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Quando è stato ceduto al Barcellona sembrava una notizia di Lercio o una classica boutade degli ultimi giorni di calciomercato. E invece Kevin Prince Boateng, all’indomani dello 0-0 con l’Inter, in Catalogna ci è andato davvero. Acquisto ritenuto bizzarro ai più, ma che trova un senso nella caratura internazionale e nel tasso di esperienza aggiunto che può dare l’ex Sassuolo e Milan. Ma il punto nevralgico è stato dare una spiegazione a tutti coloro che avevano puntato su di lui nell’asta estiva del fantacalcio. Centrocampista offensivo con tanti bonus nei piedi, aveva iniziato bene la stagione andando più volte a segno. Poi una serie di guai fisici ne avevano limitato il suo impiego da parte di De Zerbi.

La buona prestazione a San Siro contro l’Inter aveva rinvigorito le speranze dei suoi fantallenatori. Poi il crac con la cessione in Spagna, non sostituita adeguatamente. Al Sassuolo, infatti, è arrivato il semisconosciuto baby centravanti Gianluca Scamacca che difficilmente troverà posto nello scacchiere neroverde. E allora, uno dei tanti fanta mister lasciati nel panico da Boateng, ha pensato bene di rivolgersi direttamente all’interessato. Ha cercato il suo profilo instagram, ha trovato una foto del calciatore in allenamento con il Barcellona e ha commentato:

Dovresti rimborsarmi i soldi spesi per prenderti al fantacalcio a gennaio, visto che poi in un giorno hai mollato tutti… come facciamo, ti mando il mio IBAN?

Una provocazione divertente che però non è passata inosservata. Prince, o il suo social media manager, si è prestato allo sfottò e ha risposto con un invito: “mandalo”. Messaggio rivolto ai tanti scottati dalla sua cessione al fantacalcio. Potrebbe essere una soluzione interessante quando un giocatore della tua fantasquadra delude le attese. Edin Dzeko e Gonzalo Higuain sono avvisati. Tra poco potrebbe toccare ai due maggiori flop di quest’anno ricevere gli estremi bancari dei tanti che aspettavano i loro gol.

E’ uno tra i simboli più tatuati dagli statunitensi, scrive, nel saggio critico “No logo”, l’autrice Naomi Klein. Parliamo dello Swoosh, il logo universalmente riconosciuto della Nike, una delle società d’abbigliamento che più si è legata allo sport e alle gesta degli atleti. Con un fatturato che nel 2015 ha superato  i 30 miliardi di dollari, negli anni, Nike è diventato il primo produttore mondiale di accessori e abbigliamento sportivo, soprattutto per il calcio, il basket, il tennis e diverse discipline atletiche.

Nike Inc. nasce il 25 gennaio 1967, su idea di un allenatore, Bill Bowerman, e di uno studente di Economia, Phil Knight, per importare scarpe sportive dal Giappone. Fu scelto Il nome “Nike” perché nella mitologia greca l’omonima dea simboleggiava la vittoria. A guardar bene, infatti, lo Swoosh rappresenta la  dinamicità stilizzata della dea alata Nike di Samotracia.

Dalle scarpe alle magliette, dagli orologi ai polsini, il brand è entrato prepotentemente nella nostra quotidianità, cavalcano lo slogan “Just do it” ed efficaci campagne pubblicitarie. Dallo spot girato dalla Nazionale di calcio brasiliana in aeroporto, a Michael Jordan, siamo rimasti incollati davanti allo schermo e ancora oggi ricordiamo con affetto queste pubblicità.
Qui di seguito, abbiamo raccolto gli spot che hanno aumentato la popolarità del marchio portandolo alla supremazia attuale:

1988 – La prima volta di “Just do it”

