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Giovanni Sgobba

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Venticinque anni fa, il 13 novembre 1994, Michael Schumacher toccava il cielo con un dito, laureandosi per la prima volta campione del mondo, primo tedesco a riuscirci, in quello che sarebbe stato il primo di sette successi iridati della sua carriera. Al Gp di Adelaide, in Australia, ultimo atto di una stagione tesissima e drammatica che vide le morti di  Ayrton Senna e Roland Ratzenberger, il giovane pilota schivo ma tremendamente deciso in pista, arrivò con un solo punto di vantaggio, 92 a 91, davanti a Damon Hill che, dopo la morte di Senna a Imola, beneficiò delle necessarie modifiche che Adrian Newey apportò alla complicata Williams FW16. Il testa a testa tra il tedesco e l’inglese figlio d’arte, che si era protratto non senza “colpi bassi” sulle piste europee, trovò il suo epilogo solo all’ultimo appuntamento ad Adelaide che riservò ulteriori emozioni e polemiche.

L’attesa a inizio stagione 1994 fu, però, tutta polarizzata sulla sfida fra Schumacher e Senna, appena passato alla Williams. Sin da subito si intuisce la stoffa del tedesco che fece il primo sgarbo al fuoriclasse brasiliano andando a vincere a casa sua, Interlagos, nel GP d’esordio della stagione. Dopo il Gran Premio nefasto di Imola fu sempre monologo Schumi che calò il poker due settimane più tardi nel GP di Monaco, prima affermazione del tedesco nel Principato. Bisognerà attendere la quinta gara, in Spagna, per avere un vincitore diverso da Schumacher. In Catalogna vinse Damon Hill, mentre il tedesco, che accusò problemi al cambio alla sua Benetton, chiuse secondo.

Da qui si spalancò un’altra differente stagione: a Silverstone, Schumacher venne squalificato per una manovra irregolare e per non aver rispettato le penalità inflitte: gli furono comminati due GP di stop, mentre nel circuito di casa, in Germania, la sua Benetton lo lasciò a piedi, costringendolo al primo ritiro stagionale. Nonostante tutto, ad agosto, il tedesco aveva 31 i punti di vantaggio sul britannico in classifica iridata, ma i guai per il pilota nato a Hürth non finiscono perché venne nuovamente squalificato postumo per irregolarità nel fondo della sua Benetton. Il successo venne quindi assegnato a Hill, che accorciò le distanze. Schumi fu costretto ad assistere ai GP di Italia e Portogallo in televisione, insieme alla sua famiglia e qui Hill fece bottino pieno: due successi che lo riportarono a -1 in classifica, in piena corsa per il titolo.

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Si arriva così al 13 novembre, in Australia la pole position è di Nigel Mansell, però Michael Schumacher, secondo nelle qualifiche e uscito anche indenne da un brutto incidente nelle prove del venerdì, è il più rapido al via portandosi subito al comando, e nella prima parte di gara riesce a rimanere in testa facendo un tira e molla con Hill, mantenendo un vantaggio sull’inglese attorno al secondo. Al 36º giro, però il tedesco commette un errore andando a toccare un muro; dopo l’urto rientra in pista mentre sopraggiunge Damon Hill che tenta il sorpasso nella successiva curva a destra. Schumacher chiude la traiettoria, Hill non riesce a evitare il contatto col tedesco che finisce la sua gara nelle barriere, mentre l’inglese danneggia la monoposto in maniera irreparabile (piegando una sospensione), impossibilitandolo a procedere oltre, nonostante una disperata quanto inutile sosta ai box.

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Tale incidente, che per certi versi ricorda i duelli “fisici” tra Senna e Prost nel biennio 1989-1990, suscita grandi polemiche sulla condotta di Schumacher, ma la FIA classifica l’incidente come un normale episodio di gara, non riscontrando prove di una intenzionalità del contatto da parte del tedesco. Schumacher che aveva 1 punto di vantaggio all’inizio del GP, lo mantiene grazie a questa collisione e si aggiudica il suo primo titolo mondiale, che nella conferenza stampa post-gara dedicherà ad Ayrton Senna. Il comando della gara è poi preso da Nigel Mansell, il “Leone”, tallonato dalla Ferrari di Berger, competitiva in gara dopo delle difficili qualifiche. Nei pit-stop l’austriaco passa in testa, ma un errore a poche curve dalla fine concederà l’ultima vittoria all’inglese della Williams.

Il nome di Nadia Comaneci e la sua storia sono legati a una pagina storica dello sport e della ginnastica: lei è stata la prima atleta a ricevere il punteggio di 10 alle Olimpiadi.

