Tag

infortunio

Browsing

Mercoledì 15 aprile 1998, il Corriere della Sera intitola:

All’Olimpico i biancocelesti, con una partita meno brillante del solito, passano grazie all’1-0 dell’andata a Madrid. La Lazio soffre ma centra l’euroderby di Parigi. Respinti gli assalti dell’Atletico di Vieri: il 6 maggio la finale tutta italiana contro l’Inter. L’ex bianconero annullato da un Nesta implacabile. Serata negativa per Boksic e per l’estro di Mancini

La sera prima, la Lazio si gioca la semifinale di Coppa Uefa contro l’Atletico Madrid e, nonostante lo 0-0, raggiunge la storica finale grazie alla vittoria pesantissima in trasferta. Elogio negli elogi, la prestazione di Alessandro Nesta, 22 anni da poco compiuti, che giganteggia nelle retrovie e annulla l’insidia Vieri. Nesta-gladiatore, Nesta-implacabile, «Loro hanno Ronaldo, noi abbiamo Nesta», si lascia andare il laziale Diego Fuser pronosticando il duello nella finale contro l’Inter che poi vedrà i neroazzurri smontare 3-0 i biancocelesti.

Due giorni dopo, il 16 aprile, la Repubblica dedica un pezzo intero al ragazzotto romano: “Classe Nesta: la mia forza è l’indifferenza”. E poi l’attacco:

Cosa fa un giovane campione, reduce da una notte trionfale, lanciato a vele spiegate verso il Mondiale, chiamato “immenso” dal suo datore di lavoro Cragnotti e “fuoriclasse ventiduenne” dal suo allenatore Eriksson? Monta sulla sua Golf cabrio nel giorno di riposo e va dalla mamma, in campagna, nella casa che lui stesso ha comprato con i soldi guadagnati come calciatore. Località Collevecchio, provincia di Rieti, rifugio dei Nesta da quando Alessandro ha cominciato a percorrere la sua strada. Quella del predestinato…

Lanciato a vele spiegate verso il Mondiale. Quello di Francia 1998. Già.

Lunedì 8 gennaio 2007. Il giorno in cui, come lo stesso numero 13 ha avuto modo di dire, Nesta si è convinto di aver vinto il Mondiale berlinese.

…Fino a quel momento nella mia testa ne era mancato un pezzettino. E’ squillato il cellulare, ero a Miami, a curarmi la spalla dopo l’ennesimo infortunio della mia carriera. Ancelotti mi aveva concesso il permesso di andare dall’altra parte del mondo e il Milan anche. Non ero proprio carico, anzi, non andava bene niente a livello fisico. Mi sentivo un condannato al dolore, sia in Nazionale che nel club: se guarivo, poco dopo mi rifacevo male. Stancamente, in maniera quasi scocciata, ho risposto:

“Pronto…”

“Ale, sono Lippi”

“Mister, che piacere”

“Il piacere è tutto mio. Ascolta qui, senti cosa sta succedendo”

In sottofondo udivo una voce calda, importante. Era il presidente della Repubblica Napolitano. Al Quirinale stava rendendo omaggio ai Campioni del Mondo.

“Ale, siamo a Roma, ci stanno premiando per il Mondiale vinto. Sei uno di noi. Hai capito? Sei uno di noi, uno dei ventitre, non te lo dimenticare mai”

Nesta e i tre Mondiali sono questo. E questa è l’icona più fedele della sua elegante, mortale e cristallina carriera da difensore. Come le sue scivolate. Pacchetto “all-inclusive”: il migliore difensore al mondo con il rischio di lasciarti sul più bello. Tre volte convocato alla Coppa del mondo da titolare, tre volte infortunato. 

In Francia, terza partita del Gruppo B di qualificazione: Italia – Austria 2-1. Nesta gioca solo tre minuti: duro scontro, lesione del legamento crociato anteriore, sei mesi di stop e addio sogni. Al suo posto entra Bergomi. Un dejà vu quattro anni dopo, anzi, forse anche peggio: ancora Gruppo di qualificazione, è quello G, ma è la seconda partita: Italia – Croazia 1-2. Nesta esce zoppicante dopo 24 minuti, il giorno dopo è un tam-tam di speranze tra infiltrazioni, riposo e preghiere. Riesce a essere in campo nell’ultima partita del girone pareggiata 1-1 contro il Messico, ma guarderà dalla panchina la mattanza beffarda coreana con il golden gol di Ahn. 

