Tag

belgio

Browsing

Verso la fine degli anni Settanta, quando ormai a fine carriera rimandava il ritiro dal calcio giocando nei Cosmos di New York, Pelé si lanciò andare in una profezia (una delle tante, a dire il vero):

Entro il 2000 una nazionale africana vincerà il Mondiale

Siamo nel 2018, sono passate diverse manifestazioni iridate e il pronostico di O’ Rey è da slittare ancora una volta, anzi l’edizione in Russia ha segnato un andamento negativo per l’Africa: per la prima volta dal 1982 nessuna squadra ha raggiunto la fase a eliminazione diretta.

Ma mentre la delusione è stata difficile da reggere per i tifosi di Egitto, Marocco, Nigeria, Senegal e Tunisia, le semifinali totalmente europee (Francia – Belgio e Croazia – Inghilterra) sono la prova o se volete, l’umana testimonianza, dell’enorme influenza che i figli degli immigrati africani hanno nel calcio europeo e, di riflesso, nell’apice del gioco globale.

Samuel Umtiti, il difensore francese che staccando di testa ha segnato la rete che ha permesso alla Francia di vincere 1-0 sul Belgio e di accedere alla finale 20 anni dopo la prima magica volta, non ha mai avuto dubbi su quale maglia volesse vestire, talmente convinto da non aver neppure vacillato di fronte al mitico Roger Milla che tentava di convincerlo a scegliere il paese dei suoi genitori. Il Camerun. Come il fantasmagorico Kylian Mbappé – figlio di un padre camerunese e madre algerina – e come i suoi compagni cosmopoliti che hanno veicolato un’enfatica risposta al bigottismo che ora sorniona ora esplode in forme di razzismo in casa e in Europa.

In totale 23 giocatori – esattamente il 50% – nelle squadre di Didier Deschamps e Roberto Martínez – hanno antenati nati e cresciuti in Africa. Si stima che il 6,8% e il 12,1% rispettivamente della popolazione francese e belga sia composta da migranti, una statistica che indica quanto sia stata importante una prima fase dell’integrazione. Ma se alcuni critici della Francia sono stati messi a tacere da prestazioni superbe, in Belgio le cose sono andate diversamente fino a poco tempo fa. Romelu Lukaku, attaccante del Manchester United sul tabloid Players’ Tribune aveva detto:

Quando le cose andavano bene, stavo leggendo articoli di giornale e mi chiamavano Romelu Lukaku, l’attaccante belga, ma quando le cose non andavano bene, mi chiamavano Romelu Lukaku, l’attaccante belga di origine congolese

Nella squadra in cui sette giocatori possono risalire a radici nell’ex colonia belga, Lukaku e Vincent Kompany – il cui padre, Pierre, è un diplomatico congolese e lui si definisce “100% belga e 100% congolese” sono emersi come alfieri di una nazione che ha storicamente sofferto di una terribile eredità.
Nel 1958, poco dopo la Svezia e il mondo intero scoprirono il talento dell’adolescente Pelé, a Bruxelles si tenne l’Esposizione universale. Per 200 giorni, la capitale belga fu sede di una fiera che voleva celebrare i progressi tecnologici compiuti dopo la seconda guerra mondiale. Proprio il Belgio, però, aveva ancora in mostra quello che venne considerato l’ultimo “zoo umano”: uomini, donne e bambini congolesi replicavano le loro condizioni native in una scena fabbricata e artificiale di quotidianità all’interno di un villaggio.

Alla fine del secondo conflitto bellico, il Belgio contava 10 uomini congolesi all’interno dei suoi confini, oggi si superano i 40mila abitanti. E il calcio ha aiutato notevolmente: dopo l’introduzione di un programma nazionale per utilizzare il pallone come risorse per facilitate l’integrazione, i risultati sono sotto gli occhi di tutti. La generazione d’oro del Belgio è emersa.

E poi c’è Danijel Subasic , portiere di quasi 34 anni della Croazia, colui che, impassibile, nei due scontri terminati ai calci di rigore ne ha parati quattro, raggiungendo il record del tedesco Schumacher e dell’argentino Goycochea ai Mondiali di Italia ’90. Nato a Zara nel 1984, figlio di un padre serbo e ortodosso e di una madre croata e cattolica, la sua infanzia è stata tribolata: a sette anni vede dalla finestra la folla che spacca le vetrine dei negozi dei serbi di Zara, mentre a scuola gli insegnano che è colpa sua se stanno cadendo granate sulla città.

