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Giovanni Sgobba

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Rimmel è una delle cose più immense della musica italiana. L’album e l’omonima canzone che racchiudono l’arte poetica di Francesco De Gregori, videro la luce nel 1975.
Franco Baresi aveva 15 anni e, già al tempo, era soprannominato “Piscinin” prima di cedere spazio e gloria al più pomposo nomignolo di “Kaiser Franz” in onore di Franz Beckenbauer. Il paragone regge e reggerà nel corso dei decenni calcistici: Franco Baresi, genio, anticipo, tackle, purezza e scorza. Tra i più completi liberi nella storia.

Anzi no. Completo tecnicamente, incompleto e incompiuto per quello che tanto ha dato al mondo del pallone e tanto poco ha ricevuto. Pallone ingrato. Dalle pagine chiare e ricche di trionfi con il Milan, legato sempre e per sempre (altra citazione di De Gregori) ai rossoneri, alle pagine scure della Nazionale.
Dalle pagine chiare di un Mondiale, quello del ’94, che l’ha visto leader anche fuori dal campo, con il recupero record in 20 e poco più giorni dall’infortunio al menisco, alle pagine scure del triste epilogo americano. Il sogno americano frantumato dagli 11 metri.

Franco Baresi, l'ultimo difensore

Il capitano della Nazionale allenata da Arrigo Sacchi si infortunò nella sfida contro la Norvegia. Era appena la seconda partita del girone. Che si fa, si torna a casa? Nemmeno per scherzo.
Decise di operarsi immediatamente, a meno di 24 ore dall’infortunio. Voleva rientrare a tutti i costi sperando in un successo dietro l’altro dei suoi compagni di squadra. A 34 anni si è saggi e stolti abbastanza per fare di tutto pur di acciuffare l’ultimo treno della vita: un Mondiale con la fascia di capitano.
Dopo sette giorni dall’operazione lasciò la clinica, senza stampelle e raggiunge il ritiro degli azzurri. «Un miracolo», dissero gli altri strabuzzando gli occhi.

Franco non crede ai miracoli, ma li sa fare (ancora De Gregori): in difesa è il leader, elegante, ordinato, deciso e sportivo. Dopo l’operazione non aveva bisogno di allenarsi, che gli serviva? Conosceva Sacchi, Maldini, Costacurta e Tassotti. Blocco Milan sinergico e amici di tante sfide.
Rimesso in piedi e in ottime condizioni fisiche e muscolari, non così scontato se si gioca a luglio, il 17, in un clima umido che sbalzava i gradi oltre i 40°.

Franco Baresi, un nome e un numero: 6 per sempre

La finale contro il Brasile è una delle sue migliori partite si sempre. Con il numero sei sulle spalle, annienta gli attaccanti verdeoro da Romario a Bebeto. Solo i crampi lo buttano a terra, ma al 120’ dopo i supplementari e prima dei calci di rigore.
Visto i continui rimandi a De Gregori, sarebbe lineare dire che non è da questi particolare che si giudica un giocatore. Vorremmo, quasi con paterna consolazione ripeterlo ancora oggi, dopo più di 20 anni, a Franco Baresi. Sussurrargli parole dolci e di conforto dopo il tiro, travolto dalla stanchezza, calciato alto, oltre la traversa.

E’ un eroe fragile, un eroe incompiuto e forse anche per questo è eterno nei ricordi degli appassionati. Perché si è dimostrato umano. Una divinità che, a 34 anni, dopo aver recuperato in meno di un mese da un infortunio serio, dopo i rigori falliti e la coppa del Mondo alzata dal Brasile, si è lasciato andare in un genuino pianto.
La Gazzetta dello Sport gli diede 9. A un passo dalla perfezione.

