Tag

canada

Browsing

Stavolta non è bastato Sebastian Giovinco a guidare i Toronto Fc. I canadesi infatti, nella gara d’andata della finale di Concacaf (la Champions League americana), sono stati sconfitti dal Chivas Guadalajara guidati dall’ex conoscenza del calcio italiano, Matias Almeyda.

La squadra di Giovinco è stata battuta in casa alloa BMFO Bield per 2-1. Per i Reds una partita comunque positiva in cui la Formica Atomica anche se non ha timbrato il cartellino ha certo fatto vedere sprazzi del suo talento.

Il numero 10 è andato più volte vicino al gol con una delle sue perle: una punizione al 31’ terminata poco fuori. È invece andata in rete la pennellata di Pulido. The Atomic Ant poi ha dispensato lezioni di calcio. Come quando al 43’ ha ricevuto palla da Altidore e con un tacco prodigioso ha messo l’attaccante di fronte al portiere. L’americano ha poi sbagliato disperatamente.

Il risultato mette comunque alle strette la squadra di Giovinco che al ritorno sarà costretta vincere con due gol di scarto se vogliono coronare il sogno di vincere la Concacaf.

Toronto ha eliminato nei quarti il Tigres, quarta in Messico; nelle semifinali il Club America, terzo, mentre il Chivas, allenato dall’ex laziale (ma anche Inter, Parma e Brescia) Matias Almeyda, una delle due società mai retrocessa, è nei bassifondi della classifica.
La Champions League americana da quando nel 2008 è stata cambaita, è dominata da squadre messicane. Infatti è stata vinta per 9 volte da team della Liga MX e altre sette finaliste. Solo il Real Salt Lake City (nel 2010/11) e il Montreal Impact (nel 2014/15) avevano spezzato il dominio, senza però riuscire ad alzare il trofeo. Nella storia di questa competizione appena due squadre Mls l’hanno vinta: il D.C. United nel 1998 e il Los Angeles Galaxy nel 2000.

Si parla della fine di un’era: il Canada, finora indiscusso protagonista dell’hockey femminile su ghiaccio, viene spodestato dal trono per lasciare il comando al team Usa, vincitore a Pyeongchang 2018.

È accaduto durante una partita ricca di colpi di scena ed emozionante fino alla fine, in cui gli Stati Uniti riescono a vincere agli shoot-out.

Ed è merito di Hilary Knight, con il suo primo punto, se l’equilibrio del match si è spezzato ed è iniziata la vera competizione tra le due squadre.  A suon di gol hanno animato la gara, conclusa poi con il punto decisivo di Jocelyne Lamoureux-Davidson, che porta il team Usa alla vittoria.

Ed è una vittoria storica inseguita da decenni, che viene festeggiata con ancora più soddisfazione perché rappresenta il primo oro olimpico degli Stati Uniti dal lontano 1998.  

Ai tempi dell’apertura dei giochi femminili di hockey a Nagano, nel 1998, infatti, sono stati gli Stati Uniti a trionfare sulla squadra canadese, che si è dovuta accontentare dell’argento. Ma da allora i tentativi di salire in vetta da parte degli americani sono stati vani e spesso troncati proprio ad un passo dalla vittoria. Il Canada, eterno rivale con la sua squadra fortissima e sempre prima, ha mantenuto il primo posto per decenni, fino ad oggi.

Pyeongchang segna la fine dell’egemonia canadese e si ritorna alle origini, con il successo americano della prima edizione a cinque cerchi che ha introdotto l’hockey femminile nel circuito olimpico. E così, si invertono nuovamente i ruoli tra i due paesi.

Adesso riusciranno gli Stati Uniti a mantenere questo nuovo e tanto atteso primato? Dopo la sfida di ieri ci aspettiamo ancora più competizione e adrenalina nelle prossime gare e di certo il Canada non resterà a guardare senza riprendersi quel posto che ormai considerava suo anche ai XXIII Giochi Olimpici in Corea del Sud.

Stesso punteggio, stesso trofeo: Germania e Canada festeggiano insieme la medaglia d’oro con un ex aequo nella gara di bob alle Olimpiadi Invernali di Pyeongchang 2018.

Il cronometro si è fermato sul tempo di 3’16″86: al termine delle quattro manche disputate dagli atleti di bob a due non c’erano dubbi sul risultato di una sfida emozionante che è stata equilibrata fino alla fine.

I protagonisti dell’impresa sono da una parte i tedeschi Francesco Friedrich e Thorsten Margis e dall’altra i canadesi Justin Kripps e Alexander Kopacz. 

 Adrenalina e spettacolo si sono alternate in questa incredibile gara che si è rivelata una delle più incerte mai viste, che ha visto non solo competere i due paesi vincitori ma anche la coppia della Lettonia formata da Oskars Melbardis-Janis Strenga, che si qualificano poi medaglia di bronzo per soli 5 centesimi.  

Nessuna medaglia d’argento, quindi, è stata assegnata in questa gara olimpica, ma ben due medaglie d’oro per due paesi che hanno dimostrato un grande grinta e una gran voglia di vincere a qualsiasi costo.  

