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Se esiste un mondo dove l’impossibile è il regno del possibile, quello è il calcio. Gli esempi sono innumerevoli: da Capello (“Mai alla Juve) in bianconero a Ronaldo il fenomeno al Milan dopo il nerazzurro di qualche anno prima. Da Figo passato dal Barca al Real a Marcello Lippi all’Inter dopo la Signora alla fine degli anni Novanta. Così come sembrava una follia l’arrivo a Torino di Higuain nel 2016 o la panchina dei Bauscia per Antonio Conte, promesso sposo per la società di Suning. Ecco perché le due pazze idee delle ultime ore per il totomister della Juve sono meno improbabili di quanto sembrano: Maurizio Sarri e Josè Mourinho.

Sulla prima pagina del Sun oggi

Perché Sarri

Gli attriti con la Signora, la presa del Palazzo contro il potere bianconero, la retorica popolare sul sarrismo contro il capitalismo della squadra della Fiat. Tutto verrebbe meno in un battito di ciglia, dopo le prime vittorie. E anche il dito medio esposto prima di Juve Napoli lo scorso anno indicherebbe solo un anno di attesa prima dell’arrivo alla Signora. Sarri sarebbe il profilo ideale per fare una rivoluzione tecnica. D’altronde se mandi via Allegri, avrebbe poco senso ingaggiare un allenatore con all’incirca lo stesso modo di giocare (Inzaghi, Mihajlovic) ma con meno appeal. E visto che Guardiola, Klopp e Pochettino sembrano irraggiungibili economicamente, il tecnico ex Napoli ed Empoli sarebbe l’ideale per una svolta tanto invocata sui binari dell’intensità e del bel gioco.

Perché Mourinho

Conte all’Inter e Mourinho alla Juve. Potrebbe essere la trama di uno dei prossimi episodi di Black Mirror e invece sarebbe lo scenario clamoroso della prossima serie A. Dal 2008 in poi, anno del suo approdo in nerazzurro, il portoghese è in cima alla lista dei nemici della Juve. Punzecchiature qua e là, esultanze irridenti (Juve Manchester United è solo di qualche mese fa), gli zeru tituli di scherno negli anni del dominio nerazzurro. Eppure Josè non è mai stato tenero anche nei confronti della sua ex amata (con lo scudetto vinto in segreteria). Potrebbe essere l’uomo giusto per regalare la tanto agognata Champions, che a Torino manca da 23 anni così come a Milano mancava da una vita (1966 prima del 2010). E sembra anche che i rapporti con Cristiano Ronaldo siano notevolmente migliorati dopo gli anni burrascosi al Real Madrid.

C’è un allenatore che, oltre ottant’anni fa, aveva potuto eguagliare Massimiliano Allegri, il recordman in panchina con 5 scudetti consecutivi. La leggendaria Juve del quinquennio negli anni ’30 vince, appunto, per un lustro di seguito: dal 1930 al 1935. I primi quattro titoli portavano la firma di Carlo Carcano in panchina, varesino classe 1891, allievo del Ct Vittorio Pozzo con cui vincerà da assistente i Mondiali del 1934. Nel 1930, dopo un’esperienza da allenatore ad Alessandria, approda alla Juventus. Quattro anni dopo, qualche mese successivo al trionfo in Coppa del Mondo, fu licenziato in tronco dai bianconeri. La verità sarebbe venuta a galla decenni dopo.

L’Italia del 1930

L’Italia degli anni Trenta è l’Italia fascista immersa in quel ventennio che la porterà al disastro della II guerra mondiale. Un Paese schiavo del duce in cui anche il calcio è veicolo di propaganda. La Juventus di Edoardo Agnelli, papà di Gianni e Umberto e nonno di Andrea, sceglie Carlo Carlin Carcano dall’Alessandria. Uno dei padri del celebre Metodo condiviso con Vittorio Pozzo, pionieri del calcio all’italiana con il modulo 2-3-2-3. Palla lunga e pedalare. Carcano, nel suo quadriennio, ha con sé lo scheletro dell’Italia campione nel 1934: Combi, Rosetta, Caligaris, Raimondo Mumo Orsi, Felice Borel detto Farfallino, Giovanni Ferrari, Luisito Monti.

