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Se hai 19 anni e fai del nuoto la tua passione primaria, pensi a un futuro in vasca e, perché no, desideri di partecipare a manifestazioni importanti come gli Europei o i Mondiali o addirittura le Olimpiadi.

Tra questi ragazzi sognatori c’era, anzi c’è, sicuramente Manuel Bortuzzo. Il giovanissimo nuotatore romano è stato ferito da un colpo di pistola che gli ha causato la paralisi delle gambe, ma lui non molla e vuole inseguire ancora quel sogno.

Un dolore forte, una famiglia distrutta e un futuro lungo. Tuttavia Manuel non ha paura, non demorde e vuole tornare più forte di prima.
A rivelargli della paralisi è stato il padre, il quale ha ribadito che il giovane non ha pianto e che ha reagito abbastanza bene.

Il 19enne, anzi, ha avuto modo di consolare i genitori, soprattutto la madre con frasi incoraggianti

 Fatti coraggio mamma, ora per me inizia un altro allenamento!

Non ha perso la speranza il promettente nuotatore che sognava di partecipare ai Giochi olimpici e che ha tanta voglia di continuare a lottare. Gli aspettano mesi difficili ma lui vuole cercare di cogliere ogni briciolo di aspettativa fiduciosa.

Trevigiano classe ’99, Manuel ha preso la decisione di diventare un vero atleta nel 2017, trasferendosi a Roma nel centro di Ostia dove si allenano campioni come Gabriele Detti e Gregorio Paltrinieri.
Con i due azzurri, il giovane stringe una forte amicizia così come con Ilaria Cusinato. Proprio la coetanea veneta (doppio argento agli Europei 2018) è stata a insistere con l’allenatore Stefano Morini affinché accettasse Manuel nel centro federale di Roma.

L’ottimismo così come la vena di scherzare certamente non l’ha perso. Dopo aver rivisto i famigliari e la fidanzata Martina, Bortuzzo ha preso il cellulare per mandare un messaggio ai due suoi compagni d’allenamento Detti e Paltrinieri.

Aspettatemi che quando torno vi faccio un culo così!

Frase d’incoraggiamento per chi certo non vuole mollare. Intanto in molti si sono mossi a suo favore sui social. Persone comuni e del mondo dello sport attraverso l’hashtag #ForzaManuel.

Tra i messaggi più sinceri quello dell’ex capitano azzurro di nuoto, Filippi Magnini

 

 

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Un post condiviso da Filippo Magnini (@filomagno82) in data:

E la pluricampionessa Federica Pellegrini

 

 

 

 

 

 

 

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La speranza vede l’invisibile tocca l’intangibile e raggiunge l’impossibile….. #ForzaManuel 🙏🏻🙏🏻

 

Un post condiviso da Federica Pellegrini (@kikkafede88) in data:

 

Sui social è partita anche l’iniziativa lanciata dal nuotatore Andrea Lanzarini e condivisa da diversi atleti

 

Intanto due giovani hanno confessato dell’accaduto e sono stati arrestati.

 

Sul suo profilo Instagram pubblica la foto con la medaglia di bronzo al collo accompagnato da un hashtag eloquente che benedice la buona sorte che, ogni tanto, ci vuole soprattutto lungo una carriera vincente che l’ha messa davanti a sfide contro avversarie, ma anche contro sé stessa. Federica Pellegrini rientra dalla Cina, dove si sono tenuti i Mondiali di nuoto, con la medaglia internazionale numero 50 quando ha superato i 30 anni, una medaglia stregata arrivata in maniera rocambolesca: un incredibile performance nella 4×100 mista delle azzurre che, quarte in acqua dopo un grande recupero di Federica Pellegrini, salgono sul podio per la squalifica del quartetto australiano per lo stacco irregolare di 0.06 nel cambio rana farfalla da parte di Emily Seebohm.

 

La nuotatrice di Mirano c’ha creduto e ha fatto numero tondo, 50, ripensando a dove tutto è iniziato, nel 2004 quando aveva da poco compiuto 16 anni e si ritrovava a gareggiare alle Olimpiadi di Atene. Sconquassò l’Italia, abbracciò Novella Calligaris, unica italiana fino prima di lei ad aver conquistato medaglie olimpiche nel nuoto femminile, seppur un’era fa a Monaco 1972, e di un anno più grande rispetto alla ragazza veneziana.

