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Lunedì 7 ottobre allo Sportpark Ronhof di Fürth, in Baviera, si è giocata una partita benefica tra le vecchie glorie del calcio italiano e tedesco. DFB-Allstars contro Azzurri Legends ha visto complessivamente scendere in campo ben 17 campioni del mondo, 13 solo da parte dell’Italia: è finita 3-3 con i gol di Toni, Totti e Damiano Tommasi per l’Italia e le autoreti di Cannavaro e Panucci, più un gol di Philipp Wollscheid allo scadere per la Germania.
Guidati in panchina da due icone come Antonio Cabrini e Berti Vogts, Italia-Germania è una classica del calcio mondiale: 14 finali disputate, 8 titoli mondiali e 4 europei, un vero e proprio gran galà del calcio, nonché una rivalità unica che si rinnova, in un progetto di solidarietà, ma dal sapore amarcord. I precedenti sorridono agli Azzurri con 16 vittorie contro le 9 della Germania e 14 pareggi.

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ITALIA – Portieri: Marco Amelia, Angelo Peruzzi; Difensori: Federico Balzaretti, Fabio Cannavaro, Fabio Grosso, Christian Panucci, Moreno Torricelli, Pietro Vierchowod, Cristian Zaccardo, Gianluca Zambrotta; Centrocampisti: Massimo Ambrosini, Bruno Conti, Luigi Di Biagio, Angelo Di Livio, Stefano Fiore, Gennaro Gattuso, Giuliano Giannichedda, Simone Perrotta, Andrea Pirlo, Damiano Tommasi; Attaccanti: Fabrizio Ravanelli, Salvatore Schillaci, Luca Toni, Francesco Totti.

GERMANIA – Portieri: Perry Bräutigam, Roman Weidenfeller; Difensori: Thomas Berthold, Guido Buchwald, Thomas Helmer, Marko Rehmer, Philipp Wollscheid; Centrocampisti: Torsten Frings, Jens Nowotny, David Odonkor, Piotr Trochowski; Attaccanti: Gerald Asamoah, Maurizio Gaudino, Ulf Kirsten, Jürgen Klinsmann, Oliver Neuville, Alexander Zickler.

 

Se in una partita una squadra calcia 6 rigori e ne realizza solo uno, a prescindere dal risultato, quello stesso match è destinato a entrare nella narrativa sportiva. E’ già mitologia. Se poi abbiamo un portiere che si innalza a ruolo di eroe, una squadra costretta a difendersi per tutti i 90 minuti più supplementari in 10 uomini, all’interno di uno stadio che ti fa il tifo contro, allora si sconfina nell’epica più autentica.

Olanda – Italia, 29 giugno 2000, semifinale degli Europei che si disputano proprio in Olanda e Belgio. L’Amsterdam Arena è oranje: «C’era un’atmosfera quasi surreale: tre quarti dello stadio era arancione», dice prima del match Francesco Toldo. Il gladiatore di quell’impresa, l’ultimo a rimanere in piedi nell’eterna lotteria dei rigori.
Che poi Italia e Olanda dagli 11 metri hanno ricordi amari, amarissimi. Una sfida che poteva essere la redenzione per una e la condanna eterna per l’altra.
L’Olanda va fortissimo, prende il palo dopo pochi minuti con Bergkamp. Poi, al 34esimo, Zambrotta si fa espellere per doppia ammonizione. Passano quattro minuti e Cannavaro fa un fallo ingenuo in area: rigore. Va Frank de Boer, capitano e rigorista, tira. Prima parata di Toldo.
I padroni di casa vanno a ritmi forsennati, vogliono sbloccare la partita. L’Italia alza i muri, ma al 62esimo, Iuliano entra in scivolata in area sul suo compagno juventina Edgar Davids. Secondo rigore. Questa volta è Kluivert a prendere il pallone. Lo vuole battere lui, lui che che nel corso degli Europei ha già segnato cinque gol. Tiro angolato e quasi perfetto. Quasi. Palo interno e sputata nuovamente in campo.

