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Giovanni Sgobba

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C’è chi sognerebbe di scendere in campo solamente per una partita, solamente per un tempo, solamente per poter dire di aver vissuto l’emozione della Champions League. C’è chi arriva a fine carriera, c’è chi la vedrà eternamente davanti al televisore. E poi c’è chi, dal suo debutto nel 1999, continua per lunghi e ininterrotti anni a provare la pelle d’oca quando sente l’inno. Da 20 lunghi anni, nessuno come Iker Casillas conosce la competizione europea per club meglio delle proprie tasche.

Sceso in campo per difendere i pali del Porto contro lo Schalke 04, nel match della prima giornata di Champions League, il 37enne spagnolo ha superato Ryan Giggs fermo a 19 stagioni ed è diventato il primo calciatore in assoluto a tagliare questo traguardo. La sua avventura inizia il 15 settembre 1999, in Grecia, nella partita finita 3-3 tra Olympiacos e Real Madrid.

Pensateci: è già un successo mirabile giocare a calcio per due decenni, farlo ancora ai massimi livelli assume tratti epici. Ma c’è di più: Casillas è il più giovane portiere ad aver vinto la Champions League perché nella finale del 2000, in occasione del 3-0 tra Real Madrid e il Valencia, aveva 19 anni e quattro giorni.

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Lui, del Real Madrid, è stato una bandiera apprezzata e amata; poi qualcosa si è inceppato con l’arrivo in panchina di José Mourinho che, nell’estremo difensore, vedeva la talpa dello spogliatoio che destabilizzava l’ambiente e decise di farlo fuori. Lui è rimasto lì, composto e rispettoso, e si è preso la sua rivincita alzando nuovamente la coppa dalle grandi orecchie con l’arrivo di Carlo Ancelotti: quella tanto attesa Décima che mancava nella sala dei trofei del Bernabeu da 12 anni.

L’ha sollevata a Lisbona e il Portogallo è rimasto nel suo destino: dal 2015 è il portiere del Porto e, con il club lusitano, sta allungando la striscia di record e presenze. Attualmente in Champions ha toccato quota 172 gettoni, verrà superato probabilmente da Cristiano Ronaldo, 14 presenze in meno e anche con 16 partecipazioni alla Champions League.

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Ma Iker non sembra voler mollare, ha la testa sulle spalle e, forse, anche questo è un successo non meno scontato per essere uno che ha avuto davanti a sé una generazione di galattici. Casillas, infatti, parlando delle sue umili origini ha detto:

Non sono Galáctico, sono di Mostoles

Stamford Bridge, ottavi di ritorno della Champions League, 14 marzo 2012. Un’eternità soprattutto se si pensa al calcio e a quanto tutto può cambiare di stagione in stagione. La grande rimonta del Chelsea contro il Napoli, in grado di ribaltare il 3-1 dell’andata, vincendo ai tempi supplementari per 4-1. A vedere con gli occhi di oggi la carriera di Daniel Sturridge, per l’attuale centravanti del Liverpool, quello storico match ha un altro valore profondo e intimo: è stata l’ultima partita giocata da titolare in Champions League.

Oltre duemila giorni dopo, martedì 18 settembre, il ragazzo nato a Birmingham e che ha da poco compiuto 29 anni, è tornato a giocare una partita in Europa dal primo minuto. In mezzo Sturridge ha vissuto alti e (tanti) bassi: passato al Liverpool, è stato il trascinatore assieme a Suarez nella rincorsa verso la Premier League, anno 2013-2014, sfumata all’ultima giornata. Presenze in campo 29, gol fatti 22.

 

La consacrazione che tarda ad arrivare a causa dei tanti, tantissimi, troppi infortuni che, inevitabilmente lo fanno scalare nelle gerarchie e nell’affidabilità. Il 29 gennaio 2018, con il consenso di Klopp, il Liverpool cede Sturridge in prestito breve al West Bromwich Albion, mentre i Reds giocano da protagonisti la Champions League che lui assaggia solo per 83 minuti complessivi, nella fase a girone.

