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È sicuramente la stella dell’Olanda Lieke Martens che scenderà in campo contro il Camerun per il secondo match del gruppo E.

La 27enne in forza al Barcellona, durante la partita d’esordio, ha mostrato ancora una volta le sue doti e la sua grande tecnica personale e a farne le spese è stata la difesa neozelandese, in particolare Catherine Bott.

La neozelandese Bott non ci ha capito molto

Sì perché gli amanti del calcio non possono aver tralasciato la giocata della campionessa olandese nel primo minuto di gara, un gesto che ha ricordato il grande Johan Cruijff. Un dribbling alla Cruijff, come quello che il Profeta del gol realizzò al Mondiale 1974 in un Olanda – Svezia. In quel caso “a farne le spese” fu il difensore scandinavo Jan Olsson.

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Il dribbling di Cruijff contro la Svezia nel 1974

Da un olandese a un’olandese, dunque, perché la numero 11 Martens ha dei colpi da genio proprio come il numero 14 più famoso della storia del calcio.

Proprio come Cruijff, la Martens è una giocatrice unica, capace di ispirare la prossima generazione di talenti dei Paesi Bassi. L’attaccante vuole fare bene in questo Mondiale al fine di provare a bissare il successo europeo ottenuto con le Orange nel 2017.

Con questa danza su tacchetti, Johan Cruijff ha ammaliato il titano Crono, governatore del Tempo, colui che ha regnato nell’Età dell’Oro, narrata da Esiodo e che ha accolto Cruijff non nella stirpe umana mortale, ma più su, tra gli dei immortali. Con questa giocata di poco meno di due secondi, l’olandese è volato fin lassù, nel mondo dell’eterno: nella vita che sfugge e corre, che dimentica ciò che abbiamo fatto ieri, questo frame è riuscito a rimanere bello, cristallizzato e atemporale per generazioni e generazioni.

Con lo scorrere degli anni via via è sfumato il contorno: che partita è? In quale stadio siamo? Com’è finita l’azione?

L’immortalità è qui, in una giocata semplice, di quelle che si imparano sin da bambino per fregare l’amichetto. Immortale sarà lui, il 14 arancione e il nostro dilemma sulla corretta pronuncia dell’olandese: sarà Cruiff, Craiff o Cröiff?! Fermatevi e riflettere: quali due secondi della vostra vita scegliereste per essere eterni?

Ora è lui che regna nell’Età dell’Oro del calcio. Hendrik Johannes “Johan” Cruijff

(La “Cruyff turn” si è vista per la prima volta nel Mondiale del 1974, il 19 giugno nel match tra Olanda e Svezia)

C’è una citazione del Profeta del gol tirata in ballo dai più dopo la qualificazione dell’Ajax in casa della Juventus. Johan Crujiff, in una delle sue celebri massime, diceva: “Perché non si potrebbe battere un club più ricco? Non ho mai visto un sacco di soldi segnare un gol”. Una provocazione per esaltare il valore del collettivo, del lavoro, del sacrificio. Ma una provocazione. Perché le grandi squadre alla fine vincenti sono sempre, chi più chi meno, quelle con un fatturato più alto. L’anomalia di questo Ajax, un manipolo di futuri campioni ma senza una stella di riferimento, possiamo oggi catalogarla ancora come eccezione.


Basta prendere le ultime vincitrici delle Champions League dal 2008 a oggi: Manchester United, Barcellona, Inter, Bayern Monaco, Real Madrid. Ovvero le squadre che primeggiano nella classifica per fatturato nel 2017/2018 stilata, come ogni anno, da Deloitte Football Money League. Nelle prime dieci posizioni troviamo: Real Madrid, Barcellona, Manchester United, Bayern Monaco, Manchester City, Paris Saint Germain, Liverpool, Chelsea, Arsenal, Tottenham. La Juve è fuori dalle prime 10, collocandosi all’undicesimo posto. Poi Borussia Dortmund, Atletico Madrid, Inter e Roma. Ciò significa che, al netto della meteora Inter nel 2010, solo l’Atletico negli ultimi anni è riuscito a scardinare questo sistema pur non riuscendo a vincere la Coppa.


