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Il trionfo di Zanardi non rappresenta solo l’ennesima conquista da parte di un campione, ma un’altra importante vittoria per chi è diverso a causa di determinati limiti fisici.

Ieri Alex Zanardi, paratleta pluripremiato, ha realizzato un altro suo grande obiettivo: innalzare il trofeo dell’Ironman di Barcellona. Nonostante i suoi limiti e nonostante l’età riesce perfettamente a prevalere sugli altri e imporsi sempre come protagonista.

Con i suoi 50 anni è riuscito a superare se stesso ancora una volta ed è il primo a guadagnarsi il titolo in meno di 9 ore.

La specialità dell’Ironman è una sorta di triathlon full distance che incorpora nuoto, ciclismo e corsa.

Il 1 ottobre a Barcellona l’Ironman si è svolto per un percorso complessivo di ben 226 km che erano suddivisi in 3,86 chilometri da fare a nuoto, una prova di ciclismo per una distanza di 180,2 chilometri e una corsa di 42.195 chilometri, a conclusione dell’intera gara.

Alex Zanardi ha vinto con un tempo record di 8h 58′ 59”! Nessuno era mai arrivato a tanto e il successo in Catalogna è totale, riscuotendo applausi da parte di tutti. Il suo incredibile Ironman da record si è avvalso di alcuni strumenti ad hoc pensati proprio per la sua condizione fisica, tra cui l’handbike e la sedia a rotelle olimpica.

L’ex pilota di formula 1, che nel 2001 ha subito dei grossi danni fisici in seguito ad un incidente automobilistico, ha dimostrato che niente lo può fermare e a chi lo vedeva già in “pensione” risponde con questo ulteriore premio conquistato dopo un serio e duro allenamento.

Ecco i numeri che lo hanno accompagnato verso il traguardo: 1:00:04 nei 3.8 km di nuoto, 4h54’22” nei 180 km di bike e infine 2h48’51” nella maratona. Un percorso non privo di difficoltà, che più di una volta lo ha visto vacillare per la stanchezza, senza però precluderne la vittoria finale.

Come non rimanere affascinati dalla sua storia? Zanardi ha fatto dello sport la sua arma contro i limiti che il destino ha cercato di imporgli e ogni giorno e in ogni gara riesce ad essere un esempio per tutti di come si può sempre migliorare ed essere vincenti.

La sua vita da campione non si fermerà di certo qui: Zanardi non ha intenzione di ritirarsi a breve e siamo sicuri che sarà capace di stupirci ancora una volta con altri importanti trofei che si aggiungeranno alla sua collezione.

Umiltà e determinazione sono le qualità che lo guidano in ogni nuova prova, come lo dimostrano le sue stesse parole dopo la vittoria catalana:

Mi scalda il cuore che non mi sentano solo come uno sportivo, perché gli sportivi, anche quelli grandi, da Maradona, ad Alberto Tomba a Valentino Rossi, comunque un po’ dividono. Invece la gente vuole vedere in me qualcosa di diverso

Ancora una volta è riuscito a trasformare l’impossibile in possibile e non possiamo che essere fieri di un campione italiano che è diventato un’icona: il primo disabile a vincere la specialità mondiale dell’Ironman.

Il suo nome è tornato alla ribalta nel primo weekend di ottobre conciso con il referendum per l’indipendenza Catalogna, ma la Selecció Catalana, ovvero la Nazionale di calcio della Catalogna, pur non avendo carattere ufficiale, ha esordi molti antichi, precisamente 1904, e alle spalle circa 200 partite giocate.
La Selecció è patrocinata dalla Fcf (Federació Catalana de Futbol) la quale, come sappiamo, non è affiliata né alla Fifa né alla Uefa, ma nonostante questo, la squadra si ritrova annualmente per disputare incontri amichevoli con altre Nazionali (anche facenti parte della Fifa stessa).