In quell’occasione fu medaglia d’argento nei 200 stile ed entrò di prepotenza nella storia dello sport italiano. Federica Pellegrini aveva 16 anni e dodici giorni esatti e l’inesperienza acerba che la portò a non guardare la rimonta della romena Camelia Potec che trionfò per soli 19 centesimi. Un battito che avrebbe domato e controllato se Federica avesse ripetuto il tempo delle semifinali con 1’58″02. E quell’istante che la immortala sul podio ci consegnò una ragazza decisa, felice, che si aggiustava i capelli senza sciogliersi in lacrime.

Una carriera infinita, iniziata a grandi livelli nel 2004 e proseguita con un successo dopo l’altro e ben 25 ori. E una carriera che dovrebbe prolungarsi fino a Tokyo 2020, quinta ed ultima Olimpiade di Federica, che non ha però ancora deciso se in Giappone gareggerà negli amati 200 o sulle distanze più brevi, come anticipato dopo la delusione di Rio 2016.

Il trionfo in discesa alle Olimpiadi invernali di PyeongChang è ancora nella mente di tantissimi appassionati. Ed è proprio grazie all’oro olimpico che, Sofia Goggia è stata nuovamente premiata come “Donna dell’anno” ai Gazzetta dello Sport Awards.

Sofia Goggia premiata come “Donna dell’anno” 2018

La scorsa stagione è stata anche quella del sogno con la Coppa del Mondo di specialità.

Attualmente la sciatrice bergamasca si sta riprendendo dopo l’infortunio alla gamba destra dell’ottobre scorso. In questa fase di stop forzato ha avuto modo di pensare a se stessa, conscia di poter tornare più forte di prima.

Il mio recupero dall’infortunio procede bene e sono contenta di tutta la mobilità che il mio piede sta riacquisendo. È un infortunio che deve aspettare i tempi biologici della guarigione ma spero di poter mettere gli sci appena dopo Natale.

L’obiettivo è quello di poter esser presente per gennaio alla prova di Coppa del Mondo a Cortina d’Ampezzo, dove proprio la scorsa stagione ha ottenuto un grande successo in discesa.

Ovviamente la voglia di tornare il prima possibile c’è ma Sofia vuole evitare il rischio di una ricaduta che le complicherebbe l’annata.

Il principale diventa guarire completamente per avere la testa e il fisico pronti a gareggiare al 100%. Per me l’importante resta godermi il percorso e vivere bene il quotidiano.

Intanto si gode i secondo premio come donna dell’anno.

Non ci sono solo le ragazze del volley a portare in alto il tricolore in questi giorni. Alle Olimpiadi giovanili di Buenos Aires l’Italia chiude con un record di medaglie. In totale sono 41, 34 sono arrivate singolarmente e 7 in team internazionali. Quinto posto nel medagliere con 11 ori, 10 argenti e 13 bronzi. A questo bottino di risultati vanno aggiunti 5 ori e 2 argenti vinti con i team internazionali.

Numeri da primato come mai era successo finora nei precedenti Giochi Olimpici Giovanili (nella precedente edizione di Nanchino ci eravamo fermati a 27 centri). Quella svoltasi in Argentina è stata la III edizione di una manifestazione nata nel 2007 e rivolta ai ragazzi tra i 13 e i 18 anni. Per l’Italia è stato un po’ come giocare in casa visto che dalle parti di Buenos Aires ci sono oltre 500mila italiani emigrati mentre quasi il 20% della popolazione argentina ha origine italiane.

Sono stati 83 gli atleti azzurri in gara, il numero più alto di sportivi italiani nella storia di queste Olimpiadi. L’ultimo sigillo è arrivato dal pugilato con il trionfo di Martina La Piana che ha sconfitto 5-0 in finale la nigeriana Gbadamosi per la categoria 51 kg.

La delegazione azzurra ha i volti di Davide Di Veroli, portabandiera nella cerimonia di apertura e vincitore nella spada individuale e nel team misto continentale. Di Giorgia Villa, portabandiera nella cerimonia di apertura, che si porta a casa ben 3 ori (concorso generale, volteggio e corpo libero) e un argento (parallele asimmetriche) nella ginnastica artistica.