Quindi le idee contano, così come il sacrificio, il lavoro, il metodo di gioco. Ma senza budget non vai da nessuna parte. Lo stesso Ajax è al 27mo posto nella classifica Deloitte. E se andrà ancora avanti, magari fino alla finale e alla Coppa, sarà una meravigliosa eccezione che rischia di trasformarsi in meteora se dovesse smantellare la squadra. Allo stesso modo i soli soldi non vanno da nessuna parte. Citofonare, per esempio, lo sceicco Nasser Al-Khelaïfi patron del Psg che da anni non riesce ad andare oltre i quarti. O anche lo stesso Manchester City atteso da una rimonta col Tottenham e poi chissà. I soldi da soli non fanno una Champions, ma aiutano a vincerla.

È stato un allenatore innovatore, uno di quelli che ha insegnato il calcio moderno, quello fatto di tocchi veloci e tecnica, già nel 1970.

All’età di 83 anni si è spento l’ex calciatore e tecnico, Gigi Radice, dopo una lunga lotta contro l’Alzheimer. Un grande intenditore di calcio e un grande uomo, è stato l’ultimo allenatore a portare uno scudetto a Torino, sponda granata, nel campionato 1975-76. Un ricordo indelebile dato che è stato il primo (e finora unico) tricolore conquistato dopo la tragedia di Superga.

In campo lo chiamavano il “Tedesco” perché era molto preciso nelle attività che faceva. Un aneddoto che sottolinea la rigorosità nel suo lavoro è sicuramente quella legata all’ultima partita della stagione 1976 tra Torino – Cesena. Risultato finale 1-1 e scudetto al Toro, complice anche la sconfitta dei cugini bianconeri. Gigi Radice va a centrocampo per chiedere giustificazioni dal difensore Mozzini per il gol subito e per il mancato record di vittorie consecutive casalinghe.

Cresce come terzino nella scuola Milan. Con i rossoneri vince tre scudetti e un Coppa dei campioni, prima del prematuro ritiro a causa di un grave infortunio al ginocchio.

Diventa allenatore del Monza a soli 31 anni, ma gli e anni e i ricordi più belli sono quelli a Torino. Radici guida i granata per 5 anni. Alla sua prima stagione centra subito uno storico scudetto. Un calcio moderno che aveva saputo apprezzare ammirando il primo Ajax targato Johan Cruijff: marcatura a zona, pressing in ogni parte del campo e passaggi veloci.

Era il Torino del futuro campione del mondo, Ciccio Graziani, il quale non ha avuto altro che parole d’elogio per il suo ex tecnico

Grazie ai suoi consigli sono cresciuto tecnicamente e caratterialmente. Radice ha inciso moltissimo sulla mia carriera e grazie a lui il Torino tornò a vincere lo scudetto dopo la tragedia di Superga. C’è tanto di lui in  quella grande impresa.

Dopo la vittoria del 1975/76 arrivano altri ottimi piazzamenti. Nella stagione successiva la squadra di Radici giunge all’ultima giornata appaiata alla Juve di Trapattoni (suo ex compagno al Milan): i bianconeri chiudono con 51 punti e i granata secondi a 50. Il Toro fa bene pure nel ’78: terzo. L’anno dopo c’è un quinto posto che vale comunque l’Europa e nel 1980 i granata giungono terzi, con Radice che però lascia la panchina a Rabitti.

Ha poi girato tante altre piazze importanti come Roma, Milano (sia Inter che Milan), Bologna (riuscì in uan storica salvezza partendo con 5 punti di penalizzazione), Bari, di nuovo Torino prima di chiudere a Monza dove tutto era cominciato.

Con il Toro per poco non conquista il titolo del 1985, soffiato solamente dal Verona dei miracoli del suo e compagno Bagnoli.

Gli allenatori attuali elogiano il suo lavoro fatto in campo e la rivoluzione calcistica applicata molti anni prima di Arrigo Sacchi. Il calcio italiano piange una vera icona.

