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Redazione mondiali.it

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Quattro mete, trentuno punti segnati e una straordinaria vittoria: l’Italia femminile riscrive un importante pezzo di storia a Padova, battendo la ben più quotata Francia e chiudendo al secondo posto il Sei Nazioni 2019. Al 70’ sul 26-12, profumo già intenso di vittoria ma col retrogusto amaro dell’agganciare in classifica le bleus rimanendo però terze, le azzurre hanno pensato che no, non potevano accontentarsi e hanno deciso di mettere la freccia per il sorpasso.

Dopo la meta segnata da Rigoni serviva la quarta, del bonus, del punto in più per toccare quota 17 e non restare a 16 come le francesi dotate però di una differenza punti enorme. Allora la capitana Manuela Furlan, come un capitan Giovanelli d’annata ai suoi affamati azzurri anni 90, ha pronunciato le stesse parole: «Ragazze, adesso ne facciamo un’altra». La triestina sorride con gli occhi e ripete «Le ho guardate e ho detto “vogliamo il bonus”».

Son bastati trenta secondi. In quel momento entrava in campo Sara Tounesi a sostituire la guerriera Valentina Ruzza, quando le è arrivata la palla dal calcio di invio, l’ha arpionata ed ha tirato dritto sfondando la difesa bleus al centro e, visto che nessuna la fermava, ha proseguito per trenta metri. Placcata alla fine, Tounesi è riuscita in un riciclo plastico dell’ovale verso la Furlan che davanti aveva solo campo libero da correre. L’estremo ha debordato al largo, per evitare ritorni di difensori e si è poi seduta in meta fra il ruggito dei tifosi consapevoli dell’impresa appena nata.

Passa un minuto e il centro Rigoni, dopo essersi informata dei secondi residui, s’è fatta passare l’ovale per spedirlo in tribuna e chiudere la battaglia. 31-12 finale, quattro mete e il secondo posto storico per qualsiasi formazione italiana nel 6 Nazioni. Dietro le marziane inglesi e davanti alle altre, dopo tre vittorie e un pareggio. Un solo bonus, quello decisivo. In 12 edizioni, dopo due cucchiai di legno all’esordio, l’Italia è sempre cresciuta arrivando all’ultimo gradino del podio nel 2015 con tre vittorie. Ora seconde in mezzo a due nazionali già qualificate per la Coppa del Mondo, stracciando le bleus ricordiamo campionesse in carica e alle quali, pur senza due seconde e un numero 8 titolari, sarebbe bastato un bonus difensivo per star sopra. Ma l’intensità del ritmo 6 Nazioni in sette settimane è così: si arriva all’ultimo con la benzina in riserva e la truppa malconcia. Vince chi ne ha di più e la fame azzurra era troppa. Il gruppo in un anno ha perso solo la sfida contro le inglesi che ora alzano la coppa chiudendo un slam imponente con l’80-0 sulla Scozia.

«Al di la di ogni considerazione tecnica – dice il ct aquilano Di Giandomenicoquesto 6 Nazioni è tutto delle ragazze». E queste azzurre sono partite di slancio, imponendo ritmo e pressione dal primo minuto con un’azione di 13 fasi stoppata dalle francesi sotto i pali. Al 20’ il primo acuto dell’ala Sofia Stefan, nato sugli sviluppi di un buco della Barattin sostenuto dalla Giacomoli che dopo una serie di ruck ha dilatato la difesa francese al largo. Tre azzurre contro una e Stefan che si tuffa evitando un placcaggio e segnando di schiena. La difesa azzurra è incredibile fra gli avanti e dietro (Muzzo in evidenza), le blues cercano di sfondare a centro ma non riescono mai a passare la metà campo. Servono i calci della Bourdon per lanciare le ali come la Boujard che accorcia al 38’. Nella ripresa arriva il giallo a Diallo che nel clou del match lascia la Francia in 14, ed arriva la meta della Bettoni vistata dal Tmo (apertura da touche per Ruzza a sfondare, dalla ruck l’ovale vincente) poi trasformata dalla Sillari. Poi il ritorno bleus all’ala con la meta di Jason. Ma il morale ospite va in pezzi, quando la Rigoni scappa solo di sprint fra l’apertura Bourdon e il centro Vernier. A quel punto la Furlan dice: ora ne facciamo un’altra.