La prima volta che il mondo si accorge di queste tre semplici parole è in uno spot televisivo del 1988. Si vede Walt Stack, allora 80eene corridore, correre a petto nudo lungo il Golden Gate Bridge di San Francisco, mentre dice al pubblico che corre 17 miglia ogni mattina. “Just Do It” è stato un spartiacque per l’azienda: a metà degli anni ’80, infatti, aveva perso negli Stati Uniti il dominio sulla vendita delle scarpe sportive. Questo passo è stato decisivo per il definitivo rilancio;

1991 – Ci vuole il rock: Agassi e i Red hot

Esplode la carica degli anni ’90 e la Nike pensa di miscelare rock e sport, dimostrando di poter spaziare e accogliere le icone più trend del momento. Per la musica ecco i Red Hot Chili Peppers, mentre come atleta sportivo si sceglie il ribelle, alternativo e un po’ punk nell’anima: la folta chioma (che poi perderà) del tennista Andre Agassi;

1995 – La sfida infinita: Agassi contro Sampras

E’ ancora il tennis a proiettare la Nike in una nuova dimensione. Questa volta scende in strada, tra i comuni passanti. La forza espressiva del marchio è talmente forte da piazzare nello spot una delle rivalità sportive più acri e suggestive: Agassi contro Sampras. Lo spot “Guerrilla-tennis”, definito come uno dei migliori 25 sportivi da Espn, è un incontro improvvisato tra le vie di New York con gli spettatori sorpresi e poi entusiasti;

1996 – Il calcio va all’inferno

Com’è facilmente intuibile, il calcio (soccer) in America è partito un paio di gradini al di sotto rispetto basket, baseball o anche tennis. Nel corso degli anni è diventato sempre più popolare anche se la Nike, attenta anche al mercato europeo, ha sempre avuto un occhio di riguardo al calcio nostrano.
Nel 1996 fa centro con uno spot mitologico che vede Maldini, Ronaldo, Brolin, Rui Costa, Kluivert, Campos chiamati a salvare il calcio da orrendi e maligni diavoli. Il tocco finale è un must ancora oggi: Cantona che si alza il colletto e prima di perforare il portiere esclama: “Au revoir”.
La Nike, in seguito, realizzerà tante altre campagne sul calcio (ricordiamoci Ronaldo e il Brasile in aeroporto o tutto il capitolo sulla “gabbia” o il “joga bonito”), ma questo spot di metà anni ’90 è una tappa miliare e unica;

1996 – “I’m Tiger Woods”

Nello stesso anno, Nike decide di puntare e investire su un ragazzo, un golfista, da poco passato ai professionisti. Crede nelle potenzialità del ragazzo e gli dedica una campagna ad hoc semplice ed efficace, tanto da rimanere in testa per giorni e giorni. Bambini e ragazzini, in successione, pronunciano «I’m Tiger Woods»: è la presentazione al mondo di quello che per molti sarà considerato il più grande golfista di sempre e tra i migliori sportivi.
La carriera di Woods non ha bisogno di ulteriori parole: già nel 1997 vince il Masters a 21 anni e 3 mesi risultando il più giovane vincitore nella storia del torneo;

2001 – Dopo il rock, ora tocca all’hip hop

E’ probabile che quella generazione di ragazzini si sia appassionata all’hip hop e al basket vedendo questo spot. Una scarica di adrenalina, la voglia di prendere in mano la palla e fare acrobazie e freestyle. Sfondo nero, luci soffuse, un beat creato dal suono dei rimbalzi della palla e dalle scarpe che scivolano sul parquet e si sforna un autentico capolavoro. Divenuto icona del nuovo secolo, lo spot è stato riadattato anche in versione “calcistica”;

2003 – Ciao Michael Jordan

Michael Jordan è la leggenda del basket. Michael Jordan per quasi due decadi è stato uno dei volti più di successo della Nike che già verso la fine degli anni ’80 aveva scommesso su di lui. Basta pensare che esiste una linea, “Air Jordan”, costruita esclusivamente sull’icona dei Chicago Bulls.
Nel 2003, all’annuncio del suo reale e definitivo ritiro come giocatore dall’Nba, la Nike, in preda alla nostalgia, gira uno spot sulla falsariga di quelli passati. C’è il regista Spike Lee nelle vesti di Mars Blackmom (nome di fantasia di questo personaggio molto amico di Mj) che persuade e prova a convincere il numero 23 a ritornare a giocare.
Una serie di infinite telefonate e poi alla fine del video, si sente dall’altra parte della cornetta Jordan che saluta. Poi “tu-tu-tu”. E’ la conclusione di un pezzo inarrivabile di storia. Divertente e un po’ triste allo stesso tempo;