Ma nella storia del bob non è la prima volta che si verifica questo episodio alquanto raro e singolare. Per rivedere la stessa storia dobbiamo tornare indietro al 1998, a Nagano, quando il più alto gradino del podio ha ospitato sia i nostri atleti azzurri Gunther Huber e Antonio Tartaglia che i canadesi Pierre Lueders e David MacEachern.

Nonostante la rarità di questi ex aequo, quando il cronometro decide di fermarsi sullo stesso numero rende ancora più spettacolare l’intera gara. Come già è avvenuto anche nel 2002 a Soelden, in Austria, ma stavolta nello sci.

In quell’occasione l’evento ha destato ancora più scalpore e meraviglia perché a salire sul podio per ricevere la “pazza” medaglia d’oro non sono state due sciatrici ma tre!

Si tratta di Tina Maze, Nicole Hosp e Andrine Flemmen che hanno totalizzato tutte un tempo di 1:49.91.

E ancora a Sochi 2014 ritroviamo la Maze festeggiare un altro ex aequo con Dominique Gisin.

È chiaro quindi che qualificarsi al primo posto in concomitanza con un altro paese concorrente non è un dato impossibile, ma per quanto possa accadere raramente, è un fattore inaspettato che appassiona ed entra nella storia. Pari abilità vengono premiate con una medaglia per ciascun paese, dividendo quel posto in alto sul podio che per l’occasione diventa più stretto, ma senza per questo risultare scomodo per nessuno dei vincitori.

È stato ed è tuttora uno dei calciatori italiani più amati e che più rappresenta l’Italia all’estero. Con la vittoria del campionato prima e della coppa poi, è entrato ancor di più nel cuore di tutti i tifosi oltreoceano.

Sebastan Giovinco stavolta ce l’ha fatta. Nel remake della finale dello scorso anno contro Seattle Sounders, il Toronto FC ha vinto la Coppa Major League Soccer 2017, guidata proprio dalla Formica Atomica.

Davanti al proprio pubblico, i Reds hanno dominato il match con una prestazione super di tutta la squadra. Tuttavia per i gol c’è stato bisogno proprio del talento italiano che ha acceso la miccia, offrendo prima l’assist al gol di Jozy Altidore e poi passando il pallone decisivo per la seconda marcatura.

Una vittoria che The Atomic Ant ha sentito molto, perché dopo la delusione dello scorso anno (sconfitta ai rigori) c’era bisogno di un riscatto, e così è stato: vittoria prima della Canadian Championship 2017 e poi il Supporters’ Shield (la coppa che si porta a casa chi vince la regular season), battendo il record di punti durante la stagione regolare con 69 punti contro i 68 dei Los Angeles Galaxy nel 1998 ed eguagliando anche il numero di vittorie dei Seattle Sounders; infine la vittoria finale nei play-off della Major League Soccer, conquistando così il titolo della stagione regolare e la MLS Cup, divenendo il primo club canadese a vincere i due titoli.

Il numero 10 italiano si gode il trionfo con una città che lo ha accolto bene e che ora lo venera quasi come una divinità. Il calore dei tifosi e l’aria positiva che si respira nello spogliatoio del team canadese gli permettono di vivere appieno quest’avventura iniziata nel gennaio 2015. In una lettera di qualche settimana fa ha manifestato tutto il suo amore per la città canadese e le dichiarazioni post gara non hanno fatto che confermare il suo pensiero: quello di restare a Toronto, perché ci sono altri obiettivi da raggiungere.

Questa stagione è stata brillante per il trentenne ex Juve e Parma. Tanto si è parlato della sua esperienza in America e c’è chi sperava in una sua convocazione nell’Italia per il beffardo playoff perso contro la Svezia.

I complimenti per la vittoria sono arrivati anche dalla società bianconera via Twitter

Dario Sette

Il mondo dello sci non si è ancora ripreso dallo shock per il tragico incidente che ha coinvolto il giovane Poisson durante un allenamento. A nulla sono serviti i soccorsi tempestivi: sembra che lo sciatore sia morto sul colpo.

Incredulità e angoscia accompagnano questa triste vicenda che ha avuto l’epilogo peggiore durante l’allenamento che il giovane stava facendo sulle nevi canadesi di Nakiska. In pista, oltre Poisson, c’erano anche altri atleti di nazionalità austriaca, italiana e svizzera.

David Poisson era uno sciatore di 35 anni che si è fatto conoscere al mondo per il suo bronzo ai Mondiali di Schladming nel 2013. Si trovava in Canada per allenarsi duramente in vista della gara di Coppa del Mondo di Lake Louise prevista per la fine del mese.

Secondo una prima dinamica dell’incidente, lo sciatore francese si trovava in prossimità dell’ultima curva quando probabilmente per l’alta velocità (si parla di 100 km/H!) ha perso il controllo ed è stato balzato oltre le reti di protezione finendo nel bosco adiacente. L’impatto gli è costato la vita e quando sono giunti gli uomini del soccorso non c’era più nulla da fare.

Al momento dell’incidente erano presenti alcuni sciatori, come Beat Feuz, Patrick Küng, Mauro Caviezel, Marc Gisin e Gilles Roulin, che attualmente sono seguiti da uno psicologo perché ancora sotto shock.