Davide Di Veroli

C’è poi il recordman di medaglie Thomas Ceccon con 5 medaglie: oro nei 50sl, argento nei 50 dorso e 200 misti, bronzo nei 100 dorso e nella 4×100 stile libero.

Il medagliere è stato vinto dalla Russia con 59 ori a livello individuale, poi Cina, Giappone, Ungheria e Italia. Gli Azzurri precedono alcune potenze sportive come Usa, Francia, Brasile e i padroni di casa dell’Argentina. L’edizione sudamericana, dal 6 al 18 ottobre, passerà alla storia come la prima a garantire la parità di genere tra gli atleti e per le sue cerimonie all’aperto. Quella di apertura si è tenuta all’Obelisco di Baires, quella di chiusura nel Villaggio olimpico. La prossima edizione si svolgerà nel 2022 per la prima volta in Africa, a Dakar in Senegal.

Un momento della cerimonia di apertura

 

Il monaco buddhista che si diede fuoco in un piazza di SaigonRosa Parks che su un autobus si rifiutò di alzarsi per far sedere un bianco.
E poi ci sono i pugni guantati di Smith e Carlos. Sicuramente tante altre foto hanno segnato un’epoca, ma queste tre, limitate ad un un arco temporale confinante, hanno un senso comune di ribellione. Contro il regime cattolico nel Vietnam il primo, per i diritti civili dei neri gli altri due. Piccole tappe, capaci di sovrastare il dio Crono e di rimanere immutate nel tempo, come quella del 16 ottobre 1968.

 

 

Olimpiadi di Città del Messico. Tommie Smith e John Carlos, primo e terzo nella finale maschile dei 200 metri. I due atleti americani, durante la cerimonia celebrativa, sollevarono in cielo il pugno con un guanto nero, con il capo chino, al collo una collanina con delle pietre -simbolo di ogni nero morto linciato- e i piedi scalzi. Umanamente fieri e con i muscoli tesi a reggere una presa di coscienza che in quel momento non era più pesante delle medaglie che avevano al collo.
Solo sei mesi prima fu assassinato Martin Luther King e quello fu il gesto che portò il ruggito del Black Power, contro la discriminazione razziale, ad echeggiare oltre i confini dello stadio. Ventiquattro anni Smith, un anno in meno Carlos.

 

L’attimo prima della premiazione

L’aneddoto

Quella protesta è rimasta scolpita nella storia dello sport e non solo, anche perché su quel podio Smith e Carlos non si sentirono soli. La medaglia d’argento, infatti, andò a Peter Norman, australiano cresciuto a Melbourne, dove ebbe modo di osservare l’odio dei bianchi verso gli aborigeni. Lui era ignaro della protesta, ma si dice che sia stato proprio Norman, a fine gara, a suggerire ai due atleti di dividersi i guanti perché avevano solo un paio. Non solo: indossò la spilla con il simbolo del Progetto olimpico per i diritti umani.
Scesi dal podio, il loro cammino sportivo si interruppe. Norman non venne convocato, infatti, ai successivi Giochi a Montreal. A Smith e Carlon andò anche peggio: immediatamente sospesi dalla squadra americana, ricevettero in seguito numerose minacce, tra le quali anche quelle del Ku Klux Klan.

 

Ma il loro gesto non conosce lo scorrere del tempo. Peter Norman è morto a Melbourne all’età di 64 anni a causa di un infarto. Al funerale, Tommie Smith e John Carlos hanno sorretto la sua bara. Uniti, fino alla fine.

Dici Gelindo Bordin e si apre un mondo. La corsa vincente dell’atleta italiano alle Olimpiadi di Seul ’88 è una delle immagini chiave dei favolosi anni Ottanta. Ci sono l’urlo di Marco Tardelli e Like a Virgin di Madonna, Ronald Reagan e Gorbaciov, il muro di Berlino e Holly e Benji, Papa Woytyla e Ritorno al futuro, il Napoli di Maradona e il Live Aid. E poi c’è Gelindo, stretto tra l’unicità del suo nome e quella progressione vincente che termina con il bacio della pista.

Bordin nel 1988 ha 29 anni, un anno prima ha conquistato la medaglia di bronzo dei Mondiali a Roma. Nel 1986 è campione d’Europa a Stoccarda. Arriva in Corea con buone sensazioni, c’è anche lui nella griglia dei favoriti.

