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Se in una partita una squadra calcia 6 rigori e ne realizza solo uno, a prescindere dal risultato, quello stesso match è destinato a entrare nella narrativa sportiva. E’ già mitologia. Se poi abbiamo un portiere che si innalza a ruolo di eroe, una squadra costretta a difendersi per tutti i 90 minuti più supplementari in 10 uomini, all’interno di uno stadio che ti fa il tifo contro, allora si sconfina nell’epica più autentica.

Olanda – Italia, 29 giugno 2000, semifinale degli Europei che si disputano proprio in Olanda e Belgio. L’Amsterdam Arena è oranje: «C’era un’atmosfera quasi surreale: tre quarti dello stadio era arancione», dice prima del match Francesco Toldo. Il gladiatore di quell’impresa, l’ultimo a rimanere in piedi nell’eterna lotteria dei rigori.
Che poi Italia e Olanda dagli 11 metri hanno ricordi amari, amarissimi. Una sfida che poteva essere la redenzione per una e la condanna eterna per l’altra.
L’Olanda va fortissimo, prende il palo dopo pochi minuti con Bergkamp. Poi, al 34esimo, Zambrotta si fa espellere per doppia ammonizione. Passano quattro minuti e Cannavaro fa un fallo ingenuo in area: rigore. Va Frank de Boer, capitano e rigorista, tira. Prima parata di Toldo.
I padroni di casa vanno a ritmi forsennati, vogliono sbloccare la partita. L’Italia alza i muri, ma al 62esimo, Iuliano entra in scivolata in area sul suo compagno juventina Edgar Davids. Secondo rigore. Questa volta è Kluivert a prendere il pallone. Lo vuole battere lui, lui che che nel corso degli Europei ha già segnato cinque gol. Tiro angolato e quasi perfetto. Quasi. Palo interno e sputata nuovamente in campo.

E’ 0-0, si va ai supplementari, Delvecchio potrebbe anche segnare e chiuderla con il Golden gol, ma si arriva ai rigori. Parte Di Biagio in un’ideale filo mai interrotto da Francia ’98. Lui ha chiuso sulla traversa quell’avventura, lui apre una nuova serie. Nella sua testa è ancora lì che riprova e riprova sperando di invertire il senso della storia. Questa volta la butta dentro. Poi de Boer, di nuovo lui, contro Toldo. Qui gli olandesi iniziano a credere in un anatema, uno sciamano che ha fatto un rito porta-sfiga. Francesco para anche questo. Pessotto tira praticamente senza rincorsa e fa 2-0. Poi è il turno del roccioso difensore Stam.

Come detto in apertura questa partita si muove tra mito, racconti fantastici, eroi e antieroi. Tra loro c’è anche la figura del santone o del mago, se preferite. C’è un istante che, solo diversi anni dopo, è stato svelato dallo stesso portierone ex Fiorentina e Inter. Stam si presenta sul dischetto. Tira una sassata alta, sgangherata al di sopra della traversa. Toldo volge lo sguardo al cielo e grida: «Alberto, Alberto!».
Ecco lo sciamano della novella fantastica. Alberto Ferrarini. Motivatore o mental coach, anche se lui, non si sente né l’uno né l’altro.

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Tutto nasce da un incontro fortuito che lo stesso Toldo ha raccontato: prima del Natale 1999, il portiere va fuori a cena con moglie e amici, tra cui Bressan, compagno alla Fiorentina. Nello stesso tavolo c’è Alberto e nasce subito una sintonia. C’è curiosità, poi Alberto, gli dice: «Nel 2000 farai cose importanti. E giocherai da titolare all’Europeo». Ci scommettono anche un caffè, ovviamente Toldo sa che è Buffon il portiere numero uno dell’Italia.
E quando il ct Zoff assegna i numeri di maglia, Toldo si rassegna: a lui spetta la numero 12, quella del panchinaro. Alberto, però, non molla e rilancia: «Strano, dovrebbe toccare a te». Beh, in amichevole, contro la Norvegia, Gigi Buffon si fa male alla mano e come l’effetto sliding-doors cambia la carriera di Francesco.

