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Potrà essere Nazionale maggiore, Under 21 o, come in questo caso Under 17, ma Italia-Brasile è una partita in grado di polarizzare sempre l’attenzione dei tifosi. Cresce l’attesa per i quarti di finale dei Mondiali Under 17 in corso di svolgimento proprio in Brasile. Per gli azzurri è probabilmente la squadra più competitiva della manifestazione che potrà contare anche sul supporto del proprio pubblico:  i verdeoro hanno inanellato quattro vittorie con 12 gol fatti e 3 subiti. 

Va da sé che gli azzurrini hanno vinto e convinto contro l’Ecuador e vogliono far valere le loro legittime ambizioni di passaggio del turno. I ragazzi di Carmine Nunziata se vogliono raggiungere la semifinale devono necessariamente tenere alta la guardia in fase difensiva e magari sfruttare qualche lacuna in fase di non possesso dei padroni di casa.

Brazilian players celebrate a goal in U17 FIFA World Cup

Il ct. azzurro, com’è accaduto anche nelle precedenti partite, si affiderà ai suoi punti fermi come Molla in porta. Dalle Mura-Pirola a comporre la coppia centrale di difesa. In mediana ci saranno Panada e Brentan, con lo juventino Tongya a dare fantasia. In attacco la rivelazione Gnonto insieme a Cudrig. Senza dimenticare le tante opzioni che potrebbe entrare a gara in corso come Oristanio decisivo agli ottavi. Proprio il giocatore della primavera dell’Inter, sul sito di Fifa.com, ha rilasciato una breve intervista:

«Poco prima del fischio dell’arbitro ho deciso di provarci. In allenamento faccio sempre un lavoro extra per migliorare sui calci di punizione. E’ stata una rete molto importante ma siamo stati anche fortunati sulla decisione del rigore non assegnato in seguito alla decisione del Var. Contro il Brasile, lo stadio sarà pieno e tutti tiferanno per la squadra di casa. Ma abbiamo il talento per batterli e possiamo andare avanti»

Il quarto di finale tra Italia-Brasile sarà trasmesso in diretta tv su Sky, in diretta streaming su Sky Go a partire dalle 00.00 di martedì 12 novembre.

L’Italia non vince il Mondiale da 11 anni, il ct azzurro Davide Cassani si sporge dall’ammiraglia per aggiornare Trentin e incitarlo per gli ultimi chilometri di corsa. Ne mancano otto, «è finita la corsa, ci siete solo voi», dice. Gli azzurri in fuga sono due su quattro, c’è anche Gianni Moscon, Trentin allo sprint ha già vinto in carriera, parte bene ma si pianta sul più bello. E Pedersen, che ne ha di più, va a tagliare il traguardo proprio per una questione di metri e vince il torneo iridato.

L’occasione forse della carriera per Matteo Trentin sfuma perché dopo oltre sei ore di corsa sotto la pioggia e alle prese con il freddo le gambe non sono quelle necessarie per andare a prendersi un oro che dopo la resa del grande favorito, l’olandese Van der Poel, sembrava essere davvero alla portata. A vincere in volata, invece, è il 23enne danese Mads Pedersen che ha più gamba di Trentin e lo beffa sul traguardo di Harrogate, alla fine di un Mondiale 2019 nello Yorkshire che regala sorprese anche nella prova in linea maschile.

Si inizia ancora prima della partenza, con il percorso accorciato a causa del maltempo che non lascia un attimo di tregua per tutta la giornata. Tanti grandi nomi escono dal gruppo dopo pochi chilometri, senza però avere ambizioni di successo: si muovono tra gli altri Roglic, Quintana e Carapaz, che però non avranno voce in capitolo per la vittoria finale. Un ruolo importante potrebbe averlo Gilbert che però resta coinvolto in una caduta a 124 km dalla fine ed è costretto al ritiro, seguito da altri nomi importanti come il campione del mondo 2018 Valverde e l’altro spagnolo Luis Leon Sanchez. L’Italia, invece, perde per strada solo uno sfortunato Ulissi e tatticamente si impone all’interno del gruppo. Prima Gianni Moscon si infila in un tentativo di allungo ai 40 km circa dal traguardo, quando poi a muoversi in prima persona è l’olandese Van der Poel ai meno 33 il primo a reagire con grande prontezza è Matteo Trentin.

