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C’è qualcosa di magico, oltre che irrazionale, nella rimonta da leggenda del Liverpool contro il Barcellona. C’è qualcosa che non si può spiegare se uno 0-3 è rimontato 4-0 da una squadra priva dei suoi uomini migliori. C’è qualcosa di irriducibilmente romantico nei titoli di coda di una serata da brividi, con la squadra abbracciata che canta sotto la curva Kop. In un momento così elevato, per cuori forti e rigorosamente reds, la ragione non ha posto. E così, come capita da mezzo secolo, nella stadio fra le strade della band più famosa del mondo si canta l’inno di un gruppetto semi sconosciuto ai più. Mentre nell’odiata Manchester sponda City, nella città culla degli Oasis con i fratelli Gallagher primi supporter di Aguero e Guardiola, all’Etihad Stadium risuona Hey Jude dei Beatles.

Gli altri Beatles

Prima di liquidarlo frettolosamente come ennesimo caso di Nemo profeta in patria (nel caso di Liverpool), bisogna andare indietro nel tempo. E capire perché You’ll never walk alone è diventato il canto di appartenenza di un intero popolo. E dire che questo salmo profano arriva da più lontano. Dagli Stati Uniti e da un musical di Broadway, Carousel, nel 1945, scritto e intonato da Richard Rodgers e Oscar Hammerstein.

Una quindicina di anni dopo la canzone fu interpretata da una delle tante band che fiorivano nel Mersey Side, dai Beatles in giù. Gerry and the Pacemakers, dei fratelli Gerry e Fred Marsden, divennero per qualche anno gli alter ego dei Fab Four. All’inizio degli anni ’60 avevano lo stesso manager (Brian Epstein), lo stesso produttore (George Martin), lo stesso fotografo (Dezo Hoffmann) e anche lo stesso sarto (Dougie Milins).

Non solo Liverpool

Il gruppo si esibiva spesso nello stesso cartellone e negli stessi concerti locali dei Beatles. I loro primi tre singoli (How do you do it? – proposto da Martin ai Beatles ma poi scartato – I like it e You’ll never walk alone) arrivano in testa alle classifiche britanniche. Record eguagliato negli anni ’80 dai Frankie Goes to Hollywood, anch’essi di Liverpool. Nel 1963, quando YNWA era in testa alle hit del Regno Unito, ad Anfield si era soliti cantare i pezzi più in voga del momento. Accadde anche con She loves you di Lennon McCartney.

Ma Non camminerai mai da solo ebbe un effetto travolgente. Un’onda che non si è mai fermata e che si è allargata anche ad altri club (dal Celtic Glasgow al Borussia Dortmund e al Feyenoord).  La fama di Gerry e del suo gruppo si trasformò presto in meteora. Una meteora diventata comunque storia grazie al Liverpool, alla Kop e da ieri anche grazie a Klopp.

A Liverpool erano i più temibili rivali dei Beatles. Ricordo bene con quanta ansia aspettassimo i risultati dei sondaggi del quotidiano locale, sperando di racimolare i punti necessari per batterli. Ecco a che punto eravamo! (Paul McCartney)

Se c’è un posto dove l’incredibile può accadere, questo è Anfield”. E’ un estasiato Massimo Marianella a racchiudere quanto era appena successo a Liverpool, sponda reds. L’impossibile è qui, ora, anzi non del tutto. Perché si era sul 3-0 di Wijnaldum all’appello mancava il punto finale. Il poker di Origi su angolo, geniale, battuto a sorpresa da Alexander Arnold. Il fracaso del Barcellona fa rumore in tv, sui giornali e, negli stessi istanti in cui la squadra di Klopp firmava il capolavoro, diventa trending topic sul web. Ecco i dieci migliori tweet dell’impresa sulle rive del fiume Mersey.

God save Anfield


Outfit profetico


Stadium effect


Leone, eri tu?


