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Giovanni Sgobba

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Il testo è un estratto del racconto di Giovanni Sgobba, autore di “1966-2016: Union Berlin, 50 anni di dissenso nella Germania Est” che potete leggere e scaricare gratuitamente a questo link 

Doveva essere una sorpresa, anzi, addirittura, un segreto di stato. Il nome della terza squadra di Berlino Est non doveva essere svelato prima della riunione inaugurale che prese il via più o meno alle 17.00 del 20 gennaio 1966. Arrivare a quel punto non fu affatto semplice: la presenza asfissiante della DDR, con i suoi continui cambi nell’organizzazione calcistica, costrinse molti club a modificare organigramma societario, nomi e persino sede. I contrasti, inoltre, tra la federazione calcistica e la federazione sportiva rendevano pesante il clima.

In quel periodo, almeno teoricamente, poteva esistere solo una squadra di calcio per distretto: Berlino risultava un’eccezione perché sullo stesso suolo si trovavano la Dynamo Berlin, squadra del Ministero degli Interni e ancor più loscamente legata alla Stasi e la Vorwärts Berlin, società, invece, del Ministero della Difesa. In realtà esisteva anche un terzo club, definito “civile” e quindi più vicino al popolo, nato dalla fusione del SC Rotation Berlin, del SC Einheit Berlin e del TSC Oberschöneweide (questa a sua volta discendeva dalla FC Olympia Oberschöneweide, fondata nel giugno 1906 da un gruppo di studenti e prima e vera genitrice dell’odierno Union). Il nome era più semplicemente TSC Berlin e costituì una vera e propria polisportiva con sedi sparse su tutto il lato est della città e che comprendeva ciclismo, hockey, atletica leggera, tennis, pallamano, discipline acquatiche e calcio.

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Con la riorganizzazione delle società e delle leghe, questa realtà era in forte pericolo di estinzione, ma qui intervenne Herbert Warnke, presidente della FDGB (Federazione dei sindacati della Germania Est) che insistette per la creazione di una squadra in rappresentanza dei lavoratori.

Quel pomeriggio del 20 gennaio 1966 era tutto pronto: il nome, impresso su una grande targa, era coperto da un velo, mentre in una stanza accanto era in corso la riunione per l’approvazione. Qualcosa, però, non andò secondo i piani perché il sipario, che celava il nome, venne giù involontariamente. Il grande annuncio fu di per sé un po’ goffo: dalla scissione della squadra di calcio dalla polisportiva TSC Berlin nacque l’1. FC Union Berlin. Ma perché si scelse Union? La proposta rimandava al SC Union Oberschöneweide, ovvero la squadra nata da chi decise di restare e non fuggire. Un segno distintivo di resistenza che il club porterà avanti negli anni successivi, ma quello che contò, allora, era che alle 19.00 del 20 gennaio 1966, dopo un’inaugurazione improvvisata, Heinz Busch, capo della sezione berlinese dell’associazione sportiva della Germania Est, pronunciò le parole che ancora oggi sono il motto della società: «Es lebe der 1. FC Union Berlin!» (Evviva l’Union Berlin!).

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Già durante la riunione inaugurale si delineò l’ambizione del club: Paul Verner, primo segretario del distretto di Berlino, sottolineò l’obbligo del neonato Union di puntare direttamente alla massima ambizione: giocare in Oberliga (simile alla Serie A italiana). Detto fatto, la stagione 1965-1966 della DDR-Liga Nord (da intendersi come una Serie B, invece) vide trionfare proprio il club rot und weiß con protagonisti, tra gli altri, il capitano Ulrich Prüfke e l’attaccante Ralf Quest (decisiva la sua doppietta nella penultima gara contro il Vorwärts Rostock vinta per 3-1). Proprio a Rostock, il 6 agosto 1966, l’Union Berlin fece il suo debutto assoluto nella stagione 1966- 1976 di Oberliga.

