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Realizzate con materiali riciclati raccolti da vecchi smartphone: questa la novità delle medaglie con cui saranno premiati gli atleti alle prossime Olimpiadi di Tokyo 2020, in programma dal 24 luglio al 9 agosto. Le medaglie sono state presentate dagli organizzatori dei 32esimi Giochi olimpici, a un anno esatto dall’inizio dell’evento, con l’obiettivo di “assomigliare a pietre grezze che sono state lucidate e che ora brillano”.

I premi in oro, argento e bronzo hanno ciascuno una superficie ruvida, quasi meringata sull’anello esterno, che circonda un centro liscio e brillante. Le medaglie sono state svelate nel corso di una cerimonia ad un anno esatto dall’inizio dei Giochi, alla presenza del presidente del Comitato Olimpico Internazionale Thomas Bach, il quale ha detto: «Posso dire di non aver mai visto una città olimpica preparata come Tokyo a anno prima delle Olimpiadi».

Progettate da Junichi Kawanishi, che ha vinto un concorso a cui hanno aderito 400 designer, a livello di dimensioni avranno un diametro di 85 millimetri, e saranno spesse 12,1 mm. Le medaglie d’oro useranno 6 grammi di placcatura in oro su argento puro, mentre quelle che saranno date ai secondi classificati saranno fatte totalmente d’argento. A concludere il cerchio ci sono quelle di bronzo, che useranno una lega di ottone rosso composta da rame al 95% e zinco al 5%.

I regolamenti del Cio imponevano che il design includesse i cinque anelli, il nome ufficiale dei giochi e la dea greca della vittoria di fronte allo stadio Panatheniac. Due anni fa il Comitato Organizzatore di Tokyo 2020 lanciò una campagna di raccolta di vecchi dispositivi elettronici, allo scopo di riciclarli per ottenere i materiali per le medaglie: sarebbero state ricevute 78.895 tonnellate di gadget, di cui 6,21 milioni di smartphone che hanno permesso di ottenere 32 chilogrammi di oro, 3.500 chilogrammi di argento e 2.200 di bronzo.

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Ora che il biscotto è stato ingoiato, forse arriverà il tempo del mea culpa senza agitare lo spetto del complotto esterno. Perché, è innegabile, Francia Romania ha avuto quel copione già scritto a cui nessuno, in Italia, si augurava di assistere. Ma le responsabilità della Nazionale Under 21 sono di gran lunga maggiori rispetto allo scialbo 0-0 che ha qualificato francesi e rumeni alle semifinali dell’Europeo. Anche perché, probabilmente a parti invertite avremmo fatto la stessa partita e i media avrebbero scritti “bene così, missione compiuta”.

E quindi gli azzurrini del ct dimesso Gigi Di Biagio sono fuori da Europei e Olimpiadi. Un fallimento senza appello per quella che era, secondo molti, una delle migliori Under della storia italiana. Barella, Zaniolo, Chiesa, Kean, Pellegrini, Orsolini, Cutrone, Mancini. Giovani che hanno già collezionato gettoni con la Nazionale maggiore e che hanno vissuto un anno da protagonisti nei club, attirando le attenzioni dei top team. Ma nel torneo disputato in casa non sono bastati i 6 punti contro Spagna e Belgio. A condannare gli azzurrini è stato lo sciagurato 0-1 contro la Polonia, poi abbattuta da Fabian Ruiz e compagni per 5-0.


Certo si potrà imprecare per una formula che ti estromette dalle semifinali pur avendo realizzato 6 punti. Certo aspettare due giorni e mettersi davanti alla tv per conoscere il proprio destino non esprime proprio appieno il concetto di regolarità che dovrebbe essere garantito dalla contemporaneità. Ma sono argomenti che, di fronte a una rosa come quella di Di Biagio, rischiano di diventare inutili alibi da perdenti. Perché le possibilità per un grande Europeo (peraltro in casa) c’erano tutte e si è sprecata anche l’occasione di qualificarsi a Tokyo 2020.


