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E dire che la semifinale stava per sfumare per un suo sciagurato retropassaggio. Al 93’ di un pazzo Manchester City Tottenham Kristian Eriksen arresta la corsa e riparte da dietro, cercando aiuto nel compagno di squadra Jan Vertonghen. Palla intercettata da Bernaldo Silva, percussione in area e gol di Sterling. Per fortuna dei due calciatori del Tottenham la rete è annullata dal Var per una posizione di fuorigioco. Altrimenti, in particolare l’olandese, avrebbe avuto molta difficoltà nel tornare a Londra. E, soprattutto, non avrebbero incrociato l’Ajax in semifinale in uno scontro dal forte valore simbolico.

Non solo Eriksen

Si giocano la finale due squadre fuori dalle prime posizioni del fatturato nella classifica di Deloitte. Addirittura il Tottenham per due anni di seguito non ha fatto mercato. In più, a partire da Eriksen e Vertonghen, la colonna portante degli Spurs è cresciuta made in Amsterdam. Il centrocampista danese, classe 1992, è stato prelevato dall’Ajax dopo aver mosso i primi passi nell’Odense. Lo stesso difensore belga conta oltre duecento presenze con gli olandesi tra il 2006 e il 2012. Ma non solo. Nella squadra di Pochettino ci sono anche gli ex tulipani Toby Alderweireld (186 presenze con l’Ajax) e il colombiano Davinson Sanchez (una sola stagione nel 2016-2017).


Anche Barcellona Liverpool offre alcuni incroci da libro Cuore. Pensiamo a Philippe Coutinho, esploso in riva al Mersey Side dopo la deludente esperienza con l’Inter. Per il talento brasiliano cinque anni ad Anfield Road con 54 reti in 201 presenze. The Kid ha lasciato Liverpool un anno fa per Barcellona non senza qualche mugugno della sua vecchia tifoseria nella Kop. In maglia reds è passato anche Luis Suarez (e prim’ancora anch’egli nell’Ajax). Dal 2011 al 2014 ha collezionato 133 gettoni in campo con 82 reti, una media gol da urlo. I due sono stati compagni di squadra anche a Liverpool per qualche mese nella prima parte del 2014.

 

Leo Messi e la Selección argentina, un amore vs odio che pende dalla parte più romantica. Il tallone d’achille della Pulce resta la maglia albiceleste: decisivo nelle qualificazioni, grande assente nelle gare che contano. L’ultimo disastroso Mondiale russo aggiunge un ulteriore tassello alla turbolenta storia d’amore tra Messi e la sua Nazionale. Eppure, nonostante il perenne e ingombrante paragone con Maradona, in Argentina hanno scelto di amarlo e aspettarlo un’altra volta. Dopo sette mesi il fuoriclasse del Barcellona torna a giocare per la squadra del ct Scaloni. E la Selección su twitter lo omaggia con un video speciale.


Da Bergoglio a Manu Ginobili

Dieci argentini in uno. Dieci argentini che hanno fatto, a loro modo, la storia concentrati in Leo Messi. Dalla fede di Papa Bergoglio alla velocità di Juan Manuel Fangio. Dai tocchi di Astor Piazzolla e Manu Ginobili alla precisione di Gabriela Sabatini e al genio letterario di Josè Borges. Dalla velocità di una Pagani Zonda alla bellezza visionaria di Benito Quintela. Dal medico Rene Favaloro al cantante Carlos Gardel.

Hai tenuto il conto? Sono dieci argentini in uno. E ci sono ancora persone che pensano sia di un altro pianeta. Può essere, ma di un pianeta di geni chiamato Argentina

In coppia con Lautaro

L’occasione per il gran ritorno è, in realtà, solo un’amichevole contro il Venezuela in programma questa sera al Wanda Metropolitano di Madrid. Lo stadio della finale di Champions League nella città a Messi più avversa vista la grande rivalità tra Barcellona e Real Madrid. In attacco El Diez dovrebbe fare coppia con Lautaro Martinez, che anche in Nazionale ha preso il posto del ribelle Mauro Icardi. 65 reti in 128 partite: bottino niente male se non ti chiamassi Leo Messi. E se il tuo popolo non aspettasse da te quella Coppa che a Buenos Aires manca dal 1986. Quando più in alto di tutti c’era la grande ombra di Messi, Diego Armando Maradona.

