Author

Giovanni Sgobba

Browsing

Allora come oggi lo si vede in giro nei circuiti automobilistici con in testa un vistoso cappello cowboy. Un po’ guascone un po’ falso americano. Arturo Merzario ha 76 anni, la maggior parte di questi vissuti in un abitacolo.
Dal rally al GT, Merziano è stato un distinto pilota: dal 1972 al 1979 ha gareggiato nei circuiti di Formula 1 con diverse scuderie, tra cui la Ferrari, mentre nel 1976 disputò il campionato mondiale di F1 alla guida di una March 761 della canadese Wolf Williams. Il primo agosto 1976 era in programma la decima gara stagionale sul prestigioso circuito del Nürburgring che si snoda intorno al Castello di Nürburg, in Germania.

Poco prima della corsa, la pioggia aveva reso i 22,835 km della Nordschleife insidiosi, ma nonostante la sollecitazione di qualche pilota, la direzione optò per scendere in pista. Tra i meno convinti c’era Niki Lauda, campione iridato in carica e leader della classifica generale.
Passarono solamente tre giri e si assistette all’evento che cambiò la Formula 1: poco dopo la curva Ex-Muhle e il tornante Bergwerk, Lauda perse il controllo della sua monoposto, la Ferrari 312 T2, schiantandosi contro una parete rocciosa prima di essere rimpallato in pista. Nel colpo perse il casco, mentre poco dopo la sua vettura venne colpita da quelle di Harald Ertl e Brett Lunger e iniziò a prendere fuoco. Il pilota austriaco, ancora cosciente, venne così avvolto dalle fiamme.

Passarono qualche secondo e sul luogo dell’incidente si fiondò anche Arturo Merzario. Sarebbe potuto andare oltre, ma d’istinto si bloccò e scese per soccorrere il suo collega intrappolato. Ecco cosa dirà anni dopo:

Dell’incidente di Lauda bisogna analizzare tre aspetti: ha perso il casco nel primo impatto e per questo è stato esposto alle fiamme e alle bruciature, le esalazioni di magnesio lo stavano ammazzando e non da ultimo, è stato davvero difficile estrarlo dalla macchina. Gli altri usavano l’estintore, io non riuscivo a schiacciare la levetta per sbloccare la cintura perché si dimenava: la sua fortuna fu quella di svenire così io riuscii a liberarlo. Un’altra sua fortuna è stata la respirazione artificiale che ho imparato al militare e che gli ha consentito di rimanere in vita per circa 10 minuti prima dell’arrivo dei soccorsi

Lauda venne trasportato in tre ospedali differenti, aveva uno zigomo fratturato, ustioni di primo grado alle mani e di terzo grado al volto. Per tutto il pomeriggio piloti, staff, moglie e familiari rimasero con il fiato sospeso temendo il peggio. Poi arrivò il bollettino positivo che allontana il rischio di morte, ma consegnò un Lauda a pezzi e avrebbe dovuto affrontare una lunga, lunghissima guarigione. Con un monito: l’austriaco rischiava seriamente di non poter più gareggiare.

Il 12 settembre 1976, appena 42 giorni dopo il rogo del Nürburgring, Niki Lauda si ripresentò in pista e tagliò al quarto posto il traguardo del Gran Premio di Monza. Quell’anno avrebbe vinto il suo storico rivale James Hunt, ma la stagione successiva fu tutta per l’austriaco che vince il secondo dei suoi tre titoli mondiali.
La curva dello schianto è stata rinominata Laudakurve, Niki è rimasto nel mondo automobilistico con il suo inconfondibile berretto rosso e ha dovuto fare autocritica. Quando tornò in pista, infatti, Lauda non si fermò mai a salutare Arturo:

Venne a trovarmi in Austria qualche mese dopo e fece il gesto di togliersi l’orologio per regalarmelo. Io lo presi e lo lanciai via. I meccanici dell’Alfa lo raccolsero, vennero da me e mi fecero un sacco di paternali, forse avevo sbagliato, ma io c’ero rimasto male

Ha impiegato tre decenni per ringraziare Arturo per il gesto che gli ha salvato la vita. Anche lui, ancora oggi ricorda quei momenti drammatici. Sempre con il cappello da cowboy sempre in testa.