La Federazione francese di sci ha provveduto, attraverso un comunicato stampa, a mandare un messaggio di cordoglio alla famiglia dello sciatore:

Devastato da questa notizia, Michel Vion, presidente, e Fabien Saguez, direttore tecnico nazionale e tutto il personale sportivo e amministrativo della Federazione, si uniscono al dolore della sua famiglia in questi tempi particolarmente difficili

Ma anche la Federazione Italiana di sci ha voluto far sentire tutto la sua solidarietà e la sua vicinanza in questo tragico momento:

Il Presidente federale, Flavio Roda, tutto il Consiglio federale, gli atleti, i tecnici e lo staff della FISI si stringono alla famiglia in lutto e sono particolarmente vicini alla Federazione francese, in questa giornata così dolorosa

Poisson: una carriera in ascesa

David Poisson era un discesista francese con tanti sogni e aspettative, soprattutto per questa Coppa del Mondo di sci alpino 2018 per il quale si stava allenando con impegno.

Nella sua carriera aveva raggiunto il suo più grande traguardo ai Mondiali di Schladming nel 2013, conquistando il terzo posto. Ma la medaglia di bronzo non è stato il suo unico successo.

Dopo appena un anno nei Giochi di Sochi ha chiuso 16° in discesa libera e 17° in SuperG. Poi a Vail 2015 è stato 14º in discesa.

Infine, nel 2015 è salito sul podio al terzo posto nella discesa libera di Santa Caterina Valfurva, insieme ad altri suoi connazionali, Theaux e Reichelt, conquistandosi gli applausi di tutti per il suo primo podio di Coppa e l’ottima prestazione in pista.

Nessuno si aspettava che la sua carriera e soprattutto la sua vita finissero così bruscamente.

La redazione di Mondiali.it si unisce al cordoglio della famiglia di David Poisson e vuole ricordarlo così, con la sua espressione sempre sorridente.

È atterrato a Toronto in una fredda giornata di febbraio nel 2015 ma, sin dai primi passi, ha capito che l’avventura in Canada sarebbe stato qualcosa di speciale. In effetti è così. Da subito Sebastian Giovinco si è ambientato in un campionato diverso da quello italiano. Un’altra cosa però ha portato via dal calcio italiano , oltre al talento: la voglia di vincere!

In una lettera commovente, il numero 10 del Toronto Fc ha voluto descrivere i suoi tre anni nella città canadese che lo ha accolto come un campione e lo venera come un divinità.

“Sono arrivato a Toronto da quasi tre anni e ci sono due cose che devo ancora vedere. Una sono le Cascate del Niagara. E ci andrò, alla fine. Ma prima, c’è qualcos’altro che voglio vedere. Che devo vedere: il Toronto FC che vince la MLS. L’anno scorso ci siamo andati abbastanza vicini, ma andarci vicino non è abbastanza. Vengo dall’Italia e lì ho giocato per la maggior parte della mia carriera. E in Italia abbiamo detto questo: è come andare a Roma e non vedere il Papa. Ora, non voglio confrontare il titolo della MLS con una visita in Vaticano o altro, ma …. Non sono venuto fin qui per non vedere Toronto vincere un campionato. Questo è tutto.

Ricordo il primo campo che ho calcato a Torino da bambino. Non c’era erba, solo sporcizia e linee di gesso che mi avrebbero polverizzato in qualsiasi momento con una caduta o una scivolata sbagliata. Su questo terreno difficile, se fossi caduto, è probabile che mi sarei rotto qualcosa. Ma quel campo era tutto quello che avevamo. Non c’era un grande cinema o un centro commerciale nella nostra città. Niente. Potevi giocare a calcio o … potevi giocare a calcio. Solo su quel terribile campo. Ma senza esso, non avrei iniziato a giocare a calcio. Non ero come gli altri bambini italiani che sognavano di giocare in Serie A. Non l’ho nemmeno guardato tanto in televisione. Per lo più rimanevo in giro con mia madre. Lavorava al piccolo bar che mio zio ha possedeva. Ma poi, ci sarebbe stato quel campo.

Passavo tutto il tempo con i miei amici. A volte vorrei guardare i ragazzi che giocano a calcio su quel campo. Alcuni squadre regionali. Un giorno, la squadra locale stava giocando a una partita 7 contro 7 e mancava un giocatore. All’epoca avevo solo sei o sette anni e i ragazzi della squadra erano molto più vecchi. Penso fossero disperati perché – visto che ero l’unico in giro – mi hanno buttato dentro.

E subito avevo capito: tutto sarà diverso per me. Giocare a calcio … mi ha reso felice. È stato divertente. Mi ha aiutato a crearmi nuovi amici. Quando sono tornato a casa quel giorno ho detto a mio padre della squadra e che volevo continuare a giocare per loro. Il giorno dopo sono tornato. E il giorno dopo pure.Ho iniziato come centrocampista, mi piaceva fare assist. Ma poi ho capito che l’unica cosa che mi rendeva più felice di fare un assist per un gol, era farlo. Per me, i gol erano la cosa più importante: è come vincere.

Divenne una specie di scuola per me. Ho passato tutto il tempo ad allenarmi con questa squadra: si chiamava San Giorgio Azzurri. Avrei giocato ovunque potevo, in una piazzola, nei parchi cittadini, e anche nel piccolo appartamento della mia famiglia con il mio fratellino, Giuseppe. Era un piccolo posto per noi quattro. C’era solo una camera da letto, quella per miei genitori, i capi. Io e mio fratello abbiamo dovuto dormire nel salotto. Durante la giornata giocavamo a calcio contro pareti di casa. Mia madre impazziva.