E’ 0-0, si va ai supplementari, Delvecchio potrebbe anche segnare e chiuderla con il Golden gol, ma si arriva ai rigori. Parte Di Biagio in un’ideale filo mai interrotto da Francia ’98. Lui ha chiuso sulla traversa quell’avventura, lui apre una nuova serie. Nella sua testa è ancora lì che riprova e riprova sperando di invertire il senso della storia. Questa volta la butta dentro. Poi de Boer, di nuovo lui, contro Toldo. Qui gli olandesi iniziano a credere in un anatema, uno sciamano che ha fatto un rito porta-sfiga. Francesco para anche questo. Pessotto tira praticamente senza rincorsa e fa 2-0. Poi è il turno del roccioso difensore Stam.

Come detto in apertura questa partita si muove tra mito, racconti fantastici, eroi e antieroi. Tra loro c’è anche la figura del santone o del mago, se preferite. C’è un istante che, solo diversi anni dopo, è stato svelato dallo stesso portierone ex Fiorentina e Inter. Stam si presenta sul dischetto. Tira una sassata alta, sgangherata al di sopra della traversa. Toldo volge lo sguardo al cielo e grida: «Alberto, Alberto!».
Ecco lo sciamano della novella fantastica. Alberto Ferrarini. Motivatore o mental coach, anche se lui, non si sente né l’uno né l’altro.

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Alberto Ferrarini, poi, è stato motivatore anche di Bonucci

Tutto nasce da un incontro fortuito che lo stesso Toldo ha raccontato: prima del Natale 1999, il portiere va fuori a cena con moglie e amici, tra cui Bressan, compagno alla Fiorentina. Nello stesso tavolo c’è Alberto e nasce subito una sintonia. C’è curiosità, poi Alberto, gli dice: «Nel 2000 farai cose importanti. E giocherai da titolare all’Europeo». Ci scommettono anche un caffè, ovviamente Toldo sa che è Buffon il portiere numero uno dell’Italia.
E quando il ct Zoff assegna i numeri di maglia, Toldo si rassegna: a lui spetta la numero 12, quella del panchinaro. Alberto, però, non molla e rilancia: «Strano, dovrebbe toccare a te». Beh, in amichevole, contro la Norvegia, Gigi Buffon si fa male alla mano e come l’effetto sliding-doors cambia la carriera di Francesco.

Il portiere e il suo nuovo amuleto si incontrano e saldano il caffè che si erano promessi. Qui Alberto azzarda una giornata di gloria eterna per Toldo: «Guarda che non finisce qui: ci sarà una giornata dove tutti parleranno di te. Facciamo una cosa: ti chiamo quando sarà il momento». E indovinate quando chiama? Esatto, la mattina del 29 giugno durante la riunione tecnica.
I numeri non mentono, dice lui. Toldo inizia a crederci, chiede cosa diavolo potrà mai succedere e Alberto quasi con ovvietà dice: «Beh sei un portiere quindi ci saranno tanti rigori. Ma non avere paura: li prendi tutti oppure sbagliano. Fidati dell’istinto: è il tuo giorno».

E’ il giorno del ragazzotto nato a Padova. E’ il giorno di un grande professionista, un atleta modello la cui unica colpa è stata quella di nascere calcisticamente nella generazione di Buffon e di Peruzzi. E’ il giorno di un’intera nazione che si scrolla di dosso l’etichetta di perdente da quel dannato dischetto di gesso bianco del rigore.
Ma ci vuole un gesto screanzato, folle, per farlo capire al mondo intero. E il terzo rigore per gli azzurri spetta all’altro Francesco, Totti. «Mo je faccio er cucchiaio» aveva confidato all’amico Di Biagio. E segna.
Poi Kluivert segna l’unico dei sei rigori tirati dall’Olanda in questa partita. Stizzito, dopo la realizzazione, calcia l’aria e l’erba. Calcio il vuoto. Un pugno di mosche. Maldini, distrutto dai crampi, ciabatta il suo penalty. Per ultimo, per l’Olanda, tira Bosvelt.

Come disse un altro Francesco, De Gregori: «La fine del discorso la conosci già». Titolo della canzone: Pezzi di vetro. Storia di un “santo a piedi nudi”. Italia in finale contro la Francia. Per una sera, l’Italia è un paese di santi, portieri e motivatori.

