Tag

mondiale

Browsing

Era il quinto rigorista designato nel Brasile nella lotteria dei calci di rigore, contro l’Italia, nella finale dei Mondiali del 1994 negli Stati Uniti d’America. Un rigore che, Bebeto, non ha mai calciato perché non ce ne fu bisogno, dopo l’errore di Roberto Baggio che andò ad aggiungersi a quelli di Franco Baresi e Daniele Massaro.
Il suo, personale, Mondiale, non verrà ricordato per quel non-rigore, ma per un’esultanza, spontanea e istintiva che ancora oggi è icona emulata sui campi da calcio, da quelli professionisti a quelli di periferia.

Era il 62’ di Brasile – Olanda, quarti di finale. I Verdeoro avevano sbloccato il match 10 minuti prima con Romario, ma è proprio il brevilineo centravanti che al tempo giocava in Spagna, nel Deportivo de La Coruña, a realizzare la rete del raddoppio, insinuandosi tra i due centrali Oranje e dribblando il portiere Ed de Goey.

Poi l’esultanza: con le mani unite fa finta di cullare un bebè. Una dedica speciale, al suo terzo figlio, nato due giorni prima, il sette luglio 1994. Fu istintivo e non programmato, ma Mazinho e Romario lo affiancarono creando un movimento ritmico e ipnotico che solo il sangue brasiliano sa alimentare.
Il match si concluderà poi 3-2 per i brasiliani, con la terza rete messa a segno da Branco, nonostante la rimonta olandese firmata Dennis Bergkamp e Aron Winter.

Ecco, 23 anni dopo quel bebè che tutto il mondo conobbe per l’esultanza del padre ha firmato con lo Sporting Lisbona. Mattheus è un calciatore professionista che si è fatto tutta la trafila nel Flamengo prima di volare in Europa, in Portogallo, acquistato dall’Estoril nel 2015.

 

E’ lo stesso Bebeto, ad annunciare su Twitter, il cambio di maglia di suo figlio pronto a fare il salto di qualità: per lui, infatti, un contratto di cinque anni con i Leões che l’hanno acquistato per un milione di euro.
Figli predestinati crescono…

 

 

Le “Notti magiche” alla fine non le abbiamo davvero esattamente contate. Furono sette, quelle che l’Italia nel suo Mondiale casalingo disputò. Sette era il numero massimo, dall’esordio all’ultimo giorno del torneo, solo che a noi ci toccò la “finalina” che fu altrettanto magica perché si giocò allo stadio San Nicola di Bari festante;perché gli azzurri vinsero 2-1 contro l’Inghilterra, perché segnò Schillaci – l’uomo della provvidenza di Azeglio Vicini – e Roberto Baggio. Felici anche i baresi perché videro per la prima volta segnare Platt e di certo non fu l’ultima su quel terreno di gioco.

Azeglio Vicini e Roberto Baggio durante il ritiro nel Mondiale italiano

Eppure contandole, forse, le notti magiche si fermano a sei, perché la semifinale quella contro l’Argentina di Maradona crea ancora dispiacere. E tanto ne creò al nostro ct, Azeglio Vicini, vedendo un’uscita a vuoto proprio sul più bello e due rigori sbagliati.
Estromessi dai detentori del trofeo acciuffato quattro anni prima, nel Mondiale messicano, aggrappandosi al genio di Maradona. Nel 1986, l’Italia concluse la sua avventura agli ottavi di finale buttata fuori con un secco 2-0 contro la Francia di Platini che purgò gli azzurri in quella circostanza.

Un’avventura senza infamia e senza lode, ma che portò alla fine di un’era: l’addio da commissario tecnico di Enzo Bearzot. Con lui, per 11 anni sulla panchina dell’Italia, un Mondiale, quello del 1982, una mancata qualificazione agli Europei del 1984 e soprattutto l’aver lanciato in Nazionale Beppe Bergomi, nell’aprile del 1982, a 18 anni e tre mesi, contro la Germania Est. Ben 45 presenze, ma del resto l’uomo venuto da Aiello del Friuli stravedeva per il ragazzo col baffo buttato tra i grandi nella spedizione spagnola con quel filo di paura che gli passava appena si girava e vedeva Dino Zoff. Stravedeva per Bergomi, sì, ma piccolo problema: come terzino destro qualche gol se lo sarebbe aspettato.