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l duo italo-olandese recupera sugli altri attaccanti e così in testa restano in cinque, con due italiani, Trentin e Moscon, l’olandese Van der Poel, lo svizzero Kung e il danese Pedersen. Da dietro il gruppo non si organizza e nessuna squadra ha la forza per ricucire il margine che si crea. I colpi di scena però non sono ancora finiti, perché mentre tutti attendono il duello Trentin-Van der Poel, a 12 km dalla fine, l’olandese va in crisi di fame e si sfila scuotendo la testa, abbandonando così i propri sogni di vittoria. La strada sembra allora spianata per Trentin, l’ammiraglia azzurra urla che la corsa è praticamente finita e che a giocarsela sono i quattro superstiti di una giornata infinita. Moscon si stacca, Trentin si prepara alla volata finale e scatta a circa 200 metri dall’arrivo, la gamba però non lo accompagna, Pedersen lo sorpassa e si prende un successo dolce e inaspettato, lasciando all’Italia un argento che oggi non può che avere il gusto misto di gioia, rabbia e rammarico.

Le parole del ct Davide Cassani:

Siamo partiti ad aprile con un progetto per farci trovare pronti e non abbiamo sbagliato niente Sono orgoglioso della mia nazionale e dei miei ragazzi, erano una cosa sola e hanno corso per vincere, il nostro capitano Trentin è stato superlativo. Negli ultimi 30 metri ha trovato qualcuno più forte e resta l’amarezza perché a quel punto tutti noi speravamo nella vittoria. Ma resta anche il viaggio, l’esperienza, questa Nazionale che ha fatto entusiasmare tanti italiani. Ci abbiamo provato fino alla fine e ci riproveremo dalla prossima edizione

Il Giappone dimostra che si può fare. Ribaltare il pronostico, e battere una delle favorite per la vittoria ai Mondiali di rugby. L’emozionante successo nipponico sull’Irlanda (19-12) è anche un augurio e un esempio per l’Italia, che venerdì 4 ottobre affronterà il Sudafrica per raggiungere i play-off del torneo. Però, attenzione: i giapponesi hanno costruito il loro trionfo sulla solidità della loro prima linea in mischia ordinata e l’efficacia nella difesa sui calci alti avversari, ovvero le incognite azzurre nel prossimo match con gli Springboks.

Feroci sui punti di incontro, rapidissimi e precisi nella trasmissione dell’ovale grazie ai piccoli, indiavolati mediani di mischia, i biancorossi sono riusciti a rimanere in partita nel primo tempo nonostante le mete di Ringrose e Kearney (con una trasformazione di Carty): grazie a 3 calci di Tamura, sono andati al riposo sul 9-12. Un impressionante 93% nei placcaggi riusciti (158 su 171), l’aggressività difensiva, una migliore disciplina (6 punizioni concesse contro 9), maggiore propensione all’attacco (471 metri corsi contro 318) e qualche sporadico errore dei Verdi sono state le armi vincenti. Dopo un’ora di gioco la meta di Fukuoka (trasformata da Tamura) ha mandato direttamente in paradiso i nipponici, che in un palpitante finale hanno sfiorato un’altra marcatura.

Adesso i giapponesi sono in testa alla poule A con 9 punti, davanti all’Irlanda che è a 6 (grazie al bonus difensivo odierno) ma ha già superato nel confronto diretto il terzo incomodo, la Scozia. Attenzione alle Samoa, una mina vagante. Sarà decisivo il match tra Giappone e Highlanders in programma il 13 ottobre, e a questo punto anche i gettonatissimi irlandesi – orfani di Sexton – rischiano l’eliminazione.