Qui il racconto si trasforma in romanzo, assume contorni mitici, e, perché no, anche un po’ fantozziani. Sotto una fitta pioggia e dopo pochi istanti dal fischio di inizio, il libero della squadra berlinese, Wolfgang Wruck, detto Ate, si scontrò duramente contro un avversario in un duello aereo. Infortunato, uscì dal campo, ma non essendoci ancora le sostituzioni, dopo cinque minuti passati a bordo campo decise comunque di continuare a giocare. E qui avvenne l’imponderabile: al 17’, appena oltre la metà campo, Wruck lasciò partire un tiro (più probabile un cross) verso la porta avversaria, il portiere scivolò a causa del campo bagnato e non riuscì ad alzarsi in tempo. La sfera, così, si insaccò in rete. Tra il comico e il grottesco, il giorno dopo, i giornali di Rostock attribuirono il gol a Prüfke. Il match, poi, finì 1-1 e l’Union Berlin chiuse la sua prima stagione con un ottimo sesto posto. Wruck (ricordate anche il suo nome), che si è spento il 5 settembre 2014 dopo una lunga malattia, passerà alla storia per essere stato il primo giocatore a segnare con l’Union Berlin in Oberliga.

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Un Motomondiale, classe 250, vinto dominando senza la moto ufficiale, ma con il suo numero 58 in bella vista e il suo fare da guascone e scanzonato. Nel 2008, il talento cristallino dell’italiano Marco Simoncelli abbagliò appassionati di moto e addetti ai lavori. Il 21enne romagnolo, in sella alla Gilera del Team Metis, conquistò 281 punti ottenendo la matematica certezza del trofeo iridato il 19 ottobre sul circuito di Sepang, nonostante il gradino più basso del podio. Alle sue spalle nella classifica generale seguirono lo spagnolo Álvaro Bautista su Aprilia che chiuse con 244 punti e il finlandese della Ktm, Mika Kallio, fermo a 196.

Un Motomondiale conquistato con determinazione, a colpi di sportellate, osando e spingendosi sempre oltre il limite, caratteristica che l’ha contraddistinto sui vari circuiti: 281 punti, sei vittorie, la prima proprio al Mugello, dopo un inizio di stagione non esaltante con due ritiri nelle prime gare in Qatar e in Spagna. Per il SuperSic un trionfo accompagnato da pesante un’eredità storica: dopo 51 anni dal trionfo di Libero Liberati nel 1957, Simoncelli è stato il primo pilota italiano a consegnare un titolo iridato alla Gilera.

Ma Marco Simoncelli e il circuito di Sepang, in Malesia, sono legati da una coincidenza beffarda: laddove nel 2008, il romagnolo esultava per il suo primo titolo Mondiale, qualche hanno dopo, nel 2011, morì nel tentativo di rimanere in sella della sua Honda, perdendo il controllo e venendo investito dai piloti che stavano sopraggiungendo, Colin Edwards e Valentino Rossi.

Penultimo in classifica in Premier League, a meno cinque punti dalla salvezza e con un 2019 iniziato male, molto male con due sconfitte consecutive. Anzi tre se si considera il brutto ko in FA Cup, un 2-1 contro il Burnley, peraltro con due autoreti.

Il Fulham naviga in acque nerissime con i suoi 14 punti il 22 gare e rischia seriamente la retrocessione. Claudio Ranieri, subentrato a stagione in corsa, le sta provando tutte per risollevare le sorti del club londinese e per infondere un po’ di serenità tra calciatori, staff e tifosi. E l’idea di organizzare una seduta di yoga era sembrata anche un buono spunto per rianimare tutta la squadra…peccato che l’effetto è stato drammaticamente opposto.

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Sì perché, secondo i tabloid inglesi, ci sarebbe stato un acceso diverbio tra due giocatori (secondo altri sarebbero proprio arrivati alle mani con i compagni che hanno fatto fatica a dividerli): animi accesi e vecchie scorie che riguarderebbero Aleksandar Mitrovic e Aboubakar Kamara e che, a quanto pare, non sono riusciti a dimenticare il discusso episodio del “rigore conteso” contro l’Huddersfield.