Era da novantanove anni che una partita di calcio femminile non registrava un così alto numero di spettatori. Stadio Wanda Metropolitano di Madrid, casa dell’Atletico: 60.739 spettatori muniti di biglietto  hanno riscritto la storia. Nella partita di campionato contro il Barcellona, poi vinta dalle calciatrici blaugrana per 2-0, si è infatti registrato il più alto numero di spettatori della storia dei club calcistici femminili. Quasi 61mila i paganti, un record che cancella – come scrive l’Atletico Madrid sul proprio sito ufficiale – il primato del Boxing Day inglese del lontanissimo 1920, quando al Goodison Park circa 53mila persone assistettero alla sfida tra Kerr’s Ladies e Helen’s Ladies.

 

Sono numeri impressionanti quelli del Wanda e dell’Atletico femminile. O almeno per noi italiani dove il calcio femminile è catalogato nel “dilettantismo”. Invece pensate che la capienza massima dello stadio è di 68mila posti a sedere, mentre la media tenuta dalla squadra maschile nella stagione 2017-18 è stata di 55.482 spettatori,  secondo la Uefa.

 

Un primato che batte anche il precedente record nel calcio femminile spagnolo, fatto registrare lo scorso gennaio nella Copa de la Reina (l’equivalente della Coppa del Re) con 48.121 spettatori per Athletic Bilbao-Atletico Madrid. Numero a sua volta inferiore ai più di 51mila che hanno assistito, sempre quest’anno, a Tigre-Monterrey della serie A messicana. Ora c’è un nuovo primato storico. E una bolgia che ha confermato ulteriormente la grande crescita del pallone al femminile.

Un Clasico è sempre una partita a sé, specie per l’atmosfera al Bernabeu e perché c’è un nuovo remake dopo il 3-0 di qualche giorno fa in Coppa del Re con conseguente eliminazione del Real Madrid dalla coppa nazionale spagnola.

In questa partita speciale la Nike, storico sponsor tecnico del Barcellona, ha voluto festeggiare i vent’anni di partnership con i catalani realizzando una maglia speciale che ci fa fare un tuffo nel passato al 1999, anno in cui le due aziende hanno cominciato a lavorare insieme.

Barcelona are set to wear a 1990s-inspired retro shirt in Saturday night's La Liga Clasico 
La maglia di questa sera

Era un altro Barcellona, con altri campioni ma sempre con la stessa tradizione e con i caldi tifosi. Tra le fila degli azulgrana erano presenti tra gli altri: il fuoriclasse brasiliano Rivaldo, l’ex tecnico e attuale ct spagnolo Luis Enrique e il portoghese Luis Figo (allora capitano, prima del “tradimento” con il passaggio ai nemici dei Blancos).

Barcelona wore the simple, sponsorless shirt during their first season with Nike in 1998-1999. The team is (back row, left to right), Sonny Anderson, Rivaldo, Giovanni, Luis Enrique, Abelardo Fernandez, Ruud Hesp; (front row, left to right), Phillip Cocu, Samuel Okunowo, Xavi, Michael Reiziger, Luis Figo.
Barcellona stagione 1998/99. Da sinistra verso destro: Sonny Anderson, Rivaldo, Giovanni, Luis Enrique, Abelardo Fernandez, Ruud Hesp; Phillip Cocu, Samuel Okunowo, Xavi, Michael Reiziger, Luis Figo

Ora ci sono tanti altri grandissimi calciatori guidati da forse il più grande, come Leo Messi. Una curiosità: tra gli undici titolari del 1999 c’era un giovane Xavi che poi è diventato bandiera e simbolo del Barça pigliatutto dell’era Guardiola e della nazionale delle Furie Rosse della Spagna.

