Premier League, 120 con il Liverpool in otto stagioni, sesto miglior marcatore della storia del campionato inglese dietro a Thierry Henry, Frank Lampard, Andy Cole, Wayne Rooney e Alan Shearer. Colpi di genio e colpi di pazzia, gli anni Novanta sono stati i suoi, nel bene e nel male.

Il periodo sfortunato di Fowler inizia nel 1998, quando un infortunio al legamento del ginocchio lo costringe a chiudere anticipatamente la stagione, precludendogli la possibilità di partecipare ai campionati mondiali del 1998, favorendo così anche l’ascesa del giovane compagno di squadra Michael Owen, che aveva esordito con il Liverpool l’anno precedente.

The legend of Robbie Fowler: The Premier League's best finisher ...

Ma è nel 1999, nei primi mesi del nuovo anno, che Fowler perde la bussola: nella partita contro il Chelsea, provoca il difensore del Chelsea, Graeme Le Saux, sulle voci sulla sessualità del giocatore. Poi si arriva al derby del Merseyside del 3 aprile 1999. Il match si apre con un minuto di silenzio per il decennale della tragedia di Hillsborough, i Toffees passano in vantaggio immediatamente con un tirazzo di Olivier Dacourt da lontano e pallone sotto l’incrocio dei pali. Nell’Everton milita anche un giovane Marco Materazzi che in area di rigore abbatte Paul Ince. Sul dischetto si presenta Robbie Fowler, che incrocia il sinistro, firma l’1-1 e va a festeggiare con un’esultanza passata alla storia. Accusato dai tifosi dell’Everton di essere un cocainomane, Fowler si esibisce in mondovisione in una sniffata della linea di fondo.

La sua doppietta nel 3-2 finale passa in secondo piano e stavolta, a differenza della lite con Le Saux, Robbie capisce immediatamente di aver passato il segno.  Mentre l’attaccante si scusa con un rapido comunicato, il suo allenatore, Gerard Houllier, va in sala stampa fornendo una versione inspiegabile dell’accaduto: secondo il francese, l’esultanza di Fowler sarebbe un omaggio a Rigobert Song, difensore camerunense arrivato dalla Salernitana, e alle esultanze buffe come le danze intorno alla bandierina e il gesto di mangiare l’erba. L’attaccante del Liverpool viene convocato dalla Football Association, con due inchieste pronte a fondersi in una sola udienza e una multa di 32.000 sterline già inflitta dalla dirigenza del Liverpool per l’esultanza contro l’Everton. Decide di non appellarsi all’ulteriore sanzione di 32.000 sterline imposta dalla Fa e alle sei giornate di squalifica: due per il diverbio con Le Saux, quattro per lo show nel derby.

Il Liverpool, per Fowler, ha significato molto, forse tutto. Da tifoso, era a Istanbul nella notte della clamorosa rimonta contro il Milan. E proprio da tifoso ha ragionato quando, nel gennaio 2006, è tornato ai Reds durante la sua fase calante, quasi a voler riassaporare l’innocenza dei primi anni.

Liverpool boss Klopp the Messiah? There's only one God on ...

 

Fonte: Ultimo Uomo

Una lunga malattia se l’è portato via a 71 anni, il 6 aprile 2020. E’ morto Radomir Antic, ex calciatore ed allenatore serbo che in Spagna aveva trovato una seconda patria diventando uno dei pochi tecnici chiamato a sedersi, tra le altre squadre della Liga, sulle panchine di Madrid, Atletico e Barcellona. È stato l’Atletico Madrid a dare la notizia, il club al quale Antic era più legato e dove aveva ottenuto il suo più grande trionfo: il “doblete” del 1996.

 

Antic faceva il difensore e aveva iniziato nello Sloboda di Uzice, passando poi al Partizan di Belgrado col quale aveva vinto il campionato jugoslavo nel 1976. Poche presenze in nazionale e la partenza per l’estero: un anno al Fenerbahce, dove vinse il titolo turco, poi il Saragozza e il Luton Town.