Ma chi ha avuto la forza di lasciare tutto questo alle spalle, ora può respirare una Croazia diversa. La nazionale balcanica è quella che ha il maggior numero di giocatori nati fuori dal paese che rappresentano, con il 15,4%. Fare appello ai figli di migranti, come il svizzero Ivan Rakitic e Mateo Kovacic, cresciuto in Austria, è vitale per un paese con una popolazione di poco più di 4 milioni per competere contro alcune delle più grandi nazioni del pianeta.

Ma estendendo lo sguardo su questi Mondiali cosmopoliti, il 10% dei giocatori della Coppa del Mondo sono nati al di fuori del paese che portano sulla maglia e il Marocco, con il 61%, è stata la capofila. E l’Inghilterra? Della squadra di Gareth Southgate, solo Raheem Sterling, nato a Kingston in Giamaica, è nato fuori dai confini britannici, ma il 47,8% sono figli di migranti. Questo rende la squadra etnicamente più eterogenea nella storia mondiale british. Il che carica di impegno e responsabilità i ragazzi e il ct:

Sarò prima di tutto giudicato per i risultati sul campo, ma abbiamo la possibilità di influenzare altre cose che sono ancora più grandi del calcio

 

Fonte: The Guardian

Nel 1998, nel Mondiale che parlava francese, fu il difensore Thuram, con una storica quanto irripetibile doppietta, a mandare la Francia in finale superando un’arcigna Croazia per 2-1. La prima finale nella storia Bleus, quella poi portata a casa (poca distanza a dire il vero da Saint-Denis alla sede della Federazione francese) schiantando per 3-0 il Brasile. Al tempo Didier Deschamps ringraziò Thuram, da compagno di squadra, e ringraziò anche Blanc, squalificato, per aver potuto ascoltare la Marsigliese e giocare la partita di una vita con la fascia di capitano al braccio.

Vent’anni dopo, esattamene due giri di decennio e una finale, la seconda, persa ai rigore contro l’Italia del 2006, c’è ancora Deschamps, questa volta da commissario tecnico, ma i ringraziamenti in semifinale vanno anche a questo giro a un difensore, Umtiti,  che di nome fa Samuel , come il profeta. “Il suo nome è Dio”, in ebraico.

 

La Francia batte 1-0 il Belgio nella prima semifinale in programma e accede così alla finale di Mosca del 15 luglio. Al 51’, con il suo stacco perentorio, sugli sviluppi del corner, sovrasta Fellaini ed è un messaggio di forza, di rabbia, di compattezza e completezza. Giroud, l’attaccante riferimento transalpino, può permettersi di segnare solo un gol tra questo Mondiale russo e il precedente brasiliano, perché la Francia è tutto questo. E’ soprattutto consapevolezza di non essere mai stata tanto brillante lungo questo mese, eccezion fatta per alcuni istanti durante il match contro l’Argentina.

Con Mbappè imbrigliato, che spolvera colpi di tacco e tocchi di genio mixate a sceneggiate del compagno di squadra al Psg, Neymar, e Griezmann non molto in palla, è stato il difensore del Barcellona e di origine camerunese a sbloccare la partita. Proprio lui in un derby cosmopolita e multietnico, con 23 giocatori, tra Francia e Belgio, figli d’Africa. Lui che non ha mai avuto dubbi su quale maglia nazionale volesse vestire, talmente convinto di poter essere importante per la Francia da non aver neppure vacillato di fronte al mitico Roger Milla che tentava di convincerlo a scegliere il paese dei genitori.

E’ il derby di cuore e di sangue di Thierry Henry, vice allenatore di Martinez, attento e motivatore, che durante gli inni non si scompone, ma interiormente esplode di orgoglio per sfidare i suoi connazionali. E con lo stesso orgoglio e rispetto al termine del triplice fischio, saluta i nuovi probabili eroi francesi, così come aveva fatto con gli altri avversari mentre il suo Belgio passava gironi, ottavi e quarti di finale.

