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La caduta delle due Juve d’Italia. Entrambe le ultime imbattute in Italia, entrambe ko nel giro di poche ore. Indolore la sconfitta per la Vecchia Signora, con lo scudetto praticamente in tasca e la testa scarica dopo la Champions. Più pesante quella della sorellina campana dello Stabia, finita sotto nello scontro diretto con il Catania in serie C. Nel girone C le “vespe”, prime in classifica, devono guardarsi dalle siciliane che rincorrono. Più tranquillo Allegri, chiamato solo a gestire un vantaggio di 15 punti nelle ultime 10 giornate. Basteranno cinque vittorie per avere la certezza matematica dell’ottavo scudetto consecutivo, se il Napoli dovesse vincerle tutte.

Un ko indolore

La sconfitta di Genova era scritta nel destino, dice Andrea Pirlo, uno che di cose di campo se ne intende giusto un po’. Impossibile chiedere di più a una squadra reduce dall’impresa degli ottavi di finale contro l’Atletico Madrid. Orfana di Ronaldo, la Juve ha offerto la classica prestazione da campionato. In gestione, in attesa del colpo vincente, arrivato con il gol di Dybala annullato per fuorigioco millimetrico di Emre Can. Il karma ha poi rovesciato tutto. Stefano Sturaro, ex del match, fermo da quasi un anno per un infortunio, al centro delle polemiche per un’esosa plusvalenza tra Genoa e Juve, il primo ad aver salutato Ronaldo in estate a favore di fotografi. Una serie di coincidenza sintetizzate nel piazzato del 72’ che, complice un rimbalzo velenoso, ha sorpreso Perin.

Le siciliane incombono

Qualche minuto dopo il ko bianconero, al Massimino di Catania la Juve Stabia sfidava i padroni di casa in uno scontro diretto per la promozione in serie B. Ma il match è stato subito in salita per i campani dopo il rigore trasformato da Lodi all’11’. Fortuna ha voluto che i secondi in classifica, il Trapani, abbiano perso 4-2 a Francavilla. La squadra di Fabio Caserta è ancora capolista a 63 punti, due in più del Trapani mentre il Catania si è rifatto sotto a 57. Equilibri in bilico a 7 giornate dalla fine. E domenica gli stabiesi possono rifarsi contro il Rieti quartultimo, esattamente come l’Empoli che sfiderà la Juventus allo Stadium dopo la sosta della A.

 

Vincenzo Spagnolo oggi avrebbe quasi 50 anni, 49. Sarebbe un uomo di mezza età, magari con una famiglia e un lavoro stabile. E forse anche il tifo caldo per il suo Genoa si sarebbe incanalato in forme e modi più tenui. Nel 1995, il 29 gennaio, quel ragazzo, chiamato Claudio o Spagna dagli amici, aveva 25 anni. Era pronto per godersi il suo Grifone in casa contro il Milan. Ha finito il servizio militare e ora fa l’agente immobiliare in Sardegna. La Gradinata nord, tempio del tifo rossoblù, lo aspettava come sempre. Ma Vincenzo Spagnolo, quel giorno, al Ferraris non ci arrivò mai. Si fermò a Marassi, che poi è un altro nome per indicare lo stadio genovese.

Vincenzo Claudio Spagnolo

Quel giorno freddo di gennaio di quasi 25 anni fa, Simone Barbaglia è un neomaggiorenne. Diciotto anni, nulla in confronto alla vita che chiama. Tanti per cambiare la sua di esistenza, della sua famiglia e quella di Vincenzo e dei suo cari. Simone ha lasciato la scuola, fa il giardiniere a Milano. E’ un grande tifoso rossonero, ma il suo idolo non è Baresi, né Savicevic o Donadoni. Il suo punto di riferimento è un commercialista che si fa chiamare il Chirurgo. Carlo Giacominelli, 31 anni, molto noto negli ambienti neofascisti milanesi degli anni ’90.