Un addio misterioso

Nel quinto campionato consecutivo sulla panchina della Juve, a dicembre del 1934, la Juventus di Carcano è seconda a due lunghezze di distanza dalla Fiorentina. Eppure quel 10 dicembre il quotidiano della Casa Madre, la Stampa, annuncia che «Carlo Carcano ha lasciato in questi giorni la carica di allenatore della Juventus», sostituito dall’ex capitano bianconero Carlo Bigatto. L’allenatore varesino passò qualche giorno dopo misteriosamente al Genoa in B per poi cadere nell’oblio per qualche anno. Riemerse nel 1941 alla Sanremese e poi dopo la guerra passò all’Inter e all’Atalanta.

Solo molti anni dopo, tra qualche rumor di spogliatoio e qualche ammissione mai esplicita, si è saputo che l’esonero di Carcano fu deciso da Edoardo Agnelli per questioni personali. Probabilmente si trattava della presunta omosessualità dell’allenatore e dei suoi rapporti ritenuti troppo ravvicinati con alcuni calciatori della rosa juventina.

La società annuncia di rinunciare all’allenatore per motivi personali, viceversa la vicenda è molto più complessa. L’omosessualità di Carcano era diventata un problema. Un suo calciatore raccontava sorridente nei ritrovi torinesi: mai abbassarsi i pantaloni davanti a lui. A far esplodere il caso la denuncia di alcuni dirigenti bianconeri: accuse di pederastia a Carcano, Mario Varglien, [Luisito] Monti e a un paio di consiglieri. Hanno sostenuto che attentavano alla virtù di Borel. Nella realtà pare che proprio gl’indignati difensori della morale ambissero alle grazie di Felicino. Agnelli jr, ha avuto la forza di evitare lo scandalo, il regime ha però preteso che venisse cancellata l’onta”

Alfio Caruso, Un secolo azzurro, 2013 Longanesi editore

Carlo Carcano morirà, a 74 anni, nel 1965 a Sanremo, lì dove si era ritirato a vita privata allenando i Carlin’s boys, una squadra intitolata come il suo soprannome. Lontano dai successi e dalle voci di corridoio che, ancora oggi, continuano a offuscare la sua storia.

Sono passati pochi minuti dopo le 14 quando nella sala stampa della Continassa entra l’intera squadra. Dal capitano Chiellini a Cristiano Ronaldo, da Barzagli sul punto di ritirarsi a Pjanic e Mandzukic. Poi arrivano Massimilino Allegri e Andrea Agnelli. “Scambiamo i ruoli? I calciatori fanno le domande, i giornalisti giocano”, rompe subito il ghiaccio Max fuori microfono, come sua consuetudine nelle conferenze stampa pre gara. Ma questa non è una qualsiasi, è il suo passo d’addio alla Signora sancito dalla presenza del presidente. E il numero 1 della Juve prende subito la parola, mette la società davanti a tutto, snocciola i numeri da record di Allegri, parla di una “riflessione della società” che ha portato alla rottura e di un allenatore come amico trovato in acciughina. Si sottrae a qualsiasi interrogativo sul futuro della panchina bianconera.


Le bordate a Conte non mancano, iniziando dall’aneddoto sulla finale Champions del 2013 (“Eravamo a Londra con Paratici, vidi Max e dissi a Fabio che sarebbe diventato il nostro allenatore, abbiamo dovuto aspettare un anno e mezzo”). Agnelli rifiuta qualsiasi accenno diretto all’ex ct, anche se quando parla di “decisione più sofferta” da quando a presidente indirettamente si riferisce alla burrascosa estate 2014. Quando l’allenatore leccese abbandonò la barca il secondo giorno di ritiro, a metà luglio. I richiami del presidente all’azienda Juve e alle dinamiche dietro una decisione del genere, presa dalla società, sono ripetuti più volte.

Poi è il turno di Allegri. Più volte ci si è chiesti se esistesse un allegrismo come esiste il sarrismo, l’ancelottismo, il guardiolismo e il sacchismo. Ecco, lo stile di Max sta tutta nel suo passo d’addio alla Juve. Completamente agli opposti rispetto a quello del suo predecessore su quella panchina. Il legame con Agnelli è sincero e solido, così come quello con la squadra, schierata proprio davanti al tecnico livornese, seduta in prima fila. Allegri spesso non riesce a trattenere le lacrime, emozionato ma lucido, passionale ma cinicamente freddo quando dell’eterno dibattito tra risultati e bel gioco. “Io non so cosa significhi il bel gioco”, dice sornione tra una parola dolce per Barzagli e una metafora ippica come quelle che ama. Se qualcuno cercava dove fosse l’allegrismo, l’ha trovato nell’addio di Massimiliano da Livorno alla Juventus.