Quelli nati dopo il 1989 conoscono solo un DDR, e non è la Repubblica Democratica Tedesca. Ora che Daniele De Rossi lascerà ufficialmente la Roma nell’ultimo match di campionato contro il Parma magari andranno a rispolverare i libri di storia. E potranno trovarvi non solo la storia di una Germania divisa a metà. Ma anche fiumi di inchiostro su una città, la città eterna, divisa per oltre un decennio tra tottiani e derossiani. Entrambe orfani dei loro capitani dalla prossima estate. Il primo passato dietro una scrivania. Il secondo emigrato, probabilmente, oltreoceano in attesa di un ritorno in alta uniforme magari tra qualche anno.

Il piccolo Daniele De Rossi con la maglia della Roma

Daniele De Rossi appenderà gli scarpini giallorossi al chiodo contro il Parma, all’Olimpico, nell’ultima giornata di serie A. Una gara che per i tifosi della Lupa non è mai una coincidenza qualsiasi. Il 17 giugno 2001 la Roma di Fabio Capello vinceva il terzo scudetto della storia battendo 3-1 in casa il Parma di Buffon, Cannavaro e Thuram. De Rossi, neanche maggiorenne, era un giovane di belle speranze del settore giovanile giallorosso, in quella Primavera allenata da papà Alberto. Esordirà in prima squadra qualche mese dopo il trionfo tricolore, il 30 ottobre 2001, in un Roma Anderlecht di Champions League. Da allora colleziona 615 presenze e 63 gol con la maglia giallorossa.


Al pari del fratello maggiore gemello Francesco Totti, Daniele De Rossi lascia la Maggica avendo un palmares troppo povero per quanto dimostrato in campo. Due Coppe Italia e una Supercoppa italiana, sfiorando solo nel 2010 quel tricolore vinto dal Pupone contro il Parma qualche anno prima. Ma poco importa per chi ha messo la propria squadra del cuore al centro del villaggio. Una scelta di vita per l’eterno Capitan futuro, che ha acquistato i gradi solo negli ultimi due anni dopo il ritiro di Totti. Il tempo utile per isolarsi al secondo posto nella classifica all time delle presenze romaniste in campo. Ancora dietro Francesco, ancora a due passi dal mito, ancora secondo. Ma entrambi battuti solo dai colori di una vita, il giallo e il rosso.

La #tenyearschallenge degli sportivi, da Buffon a Totti

E’ il primo fenomeno virale di questo 2019. Sfogliare il proprio album dei ricordi per farli rivivere sui social. Chi invecchia, chi ringiovanisce, chi passa dalle stelle alle stalle e viceversa. La #tenyearschallenge non ha risparmiato neanche gli sportivi, che hanno dato in pasto ai loro follower il confronto, spesso impietoso, della propria vita a dieci anni di distanza. Ecco una rapida carrellata sul decennio che è stato.

  • Gigi Buffon para ancora. Nel 2009 aveva 31 anni, capitano e portiere della Juve e della Nazionale. Dieci anni dopo ha superato i 40, ha lasciato gli storici colori bianconeri e azzurri per indossare i guanti del Psg.

 

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2009 – 2019 #10yearschallenge

Un post condiviso da Gianluigi Buffon (@gianluigibuffon) in data:

  • Il Barcellona celebra l’hashtag con la manita di Piquet nel doppio 5-0 al Real Madrid. Anche se il primo è datato 2010 e il secondo 2018.

 

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#10yearchallenge Barça Edition 💙❤️

Un post condiviso da FC Barcelona (@fcbarcelona) in data:

  • Giorgio Chiellini non ha cambiato maglia, anzi ne è diventato capitano confermandosi tra i migliori difensori al mondo.

 

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Tante cose sono cambiate in dieci anni, ma i colori della maglia sono sempre rimasti gli stessi. ⚪⚫ #FinoAllaFine #10yearschallenge

Un post condiviso da Giorgio Chiellini (@giorgiochiellini) in data:

  • Rafa Nadal dieci anni dopo, dal 2008 al 2018. Così lo celebra l’account instagram dell’ATP rievocando i due trionfi al Roland Garros.

 

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We just couldn’t resist… 🙈 2️⃣0️⃣0️⃣8️⃣👉2️⃣0️⃣1️⃣8️⃣ #10yearchallenge

Un post condiviso da ATP Tour (@atptour) in data:

  • Il piccolo Neymar del Santos oggi è diventato una delle stelle del calcio mondiale nel Brasile e nel Paris Saint Germain.