Era il 18 luglio 1976, secondo giorno dei Giochi olimpici di Montréal, in Canada. Nadia, ginnasta rumena di soli 14 anni, era in gara per la finale femminile delle parallele asimmetriche. Al tempo i tabelloni che segnano i punteggi non prevedevano un numero a due cifre prima della virgola che segna i decimi e i centesimi, ma solo una cifra: in buona sostanza era possibile segnare massimo un 9,99 e non un 10; una scelta voluta dallo stesso Cio, il Comitato olimpico internazionale, che escludeva un possibile punteggio.

Fino ad allora, infatti, nessuno aveva mai ipotizzato una prestazione “perfetta” in un evento competitivo e difficile come l’Olimpiade. Ma alla finale delle parallele, Nadia stupì tutti: con la pettorina numero 073 e un nastrino legato ai capelli che librava a ogni movimento morbido e sinuoso della ginnasta, la Comaneci non commise nessun errore. Un’esibizione limpida, pulita e senza sbavature seguita dalle esclamazioni sbigottite e sorprese del pubblico.
I giudici erano convinti, Nadia meritava il 10, ma come segnarlo nel tabellone? Seguirono minuti di attesa, il tecnico che gestiva il tabellone consigliò di segnare un 1,00 e moltiplicarlo più volte e così fecero. Ci fu un po’ di stupore e inizialmente l’atleta non capì: una sua compagna di squadra le fece notare che c’era un’anomalia nel tabellone, ma che i giudici le avevano assegnato un 10. In quell’edizione, la ginnasta ottenne l’oro anche nel concorso generale e nelle travi e fece conoscere al mondo il suo Paese, la Romania.

«Sono molto felice ogni volta che ritorno a Montréal, è come tornare a casa. E sono orgogliosa di parlare francese, lingua che ho imparato a scuola quando ero molto piccola – ha detto Nadia Comaneci durante l’assegnazione del titolo di madrina dei prossimi Mondiali -. Qui ho tanti ricordi, e non riesco a credere che siano passati 40 anni». L’atleta, dopo l’Olimpiade del 1976, ha vinto altre medaglie e si è ritirata nel 1984. La sua storia sportiva è legata a quella personale: contraria e in disaccordo verso il regime comunista di Nicolae Ceausescu, Nadia, la mattina del 28 novembre 1989, scappò dalla Romania, camminando per sei ore prima di raggiungere il confine Ungherese. Venne accolta come rifugiata politica dagli Stati Uniti.

 

E’ il novantesimo, perdiamo 3-2. Punizione per noi, decido di andare nell’ area italiana. Arriva il cross e vedo che il pallone viene verso di me. Lo colpisco proprio bene, al centro della fronte, con forza, verso la porta di Zoff. Per noi è gol, la torcida salta in piedi, è fatta. Ma vedo gli italiani urlare e protestare, poi da terra riemerge Zoff col pallone in mano che strilla “No! No!” , l’ arbitro Klein gli dà ragione. Non era gol, lo ammetto, la palla rimase sulla linea. Cinque centimetri più in là, solo cinque, e avremmo pareggiato e la nostra generazione avrebbe avuto una vita diversa. Invece fu sconfitta: non solo quel giorno, ma per sempre. In Brasile, ancora oggi, siamo quelli che hanno perso. Zoff disse che quella era stata la parata della sua vita. Viceversa, sarebbe stato il gol della mia vita. Cinque centimetri, e tutto sarebbe cambiato

Tutto sarebbe davvero cambiato. A dirlo è Oscar in un’intervista a più di 20 anni da quella memorabile partita. Era il difensore centrale del Brasile edizione Spagna ’82, quello che doveva stravincere i Mondiali, ma allo stadio Sarrià di Barcellona si trovò sulla sua strada Paolo “Pablito” Rossi e la saracinesca di Dino Zoff.
In Brasile i giocatori di quella Nazionale saranno eternamente perdenti, antieroi da rimuovere dai ricordi, sorte beffarda e contraria rispetto al destino dei rivali azzurri che, nell’altro lato del globo, in un piccolo paese a forma di stivale, sono ancora oggi eterni eroi.
In quell’afoso pomeriggio estivo del 5 luglio di Barcellona, tra trombe, coriandoli e cori, abbiamo trattenuto il respiro. L’Italia, bistrattata alla vigilia dallo scandalo scommesse e dopo un primo turno non esaltante, deve battere il Brasile per accedere alla semifinale. Dopo essersi ritrovata in un girone a tre davvero di fuoco, assieme all’Argentina di Maradona, la sfida ai maestri del futbol è davvero ardua, al limite dell’impossibile. Ai verdeoro, con la differenza reti a favore, basta un pareggio.

