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Dal giorno del suo esordio in Serie A, nel calcio degli adulti, sono passati quasi 22 anni. Era il 19 novembre 1995 e il ragazzino di soli 17 anni fece il suo debutto contro il Milan, salvando più volte il risultato che si stampò sullo 0-0. Era il Parma di Nevio Scala e quel ragazzo dal futuro promettente e roseo era Gianluigi Buffon.
Sono passati quasi 22 anni, dicevamo. Esprimendo quest’arco di tempo tra parate, record, vittorie e trofei vinti, Buffon ha inanellato 999 partite da professionista (si escludono i match giocati con le rappresentative under della Nazionale). Quella contro l’Albania, nel match valido per la qualificazione agli Europei, è il gettone numero 1000. Lo fa con la maglia della Nazionale, per la quale, ha difeso i pali per ben 168 volte; poi ci sono le 220 partite con la maglia del Parma e, infine, 612 con quella della Juventus.

Un traguardo destinato ad aggiornarsi di settimana in settimana, fino a quando, il portierone 39enne deciderà di appendere i guantoni al chiodo. Un onore riservato a pochi eletti. Eterni calciatori che fanno della fedeltà e della professionalità atletica e fisica, il fondamento dei loro successi.
Il portiere della Juventus, infatti, è il secondo giocatore italiano a riuscire nell’impresa dopo Paolo Maldini, che poi si è fermato a quota 1028, mentre a livello internazionale, chi ha giocato più di tutti è l’inglese Peter Shilton, con 1377 incontri ufficiali. Una cifra pazzesca. Anche lui portiere, uno che si è beccato due gol secolari di Maradona: uno con la mano e uno scartando mezza squadra inglese, semplicemente perché è Dio con le scarpe da calcio.

Buffon è tanta qualità condita dai numeri e dai record: detiene, infatti, il record di imbattibilità nella Serie A, avendo mantenuto la sua porta inviolata per 974 minuti nella stagione 2015-2016 (si parte dal gol di Antonio Cassano al 64′ di Sampdoria-Juventus terminata 1-2 del 10 gennaio 2016 e si arriva al rigore di Andrea Belotti al 48′ di Torino-Juventus, finita 1-4 del 20 marzo 2016). Ma non solo: sempre nel 2016, a Montecarlo, è stato premiato con il Golden Foot (riconoscimento con il calco del piede – in questo caso della mano – simile alla Walk of fame di Los Angeles) diventando il primo portiere nella storia a ricevere il premio.

In occasione dello speciale traguardo delle 1000 presenze, i giornalisti di Sky Sports inglese hanno omaggiato Buffon schierando l’undici tipo con tutti i migliori giocatori con cui ha giocato Gigi nella sua lunga carriera. Ovviamente Buffon difende i pali. Classico 4-4-2, in difesa si punta sui centrali del Parma, Thuram e Cannavaro (con quest’ultimo ha vissuto la gioia del Mondiale del 2006). Come terzini, da un lato Zambrotta, altro compagno di Berlino e spalla nella Juventus e dall’altro lato, ovviamente, Maldini.
A centrocampo, schierato a rombo, c’è un predominio a tinte bianconere: Pirlo, Nedved e Del Piero, mentre il quarto è Totti, assieme a lui, una delle ultime bandiere del calcio moderno. L’attacco è particolarmente ricercato: se da un lato era possibile aspettarci Ibrahimovic (alla Juventus di Capello dal 2004 al 2006), la seconda punta è addirittura Stoichkov, campione bulgaro che ha militato nel Parma nella stagione 1995-1996.

In attesa di capire se la Juventus riuscirà finalmente a vincere la Champions League (unico reale motivo che spinge Buffon a non ritirarsi ancora), possiamo solo credere che nel giro di qualche mese Buffon scardini anche quest’altro record innalzandosi a giocatore italiano con più presenze in assoluto.

 

Questa è la storia di Michelangelo Rampulla, un portiere affidabile, integro professionista.

Un portiere che ha fatto la gavetta in squadre di basso cabotaggio prima di togliersi grandi soddisfazioni professionali come riserva nella Juventus, dove vinse tutto a livello nazionale (4 Scudetti, 2 Supercoppe Italiane e 1 Coppa Italia) e quasi tutto a livello internazionale (1 Champions League, 1 Coppa Uefa, 1 Coppa Intercontinentale) senza però mai riuscire ad esordire nella Nazionale maggiore.