Fino ad allora ero al centro del mondo. Frequentavo gente famosa, firmavo autografi ai fan, incontravo gente interessante, mangiavo nei ristoranti migliori, dormivo negli hotel più lussuosi e mi guadagnavo un modo di vivere fenomenale giocando a uno sport che amavo con tutto il cuore. La vita non poteva essere più bella

Poi il mio mondo si sgretolò improvvisamente. Il 30 aprile del 1993 era un giorno pieno di sole e l’aria era fredda e frizzante. Stavo giocando ai quarti di finale al torneo di Amburgo contro Magdalena Maleeva. Conducevo per 6-4, 4-3, e stavamo facendo pausa durante un cambio campo. Ricordo che ero seduta, mi stavo asciugando il sudore con un asciugamano e poi mi sono sporta in avanti per bere un po’ d’acqua; la pausa era quasi terminata e avevo la bocca secca. Non appena mi porto il bicchiere alle labbra sento un tremendo dolore alla schiena

Poi si volse di scatto e vede un uomo con un cappello da baseball e un sogghigno in viso. Impugnava un lungo coltello e stava per colpire nuovamente la tennista. Tratto dalla sua autobiografia, l’ex giocatrice jugoslava, Monica Seles, ripercorre l’attimo dell’aggressione cui è stata vittima il 30 aprile 1993, durante una partita del torneo di Amburgo.
Un uomo, superando la barriera di sicurezza, l’aveva accoltellata con una lama di 23 centimetri tra le scapole. Essendosi piegata in avanti per bere, il colpo penetrò di solo un centimetro e mezzo, mancando di cinque centimetri la colonna vertebrale. Poi, l’aggressore, prima di pugnalarla nuovamente, fu bloccato a terra e arrestato.

Al tempo Monica Seles era la tennista migliore al mondo, aveva 19 anni e da due era al primo posto della classifica femminile Wta. Nonostante la giovane età aveva vinto otto Grande Slam, tra cui Wimbledon, gli Us Open e gli Australian Open e il Roland Garros. E soprattutto – ai fini di questa assurda storia – era stata la più giovane a vincere sulla terra francese nel 1990 battendo Steffi Graf e detronizzandola, l’anno dopo, al vertice del ranking Wta.

Il suo aggressore, Günter Parche, era un tedesco di 38 anni. Uno squilibrato e ossessionato proprio dalla Graf al punto che, come rivelò alla polizia, voleva dare una “lezione” alla giovane tennista rivale. Da qui in poi la carriera di Monica Seles e, in parte la sua stessa vita, furono irrimediabilmente compromesse: Parche fu processato e condannato a due anni di libertà vigilata più l’obbligo a sottoporsi a cure psicologiche visto che fu riconosciuto mentalmente malato. La sentenza stupì la tennista al punto che non volle più giocare in Germania e non volle più metterci piede. Inoltre, lo stesso torneo non fu sospeso e fu vinto proprio da Steffi Graf.

Monica Seles cadde in depressione, accusò un disturbo alimentare che la portò ad aumentare peso, non giocò per oltre due anni, riprendendo solo nel 1995. L’anno dopo vinse il suo quarto Australian Open e di fatto fu l’ultimo successo. Si è ritirata ufficialmente nel 2008, ma aveva già smesso di impugnare la racchetta nel 2003 dopo un infortunio al piede.

Uno dei Gran Premi più travagliati nella storia della Formula 1, quello che si disputa il 27 aprile 1975 sul circuito del Montjuic a Barcellona, ma anche a suo modo storico e unico. Per la prima volta, e tutt’oggi unica, una donna ottiene punti iridati. Maria Grazie Lombardi, detta Lella, è stata la seconda pilota in assoluto a guidare una monoposto di Formula 1, l’unica a giungere in zona punti nonché quella che ha disputato più Gran Premi, 12 contro i 4 di Maria Teresa de Filippis, che l’aveva preceduta negli anni cinquanta.

Dopo una lunga gavetta tra kart e formule minori, nel 1974 la pilota di Frugarolo finalmente fa il suo ingresso nella Formula 1, esordendo nel Gp d’Inghilterra alla guida di una Brabham BT42 della scuderia Allied Polymer Group. Questa esperienza però non è delle più brillanti e l’anno successivo entra nella scuderia March Ford Cosworth con il debutto stagionale il 26 marzo, sul circuito di Kyalami in Sudafrica.

