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Giovanni Sgobba

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Da un lato Dino Zoff e Franco Causio, dall’altro il ct Enzo Bearzot (e la sua pipa) e il presidente della Repubblica, Sandro Pertini. In mezzo un tavolo. Al centro la luccicante Coppa del Mondo e un mazzo di carte. E’ probabilmente la foto più iconica della vincente spedizione Mundial dell’Italia del 1982.

La sera dell’11 luglio, una sera calda e afosa dell’estate madrilena, l’Italia sconfigge la Germania Ovest per 3-1, dopo una cavalcata progressiva, un climax ascendente semi-miracoloso. «Campioni del Mondo, Campioni del Mondo, Campioni del Mondo», scandisce religiosamente Nando Martellini, mentre Pertini si alza dalla tribuna in un’esultanza di giubilo.
Il Mondiale spagnolo, quello di Pablito Rossi e della parata del secolo di Dino Zoff contro il Brasile, dell’urlo di Marco Tardelli al raddoppio, in finale, preceduta da una santa discesa di Scirea che, recuperata palla dalla sua difesa, si fa tutto il campo correndo senza sfera e, poi, in area di rigore ragiona, ragiona come un difensore non dovrebbe fare e con lucidità consegna la palla al mitico “urlo”.
Quell’Italia fu l’unica nella storia del torneo a battere una dopo l’altra le detentrici dei tre precedenti titoli, ovvero Argentina (campione nel 1978), Germania (1974) e Brasile (1970).

E poi la foto iconica. Sull’aereo di ritorno che riporta gli azzurri a casa, prima del bagno di folla. Traspare un clima disteso, serio e meticoloso che solo le partite di carte sanno trasmettere. Con lo scopone non si scherza.
Gli accoppiamenti sono Zoff-Pertini contro Causio-Bearzot e pensare che il ct, non un incallito giocatore di carte, nemmeno doveva trovarsi in questo scatto immortale: al tavolo, infatti, doveva sedere Cesare Maldini, allora allenatore in seconda, che si alzò un secondo, nel secondo sbagliato, e la contesa iniziò senza di lui.

Ma non è l’incipit a entrare nella storia, bensì l’epilogo. Sono passati 35 anni e ogni occasione è buona per fermare Zoff o Causio e chiedere come andò realmente la faccenda. E “il Barone” ricorda ancora con orgoglio da guascone un passaggio chiave dell’incontro:

Io feci una furbata: calai il sette, pur avendone uno solo. Pertini lo lasciò passare e Bearzot prese il Settebello. Abbiamo vinto così quella partita

Pertini non la prese bene, rimproverò il suo compagno Zoff e criticò anche Bearzot per il furto del Settebello. Ma a sbagliare fu proprio il presidente. In pubblico, uomo d’orgoglio, non lo ammise mai, ma in cuor suo, genuinamente, confidò l’errore. Il 3 giugno 1983, un anno dopo, quando SuperDino appese i guanti al chiodo, smettendo con il calcio giocato, Pertini inviò un telegramma sincero:

Vieni a trovarmi. Giocheremo a scopone e cercherò di non fare più gli errori che mi hai giustamente rimproverato

Il portierone conserva ancora quel pezzo di carta ingiallito dal tempo, ma sacro. Noi tutti conserviamo un frammento piacevole della nostra vita legato a quel Mondiale. Un’avventura spensierata, partita male, malissimo con il polverone e le ombre nefaste del Totonero e il silenzio stampa imposto da Bearzot alla Nazionale, dopo un avvio a singhiozzo.
Come la stessa finale giocata nel Santiago Bernabeu, partita con una falsa speranza, con il rigore sbagliato di Cabrini al 25‘, con il possibile contraccolpo psicologico. Ma non andò così: Rossi, Tardelli e Altobelli unirono un paese in tre boati di gioia. E poi la festa quando l’arbitro Coelho alzò il pallone al cielo scandendo tre fischi. Tre volte Campioni del Mondo.

 

Sono rimaste solo due in piedi. Le altre si sono inginocchiate, in lacrime per essere per l’ultima volta  a stretto contatto con il manto erboso di uno stadio mondiale. L’ultima a piegarsi è l’Inghilterra; ad accartocciarsi, semmai per sua stessa colpa e responsabilità. Ma la Croazia è davvero bella bella, non si smonta, si trova sotto di fatto in apertura e nonostante i tre supplementari sulle gambe è proprio oltre il 90’ che completa la rimonta e, domenica 15, affronta la Francia nella suo prima storica finale.

Storica sì perché 4 milioni di abitanti di uno stato che calcisticamente esiste solo dal 1993 si troveranno laddove non sono mai arrivati: esattamente 20 anni fa, alla prima partecipazione ai Mondiali arrivarono in semifinale, contro proprio i transalpini. Un rematch e questa volta Thuram non ci sarà.

E così il football non torna a casa, eppure ora che l’Inghilterra aveva trovato un portiere degno, Pickford, non riesce a completare un’avventura fantastica quanto imprevedibile. La sfrontatezza, l’incoscienza fino ad oggi avevano premiato i ragazzi di Southgate che sono crollati sul più bello.

