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«In queste condizioni non è giusto rimanere», Repubblica, 10 gennaio 1997.

«Arrigo Sacchi sta distruggendo il Milan», Corriere della Sera, 4 febbraio 1997.

Christian Panucci, in quell’inverno di fine anni ’90, ha 23 anni. Ad aprile ne farà 24. E’ già uno dei terzini più affermati in Italia: giovanili con il Veloce nella sua Savona e al Genoa. Poi, nel 1993, la chiamata dal Milan, padrone assoluto in Italia e in Europa in quegli anni: con i rossoneri vince tutto, due scudetti, una Champions League, due Supercoppe italiane e una Supercoppa europea. Capitano dell’Under 21 che vince due Europei di categoria (1994 e 1996), ha già esordito in Nazionale maggiore pur non disputando gli Europei in Inghilterra.

Christian Panucci è giocatore di livello internazionale, ma è anche un tipo un po’ spigoloso. Carattere irascibile, in campo ara la fascia di competenza con il vizio del gol senza perdere un’altra propensione. Quella alla polemica. Litiga con tutti: arbitri, avversari, compagni di squadra, allenatori. Soprattutto allenatori.Nella biografia disponibile su cinquantamila.corriere.it dice di sé:

Sono uno che ha sempre detto ciò che pensava, senza giri di parole. Dalla mia c’è la costanza: ho lavorato, fatto sacrifici, la serietà non è stata mai messa in discussione. Basta chiedere a chi ha giocato con me

Due i tecnici che mal sopporta. Uno quello per cui andrebbe anche in guerra. Con Arrigo Sacchi non ha mai legato: al calcio totale e dogmatico del vate di Fusignano, Christian preferisce quello pratico e senza fronzoli di Fabio Capello. Per il tecnico di Pieris è pronto a tutto. Anche a trasferirsi in Spagna, a Madrid.

Stagione 1996-1997: dopo il quinquennio d’oro di Capello, passato alla storia con il suo Milan degli Invincibili tra coppe e record disseminati un po’ ovunque, i rossoneri voltano pagina e scelgono l’uruguaiano Oscar Tabarez, messosi in mostra a Cagliari. L’anno parte male con la sconfitta in Supercoppa con la Fiorentina. I risultati in campionato sono deludenti: fuori dalla Coppa Italia, sconfitto dal Vicenza (che poi vincerà la competizione), distante dalla Juve in campionato.
Berlusconi decide che può bastare così: via Tabarez, sì al ritorno nostalgico di Arrigo Sacchi. La minestra riscaldata però non funziona: nonostante una squadra con la storica ossatura (Tassotti, Baresi, Maldini, Baggio, Savicevic, Boban, Donadoni a cui si aggiungono Weah e Desailly), il Milan viene eliminato nei gironi della Champions per mano del Rosenborg.

Lo spogliatoio è in ebollizione, a gennaio partono le epurazioni: il primo a pagare è proprio Panucci.

Sacchi ha voluto la mia cessione perché in realtà non mi ha mai potuto vedere. Lui è vendicativo e non mi ha perdonato le dichiarazioni polemiche di tre anni fa. Io sono uno di personalità e quelli come me gli danno fastidio. Con lui, chi non si adegua finisce male. Sacchi concepisce soltanto i “signorsì” 

(Archivio storico – Corriere della Sera)

Fabio Capello intuisce gli spifferi che arrivano da Milanello e piazza il colpo. E’ alla sua prima stagione a Madrid e manda il presidente Lorenzo Sanz in Italia, a Linate, a trattare con Ariedo Braida e Adriano Galliani. Negoziati flash, l’accordo si trova subito: cessione a titolo definitivo per poco più di 8 miliardi.

Il 9 gennaio 1997 Christian Panucci diventa il primo giocatore italiano ad indossare la camiseta blanca del Real Madrid.

Mi piange il cuore all’idea di lasciare il Milan, che mi ha dato ricchezza e cultura. E’ una decisione che cambia la mia vita: non è facile lasciare il proprio paese a 23 anni, questa notte non ho chiuso occhio 

(Archivio storico – Repubblica)

Contratto quadriennale fino al 2001, ingaggio da due miliardi netti a stagione.