E arriva il 2006. Quello della maturità piena di Nesta e Cannavaro come centrali difensivi dopo che Maldini ha abdicato dal trono di leader della Nazionale. Con Buffon, un reparto inespugnabile come effettivamente sarà. Ma per Alessandro il nemico peggiore è quello muscolare. Terza partita del Gruppo E, contro la Repubblica Ceca. Diciassette minuti e il ct. Lippi e il dottor Castellacci si guardano, quasi affranti, mentre Nesta fa cenno che qualcosa non va. Distrazione al muscolo ileo-pettineo, entra Materazzi ed è il momento sliding-doors di quel Mondiale italiano. Marco segna dopo nove minuti, l’Italia vince 2-0 e vincerà il quarto Mondiale.

L’ex difensore di Lazio, Milan, Montreal Impact e Chennaiyin FC, a caldo, dice di non sentire sua questa medaglia. Non c’ha creduto fino a lunedì 8 gennaio 2007. Quel ragazzotto scoperto da uno scout della Roma, ma passato alla Lazio perché il babbo era laziale, che ha fatto il suo esordio in Nazionale prima squadra a 20 anni con Arrigo Sacchi e che ha detto definitivamente “ciao” all’azzurro l’11 ottobre 2006 nel match contro la Georgia,  quel ragazzo che si aggiustava continuamente la sua luccicante acconciatura a ogni colpo di testa, che sì, nonostante gli infortuni, ha vinto tutto. Che ha sollevato timidamente la Coppa assieme ai suoi compagni quasi in difetto e in dovere nei loro confronti. E ha messo tutti d’accordo: Alessandro Nesta, la tempesta perfetta.

Ho promesso al bambino che sognava di diventare calciatore, che avrei giocato fino a quando avessi provato meraviglia entrando in campo. Ma il cuore mi ha detto che stavo venendo meno alla promessa. Mi fermo, ma sento di dover dire grazie sogno, mi hai dato forza e felicità!

Con queste parole il centrocampista Claudio Marchisio ha annunciato il suo ritiro dal calcio a 33 anni. Ben 23 di questi li ha passati alla Juventus, suo sogno e grande amore: un fiero scudiero della Signora, dalle giovanili alla prima squadra, passando anche per la Serie B, che però l’ha fatto entrare nei cuori dei tifosi e l’ha consacrato nel calcio italiano ed europeo. Una decisione difficile ma presa con consapevolezza e annunciata in una conferenza stampa all’Allianz Stadium, nella sala “Gianni e Umberto Agnelli”. Dopo l’ultimo infortunio al ginocchio, professionale ed etico fino alla fine, ha rescisso anticipatamente il contratto con lo Zenit, squadra di San Pietroburgo, “dolce esilio” quando non rientrava più nei piani della Juventus. Non ha accettato altre proposte in Serie A, ma non è quello il suo rimpianto:
Il rimpianto? Quello di non vincere la Champions con la Juve e l’Europeo con la Nazionale. Sono i miei due rimpianti più grandi. Il momento più bello è quello in cui mi sono reso conto che il sogno si stava realizzando ed è stato l’anno della Serie B. Vedevo le facce dei campioni che avevano scelto di restare in B. Per me non era indossare la maglia della Juve in Serie B, era indossare la maglia della Juve e basta” Il gol più bello? “Sono due: quello contro l’Inter e il primo segnato nel nuovo stadio, è stato l’inizio di un ciclio vicente irripetibile. La partita che vorrei rigiocare? Quella contro il Barcellona in finale di Champions a Berlino, anche solo una parte del secondo tempo
389 partite con la maglia della Juventus, una sola espulsione e sette scudetti – tra i tanti altri trofei alzati al cielo. Con la casacca azzurra della Nazionale, l’esordio nell’agosto del 2009 contro la Svizzera, poi 55 sfide, molte delusioni e l’Europeo del 2012 giocato da protagonista e leader. L’ultima partita nel 2017 in un 3-0 contro l’Uruguay in cui Claudio gioca appena 19 minuto ed esce per infortunio. Diversi i messaggi sui sociali, ma da un ex-Barça arriva un’autentica poesia, breve ma profonda: per Andrés Iniesta, da oggi il “calcio è un po’ meno calcio”. 