 

Non si dimenticherà mai lo sguardo di Enzo Bearzot, quello sguardo che aveva cercato di rado durante la partita. Quella, però, era la partita più importante della sua vita e Antonio Cabrini aveva appena commesso un errore fatale. Madrid, luglio 1982, finale del Mondiale spagnolo contro la Germania Ovest. Altobelli crossa nel mezzo dove Bruno Conti viene messo giù dal tedesco Briegel: il rigore è netto. Siamo al primo tempo, minuto 25, e la partita può già prendere una svolta. Ma chi lo batte? Cabrini è il secondo rigorista della squadra azzurra, ma Giancarlo Antognoni è in panchina perché Bearzot ha preferito inserire il diciottenne Beppe Bergomi. Così tocca proprio al ragazzo venticinquenne terzino sinistro prendersi la responsabilità.

Un giocatore tedesco si avvicina per dargli fastidio, poi un fumogeno cade vicino al pallone. Antonio Cabrini non può più aspettare, deve affrontare il momento più delicato della sua carriera: inizia la rincorsa, arriva quasi sul pallone, poi alza lo sguardo e butta un occhio sul portiere tedesco. Vede che si muove, lui non sa che però è solo una finta. E Cabrini ci casca, calciando dalla stessa parte dove si butta Harald Schumacher. Una ciabattata.

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In realtà non inquadra nemmeno lo specchio, il tiro va proprio fuori. Eppure anche nei tabellini recenti questo suo errore dal dischetto è stato rimosso. Poco importa, perché l’Italia quel Mondiale lo vince per 3-1 e la carriera di Cabrini era ancora “salva”. Lui che in quell’edizione spagnola della Coppa del Mondo un gol l’aveva anche segnato, e decisivo, nel 2-1 contro l’Argentina nel complicatissimo Girone C. E immaginate la reazione dei tifosi italiani, come ha raccontato Cabrini stesso intervistato da L’Insder, capaci di esaltarsi visceralmente, ma allo stesso tempo di dare l’impressione di essere distaccarsi, salvo poi gioire per le vittorie. Da un gol a un rigore sbagliato. Ma soprattutto lui che, in Nazionale, ha disputato 73 gare realizzando 9 gol, il dato che lo rende il difensore più prolifico nella storia degli Azzurri.

Eppure non voleva tradire la fiducia del ct Bearzot che, al contrario, di fiducia ne aveva data tantissima al ragazzo cresciuto nella Cremonese e poi nell’Atalanta, prima di passare alla Juventus:  ritenuto uno dei primi terzini moderni, nonché uno dei maggiori interpreti del ruolo a livello mondiale, senza aver ancora esordito in Nazionale A, e addirittura senza vantare un posto di rilievo – ancora – tra i bianconeri, sul promettente Cabrini scommise il commissario tecnico degli Azzurri, il quale lo convocò per il campionato del mondo 1978 in Argentina. Fece il suo esordio il 2 giugno 1978, a vent’anni, nella partita Italia-Francia (2-1) disputata a Mar del Plata; conquistato il posto di titolare, giocò tutte le partite della rassegna iridata, chiusa dagli Azzurri al quarto posto, venendo inoltre premiato dalla FIFA come miglior giovane dell’edizione.

File:Mondiali 1978 - Italia vs Argentina - Daniel Bertoni e Antonio Cabrini.jpg

Nella storia dei fatali e più sciagurati errori dagli 11 metri il suo nome non c’è: Antonio Cabrini ha sollevato la Coppa del Mondo al cielo e un po’ deve ringraziare Rossi, Tardelli e Altobelli.

Il disegno leonardesco dell’Uomo Vitruviano, lo stesso delle monete da 1 euro, comparirà sul retro delle maglie che la nazionale italiana di rugby utilizzerà ai Mondiali in Giappone, in programma dal 20 settembre al 2 novembre, e poi nel 6 Nazioni 2020. Lo fa sapere la Macron, sponsor tecnico degli azzurri, con una nota in cui spiega che nella parte posteriore della casacca al centro delle spalle, c’è la tasca per il Gps e sul fondo, in rilievo, il disegno leonardesco dell’uomo vitruviano che illustra le proporzioni ideali del corpo umano in perfetta sintonia con Terra e Universo.