Tornando al legame Nike – Blaugrana, lo sponsor tecnico ha voluto dare un forte segnale di questa grande alleanza e per il match di stasera la formazione di mister Valverde indosserà una maglia che rievoca la prima realizzata per il club catalano.

Ancora una volta, l’ennesima volta è sempre Lionel Messi.

Il campione argentino del Barcellona ha dimostrato che il Barcellona è ancora lui. Nel match di Liga contro il Siviglia ha sfoderato una prestazione super che gli ha permesso di segnare un nuovo record, che si va ad aggiungere già alla ricca lista di risultati individuali ottenuti in Spagne e in Europa.

Al Sánchez Pizjuán il numero 10 argentino ha registrato il 50esimo hat-trick della sua immensa carriera da professionista, la 44esima con la maglia blaugrana (le altre sei con la nazionale argentina).

Quelli realizzati non sono stati gol “scontati”, sono stati gol alla Messi, sia per peso ma soprattutto di rara bellezza. Una tripletta mozzafiato che per gli amanti del calcio sono un inno allo sport: la prima rete è stata segnata al volo con una girata di prima intenzione sull’altezza del dischetto del rigore, la seconda con un tiro di destro (non è il suo piede) sotto all’incrocio e per concludere un cucchiaio delizioso a beffare il portiere del Siviglia, Tomas Vaclik.

Una grande risposta a tutti coloro che avessero ancora qualche dubbio su Leo Messi. La squadra catalana lo ha voluto omaggiare attraverso un tweet, definendolo il “più forte di sempre!”.

Parole forti che riaccendono la polemica e la diatriba con Ronaldo per chi sia il più forte calciatore attuale e della storia.
Una tripletta che comunque entra di diritto negli annali del calcio. Con il 44esimo hat-trick in azulgrana, di cui 29 messe a segno al Camp Nou e altre 15 sparse nei vari stadi spagnoli ed europei.

L’esultanza al terzo gol è stato un déjà vu. Il pugno destro in alto tra le braccia del compagno Dembélé ha infatti scomodato una leggenda come Pelé.
Difficile trovare le differenze tra il 2019 e il lontano 1970, quando O Rei segnò all’Italia nella finalissima mondiale all’Estadio Azteca vinta 4-1 dal Brasile: stessa espressione di gioia e stesso pugno alzato mentre è Jairzinho a portarlo in trionfo. Un’immagine e un accostamento che sta facendo il giro della Spagna, suggestivo parallelo tra due campioni che occupano di diritto un posto nell’Olimpo del calcio.

Forse dalla Spagna arriva un proposta interessante anche per il calcio italiano: una Supercoppa a quattro squadre, una rivoluzione che la Federcalcio spagnola ha annunciato a partire già dall’estate 2019. A contendersi quello che è solitamente il primo trofeo dell’anno (in Italia, negli ultimi anni si sta giocando nel periodo natalizio) giocheranno le prime due della Liga e le due finaliste della Coppa del Re.

Luis Rubiales, presidente della Federcalcio spagnola, ha annunciato il cambio di format del torneo istituito nel 1982, che mette di fronte la squadra vincitrice della Liga e quella che ha trionfato nella Copa del Rey. Fino al 2018, la competizione si è giocata in doppio confronto con match di ritorno in casa della società campione nazionale. A partire dalla prossima estate, la manifestazione sarà giocata da quattro squadre, ad eliminazione diretta.

 

I tre match, le due semifinali e la finale, (non è prevista la “finalina”, la sfida per il terzo posto) si giocherebbero tutti in una città straniera, nella settimana precedente all’inizio del nuovo campionato. Secondo Rubiales, la Supercoppa diventerà «una festa del calcio e genererà sempre maggiore attenzione» perché il nuovo format ha l’esigenza di espandere ulteriormente il brand del calcio spagnolo. Con tanto di tifoseria che storce il naso per ovvie questioni di costi e di distanze.