Sembra Holly e Benji, ma è accaduto davvero in Champions League. Marcelo Brozovic, nel secondo tempo di Barcellona Inter, ha escogitato qualcosa di geniale per fermare la punizione blaugrana. Non c’era Messi, infortunato nella gara di Liga con il Siviglia, ma il pericolo era comunque grosso. Sulla palla il pistolero Luis Suarez, che calciato la palla rasoterra. Il centrocampista croato, posizionato dietro la barriera, si è lanciato in scivolata nello stesso momento del tiro. Il pallone è stato intercettato proprio dalla schiena di Brozovic, sventando così un’occasione per i padroni di casa. Poco male per la squadra di Valverde, che ha poi raddoppiato con Jordi Alba chiudendo il match 2-0.

 

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Ecco a voi la mossa del coccodrillo 🐊 #epicbrozo 🤔

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Il gesto dell’interista, diventato subito virale, resta comunque pittoresco anche se ha avuto nella storia i suoi emuli. Ecco i casi più particolari.

Il rigore di seconda – Sempre al Camp Nou, il 14 febbraio 2016, Messi e Suarez hanno sperimentato con successo il rigore di seconda contro il Celta Vigo. Questo tipo di gesto non è vietato dal regolamento ma resta comunque rischioso se non calciato bene.

Il precedente più famoso è Ajax Helmond Sport del 1982. Il penalty è passato alla storia perché si è trattato di un vero proprio triangolo tra Johan Cruyff e Jesper Olsen.

Attenzione perché la scelta di battere in questo modo un calcio di rigore può anche essere eseguito male. Chiedere a Pires e a Henry. Durante Arsenal Manchester City del 2005 il duo dei Gunners fu protagonista di una scena comica che non fece onore al loro talento.

Lo scorpione Higuita – La prodezza più curiosa su un campo di calcio è probabilmente la mossa dello scorpione del portiere colombiano. René Higuita, che in carriera realizzò anche 45 gol, preferiva parare con i piedi piuttosto con le mani. Ma il suo modo di intercettare i palloni era assolutamente fuori dal comune.

Cuauhtémoc Blanco – Stringere il pallone tra i piedi, saltare e lasciare al palo gli avversari. La trovata bizzarra era del messicano Blanco che brevettò la cosiddetta cuauhtemiña.

La buca di Maspero – 14 ottobre 2001, stadio Delle Alpi di Torino, derby tra Juventus e granata. Bianconeri avanti 3-0 nel primo tempo, prima di subire la clamorosa rimonta del Toro fino al 3-3. All’89’ la Juve ha la possibilità di vincere la partita con un rigore. Prima della battuta di Salas, Maspero si avvicina al dischetto e inizia a scavare una piccola buca. Il cileno non si accorge di niente e, forse anche a causa di quella zolla, calcia alto il rigore della possibile vittoria.

I calci piazzati del Catania – Le punizioni e i calci da fermo del Catania di Walter Zenga (2008-2009) sono diventati un must della categoria “stranezze del calcio”. Tutto merito di Gianni Vio, assistente del tecnico, pioniere della cosiddetta “confusione organizzata”. Secondo Vio, solo su calcio d’angolo, esistono 4830 soluzioni. Una delle varianti prevede anche il pantaloncino abbassato per distrarre il portiere.

 

Con le partite di Champions League tornano i match anche storici e nostalgici, per chi ha vissuto altre battaglie passate e altri trionfi indimenticabili.

Questa sera tra le partite più storicamente nostalgiche c’è Ajax – Benfica. Entrambe in passato anno vissuto anni gloriosi con campioni e fuoriclasse da far invidia alle altre squadre.

Se pensiamo alla squadra olandese non possiamo far riferimento al grande Johan Cruijff, il fuoriclasse che ha guidato la squadra di Amsterdam e poi il Barcellona sia da giocatore che da allenatore.

Se invece ci focalizziamo al Benfica, un riferimento più che obbligatorio bisogna farlo alla Pantera nera, Eusébio. Un centravanti completo che ha realizzato una caterva di gol con la maglia delle aquile.

Beh allora per fare un degno tuffo nel passato, dobbiamo andare a ritroso nella stagione di Coppa dei Campioni 1968/69. In quell’annata i due campioni si sfidarono per bene tre volte nei quarti di finale della competizione europea: andata, ritorno e spareggio.

Una gioia per gli appassionati di calcio che vedevano in campo due dei calciatori più forti e tecnici del mondo.