Italia – Brasile è un turbinio di emozioni: Rossi apre, risponde subito Socrates, ancora Rossi per la doppietta, Falcão rimette in equilibrio il match, ma Pablito non ci sta e firma la tripletta. Il centravanti juventino sbuca e infilza la distratta retroguardia che è inerme, non sa come affrontarlo. Ma in questo susseguirsi di emozioni e patemi si attende la terza rete del Brasile.
E l’occasione arriva al minuto 89 con il colpo di testa di Oscar e la parata felina di Zoff. Dino dirà di aver passato 4-5 secondi terribili perché dopo la parata gli avversari esultavano, lui non vedeva l’arbitro e c’era il rischio che avesse convalidato la rete.

Ma quella parata, quel guizzo istintivo sulla linea, è il suggello di una formidabile carriera per l’estremo difensore nato a Mariano del Friuli il 28 febbraio 1942. A 40 anni, con la fascia da capitano sul braccio, ha vissuto un Mondiale da protagonista: a lui appartiene un record ancora imbattuto, essendo il giocatore più anziano a vincere una coppa del mondo con i suoi 40 anni e 134 giorni.
Un rapporto con la Nazionale vissuto con dignità e professionalità dall’esordio nella vittoria contro la Bulgaria, il 20 aprile 1968, all’alternanza tra i pali con Enrico Albertosi fino al record mondiale di imbattibilità ancora oggi ben saldo, conquistato tra il 1972 e 1974 con 1.143 minuti senza subire gol.

In tutto quattro Mondiali disputati, eterno quello conquistato l’11 luglio 1982, a Madrid, al cospetto di una Germania Ovest spazzata via con un roboante 3-1 firmato da Rossi, Tardelli e Altobelli. Unica macchia, la rete di Breitner al minuto 83.
E poi la coppa portata in trionfo, saldamente tenuta in mano da Zoff, l’esultanza del Presidente della Repubblica, Sandro Pertini, il tre volte “Campioni del mondo” esclamato da Nando Martellini e la memorabile “cartata” sull’aereo di ritorno tra Pertini, Causio, Zoff e il ct Bearzot con pipa in bocca e il luccichio della coppa lì accanto a loro.

Nella titanica impresa di racchiudere un’esistenza in una sola istantanea, beh, forse la carriera di Dino Zoff è tutta lì, in quella parata all’ultimo respiro tra la gioia e la disperazione. Del resto, il suo libro autobiografico pubblicato nel 2014 si intitola così: “Dura un attimo, la gloria”.

È la maratona più partecipata al mondo, nel 2009 sono arrivati a traguardo ben 43.545 atleti. Un numero esagerato se pensiamo che nella prima edizione, a tagliare il nastro furono solo 55. La maratona di New York è la corsa annuale più celebre in assoluto: i suoi 42.195 metri con cui si snoda attraverso i cinque grandi distretti di New York City la rendono affascinante e una di quelle sfide da fare una volta nella vita.

La maratona è organizzata dal NYRR, il New York Road Runners, e si corre ogni anno dal 1970, precisamente dal 13 settembre 1970. Fu organizzata dal presidente del NYRR, Vincent Chiappetta, e da Fred Lebow, divenuto poi icona nei decenni successivi. Quanti maratoneti si presentarono? Ben 127 concorrenti che percorrevano più giri lungo il park Drive di Central Park, ammirati da non più di un centinaio di spettatori. A vincere fu Gary Muhrcke.

Col seguire degli anni, la maratona ha acquisito sempre più supporter tanto da spingere il cofondatore Fred Lebow a ridisegnare il tracciato inglobando tutti e cinque i distretti della Grande Mela.
Il punto di svolta si ha nel 1978 quando la maratoneta norvegese Grete Waitz (oro ai Mondiali del 1983 a Helsinki) stabilì il nuovo record del mondo in 2 ore 32 minuti e 30 secondi (record che ha migliorato negli anni a seguire). La Waitz vinse la gara altre otto volte, diventando simbolo della competizione assieme a Fred Lebow.
Fred ha partecipato sin dalla prima edizione quado si classificò quarantacinquesimo su 55, mentre corse la sua ultima maratona nel novembre del 1992, accompagnato proprio dalla Waitz, dopo che gli fu diagnosticato un tumore al cervello.

Oggi è la corsa più famosa al mondo con i suoi 2 milioni di spettatori e 315 milioni di appassionati che seguono la corsa in diretta sul canale NBC.

Nonostante la predominante bandiera a stelle e strisce, la Maratona di New York ha parlato italiano per ben cinque volte. L’exploit fu nel triennio 1984-1986 dove trionfò per due volte Orlando Pizzolato e poi Gianni Poli. Nel 1996 ad arrivare per primo al finish è stato Giacomo Leone, l’ultimo europeo a vincere la maratona prima dell’inizio di un lungo periodo dominato da atleti africani. Franca Fiacconi, invece, è stata l’unica atleta italiana a vincere, nel 1998.

