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Il 27 settembre 2007, in una calda e afosa notte a Hangzhou, in Cina, la Nazionale femminile americana è entrata nel Dragon Stadium forte di un’imbattibilità che durava 51 partite. Sì, esattamente 51 incontri senza subire una sconfitta. Quasi tre anni in cui hanno schiacciato chiunque davanti al loro cammino conquistando il titolo olimpico nel 2004 da aggiungere in bacheca assieme alle due Coppe del Mondo  dell’ultimo decennio del millennio.

In semifinale, contro le statunitensi c’erano le giocatrici del Brasile che, come i rispettivi omologhi maschili, negli ultimi tempi stavano e stanno sentendo la pressione delle aspettative dei proprio tifosi: dall’esaltazione alla frustrazione, da essere riconosciute a livello globale come le migliori giocatrici per espressione di gioco e talento, sul campo la storia dice invece che, in otto edizioni di Mondiali, le brasiliane non hanno ancora alzato un trofeo al cielo. Ma quel 27 settembre 2007, nonostante la corazzata americana, per la Seleção il sogno sembrava più raggiungibile.

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L’autogol di Leslie Osbourne e l’espulsione della centrocampista Shannon Boxx, che hanno mandato gli Stati Uniti negli spogliatoi a fine primo tempo sotto per inferiorità numero e sotto di due reti, hanno destabilizzato l’ambiente, ulteriormente degenerato dalla scelta del ct Greg Ryan di lasciare in panchina la promessa Hope Solo e di affidare i pali alla più esperta e veterana Briana Scurry, la quale solo a mente fredda e a distanza di anni avrebbe potuto ringraziare l’allenatore della scelta per una sola ragione: aver comunque affrontato (e subito due gol da lei) la giocatrice più forte di sempre, Marta.

Marta Vieira da Silva aveva già segnato sei gol ai Mondiali del 2007. Al minuto 79, col il match già fortemente indirizzato sul 3-0 per le brasiliane, la fantasista si fece recapitare palla sul lato sinistro della fascia, poco distante dal vertice alto dell’area di rigore e mentre si trovava spalle alla porta, il difensore Tina Ellerston deve essersi chiesta cosa avesse fatto di male in una vita passata per meritare il compito di fermare l’icona calcistica femminile vivente. Con la palla ancora sospesa a mezz’aria, Marta prima la stoppò di destro e poi con il sinistro se la fece passare dietro la sua schiena; un mezzo sombrero che attanagliò l’americana, incerta e titubante nel capire quello che le stesse succedendo attorno.

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Ma prima ancora di realizzare l’accaduto, Marta era già scappata via, infiammando il pubblico, pronta per fronteggiare Cat Whitehall, 134 partite in 10 anni con la maglia a stelle e strisce, ma sciolta come un ghiacciolo al sole davanti all’ubriacante disinvoltura della brasiliana, affamata di portarsi a casa il gol più bello del torneo: finta di calciare di sinistro, rientrò sul destro con la Whitehall che andò su di giri e perse l’equilibrio, tiro e palle che passò sotto l’attonita Briana Scurry: Marta si  confermò la stella più brillante e luminosa della costellazione femminile.

Contro l’Australia, nel match perso 3-2, nella gara di giovedì 13 giugno ai Mondiali di Francia 2019, Marta – questa volta di rigore – ha scritto un personale record: è la prima giocatrice a segnare in 5 edizioni differenti della Coppa del Mondo. A livello individuale ha vinto cinque FIFA Women’s World Player of the Year (dal 2006 al 2010) e un Best FIFA Women’s Player (2018), per un totale di sei affermazioni come miglior giocatrice del mondo. Nel gennaio 2013 viene nominata tra i sei ambasciatori del Campionato mondiale di calcio 2014 in Brasile al fianco di Amarildo, Bebeto, Carlos Alberto, Ronaldo e Mário Zagallo e, in occasione della cerimonia di apertura delle Olimpiadi di Rio de Janeiro del 2016, Marta è stata una degli otto portabandiera.

