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La figlia di Luis Enrique non ce l’ha fatta. All’età di 9 anni si è spenta la piccola Xana, dopo cinque mesi di dura battaglia contro un tumore osseo: a renderlo noto è lo stesso Luis Enrique tramite una nota pubblicata sul proprio profilo twitter: «Ci mancherai molto, ma ti ricorderemo ogni giorno della nostra vita nella speranza che ci incontreremo di nuovo in futuro. Sarai la stella che guida la nostra famiglia”, il passaggio più toccante della nota. Lo spagnolo ha anche ringraziato “i medici, gli infermieri, il personale e i volontari degli ospedali San Joan de Deu e Sant Pau».

 

Il 26 marzo Luis Enrique aveva abbandonato il ritiro della Nazionale e a giugno, senza fornire spiegazioni, aveva fatto sapere di rinunciare all’incarico. La Roma, club allenato dal tecnico spagnolo nella stagione 2011-2012, ha espresso la propria vicinanza allo spagnolo tramite un messaggio su Twitter: «L’As Roma si stringe attorno a Luis Enrique in questo momento di dolore. Coraggio Mister».

 

Anche Francesco Totti  non fa mancare il suo messaggio di cordoglio nei confronti di Luis Enrique.

 

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Non ci sono parole…riposa in pace piccola stella🙏🙏🙏

Un post condiviso da Francesco Totti (@francescototti) in data:

Ormai non è solo il suo passaggio al Barcellona ad essere una telenovela. Neymar debutta in una serie tv e non una a caso: si tratta de La Casa di Carta trasmessa Netflix. La piattaforma streaming ha rilasciato una nuova versione degli episodi 6 e 8 della terza stagione: l’attaccante del PSG recita una piccola parte nei panni di Joao, un monaco brasiliano. Le scene girate dalla stella delle Seleçao erano già state registrate e pronte per essere inserite nella versione originale, pubblicata lo scorso 19 luglio. Netflix, però, aveva deciso di estromettere il giocatore dal prodotto finale dal momento in cui erano state rese pubbliche le accuse di stupro contro di lui. Una volta respinta l’accusa a San Paolo, Neymar è riapparso nella sceneggiatura della serie tv spagnola.

 

 

Ho potuto realizzare il mio sogno e far parte della mia serie preferita. E ora posso condividere Joao con tutti voi! Grazie La Casa di carta

Ha esultato così sui propri profili social Neymar, che per l’occasione ha postato un video in cui si spoglia della maschera di Dalì, segno distintivo della banda del Professore. Adesso resta solo un altro finale da svelare: in quale squadra giocherà l’anno prossimo. C’è grande attesa non solo per la prossima stagione della Casa di Carta, in uscita nel 2020, ma anche per quella del 10 verdeoro. Il finale di calciomercato promette colpi di scena.

 

Lunedì 26 agosto, il Barcellona ha presentato la nuova statua dedicata al ricordo di Johan Cruyff, all’esterno dello stadio Camp Nou. Alla presenza della moglie dell’eterno fuoriclasse olandese, Danny, e dei suoi figli Susila e Jordi, il club blaugrana ha voluto rendere omaggio a un’icona senza tempo.

La statua si trova all’ingresso della tribuna, vicino a quella di Ladislau Kubala, altro simbolo per il Barça. Cruyff è raffigurato in una posa che appare in una delle immagini più iconiche di lui come giocatore negli anni Settanta, con il numero 9 sulla schiena, mentre impartisce istruzioni con il braccio teso e l’indice puntato.

 

L’immagine, secondo il club, riflette non solo il modo in cui era un leader in campo, ma anche fuori di esso, soprattutto durante la sua successiva carriera come allenatore e per le sue numerose iniziative di beneficenza. E in riferimento proprio ai suoi successi anche quando indossò la giacca e la cravatta da manager, sul piedistallo è incisa la frase “Salid y disfrutad”, “andate là fuori e divertitevi”, affermazione che lo stesso allenatore nato ad Amsterdam disse ai suoi giocatori prima della finale della Coppa dei Campioni 1992 giocata allo stadio di Wembley contro la Sampdoria.

La statua in bronzo è alta 3,5 metri pesa 1.500 kg e porta la firma della scultrice olandese Corry Ammerlaan van Niekerk, direttrice dell’Artehove Art Center di Rotterdam e che ha realizzato numerosi progetti includendo sculture delle leggende olandesi Frank Rijkaard e Rinus Michels che attualmente si trovano presso la sede della federazione olandese di calcio a Zeist.