Chiacchiere e moviola


This must be the place


The Fab Four

Imagine


This is football

Preistoria

La strada verso la finale di Champions League al Wanda Metropolitano di Madrid ha fatto incrociare i destini di Suarez e del Liverpool in semifinale, a due passi da quella Coppa che l’uruguaiano ha già vinto nel 2015 e che invece Jurgen Klopp ha solo sfiorato nel 2013 ai tempi del Borussia Dortmund e lo scorso anno nella finale di Kiev persa contro il Real.

Il Liverpool è chiamato a una rimonta ai limiti dell’impossibile, recuperare il 3-0 dell’andata, ma storia nella storia, quella di stasera è la notte speciale di Luis Suarez: l’uruguaiano del Barcellona torna per la prima volta da ex ad Anfield, davanti a quei tifosi della Kop che l’hanno amato alla follia dal gennaio 2011 all’estate 2014. E che anni pazzeschi pieni di gol, prodezze, lacrime ed episodi controversi e un complessivo di 133 partite e 82 reti.

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Lasciato l’Ajax a gennaio 2011, Suarez si trasferisce al Liverpool e in meno di un anno i suoi nuovi tifosi iniziano a conoscere il suo proverbiale carattere fuori dal campo: il Pistolero rimedia una squalifica di 8 giornate per un insulto razzista nei confronti di Evra, poi però sul rettangolo di gioco dimostra di essere un bomber implacabile e affamato. A livello realizzativo dà il meglio di sé nel 2013-14 quando si laurea capocannoniere in Premier League con 31 reti. Indimenticabile, quell’anno, la sua crisi di pianto dopo il drammatico 3-3 contro il Crystal Palace che significò, a poche settimane dalla fine della Premier League, l’addio definitivo al titolo. L’uruguaiano, l’estate stessa, salutò Liverpool dopo i Mondiali 2014 con un solo trofeo in bacheca, la Coppa di Lega 2012, per accasarsi al Barcellona: e con i blaugrana, al fianco di Messi, inizia ad arricchire il proprio palmares.

L’attesa per conoscere l’accoglienza che gli riserveranno i suoi ex sostenitori è tanta anche se è stato proprio lui, all’andata, con una zampata di destro in spaccata ad anticipare Alisson su assist di Jordi Alba, a sbloccare il risultato al Camp Nou scegliendo proprio il Liverpool per segnare la sua prima rete stagionale in Champions League. Cortocircuiti di cui il calcio è pieno zeppo, l’altro tabù personale di Suarez: il suo ultimo gol in Champions lontano dal Camp Nou risale addirittura a quasi 4 anni fa. Era il 16 settembre 2015 e il Pistolero segnò il momentaneo 1-0 all’Olimpico contro la Roma prima del pareggio firmato da Florenzi.

 

Forse non sarà oggi, forse sarà nel prossimo domani, quando Suarez si ritirerà e non indosserà più nessun colore. Allora sì, forse sarà quello il momento in cui tutti i tifosi del Liverpool lo ricorderanno come un grande indiscusso attaccante.

Era nell’aria da un po’, ora è ufficiale: Xavi Hernandez ha mandato una lettera aperta ai media spagnoli annunciando che a fine stagione lascia il calcio per dedicarsi alla carriera di allenatore. Per i tifosi blaugrana, possiamo dire che Xavi si era ritirato dopo aver conquistato il secondo triplete del Barça, nel 2015, a Berlino nella finale di Champions contro la Juventus. In realtà era rimasto attivo andando a giocare in Qatar con l’Al Sadd. Per soldi, che servono sempre, e per iniziare a frequentare il corso da allenatore, legato all’accademia Aspire.

 

In questi quattro anni ha giocato, e anche vinto: il 4 aprile scorso ha conquistato la sua prima Liga del Qatar, la quattordicesima per il club, quarto titolo in Medio Oriente per il cervello del Barcellona di Guardiola. Che a 39 anni ha deciso di passare dal campo alla panchina. Ecco le sue parole:

Vincere la Liga delle Stelle del Qatar, l’unico titolo che mi mancava qui, rappresenta il finale perfetto alla mia carriera di calciatore. Come calciatore, non ti stanchi mai di vincere. Ora mi piacerebbe chiudere la stagione vincendo la Coppa dell’Emiro, però sono già curioso di vedere cosa mi prepara il mio futuro in panchina. La mia filosofia come allenatore riflette lo stile che abbiamo sviluppato per tanti anni alla Masia sotto l’influenza di Johann Cruijff, e che tiene la sua rappresentazione più alta nello stile di gioco del Barcellona. Adoro vedere le squadre prendere l’iniziativa sul terreno di gioco, il calcio d’attacco, recuperare l’essenza del calcio che tutti noi amiamo dai tempi della nostra infanzia: il gioco di possessione. Ciò che ho ottenuto negli ultimi decenni è stato un privilegio e penso che sia mio dovere provare a restituire qualcosa attraverso il calcio, se sarò in grado

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Il destino, dunque, è segnato: Xavi allenerà il Barcellona. Bisogna solo vedere quando e con quale presidente. Magari Gerard Piqué, o Pep Guardiola. In attesa che Ernesto Valverde si faccia da parte il catalano inizierà a fare esperienza altrove. Poi ci sarà il ritorno al Camp Nou. Dove il suo talento ha lasciato una traccia indelebile, così come in nazionale: ballando al suo ritmo la Spagna ha vinto Europeo, Mondiale ed Europeo tra il 2008 e il 2012. Un talento fuori dal comune, in campo. Vedremo come andrà in panchina: di certo, Xavi ha le idee chiare.

 

Dai 600 gol di Messi all’eterno dibattito tra l’argentino e Cristiano Ronaldo. Dalla Pulce che gioca assieme a Ronaldinho ai ragazzini terribili dell’Ajax che sbancano anche Londra. C’è questo ed altro nella partweeta di Champions, i dieci migliori post nelle due serate europee.

Messeicento


Leo e Dinho


Lumaca Italia


Giudizi affrettati


Godiamoceli


Lumaca Italia parte II

Carezze arbitrali


Birra e tv


Ansia non ne abbiamo


Calcio pane e salame

Diceva Enzo Ferrari che “Le auto da corsa non sono né belle né brutte. Diventano belle quando vincono”. Probabilmente è quello che si augurano anche i tifosi quando le loro squadre del loro cuore rivoluzionano il proprio stile in nome del marketing e del business. Provate a far vedere a un supporter della Juventus l’anteprima delle nuove maglie che il club bianconero indosserà nella prossima stagione. Almeno i colori sono salvi, e neanche del tutto visto che c’è l’ingresso dell’unica striscia presente (rosa) in omaggio alla Juve che fu agli inizi del ‘900. Il resto è rivoluzione. Via le strisce, ecco un quadrato bianconero diviso a metà.

Anno nuovo, maglia nuova

Il web si è subito scatenato. Oltraggio alla storia, tradizione violentata, paragoni immediati coi fantini dell’ippica (tema tanto caro ad Allegri). Scenario copia incolla di quanto accaduto già nel 2017 con un nuovo restyling dalle parti dello Stadium con il cambiamento del logo. Eppure, da allora, le due J stilizzate sono diventate marchio identificativo ed efficace del brand Juventus. E così come il mercato impone, la maglia è la prima immagine di un club, prim’ancora di sciarpe, campioni, figurine. E se le regole degli affari prescrivono rapidi cambiamenti, il calcio moderno (che di quel mercato è il prodotto) non può esimersi dall’adeguarsi ai nuovi modelli di vendita.

I precedenti

D’altronde i tempi delle maglie senza numero e sponsor sono preistorici. La Juventus non è la prima squadra a innovarsi senza perdere del tutto la propria storia. Il Barcellona è, nel calcio, forse il caso più eclatante. La maglia blaugrana negli anni è diventata un quadrato, poi a fasce orizzontali e infine, il prossimo anno, sarà a scacchi. E tornando in Italia anche l’Inter si conferma sensibile al tema con la divisa a strisce nerazzurre in diagonale nella stagione 2019-2020. I calciofili dovrebbero ritenersi fortunati. Oltreoceano, in Nba, le franchigie dei club cambiano maglia e persino nome quasi ogni anno.