L’Inghilterra viene rimontata 2-1 e va a San Pietroburgo per la finalina contro il Belgio eppure al 5’ la pennellata magistrale di Trippier su punizione lasciava presagire un altro finale. Anzi l’happy ending.  Era dal 2006, contro l’Ecuador, che l’Inghilterra non segnava su piazzato di prima. E quel tiro partì dal destro di Beckham.
Poi però Kane ha sbagliato il 2-0, il colpo del ko e i fantasmi sono tornati minacciosi: perché il centravanti del Tottenham ha dimostrato di essere freddo per tre volte dal dischetto e di essere fortunato anche con i rimpalli, ma oggi ha tradito. E poi su 12 gol realizzati in questo torneo, gli inglesi hanno piazzato 9 reti da calcio da fermo. Funzionano gli schemi e sanno essere letali e lucidi, certo, ma con questa sconfitta la chiave di lettura viene ribaltata.

Non avevano fatto i conti con gli italiani (ed entrambi ex Wolfsburg) Ivan Perisic e Mario Mandzukic. Nella Croazia che ha riunito sotto l’occhio vigile del ct Dalic calciatori che vengono da 11 campionati, a brillare sono quelli della Serie A, nel periodo dove i riflettori sul campionato italiano sono già accesi e focosi per Cristiano Ronaldo. L’interista pareggia al 68’, si trasforma e potrebbe piazzare la doppietta ma si stampa sul palo, poi lo juventino sentenzia nel secondo supplementare, su assist di testa di Ivan, al 109’. In mezzo c’è l’inglese (del Liverpool) Lovren che, in spaccata, nell’area piccola, spazza un pallone che avrebbe forse messo fine alla sfida.

L’Inghilterra che aveva sfatato i tabù dei rigori si prende gli applausi per un percorso inimmaginabile. Rimarrà la forte delusione per il film di questa partita che i leoncini avrebbero potuto gestire diversamente. Ma Southgate l’aveva detto alla vigilia, è un rodaggio per essere pronti ai Mondiali del 2022. Fata spazio alla Croazia che ha dato al calcio in questi anni talenti cristallini e che ha l’occasione di premiare il più grande: Modric.

C’è un conto aperto dal 1998. Alla Luzhniki Arena, domenica 15 luglio, ore 17.

Ps. Non vorremmo essere nei panni di Kalinic.

Verso la fine degli anni Settanta, quando ormai a fine carriera rimandava il ritiro dal calcio giocando nei Cosmos di New York, Pelé si lanciò andare in una profezia (una delle tante, a dire il vero):

Entro il 2000 una nazionale africana vincerà il Mondiale

Siamo nel 2018, sono passate diverse manifestazioni iridate e il pronostico di O’ Rey è da slittare ancora una volta, anzi l’edizione in Russia ha segnato un andamento negativo per l’Africa: per la prima volta dal 1982 nessuna squadra ha raggiunto la fase a eliminazione diretta.

Ma mentre la delusione è stata difficile da reggere per i tifosi di Egitto, Marocco, Nigeria, Senegal e Tunisia, le semifinali totalmente europee (Francia – Belgio e Croazia – Inghilterra) sono la prova o se volete, l’umana testimonianza, dell’enorme influenza che i figli degli immigrati africani hanno nel calcio europeo e, di riflesso, nell’apice del gioco globale.

Samuel Umtiti, il difensore francese che staccando di testa ha segnato la rete che ha permesso alla Francia di vincere 1-0 sul Belgio e di accedere alla finale 20 anni dopo la prima magica volta, non ha mai avuto dubbi su quale maglia volesse vestire, talmente convinto da non aver neppure vacillato di fronte al mitico Roger Milla che tentava di convincerlo a scegliere il paese dei suoi genitori. Il Camerun. Come il fantasmagorico Kylian Mbappé – figlio di un padre camerunese e madre algerina – e come i suoi compagni cosmopoliti che hanno veicolato un’enfatica risposta al bigottismo che ora sorniona ora esplode in forme di razzismo in casa e in Europa.

In totale 23 giocatori – esattamente il 50% – nelle squadre di Didier Deschamps e Roberto Martínez – hanno antenati nati e cresciuti in Africa. Si stima che il 6,8% e il 12,1% rispettivamente della popolazione francese e belga sia composta da migranti, una statistica che indica quanto sia stata importante una prima fase dell’integrazione. Ma se alcuni critici della Francia sono stati messi a tacere da prestazioni superbe, in Belgio le cose sono andate diversamente fino a poco tempo fa. Romelu Lukaku, attaccante del Manchester United sul tabloid Players’ Tribune aveva detto:

Quando le cose andavano bene, stavo leggendo articoli di giornale e mi chiamavano Romelu Lukaku, l’attaccante belga, ma quando le cose non andavano bene, mi chiamavano Romelu Lukaku, l’attaccante belga di origine congolese