Almost the same @giuseppegiovinco

Un post condiviso da Sebastian Giovinco (@sebagiovincoofficial) in data:

Non avevamo molto. Vivevamo a sole 15 miglia dallo Stadio delle Alpi, ma non abbiamo mai comprato i biglietti per guardare la Juventus. Sicuramente non potevamo permetterci di comprare qualsiasi cosa. Ricordo che mio padre, che era un duro lavoratore, ha dovuto risparmiare un intero anno per comprarmi i miei primi scarpini da calcio. Scarpette, scarpini, qualunque cosa: non mi importava. Essere sul campo era l’unica cosa che contava.

Dopo un anno con la mia squadra, uno scout della Juventus mi ha invitato a giocare per le giovanili del club. Probabilmente sembra folle, ma fu così veloce. Un giorno stai giocando per la tua piccola squadra locale e poi ti chiama un club di Serie A. Almeno questo è stato per me. Un giorno un signore si è presentato, ha parlato con me e mio padre, e il giorno successivo facevo parte del vivaio della Juve.

Vivevo vicino al centro sportivo, sono quindi rimasto nella casa dei miei genitori. Ogni mattina mio padre mi portava al campo con la sua piccola Renault 5. Quindi tornava a casa, prendeva mia madre e la lasciava al bar dove lavorava. Alla fine della giornata, prendeva la mamma e la portava a casa in modo da poter preparare la cena mentre finivo l’allenamento. Vi giuro che ha fatto così tanti chilometri su quella piccola Renault che avrebbe dovuto cambiare auto ogni due anni.

Mio padre non era un fan del calcio. È stato un tifoso del Milan in quanto veniva da Milano, ed era la squadra più forte in quegli anni. Ma non ha mai giocato o visto una partita di calcio su un televisore. Quindi lui era contento di vedermi giocare alla Juventus finché io sarei stato felice di farlo.

Ma per un po’ non fui felice. Quando avevo circa 15 o 16 anni avevo tempo solo per giocare. E molte volte tornando a casa, salivo in macchina e piangevo. Un giorno, papà fermò la macchina. “Seba,” disse, “non ti voglio riportare lì domani.” Lo guardai in faccia, asciugandomi le lacrime: “Perché?” “Perché non ti porto qui per piangere.” Ho pensato per un momento: ok, non ho intenzione di piangere. Devo solo lavorare sodo. E vincere. Cosa che, onestamente, era tutto ciò che si aspettava il club. Niente lacrime. Zero. C’è questa mentalità alla Juventus. È abbastanza semplice ….Vincere. Ti insegnano il rispetto e il vincere con rispetto. Ma alla fine della giornata, conta solo una cosa. Aver vinto. Quella mentalità mi è stata inculcata dal momento in cui sono arrivato alla Juve. Vincere e basta.

E quando ho compiuto 17 anni avevo la possibilità di firmare il mio primo contratto ufficiale con la Juventus. Da quando ero piccolo, mio padre veniva con me. Avevo bisogno che mio padre venisse con me per firmare la carta per un nuovo appartamento. Era una delle prime cose che ho comprato per la mia famiglia: una stanza per tutti.

Ricordo la prima volta che ho fatto un passo sul campo allo stadio. Non era niente di simile a quello del mio primo campetto. Stavo giocando accanto a Del Piero, stavo servendo Trezeguet. Sono stato orgoglioso di aver lavorato per tornare in Serie A dopo solo una stagione. Non credo che avrei avuto l’opportunità di giocare tanto se non fossi stato in Serie B. Ma la promozione non era qualcosa di cui si parlava molto. Come ho detto, c’è solo una cosa che conta alla Juventus. E non importa come sia fatto. E per me, come sempre, tutto ciò che contava era che io fossi in campo.

Ma dopo qualche anno, sapevo che non avrei avuto più molti minuti in campo con la Juventus. Sono andato in giro per l’Italia con un paio di prestiti, e mentre il mio contratto alla Juve giungeva al termine ho iniziato a pensare di trasferirmi in MLS. Toronto fu il club che mi raggiunse e il colloquio tra le parti fu abbastanza veloce. Quindi, da quel momento c’era solo una squadra di cui mi importava: Toronto Fc. Entro due o tre giorni abbiamo raggiunto un accordo. Sarei venuto a giocare a Toronto.

La prima volta che sono arrivato a Toronto è stato nel febbraio 2015. E quando il mio aereo è atterrato … beh … diciamo solo che il freddo è la cosa che mi ricordo di più di quel giorno. Quello, e le centinaia di tifosi che sono venuti ad accogliermi in aeroporto.

E ho imparato due cose da quel momento:
1) che una giacca di Canada Goose mi terrà sempre al caldo (la squadra me ne diede una il giorno in cui ho atterrai);
2) che i tifosi di Toronto Fc saranno sempre accanto a noi.

