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L’evento più seguito delle Olimpiadi del 2004 nelle case degli italiani. Con la voce di Franco Lauro che entra attraverso gli schermi delle televisioni. Non una finale, non l’assegnazione di una medaglia, ma una semifinale, quella di basket tra la Nazionale maschile di pallacanestro e la Lituania. Quella dei 100 punti, quella che porta gli Azzurri alla finale contro l’Argentina, alla medaglia d’argento e a chiudere davanti al Dream Team statunitense. Contro l’ItalBasket di coach Charlie Recalcati c’è un avversario di primissima categoria, ovvero la Lituania campione d’Europa, squadra ricca di grandissimi giocatori, un mix perfetto di grandi doti individuali e organizzazione di squadra.

E’ il 27 Agosto 2004, si gioca all’Indoor Hall di Atene. L’avvio è traumatizzante per l’Italia, e sembra non ci debba essere storia, anche perché Macijauskas farebbe canestro anche dal Villaggio Olimpico: 4 su 4 nei tiri da tre, 16 punti sui 24 complessivi della Lituania, che si issa 16-5, prima che un break azzurro firmato Bulleri e Galanda ridia ossigeno ai nostri (18-15). Ma appena i baltici tornano a ricamare il loro basket è di nuovo notte: 24-15 al primo miniriposo.

Basket, quella notte magica in cui il Dream Team era l'Italia - La ...

Nel secondo quarto è Soragna a ricucire lo strappo (25-20), Macijauskas però è una macchina: quinta tripla del lituano e 29-20. E’ a quel punto che comincia un memorabile Pozzecco&Basile Show: tre conclusioni a testa a segno dai 6,25 mentre la difesa chiude ermeticamente la via del canestro in quattro minuti di basket da sballo, con una trance agonistica sensazionale. La Lituania è travolta dalla piena azzurra e incassa un clamoroso 21-0 (da 34-23 a 34-44) da un’Italia versione da gala. Ogni errore è però pagato a caro prezzo e Chiacig, pur producendo buone iniziative in attacco, sciupa due palloni che costano caro. L’Italia comunque va al riposo con 6 insperabili punti di margine (49-43).

Che fine hanno fatto gli atleti dell'Italbasket argento ad Atene 2004?

Non ne basterebbero ovviamente il doppio contro una squadra che ha talento e punti nelle mani di tutti i suoi uomini, tanto da poter cambiare a spettacolo iniziato gli attori protagonisti. E’ Jasikevicius a riportare i suoi in linea di galleggiamento (53-53 al 4′), ma ora l’Italia ci crede e tutti mettono il mattone per la casa dei sogni: Pozzecco difende alla morte, Marconato contribuisce con tap-in, stoppate e un intelligente uso dei giochi a due con Galanda per sfruttare i centimetri a favore sui cambi difensivi dei lituani, Bulleri dà il cambio a Basile e Pozzecco nel martellamento dall’arco. Dopo 6’30” è ancora +10 Italia (65-55). Coach Sireika ordina la zona e prova il bluff scommettendo che l’Italia non possa continuare la strepitosa serie di tiri da tre (11/16 nel primo tempo). Basile in effetti sbaglia, ma alla ribalta è il turno di capitan Galanda che piazza due triploni clamorosi che fanno ripartire l’ultimo quarto dal 73-63 per gli azzurri.

La Lituania non è squadra da calare le braghe e infatti il match è tutt’altro che finito. Stombergas riemerge da una gara in sordina con tre minuti stellari, l’Italia ha forse paura di vincere e butta via palloni: la Lituania ringrazia ed è subito lì (72-73), costringendo coach Recalcati al time out per fermare la crisi. Ma ormai l’inerzia del match è cambiata così a 7’40” dal termine è sorpasso (74-73), poi Stombergas firma (ancora da tre) il parziale di 14-0 che dà la mazzata più pesante al sogno finale azzurro. Radulovic dopo ben quattro minuti segna dalla lunetta i punti per rompere il sortilegio, Basile ancora ai liberi rifiuta di firmare la resa (78-77), poi, alla soglia della mezzanotte, inizia la drammatica volata verso la finale.