Lella Lombardi, pilota sognatrice - Athleta Magazine

Il 27 aprile 1975, il circus si sposta sul circuito del Montjuic in Spagna, quarta prova mondiale,  e questo segna il momento storico di Lella che acquista credito e credibilità. Ma la gara non inizia con i buoni auspici: i piloti boicottano le prove del venerdì per protesta nei confronti del pessimo stato delle barriere di sicurezza. Lavori frettolosi e le minacce legali degli organizzatori riescono a salvare le prove del sabato. Al volante di una March 751 della Lavazza March, Lella si qualifica col 24º tempo, a 7 secondi dalla pole position di Niki Lauda mentre lo schieramento alle sue spalle è il seguente: Regazzoni, Hunt, Andretti, Brambilla, Watson, Depailler, Pryce, Stommelen, Jarier, Mass, Peterson, Schekter, Pace, Reutmann, Ickx e così via. Emerson Fittipaldi, pilota McLaren, rinuncia alla gara, il fratello Wilson e Arturo Merzario, rispettivamente al volante di una Fittipaldi e di una Williams, decidono di fermarsi dopo un solo giro per protesta.

Lella Lombardi, pilota sognatrice - Athleta Magazine

Il dramma avviene al 25° giro: la Hill di Rolf Stommelen perde l’alettone e vola in mezzo alla folla, provocando quattro morti e numerosi feriti: la gara viene interrotta di lì a poco, ma nel caos di quei giri Pace si ritira a causa dei rottami dell’incidente di Stommelen; Jochen Mass vince così la sua unica gara in carriera. Il punteggio, per la prima volta nella storia della Formula 1, viene dimezzato, non essendo stati percorsi i tre quarti della gara. Al momento dell’interruzione del Gp, Lella Lombardi, partita ventiquattresima, si ritrova al sesto posto e viene quindi onorata di un simbolico mezzo punto, che rimane tuttora il record di punti conquistati da una donna nel campionato di Formula 1.

In seguito a quella tragedia il Montjuic non verrà più scelto per ospitare il Gp di spagna.  Lella, invece, si è ritirata nel 1988 diventando team manager, aprendo la scuderia Lombardi Autosport. E’ morta di cancro poco prima di compiere 51 anni, il 3 marzo 1992 a Milano.

Maria Grazia Lombardi (Lella), la Signora delle corse | Ohga!

Cristiano Ronaldo – Messi – Messi – Messi – Messi – Cristiano Ronaldo – Cristiano Ronaldo – Messi – Cristiano Ronaldo – Cristiano Ronaldo. Sembra un testo futurista, ma così in maniera estesa, crea un ulteriore impatto. Un decennio governato da un’unica oligarchia: dieci edizioni del Pallone d’oro spartite tra il giocatore ex Real Madrid (anche se ha iniziato a collezionare trofei quando era ancora al Manchester United) e quello del Barcellona.

C’è un dopo, l’interruzione dell’egemonia e ha il nome e le fantasia di Luka Modric, vincitore dell’edizione 2018 del Pallone d’oro. Ma c’è stato un prima. Un’era precedente che ai nostri occhi sembra millenaria. E l’ultimo re di un impero calcistico un po’ più “umano” è stato Kakà. Nel 2007, la stella del Milan dall’eterno viso fanciullesco, dopo esser stato il trascinatore nella cavalcata che ha portato la Champions League contro il Liverpool, la Supercoppa Europea contro il Siviglia e il Mondiale per Club contro il Boca Juniors, trionfa anche nei riconoscimenti individuali, conquistando il Pallone d’oro dopo Fabio Cannavaro. Un voler rimarcare quanto di leggendario fatto quell’anno: il migliore al mondo è il brasiliano numero 22.

Ma in quel trofeo luccicante c’è il germe della “rivolta” perpetrata dal fantasmagorico duo: Kakà per innalzare il premio di France Football ha scalzato proprio Ronaldo, arrivato secondo, e Lionel Messi, giunto terzo. Da quel momento solo nel 2010 non vedremo sul podio entrambi i fuoriclasse: in quell’anno, infatti, fu all-in blaugrana con gli ambasciatori Xavi e Iniesta ad aprire le porte della gloria all’argentino.

San Siro è stata la navicella spaziale di Kaká, uno che veniva da un altro pianeta, è all’Old Trafford, nell’andata della semifinale di Champions del 2007, che mise in mostra, in mondovisione, tutto quello che aveva fatto vedere dal suo arrivo in Italia nell’estate del 2003: in particolare, una straordinaria capacità nel ribaltare l’azione, tagliando il campo a velocità supersonica e sempre con la palla al piede (destro o sinistro che fosse), sempre a testa alta e sempre con estrema purezza del gesto.

