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Fonte: comunicato Federvolley

Terza partita e terzo successo per la nazionale italiana femminile, impegnata ai Campionati Europei 2019. Dopo Portogallo e Ucraina, oggi le ragazze di Davide Mazzanti hanno superato a Lodz 3-0 (25-18, 25-21, 25-23) anche il Belgio. A distanza di poco più di tre settimane dal torneo di qualificazione olimpica, Egonu e compagne hanno piegato con lo stesso punteggio la nazionale belga. Grazie al successo le vice campionesse mondiali si sono portate al primo posto della Pool B: 3 vittorie e 9 punti in classifica.      

Contro il Belgio le azzurre hanno disputato un ottimo primo set, grandi percentuali in attacco e un muro molto attento. Più sofferta la seconda frazione, l’Italia s’è trovata anche in difficoltà, ma con pazienza e lucidità ne è venuta fuori molto bene. Nel terzo dopo le prime fasi in equilibrio, Egonu e compagne sono scappate avanti, il Belgio non s’è arreso e ha dato vita a lungo tentativo di rimonta. Le azzurre sono state quasi raggiunte, ma hanno tenuto duro e difeso il vantaggio sino alla fine.
Tra le fila italiane da segnalare la prestazione di Paola Egonu, 28 punti totali con 6 muri e 4 aces. Buone le percentuali di Myriam Sylla che ha realizzato 13 punti, davanti a Indre Sorokaite (10 punti).

Come formazione iniziale il ct Mazzanti ha confermato: Malinov in palleggio, opposto Egonu, schiacciatrici Sylla e Sorokaite, centrali Chirichella e Folie, libero De Gennaro.   
Ottima la partenza delle azzurre, Indre Sorokaite ha creato grossi problemi alle avversarie e l’Italia è scappata avanti (6-1). Il muro tricolore ha sbarrato più volte la strada al Belgio, mentre l’attacco azzurro ha viaggiato a percentuali altissime (12-5): inarrestabile Paola Egonu (12 punti e 82%). La formazione avversaria ha tentato di reagire con il muro (21-17), ma nel finale Sorokaite e compagne hanno ripristinato le distanze (25-18).
Nella seconda frazione le squadre sono arrivate in parità sino al (7-7), poi il Belgio ha trovato una buona serie in battuta e l’Italia ha sofferto (9-11). Le azzurre hanno faticato anche in attacco e così le avversarie hanno tentato l’allungo (9-13). Senza perdersi d’animo le ragazze di Mazzanti si sono affidate al loro muro-difesa e l’inerzia del set è cambiata velocemente (14-14). Il muro tricolore non ha concesso più nulla alle attaccanti del Belgio e l’Italia è tornata a dettare il ritmo (20-16), fissando il punteggio sul (25-21).
Nel terzo set il Belgio ha cercato di tenersi in partita (10-10), ma il primo cambio di marcia della nazionale tricolore si è rivelato decisivo (14-11). Egonu e compagne hanno dato vita a un lunghissimo parziale (19-12), poi hanno accusato qualche passaggio a vuoto e il Belgio è arrivato a una sola lunghezza di distanza, prima di doversi arrendere (25-23).

Stasera nella quarta giornata l’Italia sarà impegnata contro la Slovenia: ore 21, diretta tv su RaiDue e streaming DAZN.

 

TABELLINO

ITALIA – BELGIO 3-0 (25-18, 25-21, 25-23)

ITALIA: Sorokaite 10, Folie 6, Egonu 28, Sylla 13, Chirichella 3, Malinov 1, De Gennaro (L). Parrocchiale, Orro. N.e: Fahr, Nwakalor, Bosetti, Danesi, Enweonwu (L). All. Mazzanti.
BELGIO: Grobelna 1, Van Gestel 6, Janssens 6, Van De Vyver 1, Herbots 10, Sobolska 8, Ruysschaert (L). Van Avermaet 2, Van Sas, Goliat, Strumilo, Guilliams.N.e: Lemmens, Stragier All. Vande Broek
ARBITRI: Kovar (Rep. Ceca) e Ivanov (Bul).
NOTE Spettatori: 1350.
Durata set: 23’, 25’, 29’. Tot 1.17’
Italia: battute sbagliate 13, vincenti 5, muri 10, errori 28.
Belgio: b.s. 6, v. 3, m. 9, e. 14.

Il calendario delle azzurre
27/8 Italia-Slovenia (ore 21); 29/8 Italia-Polonia (ore 21).

Pool B (Lodz, Polonia) – Risultati, Calendario e Classifica

23 agosto: Belgio-Ucraina 3-0 (25-10, 25-19, 25-22), Italia-Portogallo 3-0 (25-15, 25-14, 25-13), Polonia-Slovenia 3-0 (25-12, 25-22, 25-23).

24 agosto: Belgio-Slovenia 3-0 (25-13, 25-21, 25-20), Portogallo-Polonia 0-3 (14-25, 16-25, 11-25).

25 agosto: Slovenia-Portogallo 3-0 (25-21, 25-20, 25-9), Italia-Ucraina 3-0 (25-16, 25-18, 25-10).

26 agosto: Italia-Belgio (25-18 25-21, 25-23), Polonia-Ucraina (ore 20.30).