Del resto già la recente Supercoppa si è giocata a Tangeri, in Algeria, dove il Barcellona si è imposto per 2-1 sul Siviglia, ottenendo quindi il 13° trofeo, oltre 10 finali perse, un record assoluto in Spagna. Dal 2018, inoltre, si decise che il trofeo sarebbe stato assegnato in gara unica, in modo da poterla disputare all’estero, come accade anche in Italia, ma il regolamento della Supercoppa è cambiato nel corso degli anni.

Risultati immagini per supercoppa spagnola

Nato nel 1982, prevedeva andata e ritorno, oltre all’assegnazione automatica in caso di double Liga e Coppa del Re come successo al Bilbao nel 1984 e al Real nel 1989. Negli anni ’90 quest’ultima parte venne eliminata: in caso di double (situazione che si verificò in 6 stagioni, compresa l’ultima), avrebbe giocato la finalista perdente di Coppa del Re.

Quando è stato ceduto al Barcellona sembrava una notizia di Lercio o una classica boutade degli ultimi giorni di calciomercato. E invece Kevin Prince Boateng, all’indomani dello 0-0 con l’Inter, in Catalogna ci è andato davvero. Acquisto ritenuto bizzarro ai più, ma che trova un senso nella caratura internazionale e nel tasso di esperienza aggiunto che può dare l’ex Sassuolo e Milan. Ma il punto nevralgico è stato dare una spiegazione a tutti coloro che avevano puntato su di lui nell’asta estiva del fantacalcio. Centrocampista offensivo con tanti bonus nei piedi, aveva iniziato bene la stagione andando più volte a segno. Poi una serie di guai fisici ne avevano limitato il suo impiego da parte di De Zerbi.

La buona prestazione a San Siro contro l’Inter aveva rinvigorito le speranze dei suoi fantallenatori. Poi il crac con la cessione in Spagna, non sostituita adeguatamente. Al Sassuolo, infatti, è arrivato il semisconosciuto baby centravanti Gianluca Scamacca che difficilmente troverà posto nello scacchiere neroverde. E allora, uno dei tanti fanta mister lasciati nel panico da Boateng, ha pensato bene di rivolgersi direttamente all’interessato. Ha cercato il suo profilo instagram, ha trovato una foto del calciatore in allenamento con il Barcellona e ha commentato:

Dovresti rimborsarmi i soldi spesi per prenderti al fantacalcio a gennaio, visto che poi in un giorno hai mollato tutti… come facciamo, ti mando il mio IBAN?

Una provocazione divertente che però non è passata inosservata. Prince, o il suo social media manager, si è prestato allo sfottò e ha risposto con un invito: “mandalo”. Messaggio rivolto ai tanti scottati dalla sua cessione al fantacalcio. Potrebbe essere una soluzione interessante quando un giocatore della tua fantasquadra delude le attese. Edin Dzeko e Gonzalo Higuain sono avvisati. Tra poco potrebbe toccare ai due maggiori flop di quest’anno ricevere gli estremi bancari dei tanti che aspettavano i loro gol.

E’ uno tra i simboli più tatuati dagli statunitensi, scrive, nel saggio critico “No logo”, l’autrice Naomi Klein. Parliamo dello Swoosh, il logo universalmente riconosciuto della Nike, una delle società d’abbigliamento che più si è legata allo sport e alle gesta degli atleti. Con un fatturato che nel 2015 ha superato  i 30 miliardi di dollari, negli anni, Nike è diventato il primo produttore mondiale di accessori e abbigliamento sportivo, soprattutto per il calcio, il basket, il tennis e diverse discipline atletiche.

Nike Inc. nasce il 25 gennaio 1967, su idea di un allenatore, Bill Bowerman, e di uno studente di Economia, Phil Knight, per importare scarpe sportive dal Giappone. Fu scelto Il nome “Nike” perché nella mitologia greca l’omonima dea simboleggiava la vittoria. A guardar bene, infatti, lo Swoosh rappresenta la  dinamicità stilizzata della dea alata Nike di Samotracia.