Nella squadra in cui sette giocatori possono risalire a radici nell’ex colonia belga, Lukaku e Vincent Kompany – il cui padre, Pierre, è un diplomatico congolese e lui si definisce “100% belga e 100% congolese” sono emersi come alfieri di una nazione che ha storicamente sofferto di una terribile eredità.
Nel 1958, poco dopo la Svezia e il mondo intero scoprirono il talento dell’adolescente Pelé, a Bruxelles si tenne l’Esposizione universale. Per 200 giorni, la capitale belga fu sede di una fiera che voleva celebrare i progressi tecnologici compiuti dopo la seconda guerra mondiale. Proprio il Belgio, però, aveva ancora in mostra quello che venne considerato l’ultimo “zoo umano”: uomini, donne e bambini congolesi replicavano le loro condizioni native in una scena fabbricata e artificiale di quotidianità all’interno di un villaggio.

Alla fine del secondo conflitto bellico, il Belgio contava 10 uomini congolesi all’interno dei suoi confini, oggi si superano i 40mila abitanti. E il calcio ha aiutato notevolmente: dopo l’introduzione di un programma nazionale per utilizzare il pallone come risorse per facilitate l’integrazione, i risultati sono sotto gli occhi di tutti. La generazione d’oro del Belgio è emersa.

E poi c’è Danijel Subasic , portiere di quasi 34 anni della Croazia, colui che, impassibile, nei due scontri terminati ai calci di rigore ne ha parati quattro, raggiungendo il record del tedesco Schumacher e dell’argentino Goycochea ai Mondiali di Italia ’90. Nato a Zara nel 1984, figlio di un padre serbo e ortodosso e di una madre croata e cattolica, la sua infanzia è stata tribolata: a sette anni vede dalla finestra la folla che spacca le vetrine dei negozi dei serbi di Zara, mentre a scuola gli insegnano che è colpa sua se stanno cadendo granate sulla città.

Ma chi ha avuto la forza di lasciare tutto questo alle spalle, ora può respirare una Croazia diversa. La nazionale balcanica è quella che ha il maggior numero di giocatori nati fuori dal paese che rappresentano, con il 15,4%. Fare appello ai figli di migranti, come il svizzero Ivan Rakitic e Mateo Kovacic, cresciuto in Austria, è vitale per un paese con una popolazione di poco più di 4 milioni per competere contro alcune delle più grandi nazioni del pianeta.

Ma estendendo lo sguardo su questi Mondiali cosmopoliti, il 10% dei giocatori della Coppa del Mondo sono nati al di fuori del paese che portano sulla maglia e il Marocco, con il 61%, è stata la capofila. E l’Inghilterra? Della squadra di Gareth Southgate, solo Raheem Sterling, nato a Kingston in Giamaica, è nato fuori dai confini britannici, ma il 47,8% sono figli di migranti. Questo rende la squadra etnicamente più eterogenea nella storia mondiale british. Il che carica di impegno e responsabilità i ragazzi e il ct:

Sarò prima di tutto giudicato per i risultati sul campo, ma abbiamo la possibilità di influenzare altre cose che sono ancora più grandi del calcio

 

Fonte: The Guardian

Nel 1998, nel Mondiale che parlava francese, fu il difensore Thuram, con una storica quanto irripetibile doppietta, a mandare la Francia in finale superando un’arcigna Croazia per 2-1. La prima finale nella storia Bleus, quella poi portata a casa (poca distanza a dire il vero da Saint-Denis alla sede della Federazione francese) schiantando per 3-0 il Brasile. Al tempo Didier Deschamps ringraziò Thuram, da compagno di squadra, e ringraziò anche Blanc, squalificato, per aver potuto ascoltare la Marsigliese e giocare la partita di una vita con la fascia di capitano al braccio.

Vent’anni dopo, esattamene due giri di decennio e una finale, la seconda, persa ai rigore contro l’Italia del 2006, c’è ancora Deschamps, questa volta da commissario tecnico, ma i ringraziamenti in semifinale vanno anche a questo giro a un difensore, Umtiti,  che di nome fa Samuel , come il profeta. “Il suo nome è Dio”, in ebraico.

 

La Francia batte 1-0 il Belgio nella prima semifinale in programma e accede così alla finale di Mosca del 15 luglio. Al 51’, con il suo stacco perentorio, sugli sviluppi del corner, sovrasta Fellaini ed è un messaggio di forza, di rabbia, di compattezza e completezza. Giroud, l’attaccante riferimento transalpino, può permettersi di segnare solo un gol tra questo Mondiale russo e il precedente brasiliano, perché la Francia è tutto questo. E’ soprattutto consapevolezza di non essere mai stata tanto brillante lungo questo mese, eccezion fatta per alcuni istanti durante il match contro l’Argentina.