Dal 1997, infatti, ogni anno nel periodo di fine dicembre, una rappresentativa catalana gioca contro squadre tipo Brasile, Argentina, Nigeria e così via. Dopo il Natale, prima dell’uva per Capodanno e dei Re Magi. Feste e tradizioni e come detto da ormai 20 anni, in mezzo, c’è l’amichevole della nazionale della Catalogna.
L’ultimo match si è disputato il 28 dicembre 2016 e ha visto la vittoria della Tunisia ai calci di rigore dopo che la partita si era conclusa sul 3-3. Storici, invece, le sfide contro l’Euskadi, la selezione calcistica dei Paesi Baschi, altra forza fortemente indipendentista e tradizionalista all’interno della Spagna.

Attenzione, dunque, nel pensare che sia una squadra “fantacalcistica”. Nel suo passato, hanno giocato calciatori come Tamudo, Xavi, Guardiola, Cristobal e più recentemente Puyol, Valdés, Capdevila e anche Gerard Piqué, quello che negli ultimi giorni si è esposto maggiormente e ha anche confessato di pensare a un ritiro anticipato dalla Nazionale spagnola, dopo i brutti fatti nei seggi elettorali. Barça ed Espanyol sono le fucine dove pescare maggiormente i giocatori, ma ci sono anche Granada e Celta a dare una mano.
Attualmente la squadra è allenata da Gerard, vecchia conoscenza tra Valencia, Monaco e, ovviamente Barcellona, ma prima di lui dal 2009 al 2013 in panchina si è seduto Johan Cruijff, il cui figlio, Jordi, è stato uno dei primi “non nati” in Catalogna a vestirne i colori in epoca moderna. Uno degli ultimi, invece, è stato il l’ex laziale Keita Baldé, nato nad Arbùcies, paese di 5mila abitanti della comunità autonoma della Catalogna.

Ma quale potrebbe essere l’attuale “undici” tipo? In porta, Kiko Casilla del Real Madrid; in difesa Hector Bellerin dell’Arsenal, assieme a Jordi Alba sulle fasce con Piqué e Marc Batra (attualmente al Borussia Dortmund) come centrali; centrocampo a tre con Sergio Busquets, Cesc Fabregas, giocatore del Chelsea, e Thiago Alcantara che gioca nel Bayern Monaco; attacco ugualmente a tre con Deulofeu, Mariano Díaz del Lione e, per l’appunto, Keita Baldé.
L’allenatore? Ovviamente Pep Guardiola, uno che in passato ha detto:

«Se la Catalogna fosse stata riconosciuta come nazione avrei giocato con quella maglia»

A 71 anni si è abbastanza saggi da capire quando è necessario fermarsi. Respirare. E riflettere. A 71 anni non è necessario inseguire la velocità, essere davanti a tutti e primeggiare. No, se di mezzo ci sono valori più alti e più nobili. Anche se sei un nuotatore e stai partecipando a una competizione internazionale, come i Mondiali Master di nuoto a Budapest.

Fernando Álvarez è salito sul suo blocco di partenza, ha fatto un respiro profondo, ma non si è tuffato. Ha atteso dritto con le mani alzate mentre vedeva gli altri nuotatori muoversi e allontanarsi. Ha aspettato per 60 secondi. Esattamente il minuto di silenzio che aveva chiesto al comitato organizzatore per ricordare e rispettare le vittime dell’attacco terroristico a Barcellona del 17 agosto.

Nessun colpo scenico, ma una silenziosa protesta: da due giorni chiedeva la possibilità di osservare il minuto di silenzio; ha inviato email ma non ha ricevuto risposte. E quindi ha deciso di rispondere lui: a 71 anni, uno che decide di partecipare a un Master, dimostra determinazione e grinta che non si scalfiscono facilmente.
Una risposta quasi beffardo: il protocollo è troppo complesso e non si può spostare l’evento di un minuto? Bene, vuol dire che lo facciamo finire più tardi comunque.

E infatti Fernando Álvarez, specialista nella rana, si è buttato fuori sincrono, più tardi degli avversari, e la sua protesta è diventata eclatante. Anche perché non gli hanno registrato il tempo per non destare sospetti e imbarazzi. Ma i social, quando vogliono, portano in alto storie belle come questa.

