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Sono passati quasi 29 anni da quel 17 settembre 1989 in cui un giovanissimo Roberto Baggio salì in cattedra al san Paolo di Napoli per segnare un gol “alla Maradona”.

Un match sentitissimo quello tra i partenopei, guidati dal Pibe de Oro, e la Viola da un promettente Divin Codino che, da lì a poco, diventerà icona del calcio mondiale.

Un Napoli ricco di campioni, capace di vincere poi il secondo scudetto della storia, e una Fiorentina incognita che poi chiuderà a 28 punti, raggiungendo a fatica la salvezza.

Quella partita però è rimasta nella storia del calcio italiano, non tanto per il risultato, ma per come è stata interpretata soprattutto dal giovane Baggio. Complice l’assenza di Diego Armando Maradona, lasciato il primo tempo a a riposo in panchina, il numero 10 viola è riuscito a mettere in mostra tutto il suo talento.

In effetti, nei primi 45 minuti il funambolico fantasista viola realizza una doppietta, portando i toscani sul 2-0 all’intervallo, davanti a uno sorpreso Maradona, fremente in panchina.

Baggio segna una doppietta: la prima rete  su rigore al 22esimo minuto dopo che lui stesso se lo procura. Il numero 10 entra in area dribblando Renica che da terra lo stende. Dal dischetto Roby non sbaglia.

Ma il meglio deve ancora venire. Nove minuti più tardi Baggio decide di prendere palla a centrocampo e partire puntando diritto verso la porta napoletana. Salta nuovamente il difensore Renica e anche un terzino, per poi trovarsi di fronte il portiere Giuliani. Diagonale? Scavetto? No! Il numero 10 decide di spostarsi la palla con la suola (tocco di pura classe), mettendo a sedere l’estremo difensore, per poi calciare a porta vuota. San Paolo annichilito e Roby Baggio scrive una bellissima pagina di calcio a casa di Maradona.

Il match poi sarà vinto dal Napoli grazie a una grandissima rimonta guidata da Maradona, ma in quel giorno a brillare è stata la stella di Baggio, stella che continuerà a brillare per tantissimi anni.

Dopo gol segnati “di piloro, di pomo d’Adamo, di polpaccio, di capelli e di chiappa” Totò Schillaci ha sbagliato nella finalina contro l’Inghilterra “un gol a quindici centimetri della porta perché la palla gli è arrivata sulla parte sbagliata del corpo: il piede”. Cuore Mundial ci scherza su la prima mattina in cui non potrà seguire una notte magica, ma sembra interpretare un pensiero diffuso. Adesso che tutto è finito, adesso che non devono più fare appello a quegli occhi spiritati per veder andare avanti la maglia azzurra, i tifosi italiani, da Milano a Bari, da Venezia a Genova possono finalmente chiedersi come sia stato possibile che quella “pippa”, quel venticinquenne che è in A solo da un anno, quel “terrone” di Schillaci sia diventato capocannoniere al Mondiale?
Solo in Sicilia questo dubbio non sfiorerà mai nessuno, neanche nelle stagioni successive, in cui Re Totò non riuscirà a ripetere quanto fatto nel 1990. Ma attenzione, perché quell’anno solare contiene in piccolo tutta la parabola descritta dalla carriera dell’attaccante nativo di Palermo, e non solo il suo apice.

Totò Schillaci, che l’anno prima è stato capocannoniere della Serie B con la maglia del Messina, è stato acquistato dalla Juventus per volere di Boniperti ed è subito diventato un titolare inamovibile. Non è dotato di classe sopraffina, ma è tenace, guizzante e ha fiuto del gol. O, se non altro, gli va spesso bene. Il primo acuto dell’anno solare 1990 è datato 14 gennaio. Contro la pericolante Hellas Verona la Juventus soffre, ma vince in rimonta proprio grazie a un gol di Schillaci a pochi minuti dal termine. La squadra di Zoff diverte e, anche se in campionato si prende troppe pause che non le consentono di lottare per lo scudetto, si porta a casa Coppa Italia e  Coppa Uefa, primi trofei da quando Trapattoni è andato via.