 

Alla fine è di Leo Messi il gol più bello della stagione 2018-2019 secondo la Uefa. I lettori, infatti, hanno premiato la magistrale punizione del fuoriclasse del Barcellona nella semifinale d’andata contro il Liverpool vinta per 4-1 dai blaugrana. Al secondo posto nell’ordine il gol di Cristiano Ronaldo in Juventus-Manchester United 1-2 (fase a gironi di Champions League del 7 novembre 2018) e la rete di Danilo in Portogallo-Serbia 1-1 (qualificazioni europee del 25 marzo 2019).

 

Per la Pulce, da quando è stato istituito il premio nel 2015, si tratta del terzo trionfo. Nell’albo d’oro succede proprio all’eterno rivale, premiato per la splendida rovesciata alla Juventus con la maglia del Real Madrid. Nel 2017 i lettori avevano premiato un altro juventino, Mario Mandzukic, per il gol al Real Madrid nella finale di Cardiff. Una perla che si è poi rivelata inutile, un po’ come la punizione di Messi ad Alisson, visto che poi il Liverpool è stato autore di una rimonta pazzesca ad Anfield (4-0 dopo l’1-4 dell’andata).

Gli altri gol candidati 

C’è qualcosa di magico, oltre che irrazionale, nella rimonta da leggenda del Liverpool contro il Barcellona. C’è qualcosa che non si può spiegare se uno 0-3 è rimontato 4-0 da una squadra priva dei suoi uomini migliori. C’è qualcosa di irriducibilmente romantico nei titoli di coda di una serata da brividi, con la squadra abbracciata che canta sotto la curva Kop. In un momento così elevato, per cuori forti e rigorosamente reds, la ragione non ha posto. E così, come capita da mezzo secolo, nella stadio fra le strade della band più famosa del mondo si canta l’inno di un gruppetto semi sconosciuto ai più. Mentre nell’odiata Manchester sponda City, nella città culla degli Oasis con i fratelli Gallagher primi supporter di Aguero e Guardiola, all’Etihad Stadium risuona Hey Jude dei Beatles.

Gli altri Beatles

Prima di liquidarlo frettolosamente come ennesimo caso di Nemo profeta in patria (nel caso di Liverpool), bisogna andare indietro nel tempo. E capire perché You’ll never walk alone è diventato il canto di appartenenza di un intero popolo. E dire che questo salmo profano arriva da più lontano. Dagli Stati Uniti e da un musical di Broadway, Carousel, nel 1945, scritto e intonato da Richard Rodgers e Oscar Hammerstein.

Una quindicina di anni dopo la canzone fu interpretata da una delle tante band che fiorivano nel Mersey Side, dai Beatles in giù. Gerry and the Pacemakers, dei fratelli Gerry e Fred Marsden, divennero per qualche anno gli alter ego dei Fab Four. All’inizio degli anni ’60 avevano lo stesso manager (Brian Epstein), lo stesso produttore (George Martin), lo stesso fotografo (Dezo Hoffmann) e anche lo stesso sarto (Dougie Milins).

Non solo Liverpool

Il gruppo si esibiva spesso nello stesso cartellone e negli stessi concerti locali dei Beatles. I loro primi tre singoli (How do you do it? – proposto da Martin ai Beatles ma poi scartato – I like it e You’ll never walk alone) arrivano in testa alle classifiche britanniche. Record eguagliato negli anni ’80 dai Frankie Goes to Hollywood, anch’essi di Liverpool. Nel 1963, quando YNWA era in testa alle hit del Regno Unito, ad Anfield si era soliti cantare i pezzi più in voga del momento. Accadde anche con She loves you di Lennon McCartney.

Ma Non camminerai mai da solo ebbe un effetto travolgente. Un’onda che non si è mai fermata e che si è allargata anche ad altri club (dal Celtic Glasgow al Borussia Dortmund e al Feyenoord).  La fama di Gerry e del suo gruppo si trasformò presto in meteora. Una meteora diventata comunque storia grazie al Liverpool, alla Kop e da ieri anche grazie a Klopp.