Rampulla in presa alta

Ma quello che rende speciale questa storia è che non riguarda l’abilità tra i pali o nelle uscite o la capacità di guidare la difesa di Rampulla, ma il suo inaspettato fiuto del gol.

L’IMPRESA

Era il 23 Febbraio 1992: sono passati esattamente 25 anni da quando l’allora portiere della Cremonese riuscì in un’impresa in cui, fino ad allora, nessun portiere era riuscito. Segnare un gol su azione.
La partita è Atalanta – Cremonese. I grigiorossi non navigano in buone acque – a fine anno retrocederanno – e sono sotto nel punteggio grazie ad un rigore realizzato dal folletto brasiliano Bianchezi. Ormai la partita è agli sgoccioli, è il 92’, e le speranze di rimonta della Cremonese sono ridotte al lumicino. La classica situazione in cui si deve buttare la palla nel mucchio e sperare.
Un calcio di punizione da posizione defilata, calciato di sinistro a rientrare, e le speranze si fanno realtà: un giocatore della Cremonese irrompe nell’area piccola e realizza la rete del pareggio con una capocciata degna di un Pruzzo d’annata. E’ Dezotti? E’ Florjancic? No. Si tratta di Michelangelo Rampulla, lanciatosi con la sua forza dirompente nella bolgia dell’area atalantina per far valere i suoi 187 cm di altezza.

E’ questo che trasforma il gol in un’impresa leggendaria che fa guadagnare al portiere messinese i galloni di eroe e un posto imperituro nei cuori dei tifosi cremonesi.

Prima di Rampulla, infatti, nessun portiere era riuscito a segnare un gol su azione, da bomber consumato: avevano qualche gol all’attivo il mitico Rigamonti, ma su calcio di rigore, e Sentimenti IV, reti però realizzate in alcune partite in cui si era destreggiato da ala destra quando militava nella Lazio, in quel calcio romantico di metà secolo in cui stranezze di questo genere erano possibili. Dopo di lui solo un altro ci riuscì: Massimo Taibi nel 2001 in un Reggina – Udinese.

Mica male per un portiere che ha avuto l’onore di giocare con campioni del calibro di Baggio, Zidane e Del Piero e che ha vinto tutto quello che c’era da vincere nei 10 anni di militanza nella Juventus ma da illustre comprimario, da riserva di sicuro affidamento, da uomo spogliatoio, e non da protagonista assoluto.
In quel freddo pomeriggio di febbraio invece seppe prendersi la scena in via esclusiva, sprigionando quella dose di follia che serve per innalzarsi dall’anonimato e conquistarsi un posto nella storia.

E’ già passato un quarto di secolo, ma è come fosse ieri.

Michele De Martin

Non chiamatelo “formica atomica“, ormai non lo conosce più nessuno con questo soprannome. Nei giornali e per le strade del Canada è “the atomic ant”, anche se traducendo, il significato rimane il medesimo.

Non è variata poi così molto la vita di Sebastian Giovinco. E’ cambiata solo una cosa. Tutto.

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Nel gennaio 2015 alla Juventus lo fischiano. Gioca poco. Allegri non lo vede.

Nel dicembre 2016 è bomber e leader del Toronto Fc, squadra che nella notte tra il 10 e l’11 dicembre si giocherà il titolo MLS nella finale playoff contro i Seattle Sounders.

L’ esultanza di Giovinco con il “motorino”

Un evento di portata storica: per la prima volta una franchigia canadese si gioca una finale MLS.

Trovare l’America, in Canada

Giovinco è il primo protagonista della nostra rubrica Italians, dedicata agli sportivi italiani nel mondo.

Inizio 2015. Succede che il suo agente, Andrea D’Amico, parla con i vertici dell’MLS, il massimo campionato di Stati Uniti e Canada, una lega in piena crescita, arrivata alla terza fase del suo sviluppo.