 

Fonte: video Rai

Niki Lauda, uno dei più famosi piloti nella storia della Formula 1, è morto lunedì 20 maggio. Lauda aveva 70 anni: durante la sua carriera vinse tre Mondiali alla guida di Ferrari (1975 e 1977) e McLaren (1984) e fu protagonista di una delle più iconiche rivalità nella storia degli sport motoristici con il pilota britannico James Hunt, raccontata da Ron Howard nel film Rush.

«Con profonda tristezza, annunciamo che il nostro amato Niki è morto pacificamente con la sua famiglia lunedì scorso», si legge in un comunicato diffuso dalla famiglia e pubblicato da The Sun. E’ considerato tra i migliori piloti di sempre. Nel corso della sua carriera ha disputato 171 Gran Premi vincendone 25. L’ex pilota austriaco era stato ricoverato in una clinica privata in Svizzera per problemi ai reni, sottoponendosi ad un trattamento di dialisi resosi necessario per migliorare le proprie condizioni. Scrivono i familiari:

I suoi risultati unici come atleta e imprenditore sono e rimarranno indimenticabili, come il suo instancabile entusiasmo per l’azione, la sua schiettezza e il suo coraggio. Un modello e un punto di riferimento per tutti noi, era un marito amorevole e premuroso, un padre e nonno lontano dal pubblico, e ci mancherà

Risultati immagini per niki lauda

E’ stato tre volte campione del mondo di Formula 1 (nel 1975 e 1977 con la Ferrari, nel 1984 con la McLaren), come imprenditore ha fondato e diretto due compagnie aeree, la Lauda Air e la Niki; come dirigente sportivo, dopo avere diretto per due stagioni la Jaguar, è stato dal 2012 presidente non esecutivo della scuderia Mercedes AMG F1. Ha disputato 171 Gran Premi, vincendone 25, segnando 24 pole position e altrettanti giri veloci. Ha avuto una carriera sportiva di grande livello guidando per March, BRM, Ferrari, Brabham e, infine, McLaren.

Lauda iniziò a correre prima di compiere vent’anni. Proveniva da una ricca famiglia di banchieri viennesi che non vedeva bene il suo interesse per le automobili e la velocità. Dovette quindi arrangiarsi. Nel 1968 iniziò nelle gare riservate a vetture Mini, piccole e poco costose automobili allora prodotte dalla British Motor Corporation. Per arrivare soltanto in Formula 2 fu costretto a farsi prestare soldi e a dare come garanzia una polizza di assicurazione sulla propria vita. Entrò a far parte del team March e nel 1971 debuttò per lo stesso team in Formula 1, dove corse alcune gare. L’anno seguente partecipò all’intero campionato ma la macchina era poco competitiva e non ottenne nemmeno un punto.

Risultati immagini per niki lauda

In seguito ottenne, pagandoselo con un complicato contratto, un posto alla BRM, un’altra scuderia britannica, in cui rafforzò il suo rapporto con il pilota svizzero Clay Regazzoni. Lauda si fece conoscere come buon pilota, ma soprattutto come esperto collaudatore, dotato di una particolare sensibilità nel riconoscere i difetti delle auto, al punto che fu soprannominato “il computer” per la meticolosità con cui metteva a punto il proprio mezzo. Fu notato dall’occhio lungo di Enzo Ferrari, il quale, anche su consiglio dell’amico Regazzoni, lo portò alla Ferrari.

Anche caratterialmente si mostrava freddo, poco emotivo e molto determinato, specialmente agli occhi di chi non era a stretto contatto con lui. Perfino il suo stile di guida era essenziale e, per gli appassionati, scarsamente divertente ma, visti i risultati, molto efficace.

Immagine correlata

Uno dei momenti più ricordati della carriera di Lauda fu il terribile e famoso incidente che avvenne durante il Gran Premio di Germania, sul lunghissimo tracciato del Nürburgring, del 1976. A causa dell’incendio riportò numerose ustioni soprattutto al viso, che non era protetto né dalla tuta né dal casco. Il danno più serio, ma meno visibile, lo ebbe ai polmoni: aveva inalato aria molto calda e satura dei prodotti di combustione della benzina, che lo avrebbero potuto uccidere. Nei primi giorni, quando i medici erano molto scettici sulle sue condizioni, un prete gli diede l’estrema unzione. Per ricostruirgli parte del volto i chirurghi eseguirono un autotrapianto di pelle da una sua gamba. Ma a tal proposito affermò che preferiva il fondoschiena a un bel viso perché era convinto che una vettura si guida soprattutto “con il sedere”.