Di lui si dirà sempre che è stato un giocatore elegante, nonostante le galoppate e gli strappi di direzione. E se all’Old Trafford – il tempio del calcio – innalzò davanti a CR7 il manifesto della sua arte, fu con la maglia del Brasile che Kakà ammutolì sul campo Messi.
Bisogna riavvolgere le lancette di un anno, è il 3 settembre 2006 e mentre in Italia si contano i danni di calciopoli nonostante una Coppa del Mondo appena sollevata, in giro per il globo è già tempo di amichevoli nazionali per impostare i nuovi cicli. E a Londra si gioca un’amichevole che di “fraterno” non ha nulla: Brasile contro Argentina. La nuova Seleçao di Dunga rifila tre reti all’Albiceleste: doppietta di Elano, 3-0 di uno straripante Kakà, con Robinho “man of the match”.

Anche in estate, anche a settembre dopo un Mondiale, il ragazzo del Milan veste il suo smoking bianco. Entrato al 59’ al posto di Daniel Carvalho, a un minuto dal 90’, fa quello che gli riesce meglio: prende palla dalla difesa approfittando di un errato controllo di un giocatore argentino, alza lo sguardo e punta la porta nonostante tre/quarti di campo ancora da fare. Parte, si lascia alle spalle lo stesso giocatore, supera il cerchio di centrocampo, procede incalzante, poi tocco a cambiare direzione in uscita che manda a terra il difensore Milito e tocco che sa di sentenza mentre Abbondanzieri prova a intercettare il tiro in uscita bassa.

 

E’ il gesto di una carriera, ripetuto all’impazzata seminando avversari lungo la pista verde, ma questo è speciale perché è partito proprio rubando palla a Messi e superandolo in velocità in una corsa generazionale. Messi ha ancora 19 anni, va detto, ma ha le stimmate del campione. In quell’istante però, in quei quattro secondi di partita, l’ordine delle cose ha ristabilito il suo flusso: nell’ultima fase dei mortali, Kakà è di un altro pianeta.

Lo stemma del Liverpool è una piccola gemma tra i loghi del mondo sportivo e calcistico. Fondato nel 1892, il club rosso di Liverpool nel 1901 adotta come simbolo idenditario il Liver Bird, l’uccello mitologico metà cormorano metà aquila riprodotto in due statue di bronzo che svettano sulle torri maestose del municipio della città.
Nel corso dei decenni, lo stemma della squadra ha subito modifiche; oggi, invece, vediamo il Liver Bird dentro uno scudo, mentre in cima campeggia il cancello dello stadio Anfield dedicato allo storico allenatore Bill Shankly e la scritta You’ll Never Walk Alone (Non camminerete mai soli), che è anche il titolo dell’inno ufficiale. Lo sguardo, però, si sofferma ai lati dello scudo: ci sono due fiamme, due bracieri e sono a ricordo delle vittime della strage di Hillsborough.

 

Quindici aprile 1989. E’ in programma la semifinale di FA Cup tra Liverpool e Nottingham Forest allo stadio Hillsborough di Sheffield. Ben 96 tifosi del Liverpool perdono la vita schiacciati, calpestati, in uno degli incidenti più terribili nella storia sportiva. 94 morti, più un ragazzo deceduto quattro giorni dopo in ospedale e un altro quattro anni dopo, quando gli staccarono un respiratore artificiale. Ecco come:

 

Alla tifoseria del Liverpool era stata assegnata la Leppings Lane, settore a sinistra della tribuna centrale, che conteneva 14.600 posti, lasciando alla tifoseria del Nottingham Forest, che normalmente aveva meno seguito, la più capiente curva opposta, la “Spion Kop End”, che disponeva di 21.000 posti. Migliaia di tifosi dei Reds presero d’assalto Sheffield, in un’atmosfera gioiosa tipica di una semifinale di coppa nel calcio Inglese, per sostenere i propri beniamini: oltre al prestigio che la FA Cup ha sempre avuto nel calcio inglese e la rivalità esistente tra le due tifoserie, si aggiungeva il fatto che all’epoca i club inglesi erano esclusi dalle Coppe europee in seguito alla strage dell’Heysel, pertanto il campionato inglese risultava poco avvincente (non esistendo la “zona UEFA” il torneo destava interesse esclusivamente per i club coinvolti nella lotta per il titolo e per la zona retrocessione).

