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Giovanni Sgobba

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Wayne indosserà la numero 10 e sarà il capitano contro gli Stati Uniti. Sarà una notte speciale per lui, è giusto che conservi la sua ultima maglietta con quel numero

Gareth Southgate, ct. dell’Inghilterra l’ha promesso e i tifosi dei Tre Leoni passeranno una serata tra lacrime e brividi ed emozioni alternate. Wayne Rooney aveva una richiesta, l’ultima di una carriera formidabile: giocare anche solo per pochi secondi sul prato di Wembley con la maglia bianca della Nazionale. E così sarà: l’ultima gara con l’Inghilterra, l’ultima volta in quel maestoso tempi colmo di 86mila spettatori, l’ultima volta con la numero 10. «E’ giusto che si conservi questa maglia speciale», ha detto Southgate.

 

Nell’amichevole controgli Stati Uniti, mercoledì 15 novembre, termina, così, un’era: lui che proprio da quest’anno gioca nella Mls con il Dc United dopo esser cresciuto nell’Everton e aver vinto tutto, ma proprio tutto con il Manchester United di Alex Ferguson.

Classe 1985, il 12 febbraio 2003 gioca la prima partita con l’Inghilterra, dopo un primo anno promettentissimo con l’Everton in Premier League. Poi la prima rete, sempre nel 2003 e contro la Macedonia, fino all’ultimo squillo contro l’Islanda, durante gli ottavi di finale dell’Europeo del 2016. Sono 53 gol in 13 anni, il miglior marcatore della storia della Nazionale. E quanti gettoni? Ben 119 a un passo dal 120, secondo nella classifica all time dietro Peter Shilton, a 125 presenze.

Wayne Rooney ha partecipato a tre Europei e tre Mondiali, l’ultimo nel 2014, memorabile il primo nel 2006: talmente predestinato che suo zio materno, nel 1998 (quando Wayne aveva solo 12 anni) scommise una manciata di sterline sulla convocazione del nipote al Mondiale del 2006 in Germania. E ne portò a casa 72.500.

 

Ha preso il via martedì 13 novembre, in Messico, la sedicesima edizione della Homeless World Cup, la Coppa del mondo di calcio riservata annualmente ai senzatetto. Il torneo, che si conclude il 18 novembre, si gioca nella suggestiva piazza della Costituzione, popolarmente chiamata “el Zócalo”, la principale piazza di Città del Messico ed una delle più grandi al mondo. La piazza si trova nel cuore della capitale e la sua collocazione fu scelta dai conquistatori spagnoli per essere esattamente sopra i resti del centro politico e religioso di Tenochtitlán, capitale dell’impero Azteca.

Si ritorna in Messico, dunque, come nel 2012 e soprattutto per celebrare il mezzo secolo dall’iconica Olimpiade del 1968. Oltre 450 giocatori hanno preso parte al Mondiale, con 42 nazionali rappresentate e suddivise in 40 squadre per la competizione maschile/misto e 16 squadre esclusive per il torneo femminile, otto in meno rispetto all’edizione 2017 di Oslo.

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La Nazionale italiana

L’Italia (Nazionale solidale) è stata inserita nel Gruppo A assieme ai padroni di casa del Messico, Austria, Kirghizistan e Hong Kong. Presente dal 2003, la nazionale italiana è volata nel Centro America con sette giocatori: il portiere Nicola Brusa, Eugenio Embranati, Michael Scroletti, Riccardo Lenzi, Cleber Resca, Alessio Nigro, tutti supportati dalla cooperativa di appartenenza Approdo e Simone Schiavulli, invece, proveniente dalla Comunità Nuova gestita dall’associazione Io tifo positivo.

Dopo un’emozionante visita alle piramidi Maya, i ragazzi sono scesi in campo proprio nel match inaugurale contro il Messico che ha visto la vittoria per 7-0 della forte squadra vincitrice nel 2015 e 2016 e finalista contro il Brasile l’anno passato. Nell’altro match di martedì 13, gli Azzurri sono stati sconfitti anche dal Kirghizistan per 5-4.

Nella giornata di mercoledì 14, invece, l’Italia ha perso 7-2 contro l’Austria e vinto 3-2 con Hong Kong. Si sono piazzati al quarto posto nel girone (le prime tre accedono al secondo turno, le altre due partecipano a un secondo torneo) così l’Italia è stata inserita in un altro girone con Colombia, Slovenia e Svezia.