 

Espressione pure del mantra “joga bonito”, è forse quella maglia numero 10 verdeoro che rende così speciali chi la indossa: Zico, Ronaldinho, Rivaldo, Kakà e Marta, hanno una missione in terra, divertire conta quanto vincere. Con un elastico, una dribbling, una piroetta. E no, non ci siamo dimenticati di Pelé, ma il suo nome è giusto citarlo solo ora perché per parametrare cosa rappresenta Marta nel calcio e in Brasile vi basta sapere che nel 2015 è diventata la miglior marcatrice (sia femminile che maschile) in assoluto della Nazionale brasiliana superando proprio i 95 gol di O’ Rei.

Prima donna a essere onorata nella mitica Walk of Fame del Maracanã, il suo viaggio, come molte leggende brasiliane, ha avuto inizi umili e difficili. E’ nata a Dois Riachos, città dello stato Alagoas, l’area meno sviluppata in Brasile, con uno dei livelli più bassi di analfabetismo, alto tasso di mortalità infantile e sottostimate aspettative di vita. Dal 1941 al 1979, inoltre, in Brasile era vietato per le donne giocare a calcio e anche post-legalizzazione, la discriminazione era ancora eccessiva e intollerabile non solo all’interno della società, ma come la stessa Marta ha detto, anche all’interno della stessa famiglia.

Al suo apice, il talento brasiliano era davvero impossibile da marcare: chiedere al Canada, durante i giochi panamericani del 2007, che s’è vista una famelica Marta segnare addirittura cinque reti. Ci sono molte lezioni da trarre dalla brillante e nomade carriera di Marta, ma una su tutte merita il gradino più alto: lei è tra le poche elette che hanno trascinato il calcio femminile nella coscienza pubblica attraverso il suo incredibile talento . Ripercorrendo la gloriosa vocazione  dei suoi predecessori maschili, da Garrincha a Ronaldinho, la sua abilità tecnica e le sue imprese funamboliche hanno contribuito a suscitare interesse per il calcio femminile ovunque lei giocasse.Non solo, ha aperto le menti delle donne sia di quelle che vogliono vivere giocando a calcio sia di quelle che dagli spalti fanno il tifo per le loro beniamine.  Attraverso il suo successo pionieristico, Marta ha contribuito a formare la prossima generazione di talenti prodigiosi mostrando loro ciò che si può fare, credendo davvero. Con quasi due generazioni di carriera, una nuova generazione di atlete e ragazze sarà ispirata a provare a fare lo stesso. E questo vale più di qualsiasi trionfo all’interno di un Mondiale. Sì perché, dopo la vittoria per 4-0 nella semifinale del 27 settembre 2007, il Brasile perse la finale 2-0 contro la Germania e mai più si è avvicinata così tanto al primo successo storico.

Ancora una volta, l’ennesima volta è sempre Lionel Messi.

Il campione argentino del Barcellona ha dimostrato che il Barcellona è ancora lui. Nel match di Liga contro il Siviglia ha sfoderato una prestazione super che gli ha permesso di segnare un nuovo record, che si va ad aggiungere già alla ricca lista di risultati individuali ottenuti in Spagne e in Europa.

Al Sánchez Pizjuán il numero 10 argentino ha registrato il 50esimo hat-trick della sua immensa carriera da professionista, la 44esima con la maglia blaugrana (le altre sei con la nazionale argentina).

Quelli realizzati non sono stati gol “scontati”, sono stati gol alla Messi, sia per peso ma soprattutto di rara bellezza. Una tripletta mozzafiato che per gli amanti del calcio sono un inno allo sport: la prima rete è stata segnata al volo con una girata di prima intenzione sull’altezza del dischetto del rigore, la seconda con un tiro di destro (non è il suo piede) sotto all’incrocio e per concludere un cucchiaio delizioso a beffare il portiere del Siviglia, Tomas Vaclik.