La stagione non è stata di certo positiva con il cambio in panchina tra Lopetegui e il ritorno di Zidane e l’addio in estate di Cristiano Ronaldo. Ma nonostante questo, il Real Madrid può vantare il titolo di club con il brand più prezioso (economicamente) al mondo. Lo rivela l’ultimo studio di Brand Finance che pubblica la classifica delle 50 società dal marchio più ricco. I Blancos fanno addirittura registrare un + 26,9 per cento rispetto al 2018, sorpassando in classifica il Manchester United (-5,8 per cento), mentre sul terzo gradino del podio rimane stabilmente il Barcellona, altra squadra spagnola.

Le squadre inglesi dominano, però, la restante la Top Ten: oltre ai Red Devils, infatti, ci sono anche Manchester City (5°), Liverpool (6°), Chelsea (7°), Arsenal (9°) e Tottenham (10°). Completano il lotto delle prime dieci il Bayern Monaco (4°) e il Paris Saint Germain (8°).

 

E le italiane? Il club della nostra Serie A che vanta il brand più ricco è la Juventus, che si piazza all’11esimo posto, appena fuori dai dieci, in posizione stabile rispetto al 2018. Anche l’Inter conferma la posizione numero 13 alle spalle del Borussia Dortmund, mentre il Milan avanza di 4 gradini rispetto a un anno fa issandosi al 15esimo posto. La Roma è 18esima, il Napoli è 26esimo (+5 posizioni rispetto al 2018) e la Lazio è 42esima (-4).

“Aaron Ramsey proud of Wales” campeggiava sugli spalti dell’Emirates Stadium. Orgoglio del Galles, ma anche e soprattutto orgoglio dell’Arsenal, il centrocampista che, dopo 369 presenze e 64 gol, 11 stagioni e 5 trofei con la maglia dei Gunners, dall’anno prossimo vestirà quella della Juventus. L’Arsenal e il suo pubblico l’hanno voluto salutare da leggenda, nel suo stadio per l’ultima casalinga, dopo il pareggio contro il Brighton per 1-1 di domenica 5 maggio: una targa speciale, applausi all’unisono e il saluto di tutto lo stadio. Con qualche lacrima.

 

Ramsey si è commosso, non è riuscito a trattenersi, tant’è che Peter Cech l’ha consolato con un abbraccio. Lui che a fine stagione si ritirerà. Dopo aver ricevuto la targa speciale, Ramsey ha effettuato un giro di campo con la famiglia, e l’Arsenal gli ha dedicato un tweet sul proprio profilo:

Per le 369 presenze, i 64 gol, i 62 assist, per tutte le vittorie a Wembley, per essere tornato da quell’infortunio per raggiungere i traguardi conquistati con noi, per tutto quello che hai dato a questo club, vogliamo dirti solo grazie

  Il centrocampista gallese, tra l’altro, ha già anticipatamente archiviato questa stagione – causa infortunio al ginocchio rimediato contro il Napoli – e non può aiutare i compagni in questo finale di Europa League. Potrebbe vincere proprio il suo primo trofeo europeo,  poi sarà Juventus e l’ambiziosa sfida di vincere la Champions League. Su Instagram, qualche giorno prima, lo stesso Ramsey aveva scritto una lunga lettera d’addio ai suoi tifosi:

Mi spiace dire che l’ultima partita contro il Napoli è stata l’ultima anche in maglia Arsenal. Sfortunatamente mi ha lasciato con un infortunio che mi tiene fuori per le restanti partite. Sono davvero deluso di non poter giocare fino alla fine e di non poter dare tutto per il club finché sono ancora qui, finché sono un giocatore dell’Arsenal. Non dipende da me, ma volevo ringraziare i tifosi per il supporto. E’ stato un viaggio, dentro e fuori dal campo, ed è successo così tanto in 11 anni. Ero un giovane ragazzo all’arrivo, me ne vado da uomo, marito, padre di tre bambini e pieno di orgoglio e grandi ricordi che porterò con me, di cui farò tesoro. Sarà emozionante questo weekend – la mia ultima gara in casa. Non vedo l’ora di vedervi lì e di ringraziarvi ancora tutti dal profondo del cuore per tutto