 

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A cara de menino se foi, mas o olhar e o foco de quem quer vencer sempre estará comigo. #10yearchallenge

Un post condiviso da EneJota 🇧🇷 👻 neymarjr (@neymarjr) in data:

  • Da Manchester a Manchester. Paul Pogba ha gli stessi colori di dieci anni fa, quelli dei diavoli rossi. In mezzo la parentesi con la Juventus.

 

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#Repost @manchesterunited ・・・ #10YearChallenge: #MUFC player edition 😁

Un post condiviso da Paul Labile Pogba (@paulpogba) in data:

  • I dieci anni del Bayern Monaco sono sempre con Arjen Robben, acquistato proprio nel 2009 dal Real Madrid.

  • Premio autoironia a Borja Valero: il centrocampista dell’Inter, ex Fiorentina e Villareal, pubblica una foto di tanti capelli fa al West Bromich Albion.

 

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#10yearschallenge @wba @inter potete iniziare il massacro per i capelli 😂😂 podéis empezar a matarme por el pelo 😂😂

Un post condiviso da Borja Valero Iglesias (@borjavalero20) in data:

  • Per il campione della Moto Gp Marc Marquez il tempo sembra essersi fermato. A distanza di 10 anni festeggia ancora le sue vittorie sulle due ruote. Dal primo all’ultimo podio.

 

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#10yearschallenge 2008-2018 First podium – Last podium

Un post condiviso da Marc Márquez (@marcmarquez93) in data:

  • Dieci anni per il numero dieci sotto la sua curva. Francesco Totti a braccia alte sotto la Sud all’Olimpico, da fuoriclasse prima, da dirigente poi.

 

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#10yearchallenge Qualcosa è cambiato, ma non il cuore e la passione. #totti

Un post condiviso da Francesco Totti (@francescototti) in data:

Il duopolio si è interrotto. Luka Modric ha dimostrato che c’è vita oltre l’universo dominato dai pianeti Messi e CR7. In questi anni ci si è sempre chiesti chi avrebbe interrotto il regno dei due marziani. Ci è riuscito il centrocampista del Real Madrid, primo croato della storia a vincere il trofeo. Potevano essere Griezmann, Mbappè, il tanto discusso Varane o Salah.

Questi ultimi hanno ancora tempo per non finire nel ristretto (ma non troppo) girone dei campioni che non hanno vinto il Pallone d’Oro. La premessa è d’obbligo. Solo dal 1995 i giocatori extraeuropei hanno potuto concorrere al premio. Prima era riservato esclusivamente ai campioni nati nel vecchio continente. Ecco spiegato del perché, ad esempio, Pelè o Maradona non abbiano mai vinto il Ballon d’Or.

Ecco il club dei non vincitori.

Franco Baresi. Capitano e difensore simbolo del Milan degli olandesi, quello che dominava in Italia e in Europa. Campione del mondo ’82 con la Nazionale, vice campione del mondo nel 1994 (con il rigore fallito nella lotteria finale contro il Brasile). Solo un secondo posto nel 1989, dietro Van Basten. Nel 1994 vinse il bulgaro Stoickov.

Franco Baresi

 

Paolo Maldini. La maledizione dei difensori colpisce anche il terzino bandiera del Milan. Condivide con Baresi i successi nel Milan, ma non riesce mai a vincere nulla con gli Azzurri. Nel 2003 arriva terzo dopo Nedved e Henry, stessa posizione del 1994.

Paolo Maldini

Alessandro Del Piero. Il 1996 è l’anno della sua consacrazione. Vince Champions League e Coppa Intercontinentale con la Juve, delizia i palati fini sui campi di mezza Europa. Ma quell’anno il trofeo lo vinse, tra le polemiche, Mathias Sammer. Più di vent’anni dopo, non si è ancora capito perché.

Alessandro Del Piero

 

Raul. Ha vinto tutto quello che poteva vincere con il Real Madrid. Ha avuto il solo torto di condividere quelle vittorie con altri fenomeni come Zidane, Figo, Ronaldo il fenomeno che hanno offuscato la sua stella. Ma nel 2001 finì al secondo posto dietro…Owen.

