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Giovanni Sgobba

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Un Mondiale senza Italia? Nessun problema: voi portate l’entusiasmo e la passione, Mondiali.it ci mette la follia e una nazionale da tifare!

I Mondiali hanno scandito i tempi della nostra vita e scandiranno quelli di chi verrà

Ognuno di noi ricorda con chi era e dov’era quella sera afosa di luglio del 2006, mentre Fabio Grosso calciava il rigore del quarto Mondiale azzurro. La nostra infanzia, la nostra adolescenza e la vita da adulti – magari da genitori che sanno trasmettere le stesse emozioni – tutto scorre di quattro anni in quattro anni. Anzi di quattro estati alla volta.

Il Mondiale di calcio all’italiana, quello che si vive tutti assieme davanti a una piccola tv o a un maxischermo, quello dei dogmi da rispettare, dei posti sul divano fissi, quest’anno è un sogno infranto da calciatori biondi con gli occhi azzurri. In Russia ci va la Svezia, ma l’Italia che scova storie, che si appassiona alle gesta di eroi romantici, ricordando aneddoti e aprendosi alle nuove nazionali, non vuole lasciare vuoto l’album dei ricordi della prossima Coppa del Mondo 2018.

Due saranno le nazionali al debutto assoluto: Panama e Islanda. L’isola di ghiaccio e vulcani sarà il paese con il minor numero di abitanti che prenderà parte alla competizione iridata. Circa 330mila, meno di Bologna o Bari. Quale occasione, allora, per allargare il tifo, salpando tutti assieme verso questa nuova avventura? Il team di Mondiali.it, dopo aver visto commenti positivi dei suoi lettori in coda ad articoli nei quali si parlava della nazionale islandese, ha deciso di supportare attivamente la squadra scandinava.

Del resto lo stesso presidente islandese, Guðni Thorlacius Jóhannesson, ha chiamato a raduno tutti i tifosi sparsi per il globo con un video volutamente ironico e pomposo con musica patriottica sullo sfondo e un dress-code istituzionale che poi lascia spazio all’iconica divisa blu acceso. Per poi dire:

Che si vinca o si perda, è entusiasmante far parte di qualcosa di grande, anche se si è piccoli

Il Mondiale all’italiana rivivrà sotto nuova forma: la redazione e il team di Mondiali.it seguirà le partite della nazionale all’interno del Bar da Gigi (Piazza San Zeno, 12, Cassola – Vicenza), location ideale per convogliare passione ed energia. Tre eventi (ognuno per ogni match del Gruppo D | Argentina – Islanda: 16 giugno ore 15.00 | Nigeria – Islanda: 22 giugno ore 17.00 | Islanda – Croazia: 26 giugno ore 20.00) più un primo evento, domenica 27 maggio ore 17.00, nel quale sveleremo al pubblico il progetto “Mondiali.it for Iceland” e annunceremo cosa c’è da aspettarsi.

Durante le serate, oltre ad assistere alla partita, sorseggeremo birra islandese, approfondiremo la cultura della nazione; ci saranno presentazioni di libri sui Mondiali con chiacchierata assieme agli autori; inviteremo tutti gli appassionati a indossare una maglia creata appositamente per l’evento che rimanda alla casacca dell’Islanda, ma soprattutto venderemo anche un numero limitato di maglie ufficiali il cui sponsor tecnico è Erreà, unica rappresentanza italiana in Russia. Sono già acquistabili sul nostro store e ne regaleremo una tramite sorteggio durante gli eventi.

Questo sarà lo spirito che animerà gli eventi. Ma non solo: perché calcio e passione sono indimenticabili se si legano al gesto umano e sensibile. Così parte del ricavato andrà all’associazione di Sammy Basso che, entusiasta, ha accettato l’idea di far parte di questa spedizione!

Il tutto, ovviamente, sarà accompagnato dalla copertura mediatica e da contenuti esclusivi focalizzati su Russia 2018 con una sezione dedicata: la nostra redazione, che ha anche un inviato a Mosca, seguirà le 32 squadre con racconti, news, video.

Lo scrittore Jorge Luis Borges, diceva:

Ogni volta che un bambino prende a calci qualcosa per la strada lì ricomincia la storia del calcio

E noi vogliamo continuare a calciare…
#TeamIceland e #ForzaIslanda!

EVENTO DI PRESENTAZIONE:

Domenica 27 maggio ore 17.00 da “Bar da Gigi”

 GRUPPO D

Argentina – Islanda: 16 giugno ore 15.00

Nigeria – Islanda: 22 giugno ore 17.00

Islanda – Croazia: 26 giugno ore 20.00

Per tuffarti nell’avventura, inizia da qui:

🔶 Prima di Panama e Islanda: le squadre che hanno sorpreso al debutto nei Mondiali

🔶 Ecco i convocati dell’Islanda: prima squadra a diramare la lista ufficiale

🔶 L’Islanda ci invita a tifare la sua nazionale ai Mondiali. E noi lo faremo

🔶 L’Islanda sarà il paese con meno abitanti in assoluto a partecipare a un Mondiale

🔶 Islanda: è boom di nascite nove mesi dopo la vittoria contro l’Inghilterra

 

 

 

 

Una terra coperta di ghiaccio, l’immensa ricchezza di acqua, l’anima di fuoco data dalla grandiosa presenza di vulcani e geyser. Tutto questo si ritrova e armonizza nella nuova divisa che Erreà Sport ha ideato per Ksi –La Federazione di Calcio islandese alla sua prima storica partecipazione ad un Campionato Mondiale.

Dopo la splendida avventura che li ha visti protagonisti agli Europei di Francia 2016, una nuova uniforme, originale ma fortemente legata all’identità di questa nazione, li accompagnerà ai Mondiali di Russia 2018.