La maglia indossata – per celebrare i 120 anni della Sampierdarenese – era un’eccezione, la conferma invece è sempre e solo lui. Fabio Quaglierella. Questa volta il solito gol non è bastato per evitare la sconfitta per 2-1 della Sampdoria nello scontro diretto con l’Atalanta, ma, come ogni domenica di fatto, il numero 27 blucerchiato ha fatto macinare altri record personali. Il capitano è solo il secondo giocatore nella storia della Serie A ad aver segnato almeno 20 reti a 36 anni compiuti, dopo Luca Toni nelle stagioni 2013/14 e 2014/15. E ancora, ha stabilito il suo nuovo primato di gol, 20, segnati in una singola stagione di A. In più è il 6° giocatore blucerchiato ad avere toccato questa quota in un singolo campionato di A, dopo Montella, Chiesa, Brighenti, Firmani e Bassetto.

Può bastare? Certo che no, perché con il rigore di ieri, il 7° stagionale calciato ma il 6° realizzato (respinta di Sirigu del Torino al Ferraris), ha anche raggiunto Omar Sivori al 27° posto della classifica cannonieri di A all-time, a quota 147: prossimo obiettivo Adriano Bassetto (149), icona blucerchiata.

Peccato, perché Quagliarella si era immaginato una domenica differente. Aveva stretto i denti per esserci, in settimana aveva gestito la sua preparazione a causa di quel problema alla coscia destra accusato a Ferrara, nel secondo tempo, che lo aveva costretto a chiedere il cambio. Non era al meglio, ieri, e alla prima palla toccata si è dovuto subito confrontare con la fisicità di Mancini. Ha dato il suo contributo, quel che poteva e aveva nelle gambe, ha segnato il rigore e ha finito la gara con solo un numero sulla schiena, il “2”, perché il “7” gli è stato strappato da un difensore.

Una giornata dolce-amara per Quagliarella, ma ancora una rete pesantissima che gli consente di battere il suo record stagionale in Serie A e al contempo lo trascina in vetta alla classifica marcatori sopra Cristiano Ronaldo e Krzysztof Piątek. Da non crederci.

È stato pubblicato in rete il 24 febbraio ma rientra appieno nelle più belle iniziative per l’8 marzo. A produrre il video è Nike, nota multinazionale di abbigliamento sportivo. Già da tempo Nike aveva inaugurato nei suoi spot la retorica della sfida, del riscatto, dell’apparente gesto folle. Lo spot diffuso in tutto il mondo lo scorso settembre parlava di atleti disabili, di diversità di razza, fisiche, di genere. Tutto vinto grazie al gesto sportivo: magari in assoluto normale, ma estremo rispetto al protagonista. «Non chiedere se i tuoi sogni sono folli, chiediti se sono folli abbastanza» diceva lo slogan finale.

Ora Nike lancia un messaggio tutto dedicato alla donna, alla sua sfida perenne che la vede combattere per un’uguaglianza che dovrebbe essere nelle cose e invece deve essere sempre un faticosa, difficile conquista. In “Dream Crazier” mostra le immagini storiche di Becky Hammon, la prima donna ad allenare una squadra di basket in Nba. Quelle di Katerine Switzer, la donna che nel 1967 per la prima volta partecipò alla maratona di Boston sotto falso nome. I giudici tentarono di impedirle di proseguire la gara, ma lei vi riuscì ugualmente. E poi campionesse, di sport e di vita come Serena Williams, voce narrante di questo spot e vincitrice di 23 Grandi Slam e tornata a giocare a livelli impensabili dopo aver avuto la prima figlia.

