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Ad Amsterdam nel 1996 è stato inaugurato uno degli stadi europei più all’avanguardia. Orgoglio del paese, oggi si trova nuovamente sotto i riflettori per rappresentare con il suo nome il volto del più grande campione olandese.

Lo stadio dell’Ajax, da Amsterdam Arena diventerà a breve Johan Cruijff Arena.

Ma chi era per l’Olanda Johan Cruijff?

Eletto secondo calciatore del secolo XX, Johan Cruijff era dietro solo al grande Pelè, di cui ha preso anche il soprannome. Alcuni, infatti, erano soliti chiamarlo Pelè bianco e altri, tra cui Sandro Ciotti, lo soprannominavano invece il Profeta del gol.

Johan Cruijff è stato uno dei più forti calciatori al mondo negli anni 1960/70, con tre palloni d’oro vinti e ben 9 titoli nel campionato olandese. Ma non è tutto: sei Coppe d’Olanda, un campionato spagnolo, una Coppa di Spagna, tre Coppe dei Campioni, una Supercoppa europea e una Coppa Intercontinentale completano il quadro di un fuoriclasse come pochi.

Dopo aver appeso le scarpette al chiodo ha continuato a dare tanto al mondo del calcio diventando allenatore e riscuotendo altrettanti successi come quando si trovava in prima linea in campo. In questa sua nuova veste ha vinto due Coppe d’Olanda, una Coppa di Spagna, quattro campionati spagnoli, tre Supercoppe spagnole, due Coppe delle Coppe, una Coppa dei Campioni e una Supercoppa europea.

L’olanda è fiera di essere stata rappresentata da un talento del suo calibro e quando, nel 2016, a causa di una malattia, è scomparso prematuramente, il dolore dei tifosi e del suo pubblico ha scosso tutto il paese.

Il club dell’Ajax è fortemente legato a questa figura che ha dato tanto alla squadra, sia come giocatore che come dirigente, e la decisione di dedicargli lo stadio ha riscosso consensi da ogni parte.

Alla gioia della famiglia di Cruijff che ha commentato così:

Siamo felici che lo stadio prenda il nome di Johan

si aggiunge anche il pensiero di Edwin Van der Saar, ex portiere della squadra olandese:

È il campione più grande della storia del club, conosciuto in patria e nel mondo anche grazie a lui

 La società biancorossa non ha ancora svelato il logo, ma l’attesa durerà ancora per poco. La data di inaugurazione del volto del nuovo stadio è fissata per il 25 aprile. Una data non scelta casualmente ma legata direttamente al calciatore scomparso, nato proprio il 25 aprile del 1947. Un grande omaggio per un calciatore che è diventato anche un simbolo, entrando prepotentemente nella storia del calcio olandese, ma ammirato in tutto il mondo.

Poco dopo le 10 di sera di martedì 3 aprile, il calcio nella sua fluida e infinita forma, ha cambiato faccia. Cristiano Ronaldo, spalle alla porta, si libera nell’aria per realizzare il gol del momentaneo 2-0 con cui il Real Madrid sta vincendo sulla Juventus. In rovesciata. Torino è l’epicentro di una nuova rivoluzione che parla portoghese e che si propaga su tutto il globo. Lui che sembra paranormale ha riscritto una nuova pagina della storia di questo sport.

Subito ci si domanda: «E’ il gol più bello della Champions League?». Di sicuro è il primo gol segnato in “bicicletta” da Cristiano Ronaldo. L’Allianz Stadium è pervaso da sentimenti contrastanti: beffa, stupore, disfatta, ammirazione. Prevale il senso del bello e del gusto: standing ovation per l’uomo che ha messo a segno 119 gol in Champions League (se fosse un club si piazzerebbe al decimo posto nella classifica assoluta), una sensazione ed emozione provata a campi invertiti quando fu Del Piero a ricevere gli elogi immortali del Bernabeu nel 2008.

E mentre Zlatan Ibrahimovic, impegnato nella conquista dell’America, si complimenta con CR7, sottolineando che «quel gol dovrebbe provarlo a fare da 40 metri» (con ovvia allusione a QUEL gol dello svedese), ci ritroviamo sempre al solito punto di riflessione: chi ha inventato la rovesciata?

