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Fabio Fognini entra nella storia del tennis azzurro. Il 31enne di Arma di Taggia è diventato il primo italiano a vincere un torneo Masters 1000. Fognini, numero 18 del mondo e testa di serie numero 13, si è imposto sulla terra rossa di Montecarlo battendo in finale il serbo Dusan Lajovic, numero 48 Atp, in due set con il punteggio di 6-3 6-4 in un’ora e 38 minuti di gioco. Nel secondo set Fognini – che in semifinale aveva battuto il numero due del mondo e campione uscente Rafael Nadal – ha fatto ricorso al fisioterapista per un problema alla coscia destra. Oltre 5 milioni di euro di montepremi, ma un momento storico per l’Italia: l’ultimo azzurro, infatti, a vincere a Montecarlo era stato Nicola Pietrangeli nel 1968, mentre l’ultimo ad arrivare in finale è stato Corrado Barazzutti nel 1977.

 

Il tennista ligure, però, dopo aver alzato il trofeo nel cielo monegasco, può festeggiare un altro importante traguardo della sua carriera: è diventato, infatti, il numero 12 del mondo, sua miglior classifica ed è inevitabile che i suoi pensieri stiano navigando verso la Top10. Anche se Fognini dichiara di non pensarci e di giocare partita per partita, la vittoria nel Principato può alimentare obiettivi ambiziosi.

 

Partiamo già dal prossimo Atp di Barcellona: il torneo catalano nel quale sarà anche Nadal, mette in palio 500 punti in caso di vittoria, 300 per la finale, 180 per le semifinali e 90 per i quarti. Qualora Fabio riuscisse ad arrivare fino in fondo potrebbe mettere nel mirino il decimo posto di John Isner che ha un vantaggio su di lui di 245 punti. L’americano, reduce dalla finale persa a Miami contro Roger Federer, è fermo per un problema al piede. Una frattura da stress che lo costringerà ad uno stop dalle 4 alle 6 settimane, dovendo saltare buona parte della stagione sulla terra, compreso l’appuntamento di Roma. Il suo ritorno potrebbe esserci in vista del Roland Garros ma non certo al meglio della condizione. E questo potrebbe favorire Fabio.

Quella del 2005 doveva essere, per sua scelta, l’ultima Parigi-Dakar prima del ritiro. Lo è stata, in verità, per un epilogo tragico: Fabrizio Meoni, motociclista esperto nei rally, aveva 47 anni quando è morto l’11 gennaio 2005 a Kiffa, in Mauritania, durante l’undicesima tappa della sfibrante e pericolosa corsa che al tempo si disputava ancora in Africa.

Meoni sulla sua Ktm ha segnato la storia della Dakar, è stato senza dubbio uno dei massimi protagonisti. Di quella che per anni era stata la sua corsa stregata. Aveva vinto in Perù, ancora acerbo, dominato in Tunisia, aveva vinto in Egitto, il continente africano gli dava soddisfazioni, ma gli restava un’amarezza da togliersi di dosso: un successo alla celebre corsa. C’era riuscito, trasformandosi da principe a re, nel 2001 alla tenera età di 44 anni, dopo aver lasciato il lavoro per diventare pilota ufficiale Ktm e inseguire il suo sogni. E si era ripetuto l’anno dopo, nel 2002, trionfando ancora sul lago Rosa della capitale del Senegal. In fondo sin dal 1992, anno di debutto nel tracciato che attraversa il Sahara, Fabrizio si era più volte avvicinato al gradino più alto del podio, arrivando terzo, sfiorando altri successi.

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Nato a Castiglion Fiorentino il 31 dicembre del 1957, aveva iniziato correndo nell’enduro nazionale ma a fine 1981 si era ritirato. Aveva ripreso a gareggiare nell’88 diventando campione italiano junior. L’anno seguente ha vinto il Rally Incas. Nel 1994 il primo grande risultato nella Dakar, terzo e migliore dei privati. Da lì solo successi, con le gemme africane del 2001 e 2002. E il suo sogno è stato anche il suo incubo perdendo la vita a causa di un arresto cardiaco, in seguito ad una caduta nella quale si ruppe due vertebre cervicali.