Álvarez si è tuffato, dopo il minuto di pace con se stesso, e ha nuotato a rallentatore:

Ho avuto più soddisfazione che a vincere l’oro

Nè paura, nè odio, solo tanta umanità e profondo dolore. A 71 anni si è abbastanza saggi da capire quando fermarsi.

Il countdown che metterà la parola fine sulla trattativa di calciomercato che passerà alla storia come la più onerosa di sempre (al 2017, verrebbe da dire) è già iniziato. Neymar sta per aprire l’ennesimo solco nel mondo del calcio: il suo passaggio dal Barcellona al Paris Saint Germain sembra in dirittura d’arrivo, ha salutato la squadra e lo stesso club catalano ha ufficialmente comunicato le intenzioni del fuoriclasse brasiliano.

C’è da pagare la clausola di 222 milioni di euro, ma per il presidente qatariota Nasser Al-Khelaïfi non è un intoppo insormontabile. Così, dopo appena quattro stagioni, il 25enne lascia il Barcellona sgretolando il terribile trio d’attacco assieme a Messi e Suarez. La MSN dal 2014, anno di arrivo di Suarez dal Liverpool, ha segnato la bellezza di 364 gol.

E mentre cadono le certezze di un club che sembrava impossibile da saccheggiare, mentre si alzano polveroni di polemiche sulle cifre folli dell’operazione e del suo contratto (arriverà a guadagnare, secondo i calcoli, un euro al minuto), mentre si invoca il fair-play finanziario e mentre si creano le faide tra un Dani Alves che invita O Ney sotto la Tour Eiffel e Piqué e Mascherano che provano a convincerlo, arriva la classe di Messi.

Fuori dalla bagarre delle polemiche, ma con un tocco delicato e morbido come il suo sinistro sa essere, l’argentino saluta anticipatamente il suo amico con un video apparso su Instagram. Dalle maglie accanto nello spogliatoio, alle esultanze assieme, passando per gli allenamenti e i giochi di sguardi che dimostrano una sola cosa: il grande affiatamento tra i due calciatori.
Sul post, accanto al video emozionante, si legge:

E’ stato un grande piacere aver condiviso tutti questi anni con te, amico. Ti auguro buona fortuna in questa tua nuova tappa della vita

 

Messi si è esposto: un’ultima disperata mossa per convincere Neymar a rimanere in blaugrana o è davvero finita?

Quarto al Gp d’Italia vinto da Dovizioso e terzo nella classifica piloti della MotoGp, Valentino Rossi è pronto a rilanciare la sfida nel week-end del Gp di Catalunya a Barcellona sul circuito di Montmelò.

“Mi sarebbe piaciuto avere una sosta di una settimana dopo la gara del Mugello per recuperare nel migliore dei modi. Comunque, sono contento della gara che ho fatto, la moto è andata bene e a Barcellona spero che posso andare ancora meglio: vorrei salire sul podio. Barcellona è un circuito che mi piace veramente, anche se è una pista con meno grip e dobbiamo cercare di trovare un buon set-up per rendere i pneumatici migliori”.

“Lunedì avremo anche una giornata di test e la useremo per provare altre soluzioni. Questo è un altro Gran Premio dove c’è una bella atmosfera, con tanti appassionati entusiasti. Siamo pronti a fare del nostro meglio”.

Maverick Vinales

“Montmeló è una pista molto speciale per me, è come fosse casa mia. È una pista che mi piace, adatta al mio stile di guida e spero lo sia anche per la moto. Siamo in un buon momento, forti e sicuri, e abbiamo molti set-up a disposizione e per questo vado a Montmeló veramente motivato. Cercheremo di ottenere quanti più punti possibili e alla fine cercheremo di stare sul podio, ma per farlo dobbiamo essere intelligenti, anche con la selezione di pneumatici”.