27 agosto: Portogallo-Belgio (ore 18), Italia-Slovenia (ore 21).

28 agosto: Belgio-Polonia (ore 17.30), Ucraina-Slovenia (ore 20).

29 agosto: Portogallo-Ucraina (ore 18), Italia-Polonia (ore 21).

CLASSIFICA: Italia 3V 9p, Polonia e Belgio 2V 6p, Slovenia 1V 3p, Belgio e Ucraina 0V 0p.

Le Azzurre In Tv Nella Prima Fase

Martedì 27 agosto (ore 21.00): Italia – Slovenia, diretta su RaiDue e DAZN         
Giovedì 29 agosto (ore 20.30): Italia – Polonia, diretta su RaiTre e DAZN          

Le gare trasmesse da RaiSport+HD         

Martedì 27 agosto: diretta ore 18 Portogallo – Belgio (Pool B).
Mercoledì 28 agosto: diretta ore 17.30 Belgio – Polonia (Pool B), diretta ore 20 Ucraina – Slovenia (ore 20).
Giovedì 29 agosto: diretta ore 18.00 Portogallo – Ucraina (Pool B).

Le gare trasmesse da DAZN          

Martedì 27 agosto: diretta ore 17.30 Spagna-Svizzera.
Mercoledì 28 agosto: diretta ore 17.30 Belgio-Polonia; diretta ore 18.30 Francia-Turchia; diretta ore 20.00 Ucraina-Slovenia.
Giovedì 29 agosto: diretta ore 18.00 Ungheria-Olanda; diretta ore 18.30 Turchia-Serbia; diretta ore 20.30 Polonia-Italia.

Al Mapei Stadium gli Azzurrini avevano l’obbligo di battere il Belgio già eliminato per continuare a sperare nella qualificazione alle semifinali. Poco prima dell’intervallo la sblocca Barella, poi raddoppia Cutrone; per il Belgio accorcia Vershaeren, al minuto 87 Mancini colpisce il palo di testa sugli sviluppi di un corner, ma poi ci pensa Chiesa con un bellissimo gol a siglare il 3-1 finale. Il contemporaneo 5-0 della Spagna sulla Polonia, però, qualifica gli spagnoli come primi.

Ora, per la squadra del ct Di Biagio, il proseguo del cammino in Europa si complica tantissimo: di fatto, l’Italia può passare solo come migliore seconda. Ma con incastri quasi impossibili: le seconde degli altri gironi (Germania, Danimarca o Austria nel gruppo B, Francia e Romania nel gruppo C) devono chiudono a quota 6 punti (o meno) con una differenza reti inferiore a quella degli azzurri o, a parità di differenza reti, con meno gol segnati, o, in caso di ulteriore parità, con un punteggio disciplina più alto.

BELGIO-ITALIA 1-3 

44′ Barella, 53′ Cutrone, 79′ Vershaeren, 89′ Chiesa

BELGIO (4-4-2): De Wolf; Cools, Bornauw, Bushiri, Cobbaut; Omeonga (59′ Vershaeren), Schrijvers, Heynen, Bastien (59′ Mangala); Lukebakio, Saelemaekers (74′ Mbenza). All. Walem

ITALIA (4-3-1-2): Meret; Calabresi, G. Mancini, Bastoni, Pezzella; Barella, Mandragora, Locatelli (72′ Tonali); Lo. Pellegrini (80′ Bonazzoli); Chiesa, Cutrone. All. Di Biagio

Ammoniti: Saelemaekers (B), Cools (B), Bushiri (B), Mangala (B), Locatelli (I), Vershaeren (B), Mbenza (B)
Espulso: Mbenza (B)

L’Europeo dell’Italia è congelato. Serviranno quarantotto ore per capire se saremo su un aereo per Tokyo nell’estate 2020 ma soprattutto per sognare il titolo continentale. L’Italia fa il suo dovere, batte 3-1 il Belgio e chiude a sei punti, ma non basta per vincere il girone perché a Bologna la Spagna strapazza 5-0 la Polonia e arriva prima per la miglior differenza reti nella classifica avulsa. Siamo appesi a un filo nella corsa al posto di migliore seconda, ma Francia-Romania di lunedì sera spaventa non poco.

La punizione per il ritardo decisa per Kean rimescola le carte della formazione: Di Biagio conferma il 4-3-3 ma è costretto ad alzare Pellegrini largo a sinistra e a inserire Locatelli a centrocampo. L’Italia parte decisa e al 7’ va vicinissima al vantaggio con Barella, che arriva in tuffo di testa sul cross di Pezzella ma non inquadra la porta per centimetri. Sembra l’inizio di un arrembaggio e invece l’Italia va col freno a mano. Circolazione lenta e scolastica, che non sorprende il Belgio. Anzi è proprio il Belgio a spaventarci con un diagonale di Lukebakio respinto in tuffo da Meret. Come con la Polonia, gli azzurri faticano negli ultimi venti metri e allora provano da fuori, senza mai spaventare realmente De Wolf. Serve una scintilla, che arriva poco prima dell’intervallo dal giocatore più elettrico: Pezzella pesca ancora Barella sul secondo palo che stavolta calcia al volo, la respinta del portiere belga torna verso il centrocampista del Cagliari che di sinistro trova il palo lungo. La gioia azzurra è però contenuta: la Spagna è già 3-0 con la Polonia.

