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Cos’ha quel giocatore nelle scarpe? Le calamite?

È stata una delle giocate più belle che ho visto su un campo di calcio

La prima, è una domanda retorica di uno stupito Alex Ferguson, la seconda è una frase, da altrettanto stupido,  pronunciata da Pierluigi Collina. Entrambi si riferivano allo stesso calciatore e alla stessa magia: Fernando Redondo e il suo colpo di tacco all’Old Trafford. Era il 19 aprile del 2000, il Real Madrid affrontava in trasferta il Manchester United campione d’Europa in un match che rappresentò un simbolico passaggio di testimone. Ma il passaggio più bello di quella serata fu quello con cui l’argentino smarcò Raul per il gol del 3-0. Un assist apparentemente semplice ma arrivato al termine di un’azione personale che rimase nella storia del calcio. El taconazo del Principe è tutt’oggi ricordato come uno dei dribbling più geniali e allo stesso tempo efficaci mai visti, un’esibizione di tecnica e istinto che il centrocampista di Buenos Aires regalò al pubblico di Manchester e che segnò per sempre la carriera del povero Berg, il terzino norvegese dello United che da quel giorno fu colui il quale subì il tunnel dal campione del Real.

La giocata di un secondo, pensateci bene, di un solo secondo in grado di rimanere cristallizzata per decenni. In quella serata di Manchester, Fernando Redondo era il capitano e il leader del del Real Madrid. Una squadra che nella stagione 1994-95 era stata ricostruita da Jorge Valdano che affidò al connazionale le chiavi del centrocampo blanco dopo averlo acquistato dal Tenerife. L’accoppiamento tra gli spagnoli e i Red Devils ai quarti di finale mise di fronte le ultime due squadre a vincere il trofeo: il Real, campione d’Europa nel 1998 dopo la vittoria sulla Juventus, e lo United detentore del trofeo sollevato a Barcellona dopo l’incredibile rimonta nei minuti di recupero contro il Bayern Monaco.

La portada del diario AS (19/04/2020)

L’andata al Bernabéu era finita 0-0, dunque per gli spagnoli era necessario vincere o pareggiare segnando almeno un gol. Piccolo dettaglio: Beckham e compagni non perdevano in casa da oltre un anno. Un autogol di Roy Keane al 20’ del primo tempo e una rete di Raul al 5’ della ripresa misero subito la qualificazione sulla via di Madrid ma proprio tre minuti dopo il 2-0, si materializzò la giocata che verrà successivamente votata come la migliore nella storia del Real dai lettori di Marca. Minuto 53, il capitano del Real porta palla vicino all’out di sinistra, sembra chiuso da Berg e altri due avversari ma improvvisamente appare il genio: colpo tacco verso l’interno, palla tra le gambe del terzino, testa alta e assist perfetto a Raúl che deve solo spingere dentro. È il 3-0, a nulla valsero i gol successivi di Beckham e Scholes: al fischio finale di Pierluigi Collina il risultato recita 3-2 per il Madrid che si qualificò per le semifinali prima (dove affrontò il Bayern) e per la finale poi. A Parigi, nel duello tutto spagnolo contro il Valencia di Héctor Cuper, arrivò l’ottava Champions per il club blanco.

 

fonte: Sky Sport

Unico calciatore ad avere vinto la Champions League con tre squadre diverse – Ajax, Real Madrid e Milan (con cui si è concesso un bis) – Clarence Seedorf, nasce a Paramaribo, capitale del Suriname, il 1°aprile 1976. Si forma umanamente e calcisticamente in Olanda dove sin dalla tenera età entra a far parte delle giovanili del prestigioso club di Amsterdam.

Seedorf è tuttora il più giovane esordiente dell’Ajax in Eredivisie. Debutta a 16 anni, nell’ottobre 1992,  e diventa presto una pedina fondamentale della generazione d’oro. Guidata dai veterani Danny Blind e Frank Rijkaard, una formazione giovane nelle cui file militano future stelle del calibro dei gemelli De Boer, Seedorf, Edgar Davids, Jari Litmanen e Patrick Kluivert, raggiunge l’apice conquistando la Champions League nel 1994/95 imponendosi per 1-0 nella finale di Vienna contro il Milan, squadra giunta alla sua terza finale consecutiva.