Domenica 2 ottobre: la gara è intensa, ma massacrante, si corre con un’umidità del 75%. Al 31mo chilometro Bordin tenta una fuga ma viene ripreso. Si entra nel vivo quando un quartetto si stacca e conduce, siamo al 36mo chilometro. Ahmed Salah da Gibuti, canotta n. 236. Takeyuki Nakayama, giapponese, n.635. Gelindo Bordin, canotta numero 579. Douglas Wakiihuri, keniano, n.675. L’Italia segue la gara dell’azzurro con le voci di Paolo Rosi e Attilio Monetti in diretta su Raidue.

Nakayama accusa la fatica e perde terreno. Rimangono in tre, esattamente gli stessi dei campionati mondiali 1987 in cui aveva trionfato Wakiihuri. Al 38mo km attacca Salah, Wakiihuri rintuzza i colpi, Bordin si difende ma è più staccato. E’ tenace, però, il corridore di Longare e non molla, mantiene un ritmo costante. 40mokm, Wakiihuri perde colpi, Bordin lo riprende e mette nel mirino il battistrada. In telecronaca si parla già di medaglia d’argento come grande risultato.

«Dai Gelindo, dai Gelindo!», esclama Rosi. E Gelindo vola, «lo sta braccando», raggiunge Salah e lo supera agevolmente. La corsa di Bordin è tutta proiettata verso l’ingresso allo stadio Olimpico. Gli ultimi 1500 metri sono la meritata passerella di un atleta straordinario, che con quegli occhi spiritati anticipa un po’ il Totò Schillaci di Italia ’90.

Entra nell’impianto sorridendo, godendosi il primo trionfo di un atleta italiano a una maratona olimpica. Dorando Petri viene sportivamente vendicato. Gelindo Bordin chiude la gara in 2h 5’ 30’’, si inginocchia stremato, bacia la pista. Wakiihuri arriva secondo, Salah solo terzo. «Grazie Gelindo», ripete un commosso Paolo Rosi, voce di un intero popolo.

Gelindo Bordin alle Olimpiadi di Seul ’88

 

 

Da un lato uno strapotere straboccante, intinto di pomposità e megalomania, la brama di far vedere a tutti la supremazia della razza ariana e della Germania nazista. Dall’altro un ragazzo di 23 anni, nero proveniente da una famiglia povera americana del Sud, durante gli anni difficili della depressione degli Stati Uniti.
Ancora, da un lato Adolf Hitler che vuole sfruttare l’eco di un evento sportivo magnifico come l’olimpiade per fare propaganda, dall’altro il ragazzo che eclisserà in quell’istante il Führer e che legherà il suo nome per sempre allo sport e alla narrazione dell’Olimpiade del 1936 a Berlino.

Jesse Owens, il velocista e lunghista statunitense che veniva dall’Alabama, capace di vincere quattro medaglie d’oro nella stessa edizione dei Giochi Olimpici. Nessuno come lui nell’atletica leggera. Un primato solo eguagliato dal connazionale Carl Lewis alle Olimpiadi di Los Angeles nel 1984.
Settimo di dieci figli di un agricoltore, nato il 12 settembre 1913, il suo vero nome era James Cleveland: si faceva chiamare J.C. che se letto all’inglese ha il suono “Geisi”. Da qui Jesse il passo è breve anche perché a causa del suo accento marcato, a scuola la maestra capì Jesse e iniziarono a chiamarlo tutti così.

Il legame che lega l’atleta statunitense alle Olimpiadi di Berlino è forte, viscerale e trascina con sé tante altre storie che inquadrano la difficile impresa di questo ragazzo. Il 3 agosto vinse i 100 metri, il 4 agosto il salto in lungo, il 5 agosto i 200 metri e il 9 agosto la staffetta 4×100. Owens, sazio di successi e non sapendo che era prossimo a stabilire un record storico, disse di rinunciare alla staffetta per lasciare il posto alle riserve che, secondo lui, meritavano un po’ di spazio e di gloria. «Giammai», dissero i dirigenti che spinsero per vederlo gareggiare.

Si è detto tanto del saluto-non saluto di Hitler al corridore americano: lui stesso ha smentito una cerca narrativa che vedeva il dittatore tedesco lasciare anticipatamente lo stadio per non dover stringere la mano al ragazzo nero. In realtà ciò non accadde. Ma fu un eroe senza patria: Owens, tornato in America, non ricevette l’omaggio del presidente Roosevelt, in un’epoca in cui vigeva la segregazione razziale in un momento di piena campagna elettorale.