Il portiere e il suo nuovo amuleto si incontrano e saldano il caffè che si erano promessi. Qui Alberto azzarda una giornata di gloria eterna per Toldo: «Guarda che non finisce qui: ci sarà una giornata dove tutti parleranno di te. Facciamo una cosa: ti chiamo quando sarà il momento». E indovinate quando chiama? Esatto, la mattina del 29 giugno durante la riunione tecnica.
I numeri non mentono, dice lui. Toldo inizia a crederci, chiede cosa diavolo potrà mai succedere e Alberto quasi con ovvietà dice: «Beh sei un portiere quindi ci saranno tanti rigori. Ma non avere paura: li prendi tutti oppure sbagliano. Fidati dell’istinto: è il tuo giorno».

E’ il giorno del ragazzotto nato a Padova. E’ il giorno di un grande professionista, un atleta modello la cui unica colpa è stata quella di nascere calcisticamente nella generazione di Buffon e di Peruzzi. E’ il giorno di un’intera nazione che si scrolla di dosso l’etichetta di perdente da quel dannato dischetto di gesso bianco del rigore.
Ma ci vuole un gesto screanzato, folle, per farlo capire al mondo intero. E il terzo rigore per gli azzurri spetta all’altro Francesco, Totti. «Mo je faccio er cucchiaio» aveva confidato all’amico Di Biagio. E segna.
Poi Kluivert segna l’unico dei sei rigori tirati dall’Olanda in questa partita. Stizzito, dopo la realizzazione, calcia l’aria e l’erba. Calcio il vuoto. Un pugno di mosche. Maldini, distrutto dai crampi, ciabatta il suo penalty. Per ultimo, per l’Olanda, tira Bosvelt.

Come disse un altro Francesco, De Gregori: «La fine del discorso la conosci già». Titolo della canzone: Pezzi di vetro. Storia di un “santo a piedi nudi”. Italia in finale contro la Francia. Per una sera, l’Italia è un paese di santi, portieri e motivatori.

Lunedì 26 agosto, il Barcellona ha presentato la nuova statua dedicata al ricordo di Johan Cruyff, all’esterno dello stadio Camp Nou. Alla presenza della moglie dell’eterno fuoriclasse olandese, Danny, e dei suoi figli Susila e Jordi, il club blaugrana ha voluto rendere omaggio a un’icona senza tempo.

La statua si trova all’ingresso della tribuna, vicino a quella di Ladislau Kubala, altro simbolo per il Barça. Cruyff è raffigurato in una posa che appare in una delle immagini più iconiche di lui come giocatore negli anni Settanta, con il numero 9 sulla schiena, mentre impartisce istruzioni con il braccio teso e l’indice puntato.

 

L’immagine, secondo il club, riflette non solo il modo in cui era un leader in campo, ma anche fuori di esso, soprattutto durante la sua successiva carriera come allenatore e per le sue numerose iniziative di beneficenza. E in riferimento proprio ai suoi successi anche quando indossò la giacca e la cravatta da manager, sul piedistallo è incisa la frase “Salid y disfrutad”, “andate là fuori e divertitevi”, affermazione che lo stesso allenatore nato ad Amsterdam disse ai suoi giocatori prima della finale della Coppa dei Campioni 1992 giocata allo stadio di Wembley contro la Sampdoria.

La statua in bronzo è alta 3,5 metri pesa 1.500 kg e porta la firma della scultrice olandese Corry Ammerlaan van Niekerk, direttrice dell’Artehove Art Center di Rotterdam e che ha realizzato numerosi progetti includendo sculture delle leggende olandesi Frank Rijkaard e Rinus Michels che attualmente si trovano presso la sede della federazione olandese di calcio a Zeist.

 

Dopo aver trionfato a Londra, Elia Viviani si prende anche il titolo di campione europeo su strada. L’olimpionico dell’Omnium di Rio 2016 ha vinto infatti allo sprint la prova in linea individuale su strada degli Europei di ciclismo ad Alkmaar, in Olanda. Argento al belga Yves Lampaert, bronzo al tedesco Pascal Ackermann. Ieri la fidanzata di Viviani, Elena Cecchini, aveva conquistato l’argento nella prova femminile. Nell’albo d’oro degli Europei il veneto succede ad un altro azzurro, Matteo Trentin.

 

L’Italia si conferma dunque sul tetto continentale garzie al velocista veronese, che ha conquisatato l’oro al termine di una corsa tutta all’attacco conclusa da un epilogo a due col compagno di club Yves Lampaert. Una gara condotta in modo perfetto dalla squadra italiana, che conclude alla grande una settimana ricca di soddisfazioni: 4 ori, 1 argento e 4 bronzi nell’intera rassegna.