Oggi la musica è diversa, anzi lui ha potuto ascoltare il famoso inno della coppa dalle grandi orecchie, stando in piedi, nell’undici titolare, avendo tutto l’Anfield tremante attorno. Il debutto dei vice-campioni contro il Paris Saint-Germain, e a lui le gambe non sono tremate. Una partita giocata senza pensare agli infortuni, ma arrampicandosi sulla sfiga per riguadagnarsi la fiducia di mister Klopp e della Kop. E gli sono bastati 30 minuti: cross dalla sinistra, Thiago Silva va a vuoto e Sturridge insacca con un colpo di testa. Esplosione di gioia e via con la sua classica esultanza danzante che troppo poco abbiamo visto negli ultimi anni.

Il match ha visto la vittoria del Liverpool per 3-2 con l’ultima rete segnata con il fiato sospeso al 92’ da Firminio, il titolare di questa squadra che è partito dalla panchina perché non al meglio dopo aver ricevuto un dito nell’occhio da Vertonghen nella partita contro il Tottenham (per questo il brasiliano ha esultato coprendosi l’occhio con il palmo della mano).

Quando Ronaldo –  Luís Nazário de Lima – compie gli anni, per il web è sempre una bella occasione per spulciare vecchie giocate, foto retrò, numeri da circo tra sbuffi e sospiri pensando alla sua forza, alle sue vittorie e a quello che poteva fare ancor di più se le ginocchia non l’avessero tradito.

Eroe del Mondiale 2002 del Brasile, eroe mancato quattro anni prima, nella finale persa senza attenuanti per 3-0 contro la Francia e tutto l’alone di mistero che circondava il suo stato di salute. Di Coppe del Mondo, in realtà, la stella brasiliana ne ha vinte due, la prima nel 1994 anche se da comprimario.

Del Fenomeno, di quello che ha lasciato nella nostra memoria, sappiamo quasi tutti. Sul suo giorno di nascita, invece, aleggia un aneddoto. Si festeggia il 18 o il 22 di settembre? 

Ebbene Ronaldo, terzo figlio di Nelio Nazario de Lima e Sonia dos Santos Barata, nacque nel quartiere di Bento Ribeiro, nella zona nord-ovest di Rio de Janeiro, non il giorno 22, ma quattro giorni prima, il 18! I genitori lo chiamarono “Ronaldo” in onore del medico Ronaldo Valente, che fece nascere il bambino, ma la madre si attardò nel registrarlo all’anagrafe e lo fece quattro giorni dopo.

Un’inchiesta del giornalista-scrittore James Mosley, autore di Ronaldo : the journey of a genius, dopo una serie di ricerche si è accertato: Ronaldo nacque effettivamente nato il 18 settembre 1976.

Ronaldo, con la maglia del Brasile, è riuscito a diventare il miglior marcatore delle fasi finali dei Mondiali: in tre edizioni ha infatti segnato 15 gol (4 nel 1998, 8 nel 2002 e tre nel 2006), record battuto nel 2014 da Miroslav Klose, uno in più di Gerd Müller, precedente detentore del record, e due più di Just Fontaine (13).

Ai nastri di partenza c’è sempre qualcun altro dato per favorito. Sistematicamente. Ci sono Cristiano Ronaldo e Messi e fin qui va bene. C’è Momo Salah dopo la roboante stagione passata con il Liverpool, ed è comprensibile anche questo. Però poi ci sono i vari Mbappé, Kane, Neymar, Lewandowski e così via. Antonie Griezmann parte sempre in seconda o in terza fila, anche se un Mondiale con la Francia l’ha vinto da protagonista, anche se ha solo 27 anni, anche se ha sollevato al cielo l’Europa League e la successiva Supercoppa europea. Il tutto nell’anno 2017-2018.