Il capitano tedesco Rumenigge in contrasto con Beppe Bergomi nella finale del Mondiale ’82

Bearzot lasciò la panchina senza vedere lo “zio” segnare. Vicini, che la ereditò dopo la gavetta nell’Under proprio come il suo predecessore, fece il suo esordio l’8 ottobre 1986 in un’amichevole contro la Grecia. Partita vinta dall’Italia 2-0. Marcatori: Bergomi, Bergomi. E che gol:

 

Ecco il ricordo dello stesso Beppe Bergomi:

E pensare che all’esordio di Vicini come ct ho fatto pure una doppietta, io che con Bearzot non avevo mai segnato, facendolo arrabbiare…. Questa cosa divertiva molto Vicini. Ricordo spesso un aneddoto divertente con ex compagni come Mauro o Vialli: Vicini volle giocare con la Scozia a Catanzaro per sfruttare il caldo, al quale gli avversari non erano abituati. Ma piovve per una settimana e perdemmo. Era un tecnico della vecchia scuola, con quella saggezza e quella semplicità della piccole cose del calcio che sembrano scontate ma non lo sono: i tacchetti giusti, l’attenzione al metro di giudizio dell’arbitro, le riunioni a gruppi distinti per difesa e attacco. Era un allenatore che sdrammatizzava, ed è vero che aveva un atteggiamento paterno: non veniva a controllare nelle camere, ma sapeva che ci trovavamo a parlare, a giocare a carte o a mangiare un panino in più perché avevamo fame. Ma lasciava fare e ci lasciava responsabilità

Dopo quasi 28 anni, l’amarezza per quel Mondiale resta. Resta forse perché nel nostro inconscio vorremmo consegnarlo a quella persona garbata, a modo, qual era Azeglio Vicini. Un senso di correttezza per riequilibrare il senso delle cose. L’ha alzata al cielo Bearzot che pure, dopo la doppietta di Bergomi contro la Grecia gli disse: «Allora con me lo facevi apposta!»

Azzurri a lezione di tattica dal ct Vicini

Le vittorie, nelle partite di calcio, maturano non solo grazie alle reti degli attaccanti ma anche delle parate dei portieri. Questa regola vale anche nei Mondiali di calcio. Se pensiamo alle parate di Dino Zoff nel 1982 e di Gigi Buffon nel 2006, non possiamo che avere conferma.
Una parata però è entrata di prepotenza nella storia dei Mondiali di calcio.

Messico 1970 e la partita in questione è Brasile – Inghilterra. I carioca sono favoritissimi per la vittoria, tant’è che poi vinceranno il titolo ai danni dell’Italia per 4-1. Tra le fila verdeoro spicca il talento e la forza di Pelé oltre che i gol di Jairzinho. L’Inghilterra invece risponde con una difesa tosta e difficile da penetrare. Nella retroguardia inglese c’è il portiere 33enne, Gordon Banks, estremo difensore dello Stoke City. Da quel giorno il portiere Banks si è fatto conoscere in tutto il mondo.

Al 15esimo minuto, su un cross dalla destra di Jairzinho, Pelé si alza indisturbato e di testa schiaccia la palla all’angolo opposto al portiere inglese. Non si sa come, non si sa il perché, ma il portiere Banks si ritrova sulla zolla d’erba d’impatto della palla. Una specie di carrellata in stile calcio balilla da destra verso sinistra, e il guanto ferma la sfera sulla linea di porta. Il Telstar (il pallone usato al mondiale di Messico ’70) s’inarca oltre la traversa.

Il numero 10 brasiliano rimane di sasso, convinto di aver sbloccato il risultato, ma in quel caso fu il portiere inglese Banks ad avere la meglio. Convinti del gran gesto atletico, i compagni di squadra si complimentarono con il numero 1 britannico, mentre i 70mila dello stadio Jalisco di Guadalajara rimasero meravigliati.