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Nello spot Serena Williams elenca le “prime volte” delle atlete, in una lettera d’amore che esalta le conquiste rosa nel mondo dello sport : «Vedere una donna correre una maratona, praticare la boxe o schiacciare a canestro era una cosa da pazzi». Dalla prima maratoneta alla prima atleta con l’hijab, vengono rievocati alcuni dei momenti che hanno segnato la storia dello sport femminile con immagini emozionanti.

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«Se vogliono chiamarti pazza, bene – recita il testo – mostra loro cosa vuole dire. È pazzesco finché non lo fai. Fallo e basta». Un video realizzato magistralmente, con montaggio di immagini piene di pathos. Un video commovente che restituisce l’immagine della donna costretta a essere guerriera da una società iniqua. Ce ne fossero di iniziative del genere, con questa narrazione, con questa capacità di raggiungere un pubblico mondiale e trasmettere valori, contro le diseguaglianze.

Se devo scegliere tra collezionare anelli di campioni Nba o trofei in una stanza, o dare a dei bambini l’opportunità di cambiare le loro vite, la scelta è molto semplice: vendi tutto

Kareem Abdul-Jabbar c’avrà anche rimuginato a lungo ma alla fine lo ha fatto per davvero: ha messo all’asta quasi tutti i suoi trofei, compresi i quattro anelli di campione Nba vinti coi Lakers (eccezion fatta per il primo, quello vinto con Milwaukee), e ha raccolto quasi tre milioni di dollari, la maggior parte dei quali destinati alla sua associazione benefica, la Skyhook Foundation, che ha come obiettivo quello di aiutare bambini di realtà disagiate ad imparare matematica, scienza, tecnologia e ingegneria.

La collezione Abdul-Jabbar includeva 234 lotti. Il più prezioso si è rivelato l’anello di campione 1987, venduto per 398.937,50 dollari. Il simbolo del titolo 1985 si è “fermato” a 343.700 dollari, gli anelli del 1980 e 1988 sono stati venduti per 245.500 dollari ciascuno. Nella top 5 dei cimeli più venduti entra anche il pallone usato nella sua 1560a partita Nba, nel 1989, autografato e venduto per 270.050 dollari. Hanno raccolto oltre 100.000 dollari ciascuno anche i tre trofei di mvp messi in vendita: quello del 1972, il secondo dei 6 vinti da Abdul-Jabbar in carriera, ha raccolto 123.977,50 dollari; quelli del 1974 e 1974 sono stati venduti per 122.750 ciascuno. Il 71enne leggendario inventore dello Skyhook, tutt’ora miglior realizzatore della storia Nba con 38.387 punti, aveva annunciato qualche settimana fa la decisione di mettere in vendita tutti i suoi trofei per aiutare la sua fondazione.

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«Quando uno sportivo famoso annuncia la decisione di vendere tutto quello che ha vinto in carriera, i tifosi di solito pensano al peggio. Non è il mio caso – ha spiegato Kareem motivando la sua decisione – Sono da sempre un collezionista: di tappeti orientali, di armi del Vecchio West, di monete dal mondo, tutti oggetti che mi hanno permesso di capire meglio il posto da cui venivano. I miei trofei sportivi hanno una storia: la mia storia. Ma invece di crogiolarmi nel luccichio di un trofeo che celebra qualcosa che ho fatto molto tempo fa, preferisco guardare la faccia deliziata di un bambino che tiene in mano la sua prima gru giocattolo e pensare a cosa posso fare per aiutare il suo futuro. perché quella è una storia che non ha prezzo».

Lui di vittorie sulla sirena ne ha vista tante, tantissime in carriera, ma questa davvero le batte tutte.

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Manca poco dal fischio d’inizio del 152esimo derby della capitale tra Lazio – Roma che inizierà alle 20.30 di questa sera. In questa giornata, però, c’è anche la sfida tra Napoli – Juventus e ciò non è la prima volta che accade.

Un 26esimo turno ricco di importanti appuntamenti. Dopo il colpaccio del Cagliari alla Sardegna Arena contro l’Inter, questo weekend ci riservato Napoli-Juventus, vale a dire seconda contro prima in classifica, e Lazio-Roma, derby capitolino numero 152 fra sesta e quinta forza del campionato.

