Curiosità sportive

Articolo tratto da Il Messaggero

Don Tancredi Ricca, cappellano della Basilica di Superga, stava nella sua stanza al primo piano leggendo il suo libro delle preghiere. “Alle cinque in punto della sera”, giacché quella era l’ora. L’ora in cui quindici anni prima il piccolo toro Granadino aveva incornato il grande torero Ignacio Sanchez Meijas a Manzanares, e il poeta Federico Garcia Lorca aveva scritto l’indimenticabile “lamento”.

Forse anche i 31 uomini, passeggeri ed equipaggio, che volavano sul Fiat G-212 della Ali (Avio Linee Italiane), sigla I-ELCE, sballottati dai venti in quota, il resto del cielo e della terra nascosto dalla nebbia e dalla pioggia, tanto che pur essendo il 4 maggio sembrava una notte d’inverno piemontese, recitavano le preghiere che avevano imparato da bambini. E forse anche il pilota che era ai comandi, pur avendone vissute già d’ogni tipo e d’ogni paura, giacché nel corso della Seconda Guerra Mondiale aveva gonfiato il petto a cinque medaglie al valore, pregava.
Che macabro destino per il Toro: «Quota duemila metri, qdm su Pino, poi tagliamo su Superga» furono le ultime parole che Pierluigi Meroni pilota trasmise alla torre di controllo. Erano le 17.02 di mercoledì 4 maggio 1949 e da allora sono trascorsi settant’anni esatti.

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Don Tancredi sentì solo il rombo dell’aereo che s’avvicinava: non ci fece quasi caso, ne passavano tanti su quella rotta. Anche Amilcare Rocco, muratore che abitava a pochi passi dalla Basilica, sentì quel rumore: il solito, pensò. Ma si fece sempre più assordante. E finì con un tonfo e un boato. Amilcare uscì di casa, si mise a correre insieme con qualche contadino che era già per strada, diretto verso il fuoco che veniva da dietro la Basilica. Quando arrivarono al bastione, videro la carlinga di un aereo infilzata nel muro. Don Tancredi era già lì che s’aggirava fra i resti. «Le maglie del Torino, le maglie del Torino» urlò uno, tirando su gli indumenti granata con cucito lo scudetto. Perché su quell’aereo che la mattina era decollato da Lisbona, dopo un’amichevole contro il Benfica per l’addio del capitano Francisco Ferreira, viaggiava il Grande Torino.

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Ce n’erano di quelli della squadra o dintorni che erano divenuti leggenda che per le solite fortuite casualità del Destino erano rimasti a casa: il secondo portiere Gandolfi, che aveva dovuto lasciare il posto al terzo numero uno, Dario Ballarin, probabilmente raccomandato per un viaggio premio dal fratello Aldo; il radiocronista storico Nicolò Carosio, impegnato con la Cresima del figlio; il presidente Ferruccio Novo, a letto con l’influenza; il ragazzo Primavera Luigi Giuliano che non riuscì ad ottenere per tempo il passaporto, come un disguido burocratico tenne a Roma l’invitato Tommaso Maestrelli, l’inventore poi del primo scudetto della Lazio: era in predicato di passare al Torino la stagione successiva ed era stato Valentino Mazzola a volerlo per Lisbona. Ma c’erano tutti quelli che l’Italia amava in blocco, e non perché fossero tutti torinisti i tifosi, ma perché loro erano tutti azzurri (anche 10 su 11 in campo) e perché giocavano un calcio insieme straordinario e vincente. Dal ’43 al ’49 vinsero sempre lo scudetto. Storia di altri tempi, anche loro farebbero fatica a trovare il consenso spontaneo e sincero di allora (un milione di persone al funerale), in un calcio, quello attuale, che si divide per ogni cosa.

Bacigalupo, Ballarin, Maroso, Grezar, Rigamonti, Castigliano, Menti, Loik, Gabetto, Mazzola, Ossola: era la formazione. Settant’anni fa non c’era la “rosa” e gli undici erano undici e s’imparavano a memoria, come le poesie di Carducci, Pascoli o Leopardi. Oggi molti di quei cognomi sono i nomi degli stadi dei loro luoghi natali, che così li onorano e ricordano. Bacigalupo parava anche i rigori, pure se il primo gol che prese in serie A fu su penalty, ma lo tirava Silvio Piola; avevano i loro nomignoli: c’era il “Trio Nizza”, i tre che dividevano l’appartamento in via Nizza; c’era il “cit”, il più piccolo (Maroso), c’era il “Barone” (Gabetto, il più elegante: mai un capello fuori posto). Valentino Mazzola, il più celebre e celebrato (c’è chi pensa che sia stato il miglior calciatore italiano di sempre, certo il più completo: una volta che sostituì in porta nei minuti finali l’espulso Bacigalupo, salvò il 2 a 1 contro il Genoa), è diventato lui stesso un “nomignolo”: José Altafini, in Brasile, lo chiamarono Mazzola per via di Valentino.