Genoa Milan non è mai stata una partita facile per la squadra allenata all’epoca da Fabio Capello. Dominante in Italia e in Europa eppure quello stadio così british è fortino difficile da espugnare. L’ultima vittoria a Genova è datata 13 anni prima, 16 maggio 1982, quando vinse in Liguria 2-1 ma retrocedette in B al termine di una stagione da dimenticare. Altri anni, altro calcio. Ora i casciavit dettano legge in patria e fuori. Ma resta il tabù Genoa. Ci erano andati vicini il 6 giugno 1993, ma il blitz targato Simone-Papin era stato fermato dal gol del 2-2 di Andrea Fortunato, decisivo per la salvezza genoana.

La lapide che ricorda Spagnolo

Quel giorno Genoa Milan si giocherà per un tempo. Dopo lo 0-0 del 45’ le squadre non tornano più in campo. Sugli spalti inizia a diffondersi la voce di un morto fuori dallo stadio. Una coltellata che mette fine a un’altra partita, ben più importante. Simone Barbaglia e Vincenzo Spagnolo hanno incrociato i loro destini alle 13.45 di quel 29 gennaio. Il primo è uscito dal carcere nel 2006 e cerca di rifarsi una vita. Il secondo al Ferraris non è mai entrato.

E’ rientrato in Italia, ma dopo tre anni e mezzo il suo giudizio resta ancora sospeso. Ha ancora 22 anni, in questa prima parte di stagione ha segnato sei reti con la maglia del Betis Siviglia, due per ciascuna competizione tra Liga, Copa del Rey ed Europa League. E uno proprio contro il Milan nel 2-1 di San Siro. Certamente ha un’eredità non di poco conto, Antonio Sanabria, sbarcato al Genoa per sostituire Krzysztof Piatek, uno che in sei mesi in Italia e alla prima esperienza in Serie A è riuscito a segnare complessivamente 19 gol, fra campionato e Coppa Italia.

 

Ma il ragazzo paraguaiano con passaporto spagnolo non è uno sprovveduto, almeno caratterialmente, avendo calcando i campi del Paraguay e fatto la trafila nelle giovanili del Barcellona. Vuole rilanciarsi l’ex Sassuolo e Roma, dopo l’esperienza al Betis e il rapporto – dicono – chiaroscuro con la tifoseria. E ha scelto la maglia numero 9 per mettere ancor più in mostra le sue spalle larghe.

Tony Sanabria a rivedere il gol contro i rossoneri dimostra di saperci stare benissimo in area di rigore: sa segnare sotto porta, o defilandosi sulla destra per incrociare di sinistro o con il destro, soprattutto sa segnare di testa, fondamentale che Piatek ha saputo sfruttare e che dimostra di essere tarato per essere al centro dell’attacco. Di questi, uno è stato particolarmente importante per la sua carriera e per il Betis, quello segnato al 94’ al Bernabeu di Madrid contro il Real che consentì alla sua squadra di vincere 1-0 e scavalcare proprio i madrileni in classifica, anche se si era solamente alla quinta giornata del campionato 2017-2018.

Alto 181 centimetri, Sanabria grazie alla duttilità degli schemi dell’allenatore Setién, può  muoversi con efficacia nel modulo 4-4-2, quello usato principalmente quest’anno dal Genoa sia con Juric che con Prandelli , avendo il polacco affiancato da Kouamè, ma anche nel modulo 4-2-3-1. E su quest’ultimo si potrebbero vedere a stretto giro interessanti esperimenti con Favilli, Sababria e Kouamè tutti assieme contemporaneamente.

Il terzo tentativo in Italia per Sanabria è ormai realtà: a 22 anni e con esperienza accumulata in Spagna e in Europa, Tony è pronto a caricarsi il Genoa sulle spalle. Ambientamento permettendo (e l’aver già giocato in Italia accelera il suo inserimento), è pronto per far bene.

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Sembra lontano quel 25 agosto, seconda giornata di campionato, con il Milan che va al san Paolo di Napoli facendo esordire la punta di diamante del mercato estivo, Gonzalo Higuain.