Smesso di giocare nel 1984 Antic era tornato a casa e già nell’85 aveva preso in mano il Partizan, vincendo due campionati nei primi due anni. Chiamato dal Saragozza nel 1988 era tornato in Spagna, dov’è rimasto ininterrottamente per quasi 20 anni. Dopo aver portato il Saragozza in Uefa nel 1990 aveva sostituito Di Stefano sulla panchina del Madrid, facendolo rimontare fino alla terza posizione. Nella stagione seguente, 91-91, fu licenziato alla fine del girone d’andata col Madrid in testa alla Liga.

From Antic to Valverde, dismissals of leaders in the big - archyde

Dopo un brillante triennio all’Oviedo Antic fu richiamato a Madrid, ma da Jesus Gil. E nel 95-96, alla prima stagione, portò il doblete al Calderon, con Simeone come giocatore, entrando per sempre nella hall of fame colchonera. Rimase li fino al 1988 ma fu chiamato poi altre due volte negli anni seguenti per salvare il club. Ci riuscì nel 1999 ma non nel 2000, quando l’Atletico, che aveva iniziato la stagione con Claudio Ranieri ed era stato poi travolto dai guai giudiziari di Jesus Gil, retrocesse in Segunda.

Maglia Ufficiale Simeone Atletico Madrid, 1995/96 - Autografata ...

Dopo un altro passaggio da Oviedo arrivò la chiamata del Barcellona, per sostituire a metà stagione Luis van Gaal coi catalani a 3 punti dalla retrocessione. Antic fece bene ma alla fine della stagione, 2003, ci furono le elezioni: vinse Joan Laporta che aveva altre idee. Da lì Antic ando al Celta e nel 2008 fu chiamato a dirigere la nazionale serba, che portò bene al Mondiale sudafricano dove però fu eliminato nel girone. Da li un paio di esperienze in Cina, l’ultima nel 2015.

El mundo del fútbol despide a Radomir Antic, el único en entrenar ...

Dalle grandi sfide tra Coppi e Bartali, alle imprese della Nazionale azzurra di calcio, non c’è stato evento sportivo che da fine ‘800 a oggi non sia stato visto, commentato, riportato agli italiani, dalla Gazzetta dello Sport. A Milano arriva nelle edicole il 3 aprile del 1896 nata dalla fusione tra il settimanale Il Ciclista e il bisettimanale La Tripletta, entrambi di argomento ciclistico. Il giornale esce, inizialmente, il lunedì e il venerdì di ogni settimana, visto che la maggior parte delle gare si svolgono nel fine settimana e il mercoledì o il giovedì. Sulla scia dei fogli da cui nasce, anche la Gazzetta tratta maggiormente di ciclismo, lo sport più seguito a fine Ottocento.

1997-2006: TUTTO VERO! Gioie e dolori di un'epoca - La Gazzetta ...

Tuttavia, bisogna aspettare ancora tre anni per vedere le pagine rosa sugli scaffali delle edicole. Il look iniziale del giornale è, infatti, caratterizzato da pagine verdi. Questo almeno fino al 4 settembre del 1896, quando le pagine vengono colorate di giallo. Il nuovo look non è destinato a durare molto e, il 1° gennaio 1897, si ritorna al colore verde. La Gazzetta dello Sport rimane di quel colore fino al 2 gennaio 1899, anno in cui viene lanciato il nuovo look a cui il quotidiano ci ha abituati.

Prima pagina La Gazzetta dello Sport 15 Febbraio 2004 | Fotografia ...