ANDATA: AJAX – BENFICA 12/02/1969

Il primo capitolo di quei quarti di finale fu giocato all’Olympisch Stadion di Amsterdam davanti a oltre 55mila spettatori. In maniera inaspettata fu la squadra portoghese a stravincere il match con un secco 1-3. Nei quattro gol segnati, però, nessuna marcatura dei due fenomeni in campo. Per i portoghesi segnarono Jacinto (su rigore), José Torres e José Augusto; il gol della speranza olandese in vista del ritorno fu realizzato dall’attaccante svedese Inge Danielsson.

RITORNO: BENFICA – AJAX 19/02/1969

Per il ritorno a Lisbona, al Benfica bastava contenere gli olandesi grazie al buon risultato ottenuto ad Amsterdam. Le cose però non andarono bene per i rossi.
Una prima mezz’ora da incubo per Eusébio e compagni regala tre gioie ai lancieri. Apre le danze ancora Danielsson, prima della bellissima doppietta del Profeta del Gol, Cruijff.
Un vero e proprio shock per i lusitani che solamente grazie a un gol di José Torres al 70esimo hanno avuto la forza di riacciuffare il match per giocarsi il passaggio del turno in un sorprendente spareggio.

SPAREGGIO: AJAX – BENFICA 05/03/1969

Il match fu disputato il 5 marzo 1969 sul campo neutro dello stadio olimpico Yves du Manoir a Colombes, periferia occidentale di Parigi. Partita sentita da entrambe le formazioni con un po’ di paura per evitare errori un po’ di attesa avversaria. I novanta minuti volano con pochi sussulti da parte di entrambe le squadre.

Si va ai supplementari e i lancieri olandesi si svegliano grazie al sussulto del suo fenomeno. Johan Cruijff con un bel tiro beffa il portiere portoghese José Henrique e porta i biancorossi sull’1-0.
Pochi minuti più tardi è Danielsson a salire in cattedra con una bella doppietta. Il primo gol al minuto 104 dopo un’uscita maldestra del portiere Henrique e poi con un bolide dagli undici metri che non lascia scampo alla retroguardia lusitana.

A passare è l’Ajax che più tardi si giocherà la finale contro il Milan di Rivera e Pierino Prati, che trionfò con un secco 4-1 a Madrid.

Johann Cruijff e Franz Beckenbauer, e già così viene a mancare il fiato. Uno dinanzi all’altro si scambiano stretta di mano e gagliardetti. Attorno l’aria è calda e sospesa. Sul prato e sugli spalti dell’Olympiastadion c’è adrenalina e tensione. Settantacinquemila spettatori. Monaco di Baviera, Germania Ovest, 7 luglio 1974, ore 16.00, è la finale dei Mondiali di calcio tra i padroni di casa della Germania e l’Olanda del totaalvoetbal, del calcio totale.

Un calcio che si sta trasformando, con costanza e progressione. Non è solo questione di tattica e di moduli. Attenzione mediatica, immagine, sponsor. Giocatori che adesso hanno una seconda “utilità” e, anche se è uno schiaffo ai puristi nostalgici un po’ annebbiati, anche e già 40 anni fa, le maggiori aziende sportive avevano capito che attraverso lo sport, attraverso il calcio si poteva spiccare il volo.

E a pensar bene il ragazzotto dell’Ajax e dell’Olanda, idolo di una generazione perdente, ma dagli occhi innamorati, si calò perfettamente nel ruolo di icona moderna. Fu lui lo spartiacque con il calcio moderno. Unico perché riuscirà nei decenni a preservare e conservare un’aurea mitologica e di purezza, nonostante sotto sotto aveva dei precisi “impegni” contrattuali.
Il suo numero 14, dal club alla Nazionale, ce lo ricordiamo tutti: Cruijff si legò al numero di maglia, il primo a uscire con “prepotenza” dagli schemi consolidati e vetusti dell’uno all’undici. Il Barcellona, più rigido, invece gli impose la numerazione classica: lui accettò il 9, ma sotto la camiseta blaugrana, indossava sempre una maglia con il suo numero.

Elegante, dannatamente elegante, capace di sfidare Crono nella lotta contro l’eternità, lui “il Profeta del gol” divenne uomo immagine. Nel 1971, quando la rivista francese France Football gli consegnò il Pallone d’oro superando Mazzola e Best (ne vinse altre due nel ’73-’74), Johan si presentò alla cerimonia per ritirare il premio indossando un abito firmato Puma e con il logo in bella vista.

