Curiosità Mondiali

Alcune persone tra staff, steward e qualche tifoso, avevano già un mezzo piede sul rettangolo di gioco. Tutti, ormai, pensavano fosse finita e che l’arbitro Gottfriend Dienst avrebbe fischiato la fine dell’incontro da un momento all’altro. Geoff Hurst, però, era l’unico che voleva continuare a giocare:

Ricordo di aver pensato: “Sono stanco, la partita è quasi finita, tiro la palla con tutta la forza che ho, tanto se va in mezzo alla folla, finché il raccattapalle recupera la palla, il match sarà sicuramente  terminato

Invece quella palla scagliata col piede sinistro – quello più debole – non schizzò via verso le stelle, ma a modo suo si innalzò nell’Olimpo dei Mondiali di calcio. Il portiere tedesco Hans Tilkowski venne trafitto per la quarta volta durante la partita, l’Inghilterra divenne campione del mondo vincendo 4-2 contro la Germania Ovest. E’ il Mondiale 1966, è il Mondiale giocato davanti alla regina Elisabetta II. E’ l’unico titolo intercontinentale alzato al cielo dai padri protettori del football e quel tiro di Hurst, quel gol cercato ostinatamente, nonostante 120′ di battaglia, gli consentirono di essere mezzo secolo fa e tutt’ora il primo e finora unico uomo a segnare una tripletta in una finale della Coppa del Mondo.

 

Gli eventi all’interno di una finale della Coppa del Mondo hanno “il vizio” di trascendere dal mondo del calcio per diventare momenti culturali iconici a pieno titolo. Ogni leggenda ha bisogno di un protagonista, in questa dal forte folklore britannico, abbiamo un cavaliere fedele al suo regno: Sir Geoff Hurst.

Sono passati da poco 50 anni dal 30 luglio 1966, quando, in un primo pomeriggio estivo, nello stadio simbolo di Wembley, l’Inghiterra alzò il trofeo davanti a quasi 97mila spettatori. L’hat-trick di Hurst (secondo i canoni dei puristi inglesi è la tripletta perfetta perché segnata di testa, di sinistro e di destro) è ancora oggi ricordato e venerato. Della sua impresa sportiva si tramandano di generazione in generazione i minuti dei gol segnati: due sono arrivati nei supplementari con l’ultimo, al 120′, che non è stato ancora eguagliato. Per dire, Mario Götze, l’ultimo ad aver segnato in una finale mondiale ha realizzato la rete decisiva per il trionfo tedesco al 113′.

Ma oltre ai minuti, a chi ha fatto l’assist, ancora oggi a creare grande dibattito e argomentazione è la seconda rete: «Geoff, ma la palla ha varcato la linea o no?». Nell’era moderna della Goal Line Technology o dell’Hawk-Eye, nella quale grazie alla tecnologia si vuole provare a governare il calcio e tutte le diatribe che si trascina con sè, la rete di Sir Geoff è da considerarsi a tutti gli effetti il primo celebre caso di “gol fantasma”: minuto 101, il terzino destro Cohen crossa la palla a mezza altezza, si fionda con il numero 10 proprio Hurst che controlla allontanandosi di qualche centimetro dalla porta avversaria e poi repentinamente si accartoccia su se stesso per concludere a rete. La sfera batte sulla traversa e rimbalza quasi perpendicolarmente: è gol? Ha superato interamente la linea? Dopo qualche secondo di incertezza con 97mila anime sospese nel vuoto, consultandosi con il guardalinee, l’arbitro indica il centrocampo.