Storia e regole

L’idea di organizzare un torneo di calcio per senzatetto venne a Mel Young, cofondatore della Big Issue Scotland, e Harold Schmied, editore della Megaphon, durante l’International Network of Street Papers Conference tenutasi a Città del Capo nel 2001. Diciotto mesi dopo il loro incontro, venne organizzata la prima edizione della Homeless Word Cup a Graz, in Austria. Il successo ottenuto li spinse a proseguire con questo progetto che, annualmente, vede sempre maggior partecipazione.

Ogni squadra può schierare quattro giocatori, incluso il portiere. Quattro sono anche le sostituzioni disponibili durante una partita che dura 14 minuti. La squadra vincitrice si aggiudica 3 punti, i perdenti 0; in caso di pareggio, si ricorre ai calci di rigore e chi vince ottiene 2 punti, mentre gli sconfitti un punto.

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Tutto iniziò quando l’editore dei Marvel Comics, Martin Goodman, dopo una partita a golf perduta, decise di mettere su carta un’idea bizzarra e di condividerla con me. Mi disse: “Perché non crei una squadra di supereroi?”

L’avventura inizia sul green di golf: Spiderman, l’Incredibile Hulk, Thor, gli X-Men, Iron Man e tanti tanti alti, beniamini dei fumetti prima, del cinema oggi. Tutti passati dalla mente creativa di Stan Lee, all’anagrafe Stanley Martin Lieber, morto a 95 anni il 12 novembre 2018. Fumettista, editore e direttore della Marvel Comics, insieme al disegnatore Jack Kirby aveva ideato nel 1961 i Fantastici Quattro.

Da una partita di golf andata male è iniziata la leggenda. Generazioni e generazioni di bambini “infettati” che poi sono diventati adolescenti e poi adulti e poi hanno trasmesso ai loro figli la passione sviscerata per gli eroi dai superpoteri. «Da un grande potere deriva una grande responsabilità» scriveva proprio Stan Lee in uno dei primissimi fumetti di Spiderman e, per certi versi, anche nel calcio – tutti noi siamo stati bambini e tutti noi abbiamo avuto il poster del nostro eroe appeso in camera – con buona dose di rivalità, si fronteggiano forze del bene e forze del male.

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Pierre-Emerick Aubameyang è tra chi, nel mondo del pallone, manifesta senza esitazione la sua influenza per il mondo “mascherato”: l’attaccante del Gabon, già ai tempi del St. Etienne, era solito festeggiare indossando la maschera di Spiderman. Abitudine che si è portato anche in Germania, al Borussia Dortmund, dove ha contagiato la sua spalla, Marcus Reus, in una speciale esultanza alla Batman e Robin (che sono della DC, precisiamo).

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Evidentemente dalle parti della Loira, il supereroe che lancia le ragnatele doveva essere la fiaba raccontata dai genitori per addormentarsi, perché Jérémie Janot, istrionico portiere del St. Etienne, ormai ritirato, ma che detiene il record di imbattibilità  in casa in Ligue1 (1534 minuti senza subire gol), più volte è sceso in campo vestito proprio come Peter Parker.

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Poi c’è Sebastian Giovinco soprannominato “Formica atomica” e che dire di Hulk, il calciatore brasiliano? All’anagrafe Givanildo Vieira de Souza, l’attuale attaccante dello Shanghai SIPG, ha cambiato il suo nome nel popolare eroe verde tutto muscoli per la sua somiglianza con l’attore statunitense Lou Ferrigno, che negli anni settanta, interpretò il personaggio di Hulk nell’omonima serie televisiva. “Nomen omen”, diremmo, visto le sue sassate imprendibili viste con la maglia del Porto, dello Zenit e della Nazionale brasiliana.

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E Superman? Beh, Buffon in campo ci ha fatto vedere parate fuori dall’ordinario. E poi, lui stesso ai tempi del Parma, nascondeva sotto la divisa ufficiale, quella maglia lì…

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Spettacolo doveva essere e spettacolo è stato. La vigilia tormentata dai fulmini, dall’acquazzone, dal rinvio del match di 24 ore, dalle carovane dei tifosi per le strade di Buenos Aires. E infine, la bolgia all’interno della Bombonera: il primo capito Superclasico del secolo tra Boca Junior e River Plate, andata della finale della Libertadores, non ha tradito le aspettative e, al termine di 95 minuti intensi, ha regalato un pirotecnico 2-2 che rimanda ogni discorso al ritorno, in programma al Monumental tra due settimane.