Raul

Francesco Totti. Il suo grande amore è stato, forse, il suo limite. Aver deciso di sposare una sola maglia gli ha impedito di conseguire quei successi internazionali che meritava. Non è mai salito sul podio.

Francesco Totti

Thierry Henry. Leggenda dell’Arsenal e della Nazionale francese. Paga l’etichetta da eterni secondi dei Gunners. Accarezza il sogno Champions in finale contro il Barcellona nel 2006, trofeo che vincerà con i blaugrana nel 2009. Secondo nel 2003, terzo nel 2006.

Thierry Henry

Wesley Sneijder. Nel 2010 centra da protagonista il triplete con l’Inter, arrivando in finale mondiale con l’Olanda. Ma non basta perché quell’anno il trofeo va a Messi. Non sale neanche sul podio.

Wesley Sneijder

Andres Iniesta. Discorso fotocopia rispetto a Sneijder. A differenza dell’olandese vince il primo Mondiale della Spagna nel 2010 con gol decisivo in finale proprio contro l’Olanda. Servirà solo alla medaglia d’argento dietro la Pulce. Nel 2012 arriva terzo.

Andres Iniesta

Xavi. Con Iniesta ha formato una delle coppie di centrocampo più forti della storia, condividendo i successi nel Barcellona e nella Roja. Collezione tre terzi posti consecutivi tra il 2009 e il 2011.

Xavi

Andrea Pirlo. La versione italiana del cervello spagnolo Xavi. Vince il Mondiale 2006 con l’Italia, vince Coppe e campionati con Milan e Juventus. Tutto inutile, non sale mai neanche sul podio.

Andrea Pirlo

Zlatan Ibrahimovic. Inaugura la serie finale dei campioni non premiati ancora in attività. Forse il primo terrestre dopo gli extraterrestri Messi e CR7. Ha l’unico difetto, però, di non aver vinto mai la Champions e di giocare con… la Nazionale svedese. Non è mai salito sul podio.

Zlatan Ibrahimovic

Gianluigi Buffon. Secondo alcuni è stato il più forte portiere della storia. Titolo effimero che non gli è mai valso il trofeo. Paga il ruolo di portiere, solo il russo Yascin riuscì a vincerlo da estremo difensore nel 1963. Nel 2006 ci è arrivato vicinissimo, ma si posizionò dietro Cannavaro.

Gianluigi Buffon

Manuel Neuer. Come Buffon non riesce a infrangere il tabù portiere. Eppure, a differenza dell’italiano, riesce a mettere in bacheca la Champions League. Nel 2014 vince il Mondiale con la Germania, ma gli vale solo un bronzo dietro CR7 e Messi.

Manuel Neuer

 

Da quando allena l’Inter ha sempre vinto all’Olimpico. Luciano Spalletti torna nello stadio che l’ha visto protagonista da allenatore della Roma. Due esperienze a intermittenza, nel 2005-2009 e un anno e mezzo tra il 2016-2017. Quasi trecento panchine in giallorosso (299), due Coppe Italia e una Supercoppa nella prima era capitolina. In mezzo i 5 anni in Russia con lo Zenit e l’approdo a Milano nella scorsa stagione.

Spalletti e la Roma, un rapporto tribolato con alti e bassi. Alla prima stagione centra un quinto posto poi trasformato in secondo da Calciopoli. E’ l’anno delle undici vittorie consecutive e della progressiva mutazione tattica della sua squadra. La cosiddetta “banda Spalletti” con Totti falso nueve, supportato dai vari Perrotta, Mancini e Vucinic. Negli anni successivi lotta per lo scudetto proprio con l’Inter, non riuscendo tuttavia a centrare il titolo. Arrivano comunque tre coppe con la prima Supercoppa conquistata dalla Roma. Ma c’è anche la celebre batosta di Old Trafford, con l’1-7 contro il Manchester United nei quarti di finale 2007.

Il tabellone di Old Trafford

All’inizio di settembre 2009 si dimette dopo due sconfitte in campionato nelle prime due giornate. Decisivo il ko interno contro la Juventus di Ferrara con i gol di Diego e Felipe Melo.