Italia-Olanda 3-0 (25-23, 25-17, 25-22)

L’Italia di Davide Mazzanti non delude e a Catania conquista una nettissima qualificazione olimpica travolgendo l’Olanda 3-0, staccando così il biglietto per Tokyo 2020. A 10 mesi dal Mondiale d’argento che aveva fatto innamorare tutto il Paese, Paola Egonu e compagne ottengono il pass alla prima occasione possibile e vanno all’Olimpiade in carrozza. L’Italia parte con la stessa formazione che aveva battuto il Belgio la sera prima (Folie al posto di Danesi) e le azzurre partono con il turbo innestato (10-4), ma poi l’Olanda con Robin De Kruijf, che gioca a Conegliano, resta in scia e pareggia a 12, grazie anche ai troppi errori azzurri. Poi l’Italia riparte e grazie ai 12 punti in un set dell’incredibile super Egonu e vola alla conquista del primo set.

 

Non cambia la musica nel secondo parziale: Egonu è ispiratissima e le azzurre la seguono (16-11). Non c’è storia ancora: De Gennaro salva tutto e l’Italia va sul 2-0. Esce anche Lucia Bosetti per un infortuno alla spalla destra e sale Elena Pietrini un’altra giovane di grandissime speranze. L’Italia dilaga nel terzo set e conquista una qualificazione in maniera nettissima: va all’Olimpiade per la porta principale (è la sesta consecutiva, la prima si era qualificata nel 2000) e dopo l’argento iridato dello scorso anno ci va con grandi ambizioni e grandi speranze. E a fine mese (in Polonia) per le azzurre c’è un’altra occasione di ben figurare nell’Europeo. Questa Italia non si accontenta.

La nazionale di calcio statunitense ha battuto 2-0 l’Olanda nella finale dei Mondiali femminili, disputata domenica sera al Parc OL di Lione. Grazie al gol su rigore segnato da Megan Rapinoe a mezzora dal termine, e a quello immediatamente successivo di Rose Lavelle, gli Stati Uniti sono campioni del mondo per la quarta volta nella storia dei Mondiali : la Coppa del Mondo vinta in Francia si aggiunge a quelle vinte in Canada nel 2015, in casa nel 1999 e in Cina nel 1991.

 

A Lione gli Stati Uniti allenati da Jillian Ellis hanno vinto facendo prevalere il loro stile di gioco basato principalmente sulla costruzione di frequenti fasi d’attacco, tatticamente non così complesse ma estremamente concrete, grazie alla superiorità sul piano fisico delle sue giocatrici anche rispetto a una nazionale competitiva come quella olandese.

 

 

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🇺🇸🏆 F O U R 🏆🇺🇸

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Il primo tempo si è chiuso tuttavia in parità, con tanti tiri in porta da parte degli Stati Uniti e con l’Olanda limitata a sterili azioni in contropiede. Nel secondo tempo la partita non è cambiata e verso l’ora di gioco un calcio di rigore segnato da Megan Rapinoe, miglior marcatrice del Mondiale insieme ad Alex Morgan, ha portato in vantaggio gli Stati Uniti. Nella mezzora successiva l’Olanda, campione d’Europa in carica e alla sua seconda partecipazione, non è riuscita a reagire e ha subìto anche il gol del 2-0 con un tiro dal limite dell’area di Rose Lavelle.

Per arrivare alla finale di Lione, gli Stati Uniti avevano eliminato Spagna, Francia e Inghilterra nella fase a eliminazione diretta, peraltro dopo aver battuto anche la Svezia — arrivata poi in semifinale — nella fase a gironi. Hanno quindi sconfitto una dopo l’altra quasi tutte le migliori nazionali del torneo, confermando la loro superiorità partita dopo partita.

Negli Stati Uniti il calcio femminile è stato un fenomeno unico nel suo genere, e lo rimane tuttora: si è formato da solo, ha vinto tanto, si è battuto numerose volte per il riconoscimento dei suoi diritti e continua ad essere un modello per l’emancipazione femminile nel mondo dello sport.

 

Prima dell’inizio dei Mondiali, abbiamo persino detto: “Quanto sarebbe fantastico se giocassimo contro Stati Uniti?”

E Dominique Janssen questa finale tra Usa e Olanda l’ha proprio chiamata. Anzi per correttezza chiamatela Dominique Bloodworth da quando, nel 2018, il difensore olandese ha sposato l’americano Brandon. E sì, storia nella storia di questa finale, c’è anche una famiglia che sulla costa occidentale degli Stati Uniti farà il tifo per l’Oranjeleeuwinnen al posto degli Stati Uniti.