L’Italia, così, non sarà presente nel calcio alle Olimpiadi dall’anno prossimo, fallendo quel pass che manca ormai da Pechino 2008. Per la terza volta consecutiva (dopo Londra 2012 e Rio 2016) la Nazionale sarà spettatrice a casa dell’edizione a cinque cerchi. E dire che, paradossalmente, siamo il Paese con più presenze nel torneo olimpico di calcio (15) inseguiti da Usa (14) e Brasile (13). E dal 1984 al 2008 gli azzurri sono sempre stati presenti alle Olimpiadi. Ma, almeno fino a Parigi 2024 il nostro unico successo resterà quello del 1936.

Nell’ultimo secolo, moltissime sportive sono riuscite ad avere un impatto molto forte nel mondo dello sport e sono servite come ispirazione a tutte le ragazze che un giorno avrebbero voluto fare lo stesso. Secondo uno studio del 2018, l’84% di fan sportivi generali ora hanno interesse anche per le attività sportive femminili. Da Serena Williams a Simone Biles, dalle wrestler professioniste alle nuotatrici che detengono svariati record mondiali. Entriamo nel vivo delle cose e iniziamo la lista delle sportive più iconiche di sempre che sono riuscite a mettere gli sport femminili sotto i riflettori.

Serena Williams

Serena Williams è considerata una delle giocatrici di tennis più famose di sempre. Tutte le sue vittorie l’hanno fatta diventare la figura d’ispirazione che ora è negli sport, specialmente per i più giovani. Nel 2019 è stata l’unica donna nella lista di Forbes degli atleti più pagati del mondo. Insieme alla sorella Venus, sono considerate le pioniere di una nuova era per le donne nel tennis.

Ronda Rousey

La wrestler professionista donna più famosa del mondo è Ronda Rousey, una delle più grandi atlete della storia dato che è l’unica donna ad aver vinto sia il campionato UFC che il WWE. È anche stata la prima combattente donna ad essere messa nella UFC Hall of Fame nel 2018, lo stesso anno in cui ha firmato un contratto con WWE e ha iniziato ad essere una wrestler professionista. Prima infatti faceva arti marziali e nel 2008 aveva addirittura vinto una medaglia di bronzo alle Olimpiadi in judo.

Vanessa Selbst

Vanessa Selbst è una giocatrice di New York, la 26esima nella All Time Money List, la classifica dei migliori giocatori live, e la prima nella Women’s All Time Money List. La sua carriera inizia nel lontano 2006, dopo anni e anni passati ad allenarsi online ai casinò, è riuscita ad arrivare ai vertici del World Poker Tour e dell’European Poker Tour. Vanessa non è solo brava nel mondo del poker, ma ha anche una laurea in scienze politiche e ha vinto una borsa di studio per andare in Spagna per un anno. Tutti i suoi successi nel mondo del gioco non potranno mai essere superati, perché da qualche anno ha deciso di ritirarsi da questo mondo. Di certo però rimarrà nella storia delle migliori giocatrici di poker di sempre.

Katie Ledecky

Tra le nuotatrici migliori del mondo, Katie Ledecky ha vinto cinque medaglie d’oro alle Olimpiadi e 14 medaglie d’oro ai campionati mondiali. Al momento detiene anche il record nel freestyle di 400, 800 e 1500 metri. Il suo debutto in campo internazionale risale alle Olimpiadi a Londra del 2012, quando la quindicenne Katie sorprese tutti vincendo la medaglia d’oro nel freestyle di 800 metri. Bastò aspettare le Olimpiadi successive per sorprendere ancora di più gli spettatori di tutto il mondo, quando vinse ben quattro medaglie d’oro, una d’argento e due record mondiali.

Simone Biles

Simone Biles è la ginnasta più premiata dell’America, con 25 medaglie delle Olimpiadi e dei campionati mondiali, senza contare che vinse quattro di queste medaglie d’oro alle stesse Olimpiadi, quelle del 2016 a Rio. Tutto questo a soli 22 anni.