Una grande risposta a tutti coloro che avessero ancora qualche dubbio su Leo Messi. La squadra catalana lo ha voluto omaggiare attraverso un tweet, definendolo il “più forte di sempre!”.

Parole forti che riaccendono la polemica e la diatriba con Ronaldo per chi sia il più forte calciatore attuale e della storia.
Una tripletta che comunque entra di diritto negli annali del calcio. Con il 44esimo hat-trick in azulgrana, di cui 29 messe a segno al Camp Nou e altre 15 sparse nei vari stadi spagnoli ed europei.

L’esultanza al terzo gol è stato un déjà vu. Il pugno destro in alto tra le braccia del compagno Dembélé ha infatti scomodato una leggenda come Pelé.
Difficile trovare le differenze tra il 2019 e il lontano 1970, quando O Rei segnò all’Italia nella finalissima mondiale all’Estadio Azteca vinta 4-1 dal Brasile: stessa espressione di gioia e stesso pugno alzato mentre è Jairzinho a portarlo in trionfo. Un’immagine e un accostamento che sta facendo il giro della Spagna, suggestivo parallelo tra due campioni che occupano di diritto un posto nell’Olimpo del calcio.

Diciannove novembre 1969. Per molti fedeli brasiliani è il giorno della sublimazione da corpo a sostanza aeriforme, da calciatore a divinità di, Edson Arantes do Nascimento, Pelé.
La sua squadra, il Santos, affronta al Maracanà di Rio de Janeiro il Vasco da Gama per la Taça de Prata, un torneo antico che si disputava prima ancora della nascita del campionato nazionale datata 1971. Quando Pelé gioca questa partita, dati statistici alla mano, ha realizzato 999 gol. Solo uno al millesimo. Un traguardo inimmaginabile, fuori da ogni schema logico per un giocatore che ha già vinto tutto col Santos (Libertadores e Intercontinentali), e con il Brasile (due coppe Rimet).

 

Facile intuire la tensione con la quale Pelè scende sul terreno di gioco: tifosi, pubblico, giornalisti e fotografi aspettano un suo lampo di genio. Paradossalmente quel tocco divino non arriva: nessuna giocata spettacolare, nessuna prodezza per O’ Rei, ma un “comune e mortale” calcio di rigore. E De Gregori può anche cantare che non è da un calcio di rigore sbagliato che si giudica un giocatore, ma per Pelé, per il Brasile intero, quel calcio di rigore, rappresenta l’intera essenza esistenziale.

 

Diciannove novembre 1969. O forse no? L’essere aeriforme sfugge e perde di concretezza. Non lo si può toccare, ma solo credere. E’ un dogma. Nel bianco e nero delle immagini, lo si dà per vero. La sfida tra il numero 10 del Santos ed il portiere Andrada, il gol, il millesimo gol, l’esultanza, il giocatore portato in trionfo, la partita sospesa e la notizia che piroetta in ogni angolo sportivo del globo.

 

Dubbi. Tanti. Cosa c’è dopo il gol? Dopo l’apoteosi? Della partita ci sono luci ed ombre e questo la dice lunga sulla risonanza mediatica che ebbe il calcio di rigore. C’è chi dice che il match finì quell’istante, altri affermano che finì regolarmente con la vittoria per 2-1 del Santos sul Vasco da Gama.
E se fosse stato il 1971 e non il 1969? Dubbi anche sull’anno, ma soprattutto…e se non fossero 1000 gol? In Brasile si faceva poca distinzione tra match ufficiali, amichevoli o semplice partitelle. A fine carriera gli saranno accreditate 1.281 reti. Manca l’ufficialità, ma spalleggiandoci tra una fede ed un’altra, questa volta sentiamoci meno San Tommaso.