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E poi c’è il palcoscenico europeo per eccellenza, la Champions League. Il ragazzo nato a Mâcon c’è entrato di prepotenza e per la via lunga. Che significa segnare un gol memorabile al suo esordio non con la maglia di una squadra francese (sempre attenti alla crescita e a valorizzare i talenti “fatti in casa”), ma con la casacca del Real Sociedad. E’ il 28 agosto 2013, la squadra spagnola si gioca l’accesso alla Champions in un preliminare andata e ritorno contro l’Olympique Lione.

Allo Stade de Gerland, il match finisce 2-0 per gli ospiti con Le petit diable (il piccolo diavolo) che sblocca la gara al 17’ con un mezza rovesciata poco dentro l’area di rigore da far strabuzzare gli occhi a tutti i presenti allo stadio. E a far mordere le labbra anche a qualcuno della dirigenza del club transalpino.

Sì perché il piccolo Antonie è cresciuto a 70 chilometri da Lione e, prima di essere tesserato dalla Real Sociedad che lo vede nel 2005, all’età di 14 anni, in’amichevole giovanile, ha fatto di tutto per poter entrare nel club che ha visto giocare Benzema e Juninho Pernambucano (per citare i primi due). A ricordarlo è Gerard Bonneau, capo degli osservatori del Lione:

Non prendere Griezmann è stato il nostro più grande errore in molti anni, un errore storico. Veniva qui tutti i mercoledì, per giocare l’amichevole tra la nostra squadra e i ragazzi della zona che organizziamo al fine di trovare nuovi talenti, si faceva 70 chilometri per inseguire la nostra maglia. Alla fine abbiamo deciso di non tesserarlo, e due anni dopo è andato alla Real Sociedad. Non l’abbiamo scartato perché era troppo piccolo, la verità è che avevamo già tre giocatori del ’91 che promettevano molto bene

Erano Lacazette, Grenier e Tafer (che dal 2014 gioca nel San Gallo, in Svizzera, e ha scelto la nazionale algerina). Quella stessa estate Griezmann passa dalla Sociedad all’Atletico Madrid cucendo, giorno dopo giorno, piccole pezze di storia del club colchoneros. Non è un esiliato francese, non avrà il dente avvelenato, ma quando incontra un club connazionale, il piccolo diavolo sorride e si infiamma. Il 16 maggio 2018 durante la finale di Europa League, per esempio, sigla una doppietta che consente all’Atletico di vincere per 3-0 contro il Marsiglia.

Parte sempre in seconda o in terza fila, non viene considerato per la vittoria del Pallone d’Oro? Pazienza, tanto alla fine i trofei li alza Antonie.

Il 16 settembre per lui è un giorno speciale. Nel 2012 segna il primo gol allo stadio Olimpico con la maglia della Roma nella sconfitta per 3-2 contro il Bologna; l’anno dopo al Tardini, contro il Parma, ancora in Serie A. Nel 2015 QUEL gol contro il Barcellona da centrocampo in una notte indimenticabile di Champions League. E poi, l’anno scorso, nel 2017, il ritorno dal primo minuto dopo il lungo infortunio. E proprio al lungo calvario, durato quasi un anno, pensa Alessandro Florenzi. I fantasmi sono ritornati in mente quando, contro l’Atalanta a fine agosto, ha sentito un dolore al ginocchio. Paura e terrore per un angoscia che l’ha cambiato:

 L’infortunio mi ha toccato, mi ha fatto crescere, pensare e vedere la vita sotto tanti aspetti. Ho sempre avuto la convinzione che ci sia una via di uscita per tutto e che ci sia sempre chi sta peggio di te. Io sono riuscito a tornare a fare quello che amo; ci sono bambini, ragazzi, che non hanno avuto la stessa fortuna