 

 

 

 

 

 

 

 

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It saddens me to say that the game against Napoli was my last game in an Arsenal shirt. Unfortunately it left me with an injury that rules me out of the remaining games. I am really disappointed not to play until the end and give everything for the club while I am still an Arsenal player. Unfortunately it’s out of my hands but I wanted to say thank you to the fans for your support. It has been a journey, on and off the field, and so much has happened in 11 years. I was a spotty young kid coming in and I’m leaving a man, married, father of three boys and full of pride and good memories that I will treasure. It will be emotional this weekend – my last game at home. I Look forward to seeing you there and thank you all again from the bottom of my heart for everything #arsenal #lastgame

 

Un post condiviso da Aaron Ramsey (@aaronramsey) in data:

 

L’ultima volta che l’Inter ha chiuso in vantaggio il primo tempo di un derby d’Italia giocato fra le mura di casa? Affare di quando in panchina sedevano Alberto Zaccheroni, per i nerazzurri, e Marcello Lippi, con i bianconeri. E’ quanto fa sapere FootStats.it, realtà specializzata in statistiche del calcio italiano.

DIGIUNO INTER

Quella in programma domani sarà la sfida numero 172 fra Inter e Juve nella Serie A con la formula del girone unico. La passata stagione, 2017/2018, furono i bianconeri a imporsi col punteggio di 3-2, dopo un primo tempo chiuso in vantaggio e un avvio di ripresa con rimonta e sorpasso nerazzurri. A colpire è però un altro dato: l’ultimo gol fatto dal Biscione nel primo tempo di un Inter-Juve di Serie A risale alla stagione 2014/2015, quando all’intervallo le due squadre rientrarono negli spogliatoi sul punteggio di 1-1: vantaggio firmato Icardi, pareggio di Marchisio (su rigore). Con una statistica del genere complicato vedere il segno 1 in schedina già dopo i primi quarantacinque minuti e resistere fino al triplice fischio finale.

L’ULTIMO DOPPIO 1 IN SCHEDINA

Scartabellando gli almanacchi scopriamo così che l’ultima volta di un derby d’Italia con l’Inter padrona di casa e in vantaggio sia al termine del primo che del secondo tempo porta la data della stagione 2003/2004. Allora, 28esima giornata, Martins (I), un’autorete di Kily Gonzalez e Vieri (I) fissarono il punteggio sul 2-1 al termine dei primi quarantacinque (più recupero) minuti di gioco. La sfida sarebbe poi terminata col risultato di 3-2 e i gol nel secondo tempo di Stankovic (I) e Di
Vaio (J). Dal campionato seguente, il 2004/2005, il bilancio degli Inter-Juve all’intervallo racconta di:
0 vittorie Inter
10 pareggi
3 vittorie Juventus
2 gol fatti Inter (Maicon e Icardi)
5 gol fatti Juventus (Vucinic, Marchisio, Quagliarella, Marchisio rig. e Douglas Costa)

Nel dettaglio, stagione per stagione, il risultato degli Inter-Juve dal 2004 e dopo 45’:
2004/2005, 13esima giornata, Inter-Juventus 0-0
2005/2006, 25esima giornata, Inter-Juventus 0-0
2007/2008, 30esima giornata, Inter-Juventus 0-0
2008/2009, 13esima giornata, Inter-Juventus 0-0
2009/2010, 34esima giornata, Inter-Juventus 0-0
2010/2011, sesta giornata, Inter-Juventus 0-0
2011/2012, decima giornata, Inter-Juventus 1-2
2012/2013, 30esima giornata, Inter-Juventus 0-1
2013/2014, terza giornata, Inter-Juventus 0-0
2014/2015, 36esima giornata, Inter-Juventus 1-1
2015/2016, ottava giornata, Inter-Juventus 0-0
2016/2017, quarta giornata, Inter-Juventus 0-0
2017/2018, 35esima giornata, Inter-Juventus 0-1

Diceva Enzo Ferrari che “Le auto da corsa non sono né belle né brutte. Diventano belle quando vincono”. Probabilmente è quello che si augurano anche i tifosi quando le loro squadre del loro cuore rivoluzionano il proprio stile in nome del marketing e del business. Provate a far vedere a un supporter della Juventus l’anteprima delle nuove maglie che il club bianconero indosserà nella prossima stagione. Almeno i colori sono salvi, e neanche del tutto visto che c’è l’ingresso dell’unica striscia presente (rosa) in omaggio alla Juve che fu agli inizi del ‘900. Il resto è rivoluzione. Via le strisce, ecco un quadrato bianconero diviso a metà.