A Liverpool erano i più temibili rivali dei Beatles. Ricordo bene con quanta ansia aspettassimo i risultati dei sondaggi del quotidiano locale, sperando di racimolare i punti necessari per batterli. Ecco a che punto eravamo! (Paul McCartney)

Se c’è un posto dove l’incredibile può accadere, questo è Anfield”. E’ un estasiato Massimo Marianella a racchiudere quanto era appena successo a Liverpool, sponda reds. L’impossibile è qui, ora, anzi non del tutto. Perché si era sul 3-0 di Wijnaldum all’appello mancava il punto finale. Il poker di Origi su angolo, geniale, battuto a sorpresa da Alexander Arnold. Il fracaso del Barcellona fa rumore in tv, sui giornali e, negli stessi istanti in cui la squadra di Klopp firmava il capolavoro, diventa trending topic sul web. Ecco i dieci migliori tweet dell’impresa sulle rive del fiume Mersey.

God save Anfield


Outfit profetico


Stadium effect


Leone, eri tu?


Chiacchiere e moviola


This must be the place


The Fab Four

Imagine


This is football

Preistoria

La strada verso la finale di Champions League al Wanda Metropolitano di Madrid ha fatto incrociare i destini di Suarez e del Liverpool in semifinale, a due passi da quella Coppa che l’uruguaiano ha già vinto nel 2015 e che invece Jurgen Klopp ha solo sfiorato nel 2013 ai tempi del Borussia Dortmund e lo scorso anno nella finale di Kiev persa contro il Real.

Il Liverpool è chiamato a una rimonta ai limiti dell’impossibile, recuperare il 3-0 dell’andata, ma storia nella storia, quella di stasera è la notte speciale di Luis Suarez: l’uruguaiano del Barcellona torna per la prima volta da ex ad Anfield, davanti a quei tifosi della Kop che l’hanno amato alla follia dal gennaio 2011 all’estate 2014. E che anni pazzeschi pieni di gol, prodezze, lacrime ed episodi controversi e un complessivo di 133 partite e 82 reti.

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Lasciato l’Ajax a gennaio 2011, Suarez si trasferisce al Liverpool e in meno di un anno i suoi nuovi tifosi iniziano a conoscere il suo proverbiale carattere fuori dal campo: il Pistolero rimedia una squalifica di 8 giornate per un insulto razzista nei confronti di Evra, poi però sul rettangolo di gioco dimostra di essere un bomber implacabile e affamato. A livello realizzativo dà il meglio di sé nel 2013-14 quando si laurea capocannoniere in Premier League con 31 reti. Indimenticabile, quell’anno, la sua crisi di pianto dopo il drammatico 3-3 contro il Crystal Palace che significò, a poche settimane dalla fine della Premier League, l’addio definitivo al titolo. L’uruguaiano, l’estate stessa, salutò Liverpool dopo i Mondiali 2014 con un solo trofeo in bacheca, la Coppa di Lega 2012, per accasarsi al Barcellona: e con i blaugrana, al fianco di Messi, inizia ad arricchire il proprio palmares.

L’attesa per conoscere l’accoglienza che gli riserveranno i suoi ex sostenitori è tanta anche se è stato proprio lui, all’andata, con una zampata di destro in spaccata ad anticipare Alisson su assist di Jordi Alba, a sbloccare il risultato al Camp Nou scegliendo proprio il Liverpool per segnare la sua prima rete stagionale in Champions League. Cortocircuiti di cui il calcio è pieno zeppo, l’altro tabù personale di Suarez: il suo ultimo gol in Champions lontano dal Camp Nou risale addirittura a quasi 4 anni fa. Era il 16 settembre 2015 e il Pistolero segnò il momentaneo 1-0 all’Olimpico contro la Roma prima del pareggio firmato da Florenzi.

 

Forse non sarà oggi, forse sarà nel prossimo domani, quando Suarez si ritirerà e non indosserà più nessun colore. Allora sì, forse sarà quello il momento in cui tutti i tifosi del Liverpool lo ricorderanno come un grande indiscusso attaccante.

Era nell’aria da un po’, ora è ufficiale: Xavi Hernandez ha mandato una lettera aperta ai media spagnoli annunciando che a fine stagione lascia il calcio per dedicarsi alla carriera di allenatore. Per i tifosi blaugrana, possiamo dire che Xavi si era ritirato dopo aver conquistato il secondo triplete del Barça, nel 2015, a Berlino nella finale di Champions contro la Juventus. In realtà era rimasto attivo andando a giocare in Qatar con l’Al Sadd. Per soldi, che servono sempre, e per iniziare a frequentare il corso da allenatore, legato all’accademia Aspire.