Risultati immagini per niki lauda

 

«La decisione più passionale e razionale che abbia mai preso», dice Vincent Kompany, difensore belga e capitano del Manchester City. Anzi, ex oramai. Dopo 11 stagioni, 360 partite e tanti successi (in ordine di tempo  lo storico “treble” Premier League, FA Cup e Coppa di Lega), il leader dei Citizen ha annunciato il suo addio al club di Manchester, ma non al calcio giocato.

Kompany torna in patria, torna all’Anderlecht che lo ha lanciato come promessa talentuosa, in una nuova – inusuale – veste: giocatore e allenatore.

Per i prossimi tre anni assumerò l’incarico di allenatore-giocatore dell’Anderlecht. Il signor Coucke mi ha promesso tempo, budget, struttura e personale. Guardiola ha riacceso il mio amore per il gioco. Il Manchester City gioca il calcio che voglio insegnare e vedere

 

Passione, come ha detto lui stesso, per questo sport che ha professato con lealtà e grande maturità. Il difensore belga, che ha compiuto 33 anni meno di un mese fa, ha deciso di chiudere la sua lunga esperienza al City con cui ha giocato dal 2008 fino ad oggi e di cui era capitano, lasciando l’ultimo ricordo indelebile ai suoi tifosi, il bellissimo gol siglato contro il Leicester, nella terzultima giornata di Premier League, decisivo per la corsa al titolo finale.

Ho immaginato questo momento innumerevoli volte e ancora non mi sembra reale. Il Manchester City mi ha dato tutto e ho provato a restituire il più possibile. Ora per me è giunto il momento di andare

 

Il Manchester City, in realtà, avrebbe offerto a Kompany la possibilità di entrare nello staff di Guardiola o di continuare a giocare nel New York City, club satellite, ma il belga ha preferito tornare all’Anderlecht dove, come detto, potrà imparare il mestiere da allenatore e sentirsi ancora un calciatore per i prossimi tre anni. Il ritorno del “figliol prodigo”, cresciuto nelle giovanili e in prima squadra dal 2003 al 2006, prima di trasferirsi all’Amburgo.

 

Una scelta che ricorda altri precedenti, illustri o meno: Gianluca Vialli giocò e allenò nel Chelsea nel 1997-98 piazzando in bacheca una Coppa di Lega inglese, una Coppa delle Coppe e una Supercoppa europea; o il suo predecessore, Ruud Gullit che, nel ruolo di giocatore-allenatore, ha conquistato la FA Cup 1996-97 diventando l’allenatore più giovane nonché il primo non britannico a conquistare questo trofeo. Di recente, ricordiamo l’esperienza di Marco Materazzi che nel settembre 2014, a 41 anni, ha firmato per gli indiani del Chennaiyin: terzo posto alla stagione d’esordio, successo in campionato nel dicembre 2015.

Risultati immagini per vialli chelsea manager

I grandi, con l’Ajax portabandiera di un movimento espressivo di gioco e mentalità, stanno tracciando la strada. A livello di club, certo, con la squadra in finale di Champions League, ma che si dirama all’interno di tutto il calcio olandese.

Così anche l’Europeo Under 17 vede brillare i talenti arancioni, a discapito degli azzurrini italiani: 4-2 dell’Olanda sull’Italia nella finale di Dublino, un risultato mai messo in discussione che ribadisce la forza in questa era calcistica. Al Tallaght Stadium, gli azzurrini di Nunziata perdono la rivincita della finale di Rotherham di dodici mesi fa: la squadra che ha conquistato il secondo titolo di fila, dopo il successo ai rigori sempre sugli azzurri nell’edizione 2018 è espressione di un movimento che ha un modello culturale di riferimento, il 4-3-3, pressing e corsa, praticato dai primi calci agli adulti.

Risultati immagini per under 17

Primo tempo chiuso 3-0, venti minuti di reazione con il gol del milanista Lorenzo Colombo, 4-1 Orange con il baby Unuvar, 15 anni, capocannoniere del torneo, infine la rete di Colombo per la doppietta personale. La nazionale di Carmine Nunziata ha perso, ma esce dal campo a testa alta, consapevole di aver dato tutto contro una squadra superiore.