Avere nella propria “hall of fame” la maglia di Lionel Messi dev’essere una grande soddisfazione. Ma se è Messi ad avere la TUA maglia, beh, forse è davvero un sogno, il massimo riconoscimento possibile.
Nel mondo dello sport tra atleti professionisti e appassionati è storica la mania di collezionare cimeli legati a un singolo giocatore, a una squadra o più club: molto diffusa nel calcio è, per esempio, l’usanza di scambiarsi la propria casacca a fine partita tra due calciatori.
Soprattutto nelle classiche sfide da “Davide contro Golia” i giocatori del club più debole rincorrono la celebrità di turno e fanno a gara tra loro pur di accaparrarsi l’ambito trofeo.

Anche Messi, l’attaccante argentino del Barcellona, considerato tra i più forti giocatori di sempre, ha una sua privata collezione che ha mostrato sul suo profilo Instagram. Date un’occhiata con attenzione:

 

Un post condiviso da Leo Messi (@leomessi) in data:

Tra le circa 70 maglie, la fila centrale è rigorosamente dedicata alla “Pulce” stessa: ci sono le sue camisetas della Nazionale argentina e quelle del Barcellona. Ma guardando velocemente a destra e sinistra troviamo “volti” noti e prestigiosi come Francesco Totti, capitano della Roma, Iker Casillas e Raul, storiche bandiere del Real Madrid, Gerard Pique, Cesc Fabregas e Dani Alves, suoi amici al Barcellona, Yaya Touré, passato al Barça e poi al Manchester City come Sergio Agüero. In alto, nel lucernario, anche la casacca di Pavel Nedved ai tempi della Juventus e di Henry.

Ma se aguzzate la vista inizia il bello. Sì perché nella sala che con tanta fierezza Messi mostra immortalato accanto a suoi figlio Thiago saltano dei nomi un po’ buffi, inusuali e bizzarri. Niente Cristiano Ronaldo o Buffon, per intenderci. Accanto a lui, sulla sua destra, troviamo Oscar Ustari, portiere argentino di 30 anni che attualmente gioca in Messico, nell’Atlas, dopo aver girato diversi club in carriera. Con Messi ha condiviso tutta la trafila argentina, tra Under e breve apparizione in Nazionale maggiore.   Rimanendo sempre nella terra del tango, un’altra maglia che attira l’attenzione è quella di Manuel Lanzini, fantasista di 24 anni che gioca nel West Ham e a giudicare da questa foto su Instagram si sono scambiati le rispettive casacche nel gennaio 2016.

Sueño cumplido!! Gracias @robertolopeztattoo y un crack @leomessi increíble día Un post condiviso da Manuel Lanzini (@manuulanzini) in data:

Ma prepariamoci al meglio. Il lato destro, infatti, è un guazzabuglio di magliette “italiane”. Oltre a Francesco Totti, l’altro italiano a essere onorato e immortalato nella collezione è l’ex capitano del Cagliari, Daniele Conti. Bandiera della società sarda per aver giocato dal 1999 al 2015, è suo padre, Bruno, a svelare come ha fatto a impossessarsi della maglia:

Sono onorato di vedere Messi con la maglia di mio figlio. Un giorno Daniele mi ha chiamato dicendomi di avere due biglietti per andare a Barcellona. Gli chiesi se ci fosse la possibilità di farci una foto con Messi. Avevo sentito anche il mio capitano, Francesco Totti, prima di andare da Messi il quale mi ha dato una maglia autografata da consegnarli. Messi è stato di una disponibilità incredibile, ci ha dato la maglietta firmata per Daniele e per Totti. Oltre a un fenomeno ho conosciuto una persona di grande umiltà

 

Kevin Costant è davvero una sorpresa, non fosse che, giocando contro il Milan, Messi avrebbe potuto chiedere quella di Nesta, tanto per rimanere in difesa. Le due squadre, negli ultimi anni, si sono incrociate diverse volte, ma a guidare dallo stile, dovrebbe essere stagione 2012-2013.
Un altro ex Milan appare nel muro a destra: Adil Rami, che da due anni gioca col Siviglia, mentre più spostata c’è la casacca di Rodrigo de Paul, attualmente all’Udinese, ma per due stagioni al Valencia.