Non credo di sapere quanto fosse bella questa città. È strano. È una sensazione strana. Ho giocato per altri club in altre città, e so non è facile spostare la propria vita, la propria carriera. Non è facile arrivare in un nuovo posto e avere i tifosi che ti accolgono. Ma a Toronto mi sono sentito subito a casa. Tutti volevano fare una sola cosa. Vincere. E lo abbiamo fatto.

Nel 2015, la mia prima stagione qui, abbiamo fatto la postseason per la prima volta nella storia del team. Ma credo che ci fosse un altro ostacolo davanti a noi. Dopo aver conquistato il nostro posto ai playoff, abbiamo festeggiato troppo. Abbiamo perso i nostri ultimi due match di campionato. E poi siamo stati eliminati nel primo round dei playoff a Montreal.

Vedi, c’è questa altra parte della mentalità della Juventus che penso che dobbiamo imparare qui a Toronto. Si vince oggi, si smette di festeggiare oggi e si passa avanti.

Quella sconfitta contro Montreal, però, è stata per me un’emozione. Volevo dimostrare qualcosa alla squadra, alla città. Volevo mostrare perché sono qui e cosa potevamo fare. Tutti hanno imparato da quella partita. Era una sorta di inizio di un viaggio per la nostra squadra. Abbiamo pensato che potevamo farcela nel 2016. Abbiamo imparato da Montreal nei playoff ma poi lo abbiamo rifatto in finale.

Ma, quella finale. Voglio dire, cosa puoi dire veramente su di essa? Se devo essere onesto, ho avuto questa sensazione un paio di giorni prima. Non lo so, c’era solo qualcosa dentro la mia mente che mi diceva che le cose non sarebbero andate per il verso giusto. Ho parlato con un paio di miei familiari e amici di questa cosa. E tentarono di scuotermi per il giorno della finale. Abbiamo avuto le nostre opportunità, ma non siamo riusciti a finirla. Non ho potuto finirla. Potrei chiedermi cosa sarebbe successo se non fossi uscito dal campo per crampi. Potrei chiedermi cosa sarebbe successo se avessi fatto questo o quello. Ma credo sia la stessa cosa di se vinci o perdi … devi andare avanti. Devi andare avanti.

Così abbiamo fatto i piccoli cambiamenti qua e là che dovevamo fare. Ed eravamo già abbastanza forti, per il semplice fatto che abbiamo due grandi giocatori:

C’è Michael Bradley. E ‘il nostro leader sul campo e nello spogliatoio. E dopo tutto quel tempo passato a giocare a Roma anche il suo italiano è abbastanza buono (forse anche meglio del mio!). Ma la cosa più importante è che lui sta dando consigli ai giovani e ci carica tutti prima di una partita.

E c’è poi Jozy. E ‘il mio uomo. È divertente, nel mio primo anno in MLS nessuno conosceva il mio stile di gioco, così potevo mettere a segno tanti gol quando i compagni mi servivano in area. Il secondo anno, immagino che gli avversari mi siano stati più attaccati. Sono stato coperto un po ‘di più. Ma quei ragazzi, come Jozy, si sono allenati per migliorare. E lo hanno fatto. Non lo so, io sento questo legame naturale con lui sul campo. Non abbiamo lunghe conversazioni prima di una partita. Andiamo là fuori e sappiamo dove l’altro sta andando.

Immagino che non sto veramente chiacchierando molto con nessuno, davvero. Forse è una cosa linguistica. Ma poi ci sono ragazzi che dimostrano sul campo il loro parlare. Del Piero era molto simile. E quando non parlo, ascolto. Sto ascoltando i nostri tifosi. Sarò onesto: ancora non capisco molti dei cori (sto imparando!), ma sento quando il mio nome viene cantato dalla folla al BMO. L’ho sentito. E lo sento.

Chiama la nostra stagione un ritorno, una storia di redenzione, qualunque cosa tu voglia. Siamo stati in cima tutto l’anno. Ma non siamo soddisfatti. E dopo ogni vittoriafermiamo i festeggiamenti e andiamo avanti. E non ci fermeremo finché non lo vedremo: uno scudetto a Toronto. E poi – dopo che ci vedrò sollevare la Coppa del MLS – so cosa farò.

Inoltre, sento che il lato canadese delle cascate del Niagara è molto più bello.”

Grande Seba!

Dario Sette

In America oramai è osannato dai propri tifosi e dagli amanti del calcio. Nell’ultima gara ha raggiunto quota 50 reti, realizzando una doppietta contro il suo ex compagno di squadra alla Juventus, Andrea Pirlo.

Stiamo parlando di Atomic Ant, come l’hanno definito in Usa i supporters dei Toronto, Sebastian Giovinco. Con addosso la maglia numero 10 dei Reds la “Formica atomica” (soprannome quando era ancora in Italia) ha realizzato 50 gol in Major League Soccer, contando solo la Regular Season, di cui 10 da calcio di punizione.

? @andreapirlo21… GOAL @sebagiovincoofficial

Un post condiviso da Toronto FC (@torontofc) in data:

Partito dall’Italia nel 2015 con l’amarezza di non aver sfruttato al massimo l’occasione nella Juventus, Sebastian Giovinco ha sposato appieno il progetto del Toronto FC. La sua partenza ha fatto storcere il naso a molti dato che firma un contratto a 8,5 milioni di dollari. Una cifra esorbitante che lo rende il calciatore italiano più pagato del pianeta, superato l’anno scorso da Graziano Pellè.