90s Football on Twitter: "Clarence Seedorf at Ajax, 1991.… "

Le vittorie per 2-0 nella fase a gironi proprio contro i rossoneri sono un buon presagio: la squadra di Louis van Gaal si ripete in finale battendoli grazie a un gol nel finale di Kluivert, entrato a gara in corso: «Tutti sognano di vincere una finale di Coppa dei Campioni, e io ho avuto la fortuna di riuscirci ad appena 19 anni. Quando mi sono svegliato il giorno dopo la finale mi sono sentito diverso, strano, in qualche modo speciale».

Seedorf lascia l’Ajax dopo quella magica notte di Vienna, trascorrendo una sola stagione alla Sampdoria prima di trasferirsi nella capitale spagnola, vestendo la casacca del Real Madrid. Qui il mondo inizia a conoscerlo per il suo altissimo valore tecnico e per le sue sassate dalla distanza. Assapora il successo europeo alla seconda stagione a Madrid, aiutando le Merengues a superare i detentori del Borussia Dortmund in semifinale. In finale, giocata nello stadio della sua ex squadra, l’Amsterdam Arena, affronta la Juventus dell’ex compagno di squadra Davids. La finale è decisa ancora da un unico gol, firmato da Predrag Mijatović a metà ripresa, che regala al Real Madrid la prima Coppa dei Campioni dopo 32 anni: «Era diventata più di un’ossessione per il club. Mangiavamo tutti i giorni in un ristorante in cui non facevano altro che parlarci della finale».

Nella carriera sportiva dell’olandese c’è tanta Italia. Nel 2000 passa all’Inter e soltanto due anni più tardi si trasferisce sulla sponda rossonera. Alla prima stagione con il nuovo club conquista il massimo trofeo europeo, aiutando il Milan a battere le sue ex squadre: il Real Madrid nella fase a gironi, l’Ajax nei quarti e l’Inter in semifinale. Conquista ai danni della Juventus la sua terza Champions League, mentre nel 2004 vince il campionato italiano. Il Milan rappresenta il punto più alto della carriera di Seedorf.

L'EX ROSSONERO - Seedorf: "Vi dico io come si vince la Champions ...

Carlo Ancelotti non riesce a fare a meno di lui e in poco tempo diventa uno degli intoccabili della rosa rossonera. Nel 2007 sempre sotto la guida di Ancelotti, il Milan conquista la sua settima Champions League. E’ la quarta ed ultima Champions League della sua carriera di Seedorf. In seguito alla vittoria, Seedorf verrà nominato dalla Uefa come miglior centrocampista della competizione.

fonte: Uefa.com
Fonte: Uefa.com

Nel dicembre 2016 ha mostrato su sul profilo Instagram i suoi nuovi quattro tatuaggi. Tutti e quattro sulle dita della mano sinistra, quattro numeri speciali per Sergio Ramos.  Il 35 e il 32 sono i suoi due primi numeri di maglia indossati nel Siviglia, la sua prima squadra, quella che per prima lo ha lanciato nel calcio che conta. Il 19 è l’età che aveva all’esordio con la Nazionale spagnola,  mentre il 90+ è in ricordo del famoso gol segnato all’Atletico Madrid nella finale di Champions League di Lisbona del maggio 2014, che è valso La Décima per la gioia di Carlo Ancelotti e di tutto il Real Madrid.

E non è un caso che in Spagna il difensore del Real sia ormai conosciuto da tutti come Sergio “NoventayRamos”, quello dai gol decisivi e rigorosamente all’ultimo respiro. Una carriera vincente quella del difensore nato a Camas, nell’Andalusia, il 30 marzo 1986; una carriera vincente non solo perché circondato da validi compagni di squadra che lo trascinano verso trofei e vittorie, ma perché è soprattutto lui a lanciare il cuore oltre l’ostacolo e a prendere in mano il suo fato, il suo destino.

Ramos ad oggi, siamo nel 2020, è vincitore di quattro Champions League e di altrettanti successi nella Liga, ha sollevato le coppe di Euro 2008 e di Euro 2012, intervallate dalla vittoria del Mondiale del 2010. Il difensore centrale è un punto di riferimento per il Real Madrid e per la Spagna dov’è primatista con 170 presenze e 21 gol.