Senza pensare a ciò che accade a Bologna, l’Italia inizia la ripresa all’assalto perché comunque serve una buona differenza reti per sperare ancora in un eventuale piazzamento come migliore seconda. E all’8’ arriva subito il 2-0 con una bella girata di testa di Cutrone. Al 20’ Locatelli ha un’occasionissima in spaccata a pochi metri dalla porta, ma manda a lato. Poi Mandragora e Cutrone sbattono sul muro De Wolf. Però è un bel segnale: l’Italia vuole fare il massimo per sperare ancora.

Le notizie che arrivano da Bologna però non sono confortanti e il 4-0 di Ceballos gela anche il Mapei Stadium. Di riflesso l’Italia sembra perdere foga e permette al Belgio di rientrare in partita con una perla da fuori a giro di Verschaeren, che infila Meret all’incrocio dei pali. Il palo di Mancini al 43’ sembra un segnale sinistro per il futuro, ma il gol di Chiesa al 44’ alimenta la fiamma della speranza. L’Italia chiude seconda con sei punti e con un più 3 di differenza reti: non è male, ma l’incubo biscotto tra Romania e Francia è dietro l’angolo. E i romeni potrebbero anche perdere 2-0 e passare ugualmente: avrebbero la stessa differenza-gol dell’Italia, ma con 8 reti realizzate.

Non era mai successo, ed è per questo che la vittoria di Marta Bastianelli e Alberto Bettiol è ancora più emozionante e prestigiosa per il ciclismo italiano al Giro delle Fiandre.

Tra le strade belga, in una delle più grandi classiche delle due ruote, il Tricolore ha fatto la voce grossa sia in campo maschile che femminile, con la prima grande vittoria in carriera del 25enne toscano della EF – Education First e l’affermazione della 31enne campionessa europea della Virtu Cycling.

Ad accumunare i due tronfi è stato il muro del Vecchio Kwaremont, a 18 km dal traguardo di Oudenaarde, in cui entrambi hanno sfoderato l’attacco decisivo per l’arrivo.

ALBERTO BETTIOL

Con un po’ di incredulità e dopo sei ore e 19 minuti, ha chiuso davanti a tutti con un vantaggio di 14” sul secondo (il danese Asgreen). Il classe ’93 ha disputato la miglior gara della sua carriera sfruttando al massimo le proprie doti, soprattutto quelle di cronoman che gli hanno permesso di sferrare l’attacco decisivo.

Professionista dal 2014, Bettiol non ha mai ottenuto importanti vittorie. Nel 2016 si è classificato terzo al Tour de Pologne e secondo alla Bretagne Classic Ouest-France; all’ultima Tirreno – Adriatica è giunto secondo nella cronometro finale.

Il prestigiosissimo Giro delle Fiandre rappresenta un grande successo per il ciclismo maschile italiano dato che l’ultimo trionfo azzurro risaliva al lontano 2007 (undicesimo successo azzurro). Dodici anni fa a salire sul podio più alto è stato Alessando Ballan, quest’anno addirittura c’è stata la doppietta con Bettiol e Marta Bastianelli tra le donne.

MARTA BASTIANELLI

A quasi 32 anni, li compirà il 30 aprile, la campionessa europea ha ruggito ancora e ha tenuto a bada l’olandese Van Vleuten e la danese Ludwig. Era dal 2015 che un’italiana non vinceva questa classicissima, allora a vincere è stata Elisa Longo Borghini.

 

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Cosa c’è dietro ad una vittoria epica come questa?… tanto; sacrificio, determinazione, costanza, squadra, passione, persone che credono in te … e potrei scrivere ancora tanto ma penso che queste parole raccolgono molto! Intanto penso a cosa “è successo” oggi, poi magari ci risentiamo 😆 … Grazie di cuore a tutti per l affetto e grazie ai Bos in ammiraglia #BjiarneRis @smallscoaching @rondevanvlaanderenofficial 👊🏻😎 📸 @barthazen . . . What is behind an epic victory like this? much; sacrifice, determination, perseverance, team, passion, people who believe in you, and I could still write a lot but I believe that these words gather a lot! Now I think a little about “what happened today”, then maybe we hear from friends again 😆 … Thank you very much for the affection 🥰🥰 Thanks Sponsor,Team,Staff and also a two big Boss in the car to day #BjiarneRis @smallscoaching @rondevanvlaanderenofficial 😎👊🏻 . . . @teamvirtucyclingwomen @fiammeazzurreciclismo @waoo.dk @kansasworkwear @sportful @cashback.world @munkebjerghotel @srmpower @boyumit @wurthindustridanmark @multiform @morganbluesportscare @ceramicspeed @storck.world @secrettrainingcc @hedwheels @kask_cycling @prologo.official @cycloposition @schwalbetires @tacxperience @beosilkeborg.dk @sportspharma @boerkopcykler @brdr.plagborg @autocentralen @kedgebike @bontcycling @pinotoni @robertodepatre

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Una carriera non semplice per la laziale di Velletri che, dopo esser diventata campionessa mondiale a Stoccarda 2007 a soli 20 anni, aveva smarrito un po’ di sicurezza fino al controverso episodio di doping in cui è stata trovata positiva.