Gianni Poli nel 1986

Parte con il piede giusto l’avventura dell’Italia ai Mondiali Under 17 in corso in Brasile. Un esordio morbido,  un rotondo 5-0 contro le Isole Salomone, grazie soprattutto allo scatenato Gnonto, a segno con una doppietta. Dopo aver sbloccato il risultato al 24′, il talento interista (il più giovane della truppa) si ripete dieci minuti più tardi. Nel mezzo anche il centro di Cudrig e Italia avanti sul 3-0 a fine primo tempo. Nella ripresa, ecco le altre marcature di Tongya e Capone per il 5-0 finale.

Al Mondiale partecipano 24 Nazionali e gli Azzurrini sono stati inseriti nel girone F assieme a Paraguay e Messico, che hanno pareggiato 0-0 il match d’esordio, oltre ovviamente le già citate Isole Salomone. La sedicesima edizione del torneo iridato si sarebbe dovuta svolgere in Perù, ma  dopo l’esito negativo di alcune ispezioni degli impianti e per altri problemi organizzativi, la Fifa ha deciso di spostare il tutto in Brasile.

L’Italia è tornata dopo due assenze nel 2015 e nel 2017, l’ultima apparizione sei anni fa negli Emirati Arabi. Un’avventura che finì agli ottavi contro il Messico, nonostante i gol nella prima fase di Vido e Parigini. Altri nomi noti di quella squadra, guidata da Daniele Zoratto erano Scuffet con Audero che gli faceva da riserva, Dimarco, Capradossi, Cerri, Calabria. Stavolta tocca ai ragazzi nati nel 2002, l’anno del Mondiale coreano e di Byron Moreno.

Wilfried Degnand Gnonto è uno dei due giocatori sotto età convocati dal ct Nunziata (l’altro è l’atalantino Giovane): originario della Costa d’Avorio, suo padre Boris Noel emigrò 26 anni fa, raggiunto dalla madre Chantal 6 anni dopo , è nato nel 2003 a Baveno, provincia di Verbania, con il papà che lavora in una fabbrica tessile e la madre cameriera in un hotel.

Il prossimo impegno con il Messico, in programma nella notte fra il 31 ottobre e il primo novembre alle ore 24 italiane, sarà visibile sul web di Rai Sport e su Sky Sport.

SuperSic e Alex Zanardi. Nel mezzo il 23 ottobre. Una beffarda coincidenza. Perché “solo” di questo si tratta, una fatalità del caso. Due vite, dannatamente simili, in un punto ben preciso, si sono sfiorate, si sono incrociate, ma hanno assunto percorsi diversi, epiloghi tragicamente opposti. Due piloti, entrambi romagnoli, con quel simpatico accento e con quel modo di sorridere alla vita, entrambi con la stessa passione per la velocità, per quella scarica di adrenalina che essa sola sa suscitare e che solamente lei può appagare. Marco Simoncelli lo pensava per davvero:

Si vive di più andando cinque minuti al massimo su una moto come questa, di quanto non faccia certa gente in una vita intera

Alex Zanardi, colui che, senza falsa retorica, è un modello da seguire, uno che con genuinità ti insegna a vivere, nasce il 23 ottobre 1966 a Bologna. La sua vicenda è nota: nel settembre del 2001, è stato vittima di un terribile incidente, durante un gran premio della Formula Cart in Germania. Una collisione tra la sua vettura e quella di un altro pilota che gli ha causato la lacerazione istantanea degli arti inferiori con conseguente emorragia. Drammatici istanti, nel quale la vita di Alex sembrava scappare via per sempre, l’estrema unzione fatta in fretta e furia poco prima di abbandonare il circuito, litri di sangue persi e una corsa (ironia del destino) disperata verso l’ospedale. Successivamente dirà, riferendosi alla gara ed agli ultimi giri:

Domino, come ai bei tempi, i sorpassi mi riescono facili, i pit-stop sono perfetti, sento la macchina rispondere ai miei comandi come non accadeva da tanto. E come non accadeva da tanto mi diverto, sono felice, mancano solo tredici giri alla fine e sto vincendo. Solo che per fare quei tredici giri, dovrò aspettare un anno e mezzo, perché per adesso, scende il buio

 

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La grandezza di questa eterno ragazzone sta proprio qui: cala il buio più crudele, come macchia di petrolio che invischia chi ci finisce dentro, ma esce dal coma e si rialza. Nel vero senso del termine. E riacciuffa la sua “nuova” vita, assolutamente non dissimile da quella condotta precedentemente, perché i suoi affetti rimangono immutati, lo stesso per le sue passioni, la prima specialmente, quella per le corse in auto. Riuscirà a concludere quei 13 giri e poi sarà il primo pilota nella storia a competere ufficialmente in una gara con piloti normodotati. E non si è più fermato: vincerà anche qualche titolo e si proietterà nel mondo dell’handbike dove tutt’oggi macina vittorie e record su record.