Proprio ghiaccio, lava e acqua si fondono perfettamente nella nuova maglia Erreà realizzata per rappresentare al meglio la particolarità e la bellezza dell’Islanda e della sua Nazionale. Il fuoco che accende e scalda il cuore di questa terra e di questo popolo è l’elemento da cui partire per svelare la nuova divisa.
A causa del suo effetto, il ghiaccio, rappresentato simbolicamente dal bianco del colletto a V e da quello delle spalle, si scioglie gradatamente mescolandosi a lava lungo le maniche caratterizzate da una grafica a macchie quasi puntinata in cui si fondono il rosso e l’azzurro.
Proprio l’azzurro, acqua che si è sciolta grazie al calore, è il colore distintivo del corpo e dello sfondo della prima divisa che si presenta semplice e dalle linee pulite ma molto curata in ogni suo più minuto dettaglio.

Sul nostro store online potete acquistare la maglia ufficiale Erreà

La vestibilità aderente viene enfatizzata dalla combinazione di due tessuti. Il primo, collocato nella parte centrale, morbido, traspirante ed estremamente confortevole è impreziosito ed abbinato ad un secondo filato, una speciale rete posta lungo i fianchi della maglia. In modo emblematico, la rete cucita ai bordi, lascia trasparire il tessuto sottostante che, nel caso della divisa home, è rosso, come a sottolineare che sotto l’azzurro della casacca e della pelle scorre ed è sempre presente la potenza del fuoco e il battito della passione.

A enfatizzare la forte identità nazionale, la fierezza e il forte senso di comunità che contraddistinguono il popolo islandese, due sono gli elementi iconici riportati sulla nuova divisa: il motto già proposto per gli Europei 2016 “FYRIR ISLAND” (“Per l’Islanda”) posizionato all’interno del collo e la bandiera nazionale applicata sul retro della maglia.

 Ad accompagnare la nuova divisa e l’intera campagna di comunicazione, il claim “Legends are born without warningabbinatoalla potente ed epica immagine dei geysers, tra i fenomeni in assoluto più sorprendenti e spettacolari della superfice terreste. Rari e presenti solo in particolarissime zone del mondo tra cui l’Islanda, terra per eccellenza di queste incredibili sorgenti, i geysers rappresentano al meglio la forza e l’energia di questa Nazionale che ha saputo unire,nella sua peculiare identità,organizzazione, gioco dinamico e grande spirito energico.

Una squadra che non può più ormai considerarsi solo uno “splendido outsider” ma che in brevissimo tempo ha saputo conquistarsi l’attenzione, il favore e i riflettori della scena mondiale. Tutto questo con la potenza impressionante e la forza esplosiva di un geyser.

Le nuove divise di Ksi,come tutti i capi Erreà,sono certificate Oeko-Tex Standard 100. Tale prestigiosa certificazione, ottenuta dall’azienda nel 2007 come prima azienda in Europa nel settore del teamwear, garantisce che tutti i tessuti e i prodotti Erreà non sono tossici ne nocivi per la salute in conformità con le principali normative a livello internazionale e in rispetto dei più elevati e riconosciuti standard qualitativi e di sicurezza.

🔶 E non dimenticarti di tifare Islanda assieme a Mondiali.it. Partecipa al nostro evento #TeamIceland!

L’Islanda è la nazione con il minor numero di abitanti in assoluto a essersi mai qualificata a un Mondiale di calcio. L’isola vichinga, al suo debutto in Russia 2018, nonostante un insolito boom di nascite, si attesta sui 340mila abitanti: se ci pensate, città italiane come Bologna, Firenze o Bari superano questa cifra.

Ma l’Islanda non si scompone, anzi lancia un appello a tutti i tifosi del mondo: senza distinzioni di colori p di nazionalità, la piccola ma casinista Nazionale scandinava invita tutti quanti gli appassionati a far parte del #TeamIceland.

Ed è proprio il presidente Guðni Thorlacius Jóhannesson, assieme a sua moglie e first lady, Eliza Reid, a chiamare a raduno tutti i tifosi sparsi per il globo con un video volutamente ironico e pomposo con musica patriottica sullo sfondo e un dress-code istituzionale che poi lascia spazio all’iconica divisa blu acceso. E il presidente dice:

Che si vinca o si perda, è entusiasmante far parte di qualcosa di grande, anche se si è piccoli

Far parte del team è semplice: basta andare sul sito Inspired by Iceland, loggarsi via Facebook e poi scegliere il proprio nome islandese da piazzare sulla maglia virtuale (c’è in palio un viaggio in Islanda eh!). Secondo l’onomastica del paese, infatti, i nomi sono patronimici cioè riflettono il nome del padre o della madre e non il cognome storico della famiglia. Si aggiungono al nome proprio attribuito dai genitori al momento della nascita e non sono quindi veri e propri cognomi in senso occidentale, visto che accompagnano la persona nel corso della propria vita ma non si tramandano ai figli.

 

Come riporta Wikipedia, uomo chiamato Jón Einarsson ha un figlio chiamato Ólafur. Il cognome di Ólafur non sarà Einarsson, come quello di suo padre: egli diverrà Jónsson, letteralmente indicante che Ólafur è il figlio di Jón (Jóns + son). La stessa pratica è usata per le figlie: la figlia di Jón Einarsson, Sigríður, non avrà Einarsson come cognome; lei adotterà il cognome Jónsdóttir, che significa letteralmente “la figlia di Jón” (Jóns + dóttir).

Nel 2012 l’Islanda era al 131º posto nel ranking FIFA delle squadre più forti al mondo; ora è al 18º posto, davanti all’Olanda e Uruguay, due posizioni dietro l’Inghilterra e quattro dietro l’Italia. Una crescita favorita da investimenti su strutture, formazione e accademie giovanili. L’Islanda, insomma, non rappresenta in questa era calcistica una meteora o la classica mascotte, ma un prodotto calcistico ben riuscito dopo attenta e lungimirante programmazione.

E per noi appassionati va bene così: potremo ascoltare nuovamente il Viking Thunder-Clap, il rito coinvolgente dei tifosi che battono le mani sempre più veloce ed esclamando. Magari fra qualche anno tra gli spalti ci sarà anche qualche ragazzino nato proprio in questo periodo calcistico “fortunato”.