L’assenza di tifosi ospiti per ragioni di sicurezza è servita a evitare i temuti incidenti, in campo invece è stata un’autentica battaglia a ritmi vertiginosi. Due volte in vantaggio, due volte il Boca si è visto recuperare: Pratto e un’autorete di Izquierdoz hanno rimediato alle reti di Abila e Benedetto, dando al River un pareggio, meritato, che accende ancora di più il ritorno.

 

E lo show nello show, è Carlos Tevez, subentrato negli ultimi 20 minuti, che a fine partita arringa i suoi compagni: è l’immagine simbolo della carica di tutto questo Superclasico. Dopo il fischio finale, l’Apache ha urlato verso la squadra abbattuta per il pareggio. Rabbia e grinta: la battaglia del ritorno è già iniziata.

Poco più di un mese, 32 giorni per l’esattezza dal 10 ottobre 2018 quando, in seguito all’esonero di Lorenzo D’Anna, ha raccolto l’incarico di allenatore del Chievo Verona, fino all’11 novembre e al pareggio per 2-2 in casa contro il Bologna. Tanto è durata l’esperienza di Gian Piero Ventura sulla panchina della squadra veneta, tanto è durato il ritorno in Serie A dell’ex ct della Nazionale dopo due stagioni. Ventura, stando a indiscrezioni, lotta ancora con i fantasmi del passato, lo stress, tutta l’Italia pronta a sbeffeggiarlo al minimo errore dopo la storica debacle della mancata qualificazione dell’Italia ai Mondiale.

Certo, poi, la situazione del Chievo è drammatica con zero punti in classifica, partendo da -3 di squalifica, ancora a secco di vittorie con il peggior attacco e la peggior difesa del campionato. Eppure, dopo tre sconfitte consecutive, alla quarta partita, il Chievo Verona ha strappato il primo pareggio, ma nulla è servito per far cambiare decisione a Ventura, spiazzando tutto l’ambiente.

I 32 giorni di Ventura al Chievo Verona non saranno celebri e dannati come i 44 di Brian Clough al Leed United o come i 39 di Paul Gascoigne al Kettering, ma c’è chi ha fatto meglio (o decisamente peggio, dipende dalla prospettiva), restando alla guida di una squadra per molto meno tempo. Ecco la top 5:

8 giorni: Sinisa Mihajlovic allo Sporting Lisbona

Il 18 giugno 2018 Sinisa Mihajlovic firma con lo Sporting Lisbona e diventa allenatore della squadra portoghese  voluto direttamente dal presidente del club Bruno de Carvalho. Otto giorni dopo, però, il tecnico serbo viene sollevato dal suo incarico perché la Commissione di gestione del club ha deciso di cambiare presidente e di rivedere i piani anche tecnici. Per l’ex allenatore del Torino, dunque, non c’è stato neanche il tempo di sedersi in panchina;

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5 giorni: Zé Maria al Ceahlaul

L’ex terzino di Perugia e Inter ha vissuto una commedia tragicomica: unico allenatore ad essere stato esonerato due volte in una settimana dalla stessa squadra. È successo in Romania, dove la dirigenza della squadra ha dimostrato di non avere le idee molto chiare: Zé Maria, infatti, è stato mandato via, richiamato e poi nuovamente esonerato, in appena 5 giorni;

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2 giorni: Marcelo Bielsa alla Lazio

Una storia leggendaria tra due caratteri forti e scontrosi come Lotito e l’allenatore Marcelo “El loco” Bielsa. Secondo il tecnico non ci sono state garanzie alle tante promesse fatte: il presidente della Lazio e il suo staff, infatti, non avrebbero rispettato l’accordo di comprare i cinque giocatori richiesti. Così non si fa, e Bielsa, sentitosi mancare di rispetto ha rassegnato le dimissioni dopo solo due giorni. Senza nemmeno entrare negli uffici della Lazio;

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1 giorno: Attilio Tesser al Cagliari