Squalificata per due anni ha seriamente pensato di lasciare il ciclismo fino alla nascita di sua figlia Clarissa nel 2014, la quale è riuscita a dare una spinta notevole anche a livello sportivo. Nel 2015 ha conquistato il Gp della Liberazione, poi la Gand-Wevelgem, la Freccia del Brabante, il titolo di Campionessa d’Europa la scorsa stagione fino al trionfo nelle Fiandre.

Il sospetto è divenuto fondato dopo le ultime gare di Nations League: forse la Nazionale ha un po’ sottovalutato la nuova competizione dell’Uefa? In fondo poteva essere una buona opportunità di rivincita dopo la delusione mondiale. Non solo, il gruppo 3 della Lega A con Polonia e Portogallo (privo di Ronaldo) non sembrava impossibile. Basta dare una rapida occhiata agli altri gironi per rendersi conto delle differenze di livello. Nel gruppo 1 ci sono Francia, Germania e Olanda. Nel gruppo 4 Inghilterra, Spagna e Croazia. Solo il gruppo 2 era abbordabile come il nostro con Svizzera, Belgio e Islanda.

Chiesa e Insigne contro il Portogallo

La sensazione è che l’Italia di Mancini abbia affrontato il torneo un po’ come i club nostrani snobbano l’Europa League. In tempi di magra europea, da quando l’Europa League ha sostituito la vecchia Coppa Uefa, nessuna squadra italiana è riuscita a vincerla o ad arrivare in finale. Gli ultimi sigilli tricolori nelle sorelle meno nobili della Champions League risalgono al Parma (Coppa Uefa 1999) e alla Lazio (Coppa delle Coppe 1999) nello stesso anno.

Basti vedere come, invece, le altre nazionali hanno affrontato le ultime gare di Nations League. Inghilterra Croazia, remake della semifinale di Russia 2018, è stata una formidabile altalena di emozioni. Con la Spagna spettatrice interessata, a Wembley è successo tutto nel secondo tempo. Col pareggio (0-0) che ha retto fino al 57’, Furie Rosse qualificate. Poi il vantaggio della Croazia al 57’ con Kramaric e vicecampioni del mondo avanti. Infine il ribaltone: al 78’ pari di Lingaard (e iberici ancora qualificati), all’85’ il definitivo vantaggio di Kane che spedisce gli inglesi alle final four e retrocede in Lega B i croati.


Emozioni in serie anche a Lucerna nello spareggio Svizzera Belgio del gruppo 2, con l’Islanda da tempo fuori dai giochi. La gara d’andata era finita 2-1 per gli uomini di Martinez, che vanno avanti anche al ritorno con un blitz nei primi minuti dell’Hazard piccolo, Thorgan (0-2 al 17’). Gli elvetici firmano una rimonta capolavoro già nel primo tempo con il milanista Rodriguez e la doppietta di Seferovic, che si ripete dopo l’intervallo per il suo tris dopo il quarto gol di Elvedi. La squadra di Petkovic va avanti, il Belgio si mangia le mani per quello che poteva essere.

Il Principato è pronto a riabbracciare uno dei suoi figli più talentuosi e puri: Thierry Henry che, nel Monaco, ha iniziato la sua carriera prima di prendersi i palcoscenici mondiali, torna in Francia, questa volta da allenatore del club che disputa la Ligue 1 francese.

Risultati immagini per henry monaco

La prima esperienza su una panchina, per Titì, non poteva che essere il Monaco: ai recenti Mondiali di calcio in Russia, l’ex dell’Arsenal è stato l’assistente di Roberto Martinez nella nazionale belga, ma ora a Montecarlo prende il posto del portoghese Leonardo Jardim che, negli ultimi quattro anni, ha fatto grandi cose con i monegaschi, vincitori del titolo in Francia nel 2017. Henry, che ha firmato un contratto fino al 2021, sarà assistito dall’allenatore delle giovanili Carlos Valado Tralhao e da Patrick Kwame Ampadu, ex preparatore dell’accademia dell’Arsenal.

 

Dal 1994 fino al 1999, Henry ha giocato 122 partite con il Monaco prima di passare alla Juventus, club in cui si potè solo intuire il suo talento cristallino. Talento che, dopo aver vinto il Mondiale del 1998 con la Francia, tutto il mondo ha potuto vedere con la maglia dei Gunners, la sua seconda pelle. Con l’Arsenal ha totalizzato 228 gol, vinto due Premier League, tre FA Cup e due Community Shield. L‘esperienza con il Barcellona gli permise, invece, di conquistare la Champions League e la Coppa del mondo per club.

Risultati immagini per henry belgium

Dopo nove giornate di campionato, il Monaco si trova ora terzultimo in classifica e in zona retrocessione. Ha ottenuto soltanto sei punti e ha vinto soltanto una partita, lo scorso agosto. Nelle ultime stagioni è stato il principale contendente del Paris Saint-Germain, motivo per cui le difficoltà incontrate in questo inizio di stagione hanno sorpreso tutti, nonostante la squadra sia inferiore a quelle degli anni passati.