 
La Leppings Lane possedeva appena 6 ingressi (contro gli oltre 60 del settore riservato ai tifosi del Nottingham Forest) e l’afflusso verso gli spalti procedeva molto a rilento (ad appena mezz’ora dal calcio d’inizio il settore era ancora mezzo vuoto). A quindici minuti dall’inizio la massa di persone che premevano fuori dallo stadio era ancora enorme, cosicché la polizia pensò di aprire il “Gate C”, un grosso cancello d’acciaio posto all’ingresso di un tunnel che conduceva all’interno della Leppings Lane e agli ingressi laterali.

L’idea si rivelò catastrofica: mancando ormai pochissimi minuti al fischio di inizio, i tifosi ancora fuori dallo stadio iniziarono ad accalcarsi al Gate C della Leppings Lane che permetteva accesso solo alla parte centrale della curva, la cui capienza era limitata a 2.000 posti; così, mentre questo settore della curva iniziò a riempirsi all’inverosimile, la marea di gente che continuava ad affluire dal Gate C si ritrovò chiusa dentro una sorta di imbuto. In breve gli spettatori che già si trovavano all’interno della Leppings Lane furono schiacciati verso le pareti laterali e le recinzioni che dividevano gli spalti dal campo (particolarmente resistenti perché concepite per resistere ad eventuali cariche degli hooligans, in ossequio alle normative introdotte dal governo inglese dopo la tragedia dell’Heysel) e la stessa sorte toccò agli sventurati che si trovavano ancora nel tunnel del Gate C.


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 Mentre nella curva si scatenava il panico, la gara iniziò regolarmente, senza che nessuno in campo e negli altri settori dello stadio si fosse minimamente accorto di cosa stesse avvenendo nella curva del Liverpool. In realtà di coloro che per evitare lo schiacciamento avevano scavalcato l’inferriata che separava la Leppings Lane dal terreno di gioco. Peraltro non avendo compreso ciò che stava realmente accadendo, la polizia prese l’iniziativa di intervenire con delle cariche volte ad impedire ai tifosi di invadere il campo.

La situazione, se possibile, si fece così ancor più drammatica per i tifosi che, da un lato si trovavano schiacciati dalla calca che si era venuta a creare alle loro spalle, dall’altro venivano contrastati dalla polizia che impediva loro la possibilità di aprire delle vie di fuga. Solo dopo alcuni tragici minuti la polizia si rese conto del vero motivo dell’invasione e aprì le inferriate, lasciando finalmente ai tifosi del Liverpool la possibilità di raggiungere il terreno di gioco. Ma a quel punto, con la Leppings Lane meno piena, tutti cominciarono a capire quanto terribile fosse la portata del dramma.

 

 

La strage dell'Hillsborough | Storie di Calcio

Fu allora che l’arbitro sospese la partita. Erano le 15.07Sette minuti dal fischio d’inizio. Il calcio, banalità concessa, non ha dimenticato. Liverpool non ha dimenticato. Steven Gerrard, storico capitano “Reds”, uno nato a Whiston nel Merseyside, non ha dimenticato. Perché in quella tragedia morì suo cugino. E perché su quella tragedia, i tabloid, in particolare il Sun, hanno sputato sin dal giorno successivo. «Alcuni stessi tifosi hanno derubato le vittime. Alcuni hanno urinato sui loro corpi», si legge in prima pagina con tanto di titolo da strillonaggio: «THE TRUTH».

Un’inchiesta farlocca, voluta dal Governo conservatore, voluto dalla Thatcher. Un sciacallaggio che ha offeso i parenti delle vittime e di tutti coloro che fino alla fine hanno spinto per la “vera verità”. Rinata nel 2012 dopo che una petizione popolare ha obbligato il Governo a riaprire la pratica. E’ emerso che molte delle responsabilità sono da attribuire alla scelleratezza della polizia, che i medici prelevarono sangue anche dai bambini pur di confermare la tesi alcolica e che molte persone potevano ancora essere salvate, ma invece furono frettolosamente dichiarate morte per asfissia irreversibile.