Alex Morgan

Alex Morgan è la co-capitana della squadra femminile di calcio e ha vinto il campionato FIFA due volte di fila, una prima volta nel 2015 e poi nel 2019. Nel 2012 Morgan ha fatto 28 goal e 21 assist, entrando nei record per essere la seconda donna nella storia a raggiungere questi numeri, senza contare che diventò anche la sesta e più giovane giocatrice ad aver fatto 20 goal in un anno solo.

Danica Patrick

Nel campo delle corse, nessuno può stare dietro a Danica Patrick. È stata la prima e unica donna ad aver vinto la gara IndyCar Series all’Indy Japan 300 e ha avuto i tempi migliori di sempre nelle gare femminili nella gare Indianapolis 500 e Daytona 500. In un mondo principalmente dominato dagli uomini, anche più di tutti gli altri sport precedentemente nominati, Danica Patrick è riuscita ad ispirare molte donne ad entrare nel mondo delle gare professionistiche.

 

Raccontare l’Italia è sempre qualcosa di unico e coinvolgente, specie se lo si fa con i ricordi e con cimeli della storia del nazionale italiana di calcio.

Grazie alla mostra “Un Secolo d’Azzurro” a Bari, tutti gli amanti dello sport e del calcio hanno avuto modo di tuffarsi nella centenaria storia della nostra nazionale, toccando con mano oggetti che sono stati il simbolo del Tricolore sul rettangolo verde.

Già perchè sembra strano immaginare scarpini da calcio che non siano di brand sportivi ultramilionari, o maglie che non siano aderenti, traspiranti e comodissime e invece, ripercorrendo tutta la storia dell’Italia di calcio si può certamente notare quanto sia stato difficile giocare a calcio nei primi decenni del ‘900 con scarpe adattate, palloni pesanti e maglie pungenti.

Scarpini usati durante il Mondiale del ’34

Se si pensa che i tacchetti delle scarpe erano attaccati con dei chiodi che spesso perforavano la suola provocando dolori ai piedi, se si pensa che il tessuto del pallone si inzuppava d’acqua durante i temporali aumentando il proprio peso fino a raggiungere il chilogrammo, beh diremmo che è veramente strano.

La riproduzione della Coppa Rimet dei Mondiali 1934 e 1938 e la Coppa del Mondo 1982 e 2006 sono sicuramente gli oggetti che qualsiasi persona voglia tenere in mano anche per qualche secondo, così come indossare i guantoni di Buffon o la maglia di campioni come Maldini, Costacurta e Baggio quando erano ancora sponsor oppure quella del “Mo je faccio er cucchiaio!” di Totti a Euro2000.

Immaginare il gioco del Subbuteo dei primi anni ’60, sfiorare le maglie azzurre con lo stemma sabaudo, rileggere i titoloni il giorno dopo la vittoria del Mondiale, toccare il pallone della finale di Berlino ’06: sono solo alcune delle emozioni che “Un Secolo d’Azzurro” offre.

Se hai 19 anni e fai del nuoto la tua passione primaria, pensi a un futuro in vasca e, perché no, desideri di partecipare a manifestazioni importanti come gli Europei o i Mondiali o addirittura le Olimpiadi.

Tra questi ragazzi sognatori c’era, anzi c’è, sicuramente Manuel Bortuzzo. Il giovanissimo nuotatore romano è stato ferito da un colpo di pistola che gli ha causato la paralisi delle gambe, ma lui non molla e vuole inseguire ancora quel sogno.

Un dolore forte, una famiglia distrutta e un futuro lungo. Tuttavia Manuel non ha paura, non demorde e vuole tornare più forte di prima.
A rivelargli della paralisi è stato il padre, il quale ha ribadito che il giovane non ha pianto e che ha reagito abbastanza bene.

Il 19enne, anzi, ha avuto modo di consolare i genitori, soprattutto la madre con frasi incoraggianti

 Fatti coraggio mamma, ora per me inizia un altro allenamento!

Non ha perso la speranza il promettente nuotatore che sognava di partecipare ai Giochi olimpici e che ha tanta voglia di continuare a lottare. Gli aspettano mesi difficili ma lui vuole cercare di cogliere ogni briciolo di aspettativa fiduciosa.