Zamparini, Preziosi…e Cellino. Quando uno di questi tre presidente “mangia-allenatori” prende una decisione, il racconto diventa senz’altro epico. Attilio Tesser è stato allenatore del Cagliari nella stagione 2005-06, ma chi se lo ricorda? Prima partita,  alla vigilia della prima giornata contro il Siena il presidente Cellino gli disse «vediamo se lei è un uomo fortunato». In seguito alla sconfitta per 2-1, il massimo dirigente isolano lo esonera;

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10 minuti: Leroy Rosenior allo Torquay

Record imbattibile. La panchina più breve della storia spetta a lui. Rosenior aveva preso accordi con la squadra inglese Torquay e il 17 maggio 2007 si era presentato per firmare il contratto. Il tempo di recarsi in conferenza stampa e rispondere alle domande di tre giornalisti e la situazione cambia inesorabilmente: il proprietario del club vende il 51 percento delle sue azioni e il nuovo presidente decide subito la sua prima mossa: esonerare, ovviamente, l’allenatore.

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Prima guerra mondiale, Natale 1914, regione belga delle Fiandre. In diversi punti lungo la linea del fronte occidentale, i soldati tedeschi, britannici e in parte minore francesi, misero in atto un “cessate il fuoco” spontaneo, non ufficiale e autorizzato. Uscirono dalle loro trincee e iniziarono timidamente a fraternizzare. Alcuni affermano che siano stati i tedeschi a iniziare, intonando canti natalizi e addobbando con alberi di Natale le loro trincee.
Un accordo di massima, una stretta di mano da signori: «Voi non sparate, noi non spariamo», così i soldati si incontrarono nella terra di nessuno per fraternizzare, scambiarsi cibo, doni e souvenir. Seppellirono i caduti dopo funzioni religiose comuni, scattarono foto ricordo assieme, bevvero liquori e addirittura organizzarono improvvisate partite di calcio. Il tutto venne ricordato negli anni come la Tregua di Natale.

La partita tra inglesi e francesi durante la Tregua di Natale del 1914

Gli eventi, però, non furono immediatamente riportati dai media: ci fu un po’ di autocensura rotta il 31 dicembre 1914 dal The New York Times, rivista statunitense, paese in quel momento ancora neutrale. I giornali britannici seguirono questo esempio e nei primi giorni del 2015 riportarono numerosi resoconti in prima persona degli stessi soldati, presi dalle lettere inviate alle famiglie. Insomma, la tregua venne vista come gesto miracoloso e positivo. Diversa, invece, la percezione che ci fu in Germania, con molti giornali critici nei confronti dei soldati tanto che nessuna immagine dell’evento fu pubblicata.

In diverse zone del fronte i combattimenti proseguirono per tutto il giorno di Natale, ma è anche vero che episodi di “cessate il fuoco” si verificarono anche in altre zone. E con essi anche le partite di calcio. Il calcio, il “football”, in quegli anni aveva preso ormai piede come passatempo e divertimento sia in Gran Bretagna che in Germania. E’ probabile, dunque, che presi da un momento di ristoro e di gioia, soldati di entrambi i fronti abbiano tirato un paio di calci a un pallone improvvisato.
Le prime notizie vennero raccolte e diffuse dal The New York Times il 1° gennaio 2015, con la pubblicazione di una lettera scritta da un medico della Rifle Brigade, che parlava di

Una partita di calcio… giocata tra loro e noi davanti alla trincea

La scultura “All together now” dell’artista britannico Andrew Edwards

La più dettagliata di queste storie proviene, però, dal versante tedesco: il 133esimo reggimento Reale Sassone, infatti, racconta di  un match nato per casualità tra la formazione di Tommy e quella di Fritz (nomi comuni per indicare i britannici e i tedeschi):

Il terreno gelato non era un grande problema. Poi abbiamo organizzato ogni lato in squadre, allineando in righe multicolori, il calcio al centro. La partita si è conclusa 3-2 per la squadra di Fritz

E’ difficile affermare con certezza quello che è successo: il risultato, però, trova conferme anche negli scritti di Robert Graves, un rinomato poeta britannico, scrittore e veterano di guerra, che ha ricostruito l’incontro in una storia pubblicata nel 1962. Nella versione di Graves, il punteggio resta 3-2 per la tedeschi, ma lo scrittore aggiunge una serie di sfumature fantasiose che danno un tocco di finzione ed epicità.
Quello che rimane è il gesto, un atto di libertà, di unione, che lo sport, in ogni sua forma ha sempre trasmesso e veicolato.