E lo si intuisce dai primi minuti perché la banda di Van der Veen prende subito il comando delle operazioni: l’Italia è costretta ad arretrare, non per scelta, ma per la forza degli “arancioni”. L’1-0 matura al 20’: tiro di Bannis, respinta e botta finale di Hansen. Brobbey, un armadio, cerca subito il 2-0. Cutrig al 31’ ha una chance, ma l’Olanda si salva e al 37’, dopo la punizione calciata da Hoever, Bannis raddoppia. In chiusura, sinistro assassino di Maatsen.

Risultati immagini per under 17

Nell’intervallo Nunziata scuote gli azzurrini con i cambi: dentro Colombo e Ruggeri, fuori Cudrig e Moretti. Dopo un paio di minuti, entra anche Sekulov al posto di Brentan. L’Olanda sfiora il poker, ma l’Italia ha un altro passo e Colombo riapre il match con un capolavoro. Colombo insiste: calcia fuori al 61’ e il portiere olandese esce sui suoi piedi al 64’. Gli azzurri sono più determinati, ma nel momento migliore Unuvar, appena entrato, cala il poker.

L’Italia non si arrende, la reazione d’orgoglio è ammirevole e Colombo, all’89’, firma la doppietta personale. Olanda campione d’Europa, ma l’Italia, seconda, può sorridere pensando ai successi contro Spagna, Portogallo e Francia. E soprattutto a 11 vittorie consecutive su altrettante partite tra qualificazione e prima fase del torneo. Comunque applausi.

 

OLANDA-ITALIA 4-2

OLANDA (4-3-3): Raatsie; Hoever, Bogarde, Rensch, Salah-Eddine (68′ Kasanwirjo); Taylor, Taabouni (86′ Proper), Maatsen; Hansen (68′ Unuvar), Bannis, Brobbey. All. Peter Van Der Veen

ITALIA (4-3-1-2): Molla; Lamanna, Dalle Mura, Pirola, Moretti (46′ Ruggeri) Brentan (47′ Sekulov), Panada (K), Udogie; Tongya (82′ Giovane) ; Cudrig (46′ Colombo), Esposito. All. Nunziata

ARBITRO: Espen Eskås (NOR)

MARCATORI: 20′ Hansen, 37′ Bannis, 45′ Maatsen (O), 56′ Colombo (I), 69′ Unuvar. 88′ Colombo (I)

La stagione non è stata di certo positiva con il cambio in panchina tra Lopetegui e il ritorno di Zidane e l’addio in estate di Cristiano Ronaldo. Ma nonostante questo, il Real Madrid può vantare il titolo di club con il brand più prezioso (economicamente) al mondo. Lo rivela l’ultimo studio di Brand Finance che pubblica la classifica delle 50 società dal marchio più ricco. I Blancos fanno addirittura registrare un + 26,9 per cento rispetto al 2018, sorpassando in classifica il Manchester United (-5,8 per cento), mentre sul terzo gradino del podio rimane stabilmente il Barcellona, altra squadra spagnola.

Le squadre inglesi dominano, però, la restante la Top Ten: oltre ai Red Devils, infatti, ci sono anche Manchester City (5°), Liverpool (6°), Chelsea (7°), Arsenal (9°) e Tottenham (10°). Completano il lotto delle prime dieci il Bayern Monaco (4°) e il Paris Saint Germain (8°).

 

E le italiane? Il club della nostra Serie A che vanta il brand più ricco è la Juventus, che si piazza all’11esimo posto, appena fuori dai dieci, in posizione stabile rispetto al 2018. Anche l’Inter conferma la posizione numero 13 alle spalle del Borussia Dortmund, mentre il Milan avanza di 4 gradini rispetto a un anno fa issandosi al 15esimo posto. La Roma è 18esima, il Napoli è 26esimo (+5 posizioni rispetto al 2018) e la Lazio è 42esima (-4).

L’enfasi patriottica è una prerogativa essenziale nell’identikit (un po’ stereotipato, dai) di un perfetto americano. Del resto, come mai gli alieni che decidono di devastare il mondo e annullare l’umanità, si concentrano sul suolo a stelle e strisce?