 

 

Del resto, il giorno dopo il Mondiale del 1970, il Sunday Times intitolò: «How do you spell Pelè? G-O-D».
Amen.

Johann Cruijff e Franz Beckenbauer, e già così viene a mancare il fiato. Uno dinanzi all’altro si scambiano stretta di mano e gagliardetti. Attorno l’aria è calda e sospesa. Sul prato e sugli spalti dell’Olympiastadion c’è adrenalina e tensione. Settantacinquemila spettatori. Monaco di Baviera, Germania Ovest, 7 luglio 1974, ore 16.00, è la finale dei Mondiali di calcio tra i padroni di casa della Germania e l’Olanda del totaalvoetbal, del calcio totale.

Un calcio che si sta trasformando, con costanza e progressione. Non è solo questione di tattica e di moduli. Attenzione mediatica, immagine, sponsor. Giocatori che adesso hanno una seconda “utilità” e, anche se è uno schiaffo ai puristi nostalgici un po’ annebbiati, anche e già 40 anni fa, le maggiori aziende sportive avevano capito che attraverso lo sport, attraverso il calcio si poteva spiccare il volo.

E a pensar bene il ragazzotto dell’Ajax e dell’Olanda, idolo di una generazione perdente, ma dagli occhi innamorati, si calò perfettamente nel ruolo di icona moderna. Fu lui lo spartiacque con il calcio moderno. Unico perché riuscirà nei decenni a preservare e conservare un’aurea mitologica e di purezza, nonostante sotto sotto aveva dei precisi “impegni” contrattuali.
Il suo numero 14, dal club alla Nazionale, ce lo ricordiamo tutti: Cruijff si legò al numero di maglia, il primo a uscire con “prepotenza” dagli schemi consolidati e vetusti dell’uno all’undici. Il Barcellona, più rigido, invece gli impose la numerazione classica: lui accettò il 9, ma sotto la camiseta blaugrana, indossava sempre una maglia con il suo numero.

Elegante, dannatamente elegante, capace di sfidare Crono nella lotta contro l’eternità, lui “il Profeta del gol” divenne uomo immagine. Nel 1971, quando la rivista francese France Football gli consegnò il Pallone d’oro superando Mazzola e Best (ne vinse altre due nel ’73-’74), Johan si presentò alla cerimonia per ritirare il premio indossando un abito firmato Puma e con il logo in bella vista.

Ed era testimonial dell’azienda tedesca anche durante i sopracitati Mondiali in Germania Ovest. E arriviamo alla finale, arriviamo alla foto della stretta di mano tra l’olandese dal ciuffo ammaliante e il Kaiser. Olanda e Germania Ovest, entrambe sponsorizzate dall’Adidas che si sfregava le mani per il risalto mediatico internazionale. Ma non ci vuole un esperto della Settimana enigmistica per accorgersi di una clamorosa differenza: la maglia del capitano olandese aveva una striscia nera in meno rispetto alle canoniche tre, marchio inconfondibile dell’Adidas.

Il luccicante arancione, poi, di certo non aiutò. Macchiato da una lunga e annosa faida familiare poi divenuta imprenditoriale: una guerra intestina tra i fratelli Adolf e Rudi Dassler, uno padre dell’Adidas l’altro della Puma, e che hanno spaccato in due Herzogenaurach, paesino tedesco che ha visto nascere due dei brand più potenti nel settore sportivo. La faida, nella finale del 1974, si sposta su Cruijff, simbolo attrattivo della kermesse iridata e così via la terza strisce sulla sua maglia. Scucita. Il 14 olandese è un uomo della Puma, non si tocca.