Una relazione sviluppata a distanza, nata su internet tra la giocatrice attualmente al Wolfsburg e il ragazzo che ha prestato servizio nell’esercito americano per quattro anni in Afghanistan. Poi il matrimonio e la scelta da parte di Dominique di cambiare il cognome sulle divise da gioco sia nel club che in Nazionale. Una decisione non semplice per la ragazzi 24 anni che nel 2017 ha vinto l’Europeo in prima squadra dopo aver partecipato, due anni prima, alla straordinaria esperienza della Coppa del Mondo in Canada. Con il cognome Janssen.

 

 

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As you can tell, nothing makes me happier than talking about how badass my wife is 👸 #teambloodworth #wwc2019

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«Brandon crede tanto nei valori della famiglia e anche se è americano lui e i suoi parenti faranno il tifo per noi», dice ridendo Dominique.  Suo marito è arrivato in Francia all’inizio del torneo, rimanendo a Lione per vedere la semifinale in cui le ragazze dell’Oranjeleeuwinnen hanno battuto la Svezia: «Sento sicuramente il suo sostegno quando è qui, ed è incredibile, mi dà quella scintilla in più che ho bisogno per giocare ancora meglio».

Molto è cambiato da quando le olandesi hanno giocato per la prima volta una partita in un Mondiale, quattro anni fa: «Allora non potevamo nemmeno osare di sognare di essere una squadra modello per giocatrici a livello mondiale. Ora sento davvero che le bambine possono guardare noi e rendersi conto che molte cose possono realizzarsi quando credi in te stesso».

E con il sostegno del marito “olandese per un giorno” Brandon, quella del 7 luglio potrebbe diventare una domenica davvero speciale per Dominique Bloodworth.

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E alla fine sono rimaste in due. La finale dei Mondiali femminili tra Stati Uniti e Olanda (in programma domenica 7 luglio ore 17 su Sky e Rai Sport) promette di essere un’occasione storica anche per le trame intriganti e intrecciate tra storie nelle storie. Alla fine a contenderci la Coppa del Mondo ci arriva la squadra detentrice del trofeo e l’attuale campione d’Europa: gli Stati Uniti sono alla loro terza finale consecutiva, con un numero di giocatrici già presenti quattro anni fa in Canada. Jill Ellis, l’allenatrice oggi come allora alla guida della Nazionale, è proprio sull’esperienza già acquisita che preme come arma di forza.

A ostacolare la quarta stella per gli Stati Uniti c’è l’Olanda che ha raggiunto la prima finale di Coppa del Mondo femminile alla sua seconda apparizione assoluta. La loro ascesa così dirompente è stata alimentata da una generazione d’oro, guidata dall’attacco di Vivianne Miedema, Lieke Martens e Shanice van de Sanden.

Chi si aggiudica il titolo di capocannoniere?

E proprio pensando all’eccezionale talento offensivo di entrambe le squadre, la finale di questa ottava edizione dovrebbe essere allettante con la lotta intestina per aggiudicarsi anche l’Adidas Golden Boot, il riconoscimento per il capocannoniere del torneo: da un lato c’è Alex Morgan con 6 gol e Megan Rapinoe, dietro di una rete, mentre per le avversarie difficilmente Miedema, con tre marcature, può insidiare i sogni delle due americane.

Dopo un Gruppo F dominato in lungo e in largo con 18 gol fatti e zero subiti e 9 punti ottenuti battendo Svezia, Thailandia e Cile, le americane si sono trovate dal lato più insidioso e complesso del tabellone costrette ad affrontare Spagna agli ottavi, le padrone di casa della Francia ai quarti e l’ostica Inghilterra in semifinale. Tre match con tre difficoltà differenti risolte con il medesimo risultato di 2-1.  Al contrario, come ha detto la calciatrice Daniëlle van de Donk, le Oranjeleeuwinnen arrivano a questa finale per la prima volta a Francia 2019 come sfavorite dopo aver completato il Gruppo E a punteggio pieno lasciandosi alle spalle Canada, Nuova Zelanda e Camerun e dopo aver battuto Giappone agli ottavi, l’Italia ai quarti e di misura, per 1-0, la Svezia in semifinale. Ma la squadra ha anche ripetutamente dichiarato di non aver ancora mostrato il loro miglior calcio in Francia e sicuramente dovranno fare il massimo per battere le più quotate avversarie. Nelle loro mani c’è ancora una volta la possibilità di stupire il mondo intero.