2005 – Con le traverse di Ronaldinho esplode internet

Nike introduce il concetto di “viralità”, fenomeno di ipercondivisione ed emulazione che si diffonde attraverso la rete. Bastano solo alcune parole: Ronaldinho, Barcellona, quattro traverse (più una quinta che si sente in chiusura dello spot). Il capolavoro è servito;

2013 – 25 anni di “Just do it”

La Nike, come visto con Spike Lee, ha ciclicamente chiesto la partecipazione di attori, registi e addetti allo spettacolo. Per celebrare i 25 anni dalla nascita dello slogan, si serve della voce di Bradley Cooper per narrare le gesta dello spot dal nome “Possibilities”.
E’ un invito a non mollare mai, a credere in quello che si fa: fatica, sudore e sconfitte forgiano gli atleti vincenti di domani. Così, si arriva a giocare assieme a Piqué (difensore del Barcellona) o a sfidare Serena Williams o LeBron James.
Inutile dirlo, la campagna è diventata subito virale, ottenendo più di quattro milioni di visualizzazioni nella prima settimana di lancio;

Ora la palla passa a voi: quali spot vi sono rimasti più impressi?

Uno è diventato campione del mondo ed è stato il primo capitano nero della Germania; l’altro nella sessione invernale del calciomercato è approdato – inaspettatamente – al Barcellona. E poi c’è il terzo che con il calcio non ha concluso nulla, eppure a detta degli altri due era il più promettente.

E’ la famiglia Boateng o meglio i “Die Brüder Boateng”: c’è Jerome che di anni ne ha 30, poi Kevin-Prince, un anno più vecchio, e George, 37 anni per lui. George e Kevin hanno una madre diversa rispetto a Jerome che infatti è cresciuto in un quartiere benestante di Berlino, a differenza degli altri due che si sono fatti le ossa dalle parti di Wedding, zona nod-ovest della capitale tedesca.

 

La Berlino post crollo del Muro, quella degli anni ’90 tosti, dei campetti di periferia, delle strade da prendere e dei rischi da correre. A tutti e tre piaceva il calcio, anche George prometteva bene, anzi era quello con il maggior talento tra i tre. Tutti passati nelle file giovanili dell’Hertha, a George, però, la testa calda l’ha tradito, così quei treni da cogliere nella vita che non passano spesso o che passano sotto al naso senza accorgersene li ha visti allontanarsi.

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La storia dei tre fratellini è, però, un simbolo della nuova Germania multietnica. Non a caso proprio su di loro si è basato un libro prima e poi uno spettacolo teatrale chiamato “Peng Peng Boateng”, che racconta la loro storia. Berlino è molto presente nella vita dei tre fratelli, ognuno per un motivo diverso. Il calcio al centro di tutto. A Wedding, precisamente a Travemünderstrasse, Kevin e Jerome hanno iniziato a dare i primi calci ad un pallone. Nel “Panke”, una vera e propria gabbia, dove ancora oggi ragazzini di tutte le età si ritrovano per giocare. Lì dove i Boateng si sono imparati a conoscere davvero anche fuori dal campo.