Il fiammeggiante Belgio ha tenuto in scacco i Bleus per tutto un tempo con un inedito 3-2-4-1 e Dembélé in campo al posto dell’annunciato Carrasco per dare equilibrio alla squadra e costringere la Francia a stare rintanata. Ma il sogno del Belgio è durato appunto un tempo, con Hazard ispirato, De Bruyne praticissimo e Lukaku poco lucido. Poi Courtois nella ripresa tiene la partita ancora aperta, mentre il subentrato Mertens non riesce a spaccare il ritmo. Il Belgio esce in semifinale come nel 1986, quando si piegò all’Argentina di Maradona.

Mentre la Francia, al bivio, impegna la curva per la finale, i ragazzi del mago Martinez hanno ancora un’ultima partita, la finale del terzo e quarto posto. Sarà solo utile alle statistiche per molti, ma questo Belgio non può tornare in patria a mani vuote. Magra consolazione.

Francia (4-2-3-1): Lloris, Hernández, Pavard, Varane, Umtiti, Mbappé, Pogba, Griezmann, Kanté, Matuidi (41′ st Tolisso), Giroud (40′ st N’Zonzi). (23 Areola, 19 Sidibe, 17 Rami, 3 Kimpembe, 22 Mendy, 8 Lemar, 20 Thauvin, 11 Dembélé, 18 Fekir, 16 Mandanda). All.: Deschamps.

Belgio (3-1-4-2): Courtois, Alderweireld, Chadli (46′ st Batshuayi), Vertonghen, Kompany, Witsel, Dembélé (15′ st Mertens), Fellaini (35′ st Carrasco), E. Hazard, De Bruyne, Lukaku. (20 Boyata, 3 Vermaelen, 18 Januzaj, 17 Tielemans, 16 T. Hazard, 23 Dendoncker, 12 Mignolet, 13 Casteels). All.: Martinez.

Arbitro: Cunha (Uruguay).

Reti: 6′ st Umtiti.

Ammoniti: E. Hazard, Alderweireld, Kantè, Mbappé e Vertonghen

Angoli: 5-3 per il Belgio. Recupero: 1′ e 6′. Var: 0.

In un pomeriggio del lontano 1998, tre bambini si fanno scattare una foto con la maglia della squadra del cuore. Nonostante la nazionalità belga, il cuore batte per la squadra di Zidane, che ha regalato loro emozioni indescrivibili nei Mondiali di Francia.

Sono gli anni in cui il Belgio non è ancora la grande squadra che conosciamo oggi e che in Russia, nel 2018, ha battuto il Brasile favorito per approdare in semifinale.

Ma quei tre bambini, oggi diventati adulti, si ritrovano nell’imminente sfida tra Belgio e Francia con il cuore diviso a metà, tra i sogni legati all’infanzia e le speranze di vedere la propria nazionale in vetta al mondo.

E la cosa che fa più sorridere è l’identità di questi piccoli protagonisti, che oltre ad essere tutti calciatori, militano anche nella nazionale belga.

Si tratta di Kylian, Torghan ed Eden Hazard, che del calcio hanno fatto il proprio lavoro e giocano nei club del Venlo, del Borussia Mönchengladbach e del Chelsea.

 

Due di loro, Torghan ed Eden, sono parte del team belga che ai Mondiali di Russia 2018 proveranno a riscrivere la storia proprio contro quella squadra che li ha fatti sognare da piccoli.

Il capitano della nazionale belga, Eden Hazard, non può rinnegare il periodo in cui tifava Francia:

Con i miei fratelli, siamo sempre stati più sostenitori della Francia che del Belgio perché siamo cresciuti con la squadra del ’98. All’epoca non c’era la maglia del Belgio, ecco perché indossavamo quella della Francia! Non voglio denigrare la squadra belga del tempo, c’erano giocatori molto bravi. Ma a quel tempo, c’era la Francia

Ma oggi è con la maglia del suo paese di origine che deve fare i conti e mettere da parte, per un attimo, quei bei ricordi per concentrarsi sulla sfida imminente che lo vedrà battersi, faccia a faccia, proprio con gli avversari francesi.

Nonostante il paradosso, che dopo circa 20 anni, mette a confronto Francia e Belgio proprio quando a giocare nella nazionale ci siano i fratelli Hazard, entrambi si batteranno con il cuore.