Sin da subito però il fantasista torinese si è immerso nella nuova avventura dimostrando tutto il suo valore in un campionato che nel corso degli anni si è sviluppato molto e ha raccolto altri calciatori italiani ed europei (vedi Pirlo, Donadel, Lampard, Gerrard e tanti altri).

Proprio contro il New York City del Maestro Andrea Pirlo, la formica atomica ha realizzato due delle 4 reti del Toronto Fc, aiutando così la squadra a raccogliere i 3 punti e a balzare al primo posto a +6 proprio sui newyorchesi, scivolati momentaneamente in terza posizione.

La prima rete con la maglia Reds risale all’aprile 2015, alla sua quarta presenza in campionato, quando beffa il portiere del Chicago Fire con un tiro rasoterra.

Da lì in poi un crescendo dal punto di vista tecnico e realizzativo. Nella prima stagione infatti Sebastian realizza 22 reti nella stagione regolare tanto da ottenere una serie di premi che nessun altro italiano era riuscito ad ottenere nel “giovane” campionato americano di calcio. Alla sua bacheca personale aggiunge, infatti, l’Mls Golden Boot, il titolo di miglior marcatore e miglior assistman oltre che miglior debuttante e miglior calciatore di tutta l’edizione della Mls 2015. Non male per un neo arrivato in un campionato nuovo e con altri ritmi e criteri rispetto alla Serie A italiana.

Ma il “piccolo” Giovinco non si limita a far bene nella sola prima stagione, ma si conferma anche l’anno scorso quando, con 17 reti nella stagione regolare e 4 nei play-off, trascina il Toronto Fc fino alla finalissima di Mls contro il Seattle Sounders, persa ai rigori.

Tutte le belle prestazioni hanno fatto parlare di lui anche in Italia e in ottica Nazionale. Giovinco non ha mai smesso di pensare alla maglia azzurra con la quale ha disputato 23 partite e una rete (contro il Giappone nella Confederation Cup 2013 in Brasile).

Il traguardo delle 50 reti in Mls ( il numero aumenta a 54 contando anche le fasi finali del torneo, e 59 in totale in 92 presenze con la maglia del Toronto) è stato possibile anche alle 10 segnature da calcio piazzato. In effetti, Sebastian Giovinco è un vero e proprio specialista delle punizione e lo sanno bene sia i portieri americani che quelli italiani che sono stati trafitti dalle traiettorie velenosissime della Formica Atomica. Le dieci marcature lo portano ad essere il migliore in classifica Mls, superando in questa speciale classifica Jeff Larentowicz e Javier Morales.

Free kicks’ new record in @mls #6 #toronto

Un post condiviso da Sebastian Giovinco (@sebagiovincoofficial) in data:

Per ora The Atomic Ant fa sognare i tifosi del Toronto e chissà che un giorno non faccia felice anche qualche italiano.

Dario Sette

La Nazionale maschile di coach Andrea Capobianco conquista meritatamente una storica medaglia d’argento ai Mondiali Under 19 in Egitto ed eguaglia il piazzamento della squadra guidata da coach Mario Blasone nel 1991 a Edmonton in Canada. E proprio contro il Canada, 26 anni dopo, i nostri Under 19 hanno scritto la storia partendo a fari spenti e crescendo di partita in partita. L’Oro va agli avversari (79-60 il punteggio finale), oggettivamente superiori e capaci di eliminare gli Stati Uniti in semifinale, ma il ciclo dei ragazzi di Capobianco è di quelli da ricordare: Bronzo al torneo di Mannheim 2016 (una sorta di Mondiale), Bronzo al Campionato Europeo Under 18 2016 (giocato in dicembre) e Argento al Mondiale egiziano.

Per le Nazionali Giovanili Maschili questo è stato il terzo Mondiale negli ultimi quattro anni, dopo quello Under 17 giocato negli Emirati Arabi Uniti nel 2014 e quello Under 19 disputato in Grecia nel 2015.

petrucci, presidente fit

 

“Per noi è un risultato storico – ha detto il presidente della Fip Giovanni Petrucci – ed è una grandissima soddisfazione aver visto questi ragazzi lottare per una settimana contro squadre dal ranking superiore non mollando mai un centimetro anche dal punto di vista caratteriale. Mi auguro vivamente che questi ragazzi possano trovare in campionato lo spazio che meritano. In questo Mondiale hanno dimostrato a tutti quello che valgono”.

ct capobianco

“Oggi il Canada ha dimostrato di essere più forte tecnicamente e fisicamente – ha commentato Andrea Capobianco – merito a loro. Per noi si tratta di un Argento straordinario, posso solo dire grazie a questo gruppo incredibile per aver onorato anche oggi fino all’ultimo minuto questo Mondiale. Dedico questa medaglia a tutte le ragazze della Nazionale Femminile: anche loro avevano fatto qualcosa di grande, in quel caso l’obiettivo ci è sfuggito per un dettaglio”.