Totò, dal canto suo, convince Vicini a farlo debuttare in nazionale a Basilea, nell’ultima amichevole ufficiale prima di Italia 90. Il buon Azeglio crede che l’entusiasmo del piccolo siciliano possa giovare alla sua Italia e lo aggrega al gruppo dei ventidue scelti per la fase finale del Mondiale. Però, una brutta prestazione contro la Grecia a Perugia, in un incontro che è poco più che un allenamento, convince il ct a riservare all’attaccante della Juventus un posto in panchina (che non è poco visto che tal Roberto Mancini sarà spedito in tribuna). I fischi che piovono per lui dagli spalti del Curi non rappresentano niente di particolarmente odioso per uno che tutti i giorni a Torino si sente chiamare “terrone”. E per fortuna non lasciano traccia.

Capita, infatti, che il 9 giugno, il giorno dell’esordio contro l’Austria, l’Italia giochi bene, ma non riesca a sfondare. Vicini prova, allora, a pescare il jolly e al 75′ manda Schillaci in campo al posto di un comunque positivo Andrea Carnevale. Tacconi, altro juventino conscio di doversi fare tanta panchina durante il Mondiale, prova a riciclarsi aruspice e predice un gol del suo compagno di club. Fatto sta che dopo appena quattro minuti Vialli s’invola sulla destra, crossa e la testa di Totò manda la palla in gol. Vittoria, tutti per le strade, ovazioni per il primo siciliano decisivo in maglia azzurra dopo Anastasi e la certezza di avere in panchina una mascotte che potrebbe anche segnare.
La svolta, però, arriva al 51′ di Italia-Stati Uniti, secondo match degli azzurri.

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Il palcoscenico del Mondiale è anche un modo per mettere in mostra non solo le abilità calcistiche e atletiche dei calciatori che ne prendono parte.

Tra le spettacolari quanto bislacche “sceneggiate” ci sono le capigliature che alcuni giocatori hanno messo in mostra durante un Campionato del Mondo.

Tra i goleador più forti di tutti i tempi c’è Bobby Charlton, il quale nel 1966 ha trascinato la nazionale dei Tre Leoni alla vittoria del primo e sinora unico Mondiale. Il bomber inglese durante il torneo (svoltosi in Inghilterra). I suoi gol hanno fatto la storia così come la sua stempiatura. Capelli al vento durante i match hanno fatto sì che Charlton diventasse un  calciatore famoso non solo per i gol messi a segno.

Continuando a parlare di stempiatura, come non citare l’ivoriano Gervinho a Brasile 2014. Come Bobby Charlton la stempiatura è evidente ma l’africano, durante tutta la sua carriera, ha cercato di mascherarla. Spesso però tale trucchetto non è servito e anche durante un match di campionato di Serie A con la Roma è andata di scena una gaffe clamorosa.

Alternativa è stato anche il look messo in mostra da Trifon Ivanov, difensore bulgaro a Usa 1994. Con grande autostima si è presentato con una capigliatura stile Benicio Del Toro nel film “Wolfman”. Forse per incutere paura agli avversari?

Un altro inglese, ma al Mondiale 1990, che si è mostrato al mondo intero con un look shock è stato Chris Waddle a Italia ’90. Capello corto nella parte superiore e lungo nella parte posteriore, non certo un bel vedere.

Sempre in Italia, anche il tedesco Rudi Voeller ha mostrato un capello lungo capello riccio con il solito baffo che lo ha sempre contraddistinto anche a Roma.

Restando in tema “riccio” e a Italia ’90 come non citare i due colombiani Rene Higuita e Carlos Valderrama. Capelli biondi stile afro per il numero 10, capelli lunghi e folta chioma per il portiere.