E poi c’è Marco Simoncelli, campione del mondo 250 e con il suo numero 58 visto per l’ultima volta sul circuito di Sepang il 23 ottobre 2011. Un destino quasi incrociato, ma il fato ha voluto prendere una strada diversa.
SuperSic non riuscirà mai a concludere quei suoi giri restanti, ma sarà sempre viva l’immagine e il ricordo di un 24enne smaliziato, guascone e buffoncello che con quei suoi capelloni l’hanno reso amato e stimato da tutti.

A lui, gli è stato dedicato anche un asteroide, il 3442 Yashin. Se fosse ancora in vita, oggi 22 ottobre 2019, compirebbe 90 anni, ma il “ragno nero” russo, è morto nel 1990, a 60 anni, a causa di un cancro allo stomaco.

La mitologia attorno alla figura di Lev Ivanovič Jašin (o Yashin per comodità e popolarità occidentale) è ampia perché tanto ha dato lui al calcio sia in Russia che su scala globale. Unico portiere a vincere il Pallone d’oro, nel 1963, a 34 anni e dopo aver annunciato (poi ritrattato) il suo ritiro. Dietro di lui, quell’anno, tutti in fila per levarsi il cappello c’erano Rivera, Eusebio, Schnellinger, Suarez, Trapattoni e Bobby Charlton. Un’intera carriera a difendere i pali della Dinamo Mosca, 326 partite in 20 anni di militanza nel club, e l’Urss con 74 gettoni tra il 1954 e 1967. Tanti, bellissimi, sono gli aneddoti, ma ai giorni d’oggi l’icona più visiva e immediata rimane il suo talento e il suo vestirsi completamente di nero, al punto da ricevere quel soprannome lì.

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Intere generazioni di ragazzini sono cresciuti con il suo mito e, alcuni, l’hanno dimostrato recentemente: durante l’ultimo turno di Prem’er-Liga russa, Andrey Klimovich, portiere bielorusso dell’Orenburg, e Anton Šunin, omologo della Dinamo Mosca, l’hanno omaggiato scendendo in campo con un’uniforme speciale, una divisa d’altri tempi total black e con cappello modello Brixton brood.

 

Il monaco buddhista che si diede fuoco in un piazza di SaigonRosa Parks che su un autobus si rifiutò di alzarsi per far sedere un bianco.
E poi ci sono i pugni guantati di Smith e Carlos. Sicuramente tante altre foto hanno segnato un’epoca, ma queste tre, limitate ad un un arco temporale confinante, hanno un senso comune di ribellione. Contro il regime cattolico nel Vietnam il primo, per i diritti civili dei neri gli altri due. Piccole tappe, capaci di sovrastare il dio Crono e di rimanere immutate nel tempo, come quella del 16 ottobre 1968.

 

 

Olimpiadi di Città del Messico. Tommie Smith e John Carlos, primo e terzo nella finale maschile dei 200 metri. I due atleti americani, durante la cerimonia celebrativa, sollevarono in cielo il pugno con un guanto nero, con il capo chino, al collo una collanina con delle pietre -simbolo di ogni nero morto linciato- e i piedi scalzi. Umanamente fieri e con i muscoli tesi a reggere una presa di coscienza che in quel momento non era più pesante delle medaglie che avevano al collo.
Solo sei mesi prima fu assassinato Martin Luther King e quello fu il gesto che portò il ruggito del Black Power, contro la discriminazione razziale, ad echeggiare oltre i confini dello stadio. Ventiquattro anni Smith, un anno in meno Carlos.

 

L’attimo prima della premiazione

L’aneddoto

Quella protesta è rimasta scolpita nella storia dello sport e non solo, anche perché su quel podio Smith e Carlos non si sentirono soli. La medaglia d’argento, infatti, andò a Peter Norman, australiano cresciuto a Melbourne, dove ebbe modo di osservare l’odio dei bianchi verso gli aborigeni. Lui era ignaro della protesta, ma si dice che sia stato proprio Norman, a fine gara, a suggerire ai due atleti di dividersi i guanti perché avevano solo un paio. Non solo: indossò la spilla con il simbolo del Progetto olimpico per i diritti umani.
Scesi dal podio, il loro cammino sportivo si interruppe. Norman non venne convocato, infatti, ai successivi Giochi a Montreal. A Smith e Carlon andò anche peggio: immediatamente sospesi dalla squadra americana, ricevettero in seguito numerose minacce, tra le quali anche quelle del Ku Klux Klan.