Dalle scarpe alle magliette, dagli orologi ai polsini, il brand è entrato prepotentemente nella nostra quotidianità, cavalcano lo slogan “Just do it” ed efficaci campagne pubblicitarie. Dallo spot girato dalla Nazionale di calcio brasiliana in aeroporto, a Michael Jordan, siamo rimasti incollati davanti allo schermo e ancora oggi ricordiamo con affetto queste pubblicità.
Qui di seguito, abbiamo raccolto gli spot che hanno aumentato la popolarità del marchio portandolo alla supremazia attuale:

1988 – La prima volta di “Just do it”

La prima volta che il mondo si accorge di queste tre semplici parole è in uno spot televisivo del 1988. Si vede Walt Stack, allora 80eene corridore, correre a petto nudo lungo il Golden Gate Bridge di San Francisco, mentre dice al pubblico che corre 17 miglia ogni mattina. “Just Do It” è stato un spartiacque per l’azienda: a metà degli anni ’80, infatti, aveva perso negli Stati Uniti il dominio sulla vendita delle scarpe sportive. Questo passo è stato decisivo per il definitivo rilancio;

1991 – Ci vuole il rock: Agassi e i Red hot

Esplode la carica degli anni ’90 e la Nike pensa di miscelare rock e sport, dimostrando di poter spaziare e accogliere le icone più trend del momento. Per la musica ecco i Red Hot Chili Peppers, mentre come atleta sportivo si sceglie il ribelle, alternativo e un po’ punk nell’anima: la folta chioma (che poi perderà) del tennista Andre Agassi;

1995 – La sfida infinita: Agassi contro Sampras

E’ ancora il tennis a proiettare la Nike in una nuova dimensione. Questa volta scende in strada, tra i comuni passanti. La forza espressiva del marchio è talmente forte da piazzare nello spot una delle rivalità sportive più acri e suggestive: Agassi contro Sampras. Lo spot “Guerrilla-tennis”, definito come uno dei migliori 25 sportivi da Espn, è un incontro improvvisato tra le vie di New York con gli spettatori sorpresi e poi entusiasti;

1996 – Il calcio va all’inferno

Com’è facilmente intuibile, il calcio (soccer) in America è partito un paio di gradini al di sotto rispetto basket, baseball o anche tennis. Nel corso degli anni è diventato sempre più popolare anche se la Nike, attenta anche al mercato europeo, ha sempre avuto un occhio di riguardo al calcio nostrano.
Nel 1996 fa centro con uno spot mitologico che vede Maldini, Ronaldo, Brolin, Rui Costa, Kluivert, Campos chiamati a salvare il calcio da orrendi e maligni diavoli. Il tocco finale è un must ancora oggi: Cantona che si alza il colletto e prima di perforare il portiere esclama: “Au revoir”.
La Nike, in seguito, realizzerà tante altre campagne sul calcio (ricordiamoci Ronaldo e il Brasile in aeroporto o tutto il capitolo sulla “gabbia” o il “joga bonito”), ma questo spot di metà anni ’90 è una tappa miliare e unica;

1996 – “I’m Tiger Woods”

Nello stesso anno, Nike decide di puntare e investire su un ragazzo, un golfista, da poco passato ai professionisti. Crede nelle potenzialità del ragazzo e gli dedica una campagna ad hoc semplice ed efficace, tanto da rimanere in testa per giorni e giorni. Bambini e ragazzini, in successione, pronunciano «I’m Tiger Woods»: è la presentazione al mondo di quello che per molti sarà considerato il più grande golfista di sempre e tra i migliori sportivi.
La carriera di Woods non ha bisogno di ulteriori parole: già nel 1997 vince il Masters a 21 anni e 3 mesi risultando il più giovane vincitore nella storia del torneo;