Tra gli italiani è doveroso citare le treccine di Roberto Baggio a Usa ’94. Addirittura i barbieri italiani in quel periodo sono andati letteralmente in crisi a causa della numerosissima richiesta dei ragazzini ad avere lo stesso look del Divin Codino.

Dalle treccine di Baggio al “triangolo” di Ronaldo. Il Fenomeno si è presentato con un look veramente particolare, quanto impresentabile, al fischio d’inizio della finale del 2002 contro la Germaia. Solo qualche mese fa è stato svelato il segreto di quella capigliatura. Ronaldo sapeva che non era al 100% e i giornalisti continuavano a parlare della sua condizione fisica. A quel punto la punta brasiliana decise di tagliare i capelli in quel modo così che i giornalisti abbiano iniziato a parlare d’altro.

Oh e a proposito dei Mondiali del 2002 in Corea e Giappone e di Germania…a voi il patriottismo di Christian Ziege. I colori della nazionale e un taglio da Mohicani. Cosa volere di più?

Ricorre oggi l’ottantesimo compleanno di uno dei più grandi telecronisti calcistici della storia italiana che, con la sua voce calda e familiare, è entrato nei salotti di tutta Italia accompagnando le più forti emozioni legate al calcio italiano fino agli albori degli anni 2000. Buon compleanno Bruno Pizzul.

LA CARRIERA

Nativo di Udine, Pizzul tentò la carriera di calciatore con le maglie di Pro Gorizia, Catania, Ischia e Udinese, senza troppa fortuna, puntando poi sull’istruzione, fino alla laurea in giurisprudenza, e sul lavoro di giornalista, intento che lo portò a partecipare con successo ad un concorso nazionale per radio-telecronisti rivolto ai giovani laureati del Friuli.

Dal 1969 in RAI, Pizzul si è subito distinto per le spiccate doti comunicative e per una voce dal timbro inconfondibile che gli permise di diventare, in breve tempo, una delle voci di punta della televisione pubblica. Nella sua carriera fu voce narrante di grandi imprese sportive ma, purtroppo, anche di gravi fatti di cronaca. Senza dubbio il momento più difficile della sua carriera si ebbe infatti in occasione della finale di Coppa dei Campioni tra Juventus e Liverpool del 29 maggio 1985, quando si trovò a dover commentare e vivere in prima persona la strage allo Stadio Heysel. Una tragedia immane senza dubbio impossibile da dimenticare.

Innumerevoli le vittorie a livello di squadre di club che Pizzul ebbe il piacere di commentare, a partire da quella del Milan nella Coppa delle Coppe contro il Leeds United il 16 maggio 1973, quando, nella finale di Salonicco, l’11 del “paron” Rocco ebbe la meglio sui Peacocks grazie ad una rete di Chiarugi. Indimenticabile la sua telecronaca nella mitica finale di Atene nella Champions League ‘93/’94 quando il Milan di Capello surclassò il Barcellona di Cruyff con un perentorio 4-0 grazie a Massaro (2), Savicevic e Desailly.

LA NAZIONALE

Lo stesso purtroppo non si può dire per la Nazionale: Bruno Pizzul fu infatti voce ufficiale delle gare dell’Italia dal 1986 al 2002, “partecipando” a ben 5 Mondiali (Messico ’86, Italia ’90, Usa ’94, Francia ’98, Giappone – Corea 2002) e diventando di diritto un’icona della Nazionale. Un’icona ma non di certo un amuleto. Attivo subito dopo la gloriosa spedizione al Mundial ’82 e dimissionario subito prima dell’impresa di Berlino nel 2006. A pensarci bene, sembra uno scherzo.