 

Ecco, in sintesi, alcuni record e numeri impressionanti:

  • Il suo trasferimento dal Siviglia al Real Madrid per 27 milioni di euro nel 2005, quando aveva appena 19 anni, è un record per un giovane spagnolo.
  • Ramos è andato a segno in Liga per 16 stagioni di fila, record per un difensore. Nel 2018/19 è andato a bersaglio in 11 occasioni (otto rigori), stabilendo il suo record per una singola stagione.
  • Nell’Olimpo dei difensori ad aver segnato in due diverse finali di Coppa dei Campioni, è l’unico ad esserci riuscito nell’attuale formato. I suoi gol nelle finali di  Champions League del 2014 e 2016 contro l’Atlético Madrid gli hanno permesso di raggiungere Tommy Gemmell (1967 e ’70) e Phil Neal (1977 e ’84).
  • Col pareggio nei minuti di recupero della finale di Supercoppa del 2016 contro la squadra per la quale giocava da ragazzo, il Siviglia, Ramos ha segnato nelle finali di Champions League, Coppa del Mondo per Club e Supercoppa. Non male per un difensore.

Con la casacca della Roja, altri, imponenti numeri: a ottobre 2019, nell’1-1 tra Spagna e Norvegia valevole per le qualificazioni a Euro 2020, ha superato il record di 167 presenze in nazionale detenuto da Casillas. Un traguardo nato in virtù anche del fatto che è stato il  più giovane spagnolo a esordire in Nazionale degli ultimi 55 anni: il suo debutto con la Spagna è arrivato quattro giorni prima del suo 19esimo compleanno, ed è stato festeggiato con una maglia da titolare nelle qualificazioni al Mondiale del 2006 contro la Serbia e il Montenegro.

Chiamatelo Sergol Ramos | Agenti Anonimi

In Nazionale indossa la maglia numero 15 in ricordo di Antonio Puerta, suo ex compagno al Siviglia e scomparso nel 2007. A lui ha dedicato, con una maglia commemorativa esibita durante i festeggiamenti, i due Europei.  Ma il guerriero non sarebbe tale se non citassimo anche un altro “speciale” record: detiene, infatti, il primato negativo di espulsioni col Real Madrid avendo collezionato complessivamente ben 26 cartellini rossi fra tutte le competizioni. È stato inoltre espulso in cinque edizioni del Clásico, un record, l’ultima delle quali in occasione del successo 3-2 del Barcellona in casa del Real ad aprile 2017.

Sergio Ramos minaccia aerea: cronaca di una marcatura impossibile

Quello del 1985 è un gennaio freddo, rigido e con forte nevicate in gran parte del Nord Italia. Le città sono paralizzate, le strade ghiacciate e chiuse e, con loro, molte attività commerciali. Il Milan, domenica 20 gennaio, deve giocare in trasferta sul campo dell’Udinese, ma il match è a rischio.

La partita, complice l’arduo e generoso lavoro degli inservienti e degli spalatori, si riesce a giocare, ma sul pullman per la partita friulana non sale Tassotti. Al suo posto, alla prima convocazione in prima squadra, ci va Paolo Maldini.
Il figlio di Cesare, appena 16 anni, si accomoda in panchina con la maglia numero 14, accanto a Nuciari, Ferrari, Cimmino e Giunta. In campo, invece, l’allenatore Liedholm schiera in porta Terraneo, in difesa Galli, Baresi, Russo e Di Bartolomei, a centrocampo Evani, Verza, Battistini e Manzo dietro alle due punte Hateley e Incocciati.

L’Udinese passa in vantaggio al minuto 11 con la bella rete di Selvaggi che dribbla in area difensore e portiere, mentre Battistini si infortuna poco prima dell’intervallo. Durante la fine del primo tempo, Maldini, che non pensava minimamente alla possibilità di esordire in Serie A e pensava solo a coprirsi dal gelo, fu richiamato da Liedholm: «Dove preferisci giocare?», disse lui. «Io solitamente gioco a destra, mister», rispose l’erede di Cesare.