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Jerome ora è un pilastro del Bayern Monaco; Kevin-Prince ha deciso di giocare per il Ghana, nazionalità del padre, è esploso nel Milan prima di girare tra Schalke, La Palmas, Francoforte e Sassuolo. George, invece, ha intrapreso la carriera da rapper dopo qualche mese di reclusione e una vita lasciata quasi subito come allevatore di cani. Nel 2015, BTNG (è il suo nome d’arte),  ha pubblicato un singolo che si intitola “Gewachsen auf Beton” (letteralmente “Cresciuto sul cemento”) il cui video è girato interamente a Wedding ed riconoscibile il gigantesco murale che raffigura il viso dei tre Boateng che proprio lì sono cresciuti. L’opera, un esempio ben riuscito di guerrilla-marketing effettuato da Nike durante un suo evento per la presentazione di una nuova collezione di scarpe da calcio, fa da cornice anche a un altro video “Kafigtiger” (gabbia della tigre) dove compaiono proprio Jerome e Kevin-Prince che giocano nella gabbia. Nel loro Panke.

Ci sono tiri magnifici che non sono mai diventati gol, azioni da manuale non convertite in rete, prodezze da capogiro annullate da un fischio arbitrale, passaggi in pertugi invisibili dimenticati perché non tramutati in assist. Leo Messi non ha bisogno di entrare in nessuna di queste categorie per essere consegnato alla leggenda. Per la pulce parlano i suoi numeri, la sua classe, le sue magie. Eppure ci sono momenti che non entrano nei libri di storia, ma che restituiscono la grandezza sconfinata di un fenomeno venuto da un altro pianeta.


Il Barcellona comanda la Liga spagnola con 40 punti, 5 in più dell’Atletico Madrid secondo. Nella prima partita del 2019, i blaugrana hanno espugnato il campo del Getafe per 2-1, laureandosi campioni d’inverno con un turno di anticipo. Per il quarto anno consecutivo è stato proprio Messi a segnare il primo gol dell’anno per i catalani. Suarez ha raddoppiato, a nulla è valso il gol dei padroni di casa con Mata. Con la rete del vantaggio l’argentino ha aggiornato i suoi numeri impressionanti per l’ennesima stagione da extraterrestre. Sedici reti in sedici partite nella Liga, capocannoniere del torneo a cui si aggiungono 11 assist. Sono 22 le marcature totali in 21 gare stagionali. Mentre sono 399 i suoi gol nella Liga in 434 partite disputate.


Eppure, almeno questa volta, in numeri non dicono tutto. Perché c’è un’azione nel match contro il Getafe che non si è tramutata in rete e né forse entra negli highlights della partita. Ma rappresenta in sintesi tutto il genio di un artista contemporaneo del pallone le cui gesta saranno narrate nel tempo. Al 23’ Messi riceve palla sulla trequarti, sul versante destro del campo. Sa che in quel momento Luis Suarez taglia in profondità per cogliere di sorpresa la difesa avversaria. Il punto è che Messi ha un’intera difesa piazzata di fronte. Ma lui è Lionel da Rosario e vede cose noi umani non possiamo neanche immaginare. Passaggio filtrante in un corridoio nascosto che spiazza almeno 5 difensori avversari. L’assist mette Suarez davanti al portiere in posizione defilata. L’azione poi sfuma, ma il passaggio di Messi entra nel suo museo di opere d’arte da consegnare all’umanità.

L’annuncio ufficiale non è ancora stato dato, ma è Alvaro Morata attraverso un post su Instagram a dare l’addio al compagno di squadra Cesc Fabregas, che saluta la Premier League e il Chelsea per accasarsi al Monaco.

 

All’età di 31 anni, dunque, una nuova avventura per il centrocampista spagnolo che lascia il campionato inglese dopo 4 anni e mezzo per volare in Ligue 1 nella squadra guidata da Thierry Henry che lotta per la salvezza.

L’ultima partita con la maglia dei Blues è stata giocata ieri sera in FA Cup contro il Nottingham Forest vinta per 2-0 allo Stamford Bridge, grazie alla doppietta di Morata. In realtà anche Fabregas ha avuto un occasione per segnare, ma è stato ipnotizzato dal dischetto dal portiere Steele al trentesimo del primo tempo.