Nella splendida cavalcata ad Usa ’94, Pizzul accompagnò i sentimenti degli italiani incollati al televisore, dalla gioia inaspettata nella vittoria soffertissima con la Nigeria, grazie alle magie di Baggio,all’esaltazione derivata dalle vittorie su Spagna e Bulgaria fino al grido strozzato dei sogni infranti con quel rigore alle stelle dello stesso Divin Codino.

Altrettanto amara la spedizione europea del 2000 dove gli Azzurri, in finale contro la Francia di Zidane, dopo il meritato vantaggio di Delvecchio, dovettero sottostare prima alla dura legge della Zona Cesarini, con il gol di Wiltord all’ultimo respiro, poi alla tirannica regola del Golden Gol, con la rete di Trezeguet a spezzare ogni nostra velleità e a consegnare la coppa agli odiati cugini d’oltralpe.

Ma poco importa. Bruno Pizzul si è guadagnato un posto sicuro nel cuore di tutti gli sportivi, appassionati di calcio e non, grazie alle sue telecronache competenti e mai banali e la sua voce coinvolgente e rassicurante. Non resta che augurargli Buon Compleanno sperando, magari, di poterlo risentire in onda in vista dei suoi 80 anni.

Quando arriva il giorno del suo compleanno, puntualmente vengono in mente i ricordi.

Sono tante le magie che Roberto Baggio ha realizzato in campo nel corso della sua grande carriera. Carriera ricca di innumerevoli successi ma anche di alcune delusioni che sono rimaste nella storia calcistica nazionale e internazionale.

Ma Baggio non è stato solo un campione in campo ma anche fuori e continua a farlo tuttora.

Nel 2013, ospite al Festival di Sanremo, ha commosso la platea dell’Ariston e il pubblico a casa quando ha lasciato un messaggio importante di vita.

A tutti i giovani e tra questi ci sono anche i miei tre figli.

Per vent’anni ho fatto il calciatore. Questo certamente non mi rende un maestro di vita ma ora mi piacerebbe occuparmi dei giovani, così preziosi e insostituibili. So che i giovani non amano i consigli, anch’io ero così. Io però, senza arroganza, stasera qualche consiglio lo vorrei dare. Vorrei invitare i giovani a riflettere su queste parole.

La prima è la passione.

Non c’è vita senza passione e questa la potete cercare solo dentro di voi. Non date retta a chi vi vuole influenzare. La passione si può anche trasmettere. Guardatevi dentro e lì la troverete.

La seconda è la gioia.

Quello che rende una vita riuscita è gioire di quello che si fa. Ricordo la gioia nel volto stanco di mio padre e nel sorriso di mia madre nel metterci tutti e dieci, la sera, intorno ad una tavola apparecchiata. È proprio dalla gioia che nasce quella sensazione di completezza di chi sta vivendo pienamente la propria vita.

La terza è il coraggio.

È fondamentale essere coraggiosi e imparare a vivere credendo in voi stessi. Avere problemi o sbagliare è semplicemente una cosa naturale, è necessario non farsi sconfiggere. La cosa più importante è sentirsi soddisfatti sapendo di aver dato tutto, di aver fatto del proprio meglio, a modo vostro e secondo le vostre capacità. Guardate al futuro e avanzate.

La quarta è il successo.

Se seguite gioia e passione, allora si può parlare anche del successo, di questa parola che sembra essere rimasta l’unico valore nella nostra società. Ma cosa vuol dire avere successo? Per me vuol dire realizzare nella vita ciò che si è, nel modo migliore. E questo vale sia per il calciatore, il falegname, l’agricoltore o il fornaio.

La quinta è il sacrificio.

Ho subito da giovane incidenti alle ginocchia che mi hanno creato problemi e dolori per tutta la carriera. Sono riuscito a convivere e convivo con quei dolori grazie al sacrificio che, vi assicuro, non è una brutta parola. Il sacrificio è l’essenza della vita, la porta per capirne il significato. La giovinezza è il tempo della costruzione, per questo dovete allenarvi bene adesso. Da ciò dipenderà il vostro futuro. Per questo gli anni che state vivendo sono così importanti. Non credete a ciò che arriva senza sacrificio. Non fidatevi, è un’illusione. Lo sforzo e il duro lavoro costruiscono un ponte tra i sogni la realtà.