Il Belgio, a questo punto, mira alla Coppa del Mondo e di certo darà del filo da torcere ad una Francia che al momento è una delle favorite. Comunque vada, però, il rispetto e l’ammirazione per la squadra francese non verrà mai meno durante la partita.

Chissà se Hazard e compagni riusciranno a cambiare le sorti del loro paese e vedere un giorno tre bambini francesi con la maglia del Belgio!

Uno ha quattro Mondiali alle spalle, nel 1998, al suo debutto ha alzato la coppa nel cielo parigino, nel 2006 è arrivato tanto tanto al bis, soffiato via per un rigore sbagliato. L’altro ha solo cinque presenze (una bestemmia a ripensarci ora), tutte proprio nel Mondiale tedesco perché non è stato convocato né in quello del 2002 né tanto meno in quello del 2010. Oggi, al centrocampo dell’Argentina servirebbe, eccome, servirebbe.

Uno è Thierry Henry, l’altro è Esteban Cambiasso. In Russia ci sono, nonostante il ritiro, ma a vederli, anzi, sembra proprio che da quel rettangolo verde, da quell’adrenalina che si respira, non riescano proprio a staccarsi provando ogni escamotage possibile pur di non allontanarsi troppo come i bambini quando vengono richiamati dalle mamme mentre si inzuppano al parchetto.
E la loro non è solo una comparsata teatrale, perché bastava osservarli nei momenti difficili per capire che di stoffa ne hanno parecchia. E non lo scopriamo nel 2018, in Russia. Sono sì dietro le quinte di questo Mondiale atipico e frizzante, Titì è il vice allenatore di Roberto Martinez, ct del Belgio; “El Cuchu” ha ricoperto lo stesso ruolo, ma nella Colombia.

Il loro peso morale, mentale e carismatico lo si percepisce oltre il 90’: Giappone – Belgio, ottavi di finale rocamboleschi con i giapponesi avanti 2-0 e che al 95’ fanno harakiri e subiscono la rimonta fatale. 3-2 finale e disperazione per i nipponici. Tra loro l’afflitto Maya Yoshida, difensore del Southampton, che viene raggiunto dall’ex stella dell’Arsenal che lo conforta e invita i suoi ragazzi a fare lo stesso.
I suoi ragazzi, certo, perché Henry è nel gruppo dal 2016, si fa pagare un assegno di 8mila euro al mese che devolve in befenicenza, e la sua impronta è marchiata su Lukaku e Batshuayi, ragazzi svezzati e ora uomini: «Credo di non aver mai ascoltato cosi attentamente neppure i miei genitori», dice la punta del Chelsea rientrato dopo l’avventura al Borussia Dortmund. E il Belgio dei grandi talenti che vanno inquadrati e catechizzati è lì a contendersi la gloria come mai successo prima.

 

Colombia – Inghilterra, ancora 90’. Yerry Mina è staccato per la terza volta in questa Coppa del Mondo più in alto di tutti, nell’area non sua di competenza essendo difensore, per segnare di testa e mandare il match ai supplementari. Le telecamere inquadrano lui raggiunto, pochi istanti prima dell’inizio de 30 minuti aggiuntivi, da Esteban Cambiasso. Parlano la stessa lingua, l’ex Inter gli batte il palmo della mano sul petto, lo carica ma mantiene alta la concentrazione.
José Pekerman, ct dei Cafeteros, conosceva Cambiasso dai tempi della nazionale giovanile argentina under 20 e lo aveva guidato durante il Mondiale 2006. Avercelo come vice è senz’altro servito per aumentare il carico di esperienza, ma i Cafeteros ai Mondiali non ci sono più perché dagli 11 metri, Bacca si è fatto neutralizzare da Pickford. Nel calcio il gruppo è l’essenza, ma dal dischetto è un affare psicologico personale.

All’Argentina tutta nervi e muscoli sgonfi, Esteban, dicevamo sarebbe, servito. Sia nella metà del campo, sia nell’ombra a raddrizzare un Sanpaoli alla deriva. Ma i consigli, giusti, c’erano davvero: Jorge Burruchaga, oramai brizzolato, ha ricoperto le vesti di general manager; è l’ultimo ad aver vinto il Mondiale con l’Albiceleste, e in pieno ammutinamento prima dell’ultima partita decisiva del Girone D contro l’Argentina, poteva sedersi lui al posto di commissario tecnico, preferito di gran lunga al tatuato Sanpaoli. Superato il gruppo, l’agonia argentina si è interrotta (fortunatamente) agli ottavi contro la Francia.