Possiamo dire che tutto il mondo calcistico, alle 21 di sabato 10 novembre, sarà con gli occhi puntati in Argentina? Sì, diciamolo pure: A Buenos Aires è un evento storico,  e per certi versi, tra i tifosi locali segnerà per sempre l’esistenzaBoca Juniors e River Plate, squadre della stessa città e tra le più blasonate in Sud America, si affrontano per la prima volta in una finale di Copa Libertadores, la Champions League sudamericana.  
Nello stadio della Bombonera di Buenos Aires, si gioca la finale di andata (in Italia trasmessa da Dazn), mentre fra due settimane allo stadio Monumental, quello del River, è in programma il ritorno, che deciderà il campione del continente sudamericano. Storia nella storia, si tratta dell’ultima edizione della Copa Libertadores in cui la finale è spezzata nell’arco di 180 minuti: dall’anno prossimo, infatti, si giocherà in gara secca. 

La tensione è altissima e, per questioni di ordine pubblico, alle tifoserie ospiti non sarà concesso assistere alla finale. Una perdita, senz’altro, dal punto di vista del folklore e dell’entusiasmo per una rivalità che va oltre il secolo di vita: Boca Juniors e River Plate sono nate nello stesso quartiere di Buenos Aires, la Boca, e pur essendo state fondate nella zona portuale da comunità di immigrati genovesi, lungo la loro esistenza, le due società si sono differenziate. Il Boca, fondato 117 anni fa da cinque amici genovesi (da qui il soprannome della squadra, gli “Xeneizes”) rimase il club delle classi più povere. Il River, invece, dopo aver perso lo spareggio per restare nel quartiere, si trasferì nella parte settentrionale della città, una zona ricca e divenne così la squadra delle classi agiate della capitale: deve il suo soprannome, i “Millonarios”, alla sua forza economica.
Per distendere il clima, saggiamente l’Afa, la Federazione argentina, ha realizzato un video dal forte impatto emotivo che ripercorre episodi e personaggi argentini marcando il carattere “inspiegabile” della Nazione. E’, dopo tutto, una finale tutta argentina e andrà come deve andare, a risplendere sarà tutto il calcio del Paese. Il video è davvero emozionante e fa venire i brividi:

Sembra un ossimoro, è vero: è cacofonico mettere nella stessa frase le parole derby, amici, Hertha e Union. Eppure tra le due squadre berlinesi, che ancora oggi rappresentano l’ovest e l’est, fino agli inizi degli anni ’90 non c’era rivalità. Anzi, il sentimento predominante era la simpatia. Facile credere che molto sia dipeso dall’ingombrante presenza del Muro che per 30 anni ha tenuto lontano le due realtà calcistiche, ma le due tifoserie, dagli anni ’70 fino al crollo della cortina, avevano un reciproco rapporto di stima. Con la nascita della Bundesliga nel 1963 (in Germania Ovest) e con la trasmissione delle partite sulla televisione occidentale, ma che aveva diffusione su tutto il territorio, per molti appassionati di calcio dell’est divenne quasi naturale avere un debole per una squadra oltre il Muro. Il più spettacolare esempio di identificazione è stata l’amicizia tra i sostenitori dell’Union e quelli dell’Hertha.

A metà degli anni ‘70 ci furono i primi contatti tra le due tifoserie: allo stadio An der Alten Försterei si sentivano sempre più spesso cori a favore dei cugini blu; striscioni e slogan di incitamento si leggevano anche all’Olympiastadion durante i match casalinghi dell’Hertha. Indossavano anche sciarpe, berretti e giubbotti con i colori dell’altro club con delle patch fatte in casa con scritte del tipo “Amici dietro il filo spinato” o “Hertha e Union – una nazione”. Due giorni dopo la caduta del Muro, l’11 novembre 1989, l’Hertha giocava un match in casa contro il Wattenscheid 09: gli appassionati di calcio orientali colsero la palla al balzo, approfittando della libertà di circolazione, per assistere all’incontro. Lo stadio era stracolmo di 55.000 spettatori invece della solita affluenza di circa 10.000 tifosi. Tra i presenti, c’era anche qualche giocatore dell’Union assieme al loro allenatore Karsten Heine. L’Hertha ottenne con difficoltà il pareggio per 1-1, ma venne celebrata tra gli spalti come una grande vittoria. In futuro si dirà che l’allenatore del Wattenscheid, Hannes Bongartz, non avesse voluto vincere la partita per non rovinare l’atmosfera che si respirava quel giorno.