 

Ma il loro gesto non conosce lo scorrere del tempo. Peter Norman è morto a Melbourne all’età di 64 anni a causa di un infarto. Al funerale, Tommie Smith e John Carlos hanno sorretto la sua bara. Uniti, fino alla fine.

Enes Kanter non abbassa la testa e non indietreggia. Il cestista dei Boston Celtics, nato 27 anni fa da genitori turchi, è lo sportivo che più si sta battendo per contrastare il presidente Recep Tayyip Erdogan, una voce fuori dal coro e scomoda soprattutto se relazionata al saluto militare, attestato di stima di molti calciatori della Nazionale della Turchia . Rischiando in prima persona.

Kanter, in occasione del match della pre-season contro Cleveland ha indossato un paio di scarpe con scritto “Freedom”. Poi, su Twitter, ha citato Martin Luther King: «La nostra vita comincia a finire il giorno in cui restiamo in silenzio sulle cose che contano». Di fronte ai fatti degli ultimi giorni, dall’escalation di violenza da parte dei militari turchi contro la popolazione curda, Kanter ha espresso le sue posizioni anche con un tweet.

Non vedo e non parlo con i miei genitori da 5 anni. Hanno imprigionato mio padre. I miei fratelli non riescono a trovare lavoro. Il mio passaporto è revocato. E’ stato emesso un mandato di arresto internazionale. La mia famiglia non può lasciare il Paese. Ogni giorno ricevo minacce di morte. Sono attaccato, molestato. Hanno cercato di rapirmi in Indonesia. LA LIBERTA’ NON E’ GRATUITA

 

L’8 agosto 2016 la polizia ha fatto irruzione nella casa della sua famiglia a Istanbul, perquisendola e requisendo tutti gli apparecchi elettronici, dai cellulari ai computer. Kanter non ha più il numero di telefono di nessun familiare. Il fratello Kerem, dopo avere vinto l’Europeo Under 18 nel 2013, è stato bandito dalle nazionali turche, adesso vive e gioca a Badalona. Il padre è stato portato in carcere per 5 giorni, i loro passaporti sono stati annullati e non possono mai più lasciare la Turchia. Dopo qualche mese la sua famiglia ha disconosciuto Enes come figlio.

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Nell’estate del 2017, mentre era in Indonesia, Paese legato alla Turchia, per sostenere le sue attività benefiche in un campus di basket, lo hanno avvertito che le autorità locali lo stavano cercando per catturarlo: è scappato in taxi all’aeroporto, prendendo il primo volo per l’Europa. Arrivato a Bucarest, in Romania, ha scoperto che la Turchia gli ha “cancellato” il passaporto e ha emesso un mandato di cattura. Solo grazie all’intervento dei senatori dell’Oklahoma riesce a rientrare negli Usa. Da questo momento è un apolide: non ha più alcuna cittadinanza.

In Turchia non vengono trasmesse le sue partite Nba da 3 anni e qualche giorno fa a Boston, conclusa la preghiera del venerdì insieme al compagno di squadra Tako Fall, è stato aggredito e minacciato da degli uomini di fede islamica, al grido di “traditore”.

 

 

 

…Li faccio sognare, in balia del mio spirito innocente, li stupisco sempre sono un giocoliere, li faccio godere geniale, anarchico e irriverente, tutti battono le mani, si alzano improvvisamente, per non perdere di vista la palla avvelenata che sembra impazzire innamorata, quando sulla fascia vola la Farfalla Indiavolata…

“Chi si ricorda di Gigi Meroni?” Questo è il titolo della canzone dalla quale sono tratte le parole. Come rispondere a tale domanda? Genio, giocoliere, funambolico, irriverente, anarchico…tanti aggettivi che dipingono Luigi “Gigi” Meroni, tra i più geniali calciatori italiani degli anni Sessanta, sciaguratamente scomparso, a Torino, all’età di 24 anni il 15 ottobre 1967.
In carriera ha indossato le maglie del Como (25 presenze e 3 gol), del Genoa (40 presenze con 6 reti) e del Torino di Nereo Rocco, collezionando con i granata 103 presenze e  22 gol.

In Nazionale fu convocato per la prima volta nel 1965 in occasione della partita di qualificazione con la Polonia.  Partecipò alla sfortunata spedizione guidata dal commissario tecnico Edmondo Fabbri ai Mondiali di Inghilterra del 1966, culminata con l’incredibile sconfitta contro la Corea del Nord per 0-1 e l’eliminazione al primo turno. Per le continue divergenze con il tecnico, Meroni giocò solo la seconda partita contro l’Unione Sovietica.