2001 – Dopo il rock, ora tocca all’hip hop

E’ probabile che quella generazione di ragazzini si sia appassionata all’hip hop e al basket vedendo questo spot. Una scarica di adrenalina, la voglia di prendere in mano la palla e fare acrobazie e freestyle. Sfondo nero, luci soffuse, un beat creato dal suono dei rimbalzi della palla e dalle scarpe che scivolano sul parquet e si sforna un autentico capolavoro. Divenuto icona del nuovo secolo, lo spot è stato riadattato anche in versione “calcistica”;

2003 – Ciao Michael Jordan

Michael Jordan è la leggenda del basket. Michael Jordan per quasi due decadi è stato uno dei volti più di successo della Nike che già verso la fine degli anni ’80 aveva scommesso su di lui. Basta pensare che esiste una linea, “Air Jordan”, costruita esclusivamente sull’icona dei Chicago Bulls.
Nel 2003, all’annuncio del suo reale e definitivo ritiro come giocatore dall’Nba, la Nike, in preda alla nostalgia, gira uno spot sulla falsariga di quelli passati. C’è il regista Spike Lee nelle vesti di Mars Blackmom (nome di fantasia di questo personaggio molto amico di Mj) che persuade e prova a convincere il numero 23 a ritornare a giocare.
Una serie di infinite telefonate e poi alla fine del video, si sente dall’altra parte della cornetta Jordan che saluta. Poi “tu-tu-tu”. E’ la conclusione di un pezzo inarrivabile di storia. Divertente e un po’ triste allo stesso tempo;

2005 – Con le traverse di Ronaldinho esplode internet

Nike introduce il concetto di “viralità”, fenomeno di ipercondivisione ed emulazione che si diffonde attraverso la rete. Bastano solo alcune parole: Ronaldinho, Barcellona, quattro traverse (più una quinta che si sente in chiusura dello spot). Il capolavoro è servito;

2013 – 25 anni di “Just do it”

La Nike, come visto con Spike Lee, ha ciclicamente chiesto la partecipazione di attori, registi e addetti allo spettacolo. Per celebrare i 25 anni dalla nascita dello slogan, si serve della voce di Bradley Cooper per narrare le gesta dello spot dal nome “Possibilities”.
E’ un invito a non mollare mai, a credere in quello che si fa: fatica, sudore e sconfitte forgiano gli atleti vincenti di domani. Così, si arriva a giocare assieme a Piqué (difensore del Barcellona) o a sfidare Serena Williams o LeBron James.
Inutile dirlo, la campagna è diventata subito virale, ottenendo più di quattro milioni di visualizzazioni nella prima settimana di lancio;

Ora la palla passa a voi: quali spot vi sono rimasti più impressi?

Uno è diventato campione del mondo ed è stato il primo capitano nero della Germania; l’altro nella sessione invernale del calciomercato è approdato – inaspettatamente – al Barcellona. E poi c’è il terzo che con il calcio non ha concluso nulla, eppure a detta degli altri due era il più promettente.

E’ la famiglia Boateng o meglio i “Die Brüder Boateng”: c’è Jerome che di anni ne ha 30, poi Kevin-Prince, un anno più vecchio, e George, 37 anni per lui. George e Kevin hanno una madre diversa rispetto a Jerome che infatti è cresciuto in un quartiere benestante di Berlino, a differenza degli altri due che si sono fatti le ossa dalle parti di Wedding, zona nod-ovest della capitale tedesca.

 

La Berlino post crollo del Muro, quella degli anni ’90 tosti, dei campetti di periferia, delle strade da prendere e dei rischi da correre. A tutti e tre piaceva il calcio, anche George prometteva bene, anzi era quello con il maggior talento tra i tre. Tutti passati nelle file giovanili dell’Hertha, a George, però, la testa calda l’ha tradito, così quei treni da cogliere nella vita che non passano spesso o che passano sotto al naso senza accorgersene li ha visti allontanarsi.

