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Da qualche tempo si parla di lui, Usain Bolt, sprinter giamaicano, che dopo la fine della sua carriera agonistica è da diverso tempo corteggiato dal mondo del calcio.

Poco tempo fa aveva fatto delle dichiarazioni che lasciavano ben sperare nel suo ingresso in un club professionale:

Voglio giocare in un massimo campionato, non mi accontento di essere un giocatore medio

Ma chi pensava che era finalmente giunto il momento di sapere in quale club avesse deciso di impegnarsi è rimasto fortemente deluso. Nessuna Premiere League e nemmeno Borussia Dortmund ci sono nel suo immediato futuro. Nessuno si aspettava che si trattasse di una partita benefica!

Proprio così: Bolt ha firmato per giocare per l’Unicef il prossimo 10 giugno a Manchester nel Soccer Aid World XI contro l’Inghilterra. Scenderà in campo all’Old Trafford per una gara di beneficienza.

Il match avrà come protagonisti sia leggende del passato che campioni del momento e tra questi ci sarà lui, il re dell’atletica che ha abbandonato da poco quel mondo che gli ha regalato tante soddisfazioni.

Bolt, oltre ad avere vinto diverse medaglie olimpiche, è riuscito anche a battere diversi record nel corso della sua carriera. Il più grande velocista di tutti i tempi ha collezionato medaglie nei 100 metri, 200 metri piani e staffetta 4×100 metri a livello olimpico. Nei Mondiali di Berlino 2009 e a quelli di Londra nel 2002 ha ottenuto i primati mondiali per la staffetta e rimane ancora l’unico ad essere stato in grado di vincere l’oro in tre edizioni olimpiche consecutive, 2008, 2012 e 2016.

Poi avvenne quell’infortunio che l’ha spinto a lasciare l’atletica e da allora lo sprinter si è visto spesso allenarsi nei campi di calcio e in molti hanno ipotizzato un suo cambio di interessi. Ma l’atletica resterà sempre una parte importante della sua vita.

E a dimostrazione di quanto ancora i suoi successi sono parte di lui ecco che il numero della sua maglietta nella partita organizzata dall’Unicef sarà proprio 9.58, che in molti ricorderanno rappresenta il suo record nei 100 metri.

Che sia solo l’inizio della sua carriera da calciatore professionista? L’ex velocista giamaicano potrebbe decidere di stupirci ancora e firmare a sorpresa in una squadra professionale, magari proprio nel Manchester United, di cui è un grandissimo tifoso.

Se una cosa certamente abbiamo imparato dalle Olimpiadi Invernali, e non solo da PyeongChang 2018, è che la nazione regina è la Norvegia:  il paese scandinavo, infatti, ha vinto il medagliere dei XXIII Giochi olimpici invernali con 39 medaglie e ha superato il record di 37 medaglie stabilito dagli Stati Uniti a Vancouver nel 2010. Un risultato storico e oltre ogni aspettativa.

Il paese scandinavo non è solo ricco di panorami adatti allo sport invernale, ma è soprattutto rappresentato dai suoi concittadini che adorano fare ogni tipo di sport su neve e ghiaccio.

Ma qual è il segreto di tale supremazia?

Pare che alla base ci sia il semplice divertimento. Ogni ragazzino norvegese che si affaccia allo sport lo deve fare con serenità e spregiudicatezza. In effetti, come ha specificato il presidente del Cio norvegese, Tom Tvedt:

Prima dei 12 anni, ti devi divertire con lo sport, non ci focalizziamo troppo su chi sia o meno il vincitore. Ci concentriamo, invece, nell’invogliare i nostri ragazzini ad avvicinarsi a uno degli 11mila club sportivi che ci sono nel nostro paese. E funziona, visto che il 93% di bambini e adolescenti è regolarmente impegnato in queste organizzazioni.

Non è quindi un pozione magica o una ricetta miracolosa quella che adotta la federazione norvegese, ma solamente tranquillità e attesa di crescita. Certe volte pare che i ragazzini siano delle macchine e che debbano fare tutto e bene nel giro di pochi mesi e pochi anni, accelerando il loro percorso di crescita, che invece (come insegnano i norvegesi) deve essere graduale.
Ogni ragazzino si affaccia allo sport con un spirito di divertimento più che già agonistico.