Riavvolgiamo le lancette e andiamo all’ultimo match del 2018, sfida tra ultimi e penultimi. Nell’occasione, era lo scorso 29 dicembre, i due avevano litigato in modo acceso dopo l’assegnazione di un rigore a favore, sul risultato di 0-0, nei minuti finali della sfida. Kamara aveva strappato il pallone dalle mani di Mitrovic, rigorista designato da Ranieri, e come classico “instant karma” vuole, aveva fallito l’esecuzione dal dischetto. Ironia della sorte, per fortuna per il Fulham, i tre punti sono comunque arrivati, al 91’ proprio con Mitrovic, portando un sorriso nell’ambiente anche se Ranieri, parole detto dallo stesso allenatore, aveva detto: «in quel momento avrei voluto ammazzare Kamara».

Primo round, ops, primo episodio che si archivia in malo modo. C’è da aspettarsi un sequel?

Dai, Beatles, andiamo a fare un po’ di soldi!

Scanzonato e un po’ spavaldo. Sicuro e determinato, ma anche con la leggerezza di un appena 24enne con tutto il mondo da scoprire. E con i grandi successi che sono lì ad attenderlo per consacrarlo nella storia dello sport. Cassius Clay, prima ancora di essere Muhammad Alì, questo non lo sapeva. Aveva al collo “solo” una medaglia d’oro conquistata alle Olimpiadi romane del 1960, simbolo che le tappe si stavano bruciando in fretta.
Ma quel 18 febbraio 1964 sapeva solamente che, una settimana dopo, avrebbe sfidato Sonny Liston, in un incontro di boxe valido per il titolo di pesi massimi. Alla vigilia Clay era dato perdente 7-1.

In quei giorni negli Stati Uniti erano sbarcati i Beatles per registrare delle apparizioni all’Ed Sullivan Show, una popolare trasmissione americana. Popolare come loro, ormai in rampa di lancio nell’universo della musica, conosciutissimi dai giovani e dalle fan sfegatate. Tutti, più o meno, sapevano dei quattro ragazzacci di Liverpool, tutti tranne Robert Lipsyte.
Robert è un giovane giornalista del New York Times inviato a Miami per raccontare i giorni predenti alla grande sfida tra i due pugili. «Non ero una ragazzina, io davvero non sapevo chi erano i Beatles o quello che sarebbero diventati – dice oggi scherzando Lipsyte –. Erano ragazzi magrolini e con un sacco di capelli e con addosso giacche bianche di spugna».


Quel 18 febbraio 1964 erano tutti lì. Il giornalista se li è trovati nella palestra d’allenamento di Cassius Clay senza sapere chi fossero. Erano tutti lì in attesa dell’arrivo del ragazzone del Kentucky; le rockstar erano anche abbastanza spazientite: certo, i Beatles erano felici di incontrare un campione di boxe e ottenere visibilità sui giornali, ma il gruppo in realtà voleva incontrare Liston e non, come diceva John Lennon, «il fanfarone che sta per perdere».
Ma Liston non aveva alcun interesse a perdere tempo, così i Fab Four virarono su Clay.

«Ma d’un tratto la porta si spalancò ed eccolo lì. E’ la creatura più bella che abbia mai visto», dice Robert. Quasi come un’apparizione mitologica, avvolto dal bagliore della porta che si apre, mentre lui, scherzando e ridendo disse appunto: «Dai, Beatles, andiamo a fare un po’ di soldi».
E così, immortalati dal fotografo Harry Benson, i cinque mascalzoni vengono immortalati in foto che entreranno nella storia: in una c’è Clay che fa finta di colpire George Harrison mentre gli altri fingono di cadere come tasselli del domino; un’altra in cui il pugile solleva Ringo Starr tra le sue braccia, e finge di mettere tutta la band ko.
Tutte con estrema naturalezza agli occhi di Lipsyte, come se fossero costruire e provate giorni e giorni prima. Poi, tra una risata e l’altra, i Beatles si allontano dalla palestra in limousine, mentre Clay inizia il suo allenamento.

Al termine dell’allenamento il pugile torna nel suo spogliatoio; Lipsyte lo segue nella speranza di fargli qualche domanda, ma è Clay ad anticiparlo, chiedendo:

Chi erano quelle piccole femminucce?