Era il 26 giugno 2016, ottavi di finale dell’Europeo francese. Gli autori del Brexit calcistico, guidati dall’allenatore Lars Lagerback, fecero vivere una notte di festa, una notte indimenticabile ai loro tifosi.
L’Islanda dei miracoli, il piccolo paese definito “l’underdog” del torneo, buttò via l’Inghilterra con le reti di Ragnar Sigurðsson e di Kolbeinn Sigþórsson. Una meta storica che i supporter celebrarono “intimamente” con il proprio partner, con lo spirito più genuino. Tant’è che nove mesi dopo, curiosa statistica, venne segnato un boom di nascite inusuale.

Bene, allora prepariamoci a una nuova ondata perché l’Islanda è riuscita a fare di meglio: accedere alla fase finale del Mondiale in Russia nel 2018. Siamo a un passaggio storico perché l’isola vichinga è la nazione con meno abitanti a essersi mai qualificata per un Mondiale di calcio. Attualmente conta circa 335mila abitanti e se prendete una città italiana vi rendete conto dell’assurda dimensione: Bologna, Firenze o Bari, per esempio, superano questa cifra.

L’Islanda ha ottenuto la qualificazione dopo aver vinto 2-0 contro il Kosovo nell’ultima giornata del Gruppo I, chiudendo in testa a 22 punti e lasciandosi alle spalle avversarie come Ucraina, Turchia e Croazia – quest’ultima arrivata seconda e che dunque disputerà lo spareggio.
L’autore del primo gol porta la firma di Gylfi Sigurðsson, il centrocampista più rappresentativo, cresciuto calcisticamente in Inghilterra e tanto apprezzato nelle squadre in cui ha giocato come Tottenham, Swansea e ora Everton. La sua storia è, di fatto, quella degli altri calciatori islandesi: su 23 giocatori convocati per la fase finale degli Europei, nessuno giocava nel campionato islandese e i giocatori più forti giocano ancora in Premier League o in Ligue 1.

Nel 2012 l’Islanda era al 131º posto nel ranking FIFA delle squadre più forti al mondo; ora è al 22º posto, davanti all’Olanda e cinque posizioni dietro l’Italia. Una crescita favorita da investimenti su strutture, formazione e accademie giovanili. L’Islanda, insomma, non rappresenta in questa era calcistica una meteora, ma una un prodotto calcistico ben riuscito dopo attenta e lungimirante programmazione.
E pe noi appassionati va bene così: potremo ascoltare nuovamente il Viking Thunder-Clap, il rito coinvolgente dei tifosi che battono le mani sempre più veloce ed esclamando. Magari fra qualche anno tra gli spalti ci sarà anche qualche ragazzino nato proprio in questo periodo calcistico “fortunato”.

Sospeso tra un capitolo del libro “Cuore” e la modalità “Il viaggio” di Fifa 18 in cui si personifica Alex Hunter, promettente stella inglese sulla rampa di lancio del successo. Sogna la casacca dei Tre Leoni e, proprio come un videogioco capace di catapultare la finzione in uno stato reale, quello che sta vivendo in questi istanti Trent Alexander-Arnold lo sa solo lui.

A 19 anni, scorrendo la lista dei 23 convocati scelti dal ct. Southgate per rappresentare l’Inghilterra al Mondiale in Russia, lui ha trovato il suo nome. Lui che in prima squadra non c’era ancora arrivato. La prima convocazione da adulto, da zero a cento, direttamente alla Coppa del Mondo. E le gambe che vacillano.
Nel Liverpool, di Liverpool, il ragazzo “scouser” terzino destro, classe ’98, si è pian piano conquistato la fiducia di Klopp ed è diventato un titolare del Liverpool, specialmente in Champions League, dove ha saltato appena nove minuti nelle doppie sfide contro Manchester City e Roma.

La città di Liverpool sa essere incantevole quando dal suo freddo Albert Dock sputa storie di ragazzi tenaci. Trent è nato nel quartiere West Derby, qui ha frequentato la scuola elementare cattolica di St. Matthews e, quando aveva sei anni, i Reds ospitano un camp estivo in cui viene invitato il suo istituto. Per una storia magica ci vuole un cilindro da mago, ma questa volta dal cappello non esce un coniglio, bensì il suo nome: Alexander-Arnold viene sorteggiato per frequentare il camp dov’è presente il coach dell’accademia, Ian Barrigan, che vedendolo giocare gli offre la possibilità di entrare nell’accademy del club.

Nella favola di Trent, tra sacrifici e sudore, non ci sono al momento antagonisti o falsi-eroi. Il ragazzo ha la stoffa e si mette in mostra nell’Under 16 e poi nell’Under 18. Ma le sue guance devono far davvero male per i tanti pizzicotti che da allora continua a tirarsi: il suo secondo sussulto della vita, tra un pizzino estratto dal cappello al nome pronunciato dal ct inglese, arriva quando gli dicono:

Ehi Trent, Steven Gerrard ha parlato di te. Nel suo libro autobiografico

A pagina 353 di “My Story”, appare il suo nome. Sul libro di Stevie G., colonna leggendaria del Liverpool rosso. Nella sua testa ronza la voce dell’ex capitano, sentito chissà quante volte nelle interviste. Trent plasma la voce di Gerrard mentre pronuncia il suo nome. Lo storico numero 8 lo vede all’accademia, sa che viene da West Derby, lo paragona a John Barnes, è cresciuto con il suo mito tra i parchi e le case a schiera con gli inconfondibili bricks rossi del Merseyside. Nel suo libro, l’ex capitano dei Liverpool arriva a dire:

Trent ha una terrificante possibilità di diventare un professionista

Ecco la benedizione. Ecco l’incoronamento con tanto di rituale tra idolo e pupillo. E quasi un’investitura per Stevie che è stato il capitano dell’Inghilterra in un’era del football dal forte sapore amarognolo, dal grande potenziale smarrito per strada.