Un altro aspetto importante è il budget: La federazione mette a disposizione circa 15 milioni di euro, da spartire tra le Olimpiadi invernali e quelle estive. Cifre ben lontane dai numeri anche della stessa Italia che, nell’ultima ripartizione dei fondi, ha distribuito 145 milioni di euro.
Fra gli sport invernali, inoltre, la Norvegia non stanzia alcun finanziamento per bob, skeleton e slittino, discipline ritenute troppo costose anche per partecipazioni olimpiche senza particolari ambizioni.

C’è da ribadire anche il fatto che gli atleti della federazione norvegese, dal punto di vista economico, non fanno solo affidamento agli stipendi sportivi, ma quasi tutti hanno un lavoro a cui affiancano le attività agonistiche.

Con le vittorie a PyeongChang l’obiettivo è stato raggiunto e ora si punta già a fare meglio in Coppa del Mondo.

È stata la più grande squadra di basket della storia.

Chi ha avuto modo di ammirarli tutti insieme alle Olimpiadi di Barcellona 1992, deve ritenersi fortunato.

12 cestisti, 12 fuoriclasse, 12 campioni del torneo cestistico più importante del mondo. Un vero e proprio Dream Team.

Questa magnifica squadra ha avuto come protagonisti fuoriclasse come Michael Jordan, Magic Johnson, Larry Bird e tanti altri.

E se il coach americano Chuck Daly lo definì un gruppo in cui “era come se avessero messo insieme Elvis e i Beatles”, beh non aveva tutti i torti.

Tra i leader (da mettere in evidenza dato il grande valore del team) di quella squadra da sogno c’era, tra gli altri, Michael Jordan il quale, ancor prima di partire per la Catalogna avanzò una sola richiesta al comitato olimpico americano:

O me, o Isiah Thomas!

Non proprio una pretesa leggera quella di MJ, che però fu accolta. E così il possibile MVP delle Finals 1992, presenza fissa agli All Star Game e timoniere di quei Detroit Pistons bicampioni del mondo a cavallo tra 1989 e 1990, fu lasciato a casa.

La squadra stellare fu scelta dopo il doppio flop: alle Olimpiadi di Seul 1988 e al Mondiale 1990 in Argentina, ed è per questo che l’Usa Basketball fu indotta a optare per le carte migliori.

Quell’Olimpiade fu vinta a mani basse dagli Stati Uniti che in ogni match asfaltava i propri avversari, d’altronde quando hai 12 campioni in squadra era difficile pensare diversamente. In tutti gli scontri vinti, gli Usa schiacciarono i propri avversari con punteggi quasi umilianti.

Persino la Croazia del fuoriclasse dei Nets di Drazen Petrovic, si dovette arrendere alla potenza del Dream Team.

Lo spogliatoio americano era sempre ben caldo e, se il coach Daly era riuscito a metterli insieme, le divergenze sportive dell’Nba si sentivano eccome.

L’avventura vincente di Barcellona segnò anche un’altra importantissima tappa di quel gruppo. Il 22 luglio 1992, nel ritiro di Montecarlo fu disputate la partita più grande della storia del basket. I ragazzi di quel Dream Team si sfidarono in un match a porte chiuse, che andava ben oltre un’amichevole interna. Era un match sentitissimo che ha segnato il basket in quegli anni e in quelli futuri.

La partita fu voluta da un preoccupato Chuck Daly per il clima eccessivamente rilassato in cui vivevano i suoi campioni, in vista proprio dei Giochi Olimpici. John Stockton e Clyde Drexler, infortunati, rimasero in infermeria.

Due gruppi divisi:

Il team Magic Johnson in maglia blu con: Christian Laettner, Charles Barkley, David Robinson, Chris Mullin, Magic Johnson

Il team Michael Jordan in maglia bianca con: Larry Bird, Karl Malone, Patrick Ewing, Scottie Pippen, Michael Jordan

Date tutto quello che avete. Ora, e tutto!

Le parole del coach Daly. Ma loro non avevano bisogno di essere caricati, quella partita la sentivano più delle altre.

Il match fu rigorosamente a porte chiuse tra Magic e Jordan: le gerarchie consolidate dell’Nba contro il Campionissimo reduce dal primo back-to-back.

Ad arbitrare un signore italiano di cui non si ricorda nessuno il nome. Un match in cui se ne diedero di santa ragione e dove i media riuscirono ad entrare solo per l’ultima parte dell’allenamento.

I dirigenti di USA Basketball cacciarono addirittura i responsabili delle pubbliche relazioni dell’Nba e i tecnici video Nba Show. Un unico cameraman, Pete Skorich, che era l’uomo di fiducia ai Pistons per Chuck Daly, ebbe la possibilità di registrare l’evento. Fu un universo chiuso, un piccolo mondo segreto in cui dieci dei migliori giocatori di basket al mondo in cui ne sono viste di cotte e di crude.