 

Ma sul pavimento c’è una doppia sorpresa: due magliette dell’Apoel Nicosia, la squadra più titolata di Cipro. Sono di Tomas De Vincenti, centrocampista argentino, e Mario Sergio, difensore portoghese. Ancora una volta è la Champions League a incrociare le storie: i due club, infatti, si sono incontrati nella stagione 2013-2014.
Beh che dire, anche in questo Messi si dimostra unico!

 

Giovanni Sgobba

La parola “remuntada” tanto in voga nella terminologia moderna e abusata del calcio, la inventarono proprio quelli del Barcellona, nel 2010, dopo la semifinale di andata contro l’Inter, persa 3-1 a San Siro. Una parola tanto inflazionata quanto di per sé poco appropriata perché, fino a quel giorno, di rimonta non se ne vide l’ombra. Il Barcellona, nel match di ritorno vinse 1-0, ma non riuscì a ribaltare il risultato.
Fino a quel giorno, appunto. Perché proprio i blaugrana hanno riscritto il capitolo “rimonte pazzesche e insperate” nell’ottavo di ritorno dell’edizione 2017 della Champions League. Dopo la disfatta all’andata contro il Psg capace di vincere 4-0, i ragazzi di Luis Enrique hanno sbaragliato la storia con un clamoroso 6-1, tanto roboante quanto drammaticamente realizzato negli ultimi minuti di partita.

Se lo sport sa regalarci imprese titaniche (ricordiamo il recente Super Bowl vinto dai Patriots e da Tom Brady o la più scanzonata rimonta di Steven Bradbury) è sul campo verde di gioco che abbiamo assistito a epinici drammaticamente emozionanti. Ecco alcune rimonte storiche:

1957, Charlton – Huddersfield 7-6

E’ la più incredibile rimonta nella lunga e gloriosa storia del football della Regina. Il Charlton Athletic, retrocesso in First Division, riesce nell’impresa di segnare ben sei reti in meno di mezz’ora. Alla vigilia di Natale, è il dicembre 1957,  l’Huddersfield Town di Bill Shankly (che renderà felici, in futuro, i tifosi del Liverpool) conduce per 5-1 grazie anche all’infortunio di Derek Ufton, capitano del Charlton che si è slogato una spalla dopo 17 minuti, lasciando la squadra in 10 uomini.
Johnny Summers è il condottiero di questa impresa: lui è l’autore del primo gol, poi serve l’assist a Johnny Ryan per il 5-2 ed è lui stesso a realizzare altre due reti fino al 78’. Quattro gol per lui e 5-5. Passano ancora tre minuti e Summers segna la sua quinta rete, ma l’Huddersfield non ci sta e a quattro minuti dallo scadere realizza il 6-6.
L’ultimo sussurro, però, porta la firma di Ryan che, nuovamente su assist del tarantolato Summers, realizza il definito 7-6.
L’Huddersfield è l’unica squadra inglese a perdere una partita nonostante la realizzazione di sei gol. Attorno a questa partita leggendaria c’è un aneddoto: a fine primo tempo Summers è stato costretto a cambiare le sue scarpe “fortunate” perché malconce.  Lui, mancino naturale, segnò tutte le reti col piede destro;

 

1966, Corea del Nord – Portogallo 3-5

Mondiali in Inghilterra. Nella patria delle scommesse folli, alla vigilia, nessuno avrebbe puntato un centesimo per vedere ai quarti di finale la Corea del Nord e l’acerbo Portogallo. Gli asiatici, però, avevano battuto incredibilmente l’Italia, mentre i lusitani potevano contare sull’estro di Eusébio. Eppure, il timore di un’altra sconfitta clamorosa simile a quella degli Azzurri, sembra prendere forma quando, alla stadio Goodison Park di Liverpool, la Corea del Nord conduce il match per 3-0 dopo 25 minuti.
Ma la pantera nera non ci sta e ruggisce: quattro sue gol permettono al Portogallo di rimontare mentre José Augusto realizza il definitivo 5-3;