Alexander-Arnold non vuole smarrirsi, sa quello che deve fare. La corsia di destra lo facilita: deve sempre andare dritto, a testa alta. Con il numero 66 sulle spalle, lo “scouse Lahm”, quest’anno ha segnato contro Hoffenheim, Maribor e Swansea: più avversari internazionali che inglese. Un biglietto da visita non male per il Mondiale se poi si aggiungono giocate e chiusure come queste:

Nel 2015 era con la Nazionale Under 17 durante la spedizione in Bulgaria per l’Europeo. Estromessi agli ottavi di finale dalla Russia, il torneo assegnava sei posti per la Coppa del Mondo Under 17 che si sarebbe svolta lo stesso anno in Cile, ma per l’Inghilterra il biglietto passava dallo spareggio contro la Spagna. Alla vigilia del match, esattamente tre anni fa, Trent fu intervistato dalla Federazione inglese e disse:

Non riesco davvero a rendermi conto quanto sia grande questa opportunità al momento. Vengo dal West Derby di Liverpool e non conosco nessun altro della mia zona che abbia giocato in una Coppa del Mondo. Semplicemente non succede a ragazzi come me. Ci proverò così tanto per arrivarci, sarebbe un’esperienza indimenticabile. La prima Coppa del Mondo che ricordo è quella del 2006, vinta dall’Italia. Giocare in un torneo come quello a livello giovanile sarebbe fantastico

Ai rigori, l’Inghilterra sconfisse la Spagna e volò al Mondiale. Ecco, Trent “semplicemente” può succedere anche a ragazzi come te. Sognare un torneo giovanile e trovarsi al centro del mondo, profumando di sogno. 

Lothar Matthäus ha appeso gli scarpini al chiodo annunciando il suo definitivo ritiro dal calcio giocato. No, non siamo arrivati tardi di 18 anni rispetto alla sua partita d’addio giocata nel 2000 dopo l’ultima eclettica esperienza in America, nei Metro Stars.

Campione del Mondo con la Germania nel 1990 e Pallone d’Oro lo stesso anno, il primo a ottenere questo riconoscimento con la casacca dell’Inter, Matthäus questa volta ha davvero detto basta. Ma prima, aveva un ultimo desiderio da realizzare nonostante i tanti, tantissimi successi. Con oltre 750 presenze tra Borussia Mönchengladbach, Bayern Monaco e Inter e ben 150 gettoni con la Die Mannschaft, al carismatico centrocampista mancava una sola partita.
Una partita d’affetto e di amore: giocare ancora un’ultima volta con il club della sua adolescenza, la squadra da dove ha spiccato le ali sul finire degli anni Settanta, l’Fc Herzogenaurach.

Il 57enne ha chiuso il cerchio della sua vita sportiva, tornando alle radici: domenica 13 maggio ha indossato la fascia di capitano e la maglia azzurro scuro, si è accovacciato per la “consueta” foto di gruppo prima del fischio iniziale e ha giocato 50 minuti nella vittoria per 3-0 dei padroni di casa contro lo SpVgg Hüttenbach-Simmelsdorf. Davanti a mille tifosi, nell’ultimo match della Bavarian Landesliga, sesta categoria nella piramide calcistica tedesca.

Dalle giovanili alla prima squadra, passando per l’under 17 e l’under 19, Lothar Matthäus deve tutto alla società di Herzogenaurach che, nel 1979, ha accettato di cedere il promettente centrocampista al Gladbach. Da lì un’ascesa unica che l’ha portato a vincere (ci perdonerete per il lungo elenco) sette Meisterschale, tre Dfb-Pokal e una Supercoppa di Germania con il Bayern Monaco, uno Scudetto e una Supercoppa italiana con l’Inter, un campionato americano con la compagine dei New York Metro Stars, due Coppe Uefa, un Europeo con la Germania e il Mondiale 1990.

L’iniziativa è stata supportata dalla Puma, sponsor tecnico della formazione, e che proprio a Herzogenaurach, 70 anni fa, ha fondato il suo quartiere generale. La città a 200 chilometri da Monaco, infatti, è famosa per aver visto nascere dalla stessa costola familiare sia l’Adidas che, appunto, la Puma. Un paese diviso, fatto di gelosie e antipatie al punto da essere soprannominata “la città dei colli piegati”: una persona, prima di salutare e iniziare una conversazione con un’altra persona, controllava quali scarpe avesse addosso.

Ma nell’ultimo match da professionista di Lothar, che nel frattempo ha intrapreso una vincente carriera da allenatore, non si è pensato a questo. Era il suo sogno, ha detto a fine gara abbastanza sudato e provato. Ha ammesso di esser stato poco utile in copertura, ma ha provato qualche giocata di classe e qualche colpo che gli riesce ancora bene.

Però deve rassegnarsi: nonostante sia il detentore del record per numero di partecipazioni a un Mondiale (cinque  insieme al messicano Antonio Carbajal e all’italiano Gianluigi Buffon) e il calciatore con più presenze assolute nelle fasi finali della rassegna iridata, ben 25, non è stato inserito dal ct Joachim Löw  nella lista dei convocato per Russia 2018.

Eterno “panzer” Lothar!

I Mondiali in Russia entra nel vivo. Entro il 14 maggio, i 32 selezionatori dovevano consegnare alla Fifa la lista dei 35 pre-convocati che diventerà definitiva entro il 4 giugno con la scelta dei 23. Alcune Nazionali come Islanda e Brasile hanno direttamente annunciato i 32 giocatori che ufficialmente prenderanno parte alla spedizione iridata.

🔶 Arabia Saudita

In aggiornamento

 

🔶 Argentina

Preconvocati

Portieri: Romero, Caballero, Guzman, Armani

Difensori: Mercado, Salvio, Mascherano, Otamendi, Pezzella, Fazio, Rojo, Funes Mori, Tagliafico, Acuna, Ansaldi

Centrocampisti: Lanzini, Centurion, Biglia, Meza, Guido Pizarro, Enzo Perez, Banega, Lo Celso, Paredes, Battaglia, Di Maria, Pavon, Pablo Perez

Attaccanti: Dybala, Perotti, Messi, Aguero, Higuain, Lautaro Martinez, Icardi

 

🔶 Australia

Preconvocati

Portieri: Ryan, Jones, Vukovic

Difensori: Sainsbury, Jurman, Degenek, Risdon, Behich, Meredith, Karacic

Centrocampisti: Jedinak, Mooy, Rogic, Luongo, Irvine, Brillante, Petratos, Milligan