Non è chiarissimo perché il primo numero fu stampato su carta verde: Gazzetta dice che il motivo potrebbe essere stato economico, perché far “sbiancare” la carta costava più che mantenerla del colore verde chiaro. Altri fanno notare che il verde chiaro era anche il colore del Ciclista, uno dei due quotidiani sportivi dalla cui fusione nacque la Gazzetta dello Sport (l’altro era La Tripletta). E all’epoca esisteva già l’usanza di adottare carta colorata per i giornali sportivi: Le Vélo, un giornale sportivo francese fondato nel 1892, aveva la carta verde, mentre L’Auto – il predecessore dell’odierno quotidiano sportivo L’Équipe – venne fondato nel 1900 e adottò una carta gialla.

LA GAZZETTA DELLO SPORT – VERDE | El parlàva de per lù

Ci sono un paio di eccezioni, però, nell’era moderna. La “rosa” torna a essere verde il 16 dicembre del 2004 per una bella iniziativa: Quel giorno, il giornale aveva accettato la proposta di Shrek2 e del suo distributore, United International Pictures, di cambiare colore per un gesto di solidarietà: una parte del ricavato è stata devoluta al reparto pediatrico dell’Istituto dei Tumori di Milano. Il giornale svestiva per un giorno il rosa per promuovere un cartone animato che ha fatto divertire bambini di tutto il mondo, e nello stesso tempo voleva essere vicino a tanti bambini provati dalla malattia. In quell’occasione, furono raccolti e consegnati 120.000 euro.

Gazzetta dello Sport, prima pagina e titoli del 28 luglio

Successivamente l’11 giugno 2014 è uscita su carta azzurra – come il colore della maglia della Nazionale – per segnalare l’inizio dei Mondiali di calcio; il 28 luglio dello stesso anno è uscita su carta gialla per festeggiare la vittoria del ciclista Vincenzo Nibali al Tour de France (il giallo è il colore della maglia che indossa il primo in classifica durante il Tour de France). Verde è stata anche la prima pagina del numero del 3 aprile 2016, per festeggiare i 120 anni dall’uscita del primo numero.

Perché oggi la Gazzetta dello Sport è verde - Il Post

 

Unico calciatore ad avere vinto la Champions League con tre squadre diverse – Ajax, Real Madrid e Milan (con cui si è concesso un bis) – Clarence Seedorf, nasce a Paramaribo, capitale del Suriname, il 1°aprile 1976. Si forma umanamente e calcisticamente in Olanda dove sin dalla tenera età entra a far parte delle giovanili del prestigioso club di Amsterdam.

Seedorf è tuttora il più giovane esordiente dell’Ajax in Eredivisie. Debutta a 16 anni, nell’ottobre 1992,  e diventa presto una pedina fondamentale della generazione d’oro. Guidata dai veterani Danny Blind e Frank Rijkaard, una formazione giovane nelle cui file militano future stelle del calibro dei gemelli De Boer, Seedorf, Edgar Davids, Jari Litmanen e Patrick Kluivert, raggiunge l’apice conquistando la Champions League nel 1994/95 imponendosi per 1-0 nella finale di Vienna contro il Milan, squadra giunta alla sua terza finale consecutiva.

90s Football on Twitter: "Clarence Seedorf at Ajax, 1991.… "

Le vittorie per 2-0 nella fase a gironi proprio contro i rossoneri sono un buon presagio: la squadra di Louis van Gaal si ripete in finale battendoli grazie a un gol nel finale di Kluivert, entrato a gara in corso: «Tutti sognano di vincere una finale di Coppa dei Campioni, e io ho avuto la fortuna di riuscirci ad appena 19 anni. Quando mi sono svegliato il giorno dopo la finale mi sono sentito diverso, strano, in qualche modo speciale».