Gordon Banks però non esultò e forse è uno dei suoi rimpianti.

Rimasi a terra seduto accanto al palo con la testa bassa. Nelle foto sembro uno sconfitto, e una foto è per sempre. Ero esausto e se devo dirla tutta non sapevo neppure dove fosse finita la palla. Non mi ero accorto di aver evitato il gol.
Avevo sentito Pelé gridare: Goool. E poi il boato della folla. Non capii nulla fino ai complimenti dei compagni. Fu allora che mi voltai e vidi il pallone sui cartelloni pubblicitari, non in fondo alla rete. Il boato era per me. Cooper mi passò un mano tra i capelli. Pelé disse, Ti odio. Bobby Moore mi fece ridere, Stai diventando vecchio Banksy, un tempo l’avresti bloccata

Il Mondiale di club femminile all’Imoco Conegliano, quello maschile a Civitanova. E l’Italia piazza un bottino pieno ai Mondiali per club di pallavolo. A Betim, in Brasile, la Lube sconfigge in quattro set il Sada Cruzeiro (25-23 19-25 31-29 25-21) e conquista il titolo, dopo le due finali perse nel 2017 e nel 2018. Civitanova mette in bacheca l’unico trofeo che le mancava e completa un 2019 pazzesco, con le vittorie anche dello scudetto e della Champions League.  

Juantorena lo indica ancora con la coppa tra le mani: per lui è il quinto Mondiale per club della carriera, per la Lube Civitanova è invece la prima affermazione della storia, per una bacheca già ricca a cui mancava il sigillo mondiale per essere davvero completa. Lube che dimentica così le due finali perse nel 2017 e nel 2018, quando fu Trento a portare in Italia il titolo che così resta azzurro, pur cambiando destinazione. La squadra di De Giorgi completa una giornata memorabile per il volley italiano, con Conegliano in grado di conquistare il titolo tra le donne per una doppietta fantastica. Tripletta invece per la Lube, con Scudetto e Champions League a impreziosire un 2019 pazzesco.

Lube che aveva già battuto il Sada Cruzeiro durante il round robin, una finale però è tutta un’altra cosa, sotto ogni punto di vista. Si gioca sempre o quasi sul filo dell’equilibrio, in bilico tra grandi giocate e piccoli errori che potrebbero essere fatali. Primo set dove si va sul 19-16 Lube con un pallone spedito letteralmente in tribuna da Otavio che sbaglia il tempo del tentativo di schiacciata. Cruzeiro che però rosicchia un punticino alla volta, Evandro trova il tocca a muro e la Lube si ritrova così i brasiliani attaccati nel punteggio sul 23-23, con il pubblico che si scalda e Simon che chiede ai compagni di mantenere la calma. Proprio Simon indica la strada, due punti filati con un ace in campo anche dopo il controllo del challenge e la Lube si prende il primo set 25-23. 

Secondo parziale che si indirizza ancora nella seconda parte del suo svolgimento. Otavio mura Simon e il Cruzeiro è avanti 15-13, Filipe trova due ace consecutivi e va a raccogliere l’ovazione dei tifosi brasiliani, deliranti per questo momento così favorevole. Juantorena cerca di tamponare la situazione, Leal però si becca due muri prepotenti dal Cruzeiro che in estasi agonistica avanza sul 20-14. Lube che non esce da un momento negativo, brasiliani che implacabili arrivano fino in fondo al parziale 25-19 con l’ennesimo servizio sbagliato da Civitanova. 

Lube che si ritrova subito a rincorrere anche nel terzo set. Leal commette fallo in attacco come evidenzia il challenge e il Cruzeiro ha la testa avanti sul 6-3, con Civitanova che continua a mandare segnali come di una sorta di appannamento generale. Juantorena è forse l’unico ad avere un pizzico di continuità per la squadra di De Giorgi: muro, punto personale numero 14 e il punteggio è 8-8. Arriva poi il turno di Leal che si riattiva in attacco e a servizio e con un punto di pura sensibilità di tocco conserva un importante vantaggio per la Lube sul 20-18. Finale punto a punto, Lube che avanza sul 23-21 per un fallo di seconda linea contestatissimo dato a Conte dopo un check, Evandro va lungo con il servizio, poi rimedia in attacco e si va ai vantaggi. Se possibile il livello del gioco sale ancora, tutti giocano al limite su ogni punto in un crescendo di emozioni sportive che alla fine vedono prevalere Civitanova 31-29 grazie a un ace di Leal e un tocco di Juantorena su cui pasticcia la difesa del Cruzeiro. 