Toni epici, da mano sul cuore, attraversano Hollywood per poi arrivare alla musica e all’arte, ma c’è un campo indiscusso dove il valore dell’essere americano è superiore: lo sport. E quando uno statunitense sa di essere forte, la combo può essere atomica. Non solo nel basket, nell’NBA, quintessenza dello sport, ma anche nel calcio femminile, gli Usa possono vantare – legittimamente – la loro superiorità.

Detentrice dell’edizione 2015 in Canada, Nazionale con più successi (tre), la squadra degli Stati Uniti si pone un gradino sopra le altre anche ai nastri di partenza del Mondiale 2019 in Francia e, Fox Sports america, broadcaster ufficiale della competizione, ha deciso di ribadire questo concetto nel suo spot promozionale girato dal famoso regista Joseph Kahn.

Epica, enfasi, patriottismo e climax ascendente adrenalinico, ovviamente, non mancano. Fox sapeva che bisognava sparare per colpire e lo si capisce dal titolo: “All eyes on us”, che oltre a caricare di responsabilità e aspettative le 23 calciatrici, pone una domanda che i tifosi di tutto il mondo si stanno chiedendo, ovvero, qualcuno può competere con l’America, regina indiscussa?

Del resto il claim, recitato dall’attrice Carrie Coon, dice: «Take your best shot. Just remember – You come at the queen, you best not miss». Il risultato è uno spot veloce, furioso e coinvolgente in cui, in successione, si vedono le statunitensi, dalla Morgan a Rapinoe, gareggiare contro la Francia tra contrasti intensi e azioni rapide. Il video è stato talmente preso sul serio dalla calciatrici che Robert Gottlieb, vice presidente esecutivo e responsabile marketing di Fox Sports, ha svelato questo aneddoto:

Becky Sauerbrunn, che alla fine della pubblicità la si vede affrontare in takle una giocatrice francese, durante le riprese ha subito un colpo al ginocchio e ha iniziato a perdere sangue. Non si è lamentata durante la fase di registrazione, ma quando abbiamo visto la ferita abbiamo pensato che fosse arrivato il momento di fermarsi: un infortunio così sarebbe stato un disastro. Ovviamente non abbiamo detto nulla all’allenatore altrimenti avrebbe perso la testa!

Calcio e musica: due passioni differenti, ma due mondi affini che si coinvolgono a vicenda, due rifugi dove ritrovare pace e cercare nuovi stimoli, due sfaccettature di un’unica arte. Due lingue che, se non contaminate dal moderno, corrotte dal capitalismo, possono essere portatrici di messaggi forti.
L’11 maggio si ricorda la scomparsa di colui che ha fatto della musica la sua vocazione e del calcio il suo diletto, la sua passione. Un piccolo omaggio a chi invece è stato gigante, a chi il termine “musicista” andrebbe troppo stretto, a Bob Marley.
Lui non ha lasciato un testamento, non ne sentì il bisogno: i suoi messaggi d’amore, di pace, di rispetto e disciplina, d’ammonimento verso il male, contro il razzismo, sono incisi nella sua musica, in quel genere musicale che viene spesso canticchiato e raramente vissuto nella sua profonda essenza.

Risultati immagini per bob marley football

Aneddoti, storielle più o meno plausibili si intrecciano attorno alla sua immagine, il mito si insinua tra i dati storici, confondendoli e confondendoci e proprio attorno alla sua morte sono state tramandate differenti versioni. Quella più “popolare”, lasciateci passare il termine, vuole che sia deceduto per overdose, ma la sua vita non è mai stata improntata sull’eccesso: non si sarebbe mai permesso di tradire quei precetti morali, quel rigore religioso che lui stesso diffondeva attraverso la musica, l’unica cosa veramente “eccessiva” nella sua vita.

Partiamo da quello che è l’accaduto più vicino alla realtà: nel 1977 scoprì di avere una ferita all’alluce destro. Inizialmente pensò di essersi fatto male forse durante una partitella giocata a Parigi tra giornalisti francesi e i suoi “frattelli-amici” The Wailers, nella quale rimediò un duro colpo al piede, oppure in un’altra partita precedente dove, si dice, un suo amico gli lacerò l’alluce con un tacchetto arrugginito.