Ma Jesse Owens è stato tanto altro, anche prima dell’Olimpiade. E se l’impresa berlinese è irripetibile e immortale quella del 25 maggio 1935 è davvero titanica. Nel giro di 45 minuti, al Big Ten meet di Ann Arbor, nel Michigan, Jesse stabilì tre record del mondo, eguagliandone un quarto: salto in lungo con la misura di 8,13 metri, 220 iarde piane in rettilineo (20″3), 220 iarde a ostacoli in rettilineo (22″6, primo uomo a scendere sotto i 23″), ed eguagliò quello delle 100 iarde (9″4). Ma non è tutto: fece anche i record delle 100 e delle 220 iarde, ma quelle sono distanze americane che non si corrono alle Olimpiadi.

I più grandi 45 minuti nella storia dello sport. Un record ogni 10 minuti circa di media. Sport Illustrated, ironizzando, ha scritto:

Per trovare una simile scala di successo bisogna percorrere il campo dell’arte e pensare a Mozart che in solo sei settimane ha composto le sue ultime tre sinfonie nell’estate del 1788 o di Shakespeare che scrive “Enrico V”, “Giulio Cesare” e “Come vi piace” nello stesso anno

Non è una leggenda, è tutto vero. Ma non solo: cinque giorni prima della competizione, Owens cadde dalle scale del suo dormitorio presso l’Ohio State University. E la stessa mattina de 25 maggio, la situazione non migliorò: secondo i documenti dell’epoca, i compagni lo aiutarono a scendere dalla macchina del team e, una volta arrivato allo stadio, il ragazzo di Alabama non riusciva nemmeno a piegarsi.
Poi si fece un bagno caldo di mezz’ora e corse verso il trionfo e la storia

Appena pochi giorni di vita e già il neonato reale è oggetto di scommesse e ipotesi sul suo glorioso futuro.

Si chiama Louis ed il terzogenito nato dall’unione del principe William d’Inghilterra e della moglie Kate Middleton. Ma oltre ad essere sotto i riflettori per il suo rango, la sua nascita ha suscitato l’interesse dei bookmakers che lo vogliono protagonista di moltissime scommesse incentrate sul suo futuro, che in tanti vedono nel mondo dello sport.

Si sa, in Inghilterra si scommette proprio su qualunque cosa e le quote che riguardano il piccolo Middletton sono davvero allettanti per non fare almeno un tentativo.

Il principino diventerà un calciatore? La quota è di 1000:1! Nell’immaginario collettivo non solo potrebbe essere un nuovo talento calcistico, ma giocare addirittura nella nazionale.

E se il pallone non entrerà fra i suoi interessi, forse potrebbe far sognare il paese conquistando una medaglia olimpica, abbracciando un qualunque altro sport che lo elegga un campione indiscusso. La quota in questo caso è di 50:1, perché essendo già esistente un caso in famiglia la probabilità diventa più alta. In questo caso il principe Louis potrebbe voler emulare la cugina Zara Phillips, argento alle Olimpiadi di Londra del 2012 nelle gare equestri.

Nonostante sia più interessante vederlo alle prese con qualche trofeo sportivo, secondo alcuni è più facile che superi la gerarchia e diventi l’erede al trono. La quota in questo caso è di 100:1.

Ma che diventi il futuro re inglese o che intraprenda la carriera sportiva, il terzo royal baby al momento rimane l’argomento più interessante per chi ama scommettere. Ma soprattutto per chi non teme di attendere circa 18 anni per veder fruttare la propria intuizione e chissà, magari quel giorno festeggiare una grossa vincita proprio come è avvenuto al nonno di Lewis Cook, giocatore della nazionale inglese, e a chi come lui ha tentato la fortuna anni fa. 

Il Comitato Olimpico Internazionale ha revocato la sospensione inflitta alla Russia, in vigore dal 5 dicembre come sanzione per il cosiddetto scandalo del doping di Stato, causa dell’esclusione di numerosi atleti russi dalle olimpiadi invernali di PyeongChang e della partecipazione sotto le insegne neutrali dell’Oar (Olympics Athletes from Russia).