“Prima hanno puntato sui miti a fine carriera, poi hanno richiamato in patria i giocatori americani, ora hanno bisogno di «uomini immagine», grandi calciatori europei” spiega lo stesso D’Amico in un’intervista a Libero. “Mi viene in mente Toronto, una città con un milione di italiani, chiamo i miei contatti, parliamo, non c’è bisogno di trattare: sono entusiasti da subito”.

Stadi pieni, entusiasmo alle stelle, un modello di business che pare funzionare (nel 2017 entreranno due nuove franchigie, Atlanta e Minnesota United); questo è lo stato di salute attuale del calcio d’Oltreoceano: pimpante.

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Il BMO Field, stadio del Toronto Fc

E l’accoglienza è da re: sono in mille ad attenderlo all’aeroporto a caccia di selfie e autografi. E se poi arrivano anche i gol e il bel gioco, la sua America Giovinco può dire di averla trovata per davvero.

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Statistiche

2015
34 presenze, 22 gol -> MVP della MLS

2016
33 presenze, 21 gol -> Top-11 della MLS

Stipendio

giovinco-kakaAnche a livello economico the atomic ant non se la passa male. Dietro a Kakà è il secondo giocatore più pagato di tutta la MLS, dove tralaltro è previsto un salary cap. Giovinco è uno dei cosiddetti designated players e può sfondare il tetto, guadagnado più di gente del calibro di Gerrard, Lampard e Pirlo (fonte: mlsplayers.org). Il suo contratto – blindatissimo (con bonus) – scadrà nel 2019.

  1. Ricardo Kakà (Orlando City) – 7.167.500 $
  2. Sebastian Giovinco (Toronto Fc) – 7.115.555 $
  3. Michael Bradley (Toronto FC) – 6.500.000 $

Si tratta del secondo calciatore italiano più pagato al mondo dietro a Pellè (Shandong Lunen, Cina) che viaggia a 15 milioni a stagione: niente male per uno scarto della Serie A.

LA CORSA VERSO IL TITOLO

Se il 2015 è la stagione dei gol e della palma di miglior giocatore della MLS, nel 2016 arrivano i risultati di squadra, tanto che Toronto centra la finale di Eastern Conference e batte il Montreal Impact di Didier Drogba qualificandosi all’ultimo atto.

A livello personale le soddisfazioni se le è levate tutte: miglior debuttante della MLS, capocannoniere 2015, miglior assist-man, gol dell’anno, oltre al già citato titolo di MVP (quest’anno conquistato da David Villa del New York).

Anche la Juventus pare non essersi dimenticata di un torinese cresciuto nella sua cantera.

VITA PRIVATA

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Una foto pubblicata da Sebastian Giovinco (@sebagiovincoofficial) in data:

Un appartamento vicino al centro, a mezz’ora dal campo d’allenamento (il favoloso Kia Training Ground), in uno dei grattacieli che contraddistinguono la downtown, dove vive con la moglie di origini argentine Shari e con il figlio di due anni e mezzo Jacopo. La sua è una vita da “major” of Toronto.

Giovinco, il sindaco, idolatrato dalla foltissima comunità italiana, con un inglese che nonostante non sia ancora fluente a poco a poco migliora.

Ma tanto che importa, è pieno di italiani no? Toronto è tricolore: vi ha sede un congresso nazionale italo-canadese, una camera di commercio italiana, c’è anche una tv italiana (Telelatino).

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Giovinco “fa impazzire” i tifosi

Tempo libero? Sebastian è stato più volte avvistato all’Air Canada Centre, stratosferica arena da 20mila posti in centro-città, tra concerti, partite dei Raptors (NBA) e dei Mafle Leafs (NHL); e anche lì l’accoglienza è sempre la stessa: da star.

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Atlanta Hawks-Toronto Raptors: ovazione per Sebastian Giovinco

“Inebriatti” da sebastian

Dal giorno successivo alla qualificazione dei Reds in finale, i 33mila posti del BMO Field sono già esauriti. A sostenere the atomic ant e compagni ci saranno gli “Inebriatti“, il gruppo di tifosi più caldi del Toronto Fc.

Si ispirano agli ultras europei, sono gemellati con la curva del Genoa, e sono a tutti gli effetti una tifoseria organizzata.