Tuttavia non è una novità che questi due big match cadano nello stesso turno. Grazie a Footstats.it abbiamo avuto modo di sfogliare gli annali del calcio e ritrovare ben quattro precedenti.
La prima volta è avvenuta nella stagione 1947/48, quando i club si sfidarono in occasione della nona giornata: Lazio-Roma 0-1 (rete di Amadei), Napoli-Juventus 0-0.
Per il bis gli appassionati di calcio avrebbero dovuto attendere praticamente trent’anni. Nel torneo 1978/79, al settimo turno, ecco il doppio incrocio: entrambi terminati 0-0. Quindi, nel campionato seguente, 1979/80, alla 22esima giornata si ripresentò la singolare combinazione: Lazio-Roma 1-2 (Pruzzo per i giallorossi, pareggio di D’Amico per i biancocelesti, gol vittoria di Giovannelli per i lupacchiotti), Napoli-Juventus 0-0.

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La gioia di Giovannelli per il gol vittoria del 2-1

L’ultimo episodio è piuttosto recente, 1995/96, di nuovo alla ventiduesima giornata: Lazio-Roma 1-0 (Signori su rigore), Napoli-Juventus 0-1 (Ravanelli).


In sintesi tracciamo quello che è il bilancio complessivo dei vari scontri che ci sono stati in combinata:

1 vittoria Lazio – 0 vittorie Napoli
1 pareggio – 3 pareggi
2 vittorie Roma 1 –  vittoria Juventus
2 gol fatti Lazio – 0 gol fatti Napoli
3 gol fatti Roma – 1 gol fatto Juventus

La curiosità legata a questi match è che nessuna squadra ha poi vinto lo Scudetto: nel 1947/48 vinse il Torino, nel 1978/79 e nel 1995/96 toccò al Milan, mentre nel 1979/80 a festeggiare fu l’Inter.

E alla 26esima giornata?

In questo specifico turno possiamo conteggiare 3 derby Lazio-Roma: nel 1993/94 fu 1-0 con Signori man of the match, nel 2001/02 fu la stracittadina di Montella, autore di un poker di reti nell’1-5 finale (di Stankovic il gol della bandiera per gli aquilotti, mentre Totti contribuì alla manita), infine il pareggio 1-1 nel 2003/04 con Corradi e Totti su calcio di rigore.

Bilancio che, se non fosse per le marcature, sarebbe in perfetto equilibrio.

1 vittoria Lazio
1 pareggio
1 vittoria Roma
3 gol fatti Lazio
6 gol fatti Roma

Di Napoli-Juventus, invece, ne troviamo quattro: nel 1930/31 fu 1-2 con Ferrari e Vecchina in rete per gli ospiti e Vojak per i padroni di casa, nel 1962/63 andò in scena il più classico dei 0-0, nella stagione 1967/68 ecco un altro 1-2, stavolta Juliano per gli azzurri, De Paoli e Cinesinho per i bianconeri e per concludere con l’1-1 del 1975/76, Boccolini e Bettega.

Questo il bilancio del mini ciclo che ha visto alternarsi in schedina segni 2 e X:

0 vittorie Napoli
2 pareggi
2 vittorie Juventus
3 gol fatti Napoli
5 gol fatti Juventus

La Fiorentina ha assistito sgomenta e profondamente rattristata al susseguirsi di messaggi vergognosi, postati da alcuni individui sui vari canali social ufficiali del Club, che hanno avuto come bersaglio Davide Astori. La Società viola è in contatto costante con le autorità competenti affinché questi sciacalli vengano perseguiti come meritano

Arriva con una nota ufficiale, pubblicata sul sito del club, la presa di posizione decisa e inevitabile della Fiorentina dinanzi all’ondata di odio “social” che ha investito i viola in seguito al discusso episodio arbitrale di domenica sera, nel recupero della partita contro l’Inter, con l’assegnazione del rigore da parte dell’arbitro Abisso alla squadra di Pioli. Nelle ore immediatamente successive, le pagine legate al club sono state bersagliate da messaggi offensivi, tra i quali anche alcuni, vergognosi, che offendevano la memoria di Davide Astori, scomparso un anno fa, il 4 marzo 2018.
«Noi continuiamo a credere nello sport e nei valori che esso rappresenta – si legge ancora nel comunicato della Fiorentina – Un episodio non può scatenare questa rabbia insensata e facciamo appello ai tifosi veri affinché isolino questi individui indegni».