Una medaglia di bronzo inaspettata quanto insperata quella conquistata da Nicola Tumolero alle Olimpiadi Invernali di PyeongChang nella 10km di pattinaggio di pista lunga.

 

Il 23enne, dopo aver piacevolmente sorpreso nei 5000m, ha colto un terzo posto sorprendente. In effetti l’azzurro non partiva certo tra i favoriti, ma con la forza e con la pazienza è riuscito a costruirsi la gara perfetta battendo anche il fenomeno Kramer. E quasi sicuramente, se arriva la medaglia che non ti aspetti, ha ancora più sapore.

Quest’anno è stato l’anno della consacrazione per il giovane veneto. Ai Campionati Europei di Kolomna (in Russia), Nicola riesce a vincere l’oro nei 5000m, di cui è anche detentore del record italiano. Ora la medaglia olimpica, ed è per questo che da questo grande risultato Nicola Tumolero entra di diritto nello sport azzurro.

Quando si pensa al pattinaggio su ghiaccio maschile, il paragone è, ovviamente, con il grande ex campione Enrico Fabris. Tra i due, oltre lo sport, li accomuna la provenienza. Infatti entrambi sono originari di Asiago.

Fabris, durante le Olimpiadi 2006 riuscì a cogliere tre medaglie: 2 ori (1500 m e inseguimento a squadre) e un bronzo (5000 m).

Fabris è un esempio, per me rappresenta un incoraggiamento continuo!

Ovviamente il nostro Tumolero vola basso e intanto si gode questa medaglia in vista anche delle altre uscite olimpiche che l’attendono.

Una medaglia che mancava da tanto, da troppo tempo per l’Italia e la nostra Federica Brignone ce l’ha regalata.

La sciatrice milanese, con il bronzo conquistato nello Slalom gigante di Yongpyong, ci ha emozionato e ci ha dato la possibilità di tornare in auge nello sci alpino dopo vent’anni.

In effetti, l’ultima azzurra sul podio in uno slalom gigante olimpico è stata l’ex campionessa Deborah Compagnoni, oro ai Giochi Olimpici di Nagano 1998 e Lillehammer 1994.
La prima venne conquistata a Squaw Valley nel 1960 da Giuliana Minuzzo.

Un digiuno di 20 anni esatti fino alla giornata coreana, targata Brignone. Si tratta della 33esima medaglia italiana nello sci alpino ai Giochi Olimpici Invernali, la prima femminile dall’oro in superG di Daniela Ceccarelli a Salt Lake City 2002.

Quarta medaglia dunque per l’Italia team, dopo il bronzo di Dominik Windish nel biathlon, l’argento di Federico Pellegrino nello sprint a tecnica classica e l’oro di Arianna Fontana nello short track.

La gioia per questa medaglia è tanta per Federica

Questa medaglia ha un significato enorme, non mi rendo neanche conto di dove sono e cosa sto facendo. Ricevere la medaglia sarà bellissimo, sono molto emozionata adesso. Mi sono commossa come mai nella mia vita!

Felicità che però nasconde un po’ di amarezza sia perché la stessa Federica.

Infatti, dopo una grande prima manche, poteva sperare anche in un argento ma rattristita soprattutto dal mancato piazzamento della collega azzurra Manuela Moelgg. In effetti la sciatrice altoatesina si era piazzata davanti a tutte dopo la prima manche. Nel secondo capitolo della gara, però, qualche sbavatura di troppo ha fatto sì che si allontanasse dal podio.

Avremmo potuto essere in due sul podio. Quando scendeva Manuela stavo veramente male, e sono ancora dispiaciuta adesso, mi sarebbe piaciuto tantissimo fare il podio con lei.

A trionfare è stata la giovanissima americana Mikaela Shiffrin. Comunque sia per la Brignone le Olimpiadi non sono ancora finite, ha ancora molte gare da disputare come la discesa, il superG. Insomma c’è ancora da divertirsi.

Arianna Fontana è entrata nell’Olimpo del sport italiano, grazie all’oro conquistato nello Short Track dei 500m a PyeongChang 2018.

Con questa vittoria la nostra portabandiera ha ottenuto una serie di record. Trionfo ottenuto in Corea del Sud, Paese in cui lo Short Track è quasi legge.

La pattinatrice di Sondrio, nella storia della specialità dei Giochi Olimpici, ha raggiunto tali medaglie unicamente la cinese Wang Meng. L’azzurra, inoltre, è stata l’unica europea a salire sul gradino più alto del podio e prima donna all time nella sua disciplina.

L’atleta azzurra delle Fiamme Gialle, inoltre, ha già ottenuto altri record come quello di più giovane italiana a vincere una medaglia olimpica per l’Italia quando, appena quindicenne, a Torino 2006 conquistò il bronzo nella staffetta 3000m.

Lei non vuole fermarsi in vista anche dei 1000 e 1500 metri oltre alla staffetta.

Per ora si gode il meritato momento dato che non è molto frequente vedere la portabandiera italiana vincere una medaglia d’oro.

In effetti erano ben 24 anni che un atleta, protagonista della cerimonia inaugurale, non saliva sul podio più alto di una disciplina olimpica invernale.

L’ultima era stata la campionessa Deborah Compagnoni ai Giochi Olimpici di Lillehammer 1994, nello Slalom Gigante sulle nevi norvegesi.

La nostra Arianna è riuscita nell’impresa dove altre eroine dello sport azzurro come Isolde Kostner o Gerda Weisseinsteiner, o addirittura leggendari campioni come Armin Zoeggeler, non sono arrivati. Nessuno, da Deborah ad Arianna, era riuscito a salire sul gradino più alto del podio portando sulle spalle il Tricolore.

Ma facendo un salto nel passato, negli annali dei Giochi, fino alla prima storica edizione di Chamonix 1924, si scopre che soltanto altri due atleti sono riusciti a vincere l’oro da portabandiera: impresa realizzata dal grandissimo Alberto Tomba nel 1992 ad Albertville e, otto anni prima a Sarajevo, da Paul Hildgartner nello slittino (che fu ancora portabandiera nell’88 a Calgary scivolando però lontano dal podio).

Neppure il leggendario Gustav Thoeni, leader della Valanga azzurra, per due volte (Innsbruck ’76 e Lake Placid ’80) ebbe l’onore di guidare la squadra sventolando la bandiera italiana, ma in gara dovette accontentarsi, si fa per dire, di un argento. Niente oro, comunque, come chi l’aveva preceduto, dal 1924 al 1976. Stop. Solo quattro portabandiera su 21, in quasi un secolo e 23 edizioni di Giochi invernali, hanno centrato l’impresa: nessuno dal 1924 al 1980, tre dal 1984 al 1994, una quest’anno a PyeongChang, l’incredibile Arianna Fontana.

Vincere da portabandiera è qualcosa che porterò nel mio cuore gelosamente!

Ventidue centimetri per giungere davanti a tutti. Traguardo tagliato con la grinta di una guerriera che non si è fatta prendere dalla tensione, ma che ha sfruttato la l’emozione in adrenalina agonistica.

È questo ciò che ha realizzato la nostra Arianna Fontana in pista. Al comando dallo scatto sino alla conclusione della gara, ha fatto capire chi è Ary e che avrebbe fatto vendere cara la sua pelle. Un oro atteso 8 lunghi anni.

La squalifica della sudcorena Choi non ha cancellato tutto il buono fatto in pista nei 500m, per conquistare un meritatissimo oro.

Sesta medaglia olimpica per la nostra portabandiera, la prima vinta nel 2006 ai Giochi Invernali di Torino.

Finalmente il mio sogno è diventato realtà. L’ho sognato tante volte ma viverlo è anche meglio!

In effetti non capita spesso vincere un oro olimpico, ma lei è entrata di diritto nella storia dello sport italiano e internazionale.

È stato un lungo viaggio, più bello di come lo avevo immaginato. È un oro che inseguivo da anni, una sensazione stupenda tagliare il traguardo davanti alla coreana in casa sua. Voglio ringraziare Coni, Federazione e famiglia.

Grazie Anthony per essere al mio fianco, assicurandomi di aver fatto tutto ciò che dovevo fare per essere pronta per questo #evento. ? È stato il #viaggio di una #vita , e non è ancora finito ??? Thank you @anthony_lobello for being by my side; making sure I did everything I needed to do in order to be #ready for this #event. It’s been the #ride of a #lifetime. And it’s not finished yet! ?? Fit-Fast-Focused. #FRAG (if you don’t know, you better ask someone) • • • #italiateam #TeamA ?? #DAOAthlete #DAOInTheWorld #FiammeGialle ? #shorttrack #speedskating #шорттрек #쇼트트랙 #短道速滑 #schaatsen ⛸ ‪#i2018평창 #hellopyeongchang #pyeongchang2018 ????❤ ‬#olympics ‪#winterolympics ‬#FuocosulGhiaccio ? #herbalife #TOYOTATEAM #teamyoungitalyunipolsai ?? #valentinesday #sanvalentino ?

Un post condiviso da Arianna Fontana (@aryfonta90) in data:

Con questo trionfo Arianna Fontana è diventata un orgoglio dello sport azzurro e anche il presidente del Coni, Giovanni Malagò, era convinto che la pattinatrice avrebbe regalato gioie al popolo italiano.

Una cosa è certa la nostra Arianna si è emozionata e ha emozionato tutta l’Italia intera

Compierà 18 anni il prossimo 29 giugno, nemmeno un filo di barba, ma qualche brufoletto. Eppure il 17enne Redmond Gerard ha segnato il suo nome nella storia sportiva e olimpionica degli Stati Uniti d’America e dello sport in generale. Gerard, infatti, con il primo posto conquistato domenica 11 febbraio nello slopestyle di snowboard non solo ha regalato la prima medaglia d’oro agli Usa, ma è il primo atleta del nuovo millennio a vincere in un’Olimpiade, in questo caso nei Giochi invernali di PyeongChang 2018.

Il ragazzo prodigio che viene da Westlake, in Ohio, ha chiuso in testa dopo una strepitosa terza prova, scavalcando il duo canadese Maxence Parrot,  argento per lui, e Mark McMorris (che ha alle spalle una storia incredibile), bronzo nonostante esser stato in testa nei primi due run.

Gerard ha piazzato il punteggio decisivo di 87.16 nella terza e conclusiva frazione, dopo due turni nei quali ha commesso svariati errori e che lo hanno costretto a classificarsi come decimo nell’ultimo turno decisivo.
Lo slopestyle è una delle discipline sia dello sci che dello snowboard ed è sport olimpico dai Giochi invernali di Sochi, nel 2014. Lungo una pista in discesa, gli atleti devono realizzare salti e acrobazie, usufruendo di rampe, ringhiere e altri ostacoli. Gerard è, così, il secondo americano a vincere la medaglia d’oro nella disciplina dello slopestyle in un’Olimpiade: al debutto dell’evento di quattro anni fa, a trionfare fu Sage Kotsenburg, ora ritiratosi.

Un ragazzotto guascone fuori dalle righe. E a dimostrarlo è la notte passata in bianco guardando Netflix (le puntate della serie Brooklyn Nine-Nine) alla vigilia della gara più importante della sua vita. Ovviamente la sveglia al mattino, regolata alle 6.30, non l’ha minimamente sentita ed è stato solo grazie al suo compagno di squadra, Kyle Mack, che è riuscito a svegliarsi, dopo essere stato letteralmente buttato giù dal letto. Tra l’altro senza ricordarsi dove aveva lasciato la giacca con cui avrebbe dovuto gareggiare. Giacca che ha poi preso in prestito dall’amico.

Redmond è salito su uno snowboard all’età di due anni e non è più sceso: alcuni anni fa, la sua famiglia ha deciso di costruirgli un terrain park (una riproduzione di una pista dove poter fare snowboard) nel cortile della loro abitazione in Colorado. In breve tempo è diventato talmente popolare che i residenti della zona lo usano per allenarsi ed è nato un profilo Instagram, “Red’s Backyard”, che ha più di 5.600 followers.

Ci sono tante curiosità attorno ai Giochi Olimpici Invernali.

Piccoli dettagli che ora sembrano anche passati ma che fino a qualche anno fa erano di routine. Ma ci sono anche medagli assegnate mezzo secolo più tardi o i vari medaglieri più ricchi.

IL MEDAGLIERE E IL PIÙ MEDAGLIATO

Ad avere più medaglie in bacheca è la Norvegia. Il paese scandinavo domina con ben 329 medaglie ottenute di cui 118 ori, 111 argenti e 100 bronzi. Mica male per un Paese con non molti abitanti. Ovviamente è norvegese anche l’atleta più vincente della storia delle Olimpiadi. Si tratta di Ole Einar Bjørndalen, fuoriclasse del Biathlon che, fra le edizioni del 1998 e del 2014, ha vinto ben 13 medaglie (8 ori, 4 argenti e 1 bronzo).

Al secondo posto del medagliere ci sono gli Usa con 281 (96 ori; 106 argenti e 83 bronzi) e al terzo la Germania con 208 (78; 78; 53). L’Italia è 13esima con 114 medaglie (37 ori, 34 argenti e 43 bronzi).