Ma successivamente, sempre giocando a calcio, l’unghia dell’alluce si staccò. Solo a quel punto fu fatta la diagnosi corretta: melanoma maligno che non venne mai curato in quanto la sua religione non consente l’amputazione degli arti per rispetto dell’integrità del corpo.
Bob Marley scelse solo di rimuovere la pelle al di sotto dell’unghia, ma  il melanoma non fu curato del tutto e progredì fino al cervello.

Quel che è certo è che Bob vedeva nel calcio una forma di espressione autentica, genuina come quel luogo povero e semplice che è la Giamaica. Disse:

Se non fossi diventato un cantante sarei stato un calciatore o un rivoluzionario. Il calcio significa libertà, creatività, significa dare libero corso alla propria ispirazione

Per questo quando giocava, si racconta, non aveva un ruolo preciso, non pensava agli schemi, non pensava a nulla, giocava per il gusto semplice di calciare un pallone e condividere momenti spensierati della giornata con gli amici.
Si spense l’11 maggio del 1981 e fu sepolto vicino a Nine Mile, riabbracciando quel luogo che lo vide nascere e dal quale Bob mai si separò e mai gli voltò le spalle. Si portò con se una chitarra, una piantina di marijuana, una bibbia ed un pallone: la sua esistenza racchiusa in quattro oggetti semplici. Semplice come l’ultima frase sussurrata al figlio:

I soldi non comprano la vita

Ed è facile intuire ed immaginare che il calcio di oggi, dell’era moderna, di Babilonia e del Dio Denaro, di sicuro non gli sarebbe piaciuto.

Se vuoi conoscermi devi giocare a calcio contro me e i the Wailers

Nelle sette edizioni precedenti, nella storia dei Mondiali di calcio femminili, sono state realizzate 771 reti e la Fifa, nella sua marcia d’avvicinamento verso l’edizione francese, ha chiesto agli utenti di scegliere e di votare il gol migliore realizzato.

Lo scettro e la corona se li prende Monica Ocampo con il suo tiro dalla lunga distanza nella partita inaugurale del suo Messico contro l’Inghilterra, nel 2011, in Germania. Una superba realizzazione che ha scavalcato la rete di Song Xiaoli, nel 2007, al debutto della sua Cina e la prodezza da centrocampo di Carli Lloyd con la maglia degli Stati Uniti nella finale del 2015.

Risultati immagini per mexico germany 2011 women's world cup

La rete di Ocampo è stata, per certi aspetti, significativa per la storia delle messicane: in Germania, otto anni fa, ritornavano alle fasi finali di un Mondiale dopo 12 anni di assenza e a Wolfsburg, nel loro incontro di apertura, dimostrarono grande caparbietà e tempra. Passate in svantaggio a causa della rete di Fara Williams, le messicane hanno raddrizzato la partita 12 minuti più tardi con il spettacolare sigillo proprio di Ocampo: Dinora Garza passa la palla a centrocampo, Monica Ocampo avanza di un paio di passi e lascia partite un destro secco e potente che si spegne poco sotto la traversa, nell’angolo superiore. Nonostante i 180 centimetri del portiere Karen Bardsley.

 

Un gol, quello dell’1-1 che è durato per tutto il match dando a El Trì il primo punto storico nella sua storia della Coppa del Mondo.

Se il Mondiale del 1998 non si fosse giocato in Francia, probabilmente non avremmo mai assistito al leggendario gol di Dennis Bergkamp contro l’Argentina. Vale sempre la pena rivederlo:

E’ una rete metafisica che si pone al di là della realtà per equilibrare il giusto senso delle cose. Perché è arrivata al minuto 89 di una partita tosta, bloccata sull’1-1. Perché erano i quarti di finale contro la Nazionale sudamericana. Perché se si segna una prodezza del genere, in un Mondiale, sei destinato a rimanere scolpito nei ricordi dei bambini che crescono con la magia negli occhi e la tramandando, da adulti, ai loro figli o nipoti.
C’è il lancio tagliente di Frank de Boer, c’è lo stop irreale dell’ex Ajax, Inter e Arsenal, c’è la palla che muore lì, in quell’istante, uncinata dal piede destro, c’è il tocco a rientrare che manda in tilt il difensore Ayala, uno dalla marcatura stretta e rognosa, e c’è il colpo d’esterno a trafiggere il portiere Roa.
C’era tutto, ma mancava solo una cosa: lo spazio per poter fare un’azione del genere.