Lo Spalletti bis arriva nel gennaio 2016 dopo gli anni russi a San Pietroburgo. Il tecnico di Certaldo subentra a Rudi Garcia e centra il terzo posto che vale la qualificazione in Champions League. L’anno successivo parte male, con l’eliminazione nei preliminari Champions contro il Porto. Arriva secondo in campionato, superando il Napoli dietro la Juve con il record di punti nella storia romanista (87). I più critici gli rimproverano le eliminazioni in Europa League contro il Lione agli ottavi di finale e quella contro la Lazio in Coppa Italia in semifinale.

A incrinare il rapporto con l’ambiente ci pensa il turbolento rapporto con Francesco Totti, alla sua ultima stagione prima del ritiro. Prima della partita contro il Palermo il capitano giallorosso viene escluso dal match per alcune dichiarazioni di fuoco rilasciate alla Rai:

Chiedo più rispetto per quello che ho dato, rispetto per l’uomo. Non riesco a stare nella Roma così, vorrei che mi dicessero le cose in faccia, sto male. Vorrei chiarezza, sia da Spalletti, perché invece che leggere certi frasi avrei preferito che le dicesse a me, sia da Pallotta, quando verrà e parleremo del contratto. Perché io mi sento ancora un calciatore

Qualcosa si rompe definitivamente con l’Olimpico, Spalletti viene fischiato e il Pupone applaudito. Un dualismo che termina a giugno 2017: Totti si ritira, il tecnico va all’Inter. Ma nell’autobiografia appena uscita il numero 10 della Roma ha rincarato la dose contro l’allenatore:

(Dopo una partita contro l’Atalanta a Bergamo) È l’ultimo litigio tra me e Spalletti, nel senso che perdo le staffe anch’io e ci devono separare in quattro perché altrimenti ce le daremmo di santa ragione. Di lì in poi, chiuso”.

 

 

Francesco Totti non smette mai di far parlare di sé.

Nonostante abbia appeso gli scarpini al chiodo, l’ex capitano della Roma riesce a essere sempre sotto i riflettori.

Qualche settimana fa la pubblicazione del suo libro “Un capitano” in cui sono stati raccontati tantissimi aneddoti avvenuti durante la sua lunga carriera calcistica come bandiera giallorossa. Qualche anno fa anche la raccolta di barzellette. Un mix di racconti umoristici intorno a Totti, che gli hanno permesso di avere notorietà anche fuori dal campo.

Ora anche l’ingresso nell’enciclopedia più importante della lingua italiana: la Treccani. Un neologismo legato proprio all’ex numero 10: Tottilatria. Il significato di questa parola è il culto e l’adorazione che hanno i tifosi della Roma nei confronti proprio di Totti.

Questo il significato coniato dalla Treccani

Tottilatria è la fusione di due termini: appunto Totti e “latreia” termine greco che indica l’adorazione religiosa. Insieme, formano un termine che indica vera e propria venerazione nei confronti di quello che  stato uno dei simboli del calcio degli ultimi 20 anni.

Quindi, se qualche tempo fa era stato coniato il termine Sarrismo, per indicare il gioco veloce e votato all’attacco da parte dell’ex tecnico del Napoli, ora anche Francesco Totti è entrato a far parte dell’enciclopedia.
Intanto il Pupone è stato celebrato anche dalla Nba, mentre assisteva a una partita al Madison Square Garden di New York tra i Knicks e gli Indiana Pacers, in attesa di essere in tribuna al Franchi per il match tra Fiorentina – Roma di domani.

Sergio Pellissier e il Chievo Verona, un rapporto simbiotico in cui parli del giocatore e pensi alla squadra. E viceversa. Un po’ come accade con Totti e la Roma, Del Piero e la Juventus, Puyol e il Barcellona, Raul e il Real Madrid, Giggs e il Manchester United, Lahm e il Bayern Monaco.

Il capitano del Chievo, 39 anni, è in maglia clivense in modo stabile dal 2002. E’ l’ultimo baluardo della squadra dei miracoli targata Delneri all’inizio degli anni Duemila. Domenica scorsa il centravanti gialloblu ha segnato il gol della bandiera nella sconfitta subita a San Siro contro il Milan per 3-1. La rete, ininfluente ai fini del risultato, ha consentito però a Pellissier di entrare nella ristretta cerchia dei marcatori più anziani della storia della serie A.

Il capitano veronese si posiziona al sesto posto, avendo segnato al Milan all’età di 39 anni e 178 giorni. Pellissier, tuttavia, è ancora in attività e potrebbe migliorare la sua posizione. 109 sono i suoi gol totali in A.

