Il 3 settembre 1989 moriva in un incidente automobilistico in Polonia Gaetano Scirea. Aveva 36 anni e lo piansero tutti. Era domenica sera, Sandro Ciotti lesse la notizia in diretta tv e Marco Tardelli, che era ospite in studio, si sentì male. Scirea era andato in Polonia per studiare il Gornik Zabrze, avversario in Coppa Uefa della Juve di cui era diventato vice allenatore.

Tra le sue giocate eleganti, i suoi gol, i suoi tanti successi, si intersecano anche gesti ieratici: quando in un Fiorentina-Juventus i calciatori delle due squadre cominciarono a spintonarsi dopo un brutto scontro a centrocampo, Scirea raggiunse il gruppo dei litiganti e con sguardo fulminante disse loro:

Vergognatevi, in tribuna ci sono le nostre mogli, i nostri figli e i tifosi che ci stanno guardando

E la rissa cessò all’istante. Lo raccontava così Trapattoni: «Scirea era un leader, con indosso il saio». Era un calcio d’altri tempi di cui lui fu uno dei protagonisti mai dimenticati. «La prima volta che Gaetano Scirea venne con me a un raduno della nazionale under 23, pensai: ‘Questo è un angelo piovuto dal cielo’. Non mi ero sbagliato: solo che lo hanno rivoluto indietro troppo presto», disse Enzo Bearzot, il ct dei Mondiali.

Per lui Scirea era tornato ‘maledettamente anzitempo’ da dove era partito, in paradiso. La verità è che era un fuoriclasse, schivo, educato e corretto: mai espulso o squalificato, nonostante di mestiere facesse il difensore, “libero” come si chiamava allora con termine coniato da Gianni Brera. Nell’azione del secondo gol degli azzurri nella finale Mondiale del 1982 contro la Germania, quello di Tardelli, Scirea è il giocatore italiano più avanzato e tocca la palla due volte, una di tacco. Era elegante, sul campo si muoveva a testa alta, usciva palla al piede dalla difesa e intuiva il gioco prima degli altri.

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La Juventus lo aveva preso dall’Atalanta e in bianconero Gaetano diventò leggenda vincendo 7 scudetti, 2 Coppe Italia, una Coppa Campioni, quella dell’Heysel, la Coppa Intercontinentale, la Coppa Uefa, la Coppa delle Coppe e la Supercoppa europea. Con la Juventus giocò 563 partite ufficiali, segnando 24 gol. Fu campione del mondo con la Nazionale nel 1982 al Bernabeu.

Dice di lui Claudio Gentile: «Sapeva leggere le partite, cosa che oggi non esiste più. E poi una classe, non era mai irruento. Una classe che ha colpito tutti. Se non ce la facevi tu, c’era sempre lui a coprirti. Era fantastico, davvero, educato, come non se ne vedono in giro. Oggi come lo farei giocare? Il libero non c’è più’, ma so per certo che sarebbe un importante difensore».

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Alla prima giornata di Serie A, abbiamo già un vincitore. Non della partita, ma dell’intera stagione. Anche se la battaglia è personale, intima. Un paio d’ore prima della partita la sorpresa: aveva promesso ai suoi ragazzi di esserci, solo lui sa quanto gli sarà costato essere di parola. La vittoria più bella della prima domenica di campionato è il ritorno in panchina di Sinisa Mihajlovic, meno di un mese e mezzo dopo l’inizio della battaglia contro la leucemia. Arrivato allo stadio con la mascherina, eccolo in panchina al fischio d’inizio: cappellino in testa e cerotto sul lato sinistro del collo, segnato nel corpo dalla battaglia che la vita lo ha chiamato a combattere, trovandosi di fronte un leone.

Bologna lo aspettava, nello store in città c’è una maglia dedicata a lui e al suo numero 11. E seduto Mihajlovic resiste poco: dialoga coi vice Tanjga e De Leo, lascia il connazionale davanti alla panchina a guidare la squadra, quando nelle pause i giocatori passano davanti dà disposizioni, impassibile al rigore trasformato da Sansone, poi comincia a saltare su a ogni azione e ben presto in piedi ci resta lui e si riprende il timone anche fisicamente. Fino alla fine. Fino al 92’, quando Sinisa abbandona il campo con un paio di minuti di anticipo sulla fine del recupero. Poi, di nuovo mascherina al viso, lascia lo stadio per tornare in ospedale: era la sua giornata libera.

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