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La storia dei tre fratellini è, però, un simbolo della nuova Germania multietnica. Non a caso proprio su di loro si è basato un libro prima e poi uno spettacolo teatrale chiamato “Peng Peng Boateng”, che racconta la loro storia. Berlino è molto presente nella vita dei tre fratelli, ognuno per un motivo diverso. Il calcio al centro di tutto. A Wedding, precisamente a Travemünderstrasse, Kevin e Jerome hanno iniziato a dare i primi calci ad un pallone. Nel “Panke”, una vera e propria gabbia, dove ancora oggi ragazzini di tutte le età si ritrovano per giocare. Lì dove i Boateng si sono imparati a conoscere davvero anche fuori dal campo.

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Jerome ora è un pilastro del Bayern Monaco; Kevin-Prince ha deciso di giocare per il Ghana, nazionalità del padre, è esploso nel Milan prima di girare tra Schalke, La Palmas, Francoforte e Sassuolo. George, invece, ha intrapreso la carriera da rapper dopo qualche mese di reclusione e una vita lasciata quasi subito come allevatore di cani. Nel 2015, BTNG (è il suo nome d’arte),  ha pubblicato un singolo che si intitola “Gewachsen auf Beton” (letteralmente “Cresciuto sul cemento”) il cui video è girato interamente a Wedding ed riconoscibile il gigantesco murale che raffigura il viso dei tre Boateng che proprio lì sono cresciuti. L’opera, un esempio ben riuscito di guerrilla-marketing effettuato da Nike durante un suo evento per la presentazione di una nuova collezione di scarpe da calcio, fa da cornice anche a un altro video “Kafigtiger” (gabbia della tigre) dove compaiono proprio Jerome e Kevin-Prince che giocano nella gabbia. Nel loro Panke.

Ci sono tiri magnifici che non sono mai diventati gol, azioni da manuale non convertite in rete, prodezze da capogiro annullate da un fischio arbitrale, passaggi in pertugi invisibili dimenticati perché non tramutati in assist. Leo Messi non ha bisogno di entrare in nessuna di queste categorie per essere consegnato alla leggenda. Per la pulce parlano i suoi numeri, la sua classe, le sue magie. Eppure ci sono momenti che non entrano nei libri di storia, ma che restituiscono la grandezza sconfinata di un fenomeno venuto da un altro pianeta.


Il Barcellona comanda la Liga spagnola con 40 punti, 5 in più dell’Atletico Madrid secondo. Nella prima partita del 2019, i blaugrana hanno espugnato il campo del Getafe per 2-1, laureandosi campioni d’inverno con un turno di anticipo. Per il quarto anno consecutivo è stato proprio Messi a segnare il primo gol dell’anno per i catalani. Suarez ha raddoppiato, a nulla è valso il gol dei padroni di casa con Mata. Con la rete del vantaggio l’argentino ha aggiornato i suoi numeri impressionanti per l’ennesima stagione da extraterrestre. Sedici reti in sedici partite nella Liga, capocannoniere del torneo a cui si aggiungono 11 assist. Sono 22 le marcature totali in 21 gare stagionali. Mentre sono 399 i suoi gol nella Liga in 434 partite disputate.


Eppure, almeno questa volta, in numeri non dicono tutto. Perché c’è un’azione nel match contro il Getafe che non si è tramutata in rete e né forse entra negli highlights della partita. Ma rappresenta in sintesi tutto il genio di un artista contemporaneo del pallone le cui gesta saranno narrate nel tempo. Al 23’ Messi riceve palla sulla trequarti, sul versante destro del campo. Sa che in quel momento Luis Suarez taglia in profondità per cogliere di sorpresa la difesa avversaria. Il punto è che Messi ha un’intera difesa piazzata di fronte. Ma lui è Lionel da Rosario e vede cose noi umani non possiamo neanche immaginare. Passaggio filtrante in un corridoio nascosto che spiazza almeno 5 difensori avversari. L’assist mette Suarez davanti al portiere in posizione defilata. L’azione poi sfuma, ma il passaggio di Messi entra nel suo museo di opere d’arte da consegnare all’umanità.