Chi è fermato al girone è l’Australia di Bert Van Marwijk che si è portato, come vice, il marito della figlia Andra. Un affare di famiglia mica da poco se pensate che il genero è Mark Van Bommel, ex dell’Olanda ma anche di Milan, Bayern e Barcellona. Ma non è tutto perché mentre il cammino dell’Australia si è chiuso presto e mentre si giocano le partite più focose del Mondiale, Van Bommel ha già disfatto le valigie pronto per una nuova avventura come allenatore del Psv Eindhoven. Con un piacevole scambio di ruoli tra genero e suocero: Van Marwijk entra nello staff, ma stavolta sarà lui dietro le quinte.

Di sicuro non vincerà i Mondiali di calcio 2018, ma il Giappone merita il premio come squadra più dignitosa e al contempo civile.

Dopo la disfatta con il Belgio, ad un passo dal sogno di arrivare ai quarti di finale, i giapponesi salutano la rassegna iridata a testa alta, dimostrando di sapere accettare le sconfitte con grande dignità.

Ed è così che invece di andarsene arrabbiati da quello stadio che li ha prima visti assaporare il vantaggio sull’avversaria di ben due reti e poi infrangere il sogno nell’ultima parte del match, decidono di lasciarsi alle spalle questa esperienza mondiale con un gesto di civiltà: ripulire gli spogliatoi e persino le tribune da cartacce e immondizia lasciate durante la partita.

Sia i giocatori che i tifosi nipponici hanno la stessa pensata.

Eppure non deve essere stato affatto facile affrontare la delusione di una vittoria mancata, sfuggita per un soffio quando ormai sembrava quasi fatta.

Nella prima parte del match, la nazionale dei diavoli rossi si è lasciata andare lottando senza determinazione e permettendo all’avversaria di guadagnare quel vantaggio importante che ha fatto accendere la speranza di conquistare il passaggio turno. Ma la gioia del Giappone si è affievolita già dopo il primo gol e si è quasi definitivamente spenta con la rete che ha determinato la parità.

Sullo sfondo dei tempi supplementari sempre più vicini, che davano ancora un barlume di speranza alla nazionale giapponese, arriva poi quel gol decisivo che distrugge i sogni di un intero paese, cresciuto guardando Holly e Benji e sognando di sollevare la coppa del mondo come nel celebre cartone animato.

Ma la squadra di Nishino, dopo le inevitabili lacrime al termine del match, lascia il segno e lo fa nello spogliatoio, senza telecamere e riflettori, perché la vera classe si vede anche e soprattutto dietro le quinte. Solo un messaggio scritto in russo, “grazie”, e alle spalle uno spogliatoio splendente.

E non sono da meno i suoi tifosi, che con ancora addosso i singolari quanto grotteschi costumi per sostenere la propria squadra, pulisce gli spalti. Le immagini della tifoseria con i sacchi della spazzatura in mano e lo sguardo ancora deluso hanno fatto il giro del mondo.

Non li vedremo in finale a competere per il titolo, ma i giapponesi (così come i senegalesi prima di loro) hanno guadagnato ammirazione e rispetto da parte di tutto il mondo per la loro condotta esemplare e questo forse vale anche di più di qualsiasi altro riconoscimento.

Si delinea sempre più il quadro dei quarti di finale di questo Mondiale tanto entusiasmante quanto particolare: le due sfide disputate oggi si sommano alle quattro divise tra sabato e domenica, mancano solo Svezia-Svizzera e Colombia-Inghilterra, entrambe in campo domani. Il Brasile supera gli ottavi grazie ai gol di Neymar e Firmino, abbandona la competizione il Messico di un ottimo Ochoa che nelle competizioni intercontinentali si esalta sempre; rimonta clamorosa del Belgio completata al 90′ con il gol decisivo di Chadli, il Giappone lascia la competizione.