La sua carriera ha rischiato di stroncarsi prima ancora di decollare, a 23 anni, alla sua prima partita da professionista, a causa di un infortunio al tendine rotuleo. «Tu col calcio hai finito», le dissero dopo l’operazione. Pochissime possibilità di giocare ad alti livelli, poi, durante il recupero è rimasta incinta: per molti, il chiaro segnale di una carriera ormai finita.

Ma non per Jessica McDonald, attaccante del North Carolina Courage, alla sua prima esperienza in una Coppa del Mondo. A 31 anni è riuscita a coronare il suo sogno, quello  che si scrive sulla lista dei desideri quando si è bambini e si ambisce a giocare a calcio. E ad assistere i quarti di finale contro la Francia, c’è anche Jeremiah, suo figlio di sette anni, che è arrivato a Parigi giusto in tempo per tifare sua mamma e gli Stati Uniti in un match molto delicato.

 

E’ stata la stessa giocatrice a pubblicare su Twitter l’emozionante momento dell’incontro tra i due: è un cerchio che si chiude dopo otto anni difficili in cui McDonald non ha mai gettato la spugna. All’ottavo mese di gravidanza si stava ancora allenando tenacemente e qualche settimana dopo il parto era in Australia, già in campo, a lottare nuovamente nel calcio professionistico.

Jessica McDonald ha fatto il suo debutto assoluto nel Mondiale contro il Cile nella fase a gironi, da subentrata e per lei una medaglia se l’è già messa al collo: «Un giorno Jeremiah realizzerà tutto questo che sta vivendo, gli spiegherò il percorso che ho fatto nella mia vita e le scelte. Gli dirò che se vuole avere successo nella vita non dovrà seguire una linea retta, ma una strada molto tortuosa».

Risultati immagini per jessica mcdonald jeremiah

Una festa annunciata, un’attesa durata 35 anni. Il Paok Salonicco vince la Superleague greca ed è il terzo titolo che arriva dopo una cavalcata straordinaria durata tutta la stagione. Con un giornata d’anticipo, tenendo alla larga l’Olympiakos, distante cinque punti, ma soprattutto zero sconfitte e più vittorie in assoluto, ben 25.

Interrotto, così, il dominio delle squadre di Atene (Panathinaikos, Olympiacos ed Aek) che durava dal 1988, quando vinse l’Ael di Larissa. Grande entusiasmo a Salonicco, dopo che venerdì notte i sostenitori della squadra avevano già festeggiato il 93° anniversario della fondazione del club illuminando la città. Tutto perfetto, davvero, dalla splendida coreografia organizzata dai tifosi durante la partita contro il Levadiakos terminata 5-0 per i bianconeri e che certifica la vittoria del campionato. Ma lo spettacolo non è solo sugli spalti, quanto anche in campo. Perché Razvan Lucescu, figlio del più celebre Mircea, decide al 90′, in pieno recupero, di giocarsi l’ultimo cambio disponibile. Chi? Esce Pelkas, entra il portoghese Vierinha, capitano della squadra.

 

Un gesto che si carica di bellezza perché il giocatore proprio la scorsa settimana era uscito dal campo nella partita contro il Larisa per la rottura del legamento crociato, che lo terrà fuori per diversi mesi. Ma per il suo allenatore non importa: alla festa con tutta la squadra doveva partecipare anche lui. In campo. Il video del suo ingresso è commovente: Pelkas, vice capitano, gli cede la fascia; Vierinha entra camminando, tra gli applausi. Un momento che non potrà mai dimenticare.

C’è un po’ di italia nel successo del Paok: Lucescu junior ha giocato anche in Italia, al Crema, prima di diventare allenatore. Oggi ha vinto il suo primo campionato da tecnico, dopo che nella scorsa stagione, sempre al Paok, aveva alzato la Coppa di Grecia. Nel suo staff, tre italiani: gli assistenti Diego Longo e Cristiano Bacci, più il preparatore Matteo Spatafora. In rosa qualche vecchia conoscenza del nostro calcio: il centrale di difesa Alin Tosca, che nella seconda parte della scorsa stagione era al Benevento; il fantasista marocchino Omar El Kaddouri, un passato tra Sud Tirol, Brescia, Napoli, Torino ed Empoli; il difensore José Angel Crespo, visto in Italia con le maglie di Padova, Bologna e Verona. Il titolo è arrivato nonostante a gennaio il Paok abbia venduto la sua stella, il centravanti Prijovic (9 gol in 13 partite nella prima parte del campionato), all’Al-Ittihad.