Con Mbappè imbrigliato, che spolvera colpi di tacco e tocchi di genio mixate a sceneggiate del compagno di squadra al Psg, Neymar, e Griezmann non molto in palla, è stato il difensore del Barcellona e di origine camerunese a sbloccare la partita. Proprio lui in un derby cosmopolita e multietnico, con 23 giocatori, tra Francia e Belgio, figli d’Africa. Lui che non ha mai avuto dubbi su quale maglia nazionale volesse vestire, talmente convinto di poter essere importante per la Francia da non aver neppure vacillato di fronte al mitico Roger Milla che tentava di convincerlo a scegliere il paese dei genitori.

E’ il derby di cuore e di sangue di Thierry Henry, vice allenatore di Martinez, attento e motivatore, che durante gli inni non si scompone, ma interiormente esplode di orgoglio per sfidare i suoi connazionali. E con lo stesso orgoglio e rispetto al termine del triplice fischio, saluta i nuovi probabili eroi francesi, così come aveva fatto con gli altri avversari mentre il suo Belgio passava gironi, ottavi e quarti di finale.

Il fiammeggiante Belgio ha tenuto in scacco i Bleus per tutto un tempo con un inedito 3-2-4-1 e Dembélé in campo al posto dell’annunciato Carrasco per dare equilibrio alla squadra e costringere la Francia a stare rintanata. Ma il sogno del Belgio è durato appunto un tempo, con Hazard ispirato, De Bruyne praticissimo e Lukaku poco lucido. Poi Courtois nella ripresa tiene la partita ancora aperta, mentre il subentrato Mertens non riesce a spaccare il ritmo. Il Belgio esce in semifinale come nel 1986, quando si piegò all’Argentina di Maradona.

Mentre la Francia, al bivio, impegna la curva per la finale, i ragazzi del mago Martinez hanno ancora un’ultima partita, la finale del terzo e quarto posto. Sarà solo utile alle statistiche per molti, ma questo Belgio non può tornare in patria a mani vuote. Magra consolazione.

Francia (4-2-3-1): Lloris, Hernández, Pavard, Varane, Umtiti, Mbappé, Pogba, Griezmann, Kanté, Matuidi (41′ st Tolisso), Giroud (40′ st N’Zonzi). (23 Areola, 19 Sidibe, 17 Rami, 3 Kimpembe, 22 Mendy, 8 Lemar, 20 Thauvin, 11 Dembélé, 18 Fekir, 16 Mandanda). All.: Deschamps.

Belgio (3-1-4-2): Courtois, Alderweireld, Chadli (46′ st Batshuayi), Vertonghen, Kompany, Witsel, Dembélé (15′ st Mertens), Fellaini (35′ st Carrasco), E. Hazard, De Bruyne, Lukaku. (20 Boyata, 3 Vermaelen, 18 Januzaj, 17 Tielemans, 16 T. Hazard, 23 Dendoncker, 12 Mignolet, 13 Casteels). All.: Martinez.

Arbitro: Cunha (Uruguay).

Reti: 6′ st Umtiti.

Ammoniti: E. Hazard, Alderweireld, Kantè, Mbappé e Vertonghen

Angoli: 5-3 per il Belgio. Recupero: 1′ e 6′. Var: 0.

Johann Cruijff e Franz Beckenbauer, e già così viene a mancare il fiato. Uno dinanzi all’altro si scambiano stretta di mano e gagliardetti. Attorno l’aria è calda e sospesa. Sul prato e sugli spalti dell’Olympiastadion c’è adrenalina e tensione. Settantacinquemila spettatori. Monaco di Baviera, Germania Ovest, 7 luglio 1974, ore 16.00, è la finale dei Mondiali di calcio tra i padroni di casa della Germania e l’Olanda del totaalvoetbal, del calcio totale.

Un calcio che si sta trasformando, con costanza e progressione. Non è solo questione di tattica e di moduli. Attenzione mediatica, immagine, sponsor. Giocatori che adesso hanno una seconda “utilità” e, anche se è uno schiaffo ai puristi nostalgici un po’ annebbiati, anche e già 40 anni fa, le maggiori aziende sportive avevano capito che attraverso lo sport, attraverso il calcio si poteva spiccare il volo.

E a pensar bene il ragazzotto dell’Ajax e dell’Olanda, idolo di una generazione perdente, ma dagli occhi innamorati, si calò perfettamente nel ruolo di icona moderna. Fu lui lo spartiacque con il calcio moderno. Unico perché riuscirà nei decenni a preservare e conservare un’aurea mitologica e di purezza, nonostante sotto sotto aveva dei precisi “impegni” contrattuali.
Il suo numero 14, dal club alla Nazionale, ce lo ricordiamo tutti: Cruijff si legò al numero di maglia, il primo a uscire con “prepotenza” dagli schemi consolidati e vetusti dell’uno all’undici. Il Barcellona, più rigido, invece gli impose la numerazione classica: lui accettò il 9, ma sotto la camiseta blaugrana, indossava sempre una maglia con il suo numero.

Elegante, dannatamente elegante, capace di sfidare Crono nella lotta contro l’eternità, lui “il Profeta del gol” divenne uomo immagine. Nel 1971, quando la rivista francese France Football gli consegnò il Pallone d’oro superando Mazzola e Best (ne vinse altre due nel ’73-’74), Johan si presentò alla cerimonia per ritirare il premio indossando un abito firmato Puma e con il logo in bella vista.