Ma soprattutto, per fortuna, c’era Dennis Bergkamp. La carriera calcistica dell’olandese è legata alla sua aerofobia, ovvero la paura di viaggiare in aereo. Un trauma che si è manifestato in un altro Mondiale, quello precedente del 1994 negli Stati Uniti d’America.
La Nazionale Oranje era in volo, assieme a staff tecnico e giornalisti e proprio uno di questi, tra scherzo e goliardia, disse: «C’è una bomba». Non c’era, forse, da dargli troppo peso, volarono qualche risata, qualche parolaccia, passato lo spavento iniziale. Ma da quel momento, Bergkamp non avrebbe più preso un volo.

Un trauma sul quale pesava una brutta esperienza giovanile. Durante una tournée con l’Ajax, nei pressi del vulcano Etna, ci fu una massiccia turbolenza: l’aereo precipitò, seppur per frammenti di secondo, per poi riprendere quota. Un fatto che aveva segnato il giovane biondo olandese glaciale sul campo. Panico e stress che diventarono successivamente fobia con l’episodio del 1994.

Ed è per questo che riuscì a essere presente al Mondiale francese ed è anche per questa sua paura che saltò il Mondiale del 2002, quello in Corea del Sud e Giappone, quando aveva ancora 32 anni dato che era impossibile organizzare uno spostamento via terra.
Se nella mitologia folcloristica intere pagine sono state scritte sul vascello fantasma, il tetro Olandese Volante, nel calcio Dennis Bergkamp verrà per sempre ricordato come “l’olandese non volante”.

L’Inghilterra scalda i motori, annunciando l’elenco delle 23 calciatrici che faranno parte della Nazionale per la Coppa del Mondo in Francia. Ci aspetteremmo un post con tutti i nomi e i cognomi delle convocate, un comunicato ufficiale e tradizionale e una foto lavorata graficamente, ma no, nulla di tutto questo perché in Inghilterra sono andati oltre. Sfiorando la genialità.

Le 23 calciatrici selezionate dal ct Phil Neville (ex di Manchester United ed Everton), infatti, sono state annunciate, una per volta, da altrettante celebrità, o persone famose, d’oltremanica. O addirittura “royal”: il primo nome a essere svelato, quello del capitano Steph Houghton, è stato comunicato dal principe William.

 

Comici, attori, presentatori, cantanti ed ex calciatori, un mix spumeggiante di volti celebri per fare il tifo per le Lioness e rendere molto più “pop” il Mondiale francese. Emma Watson ha rivelato la convocazione di Demi Stoke, mostrando il viso del difensore del Manchester City stampato sulla sua maglietta. Poi c’è il trittico di ex calciatori, discretamente notevoli: David Beckham, Alan Shearer e Ian Wright hanno annunciato rispettivamente Nikita Parris, Leah Williamson e Lucy Staniforth. Raheem Sterling, invece in piena attività, ha fatto sapere a Georgia Stanway di fare i bagagli e tenersi pronta per il viaggio.

 

Tra le 23 che rappresenteranno l’Inghilterra, non c’è Izzy Christiansen, centrocampista del Lione che salta la Coppa del Mondo a causa dell’infortunio alla caviglia. Altre assenze degne di nota sono l’attaccante di Orlando Pride, Chioma Ubogagu, e il portiere 19enne del Manchester City, Ellie Roebuck, mentre Phil Neville ha convocato 11 debuttanti assolute.

 

Ecco l’elenco completo:

Portieri: Karen Bardsley (Man City), Mary Earps (Wolfsburg), Carly Telford (Chelsea)

Difensori : Millie Bright (Chelsea), Lucy Bronze (Lione), Rachel Daly (Houston Dash), Alex Greenwood (Man Utd), Steph Houghton (capitano, Man City), Abbie McManus (Man City), Demi Stokes (Man City) Leah Williamson (Arsenal)

Centrocampiste: Karen Carney (Chelsea), Jade Moore (Reading), Jill Scott (Man City), Lucy Staniforth (Birmingham City), Georgia Stanway (Man City), Keira Walsh (Man City)

Attaccanti: Toni Duggan (Barcellona) Fran Kirby (Chelsea), Beth Mead (Arsenal), Nikita Parris (Man City), Jodie Taylor (Seattle Reign), Ellen White (Birmingham City)