Abbiamo assistito all’ultima gara a Cortina e, forse, all’ultima in carriera? Le lacrime rimangono lì, gli occhi sono lucidi per Lindsey Vonn che a 34 anni è tornata nuovamente in pista dopo l’ennesimo infortunio al ginocchio dello scorso novembre. E quell’aggettivo “ennesimo” non è un’esagerazione fuori luogo. Sulle Dolomiti, nel weekend tra il 19 e 20 gennaio, la sciatrice americana non ha concluso il SuperG di Cortina, dopo aver saltato una porta a metà del tracciato.

Al traguardo ha ricevuto l’applauso del pubblico e un mazzo di fiori da parte di Sofia Goggia, arrivata a sorpresa sull’Olympia delle Tofane per omaggiare la sua amica e rivale. Le due si sono abbracciate a lungo, Sofia si è inginocchiata davanti al suo idolo, ed entrambe sono apparse molto commosse. Poi ai microfoni Lindsey, con quel magone che è tanto difficile nascondere, ha detto:

Non vorrei smettere, ma il dolore alle ginocchia è troppo forte. Mi prendo qualche giorno per pensarci, non è una decisione che posso prendere in fretta, sono molto scossa adesso, le cose non sono andate come mi aspettavo, ho avuto tanti infortuni e anche quest’ultimo mi ha fatto penare. Qui a Cortina la mia ultima gara in carriera? E’ una possibilità

Risultati immagini per sofia goggia lindsey vonn

Un annuncio a sangue caldo, dettato dall’adrenalina e dallo sconforto, ma la regina della velocità, oro a Vancouver 2010 in discesa, quattro Coppe del mondo generali, due titoli mondiali, è nuovamente distrutta dal dolore fisico e psicologico dopo il nuovo problema al ginocchio. Nella sua gara numero 402 in carriera, Vonn ha gareggiato con le ginocchiere, non riuscendo a concludere la gara nonostante il feeling con Cortina: qui ha il primato dei successi, 12 di cui sei in discesa e sei in SuperG

Il mio corpo mi impedisce di fare quello che voglio, anche oggi in gara non volevo fermarmi ma il ginocchio mi faceva male, non sto sciando come potrei e vorrei, e a questo punto non so che fare. Devo pensarci su, mi prendo un paio di giorni per decidere se smettere oppure no

La parola fine ora significherebbe tanto, dai Mondiali ad Are in Svezia il prossimo febbraio al sogno di raggiungere e superare gli 86 successi in Coppa del Mondo di Ingemar Stenmark, lontana al momento solo quattro vittorie. Ma Lindsey Vonn ha lottato tanto, tantissimo per ottenere tutto quello che ha conquistato, disperandosi per la rottura del legamento crociato e per l’assenza dalle Olimpiadi di Soci.

Risultati immagini per lindsey vonn

E poi di nuovo nel 2016, la sua partecipazione alle Olimpiadi di Peyongchang ancora in forse: dopo l’ennesima, rovinosa, caduta, in picchiata, in allenamento, i chirurghi le avevano inserito una placca e una dozzina di viti nel braccio. Lindsey ha lavorato otto ore al giorno per recuperare al meglio e prima possibile , con una dedizione propria solo dei grandissimi. Nonostante tutto si è sempre rialzata in piedi e rimessa gli sci sotto gli scarponi. Adesso spetta a lei mettere il punto a una storia bellissima e che farà comunque male.

Una doppietta contro il Real Madrid non vale una carriera, ma può essere il fiocco rosso di un regalo inestimabile, quello di ritornare a giocare a calcio dopo due anni da incubo. Che non è un modo di dire, non per Santi Cazorla, l’esterno spagnolo 34enne del Villareal che proprio contro i madrileni freschi vincitori del Mondiale per club ha segnato i due gol della sua rinascita.