Ed era testimonial dell’azienda tedesca anche durante i sopracitati Mondiali in Germania Ovest. E arriviamo alla finale, arriviamo alla foto della stretta di mano tra l’olandese dal ciuffo ammaliante e il Kaiser. Olanda e Germania Ovest, entrambe sponsorizzate dall’Adidas che si sfregava le mani per il risalto mediatico internazionale. Ma non ci vuole un esperto della Settimana enigmistica per accorgersi di una clamorosa differenza: la maglia del capitano olandese aveva una striscia nera in meno rispetto alle canoniche tre, marchio inconfondibile dell’Adidas.

Il luccicante arancione, poi, di certo non aiutò. Macchiato da una lunga e annosa faida familiare poi divenuta imprenditoriale: una guerra intestina tra i fratelli Adolf e Rudi Dassler, uno padre dell’Adidas l’altro della Puma, e che hanno spaccato in due Herzogenaurach, paesino tedesco che ha visto nascere due dei brand più potenti nel settore sportivo. La faida, nella finale del 1974, si sposta su Cruijff, simbolo attrattivo della kermesse iridata e così via la terza strisce sulla sua maglia. Scucita. Il 14 olandese è un uomo della Puma, non si tocca.

Del resto i due marchi avevano già scelto una linea ben precisa: l’Adidas puntava sulle partnership con Nazionali candidate al successo, la Puma puntava ai piedi dei calciatori. Quattro anni prima ci fu un altro scontro: oggetto da contendere era Pelé e chi altro se non lui.
Poco prima dei Mondiali del 1970 in Messico, Horst e Armin, i figli successori di Adolf e Rudolf, stipularono un patto di non belligeranza con il quale ci si impegnava vicendevolmente nel non offrire un contratto di sponsorizzazione a “O Rey”. Come andò a finire? Beh giudicate voi…

Uno ha quattro Mondiali alle spalle, nel 1998, al suo debutto ha alzato la coppa nel cielo parigino, nel 2006 è arrivato tanto tanto al bis, soffiato via per un rigore sbagliato. L’altro ha solo cinque presenze (una bestemmia a ripensarci ora), tutte proprio nel Mondiale tedesco perché non è stato convocato né in quello del 2002 né tanto meno in quello del 2010. Oggi, al centrocampo dell’Argentina servirebbe, eccome, servirebbe.

Uno è Thierry Henry, l’altro è Esteban Cambiasso. In Russia ci sono, nonostante il ritiro, ma a vederli, anzi, sembra proprio che da quel rettangolo verde, da quell’adrenalina che si respira, non riescano proprio a staccarsi provando ogni escamotage possibile pur di non allontanarsi troppo come i bambini quando vengono richiamati dalle mamme mentre si inzuppano al parchetto.
E la loro non è solo una comparsata teatrale, perché bastava osservarli nei momenti difficili per capire che di stoffa ne hanno parecchia. E non lo scopriamo nel 2018, in Russia. Sono sì dietro le quinte di questo Mondiale atipico e frizzante, Titì è il vice allenatore di Roberto Martinez, ct del Belgio; “El Cuchu” ha ricoperto lo stesso ruolo, ma nella Colombia.

Il loro peso morale, mentale e carismatico lo si percepisce oltre il 90’: Giappone – Belgio, ottavi di finale rocamboleschi con i giapponesi avanti 2-0 e che al 95’ fanno harakiri e subiscono la rimonta fatale. 3-2 finale e disperazione per i nipponici. Tra loro l’afflitto Maya Yoshida, difensore del Southampton, che viene raggiunto dall’ex stella dell’Arsenal che lo conforta e invita i suoi ragazzi a fare lo stesso.
I suoi ragazzi, certo, perché Henry è nel gruppo dal 2016, si fa pagare un assegno di 8mila euro al mese che devolve in befenicenza, e la sua impronta è marchiata su Lukaku e Batshuayi, ragazzi svezzati e ora uomini: «Credo di non aver mai ascoltato cosi attentamente neppure i miei genitori», dice la punta del Chelsea rientrato dopo l’avventura al Borussia Dortmund. E il Belgio dei grandi talenti che vanno inquadrati e catechizzati è lì a contendersi la gloria come mai successo prima.

 

Colombia – Inghilterra, ancora 90’. Yerry Mina è staccato per la terza volta in questa Coppa del Mondo più in alto di tutti, nell’area non sua di competenza essendo difensore, per segnare di testa e mandare il match ai supplementari. Le telecamere inquadrano lui raggiunto, pochi istanti prima dell’inizio de 30 minuti aggiuntivi, da Esteban Cambiasso. Parlano la stessa lingua, l’ex Inter gli batte il palmo della mano sul petto, lo carica ma mantiene alta la concentrazione.
José Pekerman, ct dei Cafeteros, conosceva Cambiasso dai tempi della nazionale giovanile argentina under 20 e lo aveva guidato durante il Mondiale 2006. Avercelo come vice è senz’altro servito per aumentare il carico di esperienza, ma i Cafeteros ai Mondiali non ci sono più perché dagli 11 metri, Bacca si è fatto neutralizzare da Pickford. Nel calcio il gruppo è l’essenza, ma dal dischetto è un affare psicologico personale.