Trevigiano classe ’99, Manuel ha preso la decisione di diventare un vero atleta nel 2017, trasferendosi a Roma nel centro di Ostia dove si allenano campioni come Gabriele Detti e Gregorio Paltrinieri.
Con i due azzurri, il giovane stringe una forte amicizia così come con Ilaria Cusinato. Proprio la coetanea veneta (doppio argento agli Europei 2018) è stata a insistere con l’allenatore Stefano Morini affinché accettasse Manuel nel centro federale di Roma.

L’ottimismo così come la vena di scherzare certamente non l’ha perso. Dopo aver rivisto i famigliari e la fidanzata Martina, Bortuzzo ha preso il cellulare per mandare un messaggio ai due suoi compagni d’allenamento Detti e Paltrinieri.

Aspettatemi che quando torno vi faccio un culo così!

Frase d’incoraggiamento per chi certo non vuole mollare. Intanto in molti si sono mossi a suo favore sui social. Persone comuni e del mondo dello sport attraverso l’hashtag #ForzaManuel.

Tra i messaggi più sinceri quello dell’ex capitano azzurro di nuoto, Filippi Magnini

 

 

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Un post condiviso da Filippo Magnini (@filomagno82) in data:

E la pluricampionessa Federica Pellegrini

 

 

 

 

 

 

 

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La speranza vede l’invisibile tocca l’intangibile e raggiunge l’impossibile….. #ForzaManuel 🙏🏻🙏🏻

 

Un post condiviso da Federica Pellegrini (@kikkafede88) in data:

 

Sui social è partita anche l’iniziativa lanciata dal nuotatore Andrea Lanzarini e condivisa da diversi atleti

 

Intanto due giovani hanno confessato dell’accaduto e sono stati arrestati.

 

Sul suo profilo Instagram pubblica la foto con la medaglia di bronzo al collo accompagnato da un hashtag eloquente che benedice la buona sorte che, ogni tanto, ci vuole soprattutto lungo una carriera vincente che l’ha messa davanti a sfide contro avversarie, ma anche contro sé stessa. Federica Pellegrini rientra dalla Cina, dove si sono tenuti i Mondiali di nuoto, con la medaglia internazionale numero 50 quando ha superato i 30 anni, una medaglia stregata arrivata in maniera rocambolesca: un incredibile performance nella 4×100 mista delle azzurre che, quarte in acqua dopo un grande recupero di Federica Pellegrini, salgono sul podio per la squalifica del quartetto australiano per lo stacco irregolare di 0.06 nel cambio rana farfalla da parte di Emily Seebohm.

 

La nuotatrice di Mirano c’ha creduto e ha fatto numero tondo, 50, ripensando a dove tutto è iniziato, nel 2004 quando aveva da poco compiuto 16 anni e si ritrovava a gareggiare alle Olimpiadi di Atene. Sconquassò l’Italia, abbracciò Novella Calligaris, unica italiana fino prima di lei ad aver conquistato medaglie olimpiche nel nuoto femminile, seppur un’era fa a Monaco 1972, e di un anno più grande rispetto alla ragazza veneziana.

In quell’occasione fu medaglia d’argento nei 200 stile ed entrò di prepotenza nella storia dello sport italiano. Federica Pellegrini aveva 16 anni e dodici giorni esatti e l’inesperienza acerba che la portò a non guardare la rimonta della romena Camelia Potec che trionfò per soli 19 centesimi. Un battito che avrebbe domato e controllato se Federica avesse ripetuto il tempo delle semifinali con 1’58″02. E quell’istante che la immortala sul podio ci consegnò una ragazza decisa, felice, che si aggiustava i capelli senza sciogliersi in lacrime.

Una carriera infinita, iniziata a grandi livelli nel 2004 e proseguita con un successo dopo l’altro e ben 25 ori. E una carriera che dovrebbe prolungarsi fino a Tokyo 2020, quinta ed ultima Olimpiade di Federica, che non ha però ancora deciso se in Giappone gareggerà negli amati 200 o sulle distanze più brevi, come anticipato dopo la delusione di Rio 2016.