La seconda sudamericana ad accedere ai quarti di finale è il Brasile di Tite che nel pomeriggio si è sbarazzato, con difficoltà, del Messico con il risultato di 2-0, scaturito dalle reti di Neymar e Firmino, entrambe nella ripresa. La selezione latinoamericana torna a casa con il grande rimpianto di aver perso la partita decisiva qualche giorno fa, quando la Svezia travolse 3-0 la Tricolor togliendole la prima posizione nel raggruppamento. I verde-oro crescono con il passare della kermesse, Neymar continua a segnare (e a scatenare polemiche riguardo la sua etica) e i sostenitori iniziano a sognare la sesta Coppa del Mondo.

Il Brasile affronterà il Belgio nei quarti di finale: la squadra allenata da Martinez rimonta due gol di scarto e all’ultimo secondo supera il Giappone grazie ad un gol di Chadli. Un’ora di gioco di grandissimo livello per i Samurai Blu che riescono ad andare sopra 2-0 ma la qualità dei propri giocatori permette agli europei di ribaltare il risultato. Una vittoria d’orgoglio che lancia questa formazione, iniettandosi una dose di adrenalina non indifferente che in una competizione come il Mondiale può fare la differenza.

Domani si concluderà il quadro degli ottavi di finale: si inizia alle ore 16:00 con la sfida tra Svezia e Svizzera valevole un posto tra le migliori otto al mondo; chi passerà il turno se la vedrà con la vincitrice tra Colombia ed Inghilterra che alle 20:00 daranno vita ad una delle partite più interessanti di questo Mondiale.

Le probabili formazioni:

Svezia: Olsen; Lustig, Lindelof, Granqvist, Augustinsson; Claesson, Hiljemark, Ekdal, Forsberg; Berg, Toivonen. CT: Andersson.
Svizzera: Sommer; Elvedi, Djourou, Akanji, Rodriguez; Behrami, Xhaka; Shaqiri, Dzemaili, Embolo; Gavranovic. CT: Petkovic.

Colombia: Ospina; Arias, Mina, D. Sánchez, Mojica; C. Sanchez, Uribe; Cuadrado, Quintero, Muriel; Falcao. CT: Pekerman
Inghilterra: Pickford; P. Jones, Maguire, G. Cahill; Trippier, Henderson, Alli, Young; Lingard, Kane, Sterling. CT: Southgate

Termina oggi la fase ai gironi del Mondiale di Russia e non mancano le sorprese: la Colombia si qualifica prima nel proprio girone, lo stesso dove il Giappone arriva secondo grazie al ‘fair play’; il Belgio è primo nel proprio raggruppamento grazie all’1-0 contro l’Inghilterra, Tunisia terza.

Girone H – Dopo aver rischiato di uscire venendo sconfitti alla prima giornata, i colombiani hanno completamente ribaltato la propria situazione qualificandosi agli ottavi di finale come prima classificata, grazie alla vittoria ottenuta con il punteggio di 1-0 ai danni del Senegal, eliminato. L’altra squadra qualificata è il Giappone che ha perso 1-0 con la Polonia ma ha comunque sottratto il posto agli africani in quanto hanno ricevuto due cartellini gialli in meno: curiosa quanto discutibile la scelta nipponica di giocare il pallone nella propria metà campo per gli ultimi dieci minuti di gara, assicurandosi di non incorrere in sanzioni arbitrali, il fine giustifica i mezzi.

Girone G – Il Belgio si qualifica come prima del gruppo superando 1-0 l’Inghilterra (che finirà nella parte considerata ‘facile’ del tabellone, a detta di molti), grazie ad un gol di Januzaj. Nella sfida tra le due eliminate brilla la Tunisia che vince in rimonta contro Panama e abbandona la competizione con tre punti, dimostrando ancora una volta le proprie qualità

Romelu Lukaku è oggi una stella del panorama calcistico, forte dei suoi 40 gol in 71 partite che lo rendono il più grande goleador del Belgio.

Ma la sua vita non è sempre stata così rosea, costellata solo da successo e fama. Scavando più a fondo esce fuori una verità difficile fatta di povertà e sacrifici che hanno segnato l’infanzia del calciatore e lo hanno reso l’uomo forte e determinato che noi oggi conosciamo.

Lukaku si racconta al The Players’ Tribune e svela i retroscena di una vita che hanno condizionato le sue scelte e lo hanno portato a cambiare il suo destino.