Un ragazzo straordinario nell’accezione che troviamo sui dizionari: “fuori dall’ordinario”, fuori dagli schemi tradizionali. E allora anche questo pezzo farà altrettanto, raccontando Gigi attraverso un elenco, in ordine alfabetico, di quegli aspetti che lo hanno reso indimenticabile.

ARTISTA

Molto spesso snaturata dall’utilizzo (alle volte improprio) del mondo pallonaro, questa parola sottolinea la bellezza e l’eleganza espressa da un calciatore. Lui, Gigi, era certamente bello ed elegante sul terreno verde di gioco, ma aveva passioni un po’ naif o forse semplicemente strambe, da renderlo artista anche fuori dal campo di calcio.
Nella fredda città piemontese, infatti, trovava calore e conforto dipingendo: gli piaceva l’arte e la pittura, un passatempo che si portava dietro sin da quando era ragazzino e che il successo non affievolì. Da giovane lavorò anche come disegnatore di cravatte di seta, un mestiere che gli piacque e che perfezionò fino ad arrivare a disegnare i propri abiti. Creava il modello, sceglieva lui la stoffa ed affidava tutto al sarto.

ANTICONFORMISTA

Era un ventenne e come ogni ragazzino che si affaccia all’età adulta era infiammato da una ribellione adolescenziale. Ma era una ribellione positiva: rispettoso delle regole, mai fuori dalle righe, non pensava minimamente a cambiare il mondo, ma di fatto, il suo modo di vivere stravagante o semplicemente da ventenne un po’ guascone, destabilizzò l’Italia bigotta. Era un mezzo scapigliato (giusto per rimanere in tema d’arte). Calzini abbassati e maglia da fuori; prima i baffetti, poi capelli portati più lunghi e poi la barba.
«Se vai dal parrucchiere, potrai andare in Nazionale», roba da ridere a pensarlo oggi, eppure il concetto era questo. Accettò dinanzi alla possibilità di perdere il treno azzurro, poi divenuto famoso ed idolo di molti ragazzi che lo emulavano, l’allenatore dell’Italia dovette chiudere più di un occhio. Erano gli anni dei Beatles, ed un po’ ci somigliava: facile e scontato il soprannome. In Inghilterra c’era George Best definito il “quinto Beatle”, da noi Meroni era semplicemente il “Beatle italiano”. Viva la fantasia…

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BALILLA

L’elegante vecchia Fiat Balilla. La “sua” macchina che lo distingueva dalla massa. Gli altri in giro con le nuove Fiat, lui si riconosceva in quella, elegantemente nera.

CRISTIANA

Lui l’artista, lei la sua musa ispiratrice. «La bella tra le belle al Luna Park» (sempre nella canzone), nipote del giostraio del parco giochi di Genova, dove Gigi la vide e decise di non farla uscire più dalla sua vita. Era innamorato, tantissimo, al punto tale da fare avanti e dietro tra Genova e Milano (dove viveva lei) e non riposare. Dinanzi al lei, per lei, tutto il resto scivolava in secondo piano.
Il biondo dei suoi capelli, rendevano grigio tutto ciò che li circondava. Fece un patto con il Genoa quando era in odor di convocazione della Nazionale B. Disse:

Gioco, vi faccio rimanere in Serie B, ma prima della fine del match, fasciatemi la gamba così non vado in ritiro

Come andò a finire? Due gol di Meroni, Genoa ancora in B ed un gesso applicato alla gamba “solo” per stare un paio di giorni con Cristiana che era scesa.
Sfidò, anzi, ignorò il sistema prevenuto e chiacchierone che, soprattutto quando viveva a Torino, mal digeriva il rapporto tra un calciatore, così in vista, ed un ragazza, separata, che aveva avuto alle spalle una precedente relazione. Ma lui andava oltre.

 

DERBY

Quello della Mole Antonelliana, quello più amaro perché lui ormai non c’era più. Lo si giocò appena dopo una settimana dal tragico incidente in una atmosfera surreale: entrambe le tifoserie in silenzio mentre assistevano alla caduta di alcuni fiori, lanciati da un elicottero, che vennero poi posati lungo tutta la fascia destra, la sua “zona di competenza”. Dopo il match con la Sampdoria, nella quale Nestor Combin segnò una tripletta, Meroni (così riferisce Combin stesso) disse all’attaccante che anche contro la Juventus avrebbe segnato tre gol.
Combin, volle giocare a tutti i costi quella partita, nonostante un attacco febbrile. Andò in rete per tre volte nel 4-0 finale con il quale i granata sconfissero la Vecchia Signora. Ironia (c’è sempre lei di mezzo), fu la prima stracittadina vinta dopo sette partite, la prima senza Gigi che mai riuscì ad esultare contro i cugini rivali.