 

Lo sponsor tecnico Macron ha optato per il colore blu navy nella divisa ‘Home’, sul petto al centro il Macron Hero, logo del brand italiano, a sinistra, lato cuore il logo della Federazione Italiana Rugby e a destra il logo della Rugby World Cup (al Mondiale non sono permessi sponsor di maglia). La novità tutta italiana della nuova maglia è il disegno leonardesco dell’uomo vitruviano, l’immagine è inserita nella parte bassa della schiena, sotto il numero. La maglia Away, quella da trasferta che solitamente vediamo nei match in cui l’Italia sfida Francia o Scozia, per questioni cromatiche, è bianca a righe orizzontali blu navy e azzurro. In entrambe le divise diversi richiami al tricolore: nel bordo del colletto, sulle maniche e sotto il bordo manica oltre alla scritta ITALIA e il tape interno con la scritta F.I.E.R.O.

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Si spera che il Segno di Leonardo da Vinci porti bene all’Italrugby, che in terra giapponese avrà il difficilissimo compito di battere una tra Nuova Zelanda e Sudafrica (del girone fanno parte anche Canada e Namibia) se vorrà superare la prima fase e centrare l’obiettivo della qualificazioni ai quarti di finale. Intanto il ct O’Shea ha convocato 38 giocatori per i test premondiali di agosto con l’Irlanda a Dublino e con la Russia a S.Benedetto del Tronto.

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La nazionale italiana maschile di pallanuoto ha vinto la medaglia d’oro ai Mondiali in corso in Corea del Sud, battendo in finale la Spagna per 10-5. L’Italia era arrivata in finale vincendo un girone non particolarmente complicato con Brasile, Germania e Giappone, e poi aveva battuto la Grecia ai quarti di finale e l’Ungheria in semifinale. L’ultima importante partita tra Italia e Spagna si era giocata agli Europei del 2018 a Barcellona: aveva vinto la Spagna 8-7, con un gol regolare annullato all’Italia nel finale.

Per l’Italia è il primo oro Mondiale dal 2011, quando a Shanghai sconfisse in finale la Serbia. Sandro Campagna raggiunge Vittorio Pozzo (calcio), Julio Velasco (volley) e Pierluigi Formiconi (pallanuoto femminile) nell’Olimpo dei ct italiani che hanno vinto due titoli mondiali. Lui ne aveva vinto anche un terzo da giocatore nel 1994.

Stefano Luongo e Perrone aprono le marcature in superiorità: 1-1. Si tira con troppa precipitazione da un fronte all’altro. Di Fulvio lotta per divincolarsi da Tahull, finché Echenique non sfonda col suo tiro mancino (2-1). Ma Perrone ci riprende subito trovando un corridoio libero davanti a Del Lungo. Figlioli spara sul palo. Del Lungo para un rigore a Barroso. Nel secondo tempo, sfonda Figlioli (3-2). E Dolce e Renzuto sfruttano brillantemente due rapide superiorità: l’Italia allunga sul 5-2. Il punteggio rispecchia anche il gioco, l’organizzazione, l’attenzione: noi più concreti davanti e più bravi indietro (anche se commettiamo più falli), loro più dinamici ma poco incisivi. Un altro rigore (Munarriz) serve alla Spagna per avvicinarsi agli azzurri (5-3) nel finale di secondo tempo. La Spagna resta pericolosa ma paga forse gli sforzi per aver eliminato Serbia e Croazia. L’Italia sembra a tratti giocare a memoria, agile e veloce: segna Aicardi per il 6-3 e allontanare così gli spagnoli. Del Lungo chiude la porta. Il tempo scorre e l’Italia segna ancora: è Dolce a sorprendere in diagonale Lopez Pinedo. E’ 7-3. E in controfuga Francesco Di Fulvio nuota felice verso l’8-3. Una squadra corale, che spara le sue frecce alternando a turno i suoi protagonisti. Uno show tricolore. Mallarach sfrutta l’uomo in più per l’8-4 dopo un break tutto azzurro. Resta un tempo per soffrire e l’eternità per gioire. Lungo intanto incrementa sul 9-4 a 5’ dalla fine. Mallarach a 2’ dalla fine fa la doppia ma 4 gol di distacco sono ormai incolmabili. Anzi diventano 5 grazie a Bodegas.