Quest’ultima stagione è stata quella dell’anonimato dato lo scarso utilizzo da parte dell’allenatore Maurizio Sarri. Ma forse è da molti anni che si è perso il vero Fabregas che ha estasiato tutti con la maglia dell’Arsenal e con la nazionale spagnola.

Proprio grazie alle grandi stagioni con la maglia numero 4 dei Gunners l’ex capitano si fa notare al grande calcio come uno dei centrocampisti più di prospettiva, dotato di tantissima qualità e quantità. Imprescindibile per il gioco di Arsene Wenger e dei commissari tecnici Luis Aragonés e Vicente Del Bosque.

Con l’Arsenal gioca 391 partite realizzando 59 reti e 92 assist vincendo una Fa Cup nel 2004/05 e una Community Shield nel 2004.

Il ritorno al Barcellona è stato quello da favola dato che lui è cresciuto nella cantera blaugrana e che ha lasciato quando aveva sedici anni. Il club spagnolo lo acquista alla cifra di 40 milioni di euro e fissando una clausola di 200. Con il Barcellona vince quasi tutto anche se l’amore non sboccerà mai con la società e con i tifosi. Nonostante i blaugrana siano la squadra più forte in circolazione, Cesc Fabregas decide di lasciare nuovamente la Spagna per accettare la proposta del Chelsea del presidente Abramovich.

I Bleus lo comprano alla cifra di 33 milioni di euro e alla prima stagione risponde come uomo assist. Ben 25 passaggi vincenti e 5 reti e vittoria della Premier League nel 2014/15. Nelle ultime stagioni il suo rendimento è calato e non ha più quella freschezza atletica di un tempo nonostante abbia ancora 31 anni.

Ora sarà il francese Henry a cercare di recuperarlo del tutto così che possa dare un contributo importante al Monaco in ottica salvezza.

Insieme hanno vissuto l’epopea d’oro del Barcellona di Pep Guardiola. Uno, Tito Vilanova, in panchina, assistente dell’attuale tecnico del Manchester City. L’altro, Gerard Piqué, in campo, perno difensivo insieme a Carles Puyol. Cinque anni, dal 2008 al 2013, in cui vincono tutto col tiki taka blaugrana. Nell’ultimo anno Vilanova raccoglie il timone lasciato da Guardiola, vincendo la Liga nel 2013. Sarà l’ultimo trofeo vinto dall’allenatore catalano. Una malattia incurabile lo stronca nell’aprile 2014.

Gerard Piquè

Ma Gerard Piquè non ha mai dimenticato il suo vecchio amico. Negli anni sono state diverse le dediche del difensore spagnolo a Vilanova. Oggi uno dei leader della Roja va oltre. Il suo Andorra, squadra di cui Piqué è uno dei proprietari, ha acquistato Adrià Vilanova, giovane difensore 21enne e figlio di Tito. Il club del minuscolo Stato dei Pirenei lotta per la promozione in terza divisione. Vilanova jr ha iniziato gli allenamenti guidati dai tecnici Albert Jorquera e Gabri Garcia, anch’essi ex blaugrana. Il neo arrivato si aggiunge ai nuovi acquisti Forgas, Cervós, Bové e Dot.

Tito e Adrià Vilanova

Adrià Vilanova è cresciuto nella cantera del Barcellona, alla Masia, il celebre centro di formazione giovanile in cui ci si allena al tiki taka del futuro. Poi il ragazzo ha giocato nell’Hercules e nel Maiorca B. L’Andorra, che milita nella Primera Catalana, ha recentemente cambiato proprietà passando al gruppo Kosmos che fa riferimento proprio a Piquè. Uno che non ha mai dimenticato Tito , l’erede di Guardiola andato via troppo presto.