Gli Inebriatti vivono visceralmente la squadra, la sostengono sugli spalti con tamburi e cori (magari tratti da vecchie canzoni italiane), cantando per esempio “It happened without warning”. Avete presente “Un giorno all’improvviso”?

E ORA La finale PER ENTRARE NELL’OLIMPO

Sabato notte (alle 2 italiane live su Eurosport) ci sarà la finalissima con Seattle, in gara secca, con una temperatura prevista di -5° che soltanto the atomic ant potrà riscaldare. Serve l’ultimo sforzo.

Davide Ferracin
@davideferracin

Prima della nascita della Coppa del mondo per club sotto la supervisione della Fifa, in passato ci sono stati svariati tentativi di organizzare un torneo “sovranazionale” per decretare il miglior club a livello internazionale e mondiale. Riconosciuti o meno, organizzati da mecenati o poco dopo soppressi, il desiderio di scegliere la squadra più forte del globo risale ai primi anni del ‘900 quando il calcio era ancora dilettantistico e una forma embrionale di quello che è oggi.

1908, Il Torneo Internazionale Stampa Sportiva

Antesignano dell’attuale Mondiale per club è il Torneo Internazionale Stampa Sportiva, manifestazione sportiva del 1908, organizzata da La Stampa, quotidiano di Torino. Il formato prevedeva un mini-torneo di qualificazione interno per le squadre italiane che furono Ausonia Pro Gorla, Juventus, Piemonte e Torino, con la vincente che avrebbe poi partecipato al torneo vero e proprio, assieme agli svizzeri del Servette, ai tedeschi del Freiburger e ai francesi del Parisienne. Quell’edizione fu vinta dal Servette che sconfisse, in finale, il Torino per 3-1.

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1909-1911, Sir Thomas Lipton Trophy

Il Torneo Internazionale Stampa Sportiva piacque, c’era entusiasmo attorno, così, Thomas Lipton, imprenditore scozzese e mercante soprattutto di tè, sì offrì per sovvenzionare una seconda edizione che prese il suo nome. Così nacque la Sir Thomas Lipton Trophy, un torneo a scadenza biennale giocato nel 1909 e nel 1911. Alla competizione dovevano partecipare i club in testa nei campionati delle nazioni più forti in quel momento storico, ovvero Inghilterra, Svizzera, Germania, mentre per l’Italia si optò per una selezione dei migliori giocatori tra Torino, Juventus e Piemonte. Nell’edizione 1911 cambiarono leggermente le regole: non ci fu la squadra tedesca, per l’Inghilterra c’era la conferma della squadra detentrice del titolo, ovvero il West Auckland Town (che conquistò anche questa edizione), per la Svizzera il club in testa, mentre Juventus e Torino parteciparono distintamente.

1951-1952, Copa Rio

Nei primi anni 50 venne proposta una nuova competizione internazionale, organizzata dalla  Confederazione sportiva del Brasile, con un richiamo al Mondiale del ’50 disputato in Brasile dopo un vuoto causa guerra mondiale. Al torneo Copa Rio, infatti, partecipavano, su invito, le otto squadre campioni nazionali in carica delle nazioni che meglio si piazzarono al Campionato Mondiale. La prima edizione del 1951 vide la vittoria del Palmeiras contro la Juventus, mentre l’anno dopo, nel 1952, nel derby tutto brasiliano, la Fluminense ebbe la meglio sul Corinthians. Pur con riserva, la Fifa riconobbe la manifestazione del 1951 come il primo torneo per club di livello mondiale e, dunque, il Palmeiras può essere considerato il primo campione del mondo nella storia dei club.

1952-1975, Pequeña Copa del Mundo

Affascinante e poliedrica fu anche la Pequeña Copa del Mundo, torneo che si organizzò a Caracas, in Venezuela, nel 1952. Anche per questa manifestazione si poteva accedere solo tramite invito e, nelle 14 edizioni a intervalli irregolari fino al 1975, parteciparono squadre eterogenee: dal Real Madrid, ai colombiani del Millonarios, passando per il Valencia, il Benfica e il Chelsea, disputarono il trofeo anche la Roma nel 1953, arrivando seconda, e la Lazio, nel 1966, terza. Spazio anche per una Nazionale: nel 1975, il trofeo lo alzò al cielo la Germania Est.