Hertha - Union

Sulla scia di questa positività ed euforia, il 27 gennaio 1990, nell’imponente cornice (agli occhi dei tifosi dell’Union) dell’Olympiastadion, si disputò il “Wiedervereinigungsspiel” ovvero la “partita della riunificazione”. Se qualcuno dovesse ridervi in faccia alla vostra affermazione sull’importanza anche politica che può rivestire il calcio, potete mostrare quanto accadde quel giorno: la Germania Ovest e la Germania Est si ritrovarono da un momento all’altro senza una barriera, erano “nude” e impreparate dinanzi al futuro e, in quel clima di incertezza, l’incontro tra Hertha e Union senza dubbio facilitò e alleggerì il dialogo tra le due nazioni.

Fu il primo, vero tentativo di cucitura: il match fu organizzato dalle Poste tedesche, il biglietto costava cinque marchi (non importava se fossero della Repubblica federale o quella democratica) ed era stata data libera possibilità di raggiungere lo stadio usando mezzi pubblici o privati (per la prima volta si videro le Trabant parcheggiate fuori). Così ben 51.720 tifosi si presentarono alle 14.30 per il fischio di inizio. I colori, tra gli spalti, si mescolavano: il blu e il rosso, in mezzo il bianco; era il giorno giusto per fraternizzare e i cori e gli striscioni, monotematici, esaltavano il doppio dominio delle due squadre separate dal fiume Sprea.

Sul campo, l’Hertha vinse 2-1 e l’ironia e il destino anche quel pomeriggio si divertirono a incrociare storie e coincidenze: ad aprire le marcature, infatti, fu Axel Kruse, ex attaccante dell’Hansa Rostock che l’8 luglio 1989, approfittando di un’amichevole della sua squadra a Copenaghen, scappò dalla DDR per rifugiarsi in Germania Ovest e si accasò proprio nell’Hertha. Nel tripudio generale delle tifoserie, il gol del pareggio dell’Union fu un momento toccante e da pelle d’oca: alla rete di André Sirocks, la prima storica marcatura della squadra dell’est su un campo fuori dai confini della Repubblica Democratica tedesca, anche i calciatori della squadra rivale si fermarono ad applaudire. Per finire, la rete del definitivo 2-1 fu segnata da René Unglaube, un ex-eisern con gli abiti blau-weiß. 19 Ben presto, però, l’atmosfera speranzosa e amichevole tra le due tifoserie andò scemando. Già nella seconda partita che si giocò all’Alte Försterei, il 12 agosto 1990, si presentarono poco meno di 4.000 spettatori. L’esigua capienza dello stadio e la data in pieno periodo estivo possono solo in parte motivare questa debacle: quello, forse, fu probabilmente il primo segno di reciproca indifferenza. Nel corso del tempo, i tifosi hanno sviluppato ripetutamente nuove antipatie e la vecchia “amicizia dietro il filo spinato” è rimasta un piacevole ricordo sbiadito.

 

Il racconto riportato qui sopra è un estratto del libro “1996 – 2016 Union Berlin. 50 anni di dissenso nella Germania Est”, scritto dall’autore dell’articolo, Giovanni Sgobba, in occasione dei 50 anni del club calcistico berlineseIl pdf dell’intero libro è disponibile a questo linkQui la pagina Facebook “Eisern Union Italia”, pagina italiana per gli appassionati dell’Union Berlin.

Se ne sono accorti tutti, più o meno, in presa diretta. Tranne uno, l’unico incaricato di decretare il penalty, l’arbitro Kassai. E così il rigore inesistente concesso al Manchester City, in Champions League, contro lo Shakhtar Donetsk ha fatto subito il giro della rete.