 

In questi quattro anni ha giocato, e anche vinto: il 4 aprile scorso ha conquistato la sua prima Liga del Qatar, la quattordicesima per il club, quarto titolo in Medio Oriente per il cervello del Barcellona di Guardiola. Che a 39 anni ha deciso di passare dal campo alla panchina. Ecco le sue parole:

Vincere la Liga delle Stelle del Qatar, l’unico titolo che mi mancava qui, rappresenta il finale perfetto alla mia carriera di calciatore. Come calciatore, non ti stanchi mai di vincere. Ora mi piacerebbe chiudere la stagione vincendo la Coppa dell’Emiro, però sono già curioso di vedere cosa mi prepara il mio futuro in panchina. La mia filosofia come allenatore riflette lo stile che abbiamo sviluppato per tanti anni alla Masia sotto l’influenza di Johann Cruijff, e che tiene la sua rappresentazione più alta nello stile di gioco del Barcellona. Adoro vedere le squadre prendere l’iniziativa sul terreno di gioco, il calcio d’attacco, recuperare l’essenza del calcio che tutti noi amiamo dai tempi della nostra infanzia: il gioco di possessione. Ciò che ho ottenuto negli ultimi decenni è stato un privilegio e penso che sia mio dovere provare a restituire qualcosa attraverso il calcio, se sarò in grado

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Il destino, dunque, è segnato: Xavi allenerà il Barcellona. Bisogna solo vedere quando e con quale presidente. Magari Gerard Piqué, o Pep Guardiola. In attesa che Ernesto Valverde si faccia da parte il catalano inizierà a fare esperienza altrove. Poi ci sarà il ritorno al Camp Nou. Dove il suo talento ha lasciato una traccia indelebile, così come in nazionale: ballando al suo ritmo la Spagna ha vinto Europeo, Mondiale ed Europeo tra il 2008 e il 2012. Un talento fuori dal comune, in campo. Vedremo come andrà in panchina: di certo, Xavi ha le idee chiare.

 

Dai 600 gol di Messi all’eterno dibattito tra l’argentino e Cristiano Ronaldo. Dalla Pulce che gioca assieme a Ronaldinho ai ragazzini terribili dell’Ajax che sbancano anche Londra. C’è questo ed altro nella partweeta di Champions, i dieci migliori post nelle due serate europee.

Messeicento


Leo e Dinho


Lumaca Italia


Giudizi affrettati


Godiamoceli


Lumaca Italia parte II

Carezze arbitrali


Birra e tv


Ansia non ne abbiamo


Calcio pane e salame

Diceva Enzo Ferrari che “Le auto da corsa non sono né belle né brutte. Diventano belle quando vincono”. Probabilmente è quello che si augurano anche i tifosi quando le loro squadre del loro cuore rivoluzionano il proprio stile in nome del marketing e del business. Provate a far vedere a un supporter della Juventus l’anteprima delle nuove maglie che il club bianconero indosserà nella prossima stagione. Almeno i colori sono salvi, e neanche del tutto visto che c’è l’ingresso dell’unica striscia presente (rosa) in omaggio alla Juve che fu agli inizi del ‘900. Il resto è rivoluzione. Via le strisce, ecco un quadrato bianconero diviso a metà.

Anno nuovo, maglia nuova

Il web si è subito scatenato. Oltraggio alla storia, tradizione violentata, paragoni immediati coi fantini dell’ippica (tema tanto caro ad Allegri). Scenario copia incolla di quanto accaduto già nel 2017 con un nuovo restyling dalle parti dello Stadium con il cambiamento del logo. Eppure, da allora, le due J stilizzate sono diventate marchio identificativo ed efficace del brand Juventus. E così come il mercato impone, la maglia è la prima immagine di un club, prim’ancora di sciarpe, campioni, figurine. E se le regole degli affari prescrivono rapidi cambiamenti, il calcio moderno (che di quel mercato è il prodotto) non può esimersi dall’adeguarsi ai nuovi modelli di vendita.

I precedenti

D’altronde i tempi delle maglie senza numero e sponsor sono preistorici. La Juventus non è la prima squadra a innovarsi senza perdere del tutto la propria storia. Il Barcellona è, nel calcio, forse il caso più eclatante. La maglia blaugrana negli anni è diventata un quadrato, poi a fasce orizzontali e infine, il prossimo anno, sarà a scacchi. E tornando in Italia anche l’Inter si conferma sensibile al tema con la divisa a strisce nerazzurre in diagonale nella stagione 2019-2020. I calciofili dovrebbero ritenersi fortunati. Oltreoceano, in Nba, le franchigie dei club cambiano maglia e persino nome quasi ogni anno.