Una curiosità: Henry ritrova in Ligue 1 anche Patrick Vieira, attuale allenatore del Nizza.

 

Verso la fine degli anni Settanta, quando ormai a fine carriera rimandava il ritiro dal calcio giocando nei Cosmos di New York, Pelé si lanciò andare in una profezia (una delle tante, a dire il vero):

Entro il 2000 una nazionale africana vincerà il Mondiale

Siamo nel 2018, sono passate diverse manifestazioni iridate e il pronostico di O’ Rey è da slittare ancora una volta, anzi l’edizione in Russia ha segnato un andamento negativo per l’Africa: per la prima volta dal 1982 nessuna squadra ha raggiunto la fase a eliminazione diretta.

Ma mentre la delusione è stata difficile da reggere per i tifosi di Egitto, Marocco, Nigeria, Senegal e Tunisia, le semifinali totalmente europee (Francia – Belgio e Croazia – Inghilterra) sono la prova o se volete, l’umana testimonianza, dell’enorme influenza che i figli degli immigrati africani hanno nel calcio europeo e, di riflesso, nell’apice del gioco globale.

Samuel Umtiti, il difensore francese che staccando di testa ha segnato la rete che ha permesso alla Francia di vincere 1-0 sul Belgio e di accedere alla finale 20 anni dopo la prima magica volta, non ha mai avuto dubbi su quale maglia volesse vestire, talmente convinto da non aver neppure vacillato di fronte al mitico Roger Milla che tentava di convincerlo a scegliere il paese dei suoi genitori. Il Camerun. Come il fantasmagorico Kylian Mbappé – figlio di un padre camerunese e madre algerina – e come i suoi compagni cosmopoliti che hanno veicolato un’enfatica risposta al bigottismo che ora sorniona ora esplode in forme di razzismo in casa e in Europa.

In totale 23 giocatori – esattamente il 50% – nelle squadre di Didier Deschamps e Roberto Martínez – hanno antenati nati e cresciuti in Africa. Si stima che il 6,8% e il 12,1% rispettivamente della popolazione francese e belga sia composta da migranti, una statistica che indica quanto sia stata importante una prima fase dell’integrazione. Ma se alcuni critici della Francia sono stati messi a tacere da prestazioni superbe, in Belgio le cose sono andate diversamente fino a poco tempo fa. Romelu Lukaku, attaccante del Manchester United sul tabloid Players’ Tribune aveva detto:

Quando le cose andavano bene, stavo leggendo articoli di giornale e mi chiamavano Romelu Lukaku, l’attaccante belga, ma quando le cose non andavano bene, mi chiamavano Romelu Lukaku, l’attaccante belga di origine congolese

Nella squadra in cui sette giocatori possono risalire a radici nell’ex colonia belga, Lukaku e Vincent Kompany – il cui padre, Pierre, è un diplomatico congolese e lui si definisce “100% belga e 100% congolese” sono emersi come alfieri di una nazione che ha storicamente sofferto di una terribile eredità.
Nel 1958, poco dopo la Svezia e il mondo intero scoprirono il talento dell’adolescente Pelé, a Bruxelles si tenne l’Esposizione universale. Per 200 giorni, la capitale belga fu sede di una fiera che voleva celebrare i progressi tecnologici compiuti dopo la seconda guerra mondiale. Proprio il Belgio, però, aveva ancora in mostra quello che venne considerato l’ultimo “zoo umano”: uomini, donne e bambini congolesi replicavano le loro condizioni native in una scena fabbricata e artificiale di quotidianità all’interno di un villaggio.

Alla fine del secondo conflitto bellico, il Belgio contava 10 uomini congolesi all’interno dei suoi confini, oggi si superano i 40mila abitanti. E il calcio ha aiutato notevolmente: dopo l’introduzione di un programma nazionale per utilizzare il pallone come risorse per facilitate l’integrazione, i risultati sono sotto gli occhi di tutti. La generazione d’oro del Belgio è emersa.

E poi c’è Danijel Subasic , portiere di quasi 34 anni della Croazia, colui che, impassibile, nei due scontri terminati ai calci di rigore ne ha parati quattro, raggiungendo il record del tedesco Schumacher e dell’argentino Goycochea ai Mondiali di Italia ’90. Nato a Zara nel 1984, figlio di un padre serbo e ortodosso e di una madre croata e cattolica, la sua infanzia è stata tribolata: a sette anni vede dalla finestra la folla che spacca le vetrine dei negozi dei serbi di Zara, mentre a scuola gli insegnano che è colpa sua se stanno cadendo granate sulla città.

Ma chi ha avuto la forza di lasciare tutto questo alle spalle, ora può respirare una Croazia diversa. La nazionale balcanica è quella che ha il maggior numero di giocatori nati fuori dal paese che rappresentano, con il 15,4%. Fare appello ai figli di migranti, come il svizzero Ivan Rakitic e Mateo Kovacic, cresciuto in Austria, è vitale per un paese con una popolazione di poco più di 4 milioni per competere contro alcune delle più grandi nazioni del pianeta.

Ma estendendo lo sguardo su questi Mondiali cosmopoliti, il 10% dei giocatori della Coppa del Mondo sono nati al di fuori del paese che portano sulla maglia e il Marocco, con il 61%, è stata la capofila. E l’Inghilterra? Della squadra di Gareth Southgate, solo Raheem Sterling, nato a Kingston in Giamaica, è nato fuori dai confini britannici, ma il 47,8% sono figli di migranti. Questo rende la squadra etnicamente più eterogenea nella storia mondiale british. Il che carica di impegno e responsabilità i ragazzi e il ct:

Sarò prima di tutto giudicato per i risultati sul campo, ma abbiamo la possibilità di influenzare altre cose che sono ancora più grandi del calcio

 

Fonte: The Guardian

Nel 1998, nel Mondiale che parlava francese, fu il difensore Thuram, con una storica quanto irripetibile doppietta, a mandare la Francia in finale superando un’arcigna Croazia per 2-1. La prima finale nella storia Bleus, quella poi portata a casa (poca distanza a dire il vero da Saint-Denis alla sede della Federazione francese) schiantando per 3-0 il Brasile. Al tempo Didier Deschamps ringraziò Thuram, da compagno di squadra, e ringraziò anche Blanc, squalificato, per aver potuto ascoltare la Marsigliese e giocare la partita di una vita con la fascia di capitano al braccio.

Vent’anni dopo, esattamene due giri di decennio e una finale, la seconda, persa ai rigore contro l’Italia del 2006, c’è ancora Deschamps, questa volta da commissario tecnico, ma i ringraziamenti in semifinale vanno anche a questo giro a un difensore, Umtiti,  che di nome fa Samuel , come il profeta. “Il suo nome è Dio”, in ebraico.

 

La Francia batte 1-0 il Belgio nella prima semifinale in programma e accede così alla finale di Mosca del 15 luglio. Al 51’, con il suo stacco perentorio, sugli sviluppi del corner, sovrasta Fellaini ed è un messaggio di forza, di rabbia, di compattezza e completezza. Giroud, l’attaccante riferimento transalpino, può permettersi di segnare solo un gol tra questo Mondiale russo e il precedente brasiliano, perché la Francia è tutto questo. E’ soprattutto consapevolezza di non essere mai stata tanto brillante lungo questo mese, eccezion fatta per alcuni istanti durante il match contro l’Argentina.

Con Mbappè imbrigliato, che spolvera colpi di tacco e tocchi di genio mixate a sceneggiate del compagno di squadra al Psg, Neymar, e Griezmann non molto in palla, è stato il difensore del Barcellona e di origine camerunese a sbloccare la partita. Proprio lui in un derby cosmopolita e multietnico, con 23 giocatori, tra Francia e Belgio, figli d’Africa. Lui che non ha mai avuto dubbi su quale maglia nazionale volesse vestire, talmente convinto di poter essere importante per la Francia da non aver neppure vacillato di fronte al mitico Roger Milla che tentava di convincerlo a scegliere il paese dei genitori.

E’ il derby di cuore e di sangue di Thierry Henry, vice allenatore di Martinez, attento e motivatore, che durante gli inni non si scompone, ma interiormente esplode di orgoglio per sfidare i suoi connazionali. E con lo stesso orgoglio e rispetto al termine del triplice fischio, saluta i nuovi probabili eroi francesi, così come aveva fatto con gli altri avversari mentre il suo Belgio passava gironi, ottavi e quarti di finale.

Il fiammeggiante Belgio ha tenuto in scacco i Bleus per tutto un tempo con un inedito 3-2-4-1 e Dembélé in campo al posto dell’annunciato Carrasco per dare equilibrio alla squadra e costringere la Francia a stare rintanata. Ma il sogno del Belgio è durato appunto un tempo, con Hazard ispirato, De Bruyne praticissimo e Lukaku poco lucido. Poi Courtois nella ripresa tiene la partita ancora aperta, mentre il subentrato Mertens non riesce a spaccare il ritmo. Il Belgio esce in semifinale come nel 1986, quando si piegò all’Argentina di Maradona.

Mentre la Francia, al bivio, impegna la curva per la finale, i ragazzi del mago Martinez hanno ancora un’ultima partita, la finale del terzo e quarto posto. Sarà solo utile alle statistiche per molti, ma questo Belgio non può tornare in patria a mani vuote. Magra consolazione.

Francia (4-2-3-1): Lloris, Hernández, Pavard, Varane, Umtiti, Mbappé, Pogba, Griezmann, Kanté, Matuidi (41′ st Tolisso), Giroud (40′ st N’Zonzi). (23 Areola, 19 Sidibe, 17 Rami, 3 Kimpembe, 22 Mendy, 8 Lemar, 20 Thauvin, 11 Dembélé, 18 Fekir, 16 Mandanda). All.: Deschamps.

Belgio (3-1-4-2): Courtois, Alderweireld, Chadli (46′ st Batshuayi), Vertonghen, Kompany, Witsel, Dembélé (15′ st Mertens), Fellaini (35′ st Carrasco), E. Hazard, De Bruyne, Lukaku. (20 Boyata, 3 Vermaelen, 18 Januzaj, 17 Tielemans, 16 T. Hazard, 23 Dendoncker, 12 Mignolet, 13 Casteels). All.: Martinez.

Arbitro: Cunha (Uruguay).

Reti: 6′ st Umtiti.

Ammoniti: E. Hazard, Alderweireld, Kantè, Mbappé e Vertonghen

Angoli: 5-3 per il Belgio. Recupero: 1′ e 6′. Var: 0.

In un pomeriggio del lontano 1998, tre bambini si fanno scattare una foto con la maglia della squadra del cuore. Nonostante la nazionalità belga, il cuore batte per la squadra di Zidane, che ha regalato loro emozioni indescrivibili nei Mondiali di Francia.

Sono gli anni in cui il Belgio non è ancora la grande squadra che conosciamo oggi e che in Russia, nel 2018, ha battuto il Brasile favorito per approdare in semifinale.

Ma quei tre bambini, oggi diventati adulti, si ritrovano nell’imminente sfida tra Belgio e Francia con il cuore diviso a metà, tra i sogni legati all’infanzia e le speranze di vedere la propria nazionale in vetta al mondo.

E la cosa che fa più sorridere è l’identità di questi piccoli protagonisti, che oltre ad essere tutti calciatori, militano anche nella nazionale belga.

Si tratta di Kylian, Torghan ed Eden Hazard, che del calcio hanno fatto il proprio lavoro e giocano nei club del Venlo, del Borussia Mönchengladbach e del Chelsea.

 

Due di loro, Torghan ed Eden, sono parte del team belga che ai Mondiali di Russia 2018 proveranno a riscrivere la storia proprio contro quella squadra che li ha fatti sognare da piccoli.

Il capitano della nazionale belga, Eden Hazard, non può rinnegare il periodo in cui tifava Francia:

Con i miei fratelli, siamo sempre stati più sostenitori della Francia che del Belgio perché siamo cresciuti con la squadra del ’98. All’epoca non c’era la maglia del Belgio, ecco perché indossavamo quella della Francia! Non voglio denigrare la squadra belga del tempo, c’erano giocatori molto bravi. Ma a quel tempo, c’era la Francia

Ma oggi è con la maglia del suo paese di origine che deve fare i conti e mettere da parte, per un attimo, quei bei ricordi per concentrarsi sulla sfida imminente che lo vedrà battersi, faccia a faccia, proprio con gli avversari francesi.

Nonostante il paradosso, che dopo circa 20 anni, mette a confronto Francia e Belgio proprio quando a giocare nella nazionale ci siano i fratelli Hazard, entrambi si batteranno con il cuore.

Il Belgio, a questo punto, mira alla Coppa del Mondo e di certo darà del filo da torcere ad una Francia che al momento è una delle favorite. Comunque vada, però, il rispetto e l’ammirazione per la squadra francese non verrà mai meno durante la partita.

Chissà se Hazard e compagni riusciranno a cambiare le sorti del loro paese e vedere un giorno tre bambini francesi con la maglia del Belgio!

Uno ha quattro Mondiali alle spalle, nel 1998, al suo debutto ha alzato la coppa nel cielo parigino, nel 2006 è arrivato tanto tanto al bis, soffiato via per un rigore sbagliato. L’altro ha solo cinque presenze (una bestemmia a ripensarci ora), tutte proprio nel Mondiale tedesco perché non è stato convocato né in quello del 2002 né tanto meno in quello del 2010. Oggi, al centrocampo dell’Argentina servirebbe, eccome, servirebbe.

Uno è Thierry Henry, l’altro è Esteban Cambiasso. In Russia ci sono, nonostante il ritiro, ma a vederli, anzi, sembra proprio che da quel rettangolo verde, da quell’adrenalina che si respira, non riescano proprio a staccarsi provando ogni escamotage possibile pur di non allontanarsi troppo come i bambini quando vengono richiamati dalle mamme mentre si inzuppano al parchetto.
E la loro non è solo una comparsata teatrale, perché bastava osservarli nei momenti difficili per capire che di stoffa ne hanno parecchia. E non lo scopriamo nel 2018, in Russia. Sono sì dietro le quinte di questo Mondiale atipico e frizzante, Titì è il vice allenatore di Roberto Martinez, ct del Belgio; “El Cuchu” ha ricoperto lo stesso ruolo, ma nella Colombia.

Il loro peso morale, mentale e carismatico lo si percepisce oltre il 90’: Giappone – Belgio, ottavi di finale rocamboleschi con i giapponesi avanti 2-0 e che al 95’ fanno harakiri e subiscono la rimonta fatale. 3-2 finale e disperazione per i nipponici. Tra loro l’afflitto Maya Yoshida, difensore del Southampton, che viene raggiunto dall’ex stella dell’Arsenal che lo conforta e invita i suoi ragazzi a fare lo stesso.
I suoi ragazzi, certo, perché Henry è nel gruppo dal 2016, si fa pagare un assegno di 8mila euro al mese che devolve in befenicenza, e la sua impronta è marchiata su Lukaku e Batshuayi, ragazzi svezzati e ora uomini: «Credo di non aver mai ascoltato cosi attentamente neppure i miei genitori», dice la punta del Chelsea rientrato dopo l’avventura al Borussia Dortmund. E il Belgio dei grandi talenti che vanno inquadrati e catechizzati è lì a contendersi la gloria come mai successo prima.

 

Colombia – Inghilterra, ancora 90’. Yerry Mina è staccato per la terza volta in questa Coppa del Mondo più in alto di tutti, nell’area non sua di competenza essendo difensore, per segnare di testa e mandare il match ai supplementari. Le telecamere inquadrano lui raggiunto, pochi istanti prima dell’inizio de 30 minuti aggiuntivi, da Esteban Cambiasso. Parlano la stessa lingua, l’ex Inter gli batte il palmo della mano sul petto, lo carica ma mantiene alta la concentrazione.
José Pekerman, ct dei Cafeteros, conosceva Cambiasso dai tempi della nazionale giovanile argentina under 20 e lo aveva guidato durante il Mondiale 2006. Avercelo come vice è senz’altro servito per aumentare il carico di esperienza, ma i Cafeteros ai Mondiali non ci sono più perché dagli 11 metri, Bacca si è fatto neutralizzare da Pickford. Nel calcio il gruppo è l’essenza, ma dal dischetto è un affare psicologico personale.

All’Argentina tutta nervi e muscoli sgonfi, Esteban, dicevamo sarebbe, servito. Sia nella metà del campo, sia nell’ombra a raddrizzare un Sanpaoli alla deriva. Ma i consigli, giusti, c’erano davvero: Jorge Burruchaga, oramai brizzolato, ha ricoperto le vesti di general manager; è l’ultimo ad aver vinto il Mondiale con l’Albiceleste, e in pieno ammutinamento prima dell’ultima partita decisiva del Girone D contro l’Argentina, poteva sedersi lui al posto di commissario tecnico, preferito di gran lunga al tatuato Sanpaoli. Superato il gruppo, l’agonia argentina si è interrotta (fortunatamente) agli ottavi contro la Francia.

Chi è fermato al girone è l’Australia di Bert Van Marwijk che si è portato, come vice, il marito della figlia Andra. Un affare di famiglia mica da poco se pensate che il genero è Mark Van Bommel, ex dell’Olanda ma anche di Milan, Bayern e Barcellona. Ma non è tutto perché mentre il cammino dell’Australia si è chiuso presto e mentre si giocano le partite più focose del Mondiale, Van Bommel ha già disfatto le valigie pronto per una nuova avventura come allenatore del Psv Eindhoven. Con un piacevole scambio di ruoli tra genero e suocero: Van Marwijk entra nello staff, ma stavolta sarà lui dietro le quinte.

Di sicuro non vincerà i Mondiali di calcio 2018, ma il Giappone merita il premio come squadra più dignitosa e al contempo civile.

Dopo la disfatta con il Belgio, ad un passo dal sogno di arrivare ai quarti di finale, i giapponesi salutano la rassegna iridata a testa alta, dimostrando di sapere accettare le sconfitte con grande dignità.

Ed è così che invece di andarsene arrabbiati da quello stadio che li ha prima visti assaporare il vantaggio sull’avversaria di ben due reti e poi infrangere il sogno nell’ultima parte del match, decidono di lasciarsi alle spalle questa esperienza mondiale con un gesto di civiltà: ripulire gli spogliatoi e persino le tribune da cartacce e immondizia lasciate durante la partita.

Sia i giocatori che i tifosi nipponici hanno la stessa pensata.

Eppure non deve essere stato affatto facile affrontare la delusione di una vittoria mancata, sfuggita per un soffio quando ormai sembrava quasi fatta.

Nella prima parte del match, la nazionale dei diavoli rossi si è lasciata andare lottando senza determinazione e permettendo all’avversaria di guadagnare quel vantaggio importante che ha fatto accendere la speranza di conquistare il passaggio turno. Ma la gioia del Giappone si è affievolita già dopo il primo gol e si è quasi definitivamente spenta con la rete che ha determinato la parità.

Sullo sfondo dei tempi supplementari sempre più vicini, che davano ancora un barlume di speranza alla nazionale giapponese, arriva poi quel gol decisivo che distrugge i sogni di un intero paese, cresciuto guardando Holly e Benji e sognando di sollevare la coppa del mondo come nel celebre cartone animato.

Ma la squadra di Nishino, dopo le inevitabili lacrime al termine del match, lascia il segno e lo fa nello spogliatoio, senza telecamere e riflettori, perché la vera classe si vede anche e soprattutto dietro le quinte. Solo un messaggio scritto in russo, “grazie”, e alle spalle uno spogliatoio splendente.

E non sono da meno i suoi tifosi, che con ancora addosso i singolari quanto grotteschi costumi per sostenere la propria squadra, pulisce gli spalti. Le immagini della tifoseria con i sacchi della spazzatura in mano e lo sguardo ancora deluso hanno fatto il giro del mondo.

Non li vedremo in finale a competere per il titolo, ma i giapponesi (così come i senegalesi prima di loro) hanno guadagnato ammirazione e rispetto da parte di tutto il mondo per la loro condotta esemplare e questo forse vale anche di più di qualsiasi altro riconoscimento.