All’età di sei anni ho visto mia mamma piangere mentre mescolava il latte con l’acqua per farlo durare di più. In quel momento ho capito che avevamo toccato il fondo

Fino ad allora, nonostante l’età, Lukaku bambino sapeva che in casa le cose non andavano bene e si faceva fatica ad andare avanti, come dimostrano i pranzi fatti di solo pane e latte o la mancanza di elettricità. Da un giorno all’altro, poi, non gli fu più possibile nemmeno guardare le partite di calcio alle quali teneva moltissimo.

Ma scorgere sua mamma mentre allungava il latte per la sua famiglia è stato il momento esatto che ha fatto scattare qualcosa nella mente di un bambino che a soli 6 anni ha capito che doveva fare qualcosa. Fu così che con determinazione promise alla sua mamma:

Mamma, tutto questo cambierà. Giocherò a calcio con l’Anderlecht e accadrà presto. Staremo bene e non dovrai più preoccuparti

E non furono solo parole le sue, perché da allora tutte le energie e la concentrazione del giocatore belga furono rivolte a questo, fino ad ottenere il suo primo contratto esattamente dieci anni dopo. E da quel momento cominciò la sua ascesa, i suoi gol e quell’inversione di rotta del suo stesso destino, che solo con la determinazione di chi non ha più nulla da perdere ha potuto dare una svolta alla sua vita e a quella della sua famiglia.

In campo con la nazionale belga Lukaku continua a farsi notare, regalando gioie ed emozioni alla sua squadra e soprattutto a se stesso. Ancora oggi, ripensando al suo passato, ricorda ciò che lo ha spinto a fare sempre meglio e a diventare “qualcuno” nel suo sport:

Volevo essere il miglior calciatore della storia del Belgio. Non bravo, nemmeno bravissimo. Il migliore. Giocavo arrabbiato a causa di tante cose. Per I topi nel nostro appartamento, perché non potevo guardare la Champions League, per il modo in cui i genitori degli altri mi guardavano…

In corsa per vincere la Coppa del Mondo, Lukaku può affermare di esserci riuscito e di certo la stima dei suoi connazionali (e non solo!) lo rende ancora più orgoglioso della strada fatta e degli obiettivi raggiunti.

Diego Maradona è l’astro nascente del calcio mondiale, ha 21 anni e ha appena firmato con il Barcellona dopo aver giocato nel Boca Juniors. Il futuro Pibe de Oro sta disputando la sua prima partita mondiale proprio nella città catalana, nello stadio che sarà teatro delle sue gesta in campo, il Camp Nou: è il 13 giugno 1982.

Il numero 10 dell’Albiceleste ha di fronte un numero 10 del tutto estroso: alto, belloccio, biondo con i riccioli, centrocampista che oggi definiremmo moderno, grande visione di gioco, piede (sinistro) delicato e senso del gol. Ludovic Coeck ha 26 anni e gioca nell’Anderlecht, facendo incetta di trofei, in patria e fuori. Nell’istantanea scattata dal fotografo Steve Powell è uno dei sei giocatori in maglia giallorossa che sfidano un solitario Maradona. Ma in realtà l’argentino aveva solo ricevuto un calcio di punizione sulla tre quarti prima di scodellare il pallone in mezzo all’area.

La partita terminerà, a sorpresa, 1-0 per la squadra di Ludo con gol di Vandenbergh al 62’. Coeck segnerà un bel gol contro El Salvador nella partita vinta di misura contro i centramericani. Il centrocampista belga disputerà cinque partite in quel Mondiale: un torneo iridato che si concluderà dopo la seconda fase a gruppi con Polonia e Unione Sovietica. Destino in parallelo per Maradona: la sua Argentina sarà eliminata dal girone della morte con Italia e Brasile.

Ludo è uno dei migliori centrocampisti della manifestazione ed è pronto al salto verso il grande calcio. L’Anderlecht, di cui è punto di riferimento da una decade, inizia a stargli stretta. Pazienta un altro anno, però: giusto il tempo di centrare un nuovo sigillo internazionale con la vittoria della Coppa Uefa, in finale contro il Benfica.