Così il ragazzino di 17 anni inizia la sua lunga storia d’amore con il Milan. Sul campo è già sicuro e determinato: lo si vede chiudere in scivolata un paio di interventi, marchio di fabbrica per tempismo e puntualità della sua carriera. Il Milan raggiunge il pareggio al 63’ con la rete dell’inglese Hateley, abile a cogliere per primo una punizione deviata di Di Bartolomei.

Per il calcio italiano e per quello internazionale, il 20 gennaio 1985 non è un giorno qualsiasi: cinque Champions League, sette scudetti, tanti riconoscimenti e 902 partite sempre con la stessa maglia, dopo tutto questo è ancora oggi ricordato come il giorno del debutto di Paolo Maldini. Con il Milan ha vinto tanto, tutto quello che si poteva conquistare in un club; rimarranno amare delusioni, invece, con la Nazionale. Pilastro della difesa, 126 presenze di cui 74 da capitano, Maldini ha disputato ben 4 Mondiali.

Nils Liedholm al termine di quella partita contro l’Udinesedisse:

Paolo ha un grande avvenire

 

La dinastia prima e dopo: da Cesare al nipote Daniel

Ma quello di Paolo Maldini sarebbe un racconto solo parziale se non citassimo il ciclo dinastico in rossonero aperto dal padre Cesare e continuato dal figlio Daniel.  Cesare Maldini, nato a Trieste il 5 febbraio 1932 e all’età di tredici anni, impressionò favorevolmente il massaggiatore della Triestina il quale lo fece provinare presso la società alabardata, dove all’interno della stessa compì poi tutta la trafila delle formazioni giovanili, superando in questi anni anche l’ostacolo fisico di una pleurite che rischiava di precludergli la futura carriera calcistica. Nei primi anni 1950 ebbe modo di conoscere per la prima volta Nereo Rocco, destinato a diventare una figura ricorrente della carriera e ancor più della vita di Maldini. Proprio il paròn decise in questi anni di aggregarlo stabilmente alla prima squadra, seppur l’esordio da professionista avvenne poi agli ordini di Mario Perazzolo il 24 maggio 1953, all’età di ventuno anni, per la sfida di Serie A sul campo del Palermo. La stagione dopo divenne titolare e, nonostante la giovane età, eletto capitano della formazione giuliana tornata dopo tre anni nelle mani di Rocco. Passò al Milan nel 1954 e il suo esordio in Serie A con la maglia rossonera fu, coincidenza, proprio contro la Triestina nel settembre dello stesso anno. Con il Milan disputò 386 partite, molte delle quali da capitano, vincendo quattro scudetti e la prima storica Coppa dei Campioni.

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E arriviamo a Daniel. San Siro ha applaudito anche lui, domenica 2 febbraio 2020 nel pareggio per 1-1 contro l’Hellas Verona. Classe 2001, primo giocatore del nuovo millennio a debuttare in prima squadra nel Milan, Pioli ha guardato la panchina cercando forze fresche da inserire. Ceduto Piatek, c’era solo un ragazzo della Primavera, talvolta aggregato alla prima squadra. Trequartista di ruolo, Maldini di cognome. Così Pioli ha mandato in campo il secondogenito di Paolo al 93’. «È stato un sogno, peccato per il risultato. Speriamo la prossima volta di riuscire a portare a casa i tre punti.Il Verona è una squadra tosta. Forse avremmo meritato la vittoria, ma ci dobbiamo accontentare del pari» dichiara il biondino sorridente. «L’esordio era un obiettivo, ora speriamo di andare avanti così. Ho provato un’emozione forte, ma mio padre mi tranquillizza». Ha Lasciato lo stadio con lo zainetto in spalla, mentre Paolo lo segue orgoglioso: «Il debutto non era preventivato. Non avrebbe dovuto essere convocato, non si era allenato per due giorni, non stava benissimo».