Un  10 perfetto, di quelli agognati e ambiti a scuola, ma anche nelle prove di ginnastica. Una performance perfetta e coinvolgente, quella di Katelyn Ohashi, il cui nome non fa entusiasmare come quello di Simone Biles, ma il suo esercizio potrebbe superare non solo per spettacolarità e per visualizzazioni su internet, quello della pluricampionessa olimpica. Scrive il magazine Sport Illustrated che la sua esibizione è una di quelle che rappresentano la vera perfezione dello sport.

E pensare che la giovane atleta, già da tempo considerata una promessa nella sua disciplina, era stata a lungo lontana dalla scena negli scorsi anni per dei problemi fisici. Oggi tutto questo sembra essere solo un lontano ricordo e grazie alla sua esibizione Katelyn sta attirando ancora una volta l’attenzione generale rivelandosi per quello che è: una stella nascente della ginnastica moderna.
Nel suo esercizio lungo un minuto e mezzo, la bravura, l’energia e l’entusiasmo della ragazza sono riusciti a lasciare senza fiato pubblico e giuria. Si è trattato di una sequenza di spaccate e rovesciate eseguita in maniera perfetta su un medley di musiche soul e R’n’B tra cui riconosciamo anche noti successi di Michael Jackson e The Jackson 5.

Altra storia, altri palcoscenici, certamente, ma l’esibizione di Ohashi e il suo 10 rievocano nella mente degli appassionati di sport, l’ALTRO 10, quello di Nadia Comaneci, la prima atleta a ricevere il punteggio della perfezione alle Olimpiadi.
Era il 18 luglio 1976, secondo giorno dei Giochi olimpici di Montréal, in Canada e Nadia, ginnasta rumena di soli 14 anni, era in gara per la finale femminile delle parallele asimmetriche. Al tempo i tabelloni che segnavano i punteggi non prevedevano un numero a due cifre prima della virgola che segna i decimi e i centesimi, ma solo una cifra: in buona sostanza era possibile segnare massimo un 9,99 e non un 10; una scelta voluta dallo stesso Cio, il Comitato olimpico internazionale, che escludeva un possibile punteggio. Una storia destinata a cambiare.

Con Roma-Virtus Entella, in programma lunedì 14 gennaio alle 21 allo Stadio Olimpico di Roma, si chiudono gli ottavi di finale di Coppa Italia. La vincente andrà a giocare i quarti di finale contro la Fiorentina, che domenica ha eliminato il Torino per 2-0 con doppietta di Chiesa nel finale. Per la Roma è l’esordio stagionale in coppa mentre la Virtus Entella, la squadra di Chiavari che gioca in Serie C, è arrivata fin qui dopo aver eliminato nei turni precedenti Siena, Salernitana e il Genoa nel derby ligure.

E’ senza dubbio la partita dell’anno per l’Entella che si ritroverà sotto le luci del maestoso Stadio Olimpico e per tutto il periodo d’avvicinamento, la società ha deciso di sfruttare con grande spirito d’ironia i social con una serie di curiosità che hanno creato tanta simpatia attorno al club e a una sfida che, sulla carta, sembrerebbe proibitiva.

Una serie di sfide a distanza, paragoni “imparagonabili”, un countdown tutto speciale soprattutto su Twitter con delle grafiche e dei numeri che hanno provato a ridurre la distanza storica tra Roma e Chiavari. Così si va dal numero abitanti di Roma e Chiavari (2.873 milioni contro 27.429) all’incredibile differenza tra i gol segnati dalla bandiera Francesco Totti nella Roma e quelli di tutto l’Entella in Serie B (308 contro i 183), passando per il paragone azzardato tra le diverse capienze degli impianti sportivi (72.698 posti dell’Olimpico contro i 5.535 posti dello Stadio Comunale di Chiavari, 13 volte più piccolo) fino alle presenze in Serie A degli attuali giocatori delle due squadre (mismatch eloquente tra 2481 e 89).

Poi, l’ultimo esilarante tweet, postato domenica, su due momenti celebri e folkloristici con una punta di differenza: «A ciascuno i suoi tifosi. Per festeggiare lo scudetto della Roma si spogliò la mitica Ferilli, e chi se la dimentica. L’Entella, invece, in occasione della promozione in serie B, ebbe in regalo un DJ set bollente del suo più affezionato meccanico, un mito anche lui!»