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Sul tema si è espresso anche Andrea Della Valle che conferma la decisione della Fiorentina di sporgere denuncia alla Digos per valutare se siano stati commessi reati e quali, mentre la polizia è al lavoro per risalire agli autori dei vari commenti apparsi nelle scorse ore. Ai microfoni di Sky, ha detto:

La Fiorentina con Davide era riuscita a fare una cosa incredibile: unire tutte le squadre di Italia. Sono senza parole, siamo tornati punto a capo. Quest’odio e violenze verbali per un errore arbitrale non hanno senso. A cosa serve infangare una persona come Astori? Come si sentono queste persone dopo che hanno scritto certe cose? Cosa si dicono quando si guardano allo specchio? O mentre mangiano con i genitori? Mi dispiace perché facciamo sempre dei passi indietro così drammatici

Vanessa Ferrari è tornata. La ginnasta azzurra, riemersa da un buco nero lungo 500 giorni in cui era sprofondata per colpa di un infortunio al tendine d’Achille, ha confezionato un’impresa straordinaria tornando a vincere una competizione internazionale. Dopo quasi due anni di assenza dalla pedana, il caporal maggiore dell’Esercito italiano ha trionfato nella sua disciplina preferita, la specialità di punta, sul quadrato centrale della World Cup di Melbourne, prima Coppa del Mondo del 2019 valida per la qualificazione all’Olimpiade di Tokyo del 2020 (le altre in programma quest’anno saranno a Baku e a Doha).

Con 13.600 punti la 28enne di Orzinuovi ha sbaragliato la concorrenza mettendosi in tasca i primi preziosissimi punti per staccare il biglietto dei Giochi nipponici. E nel caso in cui ci riuscisse sarebbe l’unica ginnasta italiana della storia ad aver conquistato quattro pass a cinque cerchi, staccando Monica Bergamelli e Miranda Cicognani. Sul secondo gradino del podio australiano è salita la portoricana Paula Mejias con 12.533 punti, mentre la medaglia di bronzo è andata alla cinese Shiting Zhao, con il punteggio di 12.266.

 

Rientrata sulle scene dopo il crac al tendine d’Achille dell’ottobre 2017, la Ferrari ha dimostrato per l’ennesima volta di essere più forte delle avversità e delle disgrazie, che nel corso della sua carriera hanno assunto le forme di infortuni gravi. Oppure di ingiustizie indelebili. Come quella volta alle Olimpiadi di Londra del 2012, quando ottenne un quarto posto ‘beffa’ nella finale di ginnastica: l’azzurra aveva sì chiuso quarta, ma con lo stesso punteggio della terza, la russa Aliya Mustafina, a cui però i giudici diedero la medaglia di bronzo per via di un cavillo regolamentare (prevale l’atleta che compie un’esecuzione migliore, rispetto a chi porta un coefficiente di difficoltà maggiore).

«Mi hanno rubato il bronzo», disse lei senza sapere che la sua rivincita era dietro l’angolo. In fin dei conti, quello che il bruco chiama fine del mondo, il resto del mondo chiama farfalla. E Vanessa, soprannominata “la farfalla di Orzinuovi”, due anni dopo si è rifatta vincendo a Tokyo il primo oro in Coppa del Mondo, nella stessa arena dove si erano disputati i Mondiali 2011 e dove, a dispetto di uno stato di forma eccezionale, aveva dovuto alzare bandiera bianca all’ultimo a causa dell’ennesimo infortunio.