E dire che la semifinale stava per sfumare per un suo sciagurato retropassaggio. Al 93’ di un pazzo Manchester City Tottenham Kristian Eriksen arresta la corsa e riparte da dietro, cercando aiuto nel compagno di squadra Jan Vertonghen. Palla intercettata da Bernaldo Silva, percussione in area e gol di Sterling. Per fortuna dei due calciatori del Tottenham la rete è annullata dal Var per una posizione di fuorigioco. Altrimenti, in particolare l’olandese, avrebbe avuto molta difficoltà nel tornare a Londra. E, soprattutto, non avrebbero incrociato l’Ajax in semifinale in uno scontro dal forte valore simbolico.

Non solo Eriksen

Si giocano la finale due squadre fuori dalle prime posizioni del fatturato nella classifica di Deloitte. Addirittura il Tottenham per due anni di seguito non ha fatto mercato. In più, a partire da Eriksen e Vertonghen, la colonna portante degli Spurs è cresciuta made in Amsterdam. Il centrocampista danese, classe 1992, è stato prelevato dall’Ajax dopo aver mosso i primi passi nell’Odense. Lo stesso difensore belga conta oltre duecento presenze con gli olandesi tra il 2006 e il 2012. Ma non solo. Nella squadra di Pochettino ci sono anche gli ex tulipani Toby Alderweireld (186 presenze con l’Ajax) e il colombiano Davinson Sanchez (una sola stagione nel 2016-2017).


Anche Barcellona Liverpool offre alcuni incroci da libro Cuore. Pensiamo a Philippe Coutinho, esploso in riva al Mersey Side dopo la deludente esperienza con l’Inter. Per il talento brasiliano cinque anni ad Anfield Road con 54 reti in 201 presenze. The Kid ha lasciato Liverpool un anno fa per Barcellona non senza qualche mugugno della sua vecchia tifoseria nella Kop. In maglia reds è passato anche Luis Suarez (e prim’ancora anch’egli nell’Ajax). Dal 2011 al 2014 ha collezionato 133 gettoni in campo con 82 reti, una media gol da urlo. I due sono stati compagni di squadra anche a Liverpool per qualche mese nella prima parte del 2014.

 

Leo Messi e la Selección argentina, un amore vs odio che pende dalla parte più romantica. Il tallone d’achille della Pulce resta la maglia albiceleste: decisivo nelle qualificazioni, grande assente nelle gare che contano. L’ultimo disastroso Mondiale russo aggiunge un ulteriore tassello alla turbolenta storia d’amore tra Messi e la sua Nazionale. Eppure, nonostante il perenne e ingombrante paragone con Maradona, in Argentina hanno scelto di amarlo e aspettarlo un’altra volta. Dopo sette mesi il fuoriclasse del Barcellona torna a giocare per la squadra del ct Scaloni. E la Selección su twitter lo omaggia con un video speciale.


Da Bergoglio a Manu Ginobili

Dieci argentini in uno. Dieci argentini che hanno fatto, a loro modo, la storia concentrati in Leo Messi. Dalla fede di Papa Bergoglio alla velocità di Juan Manuel Fangio. Dai tocchi di Astor Piazzolla e Manu Ginobili alla precisione di Gabriela Sabatini e al genio letterario di Josè Borges. Dalla velocità di una Pagani Zonda alla bellezza visionaria di Benito Quintela. Dal medico Rene Favaloro al cantante Carlos Gardel.

Hai tenuto il conto? Sono dieci argentini in uno. E ci sono ancora persone che pensano sia di un altro pianeta. Può essere, ma di un pianeta di geni chiamato Argentina

In coppia con Lautaro

L’occasione per il gran ritorno è, in realtà, solo un’amichevole contro il Venezuela in programma questa sera al Wanda Metropolitano di Madrid. Lo stadio della finale di Champions League nella città a Messi più avversa vista la grande rivalità tra Barcellona e Real Madrid. In attacco El Diez dovrebbe fare coppia con Lautaro Martinez, che anche in Nazionale ha preso il posto del ribelle Mauro Icardi. 65 reti in 128 partite: bottino niente male se non ti chiamassi Leo Messi. E se il tuo popolo non aspettasse da te quella Coppa che a Buenos Aires manca dal 1986. Quando più in alto di tutti c’era la grande ombra di Messi, Diego Armando Maradona.