A noi non interesserà mai fino in fondo conoscere la verità. E nemmeno Geoff, ormai alla soglia dei 76 anni, ci pensa più. Non gli si può certo dire di essere un “romantico” avendo venduto tutti i cimeli di quel Mondiale del 1966 che l’avrebbe dovuto vivere da comprimario essendo una riserva,  ma su una cosa sarà sempre convinto:

Ero al meglio della mia forma quando l’Inghilterra era al suo meglio: quello, dal 1965 al 1972, è stato il miglior periodo per il calcio oltremanica. Senza dubbio

Dopo gol segnati “di piloro, di pomo d’Adamo, di polpaccio, di capelli e di chiappa” Totò Schillaci ha sbagliato nella finalina contro l’Inghilterra “un gol a quindici centimetri della porta perché la palla gli è arrivata sulla parte sbagliata del corpo: il piede”. Cuore Mundial ci scherza su la prima mattina in cui non potrà seguire una notte magica, ma sembra interpretare un pensiero diffuso. Adesso che tutto è finito, adesso che non devono più fare appello a quegli occhi spiritati per veder andare avanti la maglia azzurra, i tifosi italiani, da Milano a Bari, da Venezia a Genova possono finalmente chiedersi come sia stato possibile che quella “pippa”, quel venticinquenne che è in A solo da un anno, quel “terrone” di Schillaci sia diventato capocannoniere al Mondiale?
Solo in Sicilia questo dubbio non sfiorerà mai nessuno, neanche nelle stagioni successive, in cui Re Totò non riuscirà a ripetere quanto fatto nel 1990. Ma attenzione, perché quell’anno solare contiene in piccolo tutta la parabola descritta dalla carriera dell’attaccante nativo di Palermo, e non solo il suo apice.

Totò Schillaci, che l’anno prima è stato capocannoniere della Serie B con la maglia del Messina, è stato acquistato dalla Juventus per volere di Boniperti ed è subito diventato un titolare inamovibile. Non è dotato di classe sopraffina, ma è tenace, guizzante e ha fiuto del gol. O, se non altro, gli va spesso bene. Il primo acuto dell’anno solare 1990 è datato 14 gennaio. Contro la pericolante Hellas Verona la Juventus soffre, ma vince in rimonta proprio grazie a un gol di Schillaci a pochi minuti dal termine. La squadra di Zoff diverte e, anche se in campionato si prende troppe pause che non le consentono di lottare per lo scudetto, si porta a casa Coppa Italia e  Coppa Uefa, primi trofei da quando Trapattoni è andato via.

Totò, dal canto suo, convince Vicini a farlo debuttare in nazionale a Basilea, nell’ultima amichevole ufficiale prima di Italia 90. Il buon Azeglio crede che l’entusiasmo del piccolo siciliano possa giovare alla sua Italia e lo aggrega al gruppo dei ventidue scelti per la fase finale del Mondiale. Però, una brutta prestazione contro la Grecia a Perugia, in un incontro che è poco più che un allenamento, convince il ct a riservare all’attaccante della Juventus un posto in panchina (che non è poco visto che tal Roberto Mancini sarà spedito in tribuna). I fischi che piovono per lui dagli spalti del Curi non rappresentano niente di particolarmente odioso per uno che tutti i giorni a Torino si sente chiamare “terrone”. E per fortuna non lasciano traccia.

Capita, infatti, che il 9 giugno, il giorno dell’esordio contro l’Austria, l’Italia giochi bene, ma non riesca a sfondare. Vicini prova, allora, a pescare il jolly e al 75′ manda Schillaci in campo al posto di un comunque positivo Andrea Carnevale. Tacconi, altro juventino conscio di doversi fare tanta panchina durante il Mondiale, prova a riciclarsi aruspice e predice un gol del suo compagno di club. Fatto sta che dopo appena quattro minuti Vialli s’invola sulla destra, crossa e la testa di Totò manda la palla in gol. Vittoria, tutti per le strade, ovazioni per il primo siciliano decisivo in maglia azzurra dopo Anastasi e la certezza di avere in panchina una mascotte che potrebbe anche segnare.
La svolta, però, arriva al 51′ di Italia-Stati Uniti, secondo match degli azzurri.

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