 

Ecco perché la vittoria di adesso non è casuale: Vanessa aveva scelto Melbourne per il suo ritorno in pedana dopo il crac dei Mondiali 2017 e proprio in Australia è arrivata la sua resurrezione. L’atleta bresciana ha dominato una finale senza storia, tornando sul gradino più alto del podio in una manifestazione internazionale dopo addirittura cinque stagioni (l’ultima volta era stata agli Europei 2014 quando trovò l’oro proprio nella specialità prediletta). E non poteva scegliere momento migliore per rinascere, dato che questo evento assegnava punti preziosi per la qualificazione ai giochi olimpici di Tokyo 2020. Sarebbe la sua quarta Olimpiade.

C’è un rugby azzurro che vince, ed è quello della Nazionale femminile allenata da Andrea Di Giandomenico e trascinata da una superba Giada Franco. Anzi da una “Fantastic Franco” come ha titolato il sito ufficiale del Sei Nazioni femminile. Sì perché l’inarrestabile numero 7 azzurra ha trascinato le compagne a uno storico successo sull’Irlanda, un 29-27 che vale il temporaneo primo posto in classifica.

In cima, più in alto di tutte con due vittorie e un pari, l’Italia è imbattuta e poco importa se i prossimi due impegni contro Inghilterra e Francia appaiono sin da subito proibitivi, ma contro l’Irlanda, nello stadio di Parma, si è vista una squadra compatta e bella da vedere: Giada Franco ha segnato due mete ed è stata premiata come miglior giocatrice dell’incontro anche perché decisiva è stata la marcatura nel secondo tempo che ha permesso alle azzurre di prendere il largo e resistere al ritorno delle ospiti.

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Subito in vantaggio con una punizione di Sillari e poi una meta di Muzzo trasformata, l’Italia ha subìto la marcatura di Considine per poi allungare con Franco. Un intercetto dell’ala irlandese ha riportato sotto le Verdi che hanno poi ribaltato il risultato con Caplice e il piede di Fowley, ma Stefan ha permesso di chiudere in parità (22-22) il primo tempo. Nella ripresa una bella iniziativa di Muzzo è stata finalizzata ancora dalla terza linea: fondamentale la trasformazione di Sillari. Punto di bonus offensivo per le azzurre, però ancora meta di Miller per le avversarie: Fowley falliva la trasformazione, nel finale l’Italia gestiva il vantaggio e festeggiava il primo, storico successo sull’Irlanda.

Italia-Irlanda 29-27 (22-22)

Marcatori: p.t. 3′ c.p. Sillari (3-0); 7′ m. Muzzo tr. Sillari (10-0); 12′ m. Considine (10-5); 14′ m. Franco tr. Sillari (17-5); 18′ m. Considine tr.Fowley (17-12); 31′ c.p. Fowley (17-15); 36′ M. Caplice tr. Fowley (17-22); 39′ m. Stefan (22-22).  s.t. 50′ m. Franco tr. Sillari (29-22); 69′ m. Miller (29-27)

Italia: Furlan (cap.); Muzzo, Sillari, Rigoni, Stefan; Madia, Barattin; Giordano, Franco, Arrighetti (77′ Cammarano); Duca, Fedrighi (41′ Ruzza); Gai, Bettoni, Giacomoli (66′ Turani). A disposizione non entrate: Tounesi, Sberna, Sgorbini, Busato, Sarasso. All. Andrea Di Giandomenico

Irlanda: Delany; Considine, Naoupu, Claffey (38′ Sheehan), Miller; Fowley, Dane; Griffin (cap.), Molloy, Caplice (66′ Boles); Fryday, McDermott; Lyons (51′ Reidi), Hooban (51′ Nic A Bhaird), Feely (51′ Peat). A disposizione non entrate: McLaughlin, Hughes, Murphy. All. Adam Griggs.