Adrià Vilanova

Sembrava impossibile solo qualche mese fa. Cristiano Ronaldo e Lionel Messi in serie A. Scenario da fantacalcio. Così improbabile vedere i due marziani degli ultimi 10 anni lasciare la Liga per l’Italia. E invece a luglio il primo colpo di scena. Blitz di Andrea Agnelli in Grecia e CR7 in Italia. I primi mesi italiani del portoghese hanno già lasciato i primi segni del fuoriclasse. Undici gol in 19 partite con i bianconeri, 10 in campionato e uno (meraviglioso) in Champions contro il Manchester United. Ha giocato in tutte le partite, lasciando il campo solo nel finale della partita di Firenze, sostituito da Bernardeschi. La sensazione di aver accresciuto la consapevolezza della squadra di Allegri. Ronaldo è il professionista di sempre: corre, ha voglia, segna e fa assist. E, in tre interviste rilasciate ai quotidiani sportivi italiani, chiama il suo rivale di sempre:

Mi manca? No, magari è il contrario. Io ho giocato in Spagna, Inghilterra, Italia e Portogallo e ho vinto ovunque lui è sempre stato in Spagna. Magari ha più bisogno lui di me… Per me la vita è una sfida, mi piace e mi piace far felici le persone. Mi piacerebbe che venisse in Italia, un giorno. Faccia come me, accetti la sfida.


E allora il piatto è servito. Le parole del portoghese stuzzicano la fantasia. Ronaldo e Messi in Italia. Qualcuno obietterà che sono a fine carriera, ma non sono giocatori normali. Due marziani che fanno del professionismo il loro valore assoluto. L’ingrediente fondamentale per tener vivo il talento da fuoriclasse. Già, ma con CR7 alla Juve, Messi dove andrebbe? Domanda, oggi, senza una risposta univoca. L’ex Real Madrid è andato nell’unica squadra italiana che aveva la consistenza economica per comprarlo (a prezzo quasi di saldo, 100 milioni, ingaggio a parte). Sogni a parte, solo un’altra squadra oggi avrebbe i mezzi, in teoria, per portare l’argentino in Italia. L’Inter con il colosso Suning. La più seria accreditata, nei prossimi anni, a interrompere il dominio della Juventus, soprattutto dopo l’arrivo di Marotta. Ma c’è da fare i conti con i paletti dell’Uefa, che già in questi anni ha acceso i suoi riflettori sui bilanci dei nerazzurri. Solo una suggestione, invece, immaginare un Messi che ripercorre le gesta del Pibe de Oro a Napoli. Fuori classifica Roma e Milan.

Messi in Italia e all’Inter: solo suggestione?

 

La Pulce, in questo modo, colmerebbe quell’unica differenza che lo separa da Cristiano. Uno ha giocato solo nel Barcellona, l’altro ha girato tra Portogallo, Inghilterra, Spagna e Italia. Sarà la molla per accettare la sfida nel campionato italiano?

Immaginate che Leo Messi giochi in Italia, a voi la libera scelta del club. Fantacalcio? No, se pensate a quanto successo con Cristiano Ronaldo, sì se pensate di comprarlo all’asta. La scena è la seguente: Messi in Italia, in una giornata fantacalcistica. La sua squadra perde in casa, ma l’arbitro gli assegna erroneamente un gol nel referto ufficiale. Se avete la Pulce nella vostra squadra, gongolate per la gaffe arbitrale. Se ce l’avete contro, maledite il direttore di gara e la Lega che gli assegna il gol.

Fantacalcio? Nuovamente no, perché è quanto accaduto davvero in Spagna. Non sappiamo se la storia sia realmente successa nel fantasy game più conosciuto in Italia, ma nel calcio reale questo racconto corrisponde alla dura verità. Domenica scorsa il Barcellona ha perso (inaspettatamente) in casa contro il Betis Siviglia, fresco avversario del Milan in Europa League. 0-2 nel primo tempo con le reti di Junior e Joaquin, tentativo di rimonta blaugrana nel secondo tempo proprio con Messi fermata dai sigilli di Giovani e Canales. A nulla valgono i centri di Arturo Erasmo e del numero 10 argentino nel finale. Ebbene, la doppietta di Messi è ugualmente arrivata ma, secondo l’arbitro Lahoz, il fuoriclasse avrebbe segnato un gol già nel primo tempo, al 22’. Un momentaneo pareggio (1-1) che in realtà non c’è mai stato.