Attaccanti: Cahill, Juric, Leckie, Troisi, Arzani, Nabbout, Rukavytsya, Kruse

🔶 Belgio

In aggiornamento

🔶Brasile

Lista ufficiale

Portieri: Alisson, Ederson, Cássio

Difensori: Fágner, Danilo, Marcelo, Filipe Luís, Marquinhos, Miranda, Thiago Silva, Geromel

Centrocampisti: Casemiro, Fernandinho, Fred, Paulinho, Philippe Coutinho, Renato Augusto, Willian

Attaccanti: Douglas Costa, Firmino, Gabriel Jesus, Neymar, Taison

🔶 Colombia

Preconvocati

Portieri: Ospina, Vargas, Cuadrado, Arboleda

Difensori: Arias, Medina, Mina, Murillo, D. Sanchez, Zapata, Tesillo, Mojica, Espinosa, Fabra, Diaz

Centrocampisti: C. Sanchez, Aguilar, Barrios, Cuellar, Uribe, Perez, Lerma, Cardona, J. Cuadrado, Moreno, Quintero, J. Rodriguez

Attaccanti: Falcao, Bacca, Gutierrez, Borja, Muriel, Zapata, Izquierdo, Charà

🔶 Corea del Sud

Preconvocati

Portieri: Kim Seung-gyu, Kim Jin-hyeon, Cho Hyun-woo

Difensori: Kim young-gwon, Jang Hyun-soo, Jung Seung-hyun, Yun Yong-sun, Kwon Kyung-won, Oh Ban-suk, Kim Jin-su, Kim Min-woo, Park Joo-ho, Hong Chul, Lee Yong, Go Yo-han (FC Seul)

Centrocampisti: Ki Sung-yueng, Jung Woo-young, Kwon Chang-hoon, Ju Se-jong, Koo Ja-cheol, Lee Jae-sung, Lee Seung-woo, Lee Chung-yong, Moon Seon-min

Attaccanti: Kim Shin-wook, Son Heung-min, Lee Keun-ho, Hwang Hee-chan

🔶 Costa Rica

Preconvocati

Portieri: Navas, Pemberton, Moreira

Difensori: Gamboa, Smith, Matarrita, Oviedo, Duarte, Gonzalez, Calvo, Waston, Acosta

Centrocampisti: Guzman, Tejeda, Borges, Azofeifa, Wallace, Ruiz, Colindres, Bolanos

Attaccanti: Venegas, Campbell, Urena

🔶 Croazia

Preconvocati

Portieri: Subasic, Kalinic, Livakovic, Letica

Difensori: Corluka, Vida, Strinic, Lovren, Vrsaljko, Pivaric, Jedvaj, Mitrovic, Barisic, Nizic, Caleta-Car, Sosa

Centrocampisti: Modric, Rakitic, Kovacic, Badelj, Brozovic, Rog, Pasalic, Bradaric

Attaccanti: Mandzukic, Perisic, Kalinic, Kramaric, Pjaca, Rebic, Cop, Santini

🔶 Danimarca

Preconvocati

Portieri: Kasper Schmeichel, Jonas Lossl, Frederik Ronow, Jesper Hansen

Difensori: Simon Kjaer, Andreas Christensen, Mathias Jorgensen, Jannik Vestergaard, Andreas Bjelland, Henrik Dalsgaard, Peter Ankersen, Jens Stryger Larsen, Riza Durmisi, Jonas Knudsen, Nicolai Boilesen

Centrocampisti: William Kvist, Thomas Delaney, Lukas Lerager, Lasse Schone, Mike Jensen, Christian Eriksen, Daniel Wass, Pierre-Emile Hojbjerg, Mathias Jensen, Michael Krohn-Dehli, Robert Skov

Attaccanti: Pione Sisto, Martin Braithwaite, Andreas Cornelius, Viktor Fischer, Yussuf Poulsen, Nicolai Jorgensen, Nicklas Bendtner, Kasper Dolberg, Kenneth Zohore

🔶 Egitto

Preconvocati

Portieri: Essam El Hadary, Mohamed El-Shennawy, Sherif Ekramy

Difensori: Ahmed Fathi, Saad Samir, Ayman Ashraf, Mahmoud Hamdy, Mohamed Abdel-Shafy, Ahmed Hegazi, Ali Gabr, Ahmed Elmohamady, Karim Hafez, Omar Gaber, Amro Tarek

Centrocampisti: Tarek Hamed, Mahmoud Abdel Aziz, Shikabala, Abdallah Said, Sam Morsy, Mohamed Elneny, Kahraba, Ramadan Sobhi, Trezeguet, Amr Warda

Attaccanti: Marwan Mohsen, Ahmed Gomaa, Kouka, Mohamed Salah

🔶 Francia

Convocati

Portieri: Areola, Lloris, Mandanda

Difensori: Sidibé, Pavard, Kimpembe, Umtiti, Varane, Rami, Lucas Hernandez, Mendy

Centrocampisti: Nzonzi, Lemar, Kanté, Matuidi, Pogba, Tolisso

Attaccanti: Fekir, Griezmann , Giroud, Mbappé, Thauvin, Dembelé

🔶 Germania

Preconvocati

Portieri: Neuer, Leno, ter Stegen, Trapp

Difensori: Boateng, Hummels, Kimmich, Süle, Ginter, Rüdiger, Hector, Plattenhardt, Tah

Centrocampisti: Draxler, Brandt, Gündogan, Khedira, Kroos, Özil, Reus, Rudy, Goretzka

Attaccanti: Gomez, Müller, Petersen, Sané, Werner

🔶 Giappone

In aggiornamento

🔶 Inghilterra

Convocati

Portieri: Jordan Pickford, Nick Pope, Jack Butland

Difensori: Kyle Walker, Kieran Trippier, Trent Alexander-Arnold, Gary Cahill, Danny Rose, John Stones, Harry Maguire, Phil Jones, Ashley Young

Centrocampisti: Eric Dier, Fabian Delph, Jordan Henderson, Dele Alli, Ruben Loftus-Cheek, Raheem Sterling, Jesse Lingard