Calciatrici: Sillari (Italia) 4/5; Fowley (Irlanda) 3/5

Player of the match: Giada Franco (Italia)

Punti conquistati in classifica: Italia 5; Irlanda 2

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Fuori la Lazio, con un piede e mezzo dentro le altre due italiane. E’ tempo di gare di ritorno dei sedicesimi di finale di Europa League che hanno già emesso il primo verdetto. Dopo lo 0-1 del’Olimpico, la Lazio perde 2-0 nel ritorno contro il Siviglia e dice addio alla manifestazione. I biancocelesti vengono condannati dai gol di Ben Yedder al 22’e di Sarabia al 78’, ma anche da qualche decisione discutibile dell’arbitro Taylor che non ha fischiato un rigore su Lulic quando si era ancora al minuto 17.

Con un ampio sguardo alle 15 partite che si giocano giovedì 21 febbraio, molte sfide sono decisamente aperte e in bilico: l’Arsenal deve rimediare alla figuraccia in Bielorussa, sconfitto 1-0 dal Bate Borisov; molto intrigante è il match tra Eintracht Francoforte e Shakhtar Donetsk terminato 2-2 oppure il Salisburgo che, in casa, deve ribaltare la sconfitta per 2-1 contro il Club Brugge così come anche lo Zenit che deve capovolgere l’1-0 dell’andata contro il Fenerbahçe.

Ecco qui alcune quote Replatz su cui scommettere

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Aspettiamoci possibili sorprese, quelle su cui, invece, non vorremmo incappassero Napoli e Inter.

Al San Paolo, ore 18.55, la formazione di Ancelotti parte con il forte vantaggio maturato in Svizzera, un convincente 3-1 sullo Zurigo confortato anche da un paio di dati incoraggianti: da 205 minuti, infatti, non subisce gol al San Paolo in gare ufficiali. L’ultima rete realizzata nello stadio del Napoli da un calciatore avversario, è quella segnata da Immobile al 65′ di Napoli-Lazio 2-1 del 20 gennaio scorso (Serie A). Poi 205′ di imbattibilità della porta azzurra, sommando i residui 25′ di quella gara e le intere contro Sampdoria (3-0) e Torino (0-0). Pochi gol subiti e tanti realizzati, almeno in Europa League dove il Napoli al San Paolo va in gol da 14 gare consecutive: l’ultimo stop è stato in Napoli-Plzen 0-3 del 14 febbraio 2013; da allora il Napoli ha sempre segnato al San Paolo nelle 14 partite disputate in Europa League, per un totale di 38 marcature.
Un dato statistico non sorride di certo allo Zurigo in vista del match di ritorno: svizzeri, infatti, sempre fuori se partono da 1-3 in casa all’andata. Lo Zurigo per la quinta volta gioca fuori casa nelle coppe europee dopo aver perso 1-3 in casa l’andata.

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Una settimana fa, l’Inter ha invece vinto 1-0 contro il Rapid Vienna, in Austria. Senza Icardi, i neroazzurri si sono imposti di misura nell’andata, in una partita con poche emozioni, con un rigore di Lautaro Martinez nel finale di primo tempo. A San Siro, ore 21, L’Inter per la settima volta nella sua storia delle coppe europee gioca in casa un ritorno partendo da una vittoria esterna per 1-0 all’andata e si è qualificata in 5 occasioni: in ordine cronologico a spese dell’Hearts (4-0 a Milano nel 1961/62), del Dukla Praga (0-0 a Milano nel 1986/87, dopo due rinvii per nebbia), del Malmo (1-1 nel 1988/89), del Norwich (1-0 nel 1993/94) e del Salisburgo nella finalissima vinta in coppa Uefa del 1993/94. Unica eliminazione dall’Anderlecht, che nel 1969/70 vinse al ritorno 2-0 a Milano. D’altro canto, il Rapid si trova per la 5° volta nella sua storia nelle coppe europee a giocare una gara esterna avendo perso 0-1 in casa l’andata ed è sempre stato eliminato. I viennesi sono usciti per mano di: Juventus nella Coppa Uefa 1971/72 (1-4 a Torino), dal Diosgyor (2-3 in Ungheria nella coppa Uefa 1979/80), dal Real Madrid (0-0 nella coppa Uefa 1981/82), dallo Shakhtar (2-2 esterno nel preliminare Champions 2015/16).