Seedorf lascia l’Ajax dopo quella magica notte di Vienna, trascorrendo una sola stagione alla Sampdoria prima di trasferirsi nella capitale spagnola, vestendo la casacca del Real Madrid. Qui il mondo inizia a conoscerlo per il suo altissimo valore tecnico e per le sue sassate dalla distanza. Assapora il successo europeo alla seconda stagione a Madrid, aiutando le Merengues a superare i detentori del Borussia Dortmund in semifinale. In finale, giocata nello stadio della sua ex squadra, l’Amsterdam Arena, affronta la Juventus dell’ex compagno di squadra Davids. La finale è decisa ancora da un unico gol, firmato da Predrag Mijatović a metà ripresa, che regala al Real Madrid la prima Coppa dei Campioni dopo 32 anni: «Era diventata più di un’ossessione per il club. Mangiavamo tutti i giorni in un ristorante in cui non facevano altro che parlarci della finale».

Nella carriera sportiva dell’olandese c’è tanta Italia. Nel 2000 passa all’Inter e soltanto due anni più tardi si trasferisce sulla sponda rossonera. Alla prima stagione con il nuovo club conquista il massimo trofeo europeo, aiutando il Milan a battere le sue ex squadre: il Real Madrid nella fase a gironi, l’Ajax nei quarti e l’Inter in semifinale. Conquista ai danni della Juventus la sua terza Champions League, mentre nel 2004 vince il campionato italiano. Il Milan rappresenta il punto più alto della carriera di Seedorf.

L'EX ROSSONERO - Seedorf: "Vi dico io come si vince la Champions ...

Carlo Ancelotti non riesce a fare a meno di lui e in poco tempo diventa uno degli intoccabili della rosa rossonera. Nel 2007 sempre sotto la guida di Ancelotti, il Milan conquista la sua settima Champions League. E’ la quarta ed ultima Champions League della sua carriera di Seedorf. In seguito alla vittoria, Seedorf verrà nominato dalla Uefa come miglior centrocampista della competizione.

fonte: Uefa.com
Fonte: Uefa.com

Nel dicembre 2016 ha mostrato su sul profilo Instagram i suoi nuovi quattro tatuaggi. Tutti e quattro sulle dita della mano sinistra, quattro numeri speciali per Sergio Ramos.  Il 35 e il 32 sono i suoi due primi numeri di maglia indossati nel Siviglia, la sua prima squadra, quella che per prima lo ha lanciato nel calcio che conta. Il 19 è l’età che aveva all’esordio con la Nazionale spagnola,  mentre il 90+ è in ricordo del famoso gol segnato all’Atletico Madrid nella finale di Champions League di Lisbona del maggio 2014, che è valso La Décima per la gioia di Carlo Ancelotti e di tutto il Real Madrid.

E non è un caso che in Spagna il difensore del Real sia ormai conosciuto da tutti come Sergio “NoventayRamos”, quello dai gol decisivi e rigorosamente all’ultimo respiro. Una carriera vincente quella del difensore nato a Camas, nell’Andalusia, il 30 marzo 1986; una carriera vincente non solo perché circondato da validi compagni di squadra che lo trascinano verso trofei e vittorie, ma perché è soprattutto lui a lanciare il cuore oltre l’ostacolo e a prendere in mano il suo fato, il suo destino.

Ramos ad oggi, siamo nel 2020, è vincitore di quattro Champions League e di altrettanti successi nella Liga, ha sollevato le coppe di Euro 2008 e di Euro 2012, intervallate dalla vittoria del Mondiale del 2010. Il difensore centrale è un punto di riferimento per il Real Madrid e per la Spagna dov’è primatista con 170 presenze e 21 gol.

