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Vincenzo Sarno e la sua storia di un talento non sbocciato Curiosita Sportive

Chi seguiva il calcio alla fine degli anni 90, sicuramente ricorderà la storia del talento di Vincenzo Sarno, un bambino di 10 anni acquistato dal Torino per la considerevole cifra di 120 milioni di vecchie lire. Il protagonista, ancora fanciullo, è finito su tutti i giornali e anche in trasmissioni tv di rilievo, assieme a gente come Roberto Mancini, Batistuta e Del Piero, il suo idolo.

Infortunio di Pessina per la Nations League 2021 Curiosita Sportive

L’importanza di avere molti potenziali titolari sta nel fatto che anche chi gioca poco può essere decisivo, come dimostrano Pessina e la sua Storia dell’Europeo 2020. Il giovane centrocampista dell’Atalanta, infatti, non è titolare nello scacchiere tattico dell’Italia di Mancini ma risulta fondamentale contro il Galles e, soprattutto, agli ottavi di finale contro l’Austria.

C’è del sadismo autoinflitto nel rivedere, di proposito, le immagini di Italia – Corea del Sud del Mondiale del 2002. Il Golden goal miserabilmente chiamato “the sudden death” (la morte improvvisa) dagli inglesi, l’arbitro Byron Moreno, Vieri che dilania occasioni su occasioni, Trapattoni tarantolato che se la prende con il mondo interno.
Tra le istantanee che più fanno male, però, ce n’è una in un certo senso epocale: lo stacco di Ahn che lascia a terra Paolo Maldini, preso in controtempo, e sigla la rete del 2-1 che elimina l’Italia dalla Coppa del Mondo.
Poi l’immagine del capitano azzurro, mentre tutto attorno è una bolgia rossa, che con un’espressione sofferente, si mette la mano sinistra tra i capelli, alzando il braccio che mostra visibilmente la fascia di capitano.

Fu l’ultima immagine del leader azzurro in Nazionale: il giorno dopo la stampa italiana non risparmiò indecorose critiche e Paolo, per preservare le sue ginocchia e focalizzarsi solo ed esclusivamente sul Milan, decise di salutare tutti togliendosi di dosso la maglia azzurra.
Ben 126 presenze, quattro Mondiali, uno più beffardo dell’altro. Un pegno dantesco per fargli pesare come un macigno le tantissime soddisfazioni che ha conquistato con il suo club eterno. Mentre inanellava Scudetti, Coppe dei Campioni e Campionati mondiali, in Nazionale Maldini ha preso solo tanti schiaffi.

Per questo, nonostante le numerose soddisfazioni, ha più volte detto che la semifinale di Italia ’90 contro l’Argentina è la sua delusione più grande. Tre Mondiali fatti fuori ai calci di rigore, il quarto e l’ultimo per il Golden goal: semplicemente non era il suo destino.
In terra asiatica, quel 2002, si chiuse un ciclo iniziato il 31 marzo 1988 con il debutto in Nazionale maggiore, a 19 anni, a Spalato nel match tra Jugoslavia e Italia terminato 1-1. Voluto da Azeglio Vicini che ebbe il compito di “rifondare” la squadra dopo la fallimentare spedizione nel Mondiale del 1986, Maldini fu il pilastro, nonostante la giovane età, dell’Europeo del 1988, ma soprattutto del Mondiale casalingo del 1990.

Se l’esordio è avvenuto nel 1988, ci sono voluti ben cinque anni per vederlo esultare per il primo gol con la maglia azzurra: il 20 gennaio 1993, infatti, Maldini realizza la rete del 2-0 contro il Messico:

Nelle 126 apparizioni, che lo collocano al terzo posto nella classifica assoluta di presenze alle spalle di Cannavaro (136 gettoni) e Buffon (169), Maldini ha realizzato sette reti. Dopo la prima rete, Paolo impiega due mesi per realizzare la seconda: il 24 marzo 1993 segna il 5-1 (6-1, il risultato finale) dell’Italia su Malta nel girone di qualificazione per il Mondiale del 1994:

Con Arrigo Sacchi in panchina, Maldini segna un’altra volta, l’11 novembre 1995, siglando la rete definitiva del 3-1 sull’Ucraina, questa volta nel girone di qualificazione per gli Europei dell’anno dopo. Un gol davvero davvero bello:

Il 29 marzo 1997 segna nella nuova avventura con suo padre, Cesare Maldini, come ct azzurro: il terzino sinistro apre le marcature, con una pregevole azione personale, nel 3-0 contro la Moldavia e si rifà, nello stesso girone di qualificazione, segnando il 2-0 contro la Polonia (3-0 il finale), un mese dopo, il 30 aprile 1997:

Un anno dopo, il 22 aprile 1998, nell’amichevole contro il Paraguay va nuovamente a segno in avvio, al 5’, nel match che vede l’Italia imporsi per 3-1:

L’ultima rete in azzurro la segna il 5 giugno 1999, allo stadio Dall’Ara di Bologna, contro il Galles. Sulla panchina c’è Zoff, la Nazionale gioca per conquistare l’accesso all’Europeo del 2000 e Maldini sigla la rete del 3-0, un gol che Bruno Pizzul definisce “spettacoloso”:

Rimmel è una delle cose più immense della musica italiana. L’album e l’omonima canzone che racchiudono l’arte poetica di Francesco De Gregori, videro la luce nel 1975.
Franco Baresi aveva 15 anni e, già al tempo, era soprannominato “Piscinin” prima di cedere spazio e gloria al più pomposo nomignolo di “Kaiser Franz” in onore di Franz Beckenbauer. Il paragone regge e reggerà nel corso dei decenni calcistici: Franco Baresi, genio, anticipo, tackle, purezza e scorza. Tra i più completi liberi nella storia.

Anzi no. Completo tecnicamente, incompleto e incompiuto per quello che tanto ha dato al mondo del pallone e tanto poco ha ricevuto. Pallone ingrato. Dalle pagine chiare e ricche di trionfi con il Milan, legato sempre e per sempre (altra citazione di De Gregori) ai rossoneri, alle pagine scure della Nazionale.
Dalle pagine chiare di un Mondiale, quello del ’94, che l’ha visto leader anche fuori dal campo, con il recupero record in 20 e poco più giorni dall’infortunio al menisco, alle pagine scure del triste epilogo americano. Il sogno americano frantumato dagli 11 metri.

Franco Baresi, l'ultimo difensore

Il capitano della Nazionale allenata da Arrigo Sacchi si infortunò nella sfida contro la Norvegia. Era appena la seconda partita del girone. Che si fa, si torna a casa? Nemmeno per scherzo.
Decise di operarsi immediatamente, a meno di 24 ore dall’infortunio. Voleva rientrare a tutti i costi sperando in un successo dietro l’altro dei suoi compagni di squadra. A 34 anni si è saggi e stolti abbastanza per fare di tutto pur di acciuffare l’ultimo treno della vita: un Mondiale con la fascia di capitano.
Dopo sette giorni dall’operazione lasciò la clinica, senza stampelle e raggiunge il ritiro degli azzurri. «Un miracolo», dissero gli altri strabuzzando gli occhi.

Franco non crede ai miracoli, ma li sa fare (ancora De Gregori): in difesa è il leader, elegante, ordinato, deciso e sportivo. Dopo l’operazione non aveva bisogno di allenarsi, che gli serviva? Conosceva Sacchi, Maldini, Costacurta e Tassotti. Blocco Milan sinergico e amici di tante sfide.
Rimesso in piedi e in ottime condizioni fisiche e muscolari, non così scontato se si gioca a luglio, il 17, in un clima umido che sbalzava i gradi oltre i 40°.

Franco Baresi, un nome e un numero: 6 per sempre

La finale contro il Brasile è una delle sue migliori partite si sempre. Con il numero sei sulle spalle, annienta gli attaccanti verdeoro da Romario a Bebeto. Solo i crampi lo buttano a terra, ma al 120’ dopo i supplementari e prima dei calci di rigore.
Visto i continui rimandi a De Gregori, sarebbe lineare dire che non è da questi particolare che si giudica un giocatore. Vorremmo, quasi con paterna consolazione ripeterlo ancora oggi, dopo più di 20 anni, a Franco Baresi. Sussurrargli parole dolci e di conforto dopo il tiro, travolto dalla stanchezza, calciato alto, oltre la traversa.

E’ un eroe fragile, un eroe incompiuto e forse anche per questo è eterno nei ricordi degli appassionati. Perché si è dimostrato umano. Una divinità che, a 34 anni, dopo aver recuperato in meno di un mese da un infortunio serio, dopo i rigori falliti e la coppa del Mondo alzata dal Brasile, si è lasciato andare in un genuino pianto.
La Gazzetta dello Sport gli diede 9. A un passo dalla perfezione.

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Curiosità sportive: Storie di sport, a volte poco conosciute. Approfondimenti, focus e considerazioni su avvenimenti sportivi legati ai Mondiali.