OLIMPIADI ESTIVE E INVERNALI

Dalla prima edizione del 1924 fino a quella di Albertville 1992 la cadenza dei Giochi Olimpici invernale era la stessa di quelle Estive: quasi sempre a febbraio le prime; fra il luglio e l’agosto successivo le seconde. Nel 1944 l’edizione di Cortina d’Ampezzo non fu disputata a causa del secondo conflitto mondiale.
Dal 1994, però, con l’edizione XVII di Lillehammer, in Norvegia, si decise di dividere le due edizioni. Mantenendo sempre una cadenza quadriennale.

Tuttavia seppur gli sport siano completamente differenti, ci sono stati quattro atleti che sono riusciti a ottenere una medaglia sia nelle edizioni dei giochi invernali che in quelli estivi. Tra questi atleti c’è la tedesca Christa Luding-Rothenburger  che è la sola ad aver vinto tre medaglie in Olimpiadi disputate nello stesso anno nel 1988: un oro e un argento alle invernali di Calgary (rispettivamente 1000 metri e 500 metri nello speed skating) e un argento a Seul nella velocità su pista di ciclismo.

Christa Luding-Rothenburger
LA DISCIPLINA INESISTENTE E SPORT DIMOSTRATIVI

Si tratta della “Pattuglia Militare”, disciplina antenata dell’attuale Biathlon. Era composta da militari e fu ammessa fino all’edizione di Saint Moritz 1948.

Disciplina prima inserita, poi tolta e poi reinserita è stata lo Skeleton. Attualmente è presente nel programma olimpico e ricordiamo che il grande Nino Bibbia è stato il primo azzurro a ottenere una medaglia proprio nello Skeleton.

sono svariate le discipline ammesse come “dimostrative” nella storia dei Giochi invernali.
Nel 1952 a Oslo c’è il “Bandy”, sorta di hockey su ghiaccio con la palla, popolare nei paesi nordici; nel 1936 e nel 1964 c’è stato lo “Stock”, tradizionale gioco delle bocce bavaresi sul ghiaccio; quindi lo “Skijöring”: sci dietro ai cavalli a Saint Moritz 1928. E poi ancora: la corsa con i cani da slitta, in mostra a Lake Placid 1932 e a Oslo nel 1952; lo sci di velocità, dimostrativo nel 1992 e il pentathlon invernale nel 1948.

BRONZO 50 ANNI DOPO

Nel 1924 il bronzo della gara di salto con gli sci è assegnato al norvegese Thorleif Haug, ma nel 1974, giusto 50 anni dopo, si scopre che è stato commesso un errore di misurazione. Così il bronzo viene riassegnato allo statunitense Anders Haugen, che all’età di 83 anni riceve il riconoscimento.

Non s’è ancora alzato il sipario sulla 23esima edizione dei Giochi Olimpici invernali che c’è già qualcuno che ha scritto un piccolo record.

Si tratta della saltatrice azzurra Lara Malsiner, che con la sua giovanissima età è entrata di diritto nella storia dello sport azzurro.

Di fatto, l’atleta originaria di Vipiteno è la prima “Millenial” azzurra a prendere parte a una spedizione olimpica. Nata il 14 aprile 2000, la giovanissima Lara non ha ancora compiuto 18 anni. Se pensiamo che tra lei e il veterano Roland Fischnaller ne passano quasi 20, è un bel appunto.

È un grandissimo onore per me poter partecipare alle Olimpiadi così giovane! Mi godrò ogni momento di quest’esperienza indimenticabile!

Lara salta con gli sci da quando aveva 7 anni; viene da una famiglia di sciatrici: prenderà parte al salto con gli sci insieme a sua sorella maggiore Manuela classe ‘97, mentre sua sorella minore Jessica pratica sci a livello pro. Ha vinto un bronzo ai Giochi Olimpici Giovanili di Lillehammer nel 2016.

Da quest’avventura non mi aspetto molto, perché per me il solo fatto di esserci è tantissimo!

Tra i suoi segni particolari: parla 4 lingue e come se non bastasse oltre alla sua disciplina olimpica pratica arrampicata, nuoto e pallavolo.
Una cosa è certa il futuro è davanti a lei e chi sa che magari, nel 2022 o nel 2026, non possa arrivare per lei un podio olimpico.

Quest’anno sono entrata alcune volte nella top ten in Coppa del Mondo, spero di riuscirci anche a PyeongChang!