 

Ecco, in sintesi, alcuni record e numeri impressionanti:

  • Il suo trasferimento dal Siviglia al Real Madrid per 27 milioni di euro nel 2005, quando aveva appena 19 anni, è un record per un giovane spagnolo.
  • Ramos è andato a segno in Liga per 16 stagioni di fila, record per un difensore. Nel 2018/19 è andato a bersaglio in 11 occasioni (otto rigori), stabilendo il suo record per una singola stagione.
  • Nell’Olimpo dei difensori ad aver segnato in due diverse finali di Coppa dei Campioni, è l’unico ad esserci riuscito nell’attuale formato. I suoi gol nelle finali di  Champions League del 2014 e 2016 contro l’Atlético Madrid gli hanno permesso di raggiungere Tommy Gemmell (1967 e ’70) e Phil Neal (1977 e ’84).
  • Col pareggio nei minuti di recupero della finale di Supercoppa del 2016 contro la squadra per la quale giocava da ragazzo, il Siviglia, Ramos ha segnato nelle finali di Champions League, Coppa del Mondo per Club e Supercoppa. Non male per un difensore.

Con la casacca della Roja, altri, imponenti numeri: a ottobre 2019, nell’1-1 tra Spagna e Norvegia valevole per le qualificazioni a Euro 2020, ha superato il record di 167 presenze in nazionale detenuto da Casillas. Un traguardo nato in virtù anche del fatto che è stato il  più giovane spagnolo a esordire in Nazionale degli ultimi 55 anni: il suo debutto con la Spagna è arrivato quattro giorni prima del suo 19esimo compleanno, ed è stato festeggiato con una maglia da titolare nelle qualificazioni al Mondiale del 2006 contro la Serbia e il Montenegro.

Chiamatelo Sergol Ramos | Agenti Anonimi

In Nazionale indossa la maglia numero 15 in ricordo di Antonio Puerta, suo ex compagno al Siviglia e scomparso nel 2007. A lui ha dedicato, con una maglia commemorativa esibita durante i festeggiamenti, i due Europei.  Ma il guerriero non sarebbe tale se non citassimo anche un altro “speciale” record: detiene, infatti, il primato negativo di espulsioni col Real Madrid avendo collezionato complessivamente ben 26 cartellini rossi fra tutte le competizioni. È stato inoltre espulso in cinque edizioni del Clásico, un record, l’ultima delle quali in occasione del successo 3-2 del Barcellona in casa del Real ad aprile 2017.

Sergio Ramos minaccia aerea: cronaca di una marcatura impossibile

Una lunga striscia di gol, iniziata il 15 maggio 1910 con la prima storica rete firmata da Pietro Lana nel debutto della Nazionale italiana. Un rotondo 6-2 contro la Francia in un calcio ancora pioneristico. Pensate che, in mancanza di allenatori veri e propri ed essendo gli arbitri i più esperti tra gli addetti ai lavori, la Figc incaricò la Commissione tecnica arbitrale di scegliere i giocatori che avrebbero giocato in Nazionale per le prime partite.

Di gol in gol bisogna aspettare il 1997, esattamente il 29 marzo, per vedere gli Azzurri gonfiare la rete per la millesima volta. E l’onore della marcatura numero 1.000 spetta a un debuttante con l casacca azzurra: Christian Vieri. Il centravanti è alla prima stagione con la Juventus e, dopo alcuni dissapori con l’allenatore Marcello Lippi, gioca con più continuità: il 15 marzo segna la sua prima doppietta in maglia bianconera nella sfida vinta 3-0 contro la Roma e realizza due gol anche il successivo 6 aprile, nella roboante vittoria sul Milan per 6-1.

E’ in un ottimo momento di forma così Cesare Maldini, ct dell’Italia, lo fa partire titolare in attacco accanto a Zola nella sfida contro la Moldavia, valida per il quarto turno delle Qualificazioni per i Mondiali di Francia 1998. L’Italia vince 3-0, apre Maldini con una splendida serpentina in area,  Zola raddoppia a fine primo tempo e, dopo cinque minuti della ripresa, mentre tutto lo stadio Nereo Rocco di Trieste attende con ansia la rete numero 1.000, ecco che arriva: Dino Baggio crossa in area, Zola fa velo per Vieri che dopo aver stoppato scarica il suo potente sinistro alle spalle dell’incolpevole Romanenco.

Impossibile sperare in un debutto migliore.