Come arrivano gli Stati Uniti

Jill Ellis ha più volte sottolineate alle giocatrici l’importanza di iniziare ogni singola sfida con il piede giusto e sul campo le americane hanno risposto con un dato sorprendente: sono andate a segno nei primi 12 minuti di ogni partita di questo Mondiale. Megan Rapinoe non ha giocato la semifinale a causa di un stiramento al bicipite femorale e anche l’eclettica centrocampista Rose Lavelle si è infortunata allo stesso muscolo. Anche se non al 100% le due calciatrici saranno disponibili per la finale. Gli Stati Uniti sanno di avere una forza nella panchina lunga, con Christen Press e Sam Mewis che hanno dimostrato di poter sostituire questo duo.

Come arriva l’Olanda

Squarci di gran bel calcio. L’Olanda, in questo Mondiale, ha mostrato bellissimi triangoli tra le tre centrocampiste, sprazzi di velocità da Shanice van de Sanden e momenti di splendore agonistico da Lieke Martens, come il suo meraviglioso gol nei quarti di finale contro l’Italia. E quando questa squadra inizia a girare, sa essere molto molto letale. Ma croce e delizia, appoggiarsi su singoli talenti qualche volta non ripaga: Shanice van de Sanden durante tutto il torneo ha cercato la forma migliore, Lieke Martens sta lavorando con un infortunio al piede e il portiere titolare Sari van Veenendaal è uscito dal campo dopo aver battuto la Svezia nella semifinale mercoledì con una mano gonfia. La vera preoccupazione per l’Oranjeleeuwinnen sarà ciò che accadrà se uno o più dei suoi protagonisti non è in tempo per recuperare.

Se il Mondiale del 1998 non si fosse giocato in Francia, probabilmente non avremmo mai assistito al leggendario gol di Dennis Bergkamp contro l’Argentina. Vale sempre la pena rivederlo:

E’ una rete metafisica che si pone al di là della realtà per equilibrare il giusto senso delle cose. Perché è arrivata al minuto 89 di una partita tosta, bloccata sull’1-1. Perché erano i quarti di finale contro la Nazionale sudamericana. Perché se si segna una prodezza del genere, in un Mondiale, sei destinato a rimanere scolpito nei ricordi dei bambini che crescono con la magia negli occhi e la tramandando, da adulti, ai loro figli o nipoti.
C’è il lancio tagliente di Frank de Boer, c’è lo stop irreale dell’ex Ajax, Inter e Arsenal, c’è la palla che muore lì, in quell’istante, uncinata dal piede destro, c’è il tocco a rientrare che manda in tilt il difensore Ayala, uno dalla marcatura stretta e rognosa, e c’è il colpo d’esterno a trafiggere il portiere Roa.
C’era tutto, ma mancava solo una cosa: lo spazio per poter fare un’azione del genere.

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Ma soprattutto, per fortuna, c’era Dennis Bergkamp. La carriera calcistica dell’olandese è legata alla sua aerofobia, ovvero la paura di viaggiare in aereo. Un trauma che si è manifestato in un altro Mondiale, quello precedente del 1994 negli Stati Uniti d’America.
La Nazionale Oranje era in volo, assieme a staff tecnico e giornalisti e proprio uno di questi, tra scherzo e goliardia, disse: «C’è una bomba». Non c’era, forse, da dargli troppo peso, volarono qualche risata, qualche parolaccia, passato lo spavento iniziale. Ma da quel momento, Bergkamp non avrebbe più preso un volo.

Un trauma sul quale pesava una brutta esperienza giovanile. Durante una tournée con l’Ajax, nei pressi del vulcano Etna, ci fu una massiccia turbolenza: l’aereo precipitò, seppur per frammenti di secondo, per poi riprendere quota. Un fatto che aveva segnato il giovane biondo olandese glaciale sul campo. Panico e stress che diventarono successivamente fobia con l’episodio del 1994.

Ed è per questo che riuscì a essere presente al Mondiale francese ed è anche per questa sua paura che saltò il Mondiale del 2002, quello in Corea del Sud e Giappone, quando aveva ancora 32 anni dato che era impossibile organizzare uno spostamento via terra.
Se nella mitologia folcloristica intere pagine sono state scritte sul vascello fantasma, il tetro Olandese Volante, nel calcio Dennis Bergkamp verrà per sempre ricordato come “l’olandese non volante”.