Attaccanti: Harry Kane, Jamie Vardy, Marcus Rashford, Danny Welbeck

🔶 Iran

Preconvocati

Portieri: Alireza Beiranvand, Seyed Hossein Hosseini, Rashid Mazaheri, Amir Abedzadeh

Difensori: Ramin Rezaeian, Voria Ghafouri, Steven Beitashour, Seyed Jalal Hosseini, Mohammad Reza Khanzadeh, Morteza Pouraliganji, Mohammad Ansari, Pejman Montazeri, Seyed Majid Hosseini, Milad Mohammadi, Omid Norafkan, Saeid AGhaei, Roozbeh Cheshmi

Centrocampisti: Saeid Ezatolahi, Masoud Shojaei, Ahmad Abdolahzadeh, Saman Ghoddos, Mahdi Torabi, Ashkan Dejagah, Omid Ebrahimi, Ehsan Hajsafi, Ali Karimi, Soroush Rafiei, Ali Gholizadeh, Vahid Amiri

Attaccanti: Alireza Jahanbakhsh, Karim Ansarifard, Mahdi Taremi, Sardar Azmoun, Reza Ghoochannejhad, Kaveh Rezaei

🔶 Islanda

Lista ufficiale

Portieri: Halldorsson, Runarsson, Schram

Difensori: Arnason, Eyjolfsson, Gislason, Ingason, Magnusson, Saevarsson, Ragnar Sigurdsson, Skulason

Centrocampisti: Birkir Bjarnason, Fridjonsson, Johann Gudmundsson, Gunnarsson, Hallfredsson, Gylfi Sigurdsson, Skulason, Traustason

Attaccanti: Bodvarsson, Alfred Finnbogason, Albert Gudmundsson, Sigurdarson

Riserve: Andri Bjarnason, Elmar Bjarnason, Kjartan Finnbogason, Fjoluson, Hermannsson, Ingvar Jonsson, Kjartansson, Kristinsson, Omarsson, Sigthorsson, Sigurjonsson, Smarason.

🔶 Marocco

In aggiornamento

🔶 Messico

Preconvocati

Portieri:Ochoa, Corona, Talavera

Difensori: Diego Reyes, Héctor Moreno, Layún, Salcedo, Álvarez, Araujo, Gallardo, Alanís, Ayala

Centrocampisti:Jonathan dos Santos, Guardado, Herrera, Fabián, González, Molina, Márquez, Gutiérrez

Attaccanti:Corona, Lozano, Chicharito Hernández, Jiménez, Vela, Aquino, Damm, Giovani dos Santos

🔶 Nigeria

Preconvocati

Portieri: Ikechukwu Ezenwa, Daniel Akpeyi, Francis Uzoho, Dele Ajiboye

Difensori: William Troost-Ekong, Leon Balogun, Olaoluwa Aina, Kenneth Omeruo, Bryan Idowu, Chidozie Awaziem, Abdullahi Shehu, Elderson Echiejile, Tyronne Ebuehi, Stephen Eze

Centrocampisti: John Obi Mikel, Ogenyi Onazi, John Ogu, Wilfred Ndidi, Uche Agbo, Oghenekaro Etebo, Joel Obi, Mikel Agu

Attaccanti: Odion Ighalo, Ahmed Musa, Victor Moses, Alex Iwobi, Kelechi Iheanacho, Moses Simon, Junior Lokosa, Simeon Nwankwo

🔶 Panama

Preconvocati

🔶 Perù

In aggiornamento

🔶 Polonia

Preconvocati

Portieri: Bialkowski, Fabianski, Skorupski, Szczesny

Difensori: Bednarek, Bereszynski, Cionek, Glik, Jedrzejczyk, Kaminski, Kedziora, Pazdan, Piszczek

Centrocampisti: Blaszczykowski, Dawidowicz, Frankowski, Goralski, Grosicki, Kadzior, Krychowiak, Kurzawa, Linetty, Makuszewski, Maczynski, Peszko, Rybus, Szymanski, Zielinski, Zurkowski

Attaccanti: Kownacki, Lewandowski, Milik, Piatek, Teodorczyk, Wilczek

🔶 Portogallo

Preconvocati

Portieri: Anthony Lopes, Beto, Rui Patrício

Difensori: Antunes, Bruno Alves, Soares, Cancelo, Cedric, Fonte, Neto, Mario Rui, Semedo, Pepe, Guerreiro, Ricardo Pereira, Rolando, Rúben Dias

Centrocampisti: Adrien Silva, André Gomes, Bruno Fernandes, João Mário, Moutinho, Manuel Fernandes, Neves, Sérgio Oliveira, William Carvalho

Attaccanti: André Silva, Bernardo Silva, Cristiano Ronaldo, Éder, Gelson Martins, Guedes, Nani, Paulinho, Quaresma

🔶 Russia

Preconvocati

Portieri: Akinfeev, Gabulov, Dzhanaev, Lunev

Difensori: Granat, Kambolov, Kudryashov, Kutepov, Neustadter, Rausch, Semenov, Smolnikov, Mario Fernandes

Centrocampisti: Gazinskiy, Golovin, Dzagoev, Erokhin, Zhirkov, Zobnin, Kuzayev, Miranchuk, Samedov, Tashaev

Attaccanti: Cheryshev, Dzyuba, Alek. Myranchuk, Smolov, Chalov

🔶 Senegal

In aggiornamento

🔶 Serbia

In aggiornamento

🔶 Spagna

In aggiornamento

🔶 Svezia

In aggiornamento

🔶 Svizzera

In aggiornamento

🔶 Tunisia

Preconvocati

Portieri: Mathlouthi Aymen, Hassen Mouez, Ben Mustapha Farouk, Ben Chrifia Moez

Difensori: Ben Youssef Syam, Benalouane Yohan, Meriah Yassine, Mohsni Bilel, Bedoui Rami, Nagguez Hamdi, Maaloul Ali, Chemmam Khalil, Haddadi Oussama. Bronn Dylan

Centrocampisti: Skhiri Ellyes, Sassi Ferjani, Laribi Karim, Khalil Ahmed, Ben Amor Mohamed, Chaalali Ghailene, Larbi Mohamed, Badri Anice, Khaoui Saif-Eddine, Naïm Sliti

Attaccanti: Fakhreddine Ben Youssef, Khazri Wahbi, Srarfi Bassem, Akaichi Ahmed

🔶 Uruguay

In aggiornamento

Se andate su Youtube alla ricerca dei 10 calci di punizioni più famosi della storia probabilmente trovate il siluro di Roberto Carlos contro la Francia o la pennellata di David Beckham con la maglia dell’Inghilterra che diede la qualificazione ai Mondiali del 2002 a tempo scaduto contro la Grecia.