Il trionfo in discesa alle Olimpiadi invernali di PyeongChang è ancora nella mente di tantissimi appassionati. Ed è proprio grazie all’oro olimpico che, Sofia Goggia è stata nuovamente premiata come “Donna dell’anno” ai Gazzetta dello Sport Awards.

Sofia Goggia premiata come “Donna dell’anno” 2018

La scorsa stagione è stata anche quella del sogno con la Coppa del Mondo di specialità.

Attualmente la sciatrice bergamasca si sta riprendendo dopo l’infortunio alla gamba destra dell’ottobre scorso. In questa fase di stop forzato ha avuto modo di pensare a se stessa, conscia di poter tornare più forte di prima.

Il mio recupero dall’infortunio procede bene e sono contenta di tutta la mobilità che il mio piede sta riacquisendo. È un infortunio che deve aspettare i tempi biologici della guarigione ma spero di poter mettere gli sci appena dopo Natale.

L’obiettivo è quello di poter esser presente per gennaio alla prova di Coppa del Mondo a Cortina d’Ampezzo, dove proprio la scorsa stagione ha ottenuto un grande successo in discesa.

Ovviamente la voglia di tornare il prima possibile c’è ma Sofia vuole evitare il rischio di una ricaduta che le complicherebbe l’annata.

Il principale diventa guarire completamente per avere la testa e il fisico pronti a gareggiare al 100%. Per me l’importante resta godermi il percorso e vivere bene il quotidiano.

Intanto si gode i secondo premio come donna dell’anno.

Non ci sono solo le ragazze del volley a portare in alto il tricolore in questi giorni. Alle Olimpiadi giovanili di Buenos Aires l’Italia chiude con un record di medaglie. In totale sono 41, 34 sono arrivate singolarmente e 7 in team internazionali. Quinto posto nel medagliere con 11 ori, 10 argenti e 13 bronzi. A questo bottino di risultati vanno aggiunti 5 ori e 2 argenti vinti con i team internazionali.

Numeri da primato come mai era successo finora nei precedenti Giochi Olimpici Giovanili (nella precedente edizione di Nanchino ci eravamo fermati a 27 centri). Quella svoltasi in Argentina è stata la III edizione di una manifestazione nata nel 2007 e rivolta ai ragazzi tra i 13 e i 18 anni. Per l’Italia è stato un po’ come giocare in casa visto che dalle parti di Buenos Aires ci sono oltre 500mila italiani emigrati mentre quasi il 20% della popolazione argentina ha origine italiane.

Sono stati 83 gli atleti azzurri in gara, il numero più alto di sportivi italiani nella storia di queste Olimpiadi. L’ultimo sigillo è arrivato dal pugilato con il trionfo di Martina La Piana che ha sconfitto 5-0 in finale la nigeriana Gbadamosi per la categoria 51 kg.

La delegazione azzurra ha i volti di Davide Di Veroli, portabandiera nella cerimonia di apertura e vincitore nella spada individuale e nel team misto continentale. Di Giorgia Villa, portabandiera nella cerimonia di apertura, che si porta a casa ben 3 ori (concorso generale, volteggio e corpo libero) e un argento (parallele asimmetriche) nella ginnastica artistica.

Davide Di Veroli

C’è poi il recordman di medaglie Thomas Ceccon con 5 medaglie: oro nei 50sl, argento nei 50 dorso e 200 misti, bronzo nei 100 dorso e nella 4×100 stile libero.

Il medagliere è stato vinto dalla Russia con 59 ori a livello individuale, poi Cina, Giappone, Ungheria e Italia. Gli Azzurri precedono alcune potenze sportive come Usa, Francia, Brasile e i padroni di casa dell’Argentina. L’edizione sudamericana, dal 6 al 18 ottobre, passerà alla storia come la prima a garantire la parità di genere tra gli atleti e per le sue cerimonie all’aperto. Quella di apertura si è tenuta all’Obelisco di Baires, quella di chiusura nel Villaggio olimpico. La prossima edizione si svolgerà nel 2022 per la prima volta in Africa, a Dakar in Senegal.

Un momento della cerimonia di apertura

 

Appena pochi giorni di vita e già il neonato reale è oggetto di scommesse e ipotesi sul suo glorioso futuro.