 

ESTERNO DESTRO

Alla domanda «preferisci entrare in porta con il pallone o magari fare il regista a centrocampo?» Gigi rispose che per lui era importante fare gol, senza dribblare tutti.
Mentiva: era un’ala destra estrosa capace di dribbling ubriacanti e di invenzioni geniali, veloce, guizzante, una “farfalla” come venne definito in sporadiche occasioni. Ma era un genio imprevedibile che seguiva il suo istinto e come tale non poteva essere imprigionato in uno schema specifico. A lui, infatti, era permesso anche accentrarsi in mezzo al campo per dar pieno sfogo alla suo essere estroso.

 

GALLINA

Se gli altri vanno in giro con i cani, perché io non posso andare a spasso con una gallina?

Nulla da obiettare. Guinzaglio al collo, portava in giro la sua fida amica, gelosa di Cristiana al punto da beccarla, ma si dimostrava calma e pacata con Gigi. E se ne andava in giro a Torino, mica un paesino sperduto delle Alpi…

 

FOLLE

Dopo quanto detto c’è da aggiungere altro?

 

INTER

O meglio la “Grande Inter” di Helenio Herrera, quella che nel 1967 dopo tre anni di imbattibilità in casa, capitolò a San Siro proprio per via di un gol di Meroni. Fu una partita frizzante per l’ala destra del Torino, che si muoveva leggero e che si difendeva coi denti contro Facchetti, ma a sgusciare era sempre lui. Imprevedibile come quando, appena dentro l’area, segnò un gol con un tocco morbido a giro che si insaccò sul lato sinistro della porta. La fotografia che rappresenta, forse, il punto più alto della carriera di un ragazzo che doveva ancora sbocciare. Una partita giocata con l’animo sereno di chi la notte precedente non dormì, ma aspettò sotto la pioggia la sua dolce amata per riappacificarsi dopo un litigio.

 

INSURREZIONE POPOLARE

Dopo il goal a San Siro, gli occhi di tutti vanno su quel ragazzino con la maglia granata ed il numero 7. Due occhi, però, sono i più temuti: quelli di Gianni Agnelli, presidente della Juventus. Allora era difficile dire di no al presidente bianconero e lui voleva Meroni a tal punto da offrire al presidente del Toro, Orfeo Pianelli, una cifra superiore ai 700 milioni di lire. Appena questa voce circolò tra le vie della città piemontese, una folla di tifosi granata protestò contro questa possibile cessione che di fatto, ufficialmente (ma c’è da credere il contrario) non fu mai presa minimamente in considerazione.

 

MORTE

Come definirla?Fatalità?Evento nefasto? La sera del 15 ottobre 1967, dopo aver giocato e battuto la Sampdoria per 4-2, Meroni e Poletti uscirono assieme per incontrare le rispettive fidanzate e mentre attraversarono corso Re Umberto, a pochi passi dalla casa di Gigi e vicino allo stadio Comunale, una macchina sfiorò Poletti, colpendo alla gamba sinistra Meroni che venne scaraventato al centro della strada e colpito a morte da una macchina che proveniva in senso opposto.
Una tragica morte accentuata dal sapore di beffa e di ironia. Ci si domanda se c’è qualcuno (lassù, laggiù, a destra o a sinistra..fate un po’ voi) che si diverte a giocare intrecciando destini. Alla guida dalla prima auto, quella che lo colpì alla gamba, c’era Attilio Romero, studente e tifoso granata che sul cruscotto aveva la foto del suo idolo del cuore, Gigi Meroni, e che prese parte nei “moti” derivati dalla possibile cessione del numero 7 alla Juve. Trentatré anni dopo, lo stesso Romero diventerà presidente del Torino.

Aldo Agroppi, non può dimenticare quel 15 ottobre 1967:

Gioia per l’esordio in A e dolore alla notizia dell’incidente. Dopo le partite Fabbri ci voleva in ritiro per evitare che andassimo in discoteca. Quel pomeriggio vincemmo e insistemmo tanto che il mister ci lasciò liberi. Avessimo perso, Gigi non sarebbe stato investito

Quella maledetta vittoria. Aveva 24 anni e lui che amava la pittura, stava dipingendo un quadro, un ritratto della sua Cristiana. Ci provava e riprovava, ma non riusciva a dipingere gli occhi: voleva rendere perfetto lo sguardo di una ragazza innamorata. E’ rimasto un quadro incompiuto, come la vita di un ragazzo che (trovando positiva risposta alla domanda di apertura) non verrà mai dimenticato.