La mente si fa cupa, i pensieri grigi, il timore di stare lontano dai campi ancora per molto e, chissà, poter ritornare sperando di essere ancora utile. Di poter sfrecciare ancora sulla destra, lasciarsi andare a qualche incursione per sentirsi gridare “a bello de nonna!”. Per rimettersi in piedi dall’ultimo pesante infortunio ci vollero 325 giorni con una ricaduta, il crociato del ginocchio sinistro che cede nuovamente. Una traversata nel deserto, l’ha chiamata lui e riecco i fantasmi:

Ho avuto brutti pensieri, ho pensato a tutto il percorso fatto durante la riabilitazione, al post operatorio. Il pensiero è andato anche ai miei cari, a mia moglie che inevitabilmente non ho potuto aiutare con i bambini

Sua moglie Ilenia ha pubblicato sui social una foto assieme alla figlia Penelope e Florenzi. Lui sorride, al ginocchio ha solo un cerotto, segno che il suo nuovo rientro è alle porte. Nella partita di ripresa contro il Chievo dovrebbe potercela fare per la panchina. Per essere con la sua squadra il 16 settembre. Il suo giorno speciale.

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Nike e Michael Jordan è stata un’accoppiata stra-vincente non solo nei parquet della Nba, ma anche nel mondo della brand reputation. MJ con il suo numero 23 (e anche 45) cucito sulle spalle, la sua esplosione nei Chicago Bulls ha spaccato il modo di vedere lo sport, diventando il primo sportivo macchina da soldi.
La Nike, nel 1985 e con discreta lungimiranza, aveva realizzato una linea di calzature sportive, “Air Jordan”, dedicate esclusivamente al campione della pallacanestro. Dalle scarpe da basket, poi, il marchio che si ispira alle famigerate doti spettacolari del cestista, si è aperto a tutto l’abbigliamento.

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Rimanendo sempre all’interno dei confini del basket. Prima di oggi. Air Jordan, infatti, ha raggiunto un accordo storico con il Paris Saint-Germain, squadra di calcio capitolina francese, che diventa così il primo club fuori dal mondo della palla a spicchi a sostituire lo swoosh di Nike con l’icona del Jordan volante. L’accordo prevede la presenza del nuovo logo sulle maglie da calcio per la stagione di Champions League 2018-2019.

 

Per quanto riguarda la partnership, la collezione Jordan Brand x Paris Saint-Germain comprende due completi da gioco, calzature e abbigliamento. Le divise sono prevalentemente in bianco e nero, con dettagli rossi che saranno utilizzati come terzo e quarto kit del club. Il completo da portiere arriva in neretto e inserti vivaci, alludendo, per quanto riguarda i colori, alla storica maglia dei Chicago Bulls.

Uno dei punti di fuoco del licensing è la fusione dei due loghi, con il Jumpman inserito nel cuore dello stemma del club parigino. Sulla stessa lunghezza d’onda i pensieri di Jordan e del presidente del club parigino, Nasser Al-Khelaifi che commenta:

La partnership tra Paris Saint-Germain e il brand Jordan riflette l’ambizione di entrambi i marchi di combinare stile, prestazioni e innovazione. Condividiamo molti valori con il brand Jordan, che è conosciuto in tutto il mondo per il suo patrimonio sportivo e per i suoi accattivanti design contemporanei. Crediamo che sia una partnership che esalterà i nostri tifosi, ci aiuterà a raggiungere un nuovo pubblico e migliorare la nostra portata globale

 

Ci sono ambiti in cui la burocrazia e le decisioni “d’ufficio” non hanno presa. E non hanno nemmeno la presunzione di potercela avere. La Lega di Serie A, come atto dovuto avallato dai 20 club della massima serie italiana, ha confermato la deroga, concessa alla Fiorentina, al regolamento sulla fascia da capitano. Non quella, in buona sostanza, che da quest’anno uniformerà tutte le braccia dei capitani, ma la Fiorentina e solo la Fiorentina potrà continuare a indossare la fascia speciale in ricordo dello scomparso difensore Davide Astori.