A distanza di cinque mesi tutto sembra cambiato. A san Siro questa sera l’argentino non ci sarà, volato a Londra da Sarri, e potrebbe fare l’esordio il neoacquisto Krzysztof Piatek.
Da una prima apparizione a un’altra, nuovamente contro il Napoli.

Il Pipita, infatti, è stato lanciato alla prima partita di campionato del Milan, persa dai rossoneri per 3-2, proprio contro la sua ex squadra. Tuttavia il destino ha voluto che pure Piatek cominciasse la sua nuova avventura contro i partenopei, probabile un suo utilizzo a partita in corso.

I fantallenatori si sono trovati un po’ spaesati da questa finestra di mercato invernale. C’è chi ha perso sicuramente la punta argentina e c’è chi si ritrova Piatek in una grande squadra, dopo aver fatto faville con la maglia del Genoa. I presupposti per il classe ’95 sono positivi anche se l’ambiente milanista è molto più “pesante” rispetto a quello rossoblu.

Gennaro Gattuso l’ha definito come Robocop mentre su Higuain ha ribadito che avrebbe potuto fare e dare di più al Milan.

Domani, invece, potrebbe esordire con la maglia dei blues anche l’argentino in Fa Cup contro lo Sheffield Wednesday, dopo che ha assistito il derby di Coppa di Lega contro il Tottenham dalla tribuna.

Il polacco Piatek sinora ha segnato 13 reti ed è secondo in classifica marcatori alle spalle di Ronaldo e Quagliarella a 14. Otto soltanto le marcature del Pipita, che sottolineano ancora di più l’amore mai sbocciato tra l’argentino e il rossonero.

Le strade si sono divise e il nuovo attaccante del Milan vuole regalare gol e sorrisi ai tifosi e, perché no,  un posto in Champions League.

Al polacco potrebbe far bene pensare a un piacevole esordio contro gli azzurri qual è stato quello di Alexandre Pato.  Alla prima apparizione stagionale, l’allora diciottenne brasiliano riuscì a bucare la porta campana con una rete di pregevole fattura che sancì il definitivo 5-2 dei diavoli.

La telenovela degli ultimi giorni si è conclusa. Krzysztof Piatek è il nuovo attaccante del Milan, con Gonzalo Higuain passato al Chelsea di Sarri.

Il polacco, dopo le visite mediche, ha deciso quello che sarà il suo numero di maglia. La novità è che la 9 lasciata dal Pipita resta libera, poiché, l’ex Genoa ha deciso che indosserà la 19.
Il numero scelto dal neo acquisto non evoca dolci ricordi ai tifosi rossoneri dato che è appartenuta la passata stagione a Leonardo Bonucci. Riguardo questa decisione, infatti, c’è chi la presa in maniera ironica:

L’anno scorso, inoltre, la maglia 19 è stata al centro di un piccolo caso nello spogliatoio milanista.
Arrivato a Milano, Bonucci ha richiesto esplicitamente di prendersi lo stesso numero di maglia indossato alla Juve, già in possesso però all’ivoriano Franck Kessié.  Il centrocampista africano, per evitare polemiche, ha deciso di assecondare la scelta del difensore viterbese optando per la numero 79 (che ha tuttora, nonostante il ritorno di Bonucci alla Juve).

Tuttavia, ai positivissimi mesi a Genova con la 9, Piatek ha preferito diversamente: forse a causa della pressione di avere una maglia che è stata di grandi campioni o forse anche un po’ di superstizione poiché, dopo Inzaghi, si sono susseguiti tanti calciatori che l’hanno indossata senza successo, incluso Higuain.

In effetti se si pensa ai “nove” che ha avuto il Milan negli ultimi anni, beh probabilmente l’idea di Piatek non è poi così sbagliata.
C’è stato il brasiliano Alexandre Pato che in 18 presenze ha segnato 4 reti. L’attuale attaccante dello Tianjin Qanjian ha esordito con la 7 per poi cambiare con la 9 lasciata da Pippo Inzaghi. Il bottino non è stato dei migliori.