Anno nuovo, maglia nuova

Il web si è subito scatenato. Oltraggio alla storia, tradizione violentata, paragoni immediati coi fantini dell’ippica (tema tanto caro ad Allegri). Scenario copia incolla di quanto accaduto già nel 2017 con un nuovo restyling dalle parti dello Stadium con il cambiamento del logo. Eppure, da allora, le due J stilizzate sono diventate marchio identificativo ed efficace del brand Juventus. E così come il mercato impone, la maglia è la prima immagine di un club, prim’ancora di sciarpe, campioni, figurine. E se le regole degli affari prescrivono rapidi cambiamenti, il calcio moderno (che di quel mercato è il prodotto) non può esimersi dall’adeguarsi ai nuovi modelli di vendita.

I precedenti

D’altronde i tempi delle maglie senza numero e sponsor sono preistorici. La Juventus non è la prima squadra a innovarsi senza perdere del tutto la propria storia. Il Barcellona è, nel calcio, forse il caso più eclatante. La maglia blaugrana negli anni è diventata un quadrato, poi a fasce orizzontali e infine, il prossimo anno, sarà a scacchi. E tornando in Italia anche l’Inter si conferma sensibile al tema con la divisa a strisce nerazzurre in diagonale nella stagione 2019-2020. I calciofili dovrebbero ritenersi fortunati. Oltreoceano, in Nba, le franchigie dei club cambiano maglia e persino nome quasi ogni anno.

Otto formazioni per otto scudetti. Con campionissimi irrinunciabili, ma anche preziosi gregari. Le otto Juventus scudettate dal 2012 a oggi sono il perfetto mix di talento e sacrificio nel segno della continuità. Come da Buffon a Szczesny, da Lichtsteiner a Cancelo, da Pirlo a Pjanic, da Tevez a Ronaldo. Da Conte ad Allegri. Il comun denominatore si chiama Andrea Agnelli, faro del progetto bianconero anche dopo l’addio di Marotta. Abbiamo provato a stilare la formazione tipo di questi otto scudetti. Non è stato facile, ogni ruolo aveva il suo sostituto perfetto e ciò dimostra l’abbondanza costante della rosa juventina. Il modulo scelto è il 4-3-3

La top 11

Buffon (Szczesny)

Il numero 1 dei numero 1 ha trovato il suo erede perfetto. Buffon, neo campione di Francia con il Psg, è stato il capitano e protagonista assoluto per 7 anni. Il portiere polacco ha avuto il grande merito di raccogliere in maniera degna il testimone.

Alex Sandro (Evra)

Il brasiliano arriva con grandi speranze dal Porto nel 2016. Parte subito forte, si afferma come uno dei migliori al mondo in quel ruolo. Poi, un lento declino fino a questa stagione. Evra, da par suo, nelle stagioni bianconere ha sempre garantito la sua esperienza sulla fascia.

Bonucci (Benatia)

Croce e delizia di questi anni scudettati. Leonardo Bonucci è stato il play basso da cui far partire l’azione, il libero fuori tempo con piede da regista. L’addio burrascoso lo scorso anno, poi il ritorno da figliol prodigo scalzando Benatia che l’aveva sostituito.

Chiellini (Barzagli)

Qui siamo di fronte a due monumenti del calcio italiano. Chiellini e lo stesso Bonucci non sarebbero diventati così grandi senza la guida del prof Barzagli, al suo passo d’addio.

Cancelo (Dani Alves, Lichtsteiner)

Dibattito aperto sulla fascia destra. Prendiamo Cancelo per il potenziale non ancora completamente espresso. Dani Alves nella sua unica annata a Torino ha parzialmente deluso, anche se per lui parla il cv. Lo Swiss Express è il ritratto della Juve operaia e vincente.