Anche per loro un paio di quote Replatz su cui puntare

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C’è Fulvio Collovati che nella trasmissione Quelli che il calcio, con pochezza di pensiero, frettolosamente e senza dare peso alle parole afferma che le donne non capiscono nulla di tattiche; poi ci sono le Iene, programma televisivo Mediaset, che in una settimana mandando in onda due “scherzoni” ad altrettanti calciatori: il gelosone Insigne talmente geloso di sua moglie Genoveffa Darone da privarle social e rapporti lavorativi, arrivando a farla dormire sul divano dopo una discussione; e poi il talentino della Roma, Nicolò Zaniolo, imbarazzato per un’intervista sciatta, maligna e importunante rivolta alla mamma del calciatore con domande davvero pesanti e personali.

Cliché a volontà di un mondo palesemente machista e che non si rende conto di esserlo, amplificato e anche legittimato da consensi social tra bomberismi e differenze sociali e di credibilità in base al sesso. E prendete, poi, una giornalista che scrivere un libro sul calcio gay in Italia. Francesca Muzzi del Corriere di Arezzo, per Ultra Edizioni, ha scritto “Giochiamo anche noi: L’Italia del calcio gay”, un libro reportage che raccoglie testimonianze e storie che ci restituiscono la dimensione di un mondo in cui lo sport, invece di unire, crea ancora separazioni e distanze.

Non so se ho mai giocato con un compagno omosessuale. Se l’ho fatto, non me ne sono accorto. Non avrei potuto: un giocatore omosessuale non è diverso da uno etero. Ma queste sono solo parole, perché se c’è bisogno di un libro che racconta dei calciatori gay e ci fa sapere che ci sono, allora siamo ancora molto distanti da un mondo sportivo sano. Peggio ancora, siamo dentro un calcio fatto di ignoranza

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E le parole di Tomas Locatelli, ex giocatore di serie A, come prefazione del libro sono emblematiche, ma d’altronde, Francesca Muzzi spiega molto bene nella sua prefazione che «essere gay in un mondo machista non è molto diverso dall’essere donna in un mondo di soli uomini» e tutti noi, o meglio tutti coloro che vogliono essere onesti e lucidi, sappiamo che anche il giornalismo sportivo è certamente prevalentemente maschile. Con tutte le implicazioni connesse, compreso chi vuol trarne vantaggi.

Il libro è un viaggio attraverso un’Italia ancora poco conosciuta, fatta di ragazzi che si sono organizzati e hanno deciso di coltivare la loro passione per il calcio, formando squadre Lgbt, organizzando tornei, creando reti d’inclusione e sana sportività. Come la storia di Giorgio, ragazzo napoletano, che fino a 26 anni ha fatto il fantino e, ora, calca i palcoscenici italiani come attore. Storia, che ci restituisce la temperatura di un’esistenza fatta di paure affrontate e vinte, quella per i cavalli, quella legata alla balbuzie e quella relativa al suo orientamento sessuale, che ha sconfitto mettendo su una squadra di calcio gay, i Pochos Napoli, la cui presentazione alla stampa, nel 2013, fu un clamoroso coming out mediatico.

Oppure la storia di Andrea, arbitro e gay, cacciato dalla federazione dell’Aia, per aver arbitrato amichevolmente, senza permesso, una partita di squadre formate da ragazzi gay a Torre del Lago. O, ancora, la divertentissima storia del Fantacalcio Gay, ideato da un ragazzo omosessuale, che oggi conta circa sessanta giocatori sparsi in tutta Italia. E poi, particolarmente interessante, il contributo di Antonello Sannino, ex presidente di Arcigay Napoli con delega nazionale allo Sport, che analizza le ingerenze costruttive tra associazionismo Lgbt e mondo dello sport.

Francesca Muzzi con questo libro prova a dare un segno per riscattare il silenzio e l’esclusione, è un libro che parla di rinascite, di battaglie vinte e di conquiste importanti. Di trofei. Trofei esistenziali. “Certo, la strada è ancora lunga. Che si cominci a percorrerla, però, è un buon segno. Fischio d’inizio”.

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Fonte: gaynews.it