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Pato con la maglia 9 dal 2012 fino al gennaio 2013

C’è stato Alessandro Matri, acquistato dal Cagliari dopo una stagione a suon di gol, ma che invece nel Milan ne ha realizzati soltanto uno in 18 apparizioni.

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La sfortunata parentesi di Matri al Milan

La meteora Fernando Torres.  El Niño ha collezionato solo 10 gettoni e un misero gol all’attivo. In realtà la fase calante dello spagnolo era iniziata già da tempo.

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Toccata e fuga per l’attaccante iberico Torres

Male anche Mattia Destro (15 presenze con 3 reti) e Luiz Adriano (6 gol in 29 presenze), fino agli ultimi, prima di Higuain, Gianluca Lapadula (8 in 26 partite) e mister 38 milioni André Silva. Il portoghese ha giocato 40 partite con il misero bottino di 10 reti, per quello che è stato definito uno degli acquisti peggiori del club rossonero.

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Arrivato dal Porto, non ha mai realmente dimostrato il suo valore

Al Milan, comunque, non importa questi aspetti ma soltanto che abbia trovato un grande attaccante che possa regalare gioia a tutti i tifosi.

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Ci sono stati tanti portieri brasiliani che sono arrivati in Italia e hanno contribuito alle vittorie delle proprie squadre, guidando la difesa in maniera egregia e mettendo in mostra parate sensazionali.

C’è stato il glorioso tempo di Cláudio Taffarel, campione del Mondo 1994 e numero 1 del Parma dei primi anni ’90, Nelson Dida trionfatore con il Milan di due Champions League, l’ex giallorosso Doni, e Julio Cesar, protagonista del triplete nerazzurro nel 2010.

Il passaggio di Julio Sergio e di Neto (ora al Valencia), così come l’attuale portiere del Liverpool e dalla Seleção, Alisson Becker. Tra questi anche alcuni mezzi flop come Gabriel (ex Milan ora al Perugia), Rafael (ex Napoli ora terzo alla Samp), Da Costa (secondo del Bologna) e Rubinho (ex terzo portiere della Juve).

La scuola italiana dei portieri è sempre ottima ma, spesso, si vola in Sudamerica per fiutare le giuste occasioni.

È quello che è capitato a Inter e Genoa. Le due società si sono assicurati due nuovi estremi difensori, il grifone per l’attualità, i nerazzurri per il futuro.
Si tratta di Jandrei e Brazão. Il primo è un classe ’93 ed è arrivato a Genova dalla Chapecoense, il secondo è un 2000 ed è stato prelevato dal Cruzeiro. Quest’ultimo, in realtà, è stato acquistato dal Chievo in stretta collaborazione col club di proprietà della famiglia Zhang. Un’operazione simile a quella fatta con Julio Cesar.

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Il portiere Julio Cesar con la maglia dell’Inter. Coi nerazzurri ha giocato 7 stagioni

L’ex portiere carioca è arrivato in Italia nel 2005. Comprato dall’Inter, viene girato in prestito proprio al club clivense poiché i nerazzurri hanno raggiunto il tetto massimo di tesserati extracomunitari. Per l’appunto il giovanissimo Brazão dovrebbe restare a Verona fino al termine della stagione per poi firmare un contratto quinquennale con l’Inter. Tuttavia prima del suo approdo in Italia, l’estremo difensore deve terminare la sua esperienza con la nazionale verdeoro al Sub20 che si sta tenendo in Sudamerica. Abile pararigori con l’Under 17, inoltre, ha vinto un Guanto d’oro ai Mondiali di categoria oltre che una medaglia d’oro al Sub17.

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Due stagioni con la Chapecoense per Jandrei. Ora la grande occasione europea

Per Jandrei, invece, il Genoa è già pronto a lanciarlo. Seppur in staffetta con l’attuale portiere titolare Radu, il brasiliano ha sicuramente scalzato Marchetti, sempre più ai margini del progetto. Arrivato per 900mila euro Jandrei ha firmato fino al 2021. Sino ad ora conta 76 partite nel campionato brasiliano, subendo 99 reti con 21 clean sheet. Contro il Milan probabile si accomodi in panchina, anche se mister Prandelli sa benissimo che potrebbe contare sulla sua esperienza e sulla tecnica.

