La storie legate alle nascite dei loghi e dei simboli sono quasi sempre un po’ surreali e particolari, come lo ‘ sicuramente quella legata alla nascita di Adidas e Puma o quella legata alla collezione Air di Nike.

Altrettanto suggestiva è il racconto che circola intorno a uno dei loghi più importanti sia a livello di immagine che a livello economico: quello del National Basketball Association (o molto più noto e più semplice Nba).

Quello che a tutti gli effetti è l’icona mondiale del basket è stata creata quasi 50 anni fa nel lontano 1969.

In quello specifico anno la Nba non era il colosso mondiale che è ora anzi doveva giocarsela molto con la sua rivale: l’American Basketball Association. Un conflitto su diversi fronti: tifosi, giocatori, media e milioni di dollari.

I membri della Nba si rivolsero al colosso americano della comunicazione e dell’immagine, la Siegel+Gale. Il fondatore dell’azienda, Alan Siegel, alla ricerca di una musa ispiratrice, fu abbagliato da un’immagine che ritraeva il cestista statunitense dei Lakers, Jerry West, in azione.

Per Siegel era la foto perfetta, che rappresentava l’essenza del basket. Uno scatto che includeva sia dinamicità che verticalità oltre all’espressione vera dell’essenza del gioco.

In realtà il collegamento West-Logo non è mai stato concretamente ufficializzato, altrimenti gli dovrebbero una quantità incredibile di soldi in diritti d’immagine. Tale storia però è ormai nota a tutti nell’ambiente, tanto che ormai il diretto interessato (è soprannominato proprio The Logo) non ne fa più mistero è ha spesso dichiarato che avrebbe preferito non essere più raffigurato in quel simbolo.

Tuttavia pare sia proprio impossibile che il logo venga cambiato dato che oramai genera una barca di soldi. Oramai l’alchimia tra West e il marchio Nba sono così intersecati che l’idea di vederne un altro, non passa nemmeno per la mente a qualcuno.

Sarebbe come togliere la mela dalla Apple o il cavallino rampante alla Ferrari.

Sono trascorsi trent’anni da quella famosa notte Nba in cui Michael Jordan segnò la storia della pallacanestro al limite del paranormale.

Era la sera del 6 febbraio 1988 e nello storico Chicago Stadium (demolito nel ’94 per far posto all’attuale United Center) andava di scena una delle finali di Slam Dunk Contest (il minitorneo Nba sulle schiacciate) più belle e avvincenti di sempre.

L’atto finale dell’evento mise a confronto due campioni dell’Nba di quel periodo, Dominique Wilkins stella degli Atlanta Hawks e appunto il grande “Air” Michael Jordan con la maglia n°23 dei Bulls.

Uno scontro bellissimo tra i due fuoriclasse al limite della perfezione e dell’equilibrio.

Infatti, Wilkins è il migliore al primo turno (96), Jordan al secondo (146, con una dunk da 50, massimo possibile) per poi ritrovarsi uno di fronte all’altro in finale. Tre schiacciate a testa, un 45 e due 50 per “The Human Highlight Film”; Jordan avrebbe dovuto registrare un 48 per eguagliarlo e un 49 per batterlo nell’ultima dunk in programma.  Serviva qualcosa di inimmaginabile per rompere quella parità e Michael Jordan lo ha fatto.

Foto saltata fuori qualche anno fa, scattata da qualche tifoso sugli spalti del Chicago Stadium

E quando il grande Larry Bird disse la famosa frase: “Penso sia semplicemente Dio travestito da Michael Jordan”, in quel preciso istante non ha avuto tutti i torti.

Nell’ultima schiacciata dalla lunetta, Jordan sfoderò un colpo micidiale un salto in cui il campione americano rimase per qualche secondo fermo, prima di schiacciare la palla con forza nel canestro, con conseguente visibilio del pubblico presente. Ovviamente non fece ne 48 e ne 49, bensì 50 l’en plein.

Un gesto immortalato persino da un marchio di scarpe e poi di abbigliamento Nike che ne ha fatto per sempre Michael ‘Air’ Jordan.

Non solo, quel magnifico gesto è stato ripetuto anche nel famosissimo film “Space Jam” in cui Michael Jordan interpretava se stesso e giocava a basket con i personaggi della Warner Bros, i Looney Tunes.

Tornando a quella sera, rimase a bocca aperta perfino Doctor J, Julius Erving, il primo a far diventare quel gesto un’opera d’arte sportiva, e si capì che la Nba aveva il suo nuovo re ed era definitivamente sbocciato il migliore giocatore della storia del basket.

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