Data l’eccezionalità del caso e su richiesta della stessa società viola, il presidente della Lega, Gaetano Micciché, ha parlato di «scelta doverosa», sottolineando anche che la norma sulla standardizzazione delle fasce da capitano, introdotta in questo campionato, è nata su richiesta delle stesse società nel 2017 e che è necessaria perché, aggiunge:

Abbiamo bisogno come mondo dello sport di darci delle regole, se un’assemblea o un consiglio decide una regola non può esistere che un capitano, che rappresenta una città e una squadra, non la accetti. Giusta o sbagliata che sia, troverei triste se i capitani non la accettassero

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Davide Astori è diventato capitano della Fiorentina nella stagione 2017-2018 dopo la partenza di Gonzalo Rodriguez. La fascia che indossava è un omaggio di una delegazione di tifosi viola che, durante i primi giorni di febbraio 2018, ha fatto visita alla squadra nel centro sportivo e ha donato a Davide la fascia con i colori e i simboli dei quattro quartieri della città.

Dopo la morte di Davide a Udine, il 4 marzo 2018, la fascia è passata sul braccio di Badelj e, per la stagione 2018-2019, spetta a German Pezzella. Rispetto a quella “originale”, però, c’è una scritta in più che la rende ancor più preziosa e speciale: la sigla DA13 in onore del compagno (13 era il suo numero di maglia).

 

Da un lato uno strapotere straboccante, intinto di pomposità e megalomania, la brama di far vedere a tutti la supremazia della razza ariana e della Germania nazista. Dall’altro un ragazzo di 23 anni, nero proveniente da una famiglia povera americana del Sud, durante gli anni difficili della depressione degli Stati Uniti.
Ancora, da un lato Adolf Hitler che vuole sfruttare l’eco di un evento sportivo magnifico come l’olimpiade per fare propaganda, dall’altro il ragazzo che eclisserà in quell’istante il Führer e che legherà il suo nome per sempre allo sport e alla narrazione dell’Olimpiade del 1936 a Berlino.

Jesse Owens, il velocista e lunghista statunitense che veniva dall’Alabama, capace di vincere quattro medaglie d’oro nella stessa edizione dei Giochi Olimpici. Nessuno come lui nell’atletica leggera. Un primato solo eguagliato dal connazionale Carl Lewis alle Olimpiadi di Los Angeles nel 1984.
Settimo di dieci figli di un agricoltore, nato il 12 settembre 1913, il suo vero nome era James Cleveland: si faceva chiamare J.C. che se letto all’inglese ha il suono “Geisi”. Da qui Jesse il passo è breve anche perché a causa del suo accento marcato, a scuola la maestra capì Jesse e iniziarono a chiamarlo tutti così.

Il legame che lega l’atleta statunitense alle Olimpiadi di Berlino è forte, viscerale e trascina con sé tante altre storie che inquadrano la difficile impresa di questo ragazzo. Il 3 agosto vinse i 100 metri, il 4 agosto il salto in lungo, il 5 agosto i 200 metri e il 9 agosto la staffetta 4×100. Owens, sazio di successi e non sapendo che era prossimo a stabilire un record storico, disse di rinunciare alla staffetta per lasciare il posto alle riserve che, secondo lui, meritavano un po’ di spazio e di gloria. «Giammai», dissero i dirigenti che spinsero per vederlo gareggiare.

Si è detto tanto del saluto-non saluto di Hitler al corridore americano: lui stesso ha smentito una cerca narrativa che vedeva il dittatore tedesco lasciare anticipatamente lo stadio per non dover stringere la mano al ragazzo nero. In realtà ciò non accadde. Ma fu un eroe senza patria: Owens, tornato in America, non ricevette l’omaggio del presidente Roosevelt, in un’epoca in cui vigeva la segregazione razziale in un momento di piena campagna elettorale.