 

Lui da ragazzo lo chiamavano “Tulen”, barattolo in dialetto, perché faceva tutta la strada da casa al lavoro e viceversa calciando una lattina vuota: per questo imparò a farlo di destro e di sinistro, tanto che, diceva Boniperti, «non puoi dire se fosse destro o mancino». Arrivarono a Superga, altezza 600 metri, Meroni ci finì dentro giacché la strumentazione di bordo s’era bloccata sulla quota 2000, vigili del fuoco, ambulanze e popolo. Popolo d’ogni maglia. Arrivò anche l’ex commissario tecnico Vittorio Pozzo che dovette riconoscere i poveri corpi: da una cravatta, da un orologio, da un piede. Nel silenzio, la gente guardava la carlinga, l’ultimo pneumatico che bruciava, la chioma bianca di Pozzo. Lui si sentì toccare la spalla da un gigante in impermeabile bianco lungo fino alle caviglie. Il ragazzo aveva gli occhi rossi e disse soltanto «Your boys», «i tuoi ragazzi». Era John Hansen, danese che giocava nella Juve. Non ci fu maglia né tifo che tenesse, alle cinque in punto nella sera o poco dopo. Don Tancredi Ricca ora pregava e benediceva.

Onore a te fratello Andrea Fortunato. Speriamo che in Paradiso ci sia una squadra di calcio così tu possa continuare a essere felice, correndo dietro a un pallone.

Gianluca Vialli sale sull’altare da capitano della Juventus, da uomo e da compagno di squadra. Quel giovane terzino che ricordava Antonio Cabrini per i capelli e il modo di giocare non c’è più. A 23 anni non è riuscito a vincere la partita contro la leucemia. E’ il 25 aprile 1995, la sua Signora un mese dopo vincerà quell’agognato scudetto dopo nove anni di digiuno. Passerà un anno e quella squadra salirà sul trono d’Europa. Portandosi dentro il ricordo e le tracce di quel ragazzo dai capelli lunghi che correva lungo la fascia.

Un quarto di secolo dopo, quasi, Andrea Fortunato rivive nelle parole di chi l’ha conosciuto, negli spezzoni delle partite in cui si era fatto notare tanto da meritarsi la Juventus e la Nazionale. E anche la sua terra non rimosso il suo ricordo. Castellabate, comune nel salernitano noto per il film “Benvenuti al Sud”, ha deciso di intitolargli una strada. Via Andrea Fortunato porterà direttamente al Museo del calcio a lui dedicato. L’annuncio arriva dalla Fondazione Polito, parte attiva nella diffusione del passaporto ematico per la prevenzione medica tra gli sportivi. Lo stesso sindaco della città, Costabile Spinelli, ha ricordato l’ex juventino:

Era giusto farlo per ciò che ha dato al nostro calcio e per i valori trasmessi durante la sua breve carriera

I più giovani forse non lo conoscono. Ma è giusto che sappiano chi era quel talento così promettente che andava su e giù per la fascia, correndo sul quel prato che aveva sempre sognato. Andrea Fortunato nasce a Salerno il 26 luglio 1971. Cresce nelle giovanili del Como, poi lanciato in prima squadra da Eugenio Bersellini. Prelevato dal Genoa, dopo una parentesi al Pisa, si mette in luce nella stagione 1992-1993, assieme a un altro emergente, Christian Panucci.

Notato da Trapattoni, fa il grande salto nella Juventus nell’estate 1993, la stessa in cui approda a Torino un certo Alessandro Del Piero. I primi mesi sono molto positivi, titolare fisso nella difesa bianconera, segna anche un gol all’Olimpico contro la Lazio. Fa subito gruppo con i compagni di squadra, diventando grande amico di Fabrizio Ravanelli, Gianluca Vialli e Antonio Conte. Viene anche convocato in Nazionale dal ct Sacchi per la gara contro l’Estonia. Poi i primi problemi di salute che ne condizionano il rendimento.  Gli ultras ne ignorano il motivo e lo contestano (poi gli chiederanno scusa) per il suo presunto atteggiamento da lavativo. C’era ben altro dietro quella stanchezza che lo perseguitava.

La diagnosi parla chiaro: leucemia. Fortunato non demorde, lotta, ha soli 23 anni ma la testa ben piantata sulle spalle. La squadra gli è vicino, la terapia sembra riaccendere la speranza. Ma quel 25 aprile 1995 una polmonite gli risulta fatale. Non ha neanche 24 anni, getta nello sconforto tutto il mondo bianconero che nel suo dramma rivive quello di Scirea, morto qualche anno prima in un incidente stradale. Gianluca Vialli lo ricorda al funerale nella cattedrale di Salerno.

E' nata Via Andrea Fortunato, Polito: “In ricordo di un grande ...

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Curiosità sportive: Storie di sport, a volte poco conosciute. Approfondimenti, focus e considerazioni su avvenimenti sportivi legati ai Mondiali.