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L’Atalanta fa l’impresa vincendo per 3-0 sul campo dello Shakhtar Donetsk, all’ultima giornata della fase a gruppi della Champions League, e stacca un incredibile pass per gli ottavi di finale con sette punti totalizzati. Ma a rendere ancor più epica l’impresa degli uomini di Gasperini è un dato: è infatti la seconda squadra a centrare la qualificazione del turno nonostante zero punti collezionati nelle prime tre gare del girone. L’ultima, e unica, a farlo era stata il Newcastle di Shearer nel 2002, nello stesso girone della Juventus. E se estendiamo lo sguardo dopo le prime quattro giornate, con l’1-1 dell’Atalanta sul Manchester City, solo la Lokomotiv Mosca sempre nel 2002-2003 riuscì ad andare oltre pur avendo un solo punto nelle prime quattro.

 

Era la stagione 2002-2003: tre ko all’andata e tre vittorie al ritorno, con i magpies a qualificarsi come secondi nel Gruppo E alle spalle della Juventus e davanti a Dynamo Kiev e Feyenoord. Era il Newcastle United di Alan Shearer con Bobby Robson in panchina. Dopo le sconfitte contro Dynamo Kiev (2-0 fuori), Feyenoord (1-0 in casa) e Juventus (2-0 fuori), sembrava impossibile poter pensare di accedere alla seconda fase a gironi (quella era l’ultima stagione con i doppi gironi prima dei quarti di finale).

E invece, arrivarono tre vittorie consecutive: proprio contro la Juventus la prima della clamorosa rimonta con la rete di Andry Griffin al St James’ Park (1-0). Poi il 2-1 casalingo contro la Dynamo Kiev, e l’impossibile successo in casa del Feyenoord per 3-2. Impossibile perché il gol qualificazione venne realizzato da Craig Bellamy all’89’: e dire che in quella stessa partita, gli olandesi erano riusciti a rimontare dallo 0-2 iniziale. Una rimonta sulla rimonta. Quel Newcastle si qualificò quindi alla fase successiva, ma non riuscì ad approdare ai quarti venendo eliminati nel girone con Inter, Barcellona e Bayer Leverkusen.

Ansu Fati sta aggiornando le statiche e i record del calcio. Una conferma arrivata anche martedì 11 dicembre, nella partita di Champions League a San Siro contro l’Inter. La rete al minuto 86 del giovane attaccante del Barcellona ha condannato i nerazzurri all’eliminazione dalla competizione, usciti sconfitti per 2-1, e gli ha permesso di stabilire un nuovo primato.

Con il gol messo a segno, infatti, Ansu Fati è diventato il marcatore più giovane di sempre della storia del massimo torneo continentale, piazzando il nuovo limite a 17 anni e 40 giorni. Un altro tassello della sua personale collezione avviata questa stagione, quando il ragazzo 17enne (compiuti lo scorso 31 ottobre) nato in Guinea (ma naturalizzato spagnolo) si è messo in luce sfruttando l’infortunio di Messi. E’ diventato il secondo giocatore più giovane ad esordire con il Barcellona (superando anche lo stesso argentino) lo scorso agosto e qualche mese più tardi, precisamente il 15 ottobre 2019, ha debuttato con l’Under 21 spagnola quando la carta d’identità contava appena 16 anni e 249 giorni.

Con la rete segnata all’Osasuna, poi, si è laureato il più giovane marcatore della storia del Barcellona (a 16 anni e 304 giorni), terzo considerando l’intera storia della Liga, piazzandosi alle spalle di Fabrice Olinga (16 anni e 98 giorni) e Iker Muniain (16 anni e 289 giorni).

 

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Continua a inanellare successi il globetrotter Sebastian Giovinco. I sauditi dell’Al Hilal festeggiano la terza Champions asiatica della loro storia trascinati dalla “Formica Atomica”. Contro i giapponesi dell’Urawa Red Diamonds finisce 2-0, Seba firma l’assist per l’1-0 firmato Dawsari, nel finale, poi, è arrivato il raddoppio di Gomis, ex attaccante – tra le altre – di Lione, Marsiglia e Galatasaray. A Saitama, di fronte a quasi 59.000 spettatori, l’Al Hilal allenato da Razvan Lucescu (figlio dell’ex tecnico di Brescia, Inter e Shakhtar Donetsk Mircea) bissa quindi il successo dell’andata (1-0 a Riad).