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Nel suo paesino d’origine, Castiglion Fiorentino, c’è una statua a lui dedicata dove frequentemente visite di motociclisti e le foto ricordo si sprecano, mentre quelli che conoscono meglio Fabrizio salgono su per le colline castiglionesi, a Partini dove si trova un cippo a lui dedicato.
Il suo impegno non è andato solo nel motociclismo, ma anche in iniziative di solidarietà, come quella che lo vide fondatore dell’associazione “Solidarietà in buone mani”, con la quale riuscì a costruire una scuola per i bambini del Senegal. Oggi nel suo nome esiste la Fondazione Fabrizio Meoni Onlus che opera in Africa.

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Da dieci anni non si corre più nello scenario che ha dato vita allo storico nome. Eppure il fascino resta immutato. La Dakar, giunta alla sua 41ma edizione, è in corso dal 7 fino al 17 gennaio in Perù. Per la prima volta si svolge tutta entro i confini di un unico Paese. Si parte e si arriva a Lima per un totale di 5.541 chilometri in dieci tappe. La vecchia Parigi Dakar, con partenza nella capitale francese e arrivo in Senegal, è andata in scena fino al 2008. Poi il pericolo di attentati terroristici ha suggerito lo spostamento in America Latina.


Protagonista dell’edizione 2019, finora, è il principe qatariota Nasser Al-Attiyah che ha vinto la prima e terza tappa nella categoria auto. In testa però c’è Stephane Peterhansel, campione uscente e vincitore della Dakar per 13 volte nelle due e quattro ruote. In classifica generale il pilota della Peugeot precede il suo compagno di squadra Cyril Despres. Nelle moto il protagonista è il trionfatore dell’anno scorso Sam Sunderland che ha tagliato per primo il traguardo della terza tappa. Da Pisco a San Juan de Marcona impiegando 3 ore, 20 minuti e 43 secondi. L’inglese ora precede l’argentino Benavides in classifica generale. Male lo spagnolo Barreda che aveva vinto la prima tappa. Nel terzo giorno ha sbagliato strada ed è arrivato con un ritardo di 27 minuti, precipitando al 15mo posto in classifica.


L’edizione 2019 entra nella storia per la presenza di due corridori diversamente abili in gara. L’italiano Nicola Dutto, 49 anni con la sua KTM nelle moto, è un pilota paraplegico. Il peruviano Lucas Barron, 25 anni e figlio di Jacques, anch’egli in gara, è affetto dalla sindrome di down. Entrambi non hanno mollato e hanno deciso di sfidare il deserto in un’avventura estrema. Sono tra i partecipanti a bordo di 334 equipaggi tra le dune nel deserto dalle Ande al Pacifico. Cinque le categorie previste: auto, moto, camion, quad (motocicletta a quattro pneumatici), e SXS (side by side, un piccolo fuoristrada). Ventuno gli italiani in gara, nel nome di Fabrizio Meoni, ultimo italiano a vincere nel 2012 e poi scomparso in un incidente tre anni dopo.

C’è un numero che accompagna la risalita di Novak Djokovic in questo 2018. E’ il numero 5.

Il 5 giugno, nei quarti di finale del Roland Garros, il tennista serbo perde contro Marco Cecchinato 6-3, 7-6, 1-6, 7-6 a favore dell’italiano dopo tre ore e mezza di gioco. La lunga agonia di Nole, iniziata proprio al Roland Garros dopo il trionfo nel 2016, proseguiva. O almeno, così sembrava. Cinque mesi dopo, dal 5 novembre, Djokovic torna al numero 1 della classifica ATP dopo la finale persa al Masters di Parigi Bercy contro il russo Khachanov. Ancora la Francia, ancora il numero 5 nel destino del tennista di Belgrado.


CLASSIFICA ATP – TOP 10

1 Djokovic, Novak (SRB) +1 8.045 punti
2 Nadal, Rafael (ESP) -1 7.4800
2 Federer, Roger (SUI) 0 6.020
4 Del Potro, Juan Martin (ARG) 0 5.300
5 Zverev, Alexander (GER) 0 5.085
6 Anderson, Kevin (RSA) 0 4.310
7 Cilic, Marin (CRO) 0 4.050
8 Thiem, Dominic (AUT) 0 3.895
9 Nishikori, Kei (JPN) +1 3.390
10 Isner, John (USA) -1 3.155

Dopo l’eliminazione al Roland Garros, Nole si rialza riprendendosi Wimbledon a giugno. In finale batte l’americano Anderson, ma è in semifinale che compie il suo capolavoro sconfiggendo in cinque set Rafa Nadal. Il match dura due giorni, lungo 5 ore e 17 minuti. La seconda semifinale fiume nella storia del torneo inglese.

Con la vittoria a Wimbledon Djokovic rientra nella Top 10, non capitava da ottobre dell’anno scorso. Vince anche il Masters di Cincinnati superando l’eterno rivale Roger Federer in finale. E’ così l’unico giocatore nella storia a vincere tutti i tornei ATP Masters 1000. Trionfa anche agli US Open, eguagliando Sampras con il 14mo Slam in carriera. Perde il Master di Parigi, ma vince ancora una volta in semifinale contro Federer. Quanto basta per tornare più in alto di tutti per la quarta volta in carriera, 224 settimane in assoluto. I primi tre, per numero di settimane al primo posto in classifica, sono: Jimmy Connors, 268; Pete Sampras, 286; Roger Federer, 310.  E domenica, a Londra, via alle ATP Finals, ultimo grande appuntamento della stagione.


Il primo degli italiani nel rankink ATP è Fabio Fognini, al 13mo posto. Al numero 20 c’è Marco Cecchinato.

È un sogno azzurro che si avvera la vittoria di Marco Cecchinato al Roland Garros contro Novak Djokovic. Non sono né le qualità in campo dell’italiano a stupire e nemmeno il suo ennesimo successo, ma è l’ascesa di questo tennista palermitano che si è fatto strada fra i big e, nel match dei quarti di finale del torneo del grande slam, ha battuto l’ex numero 1 al mondo.

6-3, 7-6, 1-6, 7-6. Questo il punteggio finale di una partita combattuta fino alla fine con l’avversario serbo un po’ sottotono e con qualche dolore al collo. Dopo due set di vantaggio per l’italiano la partita sembrava già conclusa, ma il gioco continua e si fa ancora più avvincente quando Djokovic guadagna il terzo set e rimette tutto in discussione.

Cecchinato non si arrende e al tie break si aggiudica la sua vittoria più importante, che lo porta dritto in semifinale insieme ai 3 più grandi di Parigi.

Il tennista non riesce a trattenere l’emozione a conclusione del match, tra lacrime e parole di grande gioia:

Mi batteva forte il cuore, tutti i match point li avevo giocati bene. Dopo tante chance sprecate iniziavo a crederci meno ma alla fine ho giocato una palla stupenda. Ho iniziato il match convinto di farcela, non avevo niente da perdere. Man mano ci ho creduto, ho tenuto il livello alto tranne che nel terzo set. E’ una vittoria che mi ripaga di tanti sacrifici: palestra, alimentazione, professionalità. Ora la semifinale, è incredibile

E l’Italia esulta insieme a lui per aver riportato il tricolore nuovamente in semifinale, in corsa per il titolo, dopo ben 40 anni. L’ultimo a farcela risale al 1978: si tratta di Corrado Barazzutti, che non riuscì però poi ad andare avanti e perse il match contro Bjorn Borg.

Ma prima ancora c’è stato Adriano Panatta, nel 1976, che a Parigi ha raggiunto non solo la semifinale, ma anche la finale e ha poi conquistato il titolo negli Open di Francia. E proprio lui adesso diventa il primo tifoso di Cecchinato, convinto di poter cedere il testimone all’italiano che ha dimostrato di essere un osso duro:

Mi sembra un ragazzo equilibrato, dovremmo essere felici per quello che ha fatto, ma ogni gara ha la sua storia. Se sono disposto a cedere il mio trono? L’ho ceduto tanti anni fa, poi a me i troni non piacciono, gli auguro tanto fortuna. Se dovesse vincere avrei il vantaggio che nessuno mi chiederebbe più nulla della mia vittoria del 1976. La qualità nel suo tennis Cecchinato evidentemente ce l’aveva già. Poi capita che si trovano momenti favorevoli, scatta qualcosa, si prende fiducia e si capisce che puoi giocartela con tutti e cambi come giocatore. E’ la cosa più bella che possa capitare ad un giocatore, quando capisce di potersela giocare con tutti

La semifinale che attende il palermitano sarà una grande sfida per lui, che dovrà riuscire a battere Dominic Thiem.

Ma Marco Cecchinato è già un vincitore per tutti noi, capace di far rivivere il sogno azzurro dopo anni, senza mai perdere la sua grinta e la voglia di farcela e capace di emozionare con la sua spontaneità.

Ed ora riviviamo insieme alcuni momenti salienti del match e gli ultimi attimi prima della sua impresa storica:

Stasera in Francia si svolge la premiazione che incorona il più forte tra i giocatori, che sarà premiato con il celebre pallone d’oro nella cerimonia che avrà luogo a Parigi.

La location scelta, con lo sfondo della Torre Eiffel, ospiterà i 30 campioni che si sfidano per il titolo e che saranno votati da una giuria formata da 173 giornalisti. Tra questi calciatori ci sono anche due italiani, Gigi Buffon e Bonucci.

Ecco la lista completa degli aspiranti al premio: Aubameyang (Borussia Dortmund), Benzema (Real Madrid), Bonucci (Juventus/Milan), Buffon (Juventus), Cavani (PSG), Coutinho (Liverpool), De Bruyne (Manchester City), De Gea (Manchester United), Dybala (Juventus), Dzeko (Roma), Falcao (Monaco), Griezmann (Atletico Madrid), Hazard E. (Chelsea), Hummels (Bayern Monaco), Isco (Real Madrid), Kane (Tottenham), Kanté (Chelsea), Kroos (Real Madrid), Lewandowski (Bayern Monaco), Mané (Liverpool), Marcelo (Real Madrid), Mbappé (Monaco/PSG), Mertens (Napoli), Messi (Barcellona), Modric (Real Madrid), Neymar (Barcellona/PSG), Oblak (Atletico Madrid), Ramos S. (Real Madrid), Ronaldo (Real Madrid), Suarez (Barcellona) .

Il vincitore del pallone d’oro che è salito più volte sul paco per ritirare il premio è sicuramente Lionel Messi, che ne ha collezionati già 5. Oggi proverà a conquistare il 6? Sembra che quest’anno nella rosa dei favoriti ci sia il nome di Cristiano Ronaldo, che nella sua carriera è arrivato a 4 palloni d’oro e che stasera potrebbe raggiungere il primato del calciatore argentino. Non resta che aspettare l’orario di inizio per scoprire il vincitore 2017.

L’appuntamento è alle ore 19.30 e la diretta dell’evento potrà essere seguita su Premium Sport HD.

Rafa Nadal vince il primo turno a Parigi-Bercy e ha la matematica certezza di chiudere l’anno da n.1 del tennis mondiale. Allo spagnolo bastava infatti oggi battere il coreano Hyeon Chung sul veloce indoor del “BNP Paribas Masters Paris” per chiudere la stagione al primo posto Atp, complice la rinuncia di Roger Federer a disputare l’ultimo “1000” stagionale. Il 31enne mancino di Manacor ha vinto in due set 7-5 6-3.