Ma Jesse Owens è stato tanto altro, anche prima dell’Olimpiade. E se l’impresa berlinese è irripetibile e immortale quella del 25 maggio 1935 è davvero titanica. Nel giro di 45 minuti, al Big Ten meet di Ann Arbor, nel Michigan, Jesse stabilì tre record del mondo, eguagliandone un quarto: salto in lungo con la misura di 8,13 metri, 220 iarde piane in rettilineo (20″3), 220 iarde a ostacoli in rettilineo (22″6, primo uomo a scendere sotto i 23″), ed eguagliò quello delle 100 iarde (9″4). Ma non è tutto: fece anche i record delle 100 e delle 220 iarde, ma quelle sono distanze americane che non si corrono alle Olimpiadi.

I più grandi 45 minuti nella storia dello sport. Un record ogni 10 minuti circa di media. Sport Illustrated, ironizzando, ha scritto:

Per trovare una simile scala di successo bisogna percorrere il campo dell’arte e pensare a Mozart che in solo sei settimane ha composto le sue ultime tre sinfonie nell’estate del 1788 o di Shakespeare che scrive “Enrico V”, “Giulio Cesare” e “Come vi piace” nello stesso anno

Non è una leggenda, è tutto vero. Ma non solo: cinque giorni prima della competizione, Owens cadde dalle scale del suo dormitorio presso l’Ohio State University. E la stessa mattina de 25 maggio, la situazione non migliorò: secondo i documenti dell’epoca, i compagni lo aiutarono a scendere dalla macchina del team e, una volta arrivato allo stadio, il ragazzo di Alabama non riusciva nemmeno a piegarsi.
Poi si fece un bagno caldo di mezz’ora e corse verso il trionfo e la storia

Quindici anni di carriera in una sola istantanea. Anzi, in una sola maglia realizzata cucendo lembi di tutte le casacche oranje che Wesley Sneijder ha indossato in vita sua. E’ lo speciale ringraziamento con cui l’ex calciatore dell’Inter ha voluto dire addio alla sua lunga esperienza con la nazionale olandese, chiusa ufficialmente giovedì 6 settembre 2018 con la vittoria in amichevole per 2-1 dell’Olanda sul Perù.

 

Seduto su un divano al centro del campo alla Johan Cruijjff Arena di Amsterdam guardando il “best of” delle sue giocate, assieme a sua moglie e ai suoi figli. E tutt’attorno i tifosi intonavano per l’ultima volta il suo nome, mentre Wesley non ha saputo trattenere le lacrime.

Dal suo esordio in nazionale maggiore, a 18 anni e 10 mesi, voluto da Dick Advocaat e mandato in campo il 30 aprile 2003, passando per una sola presenza nell’Under 21, il mese prima, l’avventura arancione del 34enne di Utrecht è stata entusiasmante e inarrivabile: l’eroe del triplete nerazzurro è il recordman di presenze con l’Olanda (134 gettoni) dopo aver superato Van der Sar nel giugno 2017, nessuno meglio di lui anche al Mondiale sia per presenze (17 come Van Persie) sia per numero di gol in una singola edizione (5 in Sudafrica). Ma c’è dell’altro: Wes ha segnato 31 reti, due in più di una leggenda come Cruijff.

Indelebile il ricordo soprattutto della cavalcata del Mondiale del 2010, concluso solo in finale al cospetto della Spagna e di Iniesta. Così sulla maglia piena di “toppe”, oltre al numero 10, campeggia sulla manica sinistra la patch della manifestazione sudafricana e sotto al logo della nazionale olandese, il tributo al match contro il Brasile del 2 luglio 2010 deciso proprio dalla doppietta del fantasista (il secondo gol, inusuale, di testa).

Esploso nell’Ajax, fucina di talenti, Sneijder è stato al Real Madrid prima di passare all’Inter di Mourinho che l’ha consacrato come tra i migliori nel panorama mondiale. Successivamente ha giocato nel Galatasaray, nel Nizza e dal gennaio 2018 è nell’Al Gharafa, formazione del Qatar.