Al quinto posto ecco Paolo Maldini. Il 30 marzo 2008 andò a segno contro l’Atalanta a 39 anni e 278 giorni. Fu l’ultima rete della sua carriera.

Paolo Maldini

Francesco Totti ha realizzato il suo ultimo gol il 25 settembre 2016, alla vigilia del suo 40mo compleanno, nella trasferta allo stadio “Olimpico Grande Torino” contro i granata. Aveva 39 anni e 364 giorni.

Francesco Totti

Medaglia di bronzo per lo zar. Pietro Vierchowod, il 23 maggio 1999, all’età di 40 anni e 47 giorni, segna con la maglia del Piacenza contro la Salernitana.

Pietro Vierchowod

Al secondo posto il leggendario Silvio Piola, recordman di reti in serie A con 274 centri. L’ultimo arrivò il 7 febbraio 1954 all’età di 40 anni e 131 giorni. Il match era tra il suo Novara e il Milan.

Silvio Piola

Questa speciale classifica è vinta da Alessandro Costacurta che segnò l’ultima rete della sua carriera nel giorno del suo ritiro. Il 19 maggio 2007 timbrò su rigore il gol che gli permette di essere il calciatore più anziano ad aver mai segnato nella massima serie: 41 anni e 25 giorni.

Alessandro Costacurta

 

Non sta vivendo il miglior periodo della sua grande carriera, ma da bravissimo capitano sta cercando di trasmettere tranquillità e grinta ai suoi compagni per cercare di risollevare una situazione complicata per la sua Roma sia in Campionato che in Champions League.

Per Daniele De Rossi quella contro il Frosinone sarà una partita comunque speciale dato che raggiungerà quota 600 partite con la maglia giallorossa. Una vera e propria leggenda del calcio romanista. Amante dei colori della sua città e degno erede del Re, Francesco Totti.
Dalla scorsa stagione, infatti, Capitan Futuro è divenuto il vero leader della nuova Roma. Il carattere di De Rossi è servito eccome la scorsa stagione per sbarazzarsi del Barcellona ai quarti di finale di Champions.

Sembra lontanissimo il suo esordio in Serie A, il 25 gennaio 2003, a 19 anni, nel match perso in trasferta contro il  Como per 2-0. C’è da dire che per De Rossi, così com’è stato qualche giorno fa per Zaniolo, arrivò prima il debutto in Champions League che in Campionato. Era il 30 ottobre 2001 e quel sbarbato centrocampista subentrò a Tomic nella gara giocata in casa contro l’Anderlecht, durante la fase a gironi.
Poco più di quindici anni fa anche la prima rete in Serie A. Un grande gol messo a segno all’Olimpico nella partita vinta per 3-1 contro il Torino.

A quella rete il numero 16 ne ha aggiunte altre sessanta. Un altro dato curioso è che De Rossi, con 117 presenze e 21 gol è anche il giocatore della Roma che conta più presenze e gol in Nazionale.

Con il traguardo delle 600 presenze (finora 446 in Serie A, 54 in Coppa Italia e 95 nelle coppe europee), sempre con la stessa maglia, De Rossi è undicesimo in questa speciale classifica. Queste cifre le hanno raggiunte solo in pochi e il capitano giallorosso vuole entrare in top ten.
Nel mirino c’è Giacinto Facchetti il quale ha disputato 634 gare con la maglia dell’Inter. A guidare questa classifica c’è Paolo Maldini, in vetta con 902 gare nel Milan.

I numeri e i successi della sua carriera parlano per lui: Gigi Buffon non ha bisogno di presentazioni. Il capitano della Juventus, amato e ammirato da più parti, dopo aver esultato per la gloria di aver vinto il settimo scudetto, saluta la sua squadra dopo ben 17 lunghi anni.