Minuto 24 del match del Gruppo F, fra inglesi e ucraini: Sterling si invola verso la porta difesa da Pyatov inseguito da Matviyenko che però non riesce a stargli tanto dietro. L’ex ala del Liverpool poco prima di calciare a rete, inciampa, colpisce una zolla di terreno con lo scarpino e cade a terra da solo, senza che il difensore numero 22, ben distante, lo tocchi. Non è simulazione, attenzione, perché l’attaccante di origini giamaicane si è evidentemente incartato goffamente, ma per l’arbitro Kassai non ci sono dubbi e, come se avesse i paraocchi, si dirige verso il dischetto senza accettare discussioni.

 

Gabriel Jesus ha poi trasformato il rigore, portando il Manchester City sul 2-0. Sterling, solo a fine partita, ha ammesso di non esser stato toccato, che però non lo assolve dalla mancanza di correttezza che di certo non gli fa onore. Così, subito dopo il triplice fischio finale che ha visto la squadra inglese vincere tranquillamente per 6-0, il tabloid The Sun ha pubblicato sul suo profilo Twitter la copertina della prima pagina. Una bella “X” rossa sopra al sei e in cinque accanto per far intendere il numero reale di gol segnati senza quella sceneggiata

 

Sull’episodio è intervenuto a fine partita ovviamente anche Guardiola, ammettendo che anche dalla panchina si erano resi conto che non fosse rigore e invocando nuovamente l’utilizzo del Var anche in Champions:

Ci siamo resi subito conto che non era un rigore. Ho detto molto tempo fa che gli arbitri devono essere aiutati. Vogliono fare una buona prestazione, non vogliono sbagliare, ma oggi il gioco è veloce e i giocatori sono più abili. Col Var sarebbero bastati 10 secondi per capire che non c’era il rigore

Meno di un minuto, esattamente 42 secondi per sbloccare il match contro il Cagliari con uno dei classici “gol-lampo”. L’attaccante della Juventus, Paulo Dybala, sabato 3 novembre, ha segnato al pronti-via, liberandosi in area di rigore con un finta e battendo di destro, scivolando, il portiere Cragno. La “Joya” ha segnato un gol velocissimo, il più veloce nella recente storia della squadra bianconera prima della rete di Arturo Vidal, in Juventus-Inter del 2012.

Ed era esattamente il 3 novembre, una sfida a modo suo passata alla storia: il cileno aveva sbloccato la partita dopo appena 18 secondi e, nonostante il gol fosse viziato da una posizione di fuorigioco di Asamoah, l’Inter riuscì nell’impresa di rimontare e vincere per 3-1 facendo crollare l’imbattibilità casalinga della Juventus.

 

Da un 3 novembre a un altro, ma la realizzazione di Dybala, seppur realizzata prima dello scadere del primo giro di lancette, non trova spazio nella top ten dei gol più veloci in Serie A. Ecco la classifica:

1- Il gol più veloce nella storia della Serie A è di Paolo Poggi, attaccante veneziano che fece gol in poco meno di 8 secondi su assist di Dario Hubner in un Fiorentina-Piacenza giocato il 2 dicembre 2001;

 

2- Poggi soffiò il record a Marco Branca, attaccante dell’Udinese, che contro la Fiorentina il 10 gennaio 1993 segnò il primo gol della partita dopo 9 secondi;

 

3- Sul gradino più basso del podio c’è Gianfranco Matteoli in Inter-Cesena del 27 novembre 1988. Il suo gol restò il più veloce per cinque anni, segnò dopo 9 secondi e qualche decimo in più di Branca;

4- Dopo Poggi, Branca e Matteoli, il quarto è di Tullio Ghersetich che segnò dopo dieci secondi dal calcio d’inizio in Fiorentina-Como del 1953, motivo per cui non esistono video di quel gol;

5- In un derby del 1963 tra Inter e Milan, Sandro Mazzola portò in vantaggio l’Inter dopo 13 secondi di gioco;

 

6- Il sesto gol più veloce è di un altro storico giocatore dell’Inter, Roberto Boninsegna, e in un altro derby, questa volta del 1973: segnò dopo 14 secondi;

7- Il settimo lo ha segnato Nicola Sansone in Sassuolo-Sampdoria il 27 marzo del 2014, dopo 16 secondi dal calcio d’inizio;

 

8- Sansone precede Duvan Zapata e il suo gol-fulmine in Sampdoria-Torino del 2017 (17 secondi);

9 e 10-  Chiudono la top ten proprio Arturo Vidal e Francesco Caputo dell’Empoli, anche lui in gol dopo 18 secondi in Sassuolo-Empoli .