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Per Giovinco è l’undicesimo titolo in carriera (prima un campionato di Serie B, due Supercoppe italiane, due Scudetti, tre Canadian Championship con il Toronto, una Mls Supporters’ Shield e un titolo di Mls), e chissà che il prossimo Mondiale per Club non possa regalargli il numero dodici: l’Al Hilal, infatti, a dicembre raggiungerà il Qatar insieme al Flamengo, fresco vincitore della Coppa Libertadores.

 

 

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Conquering one continent at a time

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La Copa Libertadores 2019 va incredibilmente al Flamengo, nel nome di Gabigol. L’attaccante brasiliano, in prestito al club carioca ma di proprietà dell’Inter, decide infatti la finale di Lima che termina 2-1 per il Mengão. Sconfitto il River Plate, che aveva condotto la partita per oltre un’ora: al vantaggio firmato al 14′ da Rafael Borre risponde infatti Gabigol con un’incredibile doppietta all’89’ e al 92′, prima di essere espulso al 95′.

L’Estadio Monumental di Lima suggella la stagione magica del Flamengo e del suo nuovo eroe, quel Gabriel Barbosa che da oggetto misterioso e poi equivoco di mercato dell’Inter si è tramutato nell’uomo dell’anno. Gabigol arriva infatti incredibilmente a quota 40 gol segnati in stagione decidendo la finale della Copa Libertadores, con il River Plate che era già pronto a sollevare il trofeo per la quinta volta nella sua storia e per la seconda stagione di fila. E chissà dove si trovava il ritrovato campione del calcio verdeoro in quel lontano 1999, vent’anni fa, quando ancora doveva compiere tre anni e il Manchester United di Ferguson riuscì in un’impresa simile al Camp Nou, ribaltando a tempo scaduto la finale di Champions League contro il Bayern Monaco.

Ma la copertina di questa Libertadores si arricchisce di un altro protagonista perché vincere la Copa Libertadores, una delle competizioni più importanti del mondo, non è un’impresa semplice. Diventare campioni del Sudamerica e conquistare anche la Champions League è un privilegio riservato a pochi eletti nella storia del calcio.

Rafinha, al secolo Márcio Rafael Ferreira de Souza, una vita in Germania tra Schalke 04 e Bayern Monaco, con una parentesi in Italia, nel Genoa, è salito sul tetto d’Europa nel 2013 vestendo la maglia dei bavaresi e grazie allo scettro conquistato con il Flamengo  si aggiunge a un elenco ristretto, formato ora da soli undici calciatori. Ecco chi sono:

Marcos Cafù – L’ex terzino di Roma e Milan ha vinto la Copa Libertadores nel 1992 e nel 1993 con il San Paolo e la Champions nel 2007 con la maglia del Milan.

Juan Pablo Sorin – Il suo è un record unico: nel 1996 vince la Champions con la Juventus (seppur da comprimario) e la Libertadores con il River.

Nelson Dida – L’ex portiere del Milan, campione d’Europa nel 2003 e nel 2007, aveva conquistato la Libertadores nel 1997 con il Cruzeiro.

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Roque Juniior – Un altro a vincere la Coppa dalle grandi orecchie in rossonero (2003). Prima, nel 1999, aveva trionfato in Sudamerica con il Palmeiras.

Santiago Solari – Nel 1996 si impone con il River, poi vince da protagonista con il Real Madrid nel 2002.

Walter Samuel – The Wall, in Italia con Inter e Roma, vince la Champions nel 2010 con i nerazzurri, a dieci anni di distanza dalla Libertadores con il Boca.

Carlos Tevez – A proposito di Boca, l’Apache è protagonista nella finale del 2003. Poi trascina il Manchester United nel 2008, con Cristiano Ronaldo.

Danilo – Il terzino della Juventus, come Dida, ha in bacheca due Champions (2016 e 2017, vinte col Real Madrid di Zidane) e una Libertadores (Santos, 2011).

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Neymar – Nel Santos campione nel 2011 sbocciava anche il talento dell’attuale attaccante del PSG, capace poi di vincere in Europa, nel 2015, con la maglia del Barcellona.

Ronaldinho – È l’unico ad essere stato prima profeta all’estero e poi in patria. Dominatore nella Champions 2006, vince la Libertadores nel 2013 con l’Atletico Mineiro.