Ed era testimonial dell’azienda tedesca anche durante i sopracitati Mondiali in Germania Ovest. E arriviamo alla finale, arriviamo alla foto della stretta di mano tra l’olandese dal ciuffo ammaliante e il Kaiser. Olanda e Germania Ovest, entrambe sponsorizzate dall’Adidas che si sfregava le mani per il risalto mediatico internazionale. Ma non ci vuole un esperto della Settimana enigmistica per accorgersi di una clamorosa differenza: la maglia del capitano olandese aveva una striscia nera in meno rispetto alle canoniche tre, marchio inconfondibile dell’Adidas.

Il luccicante arancione, poi, di certo non aiutò. Macchiato da una lunga e annosa faida familiare poi divenuta imprenditoriale: una guerra intestina tra i fratelli Adolf e Rudi Dassler, uno padre dell’Adidas l’altro della Puma, e che hanno spaccato in due Herzogenaurach, paesino tedesco che ha visto nascere due dei brand più potenti nel settore sportivo. La faida, nella finale del 1974, si sposta su Cruijff, simbolo attrattivo della kermesse iridata e così via la terza strisce sulla sua maglia. Scucita. Il 14 olandese è un uomo della Puma, non si tocca.

Del resto i due marchi avevano già scelto una linea ben precisa: l’Adidas puntava sulle partnership con Nazionali candidate al successo, la Puma puntava ai piedi dei calciatori. Quattro anni prima ci fu un altro scontro: oggetto da contendere era Pelé e chi altro se non lui.
Poco prima dei Mondiali del 1970 in Messico, Horst e Armin, i figli successori di Adolf e Rudolf, stipularono un patto di non belligeranza con il quale ci si impegnava vicendevolmente nel non offrire un contratto di sponsorizzazione a “O Rey”. Come andò a finire? Beh giudicate voi…

Il gruppo 3 delle qualificazioni europee al Mondiale del ’74, quello con Olanda, Belgio, Norvegia e Islanda, è alle battute finali. In Germania Ovest a contendersi il titolo ci andrà solo la prima e la striscia di vittorie ottenute in Coppa dei Campioni da Feyenoord e Ajax fanno dei tulipani i legittimi favoriti, anche se è il Belgio a essere testa di serie. Del resto i diavoli rossi hanno partecipato alla fase finale dell’ultima Coppa Rimet, in Messico nel 1970, e nel giugno del 1972 sono arrivati terzi agli Europei, mentre gli olandesi si sono qualificati per l’ultima volta nel 1938.

Le due scandinave, Norvegia e Islanda, sono state quasi delle comparse, ma hanno avuto il loro peso. Da questa edizione della rassegna iridata, infatti, la FIFA ha inserito la differenza reti come discriminante in caso di arrivo a pari merito alla fine del girone di qualificazione. Così, visto che ad Anversa il 19 novembre 1972 Belgio e Olanda è finita 0-0, gli orange arrivano alla partita decisiva in programma ad Amsterdam il 18 novembre 1973 con un doppio vantaggio: il fattore campo e il +22 nel bilancio tra gol fatti e gol subiti frutto soprattutto di un rotondo 9-0 sulla Norvegia e di una vittoria 1-8 in Islanda… o meglio nel ritorno contro gli islandesi giocato anch’esso in Olanda. Il Belgio è solo a +12 e, quindi, per andar al Mondiale ha bisogno di vincere in trasferta.Sulla panchina belga siede il poco più che cinquantenne Raymond Goethals, che col tempo acquisterà la fama di “santone” in virtù della grande preparazione tattica e dei risultati ottenuti dalle sue squadre sul campo (vedi Coppa dei Campioni vinta con l’Olympique Marsiglia nel 1993). Intanto, ad Amsterdam, schiera i suoi molto arroccati dietro, pur avendo necessità di battere gli avversari per qualificarsi e lascia il pallino del gioco ai padroni di casa, sulla cui panchina siede il cecoslovacco František Fadrhonc e non ancora Rinus Michels, che subentrerà solo nel 1974.

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