 

FINALE
Italia-Canada 60-79 (36-51)
Italia: Penna 12, Simioni, Caruso 4, Pajola 2, Visconti 3, Denegri 8, Bucarelli 5, Mezzanotte, Massone, Okeke 14, Antelli, Oxilia 12. Coach: Andrea Capobianco
Canada: Henry, Wigginton 11, Barrett 18, Djuricic 3, Darling 12, Kirkwood 3, Shephard 6, Bamba 6, Miller, Oduro 8, Kigab 12, Longpre. Coach: Rana

È estate ed è tempo di mercato in Nba. Nel campionato di basket più famoso al mondo sinora sono stati una serie di trasferimenti di cestisti nelle varie squadre che fanno parte del campionato Usa.

Tra i nomi, non sono mancati gli italiani che giocano oltreoceano. Di poche ore è la notizia del cambio maglia di Danilo Gallinari che dai Nuggets di Denver è passato a Los Angeles nei Clippers. Contratto faraonico da 65 milioni in tre anni per il 28enne azzurro che diventa così lo sportivo italiano più pagato.

Prima di lui anche un’altra stella del basket italiano in Nba ha deciso di cambiare aria. Si tratta di Marco Belinelli che, dopo la vittoria del campionato con i San Antonio Spurs nel 2014 e l’ultima avventura a Charlotte, la prossima stagione giocherà ad Atlanta per gli Hawks.

Tuttavia i due giganti azzurri non sono stati certo i primi cestisti italiani a volare in America. Infatti certamente prima di loro, a emigrare nel basket che conta è stato Vincenzo Esposito, attuale coach dell’Olimpia Pistoia.

Classe ’69, Vincenzo Esposito vola negli States a 26 anni nella stagione 1995/96. A ingaggiare la guardia italiana sono i Toronto Raptors, i quali, stregati dalle belle prestazioni del cestista casertano prima nella sua Juvecaserta e poi a Bologna nella Fortitudo, hanno subito cercato di portarlo in Canada per sottoscrivere il contratto.

In quei giorni anche un altro italiano era in procinto di firmare per una compagine americana: Stefano Rusconi. Il cestista veneto si trasferì a Phoenix nei Suns. Seppur fu il secondo a sottoscrivere un contratto, fu il primo a esordire e a mettere a segno un punto.

Il team canadese dei Raptors era fresco di fondazione e con una gran voglia di fare bene. Il giovane Esposito si trova catapultato in una realtà ben diversa da quella italiana.

L’arrivo, la firma e la presentazione furono un momento bello ma anche un po’ stressante. Ero un po’ come un oggetto strano, tanto più in una città che viveva di hockey su ghiaccio e non conosceva l’Nba.

A farlo sentire meno solo, i tanti italiani che vivevano a Toronto. Proprio il cognome Esposito era uno dei più diffusi in Canada.

L’esordio stagionale avviene il 15 novembre 1995 contro gli Houston Rockets campioni Nba in carica. Il primo punto a segno è un tiro libero. Un paio di settimane dopo, il 5 dicembre, arrivarono i primi canestri su azione, contro Seattle: in 18 minuti, 7 punti ma anche 6 palle perse.

El Diablo, così era chiamato in quei tempi, ha vissuto la sua serata indimenticabile a New York in cui ha siglato 18 punti in mezz’ora di gioco.
Tuttavia, nonostante il bell’impatto iniziale, Enzino (era chiamato anche così) dopo averci pensato su decide di rinunciare ad altri due anni di contratto per tornare in Italia dove ad aspettarlo c’era la Scavolini Pesaro.

In una sola stagione nel campionato americano El Diablo disputa una trentina di partite alla media di 9,4 minuti e 3,9 punti per gara.

Ma se un po’ di amarezza sicuramente c’è per aver giocato solo una stagione in America, Esposito ha intrapreso una grande carriera da allenatore tanto da essere premiato come miglior coach della scorsa stagione.

Dario Sette

Continua il viaggio di “Italians” alla ricerca di sportivi italiani che militano all’estero in attività sportive e campionati culturalmente diversi da quelli europei.

Torniamo in Nord America per riparlare di calcio. Ebbene sì nel campionato soccer di Mls, precisamente in Canada, non ci sono solamente fenomeni italiani come Giovinco, Mancosu e Donadel, ma tra i pali del Vancouver Whitecaps milita il milanese Paolo Tornaghi.

Portiere cresciuto nelle giovanili dell’Inter e in assoluto il primo italiano a firmare con una squadra di Major league soccer, lo ha fatto nel 2012 con i Chicago Fire.

In Italia, purtroppo, non ha avuto una carriera facilissima. Le esperienze in prestito dall’Inter in Lega Pro (Como e Rimini) non hanno sortito in Paolo Tornaghi quella situazione di stabilità anche a causa di infortuni.

Da lì il progetto di volare oltreoceano, firmando un contratto con il Chicago Fire e la stagione successiva con il Vancouver Whitecaps dove ora è un pilastro dello spogliatoio.

Come sta andando la tua esperienza a Vancouver?

Sono alla quarta stagione nei Whitecaps. Direi che dopo i primi anni di soddisfazioni (playoff Mls e vittoria Canadian Cup), quest’anno abbiamo fatto un po’ più fatica. Per fortuna siamo arrivati fino alla semifinale di Concacaf Champions League a febbraio, che è stata un traguardo storico per il club.

Come mai hai scelto di volare in America?