Pirlo (Pjanic)

C’è altro da aggiungere rispetto al Maestro rigenerato da Conte e punto di riferimento della prima Juve di Allegri? Il bosniaco studia nella stessa scuola, ma non è ancora la stessa cosa.

Pogba (Emre Can)

Il polpo è uno dei grandi rimpianti dei tifosi bianconeri che sperano ogni anno in un cavallo di ritorno. Per il momento hanno trovato il tedesco che lentamente si è preso la Juve 2018/2019 dopo un bel po’ di guai fisici.

Vidal (Matuidi)

Se Antonio Conte andasse in guerra, penserebbe al cileno come primo soldato da portarsi insieme. Ma anche il francese campione del Mondo non lo butterebbe via.

Cristiano Ronaldo (Higuain)

L’unica indiscutibile casella. L’extraterrestre portoghese non ha classifica, il Pipita gli ha lasciato spazio dopo due ottime annate allo Stadium.

Del Piero (Dybala)

Il capitano è sempre il capitano, anche se per una sola stagione. Il suo erede con la 10 è stata la Joya, che si è un po’ spenta dopo aver illuminato i suoi primi anni torinesi.

Tevez (Mandzukic)

Prendete il gol segnato al Parma, o l’anno della finale di Berlino. L’Apache era il volto brutto e cattivo di una Juve umile, ma spietata. Mario è il fedelissimo buone per tutte le guerre sportive da combattere.

Allegri (Conte)

Qui la scelta divide l’Italia e il mondo: meglio chi ha dato una stabile identità europea alla squadra o chi ha dato vita al progetto vincente? Dibattito aperto, noi preferiamo la halma sapiente di Max.

 

 

C’è una citazione del Profeta del gol tirata in ballo dai più dopo la qualificazione dell’Ajax in casa della Juventus. Johan Crujiff, in una delle sue celebri massime, diceva: “Perché non si potrebbe battere un club più ricco? Non ho mai visto un sacco di soldi segnare un gol”. Una provocazione per esaltare il valore del collettivo, del lavoro, del sacrificio. Ma una provocazione. Perché le grandi squadre alla fine vincenti sono sempre, chi più chi meno, quelle con un fatturato più alto. L’anomalia di questo Ajax, un manipolo di futuri campioni ma senza una stella di riferimento, possiamo oggi catalogarla ancora come eccezione.


Basta prendere le ultime vincitrici delle Champions League dal 2008 a oggi: Manchester United, Barcellona, Inter, Bayern Monaco, Real Madrid. Ovvero le squadre che primeggiano nella classifica per fatturato nel 2017/2018 stilata, come ogni anno, da Deloitte Football Money League. Nelle prime dieci posizioni troviamo: Real Madrid, Barcellona, Manchester United, Bayern Monaco, Manchester City, Paris Saint Germain, Liverpool, Chelsea, Arsenal, Tottenham. La Juve è fuori dalle prime 10, collocandosi all’undicesimo posto. Poi Borussia Dortmund, Atletico Madrid, Inter e Roma. Ciò significa che, al netto della meteora Inter nel 2010, solo l’Atletico negli ultimi anni è riuscito a scardinare questo sistema pur non riuscendo a vincere la Coppa.


Quindi le idee contano, così come il sacrificio, il lavoro, il metodo di gioco. Ma senza budget non vai da nessuna parte. Lo stesso Ajax è al 27mo posto nella classifica Deloitte. E se andrà ancora avanti, magari fino alla finale e alla Coppa, sarà una meravigliosa eccezione che rischia di trasformarsi in meteora se dovesse smantellare la squadra. Allo stesso modo i soli soldi non vanno da nessuna parte. Citofonare, per esempio, lo sceicco Nasser Al-Khelaïfi patron del Psg che da anni non riesce ad andare oltre i quarti. O anche lo stesso Manchester City atteso da una rimonta col Tottenham e poi chissà. I soldi da soli non fanno una Champions, ma aiutano a vincerla.

Corse di cavalli, piogge torrenziali, maglie scambiate con rispetto. C’è questo ed altro nella partweeta della domenica delle Palme del campionato. Ecco le dieci migliori perle che il web ha offerto nel weekend prolungato fino al lunedì.

Darsi all’ippica

I’m coaching in the rain

Gli scambi di maglia, quelli belli

Buone Palme

I promessi sposi

Social down

Photoshop

Talismani

Spalletti style

Eppure…0-0