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Il campionato francese, mai come negli ultimi anni, è cresciuto a livello mediatico e sportivo. Con l’acquisto di Neymar da parte del Paris Saint Germain certo l’attenzione è aumentata ancor di più. La squadra parigina è una potenza economica e sicuramente se la protagonista della Ligue 1 che è appena partita. Monaco, vincitrice lo scorso anno, proverà a rendere le cose più complicate ma occhio a Nizza, Lille e Marsiglia.

Italians vuole focalizzarsi appunto sugli italiani che quest’anno disputeranno il prestigioso campionato francese.

Confermati gli italiani nelle maggiori squadre transalpine (un difensore, un centrocampista e un attaccante), ma anche la novità allenatore: Claudio Ranieri alla guida del Nantes.

Partiamo dalla regina di questa sessione di mercato estiva: il PSG. Molte le voci attorno a Marco Verratti (o Verrattì come dicono i francesi) e su un suo addio dal Parco dei Principi. Per ora un nulla di fatto, il proprietario Al Khelaifi lo ha sempre definito incedibile e ora con Neymar pare che la telenovela sia chiusa. I bisticci con il suo ex procuratore  Di Campli, ora anche lui è entrato a far parte della scuderia Mino Raiola. Il centrocampista abruzzese sarà il faro del centrocampo parigino; vuole fare bene per trovarsi in forma a giugno prossimo per il Mondiale in Russia.
Oltre a Verratti a Parigi c’è anche l’italobrasiliano Thiago Motta. Seppur non più un titolarissimo il centrocampista ex Inter è rimasto nella capitale francese e comunque potrà contribuire a far rifiatare i titolari in mezzo al campo.

Nella rosa della squadra vincitrice del campionato 2016/2017, il Monaco, c’è un italiano che oramai nel Principato è un veterano. Si tratta di Andrea Raggi. Il 33enne difensore ligure è tra li fila dei monegaschi dal 2012 con cui ha prima disputato un campionato di Ligue 2, fino ad arrivare alla Champions League. Proprio nell’anno in cui i biancorossi sono saliti in Ligue 1, alla loro guida c’era Claudio Ranieri e in passato è stato tecnico anche Alberto Guidolin.

Se pensiamo alla Francia, non possiamo non citare il nostro SuperMario Balotelli. Alla sua seconda stagione a Nizza, l’attaccante italiano ha ritrovato la sua serenità e i gol. Dopo la bell’annata, condita con una qualificazione ai preliminari di Champions in cui ha realizzato 15 reti in 23 presenze, Balotelli ha già esordito con una rete quest’anno contro l’Ajax nella qualificazione alla Coppa dei Campioni. Nel prossimo turno, ironia della sorte, incontrerà un’italiana: il Napoli. SuperMario cercherà di fare bene quest’anno per strappare una convocazione al Mondiale 2018. Il rapporto con la tifoseria francese è sempre stato speciale anche quando non è in campo.

Se questi sono gli italiani che scenderanno in campo in questa stagione francese, c’è anche un italiano che siede in panchina, a Nantes. È Claudio Ranieri che, dopo la fiabesca avventura al Leicester con tanto di titolo di Premier League nel 2015/2016, ha voluto tentare una nuova avventura estera. Come abbiamo detto, sir Claudio è già stato in Francia ai tempi del Monaco, con cui ha vinto un campionato di Ligue 2 e un buon secondo posto la stagione successiva. Ora l’avventura per uno che ama le grandi sfide. La strada è già in salita dopo la sonora sconfitta a Lille per 3-0.

Dario Sette

Los Angeles ospiterà le Olimpiadi del 2028 mentre Parigi quelle del 2024. La città statunitense ha raggiunto un accordo con gli organizzatori olimpici che “spiana la strada” all’accogliere i Giochi. Lo scrive il “Los Angeles Times”, citando una fonte anonima vicina al negoziato.

L’accordo oltre ad aprire la strada per i Giochi del 2024 a Parigi, consentirà a Los Angeles di ospitare le Olimpiadi per la terza volta, dopo il 1984 e il 1932, così come per la città francese, che ha organizzato quelli del 1900 e del 1924. Si attende l’annuncio ufficiale del Comitato olimpico internazionale.

olimpiadi

Intanto oggi il presidente del Coni, Giovanni Malagò ha detto ai microfoni di Rete Sport che la candidatura di Roma 2024 resta una ferita aperta.

“Sono sempre stato chiaro su questa vicenda – ha detto ai microfoni di Rete Sport – Ho cercato disperatamente di farmi ascoltare esprimere una visione dettagliata. Chiesi di non dire subito di no, ma di verificare e di guardare il dossier. Oggi ti ritrovi a combattere su temi ordinari e al tempo stesso non hai una prospettiva e mezzi finanziari che il CIO per la prima volta avrebbe concesso. Oggi, anche le persone che erano contrarie fanno ammenda sulla scelta suicida per la città di Roma”

Adesso e’ ufficiale: le Olimpiadi del 2024 e del 2028 saranno assegnate assieme, a Parigi e Los Angeles, nel corso della sessione del Cio in programma il 13 settembre a Lima.

Lo ha ratificato all’unanimita’ (ma il tutto sembrava gia’ scontato da diverse settimane) il Cio (78 membri, per alzata di mano) riunito in una sessione straordinaria a Losanna, accettando la proposta dell’esecutivo. La sessione peruviana che avrebbe dovuto vedere tra le protagoniste anche Roma, candidata per il 2024 prima che la stessa venisse ritirata (come Budapest e Amburgo), passera’ alla storia come la “prima” doppia assegnazione della storia moderna.

Una vittoria di Thomas Bach, fautore di questa soluzione al fine di evitare di perdere due candidate eccellenti ed al fine di garantire un po’ di respiro all’intero movimento, dal momento che la crisi mondiale ha fatto temere problemi di organizzazione per i Giochi del futuro. Tanto da “varare” a dicembre del 2014, l’agenda 2020.

Per l’Italia, in pratica, un nuovo stop sottolineato da Giovanni Malago’.

“E’ evidente ora la sospensione di ogni ipotesi di candidatura per l’Italia. Ne prendiamo atto: e’ la dimostrazione che il Cio vuole premiare chi e’ stato coerente e serio. Credo sia una riflessione da tenere a mente per futura memoria” le parole del numero uno del Coni.

Adesso tocchera’ alle due citta’ candidate, con il Cio, mettersi d’accordo su chi organizzera’ nel 2024 e chi nel 2028.

Adesso e’ ufficiale: le Olimpiadi del 2024 e del 2028 saranno assegnate assieme, a Parigi e Los Angeles, nel corso della sessione del Cio in programma il 13 settembre a Lima.

Lo ha ratificato all’unanimita’ (ma il tutto sembrava gia’ scontato da diverse settimane) il Cio (78 membri, per alzata di mano) riunito in una sessione straordinaria a Losanna, accettando la proposta dell’esecutivo. La sessione peruviana che avrebbe dovuto vedere tra le protagoniste anche Roma, candidata per il 2024 prima che la stessa venisse ritirata (come Budapest e Amburgo), passera’ alla storia come la “prima” doppia assegnazione della storia moderna.

Una vittoria di Thomas Bach, fautore di questa soluzione al fine di evitare di perdere due candidate eccellenti ed al fine di garantire un po’ di respiro all’intero movimento, dal momento che la crisi mondiale ha fatto temere problemi di organizzazione per i Giochi del futuro. Tanto da “varare” a dicembre del 2014, l’agenda 2020.

Per l’Italia, in pratica, un nuovo stop sottolineato da Giovanni Malago’.

“E’ evidente ora la sospensione di ogni ipotesi di candidatura per l’Italia. Ne prendiamo atto: e’ la dimostrazione che il Cio vuole premiare chi e’ stato coerente e serio. Credo sia una riflessione da tenere a mente per futura memoria” le parole del numero uno del Coni.

Adesso tocchera’ alle due citta’ candidate, con il Cio, mettersi d’accordo su chi organizzera’ nel 2024 e chi nel 2028.

Settantamila anime in silenzio. Per sessanta secondi. Un respiro profondo, intenso e sentito. Tutto lo Stade de France si è unito per ricordare le vittime inglesi del terrorismo. Francia – Inghilterra era l’amichevole di lusso.
Più che amichevole, una serie di gesti di fratellanza per ribadire unione e testa altra contro il terrorismo che a Manchester e a Londra ha lasciato sangue e morti: trenta persone uccise, tanti feriti.

La Francia, che ha sua volta ha pianto per i propri cari, ha aperto le braccia e accolto gli inglesi. Emozioni e brividi continui prima dell’inizio del match: l’inno “God save the Queen” cantato all’unisono, proprio come “Don’t look back in anger”, pezzo icona degli Oasis, scritto da Noel Gallagher e lanciato come singolo nel 1996 e tratto dall’album, dell’anno prima, (What’s the Story) Morning Glory?

E’ con la musica che si risponde all’ignobile terrore. Tutti insieme: è uno scambio reciproco di affetto e omaggi proprio come aveva fatto due anni fa l’Inghilterra dopo gli attacchi del 13 novembre. Gesti spontanei e genuini come quelli visti tra tifosi del Borussia Dortmund e Monaco dopo l’attacco al pullman della squadra tedesca.

Contro ogni paura, non solo nello stadio, ma anche nelle ore precedenti: ecco alcuni tifosi inglesi in giro per le strade di Parigi cantare ancora un brano degli Oasis, questa volta “Wonderwall”:

Le doverose misure di sicurezza, tiratori scelti e reparti speciali non hanno frenato l’entusiasmo per una partita bella da vedere e tifare. Hanno vinto i Blues per 3-2, nonostante l’inferiorità numerica per espulsione di Varane. Ritmi frenetici e tanta voglia di fare con Mbappé e Dembélé da un lato e con Kane, autore di una doppietta, dall’altro. E’ proprio il centravanti del Tottenham ad aprire i giochi al 9’, poi pari di Umtiti al 22’ e raddoppio francese con Sidibé al minuto 43. Nella ripresa Kane trasforma dal dischetto al 48’. Ma i ragazzi di Deschamps non demordono e al 78’ mettono la freccia per il definito sorpasso con la rete di Dembélé.

Sul campo abbiamo visto il talento dei calciatori del prossimo futuro; sugli spalti si guarda avanti e non indietro (con rabbia) come suggerisce proprio il brano degli Oasis. Perché c’è bisogno di coraggio, di guardarsi dentro e di diventare grandi. Con un sorriso e con un inno alla vita.

 

Lui c’ha provato con forza e tenacia a non mollare. A riprendersi in mano il rugby, la sua vita, ricucendo le ferite e ricostruendosi una carriera, nonostante il parere negativo dei medici.
E’ tornato ad allenarsi a levarsi dalla testa quell’orribile incubo in cui è piombato una sera di novembre nel 2015. Ma alla fine Aristide Barraud si è dovuto arrendere e mollare il suo sport.

Il mediano francese d’apertura del Mogliano, club di rugby a 15 che milita in Eccellenza, il 13 novembre 2015 era a Parigi, non molto lontano il teatro Bataclan preso di mira dai terroristi che sparavo forsennatamente contro tutto e tutti.
In mezzo al caos e al sangue, anche lui fu colpito: i proiettili impazziti lo colpirono a un polmone e a un piede. Ha visto la morte in faccia, è stato tra i pochi fortunati a uscire vivo da quella strage, un mese di ospedale e poi la lenta e complessa rieducazione per tornare a giocare. Appena rientrato a casa, scrisse un messaggio di ringraziamento ai tanti sostenitori:

Giorno dopo giorno sto riprendendo il controllo della mia vita. Ho scoperto tutti i vostri messaggi di sostegno e d’amicizia. Vi devo la mia guarigione veloce, il vostro sostegno mi ha portato molto dal primo giorno. Secondo i dottori, devo la mia vita alla mia forza mentale e alla mia condizione fisica. Secondo me, la devo alla forza di mia sorella e dei miei amici che sono riusciti a tenermi sveglio

 

Da allora Barraud si è sottoposto a diverse operazioni, si è allenato, ha rivisto il campo solo per qualche corsa. A piccoli, ma decisivi passi, sembrava potesse ritornare al rugby giocato.
In realtà, qualche mese fa, ha capito che il suo fisico stava pian piano cedendo. Una decisione sofferta, amara, ma che non manca di speranza e voglia di vivere. Ancora.

 

Poche sere fa, mentre insieme ai compagni stava cucinando una delle usuali grigliate, ha espresso il desiderio di poter dire le stesse cose a tutti, una sola volta, raccontare la verità e poi lasciarsi tutto alle spalle per andare finalmente avanti. Nell’ultima partita dei suoi compagni davanti al pubblico di casa, ha battuto il calcio d’inizio salutando il pubblico modo suo.
In una lunga e commovente lettera sul sito della società, Aristide annuncia il suo ritiro, spiegando le difficoltà e i rischi degli ultimi mesi. Qui, riportiamo solo una parte:

Da tre mesi ho visto il mio corpo non accettare più lo sforzo fisico e inviarmi segnali negativi, troppi. Ho 28 anni, il mio corpo è a dir poco distrutto. Due mesi fa mi hanno diagnosticato ulteriori problemi causati dalle cure effettuate per tenermi in vita. Con tutti gli altri danni fisici subiti, non sono cose che posso trascurare ed ho iniziato ad aver paura per la mia vita. Tornando a giocare rischio oggettivamente la morte, e morire in campo, davanti ai miei amici e a chi mi vuole bene non mi sembra assolutamente una buona idea. Volevo arrivare fino in fondo, raggiungere l’obiettivo che pensavo fosse tornare quello di prima, ma evidentemente non mi ero reso conto di quanto fosse realisticamente impossibile. Ho lottato con tutte le mie forze e sono vivo, spaccato, distrutto, ma ancora in piedi ben saldo sulle mie gambe. Il rugby mi ha salvato la vita, l’idea di tornare a giocare mi ha salvato la vita. Mi ha tenuto lontano anche dall’incubo della follia. Però adesso devo ascoltare quello che il mio corpo mi sta dicendo da tempo, sono arrivato al limite e non intendo più oltrepassarlo. Tornerò, perché questo sport è la mia vita, ma lo farò quando starò davvero bene e potrò dare il meglio di me stesso per gli altri. Penso che un domani potrò essere utile a quelli che rappresenteranno il futuro di questo sport. Amo il rugby e amo la gente che lo vive con passione. L’Italia mi ha dato tantissimo e un giorno vorrei poter restituire quello che ho ricevuto. Ciao a tutti

Giovanni Sgobba

Ha iniziato a giocare con una palla ovale a sei anni quando era un bambino e oggi, con oltre 120 presenze in Nazionale, non ha intenzione di smettere. Si tratta di Sergio Parisse, 33enne rugbista italiano nato in Argentina a La Plata da genitori abruzzesi residenti in Sudamerica per lavoro. Suo padre, Sergio senior, era già stato giocatore di rugby a L’Aquila. Rientrato in Italia in età adolescenziale, si è immerso appieno nel rugby per poi mai staccarsene sino a diventare una bandiera e storico capitano dell’Italrugby.

Leader indiscusso della Nazionale italiana, oltre che del club in cui milita lo Stade Français Paris, il capitano copre il ruolo di terza linea centro come il più classico dei numeri 8.
Parisse è nella capitale francese da dodici anni e ha avuto modo di vincere due campionati, uno nella stagione 2005/06 e l’altro nel 2014/15 ricevendo anche il riconoscimento di miglior giocatore del torneo.

Storica è stata la notizia di qualche settimana fa di un dietro front che ha riguardato proprio la società francese. Per molto tempo si è parlato di una fusione tra il club Stade Français e l’altra squadra parigina e rivale, il Racing 92. La notizia aveva scaturito mugugni soprattutto tra i tifosi, infatti la rivalità tra le due squadre è molto forte, paragonabile ai derby italiani Roma – Lazio e Milan – Inter.
Una vera e propria rivoluzione che per giorni ha reso teso il clima a Parigi e nelle due squadre che insieme contano quasi 90 giocatori. Infatti il progetto societario prevedeva un taglio del 50% dei giocatori facenti parte delle due rose. Taglio che però non avrebbe coinvolto direttamente Sergio Parisse così come non avrebbe interessato Dan Carter, il rugbista neozelandese del Racing 92 nonché il più pagato al mondo. A farne le spese sarebbero stati molti compagni di squadra del capitano azzurro.
Proprio per questo motivo l’intera rosa dello Stade Français, guidata proprio da Parisse, aveva pensato di proclamare un vero e proprio sciopero, interrompendo gli allenamenti e minacciando anche di non scendere in campo per il match di campionato.
Tuttavia attraverso un comunicato ufficiale, il presidente del Racing 92, Jacky Lorenzetti, ha ufficializzato che la fusione non si è fatta più, per la gioia dei tantissimi supporters e dei giocatori.

Aldilà degli aspetti prettamente sportivi, dopo tante stagioni a Parigi, Sergio Parisse è quasi francese d’adozione anche se il suo cuore batte solamente per l’Italia. Negli ultimi anni, proprio il capitano è stato il simbolo di un’Italrugby che ha cambiato look e che si è affacciata a palcoscenici internazionali con una gran voglia di farsi notare.

Il leader della Nazionale vive con la sua famiglia nella capitale transalpina, il tempo libero lo dedica alla sua famiglia e al relax. Piace accompagnare sua figlia a scuola o al parco, ma adora anche dormire, soprattutto le sera dopo un duro match.
Prima del riposo a letto però, Sergio Parisse, a fine gara negli spogliatoi cerca di alleviare la fatica gustandosi una buona birra con i suoi compagni con tanto di selfie. Ovviamente la birra la si gusta meglio dopo una vittoria.

 

A quasi 34 anni è ancora punto di riferimento del suo club e della Nazionale. Il sacrificio, la pazienza  e la costanza hanno fatto sì che diventasse uno dei giocatori più forti della storia dell’Italrugby. Il suo sogno è vincere qualcosa proprio con la maglia azzurra, provando a fare meglio nella prossima Coppa del Mondo in Giappone nel 2019.

Più fattibile è la situazione con il suo club, seppure in questa stagione lo Stade Français non stia brillando. Parisse spera che il prossimo anno si possa ripuntare alla vittoria del campionato magari con un suo “drop”, colpo di rara bellezza ma che il capitano ha già saputo realizzare molto tempo fa.

Dario Sette

C’è chi la chiama “Regina delle classiche” per la sua importanza acquisita nei decenni; chi “Corsa di Pasqua” per il periodo in cui si svolge, solitamente nella prima metà di aprile e talvolta coincide proprio con la domenica pasquale; per altri è detta “Inferno del Nord” per le durezze del tracciato, parte sul pavé.
E’ la Parigi-Roubaix, una delle più importanti gare di ciclismo al mondo. La 115esima edizione si è corsa il 9 aprile per un totale di 257 chilometri e l’ha vinta il belga Greg Van Avermaet.
Ma tra gli eroi di questa edizione non c’è solo il vincitore o chi, stremato è arrivato al traguardo: a partire, infatti, erano stati in 199, ma all’arrivo sono arrivati in 100. Alcuni corridori sono arrivati oltre tempo limite di mezz’ora e quindi squalificati, altri ancora si sono ritirati. Tra stanchezza, ferite, cadute e….chi ha sbagliato strada.

L’italiano Andrea Guardini è il velocista che corre per la UAE Team Emirates. Ha 27 anni, è professionista dal 2011 e, durante la Parigi-Roubaix, si è ritrovato a pedalare in autostrada.
Il ciclista voleva ritirarsi, solitamente si aspetta la propria ammiraglia per caricare la bici e ufficializzare il ritiro. Solo che quando è arrivata, evidentemente perché piena, gli è stato detto di togliersi il numerino e uscire dal tracciato, cercando di arrivare al traguardo seguendo un altro percorso.

Eh, ma quale percorso?
Qui il racconto diventa esilarante: Guardini dovrebbe aver seguito le indicazioni stradali per Roubaix, ma non conoscendo la zona, e probabilmente pure il francese, si è ritrovato in una strada a scorrimento veloce, sulla quale tra l’altro le bici non possono accedere.
Così per molti automobilisti dev’esser stato buffo vedere un corridore, in chiara tenuta sportiva, sfrecciare accanto. C’è anche un video dell’avvistamento:

Qualcun altro ha, invece, chiamato la Gendarmerie (la polizia francese) che effettivamente ha fermato il Guardini e l’ha portato in caserma (nessun arresto, sia ben chiaro!).
E mentre girano foto ironiche su Facebook, tramite la pagina del suoi fan, arriva il racconto dettagliato della sua disavventura:

Sembra che, ormai già sera, il massaggiatore della squadra sia andato a prendere il ciclista italiano che ha omaggiato i poliziotti francesi con la sua maglia e borraccia.

 

Giovanni Sgobba

Greg Van Avermaet (Bmc) ha vinto la 115/a Parigi-Roubaix, la classica del nord disputata su un tracciato lungo 257 chilometri, con partenza da Compiègne e arrivo sulla pista del velodromo André Pétrieux, a Roubaix. Per il belga, olimpionico su strada a Rio, si tratta del primo successo nella classica monumento francese.

Quinto l’Italiano Gianni Moscon (Team Sky). Il belga Van Avermaet ha battuto allo sprint quattro corridori, compreso il trentino Moscon, Alle spalle del vincitore si sono piazzati il ceco Zdenek Stybar (Quickstep-Floors), secondo; l’olandese Sebastian Langeveld (Cannondale-Drapac), terzo; il belga Jasper Stuyven (Trek-Segafredo), quarto. Poi, l’italiano Gianni Moscon che, a un certo punto, ha pure provato a fare lo sprint, ma è stato superato a tutta dal vincitore, piazzandosi al quinto posto.

Van Avermaet

“Da tempo andavo a caccia della vittoria in questa corsa, pensavo che la ‘Roubaix’ fosse una sfida impossibile da vincere per me. Francamente pensavo peggio, invece sono riuscito a impormi. Non è stato facile solo perché, a un certo punto, nei pressi della foresta di Aremberg, sono stato costretto a scendere dalla bici e a cambiarla. Ho inseguito e, alla fine, sono riuscito a prendere in mano la corsa”.

La gara è entrata nel vivo a un centinaio di km dal traguardo, molto prima della foresta di Arenberg. Van Avermaet ha temuto il peggio, cadendo, e la Quickstep-Floors di Tom Boonen ha provato l’allungo. Il 36enne belga ha provato e riprovato a staccare tutti, ma non c’è stato nulla da fare. Il quattro volte vincitore della classica monumento delle pietre cercava la cinquina, per chiudere proprio ieri una carriera inimitabile.

Parigi – Roubaix: ventinove settori di pavé, per un totale di 55 chilometri. I più lunghi, Quiévy to Saint-Python e Hornaing to Wandignies, di 3,7 chilometri, rispettivamente dopo 100 chilometri dal via e 174, quando ne mancheranno ancora 80 all’arrivo. Duecentocinquantasei chilometri di freddo, fango, vento, polvere… Arenberg, Carrefour de l’Arbre e Mons-en-Pévèle.

Là dove non arriva il clima ancora rigido di questo spicchio di Francia arrivano le pietre, sconnesse, appuntite, irsute e infide. Singoli monumenti che insieme compongono un mosaico più complesso e affascinante: la Parigi Roubaix. Monumento essa stessa alla essenza umana, in bilico tra fatica e fortuna. Non sarà facile, non è mai facile, per nessuno, che si chiami Peter Sagan o Greg Van Avermaet, Tom Boonen o l’ultimo dei gregari.

(AP Photo/Michel Spingler)

Domenica si corre la 115 edizione di una corsa che si ama o si odia. Per Hinault una follia, per il Ballero un paradiso, per i tanti spettatori che ogni anni la seguono in diretta televisiva uno spettacolo da non perdere, per quanti si affollano lungo il percorso un’esperienza indimenticabile.

Una corsa che ha visto un italiano vincitore 13 volte: da Garin, ancora italiano quando la vinse per due anni, agli albori, a Francesco Moser, autore di un fantastico tris. Eppoi i fratelli Coppi, Bevilacqua, Gimondi, i due successi di Ballerini, e Andrea Tafi, ultimo azzurro a conquistarla. Era il 1999, da allora, per noi, poco altro. Qualche podio con Alessandro Ballan, Dario Pieri e Pippo Pozzato, secondo nel 2009 alle spalle di Tom Boonen.

Diretta RAI dalle ore 10,30 su RAISport e dalle ore 15,05 su RAI3.