Si chiama Louis ed il terzogenito nato dall’unione del principe William d’Inghilterra e della moglie Kate Middleton. Ma oltre ad essere sotto i riflettori per il suo rango, la sua nascita ha suscitato l’interesse dei bookmakers che lo vogliono protagonista di moltissime scommesse incentrate sul suo futuro, che in tanti vedono nel mondo dello sport.

Si sa, in Inghilterra si scommette proprio su qualunque cosa e le quote che riguardano il piccolo Middletton sono davvero allettanti per non fare almeno un tentativo.

Il principino diventerà un calciatore? La quota è di 1000:1! Nell’immaginario collettivo non solo potrebbe essere un nuovo talento calcistico, ma giocare addirittura nella nazionale.

E se il pallone non entrerà fra i suoi interessi, forse potrebbe far sognare il paese conquistando una medaglia olimpica, abbracciando un qualunque altro sport che lo elegga un campione indiscusso. La quota in questo caso è di 50:1, perché essendo già esistente un caso in famiglia la probabilità diventa più alta. In questo caso il principe Louis potrebbe voler emulare la cugina Zara Phillips, argento alle Olimpiadi di Londra del 2012 nelle gare equestri.

Nonostante sia più interessante vederlo alle prese con qualche trofeo sportivo, secondo alcuni è più facile che superi la gerarchia e diventi l’erede al trono. La quota in questo caso è di 100:1.

Ma che diventi il futuro re inglese o che intraprenda la carriera sportiva, il terzo royal baby al momento rimane l’argomento più interessante per chi ama scommettere. Ma soprattutto per chi non teme di attendere circa 18 anni per veder fruttare la propria intuizione e chissà, magari quel giorno festeggiare una grossa vincita proprio come è avvenuto al nonno di Lewis Cook, giocatore della nazionale inglese, e a chi come lui ha tentato la fortuna anni fa. 

Il Comitato Olimpico Internazionale ha revocato la sospensione inflitta alla Russia, in vigore dal 5 dicembre come sanzione per il cosiddetto scandalo del doping di Stato, causa dell’esclusione di numerosi atleti russi dalle olimpiadi invernali di PyeongChang e della partecipazione sotto le insegne neutrali dell’Oar (Olympics Athletes from Russia).

Alexander Zhukov, presidente del comitato olimpico russo, ha dichiarato alla stampa che tutti gli atleti sono risultati negativi agli ultimi test antidoping, dopo i due casi di positività riscontrati nella prima parte delle olimpiadi:

Il comitato olimpico russo è stato completamente reintegrato nei propri diritti come membro. È una decisione della massima importanza per noi. Oggi abbiamo ricevuto una lettera da parte del Cio sulla reintegrazione del nostro status, collegata ai test antidoping degli atleti russi che hanno partecipato alle Olimpiadi. Nella lettera è scritto che tutti i test erano negativi

Dopo l’estinzione del debito di 13 milioni di euro nei confronti del Cio, resta sul tavolo il problema relativo al reintegro della Rusada, l’agenzia antidoping russa, per il momento lontano da una soluzione.

Intanto hanno avuto inizio il 24 febbraio scorso i campionati invernali “alternativi”, organizzati per permettere agli atleti russi esclusi da PyeongChang 2018 di gareggiare ed ambire ai sostanziosi premi messi in palio, del valore analogo a quelli olimpici (4 milioni di rubli, poco meno di 60.000 euro).

920 atleti si sfideranno in sei discipline: sci (già in corso nella regione di Arcangelo, fino al 3 marzo), bob, skeleton (queste ultime due dal 20 al 26 marzo a Sochi), pattinaggio di velocità su ghiaccio (dal 23 al 25 marzo a Kolomna), biathlon (dal 27 marzo al 5 aprile a Kanty-Mansiysk) e short track (dal 29 marzo al 1 aprile a San Pietroburgo).

Tra le medaglie già assegnate spicca l’oro conquistato nello sci di fondo stile libero maschile 15 km da Artem Maltsev, uno studente del corso di laurea magistrale in educazione fisica.