 

1970, Germania Ovest- Inghilterra 3-2

Sono passati quattro anni dalla finale di Wembley del 1966 con la vittoria degli inglesi sui tedeschi. In Messico, per i Mondiali del ’70, Germania Ovest e Inghilterra si ritrovano di fronte nei quarti di finale, ma questa volta sono i teutonici ad alzare le braccia al cielo vincendo per 3-2, al termine di un match incredibile.
Gli inglesi, infatti, avanti 2-0, si fanno rimontare e superare nei tempi supplementari trascinati da un sontuoso Beckenbauer, fulcro e autore della prima rete e da Gerd Muller che realizza la rete del 3-2. La svolta del match però è l’ala destra Grabowski che, entrato sullo 0-2, è stato capace di mandare in tilt la difesa inglese;

 

1999, Manchester United – Bayern Monaco 2-1

 

Era moderna, stessa tragedia greca. Finale di Champions League edizione 1999, stadio Camp Nou di Barcellona.

Spuntai sul campo per la premiazione e rimasi confuso. Pensai: “Non è possibile, chi ha vinto sta piangendo e chi ha perso sta ballando”

Lennart Johansson, presidente dell’Uefa, si era allontanato proprio durante i minuti di recupero. Aveva lasciato il match sull’1-0 a favore dei bavaresi che erano passati in vantaggio al ‘6 con una punizione di Basler e aveva più volte sfiorato il raddoppio con pali e traverse.
Ma i Red Devils tentano il tutto per tutto ed entrano in campo i due attaccanti Teddy Sheringham e Ole Gunnar Solskjær. Incredibilmente sono proprio loro a ribaltare il risultato: infatti nei due minuti di recupero concessi da Pierluigi Collina, prima l’attaccante inglese corregge un tiro quasi innocuo di Ryan Giggs, poi sugli sviluppi di un corner la punta norvegese è rapidissimo a girare sotto la traversa il gol che regala al Manchester la coppa che mancava da 31 anni;

 

2001, Tottenham – Manchester United 3-5

E’ ancora il Manchester United, questa volta in Premier League, stagione 2001-2002. Nonostante gli acquisti di Veron e Ruud van Nisterlooy, il team di Alex Ferguson non riuscirà a vincere il quarto campionato di fila che passerà nelle mani dell’Arsenal.
Ma a Londra, al White Hart Lane, a settembre, il Manchester United si dimostra ancora bestia da rimonta: il Tottenham, sopra di tre reti nel primo tempo (Richards, Les Ferdinand e Ziege) si fa travolgere nella ripresa dai Red Devils con le marcature di Cole, Blanc, van Nistelrooy, Veron e Beckham;

 

2004, Deportivo la Coruña – Milan 4-0

E’ un momento storico favorevole al Milan: con l’arrivo di Ancelotti in panchina, i rossoneri ritornano a far paura in Europa e in Italia. Ma tra serate indimenticabili e gloriose, il Milan è anche scivolato clamorosamente, inspiegabilmente.
Nei quarti di finale di Champions League del 2004, il Milan forte del 4-1 all’andata sugli spagnoli anche grazie a un bellissimo gioco, si presenta al Riazor, ma si spegne la luce. Il Milan soccombe mentre sin dall’avvio, il Deportivo crede nella rimonta e va a segno prima con Pandiani dopo soli 5 minuti e poi con Valeron, Luque e Fran;