È il momento dei ringraziamenti, per chi c’è stato in passato e per chi è rimasto sempre al suo fianco, a cominciare proprio da Andrea Agnelli, che in conferenza stampa elogia il portiere bianconero e gli esprime la sua grande ammirazione:

Trovare le parole è stato difficile, comincio dal numeri. 269 sono state sue partite, ha il record di imbattibilità ed è stato 89 volte capitano della Nazionale. Ha vinto di tutto e ha conquistato 26 trofei in 22 anni di carriera. Gigi è una persona altruista, carismatica, trasparente, ambiziosa, sincera e onesta. E’ un amico, oltre a essere il capitano. E’ stato in paradiso ed è sceso all’inferno e poi è ritornato in paradiso. Noi gli saremo sempre grati

In poche e sentite parole esprime un pensiero condiviso da tutti, che vuole essere anche un caro saluto affettuoso per un giocatore che ha dato tutto se stesso per la squadra, anche nei momenti più difficili.

L’evidente emozione di Buffon mentre spiega i motivi del suo abbandono dimostra quanto per lui sia stata una decisione sofferta ma necessaria:

Sabato sarà la mia ultima partita con la Juventus, credo sia il modo migliore per finire questa grandissima avventura, conclusa con altre due vittorie per me molto importanti. La mia paura era arrivare alla fine della mia storia con la Juve da ‘sopportato’, da giocatore che ha fuso il motore. Fortunatamente non è così e sono orgoglioso di aver espresso fino a 40 anni prestazioni all’altezza del mio nome e di quello della Juve. Non era scontato

E poi aggiunge:

Questa società nel 2001 ha preso un talento straordinario, ma se questo talento si è tramutato in un campione è per l’ulteriore step in convinzione e consacrazione che mi ha fatto fare la Juve. La sua mentalità e l’approccio al lavoro sono unici al mondo, è una filosofia che ho fatto mia e sono sicuro adopererò anche in futuro, anche perché è l’unico modo che conosco per arrivare a dei risultati con la felicità di aver sofferto. Questo è il più bell’insegnamento, al di là dei risultati e delle coppe

La sua carriera straordinaria, nella Juventus ma anche nella Nazionale azzurra, rimane un punto fermo nella sua vita e sarà la molla per prendere le sue decisioni future con più consapevolezza. Innegabili i momenti difficili che, in entrambi i casi, hanno fatto sentire il loro peso, come l’esclusione dai Mondiali di Russia 2018 o la delusione in Champions League, ma Buffon si è sempre rialzato in piedi e non ha mai mollato.

Che farà dopo aver appeso la maglia della Juve? È quello che si chiedono in tanti, ma lui rimane vago, ancora in dubbio sul suo futuro. Le proposte certo non gli mancano, sia nel campo che fuori, ma al momento il capitano è concentrato solo sul suo ultimo match e sull’affetto che gli stanno dimostrando davvero in tanti.

Anche Totti ha voluto dire la sua all’amico Gigi, con una lunga lettera postata sul sito della Gazzetta dello Sport, che riportiamo qui per intero:

Mi sono sempre trovato a mio agio a ruoli invertiti: io che ostinatamente non riuscivo a staccarmi dalla mia maglia, tu che hai sempre provato a trasmettermi la tua razionalità. Per me è stato difficile, a tratti straziante, chiudere il cerchio. E ora che hai annunciato il tuo addio alla Juventus, caro Gigi, mi sento scaraventato di nuovo nelle sensazioni di dodici mesi fa. Non posso dirti cosa proverai domani, nel tuo stadio. Neanche so cosa ti frullerà nella testa nelle ore successive, quando deciderai se andare avanti o fermarti. Ognuno elabora le cose a modo proprio.

Ma sono certo che in questi giorni ti capiterà di riavvolgere il nastro della tua carriera. Ed è bello pensare che nei nostri rispettivi film abbiamo avuto entrambi una parte. Ci siamo incrociati da piccoli, siamo diventati a poco a poco capitani e uomini. Abbiamo difeso la stessa maglia, quella azzurra. E lottato rispettivamente per l’altra pelle: quella giallorossa io, quella bianconera tu. 

Faccio fatica a ripercorre tutto con ordine, ma il vortice che ne esce fuori è davvero travolgente: vedo le notti mondiali, la Coppa verso il cielo di Berlino, i nostri abbracci; li mescolo a un cucchiaio e a un paio di bordate che ti ho rifilato… e a qualche parata che ti potevi pure risparmiare! E ti dico grazie, per l’avversario e il compagno che sei stato.

P.s. – Se nei prossimi giorni avrai bisogno di un consiglio, fammi uno squillo. Per te ci sarò sempre.