Del resto i due marchi avevano già scelto una linea ben precisa: l’Adidas puntava sulle partnership con Nazionali candidate al successo, la Puma puntava ai piedi dei calciatori. Quattro anni prima ci fu un altro scontro: oggetto da contendere era Pelé e chi altro se non lui.
Poco prima dei Mondiali del 1970 in Messico, Horst e Armin, i figli successori di Adolf e Rudolf, stipularono un patto di non belligeranza con il quale ci si impegnava vicendevolmente nel non offrire un contratto di sponsorizzazione a “O Rey”. Come andò a finire? Beh giudicate voi…

Ancora oggi, a distanza di quasi 50 anni, ci domandiamo da dove sia sbucato nell’azione del quarto gol con cui il Brasile di Pelé demolì l’Italia nella finale del Mondiale di Messico 1970. Al minuto ’86, i giocatori italiani, provati dalla partita del secolo in semifinale vinta 4-3 sulla Germania Ovest e spossati dal caldo messicano di un match giocato il 21 giugno 1970 a mezzogiorno, erano coi calzettoni largamente abbassati e con le orecchie, unici muscoli reattivi, rivolte verso l’arbitro in attesa del triplice fischio finale. Ma non lui: Carlos Alberto, il terzino destro di quel grande Brasile, il Capitão più giovane, a quasi 26 anni, della storia verdeoro, compare come una visione sui teleschermi che per la prima volta nella storia trasmettono un Mondiale a colori.

Nell’edizione delle “prime volte” e dei simboli eterni, c’è anche quello che tutt’oggi viene definitivo il gol perfetto: un’azione che ha coinvolto nove giocatori, un’empatia sinergica che diede la certezza della magnificenza del Brasile. E’ il centrocampista Clodoaldo a iniziare il carnevale dribblando quattro avversari nella propria metà di gioco, prima di passare la sfera a Rivelino che, a sua volta, lancia in avanti per Jairzinho sulla fascia sinistra. Dal numero sette al numero 10, “O’Rei” Pelé che giochicchia sul limite dell’area di rigore, temporeggia, aspetta qualcuno, prima di accarezzare dolcemente la sfera indirizzandola in quella che sembrava una zona morta del campo. Passaggio sbagliato? Stanchezza? Passano uno, due, tre secondi e sulla destra, dopo una corsa di 50, 60 metri, si materializza il terzino Carlos Alberto che tira di prima intenzione di collo destro, quasi a occhi chiusi. Una saetta che si infila alle spalle di Albertosi.

Da quell’istante lui, la sua squadra e tutta la Nazione non smetteranno più di esultare: all’Azteca il match termina qualche giro di lancetta dopo, lui solleva la Coppa Jules Rimet e la porta in patria per sempre, essendo il Brasile la prima Nazionale a vincere tre Mondiali dopo i trionfi del 1958 in Svezia e del 1962 in Cile. La rete di Carlos Alberto, in occasione di un sondaggio promosso dalla Fifa in occasione del Mondiale del 2002, è stata inserita all’ottavo posto nella classifica dei migliori gol in una competizione mondiale. In un’intervista alla Bbc, l’ex terzino ricordò quel momento:

Pelé sapeva che stavo arrivando, perché avevamo parlato di questo tipo di possibilità prima della partita, se Jairzinho avesse fatto il movimento verso il lato sinistro portando con sé Giacinto Facchetti. Nessuno parla dei due gol di Pelé, ma sempre e solo del quarto gol. Chiunque può segnare una rete, ma in quell’azione nove giocatori differenti hanno toccato la palla prima della realizzazione. E sono stato fortunato, perché ho segnato io

Non solo un passaggio nella finale del Mondiale, ma anche una profonda amicizia lega Pelé a Carlos Alberto. Una foto che li ritrae assieme accompagna la dedica del numero 10 dopo aver saputo della morte a 72 anni, nella notte del 25 ottobre 2016, del suo amico e del suo eterno capitano.

Alla sua partita d’esordio in questo Mondiale di Russia 2018, Ronaldo è già da record. Nella partita Portogallo contro Spagna, ha messo la sua firma per ben tre volte, guadagnandosi il primato di quarto giocatore nella storia in grado di segnare in quattro mondiali consecutivi.