Alexander Zhukov, presidente del comitato olimpico russo, ha dichiarato alla stampa che tutti gli atleti sono risultati negativi agli ultimi test antidoping, dopo i due casi di positività riscontrati nella prima parte delle olimpiadi:

Il comitato olimpico russo è stato completamente reintegrato nei propri diritti come membro. È una decisione della massima importanza per noi. Oggi abbiamo ricevuto una lettera da parte del Cio sulla reintegrazione del nostro status, collegata ai test antidoping degli atleti russi che hanno partecipato alle Olimpiadi. Nella lettera è scritto che tutti i test erano negativi

Dopo l’estinzione del debito di 13 milioni di euro nei confronti del Cio, resta sul tavolo il problema relativo al reintegro della Rusada, l’agenzia antidoping russa, per il momento lontano da una soluzione.

Intanto hanno avuto inizio il 24 febbraio scorso i campionati invernali “alternativi”, organizzati per permettere agli atleti russi esclusi da PyeongChang 2018 di gareggiare ed ambire ai sostanziosi premi messi in palio, del valore analogo a quelli olimpici (4 milioni di rubli, poco meno di 60.000 euro).

920 atleti si sfideranno in sei discipline: sci (già in corso nella regione di Arcangelo, fino al 3 marzo), bob, skeleton (queste ultime due dal 20 al 26 marzo a Sochi), pattinaggio di velocità su ghiaccio (dal 23 al 25 marzo a Kolomna), biathlon (dal 27 marzo al 5 aprile a Kanty-Mansiysk) e short track (dal 29 marzo al 1 aprile a San Pietroburgo).

Tra le medaglie già assegnate spicca l’oro conquistato nello sci di fondo stile libero maschile 15 km da Artem Maltsev, uno studente del corso di laurea magistrale in educazione fisica.

Da qualche tempo si parla di lui, Usain Bolt, sprinter giamaicano, che dopo la fine della sua carriera agonistica è da diverso tempo corteggiato dal mondo del calcio.

Poco tempo fa aveva fatto delle dichiarazioni che lasciavano ben sperare nel suo ingresso in un club professionale:

Voglio giocare in un massimo campionato, non mi accontento di essere un giocatore medio

Ma chi pensava che era finalmente giunto il momento di sapere in quale club avesse deciso di impegnarsi è rimasto fortemente deluso. Nessuna Premiere League e nemmeno Borussia Dortmund ci sono nel suo immediato futuro. Nessuno si aspettava che si trattasse di una partita benefica!

Proprio così: Bolt ha firmato per giocare per l’Unicef il prossimo 10 giugno a Manchester nel Soccer Aid World XI contro l’Inghilterra. Scenderà in campo all’Old Trafford per una gara di beneficienza.

Il match avrà come protagonisti sia leggende del passato che campioni del momento e tra questi ci sarà lui, il re dell’atletica che ha abbandonato da poco quel mondo che gli ha regalato tante soddisfazioni.

Bolt, oltre ad avere vinto diverse medaglie olimpiche, è riuscito anche a battere diversi record nel corso della sua carriera. Il più grande velocista di tutti i tempi ha collezionato medaglie nei 100 metri, 200 metri piani e staffetta 4×100 metri a livello olimpico. Nei Mondiali di Berlino 2009 e a quelli di Londra nel 2002 ha ottenuto i primati mondiali per la staffetta e rimane ancora l’unico ad essere stato in grado di vincere l’oro in tre edizioni olimpiche consecutive, 2008, 2012 e 2016.

Poi avvenne quell’infortunio che l’ha spinto a lasciare l’atletica e da allora lo sprinter si è visto spesso allenarsi nei campi di calcio e in molti hanno ipotizzato un suo cambio di interessi. Ma l’atletica resterà sempre una parte importante della sua vita.

E a dimostrazione di quanto ancora i suoi successi sono parte di lui ecco che il numero della sua maglietta nella partita organizzata dall’Unicef sarà proprio 9.58, che in molti ricorderanno rappresenta il suo record nei 100 metri.

Che sia solo l’inizio della sua carriera da calciatore professionista? L’ex velocista giamaicano potrebbe decidere di stupirci ancora e firmare a sorpresa in una squadra professionale, magari proprio nel Manchester United, di cui è un grandissimo tifoso.