Dopo 23 anni, il Sun ha chiesto scusa. Ma nei pub e nelle edicole dall’accento scouse, il Sun non lo si legge più…dal 15 aprile 1989. 
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Chi è cresciuto a pane e PlayStation può capire il senso di devozione nei confronti di un mito pixelato. Quando l’unica preoccupazione del pomeriggio era andare a giocare a calcio al parco o rintanarsi in camera e divorare i joypad con gli amici tra esilaranti sfide al vecchio Iss Pro (il precedente nome dell’attuale Pes). Lui, Roberto Larcos era dogma.
Nell’era dei nomi taroccati per mancanza di licenze, quello che era a tutti gli effetti l’alter ego di Roberto Carlos, aveva e avrà per sempre un posto speciale nell’olimpio videoludico. Un re Mida che trasformava in oro ogni pallone che toccava. Anzi, dal suo sinistro esplodevano autentiche mine in grado di mandare all’aria patti d’amicizia decennali.

La sua rincorsa ritmica, a piccoli passi per poi accelerare, incantava chi era dinanzi allo schermo, non fosse per altro che al tempo la Konami, la casa che produceva e produceva Pes, lasciava pochi spazi alla personalizzazione di mosse e dell’aspetto dei calciatori. La punizione di R. Larcos era un unicum al pari dei due triangoli verdi che aveva in testa Taribo West, istrionico difensore della Nigeria con le treccine colorate.

Avere il terzino brasiliano in squadra, insomma, era sinonimo di potere. Che poi, in realtà, forse nemmeno i puristi del genere hanno effettivamente schierato R. Larcos nel suo naturale ruolo di terzino.
Sì perché nella trasposizione irreale del gioco, nella mitologica possibilità di alterare le formazioni, sfido a trovare qualcuno che non abbia mai schierato il numero sei brasiliano in attacco. Potenza di tiro massima, velocità elevata, era una spina ai fianchi delle difese avversarie.
Era la mossa della disperazione quando si stava perdendo o quando si voleva strafare. Insomma un po’ Mr. Wolf nel film “Pulp Fiction” di Quentin Tarantino: risolve problemi.

Per qualcuno il calcio è rimasto come passione, per altri è diventato un mestiere. Come per Mario Rui, il terzino portoghese che tanto bene ha fatto a Empoli e ora gioca nel Napoli. Chiamatela coincidenza, ma anche Mario Rui è stato un devoto del nostro mito Larcos:

Ricordo che alla Play tutti i nomi erano sbagliati. La coppia d’attacco era Ronaride -Roberto Larcos, ovviamente Ronaldo e Roberto Carlos. Come tutti mettevo Roberto Carlos in attacco perché era piccolo, velocissimo e aveva un tiro impressionante. Da lì ha cominciato a piacermi e non so se sia stato il destino, ma ho cominciato anche io a giocare da terzino…

 

Insomma, tra Chalivert, Batutista e tutti i leggendari calciatori della Master League (Castolo su tutti), Roberto Larcos sale sul gradino più alto del podio. E qualcuno, preso da una botta di nostalgia, ha deciso di ricreare l‘incredibile punizione da centrocampo tutta carica d’effetto, a 115 km/h, che il giocatore passato dall’Inter e divenuto leggenda nel Real Madrid, segnò con la Seleçao contro la Francia nel 1997. Oltre ai pali spigolosi, trovate altre differenze?

Da un lato uno strapotere straboccante, intinto di pomposità e megalomania, la brama di far vedere a tutti la supremazia della razza ariana e della Germania nazista. Dall’altro un ragazzo di 23 anni, nero proveniente da una famiglia povera americana del Sud, durante gli anni difficili della depressione degli Stati Uniti.
Ancora, da un lato Adolf Hitler che vuole sfruttare l’eco di un evento sportivo magnifico come l’olimpiade per fare propaganda, dall’altro il ragazzo che eclisserà in quell’istante il Führer e che legherà il suo nome per sempre allo sport e alla narrazione dell’Olimpiade del 1936 a Berlino.

Jesse Owens, il velocista e lunghista statunitense che veniva dall’Alabama, capace di vincere quattro medaglie d’oro nella stessa edizione dei Giochi Olimpici. Nessuno come lui nell’atletica leggera. Un primato solo eguagliato dal connazionale Carl Lewis alle Olimpiadi di Los Angeles nel 1984.
Settimo di dieci figli di un agricoltore, nato il 12 settembre 1913, il suo vero nome era James Cleveland: si faceva chiamare J.C. che se letto all’inglese ha il suono “Geisi”. Da qui Jesse il passo è breve anche perché a causa del suo accento marcato, a scuola la maestra capì Jesse e iniziarono a chiamarlo tutti così.