Una serata magica terminata 2-2 nel recupero della 17esima giornata della Liga tra Villareal e Real Madrid con l’ex Arsenal protagonista finalmente dopo esser tornato in estate in forza al sottomarino giallo. E che c’erano i presupposti per una notte irreale lo si era percepito sin dall’inizio con Cazorla che sblocca le ostilità dopo 4 minuti, poi la rimonta del Real firmata Varane-Benzema prima del definitivo 2-2 all’81’ grazie ancora a Cazorla, con un colpo di testa. Nonostante i suoi 168 centimetri di altezza.

Prima del ritorno in campo di giovedì 3 dicembre e prima di questa stagione, l’esterno non scendeva in campo dal 19 ottobre 2016, giorno di Arsenal-Ludogorets, partita terminata 6-0 in favore dei Gunners. I problemi per lo spagnolo erano iniziati tre anni prima durante l’amichevole Spagna-Cile con una frattura ossea al tallone d’Achille; nulla di grave apparentemente, una sosta di un mese e mezzo, poi l’inizio del calvario: dal 2013 al 2018 Cazorla si è sottoposto a undici operazioni al tallone, causa due batteri nel tendine e un terzo nel malleolo che stavano mangiando l’osso. Ha rischiato addirittura l’amputazione del piede, ora ha il tatuaggio con il nome di sua figlia India è diviso in due parti: una è sul braccio sinistro, dove originariamente era stato fatto, un’altra sulla caviglia.

Risultati immagini per cazorla tattoo

Sei anni all’Arsenal, poi il ritorno a casa, a Villareal che l’ha accolto come un figlio della sua terra. Il ritorno a giugno, la magica presentazione all’Estadio de la Ceramica, il ritorno al gol lo scorso 4 ottobre nel match di Europa League contro lo Spartak Mosca, una rete che mancava da due anni e da oltre sette in Europa. Fino all’indimenticabile doppietta di giovedì sera al Real Madrid che è valsa un punto al Villareal e la convinzione per Santi di non essersi mai arreso.

Sulla semplice distorsione al ginocchio, in realtà, ci credevano in pochi. Forse qualche fantallenatore, molto meno sereno, invece, era lo staff del Cagliari. Lucas Castro, perno del centrocampo della squadra sarda, si è infortunato domenica nella sessione d’allenamento in vista del match del lunedì sera contro il Torino. Gli esami strumentali fatti a Villa Stuart di Roma però hanno levato la sottile patina di dubbi: per “El Pata” è rottura del legamento crociato anteriore del ginocchio sinistro, il che significa, lontano dai campi per almeno sei mesi.

Solo dopo l’operazione e l’analisi dei medici si potranno capire con più precisione i tempi di recupero, ma la stagione dell’argentino si conclude di fatto qui. Ed è una brutta tegola per Rolando Maran che ha avuto il centrocampista anche ai tempi del Chievo Verona e del Catania ed era approdato a Cagliari l’estate scorsa: nelle 10 partite di Serie A in cui è stato impiegato, Castro ha segnato una rete (bellissima da fuori area proprio contro la sua ex squadra) e due assist, ottenendo una fantamedia di 6,5, e facendo giocare bene tutta la squadra assieme a Joao Pedro e alla punta Pavoletti.

Per il centrocampista argentino si tratta del terzo grave infortunio nel giro di quattro anni. Il primo risale al 2014, quando ai tempi del Catania, Castro riportò una lesione al collaterale del ginocchio destro. Lo stesso tipo di infortunio si ripresentò tre anni dopo a Verona.

L’infortunio del trequartista 29enne è una bella tegola negli schemi di Maran: per mantenere il 4-3-1-2 potrebbe essere inserito uno tra Marco Sau e Diego Farias che andrà a formare un tandem con Pavoletti, mentre Joao Pedro verrà spostato sulla trequarti campo. Un’altra alternativa potrebbe essere l’inserimento di Luca Cigarini sulla mediana portando più avanti il capitano Barella per non indebolire troppo il reparto offensivo.

Il club sardo, ovviamente, sta già pensando al possibile sostituto da prendere per il mercato di gennaio: come riporta Sky Sport, sul taccuino di Carli ci sono Soriano del Torino e Bessa del Genoa.