Tra le tante punizioni, però, una è drammaticamente celebre, passata alla storia come la “punizione calciata al contrario”. E’ la Coppa del Mondo 1974, quella disputata nella Germania Ovest e che già aveva regalato un momento da incorniciare e racchiudere nelle narrazioni future: quel derby tedesco Ovest-Est vinto dagli orientali con la rete di Jürgen Sparwasser. Ma qui siamo nel girone 2, ultima partita, Brasile contro Zaire.

Il Paese africano, oggi conosciuto come Repubblica Democratica del Congo, era alla sua prima apparizione assoluta nella manifestazione iridata. Arrivò in Germania con un po’ di curiosità degli addetti dopo la vittoria della Coppa d’Africa dello stesso anno e un look sfrontato con magliette giallo-verdi e un leopardo ruggente disegnato all’interno di un cerchio.
L’esordio contro la Scozia non fu dei migliori: lo Zaire perse 2-0, ma si vide un buon spirito e voglia. Tutto spazzato via nella seconda partita del torneo: la Jugoslavia rifilò ben 9 reti. E successe di tutto: l’allenatore Vidinic, sul 3-0, sostituì il portiere Kazadi con il secondo Tubilandu che fu costretto a raccogliere la palla ben sei volte dal fondo della rete. E poi avvenne un episodio curioso, genesi senza il quale non avremmo la punizione al contrario.

L’attaccante Mulamba Ndaye venne espulso perché rifilò un calcetto all’arbitro colombiano Delgado. In realtà era stato Joseph Ilungua Mwepu a compiere quel gesto, ma il direttore di gara confuse i due e non cambiò idea nemmeno dopo l’ammissione di colpa dello stesso difensore.

Mwepu era dunque in campo nell’ultima sfida, quella contro il Brasile. Già eliminato, lo Zaire precipitò in un incubo: dalla gioia euforica del Mondiale alla condanna a morte. Letteralmente. E qui entra in scena l’antieroe di turno: in quegli anni lo in Zaire era sotto la dittatura di Mobutu Sese Seko, il maresciallo-presidente, al potere da oltre 30 anni. Mobutu, come buon tiranno che si rispetti, vedeva nel calcio uno strumento di propaganda tanto che pagò personalmente tutti i giocatori zairesi che giocavano all’etero e soprattutto in Belgio per rientrare nel proprio paese d’origine. Il 9-0 subito contro la Jugoslavia fu troppo umiliante e prima della gara con il Brasile era arrivata la minaccia alla squadra: se avessero perso più di 3-0, nessuno sarebbe tornato a casa vivo.

Allo stadio di Gelsenkirchen mancavano pochi minuti al termine del match tra Brasile e Zaire. I verdeoro erano in vantaggio proprio di tre reti sugli africani e beneficiarono di un calcio di punizione da posizione insidiosa. Rivelino, che poco prima aveva trafitto il portiere zairese, confabulava con gli altri compagni. Dall’altra prospettiva, i giocatori dello Zaire, così in fila a formare la barriera tanto da sembrare davanti a un plotone di esecuzione, sentivano la tensione e vivevano con terrore la possibile metamorfosi del tiro in condanna a morte.

A un tratto dalla barriera si staccò uno, uno che non voleva subire passivamente e voleva provare a essere per l’ultima volta artefice del suo destino. Ilunga Mwepu corse ad ampie falcate e scaraventò il pallone lontano con tutte le sue ultime forze. Rivelino per poco non venne colpito. Tutti, intorno, rimasero increduli, lui venne ammonito e per mesi e anni, stampa e appassionati di calcio sbeffeggiarono il terzino sinistro reo, secondo loro di non conoscere le regole del calcio.

Ma eravamo noi occidentali a non conoscere la sua storia nascosta che rivelò dopo anni di silenzi, solo nel 2002. Voleva riscrivere la sua vita con un gesto istintivo ed eclatante. La punizione al contrario con cui salvò la sua pelle e quella dei compagni.
Il Guardian ha pubblicato una serie di clip girati in stop-motion, in cui vengono ricreati con i Lego alcuni tra gli episodi più iconici dei Mondiali di calcio e tra un Maradona e un Zidane che rifila la testa a Materazzi, per l’edizione del 1974 c’è proprio l’atto di Mwepu.

Joseph Ilunga Mwepu è morto a Kinshasa, l’8 maggio 2015 dopo una lunga malattia.

 

Fonte: Ultimo Uomo

E’ stato un lungo accanimento terapeutico. L’Amburgo, pressato da quel ticchettio digitale ingombrante, alla fine ha è rimasto schiacciato dal troppo peso storico. E’ stata un’agonia rimandata troppe volte nelle ultime quattro stagioni: salvati per il rotto della cuffia con la speranza di poter ripartire dall’anno nuovo. Una speranza vana.

Dopo 55 anni di partecipazione ininterrotta in Bundesliga, scandita proprio da quell’orologio all’interno Volksparkstadion, la squadra anseatica crolla e per la prima volta e riparte dalla ZweiteLiga, dalla seconda serie. Non era mai successo prima di oggi e, con la retrocessione dell’Hsv, la Germania perde l’ultima squadra a non essere mai retrocessa: nel massimo campionato tedesco, dalla sua nascita, l’Amburgo guardava tutti dall’alto con un tondo 55 partecipazioni su 55 edizioni. Solo il Bayern Monaco (53)  e il Werder Brema (54) hanno provato a tenere il passo.
Nessuno come l’Hamburger Sport-Verein, la società più antica in Germania con 130 anni sulla carta d’identità. Ma è un verbo ormai da declinare all’imperfetto.