2004, Inter – Sampdoria 3-2

E’ il simbolo delle rimonte neroazzurre. E’ la personificazione pratica dell’Inter, della sua pazzia che sa coinvolgere i tifosi. Dalla disperazione all’esaltazione in sei minuti.
A San Siro, Tonetto porta in vantaggio la Sampdoria al termine del primo tempo, poi al 36’ è addirittura 0-2 con la firma di Kutuzov. Tifosi blucerchiati sorpresi, quelli interisti attoniti. Qualcuno inizia ad andare a casa, ma l’Inter resta sul campo, concentrata fino a quando non sente il fischio finale.
Prima Martins, poi Vieri e poi il sinistro chirurgico di Recoba. Antonioli rimane di pietra, Mancini, allenatore dell’Inter, balza da un lato all’altro della panchina. E’ delirio a San Siro;

2005, Liverpool – Milan 3-3

Sei minuti. E’ il giro di lancette più drammatico nella storia dei rossoneri. A Istanbul, 50esima finale di Champions League contro il Liverpool, ancora oggi in molti si chiedono cosa sia davvero successo. Il Milan è alla sua decima finale, un Milan spumeggiante con Kakà ormai affermato, Shevchenko e Crespo letali punte offensive, che sblocca il match già in apertura, dopo nemmeno un minuto, proprio con il capitano Paolo Maldini.
Poi Crespo ne fa due; il Milan sfiora anche il quarto gol, ma nella ripresa, in 360 secondi succede l’imponderabile: prima Gerrard di testa, poi Smicer da fuori area e poi Xabi Alonso sulla ribattuta di un rigore parato da Dida.
I rossoneri si scuotono, sfiorano la rete del vantaggio ma Dudek è in stato di grazia. Blinda tutto, con fare alla Grobbelaar, anche dagli 11 metri, durante la lotteria dei rigori;

2016, Liverpool – Borussia Dortmund 4-3

E’ la più fresca, ma anche la più pirotecnica vittoria in rimonta. In Inghilterra, il giorno dopo si parlava dei nuovi “Fab four”, reminiscenza dei Beatles, per descrivere le emozioni provate alle quattro reti. Anfield è il teatro di un match dai tanti sentimenti: Jurgen Klopp, sulla panchina dei Reds, ritrova il Dortmund che ha reso spettacolare e vincente.
Dall’inferno d’inizio partita (due gol del Dortmund in otto minuti con Mkhitaryan e Aubameyang) al paradiso dei minuti finali. Il 2-1 di Origi che dà speranza, poi la rete del 3-1 di Reus sembra chiudere i giochi. Ma la Kop spinge e crede nell’impresa: prima Coutinho, poi Sakho e, infine, Lovren di testa nel recupero. Dopo l’1-1 dell’andata i padroni di casa conquistano una semifinale che a un quarto d’ora dal termine della partita sembrava impossibile da agguantare.

Prima della nascita della Coppa del mondo per club sotto la supervisione della Fifa, in passato ci sono stati svariati tentativi di organizzare un torneo “sovranazionale” per decretare il miglior club a livello internazionale e mondiale. Riconosciuti o meno, organizzati da mecenati o poco dopo soppressi, il desiderio di scegliere la squadra più forte del globo risale ai primi anni del ‘900 quando il calcio era ancora dilettantistico e una forma embrionale di quello che è oggi.

1908, Il Torneo Internazionale Stampa Sportiva

Antesignano dell’attuale Mondiale per club è il Torneo Internazionale Stampa Sportiva, manifestazione sportiva del 1908, organizzata da La Stampa, quotidiano di Torino. Il formato prevedeva un mini-torneo di qualificazione interno per le squadre italiane che furono Ausonia Pro Gorla, Juventus, Piemonte e Torino, con la vincente che avrebbe poi partecipato al torneo vero e proprio, assieme agli svizzeri del Servette, ai tedeschi del Freiburger e ai francesi del Parisienne. Quell’edizione fu vinta dal Servette che sconfisse, in finale, il Torino per 3-1.