Il referto con il presunto gol di Messi al 22′

La svista è stata riportata sul referto ufficiale del match, poi pubblicato online sul sito della Federazione spagnola. L’errore è stato visibile per diverse ore prima che diventasse virale venendo corretto. L’abbaglio arbitrale, questa volta solo di trascrizione, è abbastanza clamoroso visto che Antonio Mateu Lahoz è un direttore di gara esperto, avendo arbitrato gare di Champions League, dei Mondiali oltre che quelle in patria. Eppure, ha visto un gol che non c’era, per la gioia di chi aveva Messi in squadra nella propria fantasquadra e gli improperi di chi l’aveva contro. Ma è solo fantacalcio giusto? No, questa volta no.

 

Non sappiamo se la Treccani creerà il neologismo Mourinhate seguendo la scia delle parole Cassanate, Sarrismo o Tottilatria, certo però con il gesto di ieri sera Josè Mourinho aggiunge un’altra “sceneggiata” alla lista della sua carriera da allenatore.

Al fischio finale tra Juventus – Manchester United il tecnico portoghese ha risposto agli sfottò del pubblico juventino durante il match, con un gesto che ha fatto discutere. Mano vicino all’orecchio a significare “Non vi sento! Non parlate più?”. Un’azione che ha fatto innervosire i tifosi juventini e anche i calciatori (su tutti Leonardo Bonucci) hanno voluto frenare il tecnico per l’esagerazione del suo comportamento. Anche il giornale sportivo inglese Sun sport non l’ha presa bene.

In realtà anche all’andata c’è stato qualcosa di simile. Fischi continui da parte dei tifosi juventini in trasferta all’Old Trafford per i suoi trascorsi all’Inter e il tecnico lusitano che al termine del match alza la mano destra indicando il numero tre, in ricordo del triplete nerazzurro del 2010 non ancora riuscito invece alla Juventus. Stesso gesto del numero tre alzato qualche giorno prima anche in Premier League allo Stamford Bridge di Londra tra Chelsea e i Red Devils. Mourinho risponde ai fischi del pubblico ricordando che lui è l’allenatore più vincente dei blues con i suoi tre titoli nazionali.

Mourinho che, con le tre dita, ricorda ai tifosi blues i titoli nazionali vinti col Chelsea

Ancora contro il Chelsea un altro show di questi livelli s’è tenuto quando sulla panchina blues sedeva Antonio Conte. I due pare non si amino alla follia e ciò o si è visto in campo in alcuni match tra i Red Devils e il Chelsea di Premier. Allo Stamford Bridge, finisce 4-0 e l’ex interista esplode nel finale avvicinandosi al collega dicendogli all’orecchio, ma in maniera evidente, che “no, così non va, non si esulta in questo modo, è mancanza di rispetto nei confronti dell’avversario sconfitto”.
In FA Cup avviene invece un vero e proprio faccia a faccia davanti al quarto uomo. Lo scontro continua negli spogliatoi, a quanto pare, nuovo contatto ravvicinato. E a fine gara ennesimo siluro del portoghese, stavolta contro i propri ex tifosi: “Io Giuda? Sì, ma Giuda number 1”.

Il “caldo” confronto con Antonio Conte

REAL MADRID

Ma non è la prima volta che il lusitano si rende protagonista di uscite poco eleganti. Se lo ricordano bene in Spagna soprattutto i tifosi del Barça, quando era sulla panchina dei blancos. Al termine della partita di Supercoppa di Spagna tra Real Madrid – Barcellona, vinta dai catalani per 3-2, scatta una rissa tra calciatori e panchine. Mourinho va fuori di sé e aggredisce il vice di Guardiola, Tito Vilanova, con un dito nell’occhio che gli costarono due turni di stop.

Il dito nell’occhio di Vilanova dopo il match di Supercoppa di Spagna

Da ricordare anche i “Porqué?” ancora dopo un’eliminazione del suo Real contro il Barcellona. I vari perché dopo la partita per le tante scelte sbagliate dell’arbitro del match.