Complimenti ai media manager della Virtus Entella. Loro, almeno sui social, hanno già vinto.

Probabili formazioni di Roma-Virtus Entella

Roma (4-2-3-1) Olsen; Santon, Fazio, Jesus, Kolarov; Cristante, Pellegrini; Under, Pastore, Perotti; Dzeko

Virtus Entella (4-3-1-2) Paroni; Belli, Pellizzer, Baroni, Crialese; Eramo, Paolucci, Nizzetto; Adorjan; Mota, Mancosu

Qui le quote Replatz sulla partita

 

Jeeg Robot, fortunato manga nipponico, a quanto pare in Giappone non è l’unico essere mitologico a esser d’acciaio. Sì perché Kazuyoshi Miura è sia asceso al mito, sia indistruttibile: pochi giorni fa l’ex Genoa (stagione 1994-1995…assurdo) ha ulteriormente perfezionato il suo record (conquistato l’anno scorso): a 52 anni il prossimo 26 febbraio, ha aggiunto un ulteriore passo alla sua già lunghissima carriera di calciatore firmando il prolungamento del contratto con lo Yokohama, club della seconda divisione di J-League,   di fatto confermando l’essere il più anziano giocatore ad aver giocato una partita di calcio professionistico.

Miura entrerà così nella sua  trentaquattresima stagione da professionista.  Un record incredibile, la cui portata si può comprendere se si pensa che, fino a quel giorno, apparteneva da ben 52 anni ad una pietra miliare del calcio mondiale come Stanley Matthews, il primo pallone d’oro della storia, il quale a 50 anni e 5 giorni giocò la sua ultima partita con la maglia dello Stoke City.

UNA VITA DA RECORD

Ma se la si guarda a ritroso, la storia di Miura ha un che di leggendario sin dall’inizio, quel qualcosa che la rende magica, al di là del reale.
Kazu se ne va dal Giappone ancora giovanissimo, a 15 anni, spostandosi nel lontanissimo Brasile per cercare fortuna nel mondo del pallone. Una scelta sicuramente estrema, ma che ricalca alla perfezione le orme del campione che in quegli anni sta infiammando i sogni dei ragazzini del Sol Levante: Oliver Hutton di Holly e Benji.

Miura la stoffa ce l’ha. Viene ingaggiato dal Club Atletico Juventus di San Paolo dove si fa le ossa per 4 anni fino a passare al più blasonato Santos (sì, quello di Pelé e, più di recente, Neymar), cambiando però casacca ogni anno fino al 1990 quando, visto che la carriera non decolla nonostante la vittoria del campionato Paranaense del 1990 con il Coritiba, decide di tornare in patria, al Verdy Kawasaki di Tokio.

In Giappone la classe di Kazu è un lusso e le sue prestazioni stuzzicano vari club, tra cui il Genoa del Presidente Spinelli, che lo acquista nell’estate del 1994. Ecco il primo record di Miura: è il primo calciatore giapponese a giocare in Serie A, l’ariete che spiana la strada al mercato orientale in Italia che poi vedrò l’arrivo nel Belpaese dei vari Nakata, Morimoto, Nakamura, Nagatomo, Honda e soci.

E poco importa che la sua stagione sia da dimenticare: 21 presenze ed un solo gol, ma dal valore molto particolare, perché realizzato nel derby della Lanterna contro la Sampdoria (poi però vinto dai blucerchiati per 3-2). Nel suo piccolo, forse, un record anche questo.

Dopo questa parentesi italiana, Kazu torna in patria dove continua a fare le fortune dei propri compagni, concedendosi qualche gita fuori porta, prima alla Dinamo Zagabria e poi all’FC Sidney, lasciando però magri ricordi di sé.

LEGGENDA

In patria, invece, Miura è leggenda, sia al livello di club che di nazionale, di cui è il secondo miglior marcatore della storia con ben 55 reti in 89 partite e con cui ha vinto la Coppa d’Asia nel 1992 ma con il rimpianto di non aver mai partecipato ad un Mondiale. Ed ovviamente detiene un altro record: quello del marcatore più anziano nella storia del campionato giapponese, risultato raggiunto il 7 agosto 2016, quando segnò contro il Cerezo Osaka.

Viene da chiedersi quale sia il segreto di questo tranquillo cinquantenne che non ci pensa neanche a farsi da parte dopo ben 34 stagioni da professionista. Probabilmente la risposta è racchiusa nelle parole dello stesso Miura durante l’intervista di rito al superamento dell’ultimo record della sua incredibile vita, di due anni fa:

Sinceramente, non mi sento di aver battuto una leggenda. Avrò anche superato Matthews come longevità della carriera, ma non posso concorrere con lui, con i suoi numeri e il suo passato. Mi piace il calcio, e la mia passione non è cambiata. Non sono più giovane, faccio fatica fisicamente, ma sono ancora felicissimo se la mia squadra vince o se riesco a giocare bene. Finché mi divertirò, continuerò a giocare

Umiltà, passione e cultura del lavoro: la ricetta vincente.

Quella del 2005 doveva essere, per sua scelta, l’ultima Parigi-Dakar prima del ritiro. Lo è stata, in verità, per un epilogo tragico: Fabrizio Meoni, motociclista esperto nei rally, aveva 47 anni quando è morto l’11 gennaio 2005 a Kiffa, in Mauritania, durante l’undicesima tappa della sfibrante e pericolosa corsa che al tempo si disputava ancora in Africa.

Meoni sulla sua Ktm ha segnato la storia della Dakar, è stato senza dubbio uno dei massimi protagonisti. Di quella che per anni era stata la sua corsa stregata. Aveva vinto in Perù, ancora acerbo, dominato in Tunisia, aveva vinto in Egitto, il continente africano gli dava soddisfazioni, ma gli restava un’amarezza da togliersi di dosso: un successo alla celebre corsa. C’era riuscito, trasformandosi da principe a re, nel 2001 alla tenera età di 44 anni, dopo aver lasciato il lavoro per diventare pilota ufficiale Ktm e inseguire il suo sogni. E si era ripetuto l’anno dopo, nel 2002, trionfando ancora sul lago Rosa della capitale del Senegal. In fondo sin dal 1992, anno di debutto nel tracciato che attraversa il Sahara, Fabrizio si era più volte avvicinato al gradino più alto del podio, arrivando terzo, sfiorando altri successi.

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Nato a Castiglion Fiorentino il 31 dicembre del 1957, aveva iniziato correndo nell’enduro nazionale ma a fine 1981 si era ritirato. Aveva ripreso a gareggiare nell’88 diventando campione italiano junior. L’anno seguente ha vinto il Rally Incas. Nel 1994 il primo grande risultato nella Dakar, terzo e migliore dei privati. Da lì solo successi, con le gemme africane del 2001 e 2002. E il suo sogno è stato anche il suo incubo perdendo la vita a causa di un arresto cardiaco, in seguito ad una caduta nella quale si ruppe due vertebre cervicali.

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Nel suo paesino d’origine, Castiglion Fiorentino, c’è una statua a lui dedicata dove frequentemente visite di motociclisti e le foto ricordo si sprecano, mentre quelli che conoscono meglio Fabrizio salgono su per le colline castiglionesi, a Partini dove si trova un cippo a lui dedicato.
Il suo impegno non è andato solo nel motociclismo, ma anche in iniziative di solidarietà, come quella che lo vide fondatore dell’associazione “Solidarietà in buone mani”, con la quale riuscì a costruire una scuola per i bambini del Senegal. Oggi nel suo nome esiste la Fondazione Fabrizio Meoni Onlus che opera in Africa.

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Al Genoa scriverei una canzone d’amore, ma sono troppo coinvolto

Questa frase è apparsa domenica 8 gennaio 2017, sulle maglie del Genoa nella sfida contro la Roma, durante il 19esimo turno di Serie A. Una frase di Fabrizio De André per un progetto che ha visto, nelle domeniche successive, citazioni di personaggi famosi legati alla storia e alla tradizione rossoblù.
Ma quelle parole del cantautore ligure ben dimostrano l’attaccamento verso la maglia del Genoa, un attaccamento così viscerale dal fermarlo a scrivere brani, strofe o componimenti. Lui che ha tessuto poesie su tanti argomenti, non è riuscito a scrivere nulla sua squadra amata.

Faber, nato a Genova il 18 febbraio 1940 e morto a Milano l’11 gennaio 1999, non aveva mai nascosto il suo amore per il Genoa, ma forse, solo dopo la sua morte è stato più chiaro capire la sua vera essenza: «Ho una malattia», disse una volta il cantautore durante un suo concerto. Silenzio, stupore e preoccupazione. Poi appoggiò la chitarra, prese una lunga sciarpa dai colori rosso e blu e aggiunse: «Si chiama Genoa».

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Perché è vero: la squadra del cuore accompagna l’esistenza di ogni vero tifoso. Ti prende da bambino per motivi che sfuggono dalla logica, per i colori della maglia, per il giocatore preferito, perché è la squadra della tua città. Fabrizio rimase ammanicato nel 1974, la prima volta in uno stadio, a Marassi per un Genoa – Torino, spinto dal padre Giuseppe e dal fratello Mauro che simpatizzavano per i “Granata”. Forse per puro antagonismo, decise di schierarsi contro suo padre e suo fratello.

Nel libro “Il Grifone fragile – Fabrizio De André, storia di un tifoso del Genoa”, uscito nel 2013 e scritto da Tonino Cagnucci, emergono sfumature particolari e romantiche della passione del cantautore. Sfogliando suoi vecchi diari, appunti e agende vengono annotati episodi fantastici: da piccolo Fabrizio chiese, in una letterina a Gesù Bambino, tra un vestito da cow boy e i soldatini, la maglia del Genoa.
Più grande, invece, annotava con una scrittura meticolosa le formazioni della squadra, la classifica del campionato, i marcatori, i possibili diffidati.
Confessò, inoltre, in una intervista che durante il periodo del rapimento in Sardegna nel 1979, uno dei suoi giorni peggiori fu quando sentì alla radio che i rossoblù avevano perso a Terni.

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Se allo stadio Olimpico, quando gioca in casa la Roma, echeggiano le note dell’inno scritto e cantato da Antonello Venditti, romanista verace, sotto la “Lanterna” non è così con De André: «L’inno non lo faccio perché non mi piacciono le marce e perché niente può superare i cori della Gradinata Nord».
Magia e sentimenti si intrecciano nella vita del cantautore, nato nell’ultima settimana in cui il Genoa è primo in classifica nella sua storia, a quel punto del campionato.

Dalla nascita alla morte, sempre legato alla fede rossoblù: Fabrizio De André s’è fatto cremare assieme a un naso da clown e alla sciarpa del Genoa. In tutta la sua vita da musicista non l’hai mai nominato: questo gesto lega per sempre il cantautore poeta e genoano alla sua eterna squadra. Perché non è una blasfemia dire che De André sia stato un tifoso di calcio…del Genoa.

Lo ricorda lui stesso con un tweet breve, carico di emozione, con l’hashtag #ComingOut e l’emoticon arcobaleno. Sono passati cinque anni da quando, l’8 gennaio 2014, Thomas Hitzlsperger, ex-calciatore tedesco, ha pubblicamente detto di essere gay in un’intervista al giornale Zeit. Hitzlsperger, cinque anni fa, aveva 31 anni e si era ritirato solamente da qualche mese dopo una serie di infortuni, dopo aver giocato, nel corso della sua carriera nell’Aston Villa, nello Stoccarda e nella Lazio, e collezionato 52 partite nella Germania.