 

Jesse Owens ha vinto di nuovo - John Doe - Medium

Il legame che lega l’atleta statunitense alle Olimpiadi di Berlino è forte, viscerale e trascina con sé tante altre storie che inquadrano la difficile impresa di questo ragazzo. Il 3 agosto vinse i 100 metri, il 4 agosto il salto in lungo, il 5 agosto i 200 metri e il 9 agosto la staffetta 4×100. Owens, sazio di successi e non sapendo che era prossimo a stabilire un record storico, disse di rinunciare alla staffetta per lasciare il posto alle riserve che, secondo lui, meritavano un po’ di spazio e di gloria. «Giammai», dissero i dirigenti che spinsero per vederlo gareggiare.

Si è detto tanto del saluto-non saluto di Hitler al corridore americano: lui stesso ha smentito una cerca narrativa che vedeva il dittatore tedesco lasciare anticipatamente lo stadio per non dover stringere la mano al ragazzo nero. In realtà ciò non accadde. Ma fu un eroe senza patria: Owens, tornato in America, non ricevette l’omaggio del presidente Roosevelt, in un’epoca in cui vigeva la segregazione razziale in un momento di piena campagna elettorale.

Ma Jesse Owens è stato tanto altro, anche prima dell’Olimpiade. E se l’impresa berlinese è irripetibile e immortale quella del 25 maggio 1935 è davvero titanica. Nel giro di 45 minuti, al Big Ten meet di Ann Arbor, nel Michigan, Jesse stabilì tre record del mondo, eguagliandone un quarto: salto in lungo con la misura di 8,13 metri, 220 iarde piane in rettilineo (20″3), 220 iarde a ostacoli in rettilineo (22″6, primo uomo a scendere sotto i 23″), ed eguagliò quello delle 100 iarde (9″4). Ma non è tutto: fece anche i record delle 100 e delle 220 iarde, ma quelle sono distanze americane che non si corrono alle Olimpiadi.

I più grandi 45 minuti nella storia dello sport. Un record ogni 10 minuti circa di media. Sport Illustrated, ironizzando, ha scritto:

Per trovare una simile scala di successo bisogna percorrere il campo dell’arte e pensare a Mozart che in solo sei settimane ha composto le sue ultime tre sinfonie nell’estate del 1788 o di Shakespeare che scrive “Enrico V”, “Giulio Cesare” e “Come vi piace” nello stesso anno

Non è una leggenda, è tutto vero. Ma non solo: cinque giorni prima della competizione, Owens cadde dalle scale del suo dormitorio presso l’Ohio State University. E la stessa mattina de 25 maggio, la situazione non migliorò: secondo i documenti dell’epoca, i compagni lo aiutarono a scendere dalla macchina del team e, una volta arrivato allo stadio, il ragazzo di Alabama non riusciva nemmeno a piegarsi.
Poi si fece un bagno caldo di mezz’ora e corse verso il trionfo e la storia

Jesse Owens' Nazi-era Olympic medal up for auction | The Times of ...

“Benvenuti allo show della Williams”. Improvvisato alla bell’e meglio su un vassoio rigido e scritto con pennarello nero, Richard esibisce questo cartello dalla tribuna del Tennis Center at Crandon Park di Key Biscayne, in Florida. E’ il 28 marzo 1999 e a sfidarsi nella finale femminile del Lipton Championships ci sono le sue due figlie, Serena e Venus.

L’inizio di una nuova, avvincente e dominante era del tennis era appena iniziata. Con due ragazze di appena 17 e 18 anni. Quel giorno andò in scena la prima finale tra due sorelle in un grande torneo di tennis dal 1884, quando nel match decisivo del torneo di Wimbledon si erano affrontate le britanniche Maud e Lillian Watson.

L'almanacco del 26 marzo: e venne l'ora del Williams Show

Due giorni prima, il 26 marzo, Serena Williams aveva battuto nella prima semifinale Martina Hingis, allora la numero uno del mondo, in due set 6-4 7-6(3). A quella prima impresa fece immediatamente seguito l’affermazione della sorella Venus sulla fuoriclasse tedesca Steffi Graf (6-2 6-4 il punteggio).