Madrid e la Ciudad Deportiva sono la Hollywood del calcio. La realizzazione massima per un calciatore. Personalmente una soddisfazione incredibile perché sei al livello più alto, ti senti arrivato. Il Real Madrid è tutto. Guadagna più di tutti, ha il budget più grande di tutti, il marketing sconfinato. Questo significa avere una pressione clamorosa per tutta la stagione, perché non è solo una società di calcio, ma anche una questione politica. Gli avversari quando ti affrontano percepiscono questo carisma esagerato 

(Gianlucadimarzio.com)

Panucci è subito protagonista al Bernabeu, con Roberto Carlos (liquidato frettolosamente dall’Inter) forma una coppia di terzini di sicuro avvenire. Vince subito una Liga al primo anno, poi nel 1998 il trionfo europeo con la Champions League vinta ad Amsterdam contro la Juventus con gol di Mijatovic. L’allenatore delle merengues è Jupp Heynckes. Il difensore ligure contribuisce così a interrompere una maledizione che perseguitava il Madrid da oltre 30 anni: la settima Coppa dei Campioni arriva a 32 anni di distanza dall’ultima.

Nella penisola iberica vince anche una Supercoppa Spagnola e la Coppa Intercontinentale contro il Vasco Da Gama. Le presenze totali con i blancos saranno 99, 5 le reti.

Tornerà in Italia proprio a Milano, sponda nerazzurra. Esperienza poco fortunata anche a causa del rapporto tribolato con Marcello Lippi, con cui voleranno gli stracci (non vincerà il Mondiale 2006, sarà poi richiamato in Nazionale con Donadoni). Poi Chelsea, Monaco, Roma (soprattutto, 8 anni e oltre 300 presenze in giallorosso) e Parma. Oggi allena l’Albania dopo aver iniziato proprio con Fabio Capello nello staff della nazionale russa.

E il Milan della stagione 1996-1997? Undicesimo posto, fuori dall’Europa, peggior piazzamento in classifica dalla retrocessione nel 1981-1982 e anno nero dell’era Berlusconi. Il punto più basso viene raggiunto il 6 aprile 1997 con l’1-6 casalingo contro la Juventus.
Il sostituto di Christian Panucci in rossonero si chiama Michael Reiziger. Nell’intenzione di Adriano Galliani avrebbe dovuto aprire un nuovo capitolo olandese nel Milan assieme a Edgar Davids. Nei fatti, si rivelerà niente di più che una meteora.

Forse potevamo aspettarcelo dal Notts County visto che le divise del club inglese hanno ispirato quelle della Juventus che passò dal colore rosa ai tradizionali bianconeri più di un secolo fa, nel 1903. Non a caso i tifosi della squadra di Nottingham ancora oggi intonano il coro “It’s just like watching Juve” quando i loro beniamini sfornano una prestazione all’altezza della società campione d’Italia. E, in virtù di questo legame cromatico, proprio il Notts County è stata la prima squadra a calcare il prato dell’Allianz Stadium durante l’amichevole inaugurale dell’8 settembre 2011 (terminata 1-1 con gol di Lee Hughes per gli inglesi).

Ma che anche il Norimberga, compagine tedesca appena promossa in Bundesliga dopo quattro anni d’assenza in Zweite Liga, strizzasse l’occhio alla squadra di Allegri non poteva immaginarselo nessuno. E invece il trait d’union tra Torino e la città bavarese, distanti circa 800 chilometri, ha un nome e un cognome: Enrico Valentini.

Dopo aver sconfitto 2-0 il Sandhausen in trasferta, i giocatori tedeschi hanno centrato la matematica promozione, facendo rientro a casa in pullman. Da qui hanno postato un video su facebook in cui festeggiano il ritorno in Bundesliga in modo particolare: cantano infatti sulle note di Juve, storia di un grande amore, l’inno ufficiale della Juventus dal 2007, con la voce di Paolo Belli sul testo scritto da Alessandra Torre e Claudio Guidetti.

Non si tratta di un improvviso gemellaggio tra le due squadre, ma dell’iniziativa del capopopolo di questo momento di euforia: Enrico Valentini, difensore ventinovenne tedesco ma di chiare origine italiane. Il calciatore è, infatti, simpatizzante bianconero e deve aver contagiato i suoi compagni di squadra per festeggiare il trionfo ottenuto in campo.

Valentini, d’altronde, non ha mai fatto mistero della sua fede calcistica: basti pensare che dopo la sfortunata serata di Madrid, con l’eliminazione dalla Champions patita all’ultimo minuto con il contestato rigore assegnato dall’arbitro inglese Michael Oliver, il difensore del Norimberga ha preso lo smartphone in mano per un postare un tweet polemico: “Senza parole…#vergogna”.

Solo la sera precedente aveva esultato sempre su twitter per l’impresa della Roma contro il Barcellona, condividendo l’ormai celebre post dal profilo ufficiale del club giallorosso con “DAJEEEEE” e poi lettere messe a caso.

Chissà che queste attenzioni verso l’Italia, e la Juventus in particolare, non gli valgano una chiamata dalla serie A per la prossima stagione.

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