INTER

Tanti i successi con l’Inter ma anche molte scenette del portoghese sia in campo che fuori. Su tutte il famoso gesto delle manette contro la Sampdoria a san Siro pareggiato 0-0. Per i nerazzurri due espulsioni, gesto a favore di telecamera e quindi polemica contro la classe arbitrale, accusata di aver un diverso riguardo con le altre squadre. Il portoghese prese tre giornate di squalifica e 40 mila euro di multa.

Il famoso gesto delle manette durante il match Inter – Sampdoria

Altro capitolo è stato lo show al Camp Nou nella semifinale di ritorno contro il Barcellona del 2010. Una serata ricca di episodi: dall’ingresso in campo per il riscaldamento a prendersi insulti dal pubblico per fare da scudo ai suoi giocatori, al siparietto con Guardiola e Ibrahimovic in cui va a mettere pressione durante un confronto tattico, alla corsa finale sotto il settore ospiti con tanto di lite con il portiere Valdes.

PORTO

Per trovare una storica scenetta in casa Porto, dobbiamo fare un tuffo alla finale di Champions League vinta nel 2004. José Mourinho non appena riceve la medaglia per la vittoria, scatta una foto con i suoi calciatori e fugge via sfilandosi il simbolo della vittoria. Gesto molto forte che significò l’addio del tecnico dalla panchina lusitana, lo aspettava a braccia aperte Abramovich a Londra.

Il suo addio al Porto dopo la finale di Champions League 2004

È sbarcato a Milano nel 2010 quando aveva solo 18 anni e pagato 3,5 milioni di euro dal Vasco de Gama, oggi ci ritorna in Champions League dopo 6 anni in cui ha giocato a Liverpool e ora al Barcellona, come uno dei giocatori più forti del mondo.

È Philippe Coutinho, brasiliano classe 1992, arrivato in Europa proprio grazie all’Inter che lo pesca nel campionato carioca e che, dopo il compimento della maggiore età, lo inserisce in prima squadra. Il piccolo brasiliano è un ragazzo timido di poche parole ma che con i piedi riesce a farsi notare, soprattutto in allenamento. È l’Inter post triplete, con campioni di altro calibro e con un nuovo allenatore, Rafa Benitez, che punta molto sui veterani.

Philippe Coutinho ai tempi dell’Inter

Il suo debutto ufficiale con la maglia nerazzurra è nel match di Supercoppa Europea perso contro l’Atletico Madrid. Nonostante la sconfitta ovviamente per Coutinho quella è stata comunque una partita indimenticabile, che ha sancito il suo inizio in Europa.

Così come indimenticabile il suo primo gol con la maglia nerazzurra nel match vinto 3-1 contro la Fiorentina l’8 maggio 2011. Un bella rete direttamente da punizione con un bel destro oltre la barriera e portiere polacco Boruc battuto.

Durante l’avventura nerazzurra c’è stata anche la prima esperienza in Spagna sempre a Barcellona. Un prestito di sei mesi all’Espanyol in cui ha giocato 16 partite, realizzando 5 gol. Una coincidenza per il fantasista brasiliano, non avrebbe mai immaginato che poi sarebbe ritornato nella città catalana ma nella squadra più forte a un prezzo da capogiro.

E talento e soldi sono i veri rammarichi per l’Inter. Farsi sfuggire un talento puro a pochi euro, è stato venduto al Liverpool per 10 milioni, è stata una grave pecca della società.

Con i reds il brasiliano esplode e diventa il protagonista principale della squadra di Klopp. Lo scorso gennaio il passaggio ai blaugrana dove ora gioca con regolarità anche se più a ritroso. Inoltre è punto fisso del Brasile, oramai la Selecao non può fare a meno di lui.

Il pubblico di san Siro lo accoglierà con affetto e anche il brasiliano certo non cancellerà mai il periodo milanese dove è cresciuto.