Quarto set in cui il Cruzeiro sembra accusare con il passare delle azioni il peso, soprattutto mentale, di un terzo set perso dopo una maratona sportiva. Civitanova invece comincia ad assaporare la grande gioia, intuendo come dall’altra parte ci sia un calo da sfruttare immediatamente. Muro Rychlicki e 20-17 Civitanova, Cachopa cerca di rinvigorire il pubblico per provare a trascinare in ultimo sforzo il Cruzeiro verso il quinto set, ma la risposta è tiepida, raffreddata ulteriormente da Simon che inchioda il primo tempo del 21-18 Lube. Evandro sbaglia ancora in battuta, la festa Lube può iniziare grazie all’attacco di un grande Leal che chiude i conti sul 25-21.

I campioni sono ancora loro: per il secondo anno consecutivo, a portare a casa la vittoria dei Mondiali è la Nazionale Italiana Atleti di pallacanestro con sindrome di down. Accade in Portogallo, a Guimarães: qui i cestisti italiani hanno confermato il grande risultato già portato a casa nel 2018 a Madeira, confermando anche per quest’anno il titolo di campioni del mondo.

 

Gli azzurri hanno sconfitto i padroni di casa per 36-22, bissando la vittoria del girone iniziale (40-4).  Sul terzo gradino del podio è salita la Turchia, con la quale i nostri avevano raccolto un altro grande successo: 26-11. Ecco chi sono: Davide Paulis, Antonello Spiga, Emanuele Venuti, Alessandro Ciceri, Andrea Rebichini, Alessandro Greco, allenati dai coach Giuliano Bufacchi e Mauro Dessì.

«Complimenti alla nazionale italiana di basket composta da ragazzi con sindrome di Down. Un Dream Team che si è laureato per la seconda volta campione del mondo! Bravissimi. Applausi a scena aperta», scrive su Twitter il presidente del Cip, Comitato Italiano Paralimpico, Luca Pancalli.

Da giovedì 21 novembre, a Luque, nell’area metropolitana di Asunción, in Paraguay, si sta disputando la decima edizione del Mondiale di beach soccer. Organizzato dalla Fifa, il torneo si conclude il 1° dicembre e vede 16 squadre, suddivise in quattro gironi, contendersi il trofeo.

L’Italia, inserita nel raggruppamento B, si è qualificata ai quarti di finale grazie alle due vittorie centrate contro Tahiti, 12-4 ne match d’apertura e contro il Messico, 6-2 nell’ultima sfida. La sconfitta di misura per 3-4 contro l’Uruguay è stata pressoché indolore perché, complici gli altri risultati, gli Azzurri ha conquistato il primo posto del girone B e saranno chiamati ad affrontare la Svizzera nel primo match a eliminazione diretta. La sfida contro gli elvetici è in calendario giovedì 28 novembre alle ore 23.25. I ragazzi del ct Emiliano Del Duca hanno tutte le carte in regola per avere la meglio contro gli elvetici e regalarsi una scoppiettante semifinale in programma per la serata di domenica. L’Italia potrebbe infatti trovarsi di fronte il Brasile detentore del trofeo, la grande favorita della vigilia che sulla carta sembra imbattibile.

Gli Azzurri hanno centrato il traguardo dei quarti di finale per la sesta volta nella storia, la terza consecutiva dopo le edizioni del 2015 e del 2017. La migliore avventura mondiale resta quella del 2008: undici anni fa, a Marsiglia, l’Italia fu sconfitta in finale dal Brasile per 5-3. Da allora, gli Azzurri hanno raggiunto due volte il quarto posto, proprio nelle ultime due edizioni: nel 2015, in Portogallo, l’eliminazione in semifinale è arrivata per mano di Tahiti; due anni fa, alle Bahamas, è stato ancora il Brasile (poi campione del Mondo) a battere l’Italia.