Rafa è il giocatore che quest’anno ha vinto più partite di tutti, 66 (contro 10 sconfitte, mettendo in bacheca altri sei trofei (solo King Roger ha fatto meglio con 7) – tra cui il decimo Roland Garros ed il terzo Us Open – su dieci finali disputate. Il maiorchino non ha mai vinto il titolo a Parigi-Bercy: per lo spagnolo “solo” una finale nel 2007, stoppato da Nalbandian.

nadal

Per quanto riguarda gli altri incontri, la sorpresa di giornata era arrivata con l’eliminazione del tedesco Alexander Zverev, numero 4 del ranking e del seeding: il leader dei Next Gen ha ceduto per 36 62 62, in poco più di un’ora e mezza di partita, all’olandese Robin Haase, numero 43 Atp, che per la prima volta in tre sfide è riuscito a battere il 20enne di Amburgo.
Inattesa anche l’uscita di scena del sudafricano Kevin Anderson, numero 16 Atp, finalista agli Us Open, al quale la sconfitta per 57 64 75, dopo quasi due ore di battaglia, contro lo spagnolo Fernando Verdasco, numero 39 Atp, costa il pass per le Atp Finals di Londra.

 

Ci sono due medaglie d’oro che si passano 16 anni di distanza, ma uno stesso scenario: la Francia. E il medesimo avversario in finale: la Spagna.
C’è il basket italiano sul tetto d’Europa nel 1983 a Nantes e nel 1999 a Parigi. Secolo scorso, millennio passato.

Nantes 1983

Nel Girone B, per esempio, URSS e Germania Ovest si scontravano sul parquet, ma le scintille andavano oltre il palazzetto. E poi c’era il girone A con Italia, Spagna, Francia, Jugoslavia, Grecia e Svezia. Passavano solo le prime due.
Eppure l’impresa di 34 anni fa (perché di impresa si parla) confermò la forza di un gruppo che aveva vinto a Mosca, l’anno prima, l’argento alle Olimpiadi. Un’Olimpiade monca per il boicottaggio statunitense. L’Europeo del 1983 fu un autentico atto di forza e di sovversione: cinque partite su cinque vinte nel girone, poi giù con l’Olanda sbolognata in semifinale e poi Spagna in finale. Era il 4 giugno 1983 e la vittoria per 105 a 96 chiuse il cerchio magico aperto proprio contro gli spagnoli, nella prima gara di Limoges.
Lì il primo segno di un percorso che sarebbe diventato fantastico: il canestro sul “ferro e dentro” di Pierluigi Marzorati e vittoria allo scadere di misura. E poi il bacio al pallone di Charlie Caglieris al suono della sirena nella finale contro la Spagna. In mezzo una scazzottata nera contro la Jugoslavia, con tanto di paio di forbici branditi Goran Grbovic.

Quella vittoria della pallacanestro italiana guidata da coach Sandro Gamba e dal magistrale Dino Meneghin è una delle pagine più belle della nostra storia sportiva. Questi gli uomini d’oro di Nantes, oltre a SuperDino: Marco Bonamico, Roberto Brunamonti, Carlo Caglieris, Ario Costa, Enrico Gilardi, Pierluigi Marzorati, Antonello Riva, Romeo Sacchetti, Renzo Vecchiato, Renato Villalta e Alberto Tonut.
Una convocazione, quella di Tonut, che oggi fa sorridere: rimasto fuori dalla lista dei convocati, passò una giornata a mare con amici e con la ragazzi. Aveva solo 21 anni anni. Tornato a casa, la madre disse di aver ricevuto la chiamata di convocazione in Nazionale e lui ovviamente lo prese come uno scherzo. No, era tutto vero.

PARIGI 1999

Chi crebbe a pane e miti come Meneghin e Caglieris fu la generazione d’oro del 1999, quella fatta di grandi nomi, ma anche di spalle solide che sapevano giocare di squadra, nonostante le individualità di spicco. Se nel 1983 non figurava nessun italiano nel quintetto tipo di quell’Europeo, nell’edizione di fine secolo c’erano Gregor Fucka (anche MVP del torneo), Carlton Myers e Andrea Meneghin.
Sotto canestro Roberto Chiacig e Denis Marconato trasmettevano sicurezza, dietro c’era la fantasia e lo spirito vincente di Alessandro Abbio, Gianluca Basile e Davide Bonora. Jack Galanda poteva essere decisivo anche ad altissimo livello. Sandro De Pol, Michele Mian e Marcelo Damiao erano lì pronti a dare l’anima.