Serena è stata numero uno del mondo per 319 settimane, terza nella classifica all-time (dietro a Steffi Graf con 377 e Martina Navrátilová con 331); è però al primo posto per settimane consecutive da migliore in graduatoria (186, al pari di Steffi Graf). Venus, invece, è la giocatrice che dal 2000 detiene il record della serie più lunga di successi consecutivi, grazie alle 35 vittorie di fila dal torneo di Wimbledon del 2000 alla finale di Linz. In più è l’unica giocatrice in attività, insieme ovviamente a Serena, ad aver partecipato a tutte le finali del Grande Slam, sia nel singolare che nel doppio.

In totale, nel doppio, hanno vinto 14 tornei del Grande Slam e tre medaglie d’oro alle Olimpiadi. Quel torneo, lo vinse Venus, battendo la sorella 6-1 4-6 6-4.

Serena and Venus Williams: The sisters used to write their own ...

Questione di “loyalty”, di fedeltà. Quella di Paolo Di Canio verso il West Ham e quella del West Ham e di tutta la tifoseria verso l’ex calciatore. Non solo perché con gli Hammers, Di Canio ha giocato quattro stagioni e mezza, ma anche perché è la maglia che ha indossato per più partite, 135, e con cui ha segnato anche il maggior numero di gol, 51 tra Premier League e coppe.

A proposito di reti e di come entrare nel cuore dei tifosi dalla porta principale. Il 31 gennaio 1999, contro il Wimbledon, il giocatore romano fa il suo esordio con il West Ham. Ancora contro il Wimbledon, il 26 marzo 2000, realizza QUEL gol in sforbiciata. Per il magazine FourFourTwo è il terzo più bel gol nella storia della Premier League, per i tifosi di quella parte di Londra che hanno tatuato sulla loro pelle l’inno “I’m Forever Blowing Bubbles” è semplicemente il gol più bello di sempre realizzato nel vecchio stadio, il Boleyn Ground o Upton Park, casa dal 1904 fino al 2016.

In oltre un secolo di partite, la rete di Di Canio svetta su tutte le altre. Destro al volo, in area di rigore, da posizione defilata su perfetto cross di Trevor Sinclair. Nota a margine con un filo di nostalgia: l‘azione è partita da Marc-Vivien Foé che intercetta il pallone a centrocampo e apre con un sventagliata sul lato destro.

Trevor ha avuto un grande ruolo, il suo passaggio fu assolutamente fantastico. Se la palla non fosse arrivata in quel modo, non sarei riuscito a calciarla così bene. Ad essere onesto, non so come abbia fatto quel gol. In allenamento provavamo spesso un’azione simile, ma io calciavo da centro area. Da una posizione così defilata è stato molto, molto, molto difficile. Devo ringraziare Trevor e Dio, per me è stato un momento magico, anche se non era una finale di Champions League.

Risultato immagini per paolo di canio west ham

Con questa danza su tacchetti, Johan Cruijff ha ammaliato il titano Crono, governatore del Tempo, colui che ha regnato nell’Età dell’Oro, narrata da Esiodo e che ha accolto Cruijff non nella stirpe umana mortale, ma più su, tra gli dei immortali. Con questa giocata di poco meno di due secondi, l’olandese è volato fin lassù, nel mondo dell’eterno: nella vita che sfugge e corre, che dimentica ciò che abbiamo fatto ieri, questo frame è riuscito a rimanere bello, cristallizzato e atemporale per generazioni e generazioni.

Con lo scorrere degli anni via via è sfumato il contorno: che partita è? In quale stadio siamo? Com’è finita l’azione?

L’immortalità è qui, in una giocata semplice, di quelle che si imparano sin da bambino per fregare l’amichetto. Immortale sarà lui, il 14 arancione e il nostro dilemma sulla corretta pronuncia dell’olandese: sarà Cruiff, Craiff o Cröiff?! Fermatevi e riflettere: quali due secondi della vostra vita scegliereste per essere eterni?

Ora è lui che regna nell’Età dell’Oro del calcio. Hendrik Johannes “Johan” Cruijff

(La “Cruyff turn” si è vista per la prima volta nel Mondiale del 1974, il 19 giugno nel match tra Olanda e Svezia)