L’uomo simbolo di questa nuova Italia è Gabriele Gori: contro il Messico, il 32enne numero 10 degli Azzurri ha realizzato cinque gol, la stessa cifra del match d’apertura contro Tahiti, mentre contro l’Uruguay ha piazzato una tripletta. Queste 13 marcature (attuale capocannoniere del torneo) portano il suo score totale in Nazionale a 289, di cui 39 nella competizione iridata.

Potrà essere Nazionale maggiore, Under 21 o, come in questo caso Under 17, ma Italia-Brasile è una partita in grado di polarizzare sempre l’attenzione dei tifosi. Cresce l’attesa per i quarti di finale dei Mondiali Under 17 in corso di svolgimento proprio in Brasile. Per gli azzurri è probabilmente la squadra più competitiva della manifestazione che potrà contare anche sul supporto del proprio pubblico:  i verdeoro hanno inanellato quattro vittorie con 12 gol fatti e 3 subiti. 

Va da sé che gli azzurrini hanno vinto e convinto contro l’Ecuador e vogliono far valere le loro legittime ambizioni di passaggio del turno. I ragazzi di Carmine Nunziata se vogliono raggiungere la semifinale devono necessariamente tenere alta la guardia in fase difensiva e magari sfruttare qualche lacuna in fase di non possesso dei padroni di casa.

Brazilian players celebrate a goal in U17 FIFA World Cup

Il ct. azzurro, com’è accaduto anche nelle precedenti partite, si affiderà ai suoi punti fermi come Molla in porta. Dalle Mura-Pirola a comporre la coppia centrale di difesa. In mediana ci saranno Panada e Brentan, con lo juventino Tongya a dare fantasia. In attacco la rivelazione Gnonto insieme a Cudrig. Senza dimenticare le tante opzioni che potrebbe entrare a gara in corso come Oristanio decisivo agli ottavi. Proprio il giocatore della primavera dell’Inter, sul sito di Fifa.com, ha rilasciato una breve intervista:

«Poco prima del fischio dell’arbitro ho deciso di provarci. In allenamento faccio sempre un lavoro extra per migliorare sui calci di punizione. E’ stata una rete molto importante ma siamo stati anche fortunati sulla decisione del rigore non assegnato in seguito alla decisione del Var. Contro il Brasile, lo stadio sarà pieno e tutti tiferanno per la squadra di casa. Ma abbiamo il talento per batterli e possiamo andare avanti»

Il quarto di finale tra Italia-Brasile sarà trasmesso in diretta tv su Sky, in diretta streaming su Sky Go a partire dalle 00.00 di martedì 12 novembre.

L’Italia non vince il Mondiale da 11 anni, il ct azzurro Davide Cassani si sporge dall’ammiraglia per aggiornare Trentin e incitarlo per gli ultimi chilometri di corsa. Ne mancano otto, «è finita la corsa, ci siete solo voi», dice. Gli azzurri in fuga sono due su quattro, c’è anche Gianni Moscon, Trentin allo sprint ha già vinto in carriera, parte bene ma si pianta sul più bello. E Pedersen, che ne ha di più, va a tagliare il traguardo proprio per una questione di metri e vince il torneo iridato.

L’occasione forse della carriera per Matteo Trentin sfuma perché dopo oltre sei ore di corsa sotto la pioggia e alle prese con il freddo le gambe non sono quelle necessarie per andare a prendersi un oro che dopo la resa del grande favorito, l’olandese Van der Poel, sembrava essere davvero alla portata. A vincere in volata, invece, è il 23enne danese Mads Pedersen che ha più gamba di Trentin e lo beffa sul traguardo di Harrogate, alla fine di un Mondiale 2019 nello Yorkshire che regala sorprese anche nella prova in linea maschile.

Si inizia ancora prima della partenza, con il percorso accorciato a causa del maltempo che non lascia un attimo di tregua per tutta la giornata. Tanti grandi nomi escono dal gruppo dopo pochi chilometri, senza però avere ambizioni di successo: si muovono tra gli altri Roglic, Quintana e Carapaz, che però non avranno voce in capitolo per la vittoria finale. Un ruolo importante potrebbe averlo Gilbert che però resta coinvolto in una caduta a 124 km dalla fine ed è costretto al ritiro, seguito da altri nomi importanti come il campione del mondo 2018 Valverde e l’altro spagnolo Luis Leon Sanchez. L’Italia, invece, perde per strada solo uno sfortunato Ulissi e tatticamente si impone all’interno del gruppo. Prima Gianni Moscon si infila in un tentativo di allungo ai 40 km circa dal traguardo, quando poi a muoversi in prima persona è l’olandese Van der Poel ai meno 33 il primo a reagire con grande prontezza è Matteo Trentin.

Risultati immagini per trentin argento

l duo italo-olandese recupera sugli altri attaccanti e così in testa restano in cinque, con due italiani, Trentin e Moscon, l’olandese Van der Poel, lo svizzero Kung e il danese Pedersen. Da dietro il gruppo non si organizza e nessuna squadra ha la forza per ricucire il margine che si crea. I colpi di scena però non sono ancora finiti, perché mentre tutti attendono il duello Trentin-Van der Poel, a 12 km dalla fine, l’olandese va in crisi di fame e si sfila scuotendo la testa, abbandonando così i propri sogni di vittoria. La strada sembra allora spianata per Trentin, l’ammiraglia azzurra urla che la corsa è praticamente finita e che a giocarsela sono i quattro superstiti di una giornata infinita. Moscon si stacca, Trentin si prepara alla volata finale e scatta a circa 200 metri dall’arrivo, la gamba però non lo accompagna, Pedersen lo sorpassa e si prende un successo dolce e inaspettato, lasciando all’Italia un argento che oggi non può che avere il gusto misto di gioia, rabbia e rammarico.

Le parole del ct Davide Cassani:

Siamo partiti ad aprile con un progetto per farci trovare pronti e non abbiamo sbagliato niente Sono orgoglioso della mia nazionale e dei miei ragazzi, erano una cosa sola e hanno corso per vincere, il nostro capitano Trentin è stato superlativo. Negli ultimi 30 metri ha trovato qualcuno più forte e resta l’amarezza perché a quel punto tutti noi speravamo nella vittoria. Ma resta anche il viaggio, l’esperienza, questa Nazionale che ha fatto entusiasmare tanti italiani. Ci abbiamo provato fino alla fine e ci riproveremo dalla prossima edizione

Il Giappone dimostra che si può fare. Ribaltare il pronostico, e battere una delle favorite per la vittoria ai Mondiali di rugby. L’emozionante successo nipponico sull’Irlanda (19-12) è anche un augurio e un esempio per l’Italia, che venerdì 4 ottobre affronterà il Sudafrica per raggiungere i play-off del torneo. Però, attenzione: i giapponesi hanno costruito il loro trionfo sulla solidità della loro prima linea in mischia ordinata e l’efficacia nella difesa sui calci alti avversari, ovvero le incognite azzurre nel prossimo match con gli Springboks.

Feroci sui punti di incontro, rapidissimi e precisi nella trasmissione dell’ovale grazie ai piccoli, indiavolati mediani di mischia, i biancorossi sono riusciti a rimanere in partita nel primo tempo nonostante le mete di Ringrose e Kearney (con una trasformazione di Carty): grazie a 3 calci di Tamura, sono andati al riposo sul 9-12. Un impressionante 93% nei placcaggi riusciti (158 su 171), l’aggressività difensiva, una migliore disciplina (6 punizioni concesse contro 9), maggiore propensione all’attacco (471 metri corsi contro 318) e qualche sporadico errore dei Verdi sono state le armi vincenti. Dopo un’ora di gioco la meta di Fukuoka (trasformata da Tamura) ha mandato direttamente in paradiso i nipponici, che in un palpitante finale hanno sfiorato un’altra marcatura.

Adesso i giapponesi sono in testa alla poule A con 9 punti, davanti all’Irlanda che è a 6 (grazie al bonus difensivo odierno) ma ha già superato nel confronto diretto il terzo incomodo, la Scozia. Attenzione alle Samoa, una mina vagante. Sarà decisivo il match tra Giappone e Highlanders in programma il 13 ottobre, e a questo punto anche i gettonatissimi irlandesi – orfani di Sexton – rischiano l’eliminazione.

 

Non si dimenticherà mai lo sguardo di Enzo Bearzot, quello sguardo che aveva cercato di rado durante la partita. Quella, però, era la partita più importante della sua vita e Antonio Cabrini aveva appena commesso un errore fatale. Madrid, luglio 1982, finale del Mondiale spagnolo contro la Germania Ovest. Altobelli crossa nel mezzo dove Bruno Conti viene messo giù dal tedesco Briegel: il rigore è netto. Siamo al primo tempo, minuto 25, e la partita può già prendere una svolta. Ma chi lo batte? Cabrini è il secondo rigorista della squadra azzurra, ma Giancarlo Antognoni è in panchina perché Bearzot ha preferito inserire il diciottenne Beppe Bergomi. Così tocca proprio al ragazzo venticinquenne terzino sinistro prendersi la responsabilità.

Un giocatore tedesco si avvicina per dargli fastidio, poi un fumogeno cade vicino al pallone. Antonio Cabrini non può più aspettare, deve affrontare il momento più delicato della sua carriera: inizia la rincorsa, arriva quasi sul pallone, poi alza lo sguardo e butta un occhio sul portiere tedesco. Vede che si muove, lui non sa che però è solo una finta. E Cabrini ci casca, calciando dalla stessa parte dove si butta Harald Schumacher. Una ciabattata.

Risultati immagini per antonio cabrini germania ovest

In realtà non inquadra nemmeno lo specchio, il tiro va proprio fuori. Eppure anche nei tabellini recenti questo suo errore dal dischetto è stato rimosso. Poco importa, perché l’Italia quel Mondiale lo vince per 3-1 e la carriera di Cabrini era ancora “salva”. Lui che in quell’edizione spagnola della Coppa del Mondo un gol l’aveva anche segnato, e decisivo, nel 2-1 contro l’Argentina nel complicatissimo Girone C. E immaginate la reazione dei tifosi italiani, come ha raccontato Cabrini stesso intervistato da L’Insder, capaci di esaltarsi visceralmente, ma allo stesso tempo di dare l’impressione di essere distaccarsi, salvo poi gioire per le vittorie. Da un gol a un rigore sbagliato. Ma soprattutto lui che, in Nazionale, ha disputato 73 gare realizzando 9 gol, il dato che lo rende il difensore più prolifico nella storia degli Azzurri.

Eppure non voleva tradire la fiducia del ct Bearzot che, al contrario, di fiducia ne aveva data tantissima al ragazzo cresciuto nella Cremonese e poi nell’Atalanta, prima di passare alla Juventus:  ritenuto uno dei primi terzini moderni, nonché uno dei maggiori interpreti del ruolo a livello mondiale, senza aver ancora esordito in Nazionale A, e addirittura senza vantare un posto di rilievo – ancora – tra i bianconeri, sul promettente Cabrini scommise il commissario tecnico degli Azzurri, il quale lo convocò per il campionato del mondo 1978 in Argentina. Fece il suo esordio il 2 giugno 1978, a vent’anni, nella partita Italia-Francia (2-1) disputata a Mar del Plata; conquistato il posto di titolare, giocò tutte le partite della rassegna iridata, chiusa dagli Azzurri al quarto posto, venendo inoltre premiato dalla FIFA come miglior giovane dell’edizione.

File:Mondiali 1978 - Italia vs Argentina - Daniel Bertoni e Antonio Cabrini.jpg

Nella storia dei fatali e più sciagurati errori dagli 11 metri il suo nome non c’è: Antonio Cabrini ha sollevato la Coppa del Mondo al cielo e un po’ deve ringraziare Rossi, Tardelli e Altobelli.