Sul suo profilo Twitter dice di non poter essere più felice e ringrazia tutti per il supporto, ma dopo cinque anni Hitzlsperger è rimasto ancora l’unico calciatore “più famoso” ad aver dichiarato la propria omosessualità nel calcio. Ha raccontato di non avere avuto particolari problemi da giocatore in Inghilterra, in Germania e in Italia, anche se l’omosessualità è una questione «ignorata» nel calcio e che non viene mai affrontata «seriamente» negli spogliatoi:

Il mondo del calcio sta discutendo tutto questo più apertamente che mai. Non sempre vediamo dei chiari progressi, ma è evidente come le persone siano ora disposte a cambiare il mondo del pallone

Secondo Stonewall, associazione britannica che punta all’inclusione lgbt nel calcio, ben il 72 per cento dei tifosi ha ascoltato almeno una volta un coro omofobo in una partita giocata negli ultimi cinque anni. Anche per questo motivo, probabilmente, complici atteggiamenti da cameratismo, esprimere il proprio orientamento sessuale nel calcio è ancora relegato nella categoria tabù: attualmente esistono in Europa casi isolati di calciatori professionisti in attività che si siano dichiarati gay e la stragrande maggioranza, in serie e categorie inferiori.

Collin Martin, centrocampista statunitense di 23 anni del Minnesota United (nella Mls) ha dichiarato la propria omosessualità, attraverso il suo profilo Instagram avvolto in una bandiera arcobaleno, durante l’ultimo Pride Night, una serata dedicata al rispetto dei diritti degli omosessuali nel 49° anniversario dei Moti di Stonewall, accese proteste a seguito dell’irruzione della polizia di New York, nella notte tra il 27 e il 28 giugno del 1969, all’interno del locale Stonewall Inn. che rappresentava un punto di riferimento per la comunità lgbt.

 

In passato solo un calciatore professionista francese ha espresso la sua omosessualità, Olivier Rouyer, ma solo molti anni dopo il ritiro, così come in Germania ci fu la testimonianza di Marcus Urban, nel 1990, ma quando la sua carriera era pressoché terminata.  La storia più tristemente celebre è quella di Justin Fashanu, sempre nel 1990, ma in Inghilterra: la sua carriera e la sua vita diventarono molto difficili, tra insulti – anche quelli del suo allenatore, il celebre Brian Clough – e polemiche.
Lo stesso fratello John lo rinnegò pubblicamente, e le reazioni ebbero un effetto devastante su Fashanu, che confessò di sentirsi «solo e disperato». Il suo rendimento sportivo calò ulteriormente, in quella che sembrava una spirale discendente senza fine e, dopo esser stato coinvolto in un intricato caso di violenza sessuale nei confronti di un minore, Fashanu il 3 maggio 1998 si uccise impiccandosi nel garage di casa.

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Nel dicembre 2017, l’Uefa ha scelto Liam Davis, calciatore gay inglese, come testimonial della campagna #EqualGame, lanciata contro ogni discriminazione etnica, di religione o di orientamento sessuale. Intervistato dal Daily Telegraph, Liam Davis ha raccontato che la sua omosessualità venne accidentalmente rivelata nel 2014 da un quotidiano locale; lui, però, non ha mai vissuto la cosa come “un rischio” e di non avere mai avuto problemi, in nessuna delle squadre in cui ha giocato, né con i compagni, né con gli allenatori, né con la dirigenza:

Penso che sia giusto raccontare la mia visione positiva delle cose…A coloro che sono ancora riluttanti nel fare coming out voglio dire che non ho mai avuto alcun problema, niente se non riscontri positivi. Se c’è una cosa che voglio dire è che il calcio è un ambiente meravigliosamente di supporto

In realtà, nel novembre 2018, Oliver Giroud, attaccante del Chelsea ha affermato che nel calcio è impossibile dichiararsi omosessuale. L’intervista all’ex di Arsenal e Montpellier, che nel 2012 ha posato in copertina su Têtu, una rivista per i diritti degli omosessuali e in Premier League ha più volte indossato “Rainbow Laces” a sostegno del comunità gay, ha riaperto il dibattito:

Il giorno in cui ho scoperto che l’omosessualità è un tabù per il calcio è stato quando ho visto il tedesco Thomas Hitzlsperger raccontarsi, nel 2014: è stato molto emozionante. È qui che mi sono detto che era impossibile mostrare la propria omosessualità nel nostro mondo. Nello spogliatoio c’è molto testosterone, si sta tutti insieme, ci sono le docce collettive. È difficile ma è così. Capisco il dolore e la difficoltà dei ragazzi che si raccontano, è una vera e propria prova dopo aver lavorato su se stessi per anni».