Al Genoa scriverei una canzone d’amore, ma sono troppo coinvolto

Questa frase è apparsa domenica 8 gennaio 2017, sulle maglie del Genoa nella sfida contro la Roma, durante il 19esimo turno di Serie A. Una frase di Fabrizio De André per un progetto che ha visto, nelle domeniche successive, citazioni di personaggi famosi legati alla storia e alla tradizione rossoblù.
Ma quelle parole del cantautore ligure ben dimostrano l’attaccamento verso la maglia del Genoa, un attaccamento così viscerale dal fermarlo a scrivere brani, strofe o componimenti. Lui che ha tessuto poesie su tanti argomenti, non è riuscito a scrivere nulla sua squadra amata.

Faber, nato a Genova il 18 febbraio 1940 e morto a Milano l’11 gennaio 1999, non aveva mai nascosto il suo amore per il Genoa, ma forse, solo dopo la sua morte è stato più chiaro capire la sua vera essenza: «Ho una malattia», disse una volta il cantautore durante un suo concerto. Silenzio, stupore e preoccupazione. Poi appoggiò la chitarra, prese una lunga sciarpa dai colori rosso e blu e aggiunse: «Si chiama Genoa».

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Perché è vero: la squadra del cuore accompagna l’esistenza di ogni vero tifoso. Ti prende da bambino per motivi che sfuggono dalla logica, per i colori della maglia, per il giocatore preferito, perché è la squadra della tua città. Fabrizio rimase ammanicato nel 1974, la prima volta in uno stadio, a Marassi per un Genoa – Torino, spinto dal padre Giuseppe e dal fratello Mauro che simpatizzavano per i “Granata”. Forse per puro antagonismo, decise di schierarsi contro suo padre e suo fratello.

Nel libro “Il Grifone fragile – Fabrizio De André, storia di un tifoso del Genoa”, uscito nel 2013 e scritto da Tonino Cagnucci, emergono sfumature particolari e romantiche della passione del cantautore. Sfogliando suoi vecchi diari, appunti e agende vengono annotati episodi fantastici: da piccolo Fabrizio chiese, in una letterina a Gesù Bambino, tra un vestito da cow boy e i soldatini, la maglia del Genoa.
Più grande, invece, annotava con una scrittura meticolosa le formazioni della squadra, la classifica del campionato, i marcatori, i possibili diffidati.
Confessò, inoltre, in una intervista che durante il periodo del rapimento in Sardegna nel 1979, uno dei suoi giorni peggiori fu quando sentì alla radio che i rossoblù avevano perso a Terni.

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Se allo stadio Olimpico, quando gioca in casa la Roma, echeggiano le note dell’inno scritto e cantato da Antonello Venditti, romanista verace, sotto la “Lanterna” non è così con De André: «L’inno non lo faccio perché non mi piacciono le marce e perché niente può superare i cori della Gradinata Nord».
Magia e sentimenti si intrecciano nella vita del cantautore, nato nell’ultima settimana in cui il Genoa è primo in classifica nella sua storia, a quel punto del campionato.

Dalla nascita alla morte, sempre legato alla fede rossoblù: Fabrizio De André s’è fatto cremare assieme a un naso da clown e alla sciarpa del Genoa. In tutta la sua vita da musicista non l’hai mai nominato: questo gesto lega per sempre il cantautore poeta e genoano alla sua eterna squadra. Perché non è una blasfemia dire che De André sia stato un tifoso di calcio…del Genoa.

Il Napoli non dovrà camminare da solo, ma in compagnia di altre quindici squadre per giocarsi gli ottavi di Champions League. La speranza di qualificazione corre dal Vesuvio al Mersey Side. A Liverpool gli uomini di Ancelotti cercano il pass per la fase a eliminazione a diretta. Da primi di un girone con i reds e il Paris Saint Germain. Un risultato clamoroso viste le previsioni della vigilia che davano per spacciata la squadra di De Laurentiis. Invece gli azzurri hanno fin qui giocato una Champions da protagonisti, con addirittura due rimpianti. Il pari a Belgrado contro la Stella Rossa e il gol nel recupero di Di Maria a Parigi per il 2-2 finale.