SPAGNA-ITALIA 5-10

SPAGNA: Lopez Pinedo, Munarriz 1 rig., Granados, De Toro, Cabanas, Larumbe, Barroso, Fernandez, Tahull, R. Perrone 2, Mallarach 2, Bustos, Lorrio. All. Martin Lozano.

ITALIA: Del Lungo, Di Fulvio 1, Luongo 2, Figlioli 1, Di Somma, Velotto, Renzuto 1, Echenique 1, Figari, Bodegas 1, Aicardi 1, Dolce 2, Nicosia. All. Campagna.

 

ARBITRI: Margeta (Slo) e Goldenberg (Usa). NOTE: sup. num. Spagna 16 (2), Italia 6 (4); usciti 3 f. Di Somma e Figari nel 4° tempo. Ammonito Campagna per proteste.

 

ALTRE FINALI – 3° posto: Croazia-Ungheria 10-7; 5° posto: Serbia-Australia 13-9. 7° posto: Grecia-Germania 11-6.

 

CAMMINO AZZURRO: 14-5 Brasile, 9-7 Giappone, 8-7 Germania, 7-6 Grecia, 12-10 Ungheria.

Da un lato Dino Zoff e Franco Causio, dall’altro il ct Enzo Bearzot (e la sua pipa) e il presidente della Repubblica, Sandro Pertini. In mezzo un tavolo. Al centro la luccicante Coppa del Mondo e un mazzo di carte. E’ probabilmente la foto più iconica della vincente spedizione Mundial dell’Italia del 1982.

La sera dell’11 luglio, una sera calda e afosa dell’estate madrilena, l’Italia sconfigge la Germania Ovest per 3-1, dopo una cavalcata progressiva, un climax ascendente semi-miracoloso. «Campioni del Mondo, Campioni del Mondo, Campioni del Mondo», scandisce religiosamente Nando Martellini, mentre Pertini si alza dalla tribuna in un’esultanza di giubilo.
Il Mondiale spagnolo, quello di Pablito Rossi e della parata del secolo di Dino Zoff contro il Brasile, dell’urlo di Marco Tardelli al raddoppio, in finale, preceduta da una santa discesa di Scirea che, recuperata palla dalla sua difesa, si fa tutto il campo correndo senza sfera e, poi, in area di rigore ragiona, ragiona come un difensore non dovrebbe fare e con lucidità consegna la palla al mitico “urlo”.
Quell’Italia fu l’unica nella storia del torneo a battere una dopo l’altra le detentrici dei tre precedenti titoli, ovvero Argentina (campione nel 1978), Germania (1974) e Brasile (1970).

E poi la foto iconica. Sull’aereo di ritorno che riporta gli azzurri a casa, prima del bagno di folla. Traspare un clima disteso, serio e meticoloso che solo le partite di carte sanno trasmettere. Con lo scopone non si scherza.
Gli accoppiamenti sono Zoff-Pertini contro Causio-Bearzot e pensare che il ct, non un incallito giocatore di carte, nemmeno doveva trovarsi in questo scatto immortale: al tavolo, infatti, doveva sedere Cesare Maldini, allora allenatore in seconda, che si alzò un secondo, nel secondo sbagliato, e la contesa iniziò senza di lui.

Ma non è l’incipit a entrare nella storia, bensì l’epilogo. Sono passati 35 anni e ogni occasione è buona per fermare Zoff o Causio e chiedere come andò realmente la faccenda. E “il Barone” ricorda ancora con orgoglio da guascone un passaggio chiave dell’incontro:

Io feci una furbata: calai il sette, pur avendone uno solo. Pertini lo lasciò passare e Bearzot prese il Settebello. Abbiamo vinto così quella partita

Pertini non la prese bene, rimproverò il suo compagno Zoff e criticò anche Bearzot per il furto del Settebello. Ma a sbagliare fu proprio il presidente. In pubblico, uomo d’orgoglio, non lo ammise mai, ma in cuor suo, genuinamente, confidò l’errore. Il 3 giugno 1983, un anno dopo, quando SuperDino appese i guanti al chiodo, smettendo con il calcio giocato, Pertini inviò un telegramma sincero:

Vieni a trovarmi. Giocheremo a scopone e cercherò di non fare più gli errori che mi hai giustamente rimproverato

Il portierone conserva ancora quel pezzo di carta ingiallito dal tempo, ma sacro. Noi tutti conserviamo un frammento piacevole della nostra vita legato a quel Mondiale. Un’avventura spensierata, partita male, malissimo con il polverone e le ombre nefaste del Totonero e il silenzio stampa imposto da Bearzot alla Nazionale, dopo un avvio a singhiozzo.
Come la stessa finale giocata nel Santiago Bernabeu, partita con una falsa speranza, con il rigore sbagliato di Cabrini al 25‘, con il possibile contraccolpo psicologico. Ma non andò così: Rossi, Tardelli e Altobelli unirono un paese in tre boati di gioia. E poi la festa quando l’arbitro Coelho alzò il pallone al cielo scandendo tre fischi. Tre volte Campioni del Mondo.

Campionesse sul campo, fuori e negli store. Gli Stati Uniti fanno bottino pieno al Mondiale femminile di Francia 2019.

Le americane hanno meritatamente vinto il loro quarto titolo iridato, battendo l’Olanda per 2-0 nella finale di Lione. Ma il successo è stato anche dal punto di vista del merchandising. La Nike, sponsor tecnico della nazionale a stelle e strisce, ha annunciato che la maglia Usa è stata la più venduta nella categoria calcio sul sito ufficiale dell’azienda. Battute anche quelle maschili e squadre come Brasile e Barcellona.

A confermarlo è stato anche il ceo di Nike, Mark Parker.

Una vera e propria bomba per tutto il mondo calcistico, nessuno mai si sarebbe aspettato che in così poco tempo la volontà di abbracciare il calcio femminile prendesse piede. Ma i numeri parlano chiaro, la maglia statunitense trascina gli introiti della azienda sportiva.

 

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It took all of U.S. We love you. WE WON THE WORLD CUP.

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La Nike ha puntato tantissimo nel Mondiale appena concluso: spot mozzafiato e campagne di sensibilizzazione hanno certamente aiutato. Inoltre, l’esposizione è stata tanta grazie anche al fatto che quasi due terzi delle 24 squadre partecipanti hanno vestito Nike.

La forte visibilità ha contribuito a far salire i ricavi nel segmento delle donne dell’11% a circa 7,4 miliardi di dollari nel corso dell’anno fino al 31 maggio scorso.

Colpaccio svedese nella finale per ma medaglia di bronzo al Mondiale di Francia2019.

Le ragazze, guidate dal ct Peter Gerhardsson, hanno battuto l’Inghilterra per 2-1 grazie alle reti di Asllani e Jakobsson in avvio di gara, seguite da quello di Kirby alla mezz’ora.

Terzo bronzo per le scandinave dopo quelli centrati nel 1991 e nel 2011, senza dimenticare la cocente sconfitta in finale nel 2003 a favore della Germania. La nazionale di Phil Neville, invece, non riesce bissare il gradino più basso del podio ottenuto a Canada2015.

Inghilterra – Svezia 1-2

All’Allianz Riviera di Nizza succede tutto nei primi trenta minuti di gioco. Al primo vero affondo (11esimo minuto) Asllani sfrutta un errore di rinvio dell’esterno difensivo Greenwood e batte un’incolpevole Telford. Allo stesso angolo di porta colpisce anche la numero 10 Jakobsson con un grande tiro a giro al minuto 22.

La reazione britannica avviene con Kirby al 31esimo che taglia al centro e supera la numero 1 Lindahl con un sinistro preciso.
Il momentaneo pareggio lo realizza Ellen White due minuti più tardi con un sontuoso pallonetto. Il gol, però, viene annullato per un sospetto tocco di mani nel primo controllo dell’attaccante. Per la bomber sarebbe stato il suo settimo centro e avrebbe staccato Alex Morgan, ferma a sei.
Prima del termine della prima parte altre due ghiotte occasioni inglesi, non sfruttate da Blackstenius e ancora White.

Girandola di sostituzione nella ripresa che però non porta alle Leonesse i risultati sperati. Una carta per le inglesi è stata Karen Carney all’ultima partita in carriera, così come l’ultimo match è stato per la numero 1 svedese Lindahl.

Terzo posto in saccoccia per le Blagult e ora non ci resta che aspettare la finale di domani tra Usa – Olanda.

Certo avrebbero voluto giocarsi la partita decisiva in finale ma, Inghilterra e Svezia lotteranno per la conquista della medaglia di bronzo ai Mondiali di calcio femminili di Francia2019, all’Allianz Riviera di Nizza alle 17.

Le due formazioni, eliminate in semifinale rispettivamente contro Usa e Olanda, avranno modo di chiudere il cerchio di questo torneo comunque con un terzo posto che vale tanto, alle spalle delle campionesse uscenti e delle campionesse europee.

Per le inglesi del ct Phil Neville che comunque vuole terminare al meglio questo Campionato del Mondo in cui le Leonesse hanno dimostrato un grande spirito di gruppo e un forte carattere.

Quando il match contro gli Stati Uniti è finito, il mio primo pensiero è stato a ‘Come vinceremo sabato?’. So che le ragazze non mi deluderanno!

 

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Final #Lionesses training session for this one!! 😭🤩😍

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Della stessa convinzione è anche il ct scandinavo Peter Gerhardsson che dopo il ko contro l’Olanda ha ribadito di volere finire terzo

Perché è molto meglio che finire quarti e faremo tutto il possibile per riuscirci.

Prima di oggi, lo scorso 11 novembre le due formazioni si sono incontrate in un’amichevole, vinta dalle Blagult per 2-0 al New York Stadium di Rotherham, per quella che è stata la prima sconfitta casalinga per le Leonesse dal lontano 2015.

Scontro di gioco tra Sofia Jakobsson e Alice Greenwood nell’amichevole del 2018

Il ct Neville dovrà fare a meno della centrale Millie Bright, espulsa nella sfida contro gli States. Tuttavia l’Inghilterra vuole cercare di chiudere nel migliore dei modi questo Campionato del Mondo, magari puntando sul possesso del gioco, colmando la distanza tra difesa e centrocampo. Inoltre c’è uno stimolo in più per Ellen White che potrebbe ancora battere Alex Morgan per l’Adidas Golden Boot (entrambe sono appaiate a 6 gol).

Il ct Gerhardsson, invece, ha tutte a disposizione e la voglia di tornare in patria con una medaglia è tanta, specie perché il sogno finale è tramontato solamente ai tempi supplementari contro l’Olanda.

Una delle tante osservate speciali sarà il portiere Hedvig Lindahl. La 36enne di proprietà del Chelsea è quasi sicuramente alla sua ultima apparizione in un Mondiale e certo avrebbe voluto giocarsi la finale così com’è stato al suo esordio nel 2003 (finale contro Usa). In 16 anni di nazionale ha partecipato a quattro Coppe del Mondo con 19 presenze. Una Finale l’avrebbe vista arrivare al punto di partenza, ma invece la sua ventesima partita sarà una battaglia per il bronzo. Tuttavia, nonostante la rabbia e la delusione, è determinata a vincere.