 

 

Visualizza questo post su Instagram

 

Con mi amigo @franciscocharco haciendo un poco de música por las calles de Sardegna 🔥

Un post condiviso da Lucas Castro (@lucascastro) in data:

Il 16 settembre per lui è un giorno speciale. Nel 2012 segna il primo gol allo stadio Olimpico con la maglia della Roma nella sconfitta per 3-2 contro il Bologna; l’anno dopo al Tardini, contro il Parma, ancora in Serie A. Nel 2015 QUEL gol contro il Barcellona da centrocampo in una notte indimenticabile di Champions League. E poi, l’anno scorso, nel 2017, il ritorno dal primo minuto dopo il lungo infortunio. E proprio al lungo calvario, durato quasi un anno, pensa Alessandro Florenzi. I fantasmi sono ritornati in mente quando, contro l’Atalanta a fine agosto, ha sentito un dolore al ginocchio. Paura e terrore per un angoscia che l’ha cambiato:

 L’infortunio mi ha toccato, mi ha fatto crescere, pensare e vedere la vita sotto tanti aspetti. Ho sempre avuto la convinzione che ci sia una via di uscita per tutto e che ci sia sempre chi sta peggio di te. Io sono riuscito a tornare a fare quello che amo; ci sono bambini, ragazzi, che non hanno avuto la stessa fortuna

La mente si fa cupa, i pensieri grigi, il timore di stare lontano dai campi ancora per molto e, chissà, poter ritornare sperando di essere ancora utile. Di poter sfrecciare ancora sulla destra, lasciarsi andare a qualche incursione per sentirsi gridare “a bello de nonna!”. Per rimettersi in piedi dall’ultimo pesante infortunio ci vollero 325 giorni con una ricaduta, il crociato del ginocchio sinistro che cede nuovamente. Una traversata nel deserto, l’ha chiamata lui e riecco i fantasmi:

Ho avuto brutti pensieri, ho pensato a tutto il percorso fatto durante la riabilitazione, al post operatorio. Il pensiero è andato anche ai miei cari, a mia moglie che inevitabilmente non ho potuto aiutare con i bambini

Sua moglie Ilenia ha pubblicato sui social una foto assieme alla figlia Penelope e Florenzi. Lui sorride, al ginocchio ha solo un cerotto, segno che il suo nuovo rientro è alle porte. Nella partita di ripresa contro il Chievo dovrebbe potercela fare per la panchina. Per essere con la sua squadra il 16 settembre. Il suo giorno speciale.

Risultati immagini per florenzi nonna

 

Cauta, riflessiva e fiduciosa: ecco come si presenta Vanessa Ferrari il giorno dopo il grave infortunio che l’ha vista protagonista nella finale di corpo libero dei Mondiali di ginnastica artistica 2017.

Ormai non ci sono più dubbi circa il suo stato di salute: il tendine d’Achille è rotto, di nuovo. Proprio come un anno fa la ginnasta è costretta a rivivere l’incubo dell’intervento chirurgico e l’attesa di un lento recupero per riprendere le forze e, chissà, forse tornare pure in pista.

Ed è questo di cui si discute in tutto il mondo sin da quel momento in cui è caduta nello stadio di Montreal, vedendo sfumare tutti i suoi sogni.

In molti la danno per “finita” e ritengono che le sue condizioni non gli permetteranno più di gareggiare come ginnasta.

Ma è davvero così? Lei non ci sta e ci tiene a far sapere al mondo che è lei e soltanto lei l’artefice della sua vita e non spetta agli altri decidere se ci sarà un seguito nella sua carriera oppure no.

In un’intervista della FIG (Federazione Ginnastica Italia) lei ribadisce di non sapere cosa succederà. Concentrandosi solo su un passo per volta si appresta a vivere questo nuovo e necessario intervento chirurgico e poi il resto si vedrà.

Sguardo serio e occhi tristi, Vanessa Ferrari non si sbilancia sul futuro, anche se lascia intendere che l’ultimo dei suoi pensieri è lasciare la ginnastica artistica. Forse non tornerà a gareggiare ma si occuperà di allenare le giovani atlete, ma una cosa è certa: sentiremo ancora molto parlare di lei!

Per tutta la durata dell’intervista le è accanto l’altra connazionale protagonista di questi mondiali, Lara Mori, che la sostiene e la accompagna in questa difficile fase che la ginnasta bresciana sta per affrontare.