Il gol di Insigne nel finale ha deciso la gara di andata

Cosa deve fare il Napoli per passare – Basterebbe non perdere, elementare Watson. E anche con un ko il Napoli potrebbe comunque passare. Ecco le combinazioni:

  • il Napoli vince. Ancelotti va agli ottavi da primo del girone, senza aspettare il risultato del Psg a Belgrado contro la Stella Rossa;
  • il Napoli pareggia. Si qualifica agli ottavi come primo (se il Psg non vince) o come secondo (se il Psg vince);
  • il Napoli perde con un gol di scarto. Gli azzurri passerebbero se segnano almeno un gol (2-1, 3-2, 4-3 etc) e il Psg vince o perde contro la Stella Rossa. Se il Psg pareggia in questa situazione, Hamsik e compagni devono segnare almeno tre gol;
  • il Napoli perde 1-0 o con più di un gol di scarto (2-0, 3-0, 3-1, 4-1 etc) e il Psg perde contro la Stella Rossa.

 

Le precedenti vittorie delle italiane – Sono quattro le vittorie delle squadre italiane nel tempio di Anfield Road.

Liverpool Genoa 1-2. 18 marzo 1992, quarti di finale di Coppa Uefa, gara di ritorno. Dopo il 2-0 dell’andata, gli uomini di Bagnoli passano anche ad Anfield. Una doppietta del Pato Aguilera regala la semifinale ai grifoni, nulla può il temporaneo pareggio di Rush.

                     

Liverpool Roma 0-1. 22 febbraio 2001, ottavi di finale di Coppa Uefa, gara di ritorno. Nell’anno dello scudetto la Roma di Capello va a Liverpool per provare la rimonta dopo lo 0-2 dell’andata. Giallorossi avanti con Guigou, poi accadono due fatti inspiegabili: l’arbitro Garcia Aranda prima assegna un rigore per la Roma, poi lo tramuta in calcio d’angolo; Damiano Tommasi viene espulso. In mezzo un rigore parato da Antonioli a Owen. I giallorossi escono, il Liverpool vincerà poi la coppa.

Liverpool Fiorentina 1-2. 9 dicembre 2009, fase a gironi Champions League. La Fiorentina di Prandelli, già qualificata agli ottavi, trionfa ad Anfield e vince il girone E. Jorgensen e Gilardino nel finale ribaltano il vantaggio di Benayoun.

Liverpool Udinese 2-3. 4 ottobre 2012, fase a gironi Europa League. L’Udinese di Guidolin espugna Anfield con Di Natale, un’autorete di Coates e Pasquale che trafiggono Reina. Vano è il gol di Suarez. Sarà l’unica vittoria dei bianconeri friulani nel girone, poi concluso all’ultimo posto.

Il cambio allenatore in casa Genoa era nell’aria, certo però era difficile pensarlo al termine di una gara di Coppa Italia contro una squadra di Serie C.

Il presidente Enrico Preziosi ha deciso di sollevare dall’incarico il tecnico Juric, che a sua volta era subentrato a Ballardini, per chiamare Cesare Prandelli.

L’ex commissario tecnico, dunque, torna in Italia dopo alcune poco felici esperienze all’estero al Galatasaray, Valencia e Al-Nasr Dubai. Domenica gli aspetta un’importante sfida in casa contro la Spal, il lavoro da fare è soprattutto mentale.

Per il 61enne allenatore bresciano una nuova avventura per rilanciarsi in Serie A. Sono passati otto anni dall’ultima volta, quando ha lasciato Firenze per sposare il progetto della Federcalcio italiana, partecipando all’ottimo Europeo 2012 e alla disastrosa apparizione al Mondiale in Brasile nel 2014.