Dal 2010-2011 ho iniziato a pensare concretamente di fare un’esperienza all’estero. Ho vissuto da dentro il fallimento del Rimini in Lega Pro, con le grandi difficoltà che comporta per un calciatore e forse poi il lungo infortunio per pubalgia che ho avuto mi ha caricato ancora di più. Nel gennaio 2012 si fecero avanti i Chicago Fire che cercavano un portiere da affiancare al titolare che sarebbe stato impegnato spesso con la nazionale Usa per le Olimpiadi. Ho preso i guanti e sono partito.

Cresciuto nelle giovanili dell’Inter, difficilmente poi si sfonda nel calcio che conta. Che cosa si deve fare per entrare nel giro delle grandi squadre?

Vuoi per il ruolo, vuoi per la situazione nel post Mourinho, all’Inter regnava tanta confusione a quel tempo. Mi era molto chiaro che le mie opportunità le avrei dovute cercare altrove. Sono pochi coloro che ce l’hanno fatta (Balotelli, Bonucci, Destro e Santon). Direi che già a livello Primavera bisogna veramente imporsi tra i 4-5 migliori giocatori dell’intero campionato. Ovviamente ci vogliono qualità, umiltà ma anche tanto impegno e una buona dose di fortuna.

Come sono i rapporti nello spogliatoio?

La nostra squadra rispecchia molto la città dal punto di vista multietnico. Siamo il club con più stranieri Il fatto che ci sono molti sudamericani sento meno la nostalgia dell’Italia. I nordamericani fanno da collante tra i vari stranieri ed è grazie a loro che il gruppo è unito.

Come si vive a Vancouver?

Vancouver è una città molto vivibile e multietnica, in cima a tante classifiche mondiali per qualità della vita. In inverno non fa freddissimo ma devi avere con te sempre l’ombrello (ride, ndr). Molti qui fanno sport invernali ma chiaramente a me non è permesso. Per fortuna con l’arrivo dell’estate ci si può rilassare in spiaggia, camminare o andare in bicicletta nei grandi parchi cittadini o per il lungomare. Grazie alle tante culture presenti, anche i ristoranti sono particolari e di qualità. Seguo anche altri sport come l’Nba e il Football.

Com’è stato l’ambientamento in America?

L’impatto con gli Usa è stato imponente dato che non sono venuto qui come turista. Ai tempi poi i Chicago Fire non mi diedero una grossa mano ad adattarmi e dovetti arrangiarmi da solo ad esempio per trovare casa. Ci sono stati episodi anche goffi come la difficoltà ad abituarsi a dormire senza oscurare le finestre. Qui sono abituati a non avere persiane e le prime notti sono state da incubo con il sole negli occhi come ti sveglia. Nel mio primo appartamento, inoltre, la lavanderia era in comune a tutto il palazzo, come succede in molti edifici americani, non si contano le volte che ho dimenticato il bucato nella lavatrice per tutta la notte o anche fino alla sera dopo (ride, ndr).

Come valuta attualmente il livello del campionato Mls?

Il livello è cresciuto molto e si sta sviluppando sempre più. Direi che una grossa mano l’hanno data i tanti giocatori sudamericani che, non essendo ancora pronti per il calcio europeo, passano prima in Mls. Poi certo, giocatori come Giovinco, Villa, Drogba e Pirlo fanno il 70% della fase offensiva di una squadra, facendo gol e creando occasioni in ogni partita.

C’è qualche sogno che non hai ancora realizzato?

Beh si certo tantissimi. Quello sicuramente più grande, che ho potuto assaporare da ospite quando ero aggregato alla prima squadra all’Inter è quello di giocare una partita di Champions League. Per un giocatore sarebbe il top sentire l’inno direttamente in campo.

Hai sempre avuto una propensione nel fare il portiere o c’è stato qualcuno o qualcosa che ti ha spinto per caso a stare tra i pali?

Ho iniziato all’età di 7 anni come attaccante nella squadra del mio paese, Cormano. Durante un esercizio di tiri in una porta vuota bisognava andare a recuperare il proprio pallone appena calciato nella rete. Io, dopo aver calciato e recuperato il mio, mi fermai nella porta aspettando il tiro del mio compagno. Quattro tiri parati e l’allenatore mi chiese se volevo fare il portiere e da li iniziò tutto.

Tra le varie esperienze estere quale ti ha soddisfatto di più a livello professionale e umano?

Sia a Chicago che qui a Vancouver ho vissuto belle stagioni. L’esordio con i Fire davanti a 60mila spettatori è stato emozionante. Lo staff aveva grande fiducia in me. In Canada invece vivo bene anche per i bellissimi rapporti umani coltivati con i compagni e le loro famiglie e per la vita nella città.

Hai intenzione di rientrare in Italia?

Facendo questo mestiere non si può porre limiti al futuro. Io non escludo veramente niente pensando al prosieguo della mia carriera. Dopo quasi 6 anni cosi lontano dall’Italia e dall’Europa sono sincero che sento la mancanza di tanti aspetti e se dovesse capitare un’opportunità ci penserei veramente su. Ma se ciò non dovesse succedere andrò avanti insieme a tutta la Mls in questa incredibile crescita del calcio americano.

Il portiere ha voluto salutare i nostri lettori…


Dario Sette