La notizia è che il Real Madrid, in un girone di Champions League assolutamente alla portata del club spagnolo, è ultimo in classica con un solo punto. In testa, a punteggio pieno c’è il Paris Saint-Germain, seguito a due punti dal Club Brugge e a un punto dal Galatasaray. Dopo i tre schiaffi presi nella prima giornata contro i francesi, il Real esce dal Bernabeu con un 2-2 acciuffato alla fine contro la squadra belga.

E a impreziosire la serata c’ha pensato Emmanuel Boneventure Dennis, attaccante di 21 anni nigeriano, autore di una indimenticabile doppietta. Così improponibile pensare a una marcatura in casa dei Blancos al punto che il ragazzo aveva promesso di farsi un tatuaggio nel caso fosse entrato nel tabellino dei realizzatori. Prima al 9′ con un goffissimo doppio-tocco che ha ingannato Courtois, poi dopo mezz’ora, al 39′, con una pregevole sgroppata che si stava per concludere con un rovinoso inciampo.

 

Ma a rendere ancora più beffarda la serata di Champions per i tifosi delle merengues, è stata proprio l’esultanza di Dennis che ha riportato nello stadio di Madrid dopo oltre un anno, infatti, l’esultanza iconica di Cristiano Ronaldo. Come ha spiegato nel post partita il festeggiamento è a metà tra l’ammirazione per il portoghese e una frecciatina proprio ai Blancos:

Adoro Cristiano, per me è il miglior giocatore del mondo. Sono stato triste quando se n’è andato dal Real e ho festeggiato i miei gol come fa lui per far vedere che cosa si sono persi a Madrid

 

Per l’attaccante classe 1997, quelli messi a segno contro il Real Madrid sono i suoi primi gol in Champions League. Al momento, con il Brugge in testa nella Jupiler League belga, Dennis ha segnato in totale cinque reti (una nelle qualificazioni alla stessa Champion). Ma, dunque, il tatuaggio tanto promesso?

E a questo punto me ne farò due!

In estate lo avevano conosciuto tutti per i suoi 9 gol segnati in una sola partita al Mondiale Under 20 nel 12-0 della Norvegia sull’Honduras. Poteva essere una parentesi, ma Erling Haaland ha continuato a segnare, e tanto, arrivando fino a mercoledì 17 settembre con lo score, vestendo la maglia del Salisburgo di 11 gol nelle prime 7 partite della Bundesliga austriaca (due triplette contro Wolfsberger e TSV Hartberg) e con altri tre gol nel primo match della ÖFB-Cup, la coppa nazionale.

E poi arriva la Champions League, la notte delle prime volte, “finalmente!” può esclamare la squadra austriaca dopo 10 anni di sconfitte ai preliminari. E un esordio così neanche nei sogni si materializza: sei gol alla sua prima storica partita in una fase a gironi Champions League e poi c’è il più piccolo di tutti, il ragazzo classe 2000 che segna tantissimo, Erling Braut Haaland.

Una tripletta al debutto tra i grandi d’Europa e non ci ha messo tanto il 19enne norvegese a far capire le sue intenzioni: solamente 2 minuti gli sono bastati per segnare la sua prima rete in Champions, quando Minamino gli offre un comodo filtrante in area da incrociare alle spalle del portiere. Alla mezz’ora Haaland si ripete in contropiede sfruttando la bella giocata del coreano Hwang Hee-Chan. Il mancino norvegese fa esplodere ancora la Red Bull Arena sigillando il 4-1 e la tripletta personale poco prima dell’intervallo deviando sotto porta ancora una volta l’assist del compagno d’attacco numero 9.

Van Basten (che, in realtà, ha segnato quattro gol all’esordio della “nuova” Champions League contro il Göteborg) Asprilla, Ayegbeni, Rooney, Iaquinta, Grafite e Brahimi avevano già esordito con una tripletta nella massima competizione europea, ma nessuno prima d’ora era riuscito a segnare tre gol al debutto nei primi 45 minuti di gioco.  Ecco, come da prassi, scomodati alcuni nomi altisonanti, ma nella testa di Haaland (o Håland) tutto questo non trova spazio nei suoi pensieri: questa notte l’avrà passata rivedendo istante per istante la sua prodezza.