Era da novantanove anni che una partita di calcio femminile non registrava un così alto numero di spettatori. Stadio Wanda Metropolitano di Madrid, casa dell’Atletico: 60.739 spettatori muniti di biglietto  hanno riscritto la storia. Nella partita di campionato contro il Barcellona, poi vinta dalle calciatrici blaugrana per 2-0, si è infatti registrato il più alto numero di spettatori della storia dei club calcistici femminili. Quasi 61mila i paganti, un record che cancella – come scrive l’Atletico Madrid sul proprio sito ufficiale – il primato del Boxing Day inglese del lontanissimo 1920, quando al Goodison Park circa 53mila persone assistettero alla sfida tra Kerr’s Ladies e Helen’s Ladies.

 

Sono numeri impressionanti quelli del Wanda e dell’Atletico femminile. O almeno per noi italiani dove il calcio femminile è catalogato nel “dilettantismo”. Invece pensate che la capienza massima dello stadio è di 68mila posti a sedere, mentre la media tenuta dalla squadra maschile nella stagione 2017-18 è stata di 55.482 spettatori,  secondo la Uefa.

 

Un primato che batte anche il precedente record nel calcio femminile spagnolo, fatto registrare lo scorso gennaio nella Copa de la Reina (l’equivalente della Coppa del Re) con 48.121 spettatori per Athletic Bilbao-Atletico Madrid. Numero a sua volta inferiore ai più di 51mila che hanno assistito, sempre quest’anno, a Tigre-Monterrey della serie A messicana. Ora c’è un nuovo primato storico. E una bolgia che ha confermato ulteriormente la grande crescita del pallone al femminile.

Un Clasico è sempre una partita a sé, specie per l’atmosfera al Bernabeu e perché c’è un nuovo remake dopo il 3-0 di qualche giorno fa in Coppa del Re con conseguente eliminazione del Real Madrid dalla coppa nazionale spagnola.

In questa partita speciale la Nike, storico sponsor tecnico del Barcellona, ha voluto festeggiare i vent’anni di partnership con i catalani realizzando una maglia speciale che ci fa fare un tuffo nel passato al 1999, anno in cui le due aziende hanno cominciato a lavorare insieme.

Barcelona are set to wear a 1990s-inspired retro shirt in Saturday night's La Liga Clasico 
La maglia di questa sera

Era un altro Barcellona, con altri campioni ma sempre con la stessa tradizione e con i caldi tifosi. Tra le fila degli azulgrana erano presenti tra gli altri: il fuoriclasse brasiliano Rivaldo, l’ex tecnico e attuale ct spagnolo Luis Enrique e il portoghese Luis Figo (allora capitano, prima del “tradimento” con il passaggio ai nemici dei Blancos).

Barcelona wore the simple, sponsorless shirt during their first season with Nike in 1998-1999. The team is (back row, left to right), Sonny Anderson, Rivaldo, Giovanni, Luis Enrique, Abelardo Fernandez, Ruud Hesp; (front row, left to right), Phillip Cocu, Samuel Okunowo, Xavi, Michael Reiziger, Luis Figo.
Barcellona stagione 1998/99. Da sinistra verso destro: Sonny Anderson, Rivaldo, Giovanni, Luis Enrique, Abelardo Fernandez, Ruud Hesp; Phillip Cocu, Samuel Okunowo, Xavi, Michael Reiziger, Luis Figo

Ora ci sono tanti altri grandissimi calciatori guidati da forse il più grande, come Leo Messi. Una curiosità: tra gli undici titolari del 1999 c’era un giovane Xavi che poi è diventato bandiera e simbolo del Barça pigliatutto dell’era Guardiola e della nazionale delle Furie Rosse della Spagna.

Tornando al legame Nike – Blaugrana, lo sponsor tecnico ha voluto dare un forte segnale di questa grande alleanza e per il match di stasera la formazione di mister Valverde indosserà una maglia che rievoca la prima realizzata per il club catalano.