E a chi le chiede se nella finale ha osato troppo? La leonessa non ha dubbi e risponde di no perché il suo obiettivo era l’oro e quella diagonale impregnata di difficoltà era la chiave per accedere al podio come vincitrice del mondo. Proprio il dt Casella, infatti, le aveva detto che aveva già buone percentuali di vincere almeno il bronzo.

Ma per Vanessa Ferrari, ambiziosa e fiduciosa nelle sue capacità, non era sufficiente e ha tentato il “tutto per tutto” proprio come lei stessa ha affermato subito dopo l’infortunio. Adesso vuole pensare solo a superare questo periodo difficile e godersi una meritata vacanza. Ecco come si esprime in proposito:

Fare l’intervento in fretta: vorrei non dover usare le stampelle. Io e il mio fidanzato Simone avevamo organizzato un viaggio a Cuba per novembre. Poteva essere l’occasione per festeggiare una medaglia, invece… Chiedo solo di poterci andare con le mie gambe. Mi accontento

Non le mancano certo né il sostegno dei fan né delle persone che le vogliono bene e l’aiuteranno a risorgere ancora una volta. Chi lo sa che alle olimpiadi di Tokyo 2020 non si senta ancora risuonare il suo nome tra le ginnaste partecipanti.

L’intervista a Vanessa Ferrari il giorno dopo

Ecco il video della sua intervista condotta dalla Federginnastica:

Il gioco del calcio non riserva solo competizione e antagonismo: gli episodi di solidarietà fra giocatori sono quelli che fanno più notizia.
Ed ecco che non si può non parlare della solidarietà che Gigi Buffon ha dimostrato nelle scorse ore verso l’omologo del Bayern Monaco, Manuel Neuer, infortunatosi di recente al piede.

La sfortuna sembra proprio accanirsi contro il portiere tedesco che nei giorni scorsi ha subito un grave infortunio proprio nello stesso piede che era stato operato nel mese di aprile. Le sue condizioni sono apparse subito abbastanza serie e il verdetto, frattura del metatarso, non lascia spazio alla speranza di un recupero veloce.

I dottori sono stati irremovibili: quattro mesi di sosta forzata. Ma la sua situazione non ha lasciato indifferenti alcuni dei suoi compagni, come il nostro connazionale Gigi Buffon, che ha ritenuto importante fargli sentire tutto il suo affetto.

Sulle pagine di Twitter si leggono dunque le sue parole di pronta guarigione: «Voglio vederti presto in campo». Un augurio sincero che esprime un grande rispetto fra due persone che si sono spesso scontrate sul campo nemico.

 

Cosa rende così simili i due giocatori? Oltre ad essere due ottimi portieri della Nazionale, italiana e tedesca, Buffon e Neuer hanno in comune un’esperienza simile, che ha visto rimanere in standby il nostro italiano nel 2006.
Era la vigilia dei mondiali 2006 e per Buffon, a causa di un infortunio serio, furono attimi di panico all’idea di rischiare di non potere giocare con la sua squadra per gareggiare contro le altre potenze mondiali.

Quindi il campione del mondo sa bene cosa si prova in queste situazioni e non ha esitato un momento per dare il suo sostegno morale ad un compagno di avventura, lasciandosi alle spalle pregiudizi e false credenze sull’odio che nutrono i calciatori verso gli avversari.
Neuer avrà sicuramente apprezzato le parole del portiere della nazionale italiana e probabilmente nei prossimi giorni assisteremo ad una replica sullo stesso canale. Nel frattempo, dovrà dedicarsi esclusivamente al suo recupero.

L’intervento pare sia riuscito bene e senza alcuna complicazione. Non si può dire lo stesso del suo stato emotivo, purtroppo. Il capitano del Bayern Monaco è molto provato dalla situazione, che gli crea dei disagi non soltanto fisici.

Vorrebbe tornare subito in campo con i suoi compagni, ma non potrà farlo prima di gennaio. La solidarietà nei suoi confronti non arriva solo da Gigi Buffon, ma anche da altri nomi illustri del calcio internazionale, come Robert Lewandowski e Franck Ribery.

Attraverso i social ci tengono a fare un grosso in bocca al lupo a Manuel Neuer e noi del team di Mondiali.it gli facciamo lo stesso augurio di tornare presto a giocare.