All’Argentina tutta nervi e muscoli sgonfi, Esteban, dicevamo sarebbe, servito. Sia nella metà del campo, sia nell’ombra a raddrizzare un Sanpaoli alla deriva. Ma i consigli, giusti, c’erano davvero: Jorge Burruchaga, oramai brizzolato, ha ricoperto le vesti di general manager; è l’ultimo ad aver vinto il Mondiale con l’Albiceleste, e in pieno ammutinamento prima dell’ultima partita decisiva del Girone D contro l’Argentina, poteva sedersi lui al posto di commissario tecnico, preferito di gran lunga al tatuato Sanpaoli. Superato il gruppo, l’agonia argentina si è interrotta (fortunatamente) agli ottavi contro la Francia.

Chi è fermato al girone è l’Australia di Bert Van Marwijk che si è portato, come vice, il marito della figlia Andra. Un affare di famiglia mica da poco se pensate che il genero è Mark Van Bommel, ex dell’Olanda ma anche di Milan, Bayern e Barcellona. Ma non è tutto perché mentre il cammino dell’Australia si è chiuso presto e mentre si giocano le partite più focose del Mondiale, Van Bommel ha già disfatto le valigie pronto per una nuova avventura come allenatore del Psv Eindhoven. Con un piacevole scambio di ruoli tra genero e suocero: Van Marwijk entra nello staff, ma stavolta sarà lui dietro le quinte.

Il calcio ha un grande merito: fa giri storicamente lunghi, si perde nelle partite e nelle sfide, ma alla fine riequilibra le sorti, anche inaspettatamente. L’Inghilterra espugna la battaglia contro la Colombia nell’ultimo ottavo di Russia 2018 che si è protratto fino ai rigori. E i tiri dal dischetto questa volta hanno detto bene ai Tre Leoni: l’ultima volta, ai quarti nel 2006 in Germania, uscirono contro il Portogallo per gli errori di Lampard, Gerrard e Carragher.

L’Inghilterra è l’ultimo tassello che definisce così i quarti di finale in programma il 6 e il 7 luglio:

 

 

Cosa è successo nel pomeriggio: Svezia – Svizzera 1-0 | Forsberg 21’ st.

La squadra che ha eliminato l’Italia negli spareggi di qualificazione procede, non senza sorprese, nella sua avventura mondiale. Senza Ibrahimovic, i ragazzi di Andersson, che hanno chiuso al primo posto il girone F dove la Germania è uscita e il Messico è arrivato secondo, se la vedono contro la Svizzera che, nel girone E, si è piazzata al secondo posto alle spalle del Brasile con cui avevano pareggiato 1-1 all’esordio.

Il primo acuto della partita si registra all’8’ con Berg che riceve palla davanti alla porta, ma la sua conclusione è sbilenca, quindi la sfera termina a lato. Un minuto più tardi ci prova Ekdal, ma il suo tiro è alto. Dopo due grandi azioni della Svezia, si riprende la Svizzera che al 24’ prova a far male con il colpo di testa di Zuber su cross di Shaqiri: palla alta sopra la traversa. Al 28’ miracolo di Sommer che salva i suoi sul tiro potente e a botta sicura di Berg. Dzemaili al 38’ sfiora il gol con un destro potentissimo: palla che sfiora la traversa. L’ultima emozione del primo tempo la regala Ekdal: cross al bacio di Lustig che pesca il centrocampista dell’Amburgo, il cui tentativo al volo è goffo.

Il secondo tempo si apre con la geniale giocata di Forsberg che fa fuori due avversari creando superiorità in mezzo al campo, la palla arriva a Toivonen in area che, ostacolato, calcia alto. Svezia che continua a spingere e che trova il vantaggio al 66’ con Forsberg: il dieci riceve palla al limite dell’area e calcia, il suo tiro viene deviato da Akanji e Sommer è beffato. Al 73’ esce il centrocampista del Bologna, Dzemaili: al suo posto Seferovic. La Svizzera prova ad attaccare a testa bassa, alla ricerca del gol del pareggio, che potrebbe arrivare all’80’ quando il colpo di testa di Embolo (entrato al posto di Zuber) viene salvato da Granqvist. La Svizzera ci prova fino alla fine e per poco non trova il pari al 91’ con il colpo di testa di Seferovic ben parato da Olsen. Alla fine è 1-0 per gli uomini di Andersson.