Dopo cinquantaquattro anni,  261 giorni e 36 minuti, il timer installato all’inizio del nuovo secolo per esaltare questo primato, viene azzerato. Il 12 maggio 2018 l’orologio ha detto “stop”: nonostante il successo per 2-1 contro il Borussia Monchengladbach, il concomitante successo per 4-1 del Wolfsburg sul Colonia  è una sentenza amara. Finisce così un capitolo importante della storia del calcio tedesco: l’Amburgo ha infatti nel suo palmares una Coppa dei Campioni e tre Meisterschale.

I tedeschi sanno essere poco scaramantici ed è un qualità invidiabile, ma i secondi che progressivamente aumentavano e accrescevano il vanto del club hanno finito per ritorcersi contro come un anatema. E va bene così se si vuole credere nella mitologia e nella fenice che rinasce dalle sue ceneri: dal 2014, infatti, l’essenza “irretrocedibile” dell’Amburgo ha vacillato più e più volte. Due volte graziato agli spareggi contro Greuther Fürth e Karlsruhe che provenivano dalla Zweite, un anno fa vittorioso all’88’ dell’ultima giornata ai danni del Wolfsburg poi riemerso dal playout di fine maggio. E siamo arrivati alla stagione 2017-2018, dove si è ripetuto di fatto il duello che visto trionfare i Lupi mettendo fine alla storia dei veterani di Germania. Un’epopea iniziata all’alba dei tempi, nel lontano 24 agosto 1963.

Un tempo giurassico al punto che, dopo l’orologio all’interno dello stadio, nel 2003 l’Amburgo ha adottato una nuova mascotte, un dinosauro chiamato Hermann, in onore dello storico fisioterapista Hermann Rieger che ha prestato servizio al club per 26 anni prima di lasciare nel 2004. Con il numero 87, che richiama l’anno di fondazione 1887, il dinosauro si rifà all’appellativo “Dino” con il quale il club viene (veniva?) soprannominato.

Cosa ne sarà adesso? Joachim Hilke, direttore marketing del club, qualche anno fa aveva proposto di smantellare l’orologio e di mettere da parte la mascotte:

Dobbiamo concentrarci sul futuro, non sul passato. L’orologio e il dinosauro distolgono l’attenzione dai nuovi simboli. La società deve trasmettere sia all’interno che all’esterno il fatto che si guardi al futuro, certi simboli invece ci incatenano al passato

Ora le catene sono state spezzate. Le pile dell’orologio sono scariche. Il passato, questo sì, insegna: bisogna toccare il fondo, per guardarsi negli occhi e trovare le motivazioni per ripartire. Auf Wiedersehen, Hsv!

Calcio e musica: due passioni differenti, ma due mondi affini che si coinvolgono a vicenda, due rifugi dove ritrovare pace e cercare nuovi stimoli, due sfaccettature di un’unica arte. Due lingue che, se non contaminate dal moderno, corrotte dal capitalismo, possono essere portatrici di messaggi forti.
L’11 maggio si ricorda la scomparsa di colui che ha fatto della musica la sua vocazione e del calcio il suo diletto, la sua passione. Un piccolo omaggio a chi invece è stato gigante, a chi il termine “musicista” andrebbe troppo stretto, a Bob Marley.
Lui non ha lasciato un testamento, non ne sentì il bisogno: i suoi messaggi d’amore, di pace, di rispetto e disciplina, d’ammonimento verso il male, contro il razzismo, sono incisi nella sua musica, in quel genere musicale che viene spesso canticchiato e raramente vissuto nella sua profonda essenza.

Aneddoti, storielle più o meno plausibili si intrecciano attorno alla sua immagine, il mito si insinua tra i dati storici, confondendoli e confondendoci e proprio attorno alla sua morte sono state tramandate differenti versioni. Quella più “popolare”, lasciateci passare il termine, vuole che sia deceduto per overdose, ma la sua vita non è mai stata improntata sull’eccesso: non si sarebbe mai permesso di tradire quei precetti morali, quel rigore religioso che lui stesso diffondeva attraverso la musica, l’unica cosa veramente “eccessiva” nella sua vita.

Partiamo da quello che è l’accaduto più vicino alla realtà: nel 1977 scoprì di avere una ferita all’alluce destro. Inizialmente pensò di essersi fatto male forse durante una partitella giocata a Parigi tra giornalisti francesi e i suoi “frattelli-amici” The Wailers, nella quale rimediò un duro colpo al piede, oppure in un’altra partita precedente dove, si dice, un suo amico gli lacerò l’alluce con un tacchetto arrugginito.

Ma successivamente, sempre giocando a calcio, l’unghia dell’alluce si staccò. Solo a quel punto fu fatta la diagnosi corretta: melanoma maligno che non venne mai curato in quanto la sua religione non consente l’amputazione degli arti per rispetto dell’integrità del corpo.
Bob Marley scelse solo di rimuovere la pelle al di sotto dell’unghia, ma  il melanoma non fu curato del tutto e progredì fino al cervello.

Quel che è certo è che Bob vedeva nel calcio una forma di espressione autentica, genuina come quel luogo povero e semplice che è la Giamaica. Disse:

Se non fossi diventato un cantante sarei stato un calciatore o un rivoluzionario. Il calcio significa libertà, creatività, significa dare libero corso alla propria ispirazione

Per questo quando giocava, si racconta, non aveva un ruolo preciso, non pensava agli schemi, non pensava a nulla, giocava per il gusto semplice di calciare un pallone e condividere momenti spensierati della giornata con gli amici.
Si spense l’11 maggio del 1981 e fu sepolto vicino a Nine Mile, riabbracciando quel luogo che lo vide nascere e dal quale Bob mai si separò e mai gli voltò le spalle. Si portò con se una chitarra, una piantina di marijuana, una bibbia ed un pallone: la sua esistenza racchiusa in quattro oggetti semplici. Semplice come l’ultima frase sussurrata al figlio:

I soldi non comprano la vita

Ed è facile intuire ed immaginare che il calcio di oggi, dell’era moderna, di Babilonia e del Dio Denaro, di sicuro non gli sarebbe piaciuto.

Se vuoi conoscermi devi giocare a calcio contro me e i the Wailers