Alla sua seconda partecipazione assoluta ai Mondiali, l’Olanda centra per la prima volta la finale. La decide Jackie Groenen al minuto 99 dei supplementari dopo una partita molto equilibrata tra Olanda e Svezia.

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L’esultanza di Jackie Groenen dopo la rete decisiva

Le campionesse europee sono riuscite a raggiungere gli Stati Uniti grazie al lampo di una delle tante campionesse in squadra. La numero 14 (in onore del grande Cruijff) ha insaccato la palle alle spalle del portiere Lindahl con un bel tiro da fuori area.

Le parate della numero 1 van Veenendaal hanno sicuramente tenuto sempre in vita le orange.

Prima vera palla gol per la Hurtig al 37′. Nella ripresa palo della Fischer e traversa di Miedema, ma il risultato non si sblocca. Nei supplementari arriva il gol che manda l’Olanda a giocarsi il titolo contro gli Stati Uniti e che consacra un biennio notevole dopo la conquista dell’Europeo nel 2017.

OLANDA-SVEZIA 1-0 

Primo tempo abbastanza equilibrato con le scandinave che vanno vicine al vantaggio con la punta Hurtig: una zampata in mischia dopo un corner, salvata benissimo d’istinto col piede dalla van Veenendaal.

Anche la ripresa è un po’ piatta dal punto di vista del gioco, meno per quanto riguarda le occasioni da rete con la Svezia che ci prova con la centrale Fischer con un rasoterra parato dall’estremo difensore olandese e il colpo di testa dell’attaccante Miedema sfiorato quanto basta da Lindahl.

Ai tempi supplementari a tirar fuori il coniglio dal cilindro è Groenen con un gran destro dai venti metri, palla rasoterra diretta sul secondo palo e imprendibile.

99′ Groenen

OLANDA (4-3-3): van Veenendaal; van Lunteren, van der Gragt, Bloodworth, van Dongen; Groenen, van de Donk, Spitse; Beerensteyn (72′ van de Sanden), Miedema, Martens (46′ Roord). Ct: Wiegman

SVEZIA (4-2-3-1): Lindahl; Glas, Fischer, Sembrant, Eriksson (111′ Andersson); Rubensson (78′ Zigiotti Olme), Seger; Jakobsson, Asllani, Hurtig (79′ Janogy); Blackstenius (111′ Larsson). Ct: Gerhardsson

Ammonite: Spitse (O), Zigiotti Olme (S), van de Donk (O)

Con gli Stati Uniti già in finale, siamo in attesa di capire chi tra Olanda – Svezia avrà modo di sfidare le campionesse del mondo uscenti in questa edizione di Francia2019.

Al Parc OL di Lione sarà un match tutto da vivere (diretta su Rai Sport alle 21) tra due squadre che, sin qui, hanno fatto un gran bel cammino sottolineando che entrambe si reputano nazionali outsider.
Sì perché le Orange, già campionesse europee, si giocano per la prima volta un posto nella finalissima; la Svezia, invece, è alla quarta semifinale Mondiale. Le scandinave, però, sono riuscite a volare in finale solamente nel 2003, sconfitte dagli States.

Le due formazioni si sono affrontate anche durante l’Europeo 2017, con le Oranjeleeuwinnen che sono uscite vincenti agli ottavi di finale per 2-0 grazie alle reti di Lieke Martens e Vivianne Miedema, tuttora colonne portanti dell’attacco olandese.

Una giocata di Vivianne Miedema durante l’ottavo di finale a Euro2017

Le due squadre, però, partono abbastanza alla pari. Le olandesi hanno fatto bene contro l’Italia, grazie alle ottime azioni da calcio piazzato; la Svezia è galvanizzata dalla vittoria importantissima contro la Germania: un exploit che ha regalato gioia e consapevolezza dei propri mezzi.

Tra le Blagult sarà assente l’attaccante Fridolina Rolfo per squalifica. Fortunatamente il ct Peter Gerhardsson ha trovato una degna sostituta in Lina Hurtig. Per le scandinave il problema principale sarà arginare l’offensiva olandese che è il punto di forza Orange, perché a livello difensivo qualcosa concedono.

Per le ragazze di Sarina Wiegman sarà un vero banco di prova per capire se ci sono le possibilità di contrastare il grande dominio degli Stati Uniti.