 

Cosa è successo in serata: Colombia – Inghilterra 1-2 (dopo rigori) |12′ st rig. Kane (I); 45’+3 st Mina (C)

Gareth Southgate continua ad affermare che l’obiettivo è provare a vincere i Mondiale del 2022 perché la squadra è ancora giovane, ma sarà la spensieratezza e Harry Kane davanti (sesto gol), fatto sta che l’Inghilterra segna un passaggio storico a questo Mondiale: i rigori sono favorevoli alla squadra della Regina.

La partita è a lungo bloccata, primo tempo avaro di emozioni. Solo Kane da un lato e Cuadardo dall’altro vanno vicini, di testa il primo, con un tirocross il secondo al gol del vantaggio. Per spezzare gli equilibri ci vuole quindi l’episodio e una nuova disattenzione di Carlos Sanchez che ingenuamente, sugli sviluppi di un corner, si aggrappa a Kane, lo strattona e poi lo affossa. Rigore ineccepibile che Kane trasforma al 58’. Sei gol al primo Mondiale, tanti quanti segnati da Messi in quattro edizioni.

Risultati immagini per colombia england kane

La Colombia fatica a reagire e soltanto l’ingresso di Bacca scuote i Cafeteros. L’attaccante del Milan dà profondità, e serve sui piedi di Cuadrado una nitida palla gol che l’esterno della Juventus manda alle stelle. Ma è un segnale e allo scadere la beffa si concretizza. Pickford vola e neutralizza un tiro all’incrocio di Uribe, ma sugli sviluppi del corner allo scadere, al 930, Yerri Mina svetta su Maguire e segna il pareggio.

Nei supplementari le squadre si allungano, ma le occasioni non aumentano. Vardy va vicino al 2-1 ma in fuorigioco e anche Bacca non riesce a concretizzare uno dei pochi affondi colombiani. E allora è da un’incursione improvvisa di Rose che arriva l’occasione più clamorosa con il sinistro ad incrociare da dentro l’area che supera Ospina ma si spegne a lato di un soffio. Nulla da fare, a decidere la gara sono i rigori con l’errore di Carlos Bacca che condanna i Cafeteros e manda i Tre Leoni ai quarti di finale.

Dall’album digitale a quello. La Panini ha accompagnato l’edizione 2018 dei Mondiali in Russia, con il suo immancabile album di figurine. Un cimelio da collezionare, la prima volta per molti giocatori, addirittura per due nazionali, Panama  e Islanda. Da scambiarli da bambini a ritrovare il proprio viso stampato con l’orgoglio di una famiglia, di una comunità, di una città: vedere  il proprio figlio indossare la maglia della nazione.

E poi c’è Pedro, un bambino di otto anni brasiliano, che queste figurine se l’è disegnate. Ben 126 sul totale di 682 presenti nell’album in commercio. Pedro ha il calcio nelle vene, vive nella città di Bauru e qui sanno cos’è il futebol: nel 1952 per quattro anni, Pelé ha iniziato a riscrivere il gioco del calcio prima di andare al Santos.

E Pedro, ha dedicato una sezione proprio alle leggende brasiliane: c’è O’ Rei, ma anche Ronaldinho, oltre all’attuale Neymar, Messi o Cristiano Ronaldo con tanto di pomo d’Adamo in rilievo. A lui di vedere i suoi amici incollare, aprire le bustine e barattarle proprio non andava giù, lui che è figlio della cassiera Gleice il cui stipendio “obbliga” a fare delle scelte e delle priorità.

Così lui il suo album se l’è creato con pastelli e matite: figurine che ricalcano i modelli originali con dati, altezza, peso e stemmi delle nazionali. Racchiuse in un quaderno stropicciato, ma su cui emerge il logo di Russia 2018.

L’opera di Pedro è uscita dai confini di Bauru, ed è arrivata fino alla sede messicana della Panini, che su Twitter ha promesso al piccolo disegnatore una sorpresa.

 

Diceva di avere più presenze di Cafù nella Seleçao. Sì, perché se il pendolino di Roma e Milan ha collezionato 142 gettoni con la maglia verdeoro, c’era chi, seppur non in campo, ha seguito ovunque il Brasile. La sua vita in quasi 160 partite viste negli stadi di tutto il mondo. E se i Pentacampeão si chiamano così per aver vinto cinque Mondiali, lui Clovis Acosta Fernandez, di Coppe del Mondo ne ha viste dal vivo ben sette.

Aggiungete pure altrettante edizioni della Copa America, quattro Confederation Cup ed una Olimpiade. Da Italia ‘90 a Brasile 2014, un percorso che gli ha permesso di respirare l’aria di 66 stati diversi: globetrotter di quel tifo puro e incontaminato, empatico a vederlo solo in viso.

Voi, noi tutti Clovis ce lo ricordiamo: i suoi occhi romantici e innamorati, i suoi baffoni grigio setola e il suo cappello gaucho pieno zeppo di spille racimolate in giro per il globo, da vero mandriano del Sudamerica. E le sue lacrime la notte del Mineirazo, la notte della tragedia di una nazione che alleva bambini che sanno prima controllare un pallone che parlare. Nella disfatta del 7-1 contro la Germania, noi Clovis l’abbiamo visto per l’ultima volta abbracciare teneramente la riproduzione del trofeo mondiale che coccolava da lustri lungo le sue avventure e consegnarla a una piccola tifosa tedesca dicendo, con gli occhi luminosi e umidi: «Non è semplice cedervela, ma ve la meritate. Portatela in finale». Il gesto più dolce nella notte più amara.