E l’allenatore? Bogdan Tanjević, infinita conoscenza del basket e di come si gestisce un gruppo, uno che ha lasciato a casa Gianmarco Pozzecco. L’Italia passò il girone come seconda dietro la Turchia, poi una lunga cavalcata verso la finale fatta di deja vu: battuta la Russia ai quarti, ecco nuovamente la Jugoslavia, superata questa volta senza rissa. E poi la Spagna ancora a sbarrare la strada nella finale. Il risultato sorride nuovamente agli azzurri: 64 a 56 con 18 punti infilati da Myers.

Da un Meneghin a un altro. Amici veri: ecco la ricetta per essere sul trono d’Europa e ancora oggi nei cuori non più giovani dei tifosi.

Frank Chamizo vola verso il secondo titolo iridato nella lotta libera, travolgendo tutti nella sesta e conclusiva giornata dei Mondiali di lotta.

Dopo aver vinto il titolo nella categoria 65 chili, l’italocubano tenta di ripetersi oggi in quella superiore (70 kg). Da stamattina, all’Accorhotels Arena di Bercy, alle porte di Parigi, l’azzurro ha travolto uno dopo l’altro tutti gli avversari.

Prima il più temuto, l’uzbeko Ikhtiyor Navruzov (9-5), lo stesso avversario dei Mondiali di due anni fa, poi – con due secchi 12-0 negli ottavi e nei quarti – il kirghizo Dogdurbek e il kazako Tanatarov.

La semifinale – combattuta ma vinta per 5-2 contro il turco Gor – gli ha spalancato le porte della finale, in programma in serata.

Frank dovrà giocarsi il titolo lo statunitense James Green, bronzo iridato 2015 e alla sua prima finale mondiale. L’italocubano (naturalizzato per matrimonio), dopo il titolo europeo ottenuto quest’anno a Novisad nella nuova categoria 70 kg, ora vuole il titolo iridato: due anni dopo il primo Mondiale da italiano nei 65 kg, Chamizo tenta il bis di Las Vegas ed entrare definitivamente nella storia italiana vincendo due Mondiali in due categorie diverse.

Oltre a Frank la sesta giornata dei Mondiali di Parigi, vede la chiusura del programma di lotta libera maschile con in campo le categorie 65 kg, 70 kg, 74 kg e 97 kg.

Frank Chamizo vola verso il secondo titolo iridato nella lotta libera, travolgendo tutti nella sesta e conclusiva giornata dei Mondiali di lotta.

Dopo aver vinto il titolo nella categoria 65 chili, l’italocubano tenta di ripetersi oggi in quella superiore (70 kg). Da stamattina, all’Accorhotels Arena di Bercy, alle porte di Parigi, l’azzurro ha travolto uno dopo l’altro tutti gli avversari.

Prima il più temuto, l’uzbeko Ikhtiyor Navruzov (9-5), lo stesso avversario dei Mondiali di due anni fa, poi – con due secchi 12-0 negli ottavi e nei quarti – il kirghizo Dogdurbek e il kazako Tanatarov.

La semifinale – combattuta ma vinta per 5-2 contro il turco Gor – gli ha spalancato le porte della finale, in programma in serata.

Frank dovrà giocarsi il titolo lo statunitense James Green, bronzo iridato 2015 e alla sua prima finale mondiale. L’italocubano (naturalizzato per matrimonio), dopo il titolo europeo ottenuto quest’anno a Novisad nella nuova categoria 70 kg, ora vuole il titolo iridato: due anni dopo il primo Mondiale da italiano nei 65 kg, Chamizo tenta il bis di Las Vegas ed entrare definitivamente nella storia italiana vincendo due Mondiali in due categorie diverse.

Oltre a Frank la sesta giornata dei Mondiali di Parigi, vede la chiusura del programma di lotta libera maschile con in campo le categorie 65 kg, 70 kg, 74 kg e 97 kg.