 

 

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This T-shirt is made of all the shirts I played in for the Dutch national team in the last 15 years!! ⚽️? #GreatPresent

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Se ti trovi sulla linea marrone puoi scendere alla fermata “Lionel Messi” e da qui prendere la gialla; oppure se ti trovi sulla nera dalla fermata “Roger Federer” si potrebbe arrivare a “Nadia Comaneci” e salire sulla metro che porta alla fermata “Pietro Mennea”. Un viaggio iperfuturistico nella storia vincente dello sport? No, è stato prendere la metropolitana di Londra durante le Olimpiadi del 2012.

Una boutade rimasta solo su carta realizzata da Alex Trickett, curatore Bbc della sezione sportiva e da David Brooks, studioso di sport, ma che ha omaggiato i tanti atleti che tra record, battaglie, sfide e medaglie si sono ritagliati un posto nell’olimpo eterno.
Dall’atletica, al basket passando per il calcio, il nuoto e il tennis, ben 361 nomi, uno per ogni fermata della storica linea metro della capitale inglese inaugurata il 10 gennaio 1863. E tra loro, come visto, c’era anche Pietro Mennea, la “Freccia del Sud” come veniva soprannominato, una coincidenza ironica e anche un po’ beffarda visto che il suo Sud è spesso bistrattato e poco collegato con il resto d’Italia e dell’Europa.

Ma questo riconoscimento è un ulteriore spilla al valore e alla grandezza dell’atleta nato a Barletta il 28 giugno 1952 e prematuramente scomparso a Roma il 21 marzo 2013, a causa di un tumore.
Per 17 anni è stato il detentore del record mondiale sui 200 metri piani, che aveva corso nel 1979, in Città del Messico, in 19 secondi e 72 centesimi. Quel tempo, battuto nel 1996 dallo statunitense Michael Johnson (anche lui presente nella metro londinese) è tuttora il miglior tempo di sempre fatto registrare da un europeo.
Mennea, inoltre, è anche l’unico atleta a essersi qualificato per quattro finali olimpiche consecutive, dal 1972 al 1984.

Avrà sorriso nel vedere una fermata della London Underground ribattezzata con il suo nome (è la High Street Kensington tube station, per l’esattezza) accanto ad altri italiani come Dorando Pietri, Paola Pezzo, Paolo Bettini, Edoardo Mangiarotti e i fratelli Abbagnale.
L’onore, invece, di rappresentare le due fermate più vicine al parco olimpico, Stratford e Stratford International, è andato a Michael Phelps, l’atleta più titolato nella storia delle Olimpiadi moderne con 23 medaglie d’oro, e a Cassius Clay, come si chiamava quando vinse l’oro nel pugilato, categoria pesi massimi, ai Giochi di Roma del 1960, prima di diventare Muhammad Ali.

Il pugile e il corridore pugliese si incontrarono una volta, in California: Mennea venne presentato a Muhammad Ali come l’uomo più veloce del mondo. «Ma tu sei bianco!», gli disse Cassius Clay; «Ma dentro sono più nero di te», rispose Pietro.
E’ vero: il barlettano correva più forte dei bianchi dell’Est e dei neri dell’Ovest. Da ragazzino per racimolare un po’ di soldi, sfidava le macchine in una gara di velocità: in 50 metri correva più veloce delle Porsche e delle Alfa, per guadagnarsi 500 lire che gli avrebbero permesso di andare al cinema assieme alla ragazzina che voleva conquistare.

Lo spirito di Mennea è racchiuso nella sua determinazione. Non era dotato di caratteristiche fisiche eccelse, non era scultoreo, si è dovuto costruire da solo, costantemente, ogni giorno – festività incluse – in allenamento. Raggiungere un obiettivo, metterselo in testa e riuscirci. Del resto lui diceva:

La fatica non è mai sprecata: soffri, ma sogni