E’ nel solco generazionale che si cuce la storia, è il pallone che continua a girare, è il calcio che tenacemente fa venire i brividi e la pelle d’oca. Aveva cominciato nel 1970, a quindici anni, quando era rimasto incantato da quelle stesse casacche giallo-oro che dominarono ai Mondiali del Messico, quello delle prime volte, delle prime partita in tv a colori. Lì decise che avrebbe seguito il Brasile per tutta la vita, ma ci riuscì solo nell’edizione del 1990, in Italia. Ha venduto la sua macchina, una trebbiatrice, la moto e poi l’orologio, per accumulare un gruzzolo onesto per essere lì con la sua squadra a Usa ‘94, Francia ’98, Corea e Giappone 2002, Germania 2006 e Sudafrica 2010.

E quando la telecamera inquadrava Clovis il mondo sembrava più mite, era come se la nostra vita per 90 minuti venisse appagata da quelle scorie di ingiustizia che ci trasciniamo nell’ordinario. Clovis era la nostra coperta di Linus, la nostra sicurezza.
Ma i tempi verbali di questo racconto sono al passato perché il “Gaucho de Copa” se n’è andato nel settembre 2015, a 60 anni, per un cancro che l’ha tartassato per nove lunghi anni. In un ospedale di Porto Alegre che da tre anni sorride un po’ di meno. Fino all’ultimo con il suo cappello da cowboy del sud, carta d’identità per ricordare le sue origini.

Ma quel cappello vive ancora e il racconto cambia declinazione verbale e guarda al presente e al futuro. In Russia il cappello c’è e che anche una nuova Coppa del Mondo e dei nuovi baffi, più leggeri e più neri. Frank e Gostavo, i figli del tifoso leggendario, hanno deciso di intraprendere un nuovo viaggio che è un po’ un percorso di vita, un passaggio di consegne nella famiglia Fernandes.
Il posto sull’aereo rimane vuoto e quando gioca il Brasile, inconsciamente, speriamo di rivedere quei baffi paternali in tribuna. Le lacrime del suo ultimo Mondiale che scendevano lungo i profondi solchi delle sue guance rugose e un tempo paffute, sono un’ingiustizia di questa vita terrena.  E’ quella punta di malinconia, essenza stessa della bossa nova. E di tutto il Brasile.

La situazione del Gruppo D, quello che comprende Croazia, Argentina, Nigeria e Islanda, è davvero molto complesso. La Croazia ha conquistato con merito la qualificazione agli ottavi verosimilmente come prima nel gruppo, a meno che non si verifichi il caso remoto che la Nigeria batta con goleada l’Argentina e i croati perdano con l’Islanda. Saranno proprio gli islandesi l’ultimo ostacolo della fase a gironi della Croazia. Le due squadre si erano già incontrate nel raggruppamento per le qualificazioni ai Mondiali e in quel caso i croati chiusero secondi e furono costretti agli spareggi con la Grecia. Stavolta, i ruoli sono invertiti: è l’Islanda a dover inseguire e per sperare di passare deve battere la squadra di Dalic.

Argentina in bilico: un solo risultato utile e nessuna sorpresa
La sconfitta dell’Islanda con la Nigeria nello scorso turno ha rimesso in gioco l’Argentina, dopo la clamorosa disfatta con la Croazia. L’Albiceleste ha un solo risultato utile con gli africani, ovvero il successo.

Le combinazioni
1. Croazia qualificata come prima se vince, se pareggia o se perde con la Nigeria che non la superi in differenza reti o (in caso di differenza reti identica) e non la superi nei gol totali segnati. In caso di differenza reti pari e gol fatti uguali passa infatti la Croazia per scontro diretto favorevole;
2. Nigeria qualificata se batte l’Argentina;
3. Nigeria qualificata se pareggia e l’Islanda non vince;
4. Nigeria qualificata se pareggia e l’Islanda vince ma non supera la Nigeria in differenza reti o (in caso di differenza reti identica) non la superi nei gol totali segnati. In caso di differenza reti pari e gol fatti uguali passa infatti la Nigeria per scontro diretto favorevole.
5. Esempi del punto precedente: Nigeria-Argentina 0-0 e Islanda-Croazia 1-0, passa la Nigeria. Nigeria-Argentina 1-1 e Islanda-Croazia 1-0 o 2-0, passa la Nigeria;
6. Islanda qualificata se batte la Croazia con pareggio tra Nigeria e Argentina ma qualificata solo se passa la Nigeria in differenza reti o (in caso di differenza reti pari) se supera la Nigeria nel numero totale di gol segnati;
7. Islanda qualificata se batte la Croazia con lo stesso punteggio con cui l’Argentina batte la Nigeria.