Dal gennaio scorso è rimasto senza squadra dopo l’esonero dall’Al-Nasr ed era in attesa  di una chiamata proprio da una società italiana. La telefonata è arrivata ed è giunta da un club storico con un presidente non molto paziente con i propri allenatori, com’è Enrico Preziosi.

Ho sbagliato a richiamare Juric, ma ero convinto che stavolta potesse finire bene. È stato sfortunato e ha commesso degli errori: non si poteva andare avanti.

LA CRESCITA, DAL VENEZIA IN B ALLA FIORENTINA IN CHAMPIONS

Prandelli non ha certo paura del presidente Preziosi, in passato ha lavorato per un altro mangiallenatori come Maurizio Zamparini ai tempi del Venezia in Serie B e in A.

Proprio con i lagunari si fa notare nel calcio che conta. Chiamato a Parma, guida per due anni i ducali, ottenendo due ottimi quinti posti, chiudendo l’era di Callisto Tanzi presidente.

Dato il bel gioco e il buon carattere, è la Roma dei Sensi che lo chiama per guidare il progetto giallorosso. Purtroppo, però, il tutto si ferma ancora prima d’iniziare: la moglie di Prandelli è gravemente malata e il tecnico decide di lasciare l’incarico per stare vicino alla sua famiglia.

Prandelli Fiorentina
Cesare Prandelli ai tempi della Fiorentina

La stagione successiva sposa il piano della Fiorentina. Con la Viola è subito amore. A Firenze è amato da tifosi, calciatori e proprietà. Sono tante le buone stagioni in Serie A, nonostante lo scandalo Calciopoli. Riesce anche a strappare una qualificazione alla Champions League. Al Franchi si respira profumo d’Europa come non capitava dall’era del presidente Cecchi Gori e del goleador Batistuta.

Nella stagione 2009/10 la Fiorentina si qualifica agli ottavi di Champions, dopo aver superato la fase a gironi da prima classificata a 15 punti, battendo due volte il Liverpool. Agli ottavi la Fiorentina viene eliminata, non con poche polemiche, dal Bayern Monaco per via della regola dei gol fuori casa.

LA NAZIONALE

Il picco e il baratro della sua carriera, però, arriva con la nazionale azzurra. Nel 2012, contro qualsiasi pronostico, riesce a guidare Balotelli e compagni fino alla finale dell’Europeo 2012 persa a favore della Spagna.
Il flop, invece, arriva due anni dopo al Mondiale brasiliano. Gli azzurri non riescono a passare i gironi di qualificazione, perdendo con Costa Rica e Uruguay.

L’ESTERO

Le esperienze estere non sono state positive, prima i turchi del Galatasaray e gli spagnoli del Valencia e poi gli arabi dell’Al-Nasr lo esonerano dopo brevi periodi ricchi di molti bassi e pochi alti.

La cavalcata nerazzurra ha trasmesso serenità all’ambiente interista e voglia ai tifosi, ed è per questo che a san Siro ci sarà il pubblico delle occasioni in vista del match contro il Genoa.

Oltre 65mila persone sugli spalti del Meazza a guidare la banda di mister Spalletti nel cammino in campionato. Un tifo che in realtà non è mai mancato nel corso delle ultime stagioni. In effetti l’Inter è la squadra che conta più tifosi presenti allo stadio di tutta la Serie A.

A sfidare l’Inter un Genoa rammaricato dalla sconfitta all’ultimo minuto contro il Milan, sempre a san Siro. I rossoblù hanno rallentato un po’, così come ha rallentato il polacco Piątek, a secco da tre giornate.

Il tecnico Spalletti dovrebbe puntare a un ampio turnover in vista della sfida di Champions League in casa contro il Barcellona di martedì sera.
Fuori Icardi dentro Lautaro Martinez in attacco, a centrocampo dovrebbe rifiatare l’uruguaiano Vecino per fare spazio a Gagliardini (fuori dalla lista Champions), mentre Joao Mario, che tanto bene ha fatto contro la Lazio, dovrebbe agire sulla trequarti