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1960-2004, Coppa Intercontinentale

In quei stessi anni prese corpo un trofeo parallelo, ma che di fatto, diventerà la Coppa Intercontinentale ufficialmente riconosciuta da club e tifosi. Nata nel 1960, come torneo esclusivo tra  la vincitrice della Coppa dei Campioni d’Europa (poi Champions League), e la vincitrice della Coppa Libertadores, la Coppa dei due mondi ha subito modifiche nel corso degli anni: con cadenza annuale, dall’esordio nel 1960 all’edizione del 1979 le due sfidanti si incontravano in una gara d’andata e in una di ritorno nei rispettivi stadi.
Ma a causa di climi sempre più ostili in Sudamerica e a causa della difficile collocazione nel calendario tra i vari impegni, le squadre iniziarono a declinare la partecipazione: nel 1971, gli olandesi dell’Ajax furono i primi.
Negli anni ’80, per recuperare prestigio e creare stabilità, la Toyota decise di gestire direttamente la manifestazione, finanziandola e spostandola in Giappone con un match secco. Una formula che funzionò e che noi italiani ricordiamo soprattutto per le partite della Juventus nel 1996 e del Milan nel 1989, 1990 e nel 2003.

2004, Mondiale per Club

Nel 2004, la Fifa entra prepotentemente nella strutturazione della competizioni, estendendo il torneo a tutti i vincitori dei tornei continentali organizzati della sei confederazioni sotto etichetta della stessa Federazione internazionale. Così oltre Champions League e Libertadores, alla competizione prendono parte anche i campioni centro-nordamericani, quelli africani, quelli asiatici e quelli dell’Oceania. Dal 2007, inoltre, partecipa anche la squadra vincitrice del campionato della nazione ospitante.

L’ultimo, in ordine di tempo, è stato Jamie Vardy, l’attaccante del Leicester e della Nazionale inglese che, dopo il gol contro la Spagna, nell’amichevole finita 2-2, ha esultato rimanendo immobile. O, per meglio dire, non ha proprio esultato. Semplicemente ha portato in campo un nuovo tormentone nato negli Stati Uniti ed esploso in pochi giorni tra sportivi e non: il Mannequin challenge. La “sfida del manichino” è semplice e intuitiva: più persone assieme, rigide e immobili per alcuni secondi, ricreano delle scene, mentre qualcuno riprende passando in mezzo ai manichini umani.

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L’idea è nata a fine ottobre in una scuola della Florida e, in batter di ciglia, si è propagata in giro per il mondo: cantanti, attori e sportivi, negli spogliatoi, negli stadi e addirittura alla Casa Bianca. Tra i mannequin challenge più famosi c’è, infatti, quello realizzato dalla squadra di basket dei Cleveland Cavaliers con LeBron James e l’ex first lady, Michelle Obama, in grande spolvero.

Una delle migliori e più coinvolgenti performance arriva dall’Australia con gli oltre 11mila spettatori che erano andati alla Perth Arena a vedere la partita di basket tra i Perth Wild Cats e i New Zealand Breakers.

In Europa il tormentone l’ha portato il Borussia Dortmund con un video, postato sul profilo Instagram di Mario Götze, girato nella palestra del club tedesco e con Reus, Schürrle, Weidenfeller, Kagawa e gli altri che ben si prestano alla sfida. Anche i giocatori della Juventus si sono lasciati contagiare,

Il Portogallo è stata la prima Nazionale di calcio a esibirsi. Con Cristiano Ronaldo protagonista in prima fila, completamente nudo, solo in mutande, con gli addominali contratti e una delle sue classiche posizioni statuarie. Oltre ai lusitani, anche la Spagna, sempre nello spogliatoio, si è fatta prendere la mano.

Vardy, dunque, ha portato il mannequin challenge sul rettangolo verde di calcio, ma siamo sicuri che sia stato il primo a esultare rimanendo fermo? In Italia ricordiamo ancora Mark Bresciano, centrocampista australiano, con quasi 250 presenze in Serie A tra Empoli, Parma, Palermo e Lazio. Ad ogni gol si irrigidiva e senza tradire sentimenti ed espressioni, rimaneva fermo, imperioso, come una statua.