Se ci fidiamo delle parole dogmatiche dello scrittore uruguaiano, Eduardo Galeano, la risposta allora è semplice: è Ramon Unzaga. Accadde nel gennaio 1914 allo stadio “El Morro”, non lontano dal porto di Talcahuano, in Cile. Spagnolo dei Paesi Baschi, poi naturalizzato cileno, Unzaga era solito spazzare in acrobazia anche in difesa e portò il gesto tecnico alla ribalta internazionale nel 1916 e nel 1920 in due edizioni della Copa América, quando i giornalisti argentini, estasiati dalla rovesciata, le diedero il nome di “cilena” in omaggio proprio alle origini dell’autore.

Sospeso nell’aria, una sforbiciata. Ma provate a dirlo a Callao, il più grande porto del Perù: in più di uno storcerebbe il naso ancora oggi. Il giornalista argentino, Jorge Barraza, in un suo interminabile viaggio alla scoperta della nascita della rovesciata, afferma che la paternità è da ricercare in qualche chalaco (nome degli abitanti di quest’area) di discendenza africana che provò l’acrobazia in una partita contro i marinai britannici.
Lo storico peruviano Jorge Bazadre annuisce e prova a dare una data: 1892. Quindi, seguendo questa ricostruzione, Unzaga avrebbe solamente copiato questo movimento visto e rivisto durante qualche partita tra la squadra di Callao e il team del porto cileno di Valparaiso.

Il Sudamerica rimane la patria, questo è certo. E tra Uruguay, Argentina, Cile e Perù, può il Brasile rimanere escluso e orfano di tale bellezza motoria? No e, infatti, il suo splendore è nella tecnica di Leônidas da Silva, attaccante funambolico, il “diamante nero” e di gomma per la sua capacità di realizzare gol fantastici e impossibili. Ancora Galeano, di lui, disse: «I gol di Leônidas erano talmente belli che persino il portiere avversario si rialzava per congratularsi».
E segnava, ovviamente, anche in bicicleta. Una delle sue prime risale ai primi anni ’30 quando giocava nelle giovanili del Bonsucesso, squadra di Rio de Janeiro.

Rovesciata, bicicleta, chilena, ma anche bicycle kick, bicyclette e fallrückzieher. I nomi sono disparati e gli autori anche, dai campetti amatoriali ai riflettori mondiali. E proprio tedesco parla il gesto che durante i Mondiali si è visto poche volte tramutarsi in rete. Il più iconico resta il gol di Klaus Fischer, durante la Coppa del Mondo del 1982 in Spagna: la sua prodezza portò la Germania Ovest sul 3-3 costringendo la Francia ad andare ai supplementari.
E sua è anche una massima di vita: «Ogni cross che porta a una rete in rovesciata, non è un buon cross». Il suo connazionale, lo scienziato Hermann Schwameder, esperto di tecnica motoria, infatti aggiunge che ci vuole «istinto, tanto coraggio, e un cross sbagliato».

La mitologia calcistica è piena zeppa di prodezze realizzate capovolti, guardando il mondo da sottosopra spinti da un soffio di vento leggero, per un istante. Cristiano Ronaldo allunga la narrazione, aggiungendosi ai vari Ronaldinho, Rivaldo, Van Basten, Igor Protti, Vialli, Inzaghi, Rooney, Mexes, Pinilla, Quagliarella, lo stesso Ibrahimovic, o l’eroe Bressan con la maglia della Fiorentina contro il Barcellona.
Pelé c’ha costruito su una carriera leggendaria, un marchio di fabbrica da osannare con l’exploit nel film “Fuga per la vittoria”; altra pellicola altrettanto celebre per noi italiani vede il ragionier Fantozzi rovinare fragorosamente al suolo polveroso dopo un goffo tentativo.
Come nella mitologia greca c’era la rappresentazione perfetta e scultorea del vigore umano e maschile, la rovesciata di Carlo Parola è la perfezione fatta istantanea in grado di cristallizzare le ere e i decenni. Oggi continua a essere il logo della figurine Panini, lui fu il primo a utilizzarla con frequenza in Italia e memorabile è quella del 15 gennaio 1950, al minuto 80 di Fiorentina – Juventus.

 

Ma la rovesciata è anche un urlo di giubilo strozzato in gola. Un “cosa sarebbe successo se quella palla fosse entrata?”.  Chissà come sarebbe il mondo, a quest’ora, se il difensore statunitense Marcelo Balboa avesse segnato con quella rovesciata il gol del 3-0 contro la Colombia durante i Mondiali del 1994. Chi lo sa, forse avremmo uno dei gol più spettacolari di sempre. Invece quel match finì 2-1 e una rete americana in realtà fu un’autorete tristemente nota.

 

Fonte dell’articolo:  Who Invented the Bicycle Kick?: Soccer’s Greatest Legends and Lore di Paul Simpson e Uli Hesse. 

Quando pensiamo alla nazionale brasiliana non possiamo altro che immaginare il calcio con il sorriso, con il talento e con la tecnica.

Ovviamente per gli amanti del calcio il Brasile (storicamente parlando) è anche e soprattutto Pelé. Quel campione a tuttotondo che ha cambiato parte della storia del calcio mondiale.

Ha vinto il suo primo campionato del Mondo a 17 anni in Svezia nel 1958, e si è ripetuto in altre due occasioni (Cile 1962 e Messico 1970).

Non possiamo dimenticare che l’Italia è uscita sconfitta proprio in finale contro la Seleçao guidata da O’ Rei.

In quella specifica edizione in cui il numero dieci carioca mise a segno 4 reti di cui una proprio nel match finale contro gli azzurri.

Il campionissimo non riuscì, però, a timbrare il cartellino nella semifinale contro l’Uruguay. Una partita in cui Pelé fu protagonista in negativo. Nello specifico O’ Rei si letteralmente divorò un gol che in altre occasioni avrebbe realizzato anche ad occhi chiusi.

Un suggerimento perfetto del suo compagno di nazionale che gli consentirono di scavalcare il portiere uruguagio Ladislao Mazurkiewicz e pronto per insaccare la palla in rete.

Ma qualcosa andò storto, Pelé non riuscì a coordinarsi per il meglio e pertanto il suo tiro andò ben oltre la porta, finendo la sua corsa fuori a bordo campo.

Sul finale però si riscattò fornendo l’assist per il compagno di squadra Rivellino per il 3-1 finale. Fu la discesa per la vittoria finale del terzo successo consecutivo per il fantasista numero 10, il primo da capitano.

La superstizione colpisce solo in Italia, mentre nel mondo anglosassone il giorno sfortunato è venerdì 13. In quello spagnolo e latinoamericano, invece, è martedì 13. Su venerdì 17, nella nostra penisola, si scherza ben poco: contro il malocchio e sfighe varie, gli italiani sanno essere davvero fantasiosi.
Tutto, si dice, ha origine dagli antichi greci: nota è, infatti, “l’eptacaidecafobia” ovvero “paura del numero 17” nata tra i seguaci del credo pitagorico in quanto il 17 è il numero compreso tra il 16 e il 18 considerati perfetti. Nell’antico testamento, poi, il diluvio universale iniziò proprio il 17, mentre altrettanto nota è l’origine romana di tale superstizione: sulle tombe dei defunti si poteva trovare la scritta VIXI che in latino significa “ho vissuto”, cioè “sono morto”. Provate a fare l’anagramma e uscirà XVII, ovvero 17 in numero romani.

Insomma, in Italia i riti scaramantici si sprecano e se allarghiamo lo sguardo, anche nel calcio, esistono fissazioni o convinzioni di alcuni giocatori che ripetono ciclicamente lo stesso gesto affinché porti fortuna. Ecco allora, una raccolta di gesti scaramantici “mondiali”:

1 – Il bacio di Blanc sulla pelata di Barthez

Assieme alla doppietta di Thuram e alla doppia capocciata di Zidane in finale contro il Brasile, questa è una delle immagini più iconiche della Francia campione del mondo a domicilio nel 1998. Dopo gli inni nazionali, dopo le strette di mano di turno tra arbitri e capitani, prima del fischio d’inizio, Laurent Blanc si avvicinava a Fabian Barthez, l’ex portiere del Manchester United abbassava la nuca, e il difensore transalpino gli dava un bacio. E a Barthez è andata anche bene: Cruijff, invece, dava uno schiaffo sullo stomaco del proprio portiere!
Ma non solo in campo: i Bleus avevano anche una colonna che ascoltavano sempre prima di entrare sul rettangolo di gioco: “I Will Survive” di Gloria Gaynor. Ha portato bene, no?

2 – COSA CI METTO NEI PARASTINCHI?

Foglie, bucce di frutta non sono solo ricostruzioni cinematografiche: nel calcio giocato i parastinchi rappresentano un ottimo contenitore di amuleti. John Terry, tra i più superstizioni nel calcio, ha indossato per oltre 10 anni lo stesso paio di parastinchi fortunati, prima di perderli in una trasferta a Barcellona. Marco Tardelli, nella finale del 1982 contro la Germania, scese in campo con un santino nel parastinco. Chissà, il gol e il famigerato urlo nascono proprio da lì. Poi c’è Eusebio che andava oltre: lui nascondeva una moneta nella scarpa!

 

3 – IL BAGNO PORTAFORTUNA

Qui la fila sarebbe davvero lunga. E non parliamo delle persone in coda per utilizzare il bagno, ma dei calciatori che hanno creato attorno al gabinetto un totem portafortuna. David James, abbastanza fissato, restava nel bagno dello spogliatoio finché non fossero usciti tutti. A quel punto, sputava sul muro e usciva.
E chi si dimentica di Inzaghi e Gattuso? Pippo, andava in bagno tre volte nel giro di dieci minuti e mangiava una confezione di biscotti plasmon (lasciandone sempre due alla fine).
Durante i Mondiali del 2006, invece, divenne celebre il rito di Gattuso che prima di ogni partita si sedeva sul water e sfogliava un paio di pagine di Dostoevskij. Sì, come intitolava la Gazzetta dello Sport il giorno dopo la finale vinta contro la Francia…“è tutto vero”.

4 – L’INNO…SI CANTA O NO?

Poteva l’inno essere immune dalla scaramanzia? Certo che no. Il ceco Tomáš Rosický smise di cantare l’inno nazionale ad alta voce dopo essersi accorto che, se lo faceva, poi perdeva. Opposta credenza per Mario Gomez: lui lo cantava a squarciagola perché quando rimaneva zitto, non segnava mai.

5 – Bobby Moore e Pelé…scaramanzia “classica”

Un grande tuffo nel passato. Perché anche due autentici fuoriclasse come Bobby Moore e Pelé credevano tantissimo nei gesti “magici”. Il capitano dell’Inghilterra campione del mondo nel 1966 restava in mutande fino all’ultimo momento: aspettava, infatti, che i suoi compagni fossero pronti e poi poteva indossare i pantaloncini. E se qualcuno si attardava, lui si vestiva e si rivestiva.

Con il campione brasiliano Pelé si rasenta la mitologia: dopo aver regalato una maglia a un tifoso, “O Rei”, si dice, iniziò a sentirsi debole e non in forma. Chiese, anzi, obbligò un suo amico per ritrovare il ragazzo e riprendersi la maglia. Effettivamente l’amico riportò la maglia e l’attaccante tornò a essere il Pelé devastante che la leggenda porta con sè. Peccato che la maglia non fosse quella che stava cercando, ma quella che aveva indossato solamente sette giorni prima…

La palla che rimbalza nella terra di nessuno, poco lontano dall’area di rigore del Galles, il guizzo di Didì che riesce ad anticipare di testa l’intervento dell’avversario e a servire un ragazzino, tanto piccolo quanto formidabile.
Il ragazzino, spalle alla porta, in meno di due secondi riscrive la sua storia e quella del Brasile: stoppa la palla di petto che rimane incollata lì, la lascia scendere dolcemente per poi la piroetta in aria con un delicato, ma al tempo stesso energico colpo di punta, un archibugio che spiazza il difensore Mel Charles che lo stava marcando. O pensava di marcarlo.

Il ragazzino si gira in un battito di ciglio, lascia rimbalzare a terra la sfera, alza rapidamente lo sguardo per capire in quale angolo del terreno di gioco si trova e schiaffeggia la palla d’istinto. Sempre di destro, quasi storto. Jack Kelsey, il portiere, è immobilizzato: non ha capito nulla di quello che gli è successo davanti.
Può solo voltarsi a guardare la palla avvolta dalla rete e tutti i brasiliani, entusiasti, che abbracciano oltre la linea di porta l’autore del gol, in lacrime. Del suo primo gol in un Mondiale. E’ il primo capitolo della storia infinita di Edson Arantes do Nascimento, o se preferiamo Pelé, con la maglia del Brasile.

E’ il 19 giugno 1958, minuto 66, di Brasile – Galles, quarto di finale del Mondiale in Svezia, paese neutro e non allineato, ideale per ospitare la sesta Coppa Rimet in un clima globale spaccato in due dalla guerra fredda. Quello di Pelé, oltre a essere il primo gol con il Brasile, è anche la sua prima rete nel torneo che lo vedrà, successivamente, esplodere a colpi di giocate e reti: sua la tripletta nel 5-2 in semifinale contro la Francia e analogo risultato in finale coi padroni di casa della Svezia, ma qui la Perla nera segna “solo” una doppietta.

Primo dei tre Mondiali per l’attaccante verdeoro, ma anche un paio di record personali ancora imbattuti: con la rete contro il Galles, a 17 anni e 239 giorni, è diventato e lo è tuttora il marcatore più giovane in una edizione dei Mondiali; mentre a 17 anni e 249 giorni ha sollevato la Coppa Rimet diventando il più giovane vincitore del titolo iridato.

“Un gatto con gli artigli di ferro”, hanno detto i giornali brasiliani vedendo quella rete. Di soprannomi lui ne ha avuti tanti nella sua longeva carriera, da “O’ Rey” alla “Perla nera”, ma ha messo d’accordo tutti. Lui è stato è e sarà l’espressione pura del calcio.

Forse tra chi leggerà questo articolo, ci sarà chi avrà comprato all’edicola, ancora bambino, l’album di figurine della Panini, edizione Mondiali di Messico ’70. E magari, dopo aver scambiato le figurine tra amici, dev’essersi accorto di averlo lasciato incompleto.

Ma dai meandri dei ricordi è sbucata una perla rara, una chicca per collezionisti. Sul sito della casa d’aste, Catawiki, è apparso l’album Panini completo del mondiale messicano con tutte le 271 figurine, conservato in condizione pressoché perfetta.
E’ un album decisamente storico perché, quelli che si sono disputati in Messico, non sono solo i Mondiali di Italia-Germania 4-3, definita senza giri di parole la “partita del secolo”, ma anche l’ultimo torneo a fregiarsi del nome di Coppa Jules Rimet” prima di cambiare fisionomia grazie all’arte dello scultore italiano Silvio Gazzaniga.
Ma non è tutto: la peculiarità che rende questo cimelio unico e mai replicabile, è il doppio autografo del calciatore brasiliano Pelé, al tempo 29enne e già idolo affermato con la Seleçao. Due firme, una sulla copertina dell’album, l’altra proprio sulla figurina della “Perla nera” che segnò, proprio contro gli azzurri in finale, il primo dei quattro gol che permise al Brasile di alzare al cielo la Coppa Rimet.

Suggestivo, allora, pensare di accaparrarsi un gioiello inestimabile per gli appassionati di calcio e per i romantici nostalgici a quasi 50 anni di distanza: completare un album, ai tempi, non era affatto semplice perché le bustine contenevano solo due figurine.
Sembra incredibile, ma il proprietario di quello che è l’album Panini più costoso nella storia ha soltanto nove anni. L’asta organizzata da Catawiki, infatti, è stata aggiudicata dal piccolo Lonenzo Vandelli, autentico appassionato di figurine. Nonostante la sua piccolissima età, il bambino nato a Sassuolo, in provincia di Modena, ha più di 200 album.
Così, mosso dalla grande passione di suo figlio, il padre ha deciso di piazzare un’offerta record di 12mila euro, ben superiore ai circa 6mila euro come valore stimato prima della battuta d’asta. Ma mentre Lorenzo fa i salti di gioia spiegando che suo padre gli ha dedicato una stanza intera per far spazio agli album, alle figurine e ai pacchetti non ancora aperti, c’è chi non si è detto sorpreso come Federico Puccioni, country manager Italia di Catawiki:

Non c’è da stupirsi che sia stato proprio un italiano a offrire più di tutti: Mexico ’70 è stato uno dei mondiali più emozionanti per tutti gli appassionati di calcio e non. E l’Italia arrivò in finale perdendo proprio contro il Brasile di Pelé. Ma la partita più avvincente fu senza ombra di dubbio la semifinale Italia – Germania (4-3), che tenne tutto il popolo italiano col fiato sospeso per 120 minuti, passando poi agli annali del calcio come “La partita del secolo”

L’album prezioso, oltre a essere raro per gli autografi preziosi di Pelé, è ulteriormente prezioso perché fino ad oggi è stato custodito dal primo e unico proprietario e, in aggiunta, non riporta scritte o scarabocchi di risultati di partite, pratica assai diffusa negli anni ’70-’80. Non ci resta che congratularci con il piccolo Lorenzo: forse, anche grazie a lui, i ricordi di quel Mondiale e la passione per le figurine non svaniranno…