La sua tripletta, infatti, lo porta ad eguagliare il grande Pelè, ricordato come marcatore del suo Brasile nelle partite mondiali del 1958, 1962,1966 e 1970.

Ma questo grande risultato storico coinvolge anche altri 2 celebri goleador che hanno reso grandi i Mondiali a cui hanno preso parte.

Si tratta di Uwe Seeler, nazionale tedesca, che ha segnato nelle edizioni di Coppa del mondo del 1958, 1962,1966 e 1970, e Miroslav Klose, che ha lasciato il segno a partire dal 2002, per poi continuare nel 2006, 2010 e 2014. Insieme alla Germania è diventato anche campione del mondo nell’ultimo Mondiale.

Cristiano Ronaldo, dopo una grande stagione che lo ha visto di recente anche trionfare con il Real Madrid nella Champions League, ha finalmente sfatato quel triste mito che lo vedeva segnare poco nelle partite mondiali e ancora meno contro gli spagnoli.

Per lui i Mondiali da gol sono quelli di Germania 2006, Sudafrica 2010, Brasile 2014 e adesso si aggiunge Russia 2018.

Ma c’è anche un altro record che si aggiudica il noto Cr7: pare sia il giocatore più anziano a segnare una tripletta in un Mondiale. All’età di 33 anni e 130 giorni conquista anche questo primato.

E non è finita: con la sua 51esima tripletta di carriera e le 84 reti con la nazionale, raggiunge il bomber Ferenc Puskas, dell’Ungheria, e rimane a 25 gol di differenza dal primo di questa speciale classifica dei goleador nazionali, l’iraniano Ali Daei.

Insomma, un fuoriclasse che per molti è ormai entrato nella leggenda ed è destinato ancora a far parlare di sé, anche in questi Mondiali di calcio 2018.

Anche perché sembra sia riuscito a far fallire il tentativo dell’Adidas di disinnescare i calci di punizione ad effetto con il suo nuovo pallone Telstar 18, progettato direttamente per il mondiale di Russia. L’idea era di agevolare i portieri a parare quei tiri con una traiettoria difficile, proprio come quelle a cui ci ha abituato il calciatore portoghese. Ma la prova sul campo non è esattamente andata come si aspettava l’Adidas e Ronaldo, con le sue punizioni a effetto, fa ancora paura ai suoi avversari.

Negli Stati Uniti a giugno fa così caldo ed è così umido che i giocatori dell’Arabia Saudita si sentono a loro agio, molto più dei colleghi delle altre squadre. Poi nella rosa dei ventidue che agli ordini dell’argentino Jorge Solari sbarcano in terra americana c’è anche il Pelé del deserto, al secolo Majed Ahmed Abdullah Al-Mohammed, l’attaccante ormai trentaquattrenne che ha guidato l’Arabia Saudita alle vittorie in Coppa d’Asia nel 1984 e nel 1988 e alla storica qualificazione ai campionati del mondo.
Tutte le premesse per far bene ci sono. Infatti, all’esordio l’impresa al cospetto dell’Olanda svanisce per un soffio: sauditi in vantaggio con un colpo di testa di Amin, raddoppio sfiorato proprio dal Pelé arabo, pareggio di Jonk con un gran tiro da fuori e, quando tutto sembra ormai incanalato verso il pareggio, un errore di Al-Deayea spiana la strada all’appena entrato Taument. La vittoria non tarda ad arrivare nel secondo match contro il Marocco, ma è il centrocampista tuttofare Amin con un velenoso tiro dalla distanza (e non Majed) a regalarla. Per l’ultimo match si attende il Belgio già qualificato. La partita è in programma il 29 giugno al Robert F. Kennedy Memorial Stadium di Washington, alle 12 e 30 ore locali sotto un caldo asfissiante (43 gradi!).
Un pareggio promuoverebbe gli esordienti arabi agli ottavi e sarebbe già un risultato insperato. Ma evidentemente la convinzione nei propri mezzi fa così brutti scherzi che la nazionale in bianco e verde quella partita addirittura la va a vincere. E in che modo!

Quinto minuto e Diego Armando Maradona prende le sembianze di Saeed Al-Owairan…

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Le vittorie, nelle partite di calcio, maturano non solo grazie alle reti degli attaccanti ma anche delle parate dei portieri. Questa regola vale anche nei Mondiali di calcio. Se pensiamo alle parate di Dino Zoff nel 1982 e di Gigi Buffon nel 2006, non possiamo che avere conferma.
Una parata però è entrata di prepotenza nella storia dei Mondiali di calcio.

Messico 1970 e la partita in questione è Brasile – Inghilterra. I carioca sono favoritissimi per la vittoria, tant’è che poi vinceranno il titolo ai danni dell’Italia per 4-1. Tra le fila verdeoro spicca il talento e la forza di Pelé oltre che i gol di Jairzinho. L’Inghilterra invece risponde con una difesa tosta e difficile da penetrare. Nella retroguardia inglese c’è il portiere 33enne, Gordon Banks, estremo difensore dello Stoke City. Da quel giorno il portiere Banks si è fatto conoscere in tutto il mondo.

Al 15esimo minuto, su un cross dalla destra di Jairzinho, Pelé si alza indisturbato e di testa schiaccia la palla all’angolo opposto al portiere inglese. Non si sa come, non si sa il perché, ma il portiere Banks si ritrova sulla zolla d’erba d’impatto della palla. Una specie di carrellata in stile calcio balilla da destra verso sinistra, e il guanto ferma la sfera sulla linea di porta. Il Telstar (il pallone usato al mondiale di Messico ’70) s’inarca oltre la traversa.

Il numero 10 brasiliano rimane di sasso, convinto di aver sbloccato il risultato, ma in quel caso fu il portiere inglese Banks ad avere la meglio. Convinti del gran gesto atletico, i compagni di squadra si complimentarono con il numero 1 britannico, mentre i 70mila dello stadio Jalisco di Guadalajara rimasero meravigliati.

Gordon Banks però non esultò e forse è uno dei suoi rimpianti.

Rimasi a terra seduto accanto al palo con la testa bassa. Nelle foto sembro uno sconfitto, e una foto è per sempre. Ero esausto e se devo dirla tutta non sapevo neppure dove fosse finita la palla. Non mi ero accorto di aver evitato il gol.
Avevo sentito Pelé gridare: Goool. E poi il boato della folla. Non capii nulla fino ai complimenti dei compagni. Fu allora che mi voltai e vidi il pallone sui cartelloni pubblicitari, non in fondo alla rete. Il boato era per me. Cooper mi passò un mano tra i capelli. Pelé disse, Ti odio. Bobby Moore mi fece ridere, Stai diventando vecchio Banksy, un tempo l’avresti bloccata

In attesa della competizione mondiale che avrà inizio a giugno in Russia, la FIFA tiene viva la partecipazione sull’evento coinvolgendo anche i tifosi in un contest originale quanto sorprendente pubblicato sul social Facebook.

La domanda era: di chi è il più bel gol realizzato nella storia dei Mondiali?

La risposta al sondaggio ha lasciato tutti davvero sorpresi, perché davvero in pochi si sarebbero immaginati che il vincitore fosse Manuel Negrete, con la sua sforbiciata del 1986. La rete messa a punto dal messicano negli ottavi di finale di Coppa del mondo contro la Bulgaria, ha superato alcuni dei più quotati calciatori come Diego Armando Maradona e Pelè e i loro gol impressi nella storia del calcio mondiale.

Strano ma vero i due giocatori non figurano nemmeno nella gran finale, che vede invece sfidarsi Negrete contro il brasiliano Eder, con il suo gol mondiale contro l’URSS in Spagna nel 1982. 

Il vincitore è dunque Negrete, che si aggiudica il contest e sale sul primo gradino del podio dinanzi agli altri 31 partecipanti e alle loro reti degne di nota.

Il calciatore messicano beffa soprattutto il Pibe de Oro, che tutti davano per l’assoluto vincitore protagonista del gol più bello nella storia, riferendosi alla sua rete nei Mondiali di Argentina 1978 contro l’Inghilterra. Ma non è l’unico che poteva ambire al titolo: diversi sono i gol che hanno emozionato durante i tanti Mondiali finora disputati e per facilitare il compito alla giuria, formata appunto dal popolo, la Fifa ha ristretto il campo, dando una rosa di poco più di 30 partecipanti.

 

Tra di essi figurano anche le imprese di Ronaldinho, Matthäus, Socrates, Lahm, Hagi, Bergkamp, James Rodriguez, Owen e Roberto Baggio. Nessuno di loro però è riuscito ad arrivare in finale e Negrete si gode la soddisfazione a sorpresa di essere ricordato come colui che ha fatto la rete mondiale più grandiosa della storia. 

Ad Amsterdam nel 1996 è stato inaugurato uno degli stadi europei più all’avanguardia. Orgoglio del paese, oggi si trova nuovamente sotto i riflettori per rappresentare con il suo nome il volto del più grande campione olandese.

Lo stadio dell’Ajax, da Amsterdam Arena diventerà a breve Johan Cruijff Arena.

Ma chi era per l’Olanda Johan Cruijff?

Eletto secondo calciatore del secolo XX, Johan Cruijff era dietro solo al grande Pelè, di cui ha preso anche il soprannome. Alcuni, infatti, erano soliti chiamarlo Pelè bianco e altri, tra cui Sandro Ciotti, lo soprannominavano invece il Profeta del gol.

Johan Cruijff è stato uno dei più forti calciatori al mondo negli anni 1960/70, con tre palloni d’oro vinti e ben 9 titoli nel campionato olandese. Ma non è tutto: sei Coppe d’Olanda, un campionato spagnolo, una Coppa di Spagna, tre Coppe dei Campioni, una Supercoppa europea e una Coppa Intercontinentale completano il quadro di un fuoriclasse come pochi.

Dopo aver appeso le scarpette al chiodo ha continuato a dare tanto al mondo del calcio diventando allenatore e riscuotendo altrettanti successi come quando si trovava in prima linea in campo. In questa sua nuova veste ha vinto due Coppe d’Olanda, una Coppa di Spagna, quattro campionati spagnoli, tre Supercoppe spagnole, due Coppe delle Coppe, una Coppa dei Campioni e una Supercoppa europea.

L’olanda è fiera di essere stata rappresentata da un talento del suo calibro e quando, nel 2016, a causa di una malattia, è scomparso prematuramente, il dolore dei tifosi e del suo pubblico ha scosso tutto il paese.

Il club dell’Ajax è fortemente legato a questa figura che ha dato tanto alla squadra, sia come giocatore che come dirigente, e la decisione di dedicargli lo stadio ha riscosso consensi da ogni parte.

Alla gioia della famiglia di Cruijff che ha commentato così:

Siamo felici che lo stadio prenda il nome di Johan

si aggiunge anche il pensiero di Edwin Van der Saar, ex portiere della squadra olandese:

È il campione più grande della storia del club, conosciuto in patria e nel mondo anche grazie a lui

 La società biancorossa non ha ancora svelato il logo, ma l’attesa durerà ancora per poco. La data di inaugurazione del volto del nuovo stadio è fissata per il 25 aprile. Una data non scelta casualmente ma legata direttamente al calciatore scomparso, nato proprio il 25 aprile del 1947. Un grande omaggio per un calciatore che è diventato anche un simbolo, entrando prepotentemente nella storia del calcio olandese, ma ammirato in tutto il mondo.