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L’ultima apparizione di Sebastian Giovinco con la maglia della Nazionale risale all’incirca a un anno fa: 13 ottobre 2015, stadio Olimpico di Roma, Antonio Conte concede al giocatore del Toronto una mezz’ora di gioco, subentrando all’infortunato Eder, nel match vinto per 2-1 contro la Norvegia. Il talento salpato in America non ha mai convinto del tutto l’attuale allenatore del Chelsea che l’ha poi escluso dalla formazione che ha partecipato a Euro 2016. Problema evidente di modulo, ci può stare come motivazione. Nel 3-5-2 dogmatico di Conte, Seba non era piazzabile, lui che, il suo meglio lo garantisce come seconda punta pura o appena dietro l’attaccante di riferimento.

Del resto chi meglio di Conte può conoscere la Formica Atomica? Voluto alla Juventus nell’estate del 2012, dopo l’esplosione a Parma, Giovinco è rimasto per molti un bel desiderio inespresso, la bellezza a intermittenza tipica di quei talenti che i tifosi più romantici non riescono a capire e trovare rassegnazione. La Juventus c’ha provato una, due, tre volte: lui nato a Torino, dall’età di nove anni in tutta la trafila bianconera, non poteva essere una meteora da quelle parti.
Una breve comparsa nella Juve vestita da Serie B, un giro a Empoli, poi il ritorno in bianconero, le convincenti stagioni al Parma e il terzo e ultimo ritorno nella sua città e nella sua squadra. Bene nel complesso il primo anno anche se non dimostra lo strappo da campione, poche apparizioni l’anno dopo, quasi nulla nel 2014-2015. A gennaio chiude la valigia e sbarca in Canada, città Toronto. Esplode definitivamente collezionando 69 partite, 45 gol e 28 assist, ultima tripletta nella semifinale contro i New York City di Pirlo nella semifinale playoff della Conference Est di Mls. Nel punto più basso della sua carriera, fatta di panchine e delusione, quando molti vanno negli Stati Uniti per chiudere la carriera, lui l’ha riaperta trovando un ambiente che, mentalmente, lo fa stare bene.

Oltreoceano, nel 2016 (e la stagione non è ancora finita), ha realizzato 21 reti e 16 assist, affermandosi tra i giocatori più determinanti, incisivi e spettacolari. Conte non l’ha convocato per mancanza di affinità col suo modulo, ma forse anche per un pizzico di discredito verso un campionato, quello della Mls, ritenuto non troppo performante. Ora la gestione della Nazionale italiana è stata affidata a Giampiero Ventura e Giovinco non ha ritrovato una maglia azzurra. Problema di modulo, anche qui, un’altra volta con l’ennesimo 3-5-2.
Ma considerando l’infortunio di Berardi, l’esclusione di Pellè e un Balotelli che sta ritrovando se stesso in quel di Nizza, Giovinco ha fatto davvero tanto peggio rispetto gli altri attaccanti convocati per i prossimi impegni azzurri? Se dovessimo valutare l’intero anno solare (seconda parte della stagione 2015-2016 e nella prima parte dell’attuale 2016-2017) in pochi hanno sorriso: c’è sicuramente Lapadula con 20 gol nel 2016 (19 di questi realizzati con il Pescara in Serie B), convocato da Ventura per rimpiazzare l’infortunato Gabbiadini (per lui solo 5 realizzazioni). Positivo il bilancio di Belotti con 19 marcature e di Immobile, rientrato in Italia prima al Torino e ora alla Lazio, con 15 gol. La quarta scelta dell’ex allenatore del Toro è Pavoletti, 12 reti, prima di sprofondare nel quasi nulla con Zaza e le sue tre reti, per finire con Eder, solo due gol con la maglia dell’Inter da quando è arrivato a gennaio.

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Possiamo sospettare, per indole italica, sulla caratura dei difensori avversari, sul tasso tecnico delle squadra, ma resta un dato, restano i numeri che, spesso, sono veritieri, e soprattutto le giocate: calci di punizione, colpi di genio, dribbling e assist. Indipendentemente dagli avversari, Sebastian Giovinco, quest’anno, ha fatto meglio di tutti. Ah, un’ultima cosa: sapete con quale modulo gioca il Toronto? Esatto, proprio il 3-5-2.