I baltici perdono sicurezza, sbagliano cinque tiri consecutivi su altrettanti rimbalzi d’attacco, con gli azzurri attaccati alle giugulari degli avversari. E allora l’Olimpo premia la squadra che al cuore unisce tecnica e tattica, in una serata da raccontare ai nipotini. Galanda da tre spiega alla squadra che si deve sognare, Basile a 1’47” dalla fine con una incredibile tripla all’ultimo secondo scaraventa nella fossa i lituani (89-79). Lavrinovic mette un tiro da tre, Basile risponde con la stessa arma, nell’ovazione della Indoor Hall ormai conquistata dagli azzurri (92-82 a 1’08” dalla sirena). Il duello tra i due prosegue con un’altra tripla del lituano, ma dalla lunetta Basile e Pozzecco sono glaciali. A 25″ dalla fine Jasikevicius va a sbattere contro il muro della sconfitta.

L’Italia batte la Lituania 100-91 e regala così a se stessa e agli italiani il sogno più bello della sua storia, una finale olimpica vera contro l’Argentina, nulla a che vedere con Mosca di 24 anni prima con i Giochi mutilati dal boicottaggio.

Da un lato uno strapotere straboccante, intinto di pomposità e megalomania, la brama di far vedere a tutti la supremazia della razza ariana e della Germania nazista. Dall’altro un ragazzo di 23 anni, nero proveniente da una famiglia povera americana del Sud, durante gli anni difficili della depressione degli Stati Uniti.
Ancora, da un lato Adolf Hitler che vuole sfruttare l’eco di un evento sportivo magnifico come l’olimpiade per fare propaganda, dall’altro il ragazzo che eclisserà in quell’istante il Führer e che legherà il suo nome per sempre allo sport e alla narrazione dell’Olimpiade del 1936 a Berlino.

Jesse Owens, il velocista e lunghista statunitense che veniva dall’Alabama, capace di vincere quattro medaglie d’oro nella stessa edizione dei Giochi Olimpici. Nessuno come lui nell’atletica leggera. Un primato solo eguagliato dal connazionale Carl Lewis alle Olimpiadi di Los Angeles nel 1984.
Settimo di dieci figli di un agricoltore, nato il 12 settembre 1913, il suo vero nome era James Cleveland: si faceva chiamare J.C. che se letto all’inglese ha il suono “Geisi”. Da qui Jesse il passo è breve anche perché a causa del suo accento marcato, a scuola la maestra capì Jesse e iniziarono a chiamarlo tutti così.

 

Jesse Owens ha vinto di nuovo - John Doe - Medium

Il legame che lega l’atleta statunitense alle Olimpiadi di Berlino è forte, viscerale e trascina con sé tante altre storie che inquadrano la difficile impresa di questo ragazzo. Il 3 agosto vinse i 100 metri, il 4 agosto il salto in lungo, il 5 agosto i 200 metri e il 9 agosto la staffetta 4×100. Owens, sazio di successi e non sapendo che era prossimo a stabilire un record storico, disse di rinunciare alla staffetta per lasciare il posto alle riserve che, secondo lui, meritavano un po’ di spazio e di gloria. «Giammai», dissero i dirigenti che spinsero per vederlo gareggiare.

Si è detto tanto del saluto-non saluto di Hitler al corridore americano: lui stesso ha smentito una cerca narrativa che vedeva il dittatore tedesco lasciare anticipatamente lo stadio per non dover stringere la mano al ragazzo nero. In realtà ciò non accadde. Ma fu un eroe senza patria: Owens, tornato in America, non ricevette l’omaggio del presidente Roosevelt, in un’epoca in cui vigeva la segregazione razziale in un momento di piena campagna elettorale.

Ma Jesse Owens è stato tanto altro, anche prima dell’Olimpiade. E se l’impresa berlinese è irripetibile e immortale quella del 25 maggio 1935 è davvero titanica. Nel giro di 45 minuti, al Big Ten meet di Ann Arbor, nel Michigan, Jesse stabilì tre record del mondo, eguagliandone un quarto: salto in lungo con la misura di 8,13 metri, 220 iarde piane in rettilineo (20″3), 220 iarde a ostacoli in rettilineo (22″6, primo uomo a scendere sotto i 23″), ed eguagliò quello delle 100 iarde (9″4). Ma non è tutto: fece anche i record delle 100 e delle 220 iarde, ma quelle sono distanze americane che non si corrono alle Olimpiadi.

I più grandi 45 minuti nella storia dello sport. Un record ogni 10 minuti circa di media. Sport Illustrated, ironizzando, ha scritto:

Per trovare una simile scala di successo bisogna percorrere il campo dell’arte e pensare a Mozart che in solo sei settimane ha composto le sue ultime tre sinfonie nell’estate del 1788 o di Shakespeare che scrive “Enrico V”, “Giulio Cesare” e “Come vi piace” nello stesso anno

Non è una leggenda, è tutto vero. Ma non solo: cinque giorni prima della competizione, Owens cadde dalle scale del suo dormitorio presso l’Ohio State University. E la stessa mattina de 25 maggio, la situazione non migliorò: secondo i documenti dell’epoca, i compagni lo aiutarono a scendere dalla macchina del team e, una volta arrivato allo stadio, il ragazzo di Alabama non riusciva nemmeno a piegarsi.
Poi si fece un bagno caldo di mezz’ora e corse verso il trionfo e la storia

Jesse Owens' Nazi-era Olympic medal up for auction | The Times of ...

Le prime Olimpiadi moderne dispari della storia andranno in scena entro l’estate del 2021. Questa è la situazione dopo che Shinzo Abe, primo ministro del Giappone, ha ammesso l’impossibilità di rispettare la scadenza a causa della pandemia globale da coronavirus. Il Cio, il comitato olimpico internazionale ha appoggiato, inevitabilmente, la decisione confermando però che l’etichetta continuerà ad essere Tokyo 2020.

Dice male al Giappone che si è visto annullare nel 1940 quella che sarebbe dovuta essere la prima edizione casalinga a causa dello scoppio del conflitto mondiale. Dice male anche 80 anni dopo.  Eppure l’Olimpiade, quella reinventata dal barone de Coubertin, ha attraversato crisi, guerre, boicottaggi, ha rischiato, all’inizio della sua avventura, quella che viene cinicamente definita “morte in culla” dopo edizioni caotiche e circensi e ha finito per arrendersi di fronte a un nemico subdolo come sanno essere tutti gli avversari invisibili, i più pericolosi.

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La macchina del tempo porta a più di un secolo fa quando dell’Olimpiade di Berlino rimase solo un manifesto in stile art déco. In quel 1916 era in corso una delle più spaventose battaglie di logoramento della storia: Verdun costò più di un milione di morti francesi e tedeschi. Nel 1920 la ripresa venne affidata a una città martire, Anversa. I paesi che avevano aderito all’alleanza degli Imperi Centrali (Germania, Austria-Ungheria, Bulgaria, Turchia) vennero esclusi su precisa indicazione di de Coubertin. Impensabile pensare alla presenza di una giovanissima Unione Sovietica, alle prese con sanguinosi conflitti interni.

L’edizione del 1936 venne affidata a Berlino, due anni prima della presa di potere di Adolf Hitler. Il progetto di contrapporre ai Giochi un’Olimpiade popolare o dei Lavoratori si arenò di fronte ai primi focolai della guerra civile che avrebbe insanguinato la Spagna dopo il “pronunciamento” di Franco. Il congresso berlinese del Cio assegnò i Giochi del 1940 a Tokyo: la presenza di truppe giapponesi in Cina portò a un conflitto aperto dal 1938. Helsinki prese brevemente il posto della capitale giapponese ma la Guerra d’Inverno tra Finlandia e Urss spazzò via i Giochi. Una teorica attribuzione a Londra, per il 1944, produsse, unica testimonianza, l’emissione di tre francobolli delle poste svizzere che rappresentavano l’Apollo Olimpico.

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Londra ebbe i suoi secondi Giochi, dopo quelli del 1908, nell’atmosfera austera del dopoguerra. Il Vae Victis già pronunciato nel 1920 venne ripetuto: Germania e Giappone non vennero invitati. L’Italia si salvò grazie alla co-belligeranza degli ultimi due anni del conflittoIl 1956 segna l’inizio dell’era dei boicottaggi: Iraq, Egitto e Libano disertano Melbourne per protestare contro la presa del Canale di Suez da parte di truppe franco-britanniche e poco dopo vengono raggiunte da Spagna, Svizzera e Paesi Bassi dopo l’invasione dell’Ungheria ad opera dell’Armata Rossa. Le norme fortemente restrittive sull’importazione di animali in Australia costringono all’organizzazione di Olimpiadi equestri a Stoccolma.  

Le stagioni che portano a Tokyo 1964 sono attraversate da tensioni globali che coinvolgono anche lo sport: il Sudafrica viene bandito dalla comunità internazionale per la politica di apartheid e l’Indonesia rifiuta di accogliere atleti di Israele e Taiwan ai Giochi Asiatici del 1962. È il primo passo del boicottaggio del paese asiatico ai Giochi del ’64, in compagnia della Corea del Nord.

La strage di Piazza delle Tre Culture a Città del Messico e quella del Villaggio Olimpico e nell’aeroporto militare a nord di Monaco di Baviera segnarono i momenti più drammatici e sanguinosi della storia dei Giochi e la nascita dello slogan disinvoltamente coniato da Avery Brundage: “I Giochi devono andare avanti”. Andarono avanti nel ’76, dopo il boicottaggio di 22 paesi africani per le frequentazioni rugbistiche che la Nuova Zelanda continuava a tenere con il Sudafrica messo al bando. Andarono avanti dopo il boicottaggio che il blocco occidentale (con differenti posizioni e modalità) dichiarò nei confronti dell’Urss che aveva invaso l’Afghanistan trasformando i Giochi di Mosca in quelli meno frequentati (80 paesi) dopo Melbourne. E vissero l’ultima dura mutilazione quattro anni dopo, quando la vendetta del blocco socialista (Romania a parte) venne fulminata su Los Angeles: i paesi assenti furono 14 ma rappresentavano il 58% dei titoli assegnati a Montreal.

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L’ultimo boicottaggio di un certo rilievo è del 1988: la Corea del Nord evitò di inviare atleti a Seul e venne imitata da Cuba, Etiopia e Nicaragua. Barcellona 1992 venne salutata come una nuova alba e i 200 paesi che raggiunsero Sydney 2000 contribuirono creare la luce di un giorno pieno.

L’edizione 23 delle Olimpiadi sarà dunque Tokyo 2020+1, anno dispari. Risalendo la corrente del tempo è emerso un precedente, un’altra edizione disputata in anno dispari. E il 369 dopo Cristo  e conosciamo il nome di uno dei vincitori, l’armeno Varazdat, che trionfò nel pugilato a mani nude. Un barbaro “esclamarono” con disgusto gli ellenisti. In seguito sarebbe diventato re d’Armenia.

Fonte: Fidal
Il monaco buddhista che si diede fuoco in un piazza di SaigonRosa Parks che su un autobus si rifiutò di alzarsi per far sedere un bianco.
E poi ci sono i pugni guantati di Smith e Carlos. Sicuramente tante altre foto hanno segnato un’epoca, ma queste tre, limitate ad un un arco temporale confinante, hanno un senso comune di ribellione. Contro il regime cattolico nel Vietnam il primo, per i diritti civili dei neri gli altri due. Piccole tappe, capaci di sovrastare il dio Crono e di rimanere immutate nel tempo, come quella del 16 ottobre 1968.

 

 

Olimpiadi di Città del Messico. Tommie Smith e John Carlos, primo e terzo nella finale maschile dei 200 metri. I due atleti americani, durante la cerimonia celebrativa, sollevarono in cielo il pugno con un guanto nero, con il capo chino, al collo una collanina con delle pietre -simbolo di ogni nero morto linciato- e i piedi scalzi. Umanamente fieri e con i muscoli tesi a reggere una presa di coscienza che in quel momento non era più pesante delle medaglie che avevano al collo.
Solo sei mesi prima fu assassinato Martin Luther King e quello fu il gesto che portò il ruggito del Black Power, contro la discriminazione razziale, ad echeggiare oltre i confini dello stadio. Ventiquattro anni Smith, un anno in meno Carlos.

 

L’attimo prima della premiazione

L’aneddoto

Quella protesta è rimasta scolpita nella storia dello sport e non solo, anche perché su quel podio Smith e Carlos non si sentirono soli. La medaglia d’argento, infatti, andò a Peter Norman, australiano cresciuto a Melbourne, dove ebbe modo di osservare l’odio dei bianchi verso gli aborigeni. Lui era ignaro della protesta, ma si dice che sia stato proprio Norman, a fine gara, a suggerire ai due atleti di dividersi i guanti perché avevano solo un paio. Non solo: indossò la spilla con il simbolo del Progetto olimpico per i diritti umani.
Scesi dal podio, il loro cammino sportivo si interruppe. Norman non venne convocato, infatti, ai successivi Giochi a Montreal. A Smith e Carlon andò anche peggio: immediatamente sospesi dalla squadra americana, ricevettero in seguito numerose minacce, tra le quali anche quelle del Ku Klux Klan.

 

Ma il loro gesto non conosce lo scorrere del tempo. Peter Norman è morto a Melbourne all’età di 64 anni a causa di un infarto. Al funerale, Tommie Smith e John Carlos hanno sorretto la sua bara. Uniti, fino alla fine.

Dici Gelindo Bordin e si apre un mondo. La corsa vincente dell’atleta italiano alle Olimpiadi di Seul ’88 è una delle immagini chiave dei favolosi anni Ottanta. Ci sono l’urlo di Marco Tardelli e Like a Virgin di Madonna, Ronald Reagan e Gorbaciov, il muro di Berlino e Holly e Benji, Papa Woytyla e Ritorno al futuro, il Napoli di Maradona e il Live Aid. E poi c’è Gelindo, stretto tra l’unicità del suo nome e quella progressione vincente che termina con il bacio della pista.

Bordin nel 1988 ha 29 anni, un anno prima ha conquistato la medaglia di bronzo dei Mondiali a Roma. Nel 1986 è campione d’Europa a Stoccarda. Arriva in Corea con buone sensazioni, c’è anche lui nella griglia dei favoriti.

Domenica 2 ottobre: la gara è intensa, ma massacrante, si corre con un’umidità del 75%. Al 31mo chilometro Bordin tenta una fuga ma viene ripreso. Si entra nel vivo quando un quartetto si stacca e conduce, siamo al 36mo chilometro. Ahmed Salah da Gibuti, canotta n. 236. Takeyuki Nakayama, giapponese, n.635. Gelindo Bordin, canotta numero 579. Douglas Wakiihuri, keniano, n.675. L’Italia segue la gara dell’azzurro con le voci di Paolo Rosi e Attilio Monetti in diretta su Raidue.

Nakayama accusa la fatica e perde terreno. Rimangono in tre, esattamente gli stessi dei campionati mondiali 1987 in cui aveva trionfato Wakiihuri. Al 38mo km attacca Salah, Wakiihuri rintuzza i colpi, Bordin si difende ma è più staccato. E’ tenace, però, il corridore di Longare e non molla, mantiene un ritmo costante. 40mokm, Wakiihuri perde colpi, Bordin lo riprende e mette nel mirino il battistrada. In telecronaca si parla già di medaglia d’argento come grande risultato.

«Dai Gelindo, dai Gelindo!», esclama Rosi. E Gelindo vola, «lo sta braccando», raggiunge Salah e lo supera agevolmente. La corsa di Bordin è tutta proiettata verso l’ingresso allo stadio Olimpico. Gli ultimi 1500 metri sono la meritata passerella di un atleta straordinario, che con quegli occhi spiritati anticipa un po’ il Totò Schillaci di Italia ’90.

Entra nell’impianto sorridendo, godendosi il primo trionfo di un atleta italiano a una maratona olimpica. Dorando Petri viene sportivamente vendicato. Gelindo Bordin chiude la gara in 2h 5’ 30’’, si inginocchia stremato, bacia la pista. Wakiihuri arriva secondo, Salah solo terzo. «Grazie Gelindo», ripete un commosso Paolo Rosi, voce di un intero popolo.

Gelindo Bordin alle Olimpiadi di Seul ’88

 

 

Ci sono voluti più di mezzo secolo e decenni passati ai margini, ma ora finalmente il mondo dello sport americano fa pace con i due velocisti Tommie Smith e John Carlos e li inserisce nella Hall of Fame olimpica. Era il 1968 e alle Olimpiadi di Città del Messico del 1968, il mondo si fermava di fronte ai velocisti statunitensi e ai loro pugni chiusi, avvolti in un guanto nero, alzati contro il cielo a simboleggiare il Black Power.

Era il 16 ottobre 1968 quando, nella finale olimpica dei 200 metri piani, Smith stabilì il nuovo record del mondo con 19,83 secondi, e conquistò la medaglia d’oro nonostante un tendine non nelle migliori condizioni. Carlos, con 20,10 secondi, agguantò il bronzo alle spalle dell’australiano Peter Norman. Saliti sul podio per le premiazioni, al risuonare delle prime note dell’inno americano, i due atleti alzarono al cielo i pugni chiusi ricoperti da un guanto nero. L’immagine, immediatamente catturata dai fotografi, è diventata una delle più famose del secolo: era il 1968, l’anno dell’assassinio di Martin Luther King, un anno di rivoluzioni, di lotte, di rivendicazioni, come quella di Smith e Carlos che salirono sul podio scalzi per protestare contro la realtà della segregazione razziale, così forte in quegli anni negli Usa.

La reazione delle autorità fu dura: i due vennero espulsi dal villaggio olimpico e poi rispediti a casa. Rientrati in patria, ricevettero minacce, furono spiati dall’Fbi ma diventarono simboli per molte persone di colore, e non solo, in America. Solo con il tempo si riuscì a comprendere la grande portata rivoluzionaria del loro gesto: nel corso degli anni sono stati numerosi i riconoscimenti per Smith e Carlos, nel 2005 venne loro dedicata una statua all’università di San Josè ed è del 2009 il film “Il saluto” sulla loro storia.

Ma la pace definitiva arriva solo oggi, nel 2019: il prossimo 1° novembre, infatti, i due velocisti entreranno a far parte della Hall of Fame olimpica statunitense, dopo la cerimonia che si terrà a Colorado Springs nella sede del comitato olimpico.

 

Poteva esserci di fronte la Serbia o qualsiasi altra nazionale, ma la sensazione è che questa Italia, trascinata dalla bolgia del PalaFlorio di Bari, avrebbe battuto chiunque per ottenere il pass per Tokyo2020. E così è stato: una settimana esatta dopo la qualificazione della femminile (già c’erano arrivate le ragazze del sitting volley nel settore paralimpico) ancora un trionfo del volley italiano in ottica Olimpiadi. A un anno o poco meno dalla grande delusione del Mondiale l’Italia di Blengini si prende una rivincita con gli interessi battendo 3-0  (25-16, 25-19, 25-19) la Serbia che era stata giustiziata degli azzurri in Piemonte.

Rispetto alla sera precedente, contro l’Australia, Blengini lascia in panchina Lanza (sostituito da Antonov) e Russo (gioca Anzani). L’Italia parte con la bava alla bocca e non lascia respirare i serbi: mette molta pressione sia in battuta che in difesa e per Atanasijevic e compagni si fa subito durissima. Giannelli è sempre l’ispiratore del gioco azzurro e dirige l’orchestra distribuendo sapientemente: Zaytsev 6 punti, Juantorena 4. Per la Serbia non ce n’è.

Blengini, come la sera prima, vara anche l’alternanza dei liberi: Balaso in difesa (quando l’Italia è in battuta) e Colaci a ricevere. L’azzurro è molto ispirato anche nel secondo set: e si capisce che l’Italia non vuole fermarsi quando Zaytsev con una battuta punto fissa il punteggio 16-13 (ne farà anche altri 2 fino al 24-19). Atanasijevic finisce in panchina e per la Serbia è un pessimo segnale. L’Italia non molla, anzi alza il ritmo. Anche questo set non ha più storia.

 

Tokyo è lontana solo 25 punti. Che arrivano poco dopo: la Serbia usa tutta la panchina cercando di fermare le furie azzurre (l’ultima impennata con Atanasijevic in battuta sul 14-14), ma non è serata. L’Italia conquista la sua 12a partecipazione consecutiva ai Giochi Olimpici: partecipa ininterrottamente dal 1976 e festeggia la storica serata con la sua gente. E adesso con Europeo e Coppa del Mondo può anche pensare di dare ancora più spazio ai suoi giovani. La festa azzurra può cominciare.

Italia-Olanda 3-0 (25-23, 25-17, 25-22)

L’Italia di Davide Mazzanti non delude e a Catania conquista una nettissima qualificazione olimpica travolgendo l’Olanda 3-0, staccando così il biglietto per Tokyo 2020. A 10 mesi dal Mondiale d’argento che aveva fatto innamorare tutto il Paese, Paola Egonu e compagne ottengono il pass alla prima occasione possibile e vanno all’Olimpiade in carrozza. L’Italia parte con la stessa formazione che aveva battuto il Belgio la sera prima (Folie al posto di Danesi) e le azzurre partono con il turbo innestato (10-4), ma poi l’Olanda con Robin De Kruijf, che gioca a Conegliano, resta in scia e pareggia a 12, grazie anche ai troppi errori azzurri. Poi l’Italia riparte e grazie ai 12 punti in un set dell’incredibile super Egonu e vola alla conquista del primo set.

 

Non cambia la musica nel secondo parziale: Egonu è ispiratissima e le azzurre la seguono (16-11). Non c’è storia ancora: De Gennaro salva tutto e l’Italia va sul 2-0. Esce anche Lucia Bosetti per un infortuno alla spalla destra e sale Elena Pietrini un’altra giovane di grandissime speranze. L’Italia dilaga nel terzo set e conquista una qualificazione in maniera nettissima: va all’Olimpiade per la porta principale (è la sesta consecutiva, la prima si era qualificata nel 2000) e dopo l’argento iridato dello scorso anno ci va con grandi ambizioni e grandi speranze. E a fine mese (in Polonia) per le azzurre c’è un’altra occasione di ben figurare nell’Europeo. Questa Italia non si accontenta.

Un paio di scarpe Nike “Moon Shoe” del 1972 è stato venduto all’asta a New York per la cifra record di 437.500 dollari (circa 392mila euro). Si tratta di un modello rarissimo – il Waffle Racing Flat Moon – disegnato dal co-fondatore della Nike Bill Bowerman e prodotto a mano nel 1972 in soli 12 esemplari, pensati e realizzati per le qualificazioni delle Olimpiadi di quell’anno. Ad acquistarle è stato il collezionista canadese Miles Nadal, che ha pagato quasi il triplo della stima di 160.000 dollari che la casa d’aste Sotheby’s aveva previsto.

 

Il precedente record delle scarpe di Michael Jordan

Le Waffle Racing Flat Moon, l’unico paio sui 12 prodotti che non era mai stato indossato, facevano parte di un lotto di 100 paia di scarpe da ginnastica e Nadal ha comprato anche le altre 99 per 850.000 dollari, spendendo quindi un totale di quasi 1,3 milioni di dollari. Il record precedente per un singolo paio di scarpe era di 190.373 dollari, pagato nel 2017 per delle Converse firmate da Michael Jordan e indossate nella finale di basket alle Olimpiadi del 1984.

Anche le scarpe di Ritorno al futuro

Dall’11 al 23 luglio è stato possibile partecipare alla prima vendita all’asta della storia dedicata alle sneakers, organizzata da Sotheby’s di New York. Tra le scarpe in vendita, anche le Nike create ispirandosi al modello indossato da Michael J. Fox nella celebre pellicola cult degli anni ’80 “Ritorno al futuro”, valutate tra i 50 e i 70mila dollari.

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Realizzate con materiali riciclati raccolti da vecchi smartphone: questa la novità delle medaglie con cui saranno premiati gli atleti alle prossime Olimpiadi di Tokyo 2020, in programma dal 24 luglio al 9 agosto. Le medaglie sono state presentate dagli organizzatori dei 32esimi Giochi olimpici, a un anno esatto dall’inizio dell’evento, con l’obiettivo di “assomigliare a pietre grezze che sono state lucidate e che ora brillano”.

I premi in oro, argento e bronzo hanno ciascuno una superficie ruvida, quasi meringata sull’anello esterno, che circonda un centro liscio e brillante. Le medaglie sono state svelate nel corso di una cerimonia ad un anno esatto dall’inizio dei Giochi, alla presenza del presidente del Comitato Olimpico Internazionale Thomas Bach, il quale ha detto: «Posso dire di non aver mai visto una città olimpica preparata come Tokyo a anno prima delle Olimpiadi».

Progettate da Junichi Kawanishi, che ha vinto un concorso a cui hanno aderito 400 designer, a livello di dimensioni avranno un diametro di 85 millimetri, e saranno spesse 12,1 mm. Le medaglie d’oro useranno 6 grammi di placcatura in oro su argento puro, mentre quelle che saranno date ai secondi classificati saranno fatte totalmente d’argento. A concludere il cerchio ci sono quelle di bronzo, che useranno una lega di ottone rosso composta da rame al 95% e zinco al 5%.

I regolamenti del Cio imponevano che il design includesse i cinque anelli, il nome ufficiale dei giochi e la dea greca della vittoria di fronte allo stadio Panatheniac. Due anni fa il Comitato Organizzatore di Tokyo 2020 lanciò una campagna di raccolta di vecchi dispositivi elettronici, allo scopo di riciclarli per ottenere i materiali per le medaglie: sarebbero state ricevute 78.895 tonnellate di gadget, di cui 6,21 milioni di smartphone che hanno permesso di ottenere 32 chilogrammi di oro, 3.500 chilogrammi di argento e 2.200 di bronzo.

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