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1909-1911, Sir Thomas Lipton Trophy

Il Torneo Internazionale Stampa Sportiva piacque, c’era entusiasmo attorno, così, Thomas Lipton, imprenditore scozzese e mercante soprattutto di tè, sì offrì per sovvenzionare una seconda edizione che prese il suo nome. Così nacque la Sir Thomas Lipton Trophy, un torneo a scadenza biennale giocato nel 1909 e nel 1911. Alla competizione dovevano partecipare i club in testa nei campionati delle nazioni più forti in quel momento storico, ovvero Inghilterra, Svizzera, Germania, mentre per l’Italia si optò per una selezione dei migliori giocatori tra Torino, Juventus e Piemonte. Nell’edizione 1911 cambiarono leggermente le regole: non ci fu la squadra tedesca, per l’Inghilterra c’era la conferma della squadra detentrice del titolo, ovvero il West Auckland Town (che conquistò anche questa edizione), per la Svizzera il club in testa, mentre Juventus e Torino parteciparono distintamente.

1951-1952, Copa Rio

Nei primi anni 50 venne proposta una nuova competizione internazionale, organizzata dalla  Confederazione sportiva del Brasile, con un richiamo al Mondiale del ’50 disputato in Brasile dopo un vuoto causa guerra mondiale. Al torneo Copa Rio, infatti, partecipavano, su invito, le otto squadre campioni nazionali in carica delle nazioni che meglio si piazzarono al Campionato Mondiale. La prima edizione del 1951 vide la vittoria del Palmeiras contro la Juventus, mentre l’anno dopo, nel 1952, nel derby tutto brasiliano, la Fluminense ebbe la meglio sul Corinthians. Pur con riserva, la Fifa riconobbe la manifestazione del 1951 come il primo torneo per club di livello mondiale e, dunque, il Palmeiras può essere considerato il primo campione del mondo nella storia dei club.

1952-1975, Pequeña Copa del Mundo

Affascinante e poliedrica fu anche la Pequeña Copa del Mundo, torneo che si organizzò a Caracas, in Venezuela, nel 1952. Anche per questa manifestazione si poteva accedere solo tramite invito e, nelle 14 edizioni a intervalli irregolari fino al 1975, parteciparono squadre eterogenee: dal Real Madrid, ai colombiani del Millonarios, passando per il Valencia, il Benfica e il Chelsea, disputarono il trofeo anche la Roma nel 1953, arrivando seconda, e la Lazio, nel 1966, terza. Spazio anche per una Nazionale: nel 1975, il trofeo lo alzò al cielo la Germania Est.

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1960-2004, Coppa Intercontinentale

In quei stessi anni prese corpo un trofeo parallelo, ma che di fatto, diventerà la Coppa Intercontinentale ufficialmente riconosciuta da club e tifosi. Nata nel 1960, come torneo esclusivo tra  la vincitrice della Coppa dei Campioni d’Europa (poi Champions League), e la vincitrice della Coppa Libertadores, la Coppa dei due mondi ha subito modifiche nel corso degli anni: con cadenza annuale, dall’esordio nel 1960 all’edizione del 1979 le due sfidanti si incontravano in una gara d’andata e in una di ritorno nei rispettivi stadi.
Ma a causa di climi sempre più ostili in Sudamerica e a causa della difficile collocazione nel calendario tra i vari impegni, le squadre iniziarono a declinare la partecipazione: nel 1971, gli olandesi dell’Ajax furono i primi.
Negli anni ’80, per recuperare prestigio e creare stabilità, la Toyota decise di gestire direttamente la manifestazione, finanziandola e spostandola in Giappone con un match secco. Una formula che funzionò e che noi italiani ricordiamo soprattutto per le partite della Juventus nel 1996 e del Milan nel 1989, 1990 e nel 2003.

2004, Mondiale per Club

Nel 2004, la Fifa entra prepotentemente nella strutturazione della competizioni, estendendo il torneo a tutti i vincitori dei tornei continentali organizzati della sei confederazioni sotto etichetta della stessa Federazione internazionale. Così oltre Champions League e Libertadores, alla competizione prendono parte anche i campioni centro-nordamericani, quelli africani, quelli asiatici e quelli dell’Oceania. Dal 2007, inoltre, partecipa anche la squadra vincitrice del campionato della nazione ospitante.