Coeck si guarda attorno, nell’estate 1983 mette nel mirino il campionato italiano. La Roma fresca di secondo scudetto è attraversata da una bufera interna: il suo uomo più rappresentativo, la stella osannata dai tifosi, Paulo Roberto Falcao, è in procinto di passare all’Inter. Sembra tutto fatto tra le società di Ivanoe Fraizzoli e Dino Viola, c’è addirittura un contratto firmato ma non basta. A far saltare il trasferimento dell’anno interviene nientemeno che Giulio Andreotti, tifoso romanista doc, Circola voce che addirittura Papa Wojtyla sarebbe dispiaciuto di un addio del brasiliano alla città eterna.

Non se ne fa più niente e il dirigente nerazzurro Sandro Mazzola vira sul biondo belga che tanto bene aveva fatto all’Anderlecht. Due miliardi il valore del cartellino, cifra notevole per il mercato dell’epoca. Ludo è pronto per essere la stella nerazzurra, sfidando proprio Falcao nella Roma e Platini nella Juventus. «Già alla conferenza stampa di presentazione lui si era preparato un discorso in italiano – ricorda Mazzola – e allora fece scalpore perché non capitava così spesso».

Coeck sa come farsi volere bene, in campo e fuori. «Mi piace tutto dell’Italia, il sole, il calore dei tifosi, il mangiare», spiega ai microfoni con un italiano dignitoso. La Scala del Calcio inizia ad acclamare il suo nuovo beniamino. «Il suo sorriso era contagioso, la sua risata contagiava tutti anche per il suo vocione – ricorda Beppe Bergomi, suo compagno di squadra in quell’Inter – le prime volte che ha messo piede in campo a San Siro la gente lo chiamava “La luce” per come giocava e distribuiva i palloni».

Ma l’interruttore, nel destino di Ludo, si spegnerà presto. Gli infortuni, in primis, che renderanno tribolata la sua stagione nerazzurra: nel campionato rimedia uno stiramento, poi problemi continui alla caviglia, infine una botta al costato. Nella stagione 1983-1984 disputa solo 15 partite con i nerazzurri. L’Inter crede ancora in Coeck e tenta la carta del prestito per rivitalizzarlo: il belga va all’Ascoli di Costantino Rozzi e viene accolto come una star dai tifosi marchigiani.

La sfortuna, tuttavia, lo perseguita. Questa volta è l’anca a fargli male, addirittura i medici ipotizzano una malformazione. Con la maglia bianconera il centrocampista biondo non vedrà mai il campo. Torna all’Inter, ma le caselle degli stranieri sono già riempite con Liam Brady e Karl Heinze Rummenigge. La legge Bosman è ancora lontanissima.

Ludo Coeck vuole giocare, ha l’obiettivo del Mondiale in Messico nel 1986. Dopo un anno di inattività torna in patria, firma con il Rwd Molenbeek, ha voglia di rimettersi in gioco.

Ma la luce per lui decide di andare via per sempre. Il 7 ottobre 1985, dopo un’intervista televisiva in Belgio, Ludo viene coinvolto in un grave incidente stradale tra Anversa e Bruxelles. Muore due giorni dopo, lasciando la sensazione di un campione incompiuto, di quello che poteva essere ma non sarebbe mai stato.

E si torna a parlare di Radja Nainggolan, uno dei grandi esclusi di questo Mondiale di calcio 2018. Anche stavolta è la sua ironia a prevalere e fare notizia, destando un sorriso in tutti i tifosi del Belgio che sono pronti a sostenere la nazionale nella sua partita di esordio in Russia.

Eccolo, quindi, a cantare l’inno belga davanti allo specchio, mano sul petto, per poi postare sui social la sua performance accompagnata da una frase abbastanza eloquente:

Mi sto preparando alla partita

Dopo aver ironizzato in riferimento ai manifesti pubblicitari presenti all’interno dell’aereo della sua ex nazionale che lo ritraevano mentre esultava per un gol, adesso vuole nuovamente attirare l’attenzione su di sé per lanciare ancora frecciatine a quel ct che l’ha escluso dai Mondiali.

E anche in questo caso l’intento è riuscito perfettamente, perché il video del suo personale inno è diventato virale e alla vigilia della partita Belgio-Panama è uno degli argomenti più cliccati sul web.

Vedremo come sarà capace di stupire tutti dopo aver visto la partita: di certo non si farà attendere per un’altra delle sue frasi ad effetto da proclamare a gran voce su internet.