Per tutta la vita ho fatto in modo di rimanere il ragazzo che ero, che amava il calcio e andava a letto stringendo al petto un pallone. Oggi ho solo qualche capello bianco in più e tante vecchie cicatrici. Ma i miei sogni sono sempre gli stessi. Coloro che fanno sforzi continui sono sempre pieni di speranza. Abbracciate i vostri sogni e inseguiteli. Gli eroi quotidiani sono quelli che danno sempre il massimo nella vita.

Ed è proprio questo che auguro a voi ed anche ai miei figli.

L’apoteosi dell’effetto o l’esaltazione della curvatura che il piede riesce a imprimere quasi con innaturalezza. I gol da calcio d’angolo sono così, perché sono riservati a pochi “eletti” e perché non se ne vedono spesso. Poi si devono incastrare una serie di fortunati fattori e variabili: qualità del tiratore, blocchi giusti al momento giusto per ostacolare il portiere, agenti atmosferici (il vento, per esempio) che possono favorire la traiettoria e così via. Fisica, matematica, meteorologia e tanto caso.

Dal Papu Gomez contro il Carpi o Maradona, passando per Roberto Baggio contro il Lecce, Stankovic nel derby del 2-0 al 3-2, due volte Recoba, nella lista di nomi illustri e dal guizzo geniale andrebbero inseriti anche Jordan Veretout (anche se la Lega ha poi assegnato autogol a Mirante) ed Erik Pulgar che, nella stessa partita Bologna – Fiorentina del 4 febbraio 2018 e a distanza di tre minuti l’un l’altro (tra il 41’ e il 44’ del primo tempo) hanno estratto il coniglio dal cilindro trovando il “sette” direttamente dalla bandierina.

E poi c’è Massimo Palanca, uno che dalla bandierina ha fatto partire 13 storie d’amore. Tra il vezzo e il vizio, nel suo repertorio c’era anche questo. Era detto “Piedino d’oro” o anche “Piedino di fata” perché calzava il numero 37 di scarpa al punto che l’azienda Pantofola d’oro gli faceva recapitare su commissione un paio personalizzato. A Catanzaro, piazza che ha reso grande, veniva soprannominato O’ Rey ed è facile intuire come sia rimasto nei cuori del club calabrese.
Quasi 600 partite in carriera, 367 passate nel Catanzaro andando dalla Serie B alla Serie A nella prima fase della sua avventura e ritornandoci, dopo giri a vuoto tra Napoli, Como e Foligno, per riabbracciare la sua città adottiva in Serie C1 e nuovamente in B.

Ha segnato tanto Palanca, oltre 200 reti, 137 con la maglia delle Aquile del Sud che vissero il massimo splendore con il presidentissimo Nicola Ceravolo, con Gianni Di Marzio in panchina e Claudio Ranieri come difensore. A rendere ancor più mitologica la figura del baffuto Massimo Palanca quel record davvero unico: 13 gol segnati da calcio d’angolo. Lui sistemava la palla sulla lunetta, contava i passi, faceva partire il suo mancino (Sandro Ciotti lo definì tra i migliori sinistri in Europa).

Tredici gol e qualche aneddoto e qualche partita da ricordare: il 4 marzo 1979, Roma – Catanzaro 1-3. All’Olimpico. Palanca realizza una tripletta: nemmeno a dirlo, il primo gol su corner, poi una fucilata di sinistro e il terzo gol di destro con un tocco delicato.

All’andata avevo già segnato a Paolo Conti da corner ma sulla riga Francesco Rocca aveva sfiorato la palla e non mi avevano assegnato il gol. Così ci riprovai

Semplice. Ci ha riprovato. Per 13 volte in tutto.

Anche senza un riconoscimento ufficiale, la rete di Diego Armando Maradona contro l’Inghilterra durante il Mondiale del 1986 in Messico è, per gli appassionati di calcio, la rappresentazione terrena della perfezione.
Il “Gol del secolo”, così è stato chiamato lo slalom artistico del fantasista argentino, in una partita dalle forte emozioni che, qualche istante prima, aveva visto un’altra rete “storica” con tanto di appellativo: la “Mano de Dios” con cui il numero 10 argentino anticipò d’astuzia l’uscita del portiere inglese Shilton.

Ma nel 2002, in occasione dei Mondiali in Giappone e Corea del Sud, la Fifa sul proprio sito web chiese ai tifosi di scegliere, tramite votazione, la rete più bella nella storia della Coppa del Mondo. Anche qui, Maradona è stato monumentale, vincendo in maniera ufficiale il titolo di “Gol del secolo”. Diego ha scalzato tutti con 18.062 voti, ma chi sono gli altri che, solo per un istante, hanno provato a contendergli lo scettro?

Una piccola menzione anche a loro: quanti di questi gol sono ancora così limpidi nei vostri ricordi?

Michael Owen (Inghilterra, campionato del mondo 1998 contro Argentina), 10.631 voti

Pelé (Brasile, campionato del mondo 1958 contro Svezia), 9.880 voti

Diego Armando Maradona (Argentina, campionato del mondo 1986 contro Belgio), 9.642 voti

Gheorghe Hagi (Romania, campionato del mondo 1994 contro Colombia), 9.297 voti

Saeed Al-Owairan (Arabia Saudita, campionato del mondo 1994 contro Belgio), 6.756 voti

Roberto Baggio (Italia, campionato del mondo 1990 contro Cecoslovacchia), 6.694 voti

Carlos Alberto (Brasile, campionato del mondo 1970 contro Italia), 5.388 voti

Lothar Matthäus (Germania Ovest, campionato del mondo 1990 contro Jugoslavia), 4.191 voti

Vincenzo Scifo (Belgio, campionato del mondo 1990 contro Uruguay), 2.935 voti

Era il quinto rigorista designato nel Brasile nella lotteria dei calci di rigore, contro l’Italia, nella finale dei Mondiali del 1994 negli Stati Uniti d’America. Un rigore che, Bebeto, non ha mai calciato perché non ce ne fu bisogno, dopo l’errore di Roberto Baggio che andò ad aggiungersi a quelli di Franco Baresi e Daniele Massaro.
Il suo, personale, Mondiale, non verrà ricordato per quel non-rigore, ma per un’esultanza, spontanea e istintiva che ancora oggi è icona emulata sui campi da calcio, da quelli professionisti a quelli di periferia.

Era il 62’ di Brasile – Olanda, quarti di finale. I Verdeoro avevano sbloccato il match 10 minuti prima con Romario, ma è proprio il brevilineo centravanti che al tempo giocava in Spagna, nel Deportivo de La Coruña, a realizzare la rete del raddoppio, insinuandosi tra i due centrali Oranje e dribblando il portiere Ed de Goey.

Poi l’esultanza: con le mani unite fa finta di cullare un bebè. Una dedica speciale, al suo terzo figlio, nato due giorni prima, il sette luglio 1994. Fu istintivo e non programmato, ma Mazinho e Romario lo affiancarono creando un movimento ritmico e ipnotico che solo il sangue brasiliano sa alimentare.
Il match si concluderà poi 3-2 per i brasiliani, con la terza rete messa a segno da Branco, nonostante la rimonta olandese firmata Dennis Bergkamp e Aron Winter.

Sono passati quasi 23 anni e quel bebè, che tutto il mondo conobbe per l’esultanza del padre, ha appena firmato con lo Sporting Lisbona. Mattheus ha 22 anni, è un calciatore professionista e si è fatto tutta la trafila nel Flamengo prima di volare in Europa, in Portogallo, acquistato dall’Estoril nel 2015.

 

E’ lo stesso Bebeto, ad annunciare su Twitter, il cambio di maglio di suo figlio pronto a fare il salto di qualità: per lui, infatti, un contratto di cinque anni con i Leões che l’hanno acquistato per un milione di euro.
Figli predestinati crescono…

 

Giovanni Sgobba

«Mussi entra in area, Mussi e poi c’è il tiro…e il gol di Roberto Baggio! Santo Dio era ora! Era ora!». E sì, era davvero finalmente arrivato quel momento: il primo gol del “Divin codino” nel Mondiale del 1994, negli Stati Uniti. Una liberazione espressa con enfasi e trasporto da quell’inconfondibile voce rauca di Sandro Ciotti, il suo marchio di fabbrica da ascoltare e riascoltare per milioni di ascoltatori. Rimasto eterno per intere generazioni, il timbro del poliedrico radiocronista accompagnò la Nazionale azzurra guidata dal ct Arrigo Sacchi durante la spedizione americana; un’avventura iniziata tra alti e bassi, nel girone E di qualificazione, con avversari sulla carta abbordabili (Messico, Irlanda e Norvegia). L’Italia si piazzò al terzo posto e si qualificò agli ottavi solo come quarta migliore terza, così, con dubbi, scetticismi e soprattutto senza i colpi di genio del fantasista numero 10, l’Italia si presentò, il cinque luglio, a Boston al cospetto della Nigeria.

Al 26’, Amunike sbloccò il match a favore degli africani, la partita rimase incagliata sull’1-0 fino all’88’, quando la Nigeria, che stava facendo “melina” per congelare il risultato, si fece sorprendere dall’affondo di Mussi che, in area di rigore, passò la palla proprio all’attesissimo Roberto Baggio. Come l’effetto “sliding-doors”, quell’istante cambiò il suo Mondiale: Sandro Ciotti accompagnerà le giocare del miglior giocatore azzurro, esultando altre quattro volte in quel torneo (suo il gol del sorpasso sulla Nigeria su calcio di rigore, così come fu lui il marcatore del 2-1 contro la Spagna nei quarti di finale e doppietta nel 2-1 contro la Bulgaria in semifinale), prima del dispiacere di un’intera nazione per quel calcio di rigore tirato alle stelle durante la finale contro il Brasile.

Sandro Ciotti ha avuto il privilegio di raccontare la prima rete di Baggio al Mondiale, Baggio ha avuto l’onore di esser narrato da una delle voci storiche del giornalismo italiano. Per oltre trent’anni non c’è stato un evento che sia sfuggito alle sue rotonde e pungenti parole: dai 37 Festival di Sanremo, ai 15 Giri d’Italia, passando per ben 14 Olimpiadi, con la drammatica radiocronaca in diretta della stage ai Gioghi di Monaco 1972, due Mondiali di sci, oltre 2400 partite di calcio da inviato per “Tutto il calcio minuto per minuto”. Amante dello sport, ma anche e soprattutto della musica, proprio dalla musica in molti hanno preso in prestito il soprannome di Frank Sinatra, “The Voice”, per etichettare il radiocronista italiano.

Proprio parlando della sua voce, Sandro Ciotti raccontò un aneddoto:

Quattordici ore di diretta sotto la pioggia all’Olimpiade messicana del ’68 mi sono costati un edema alle corde vocali. Credevo di dover cambiare mestiere, invece Sergio Zavoli e Paolo Rosi mi rassicurarono, spiegandomi che la raucedine sarebbe diventata una specie di marchio di fabbrica

Il 12 maggio 1996, con sobrietà e stile asciutto, Sandro Ciotti, al termine di Cagliari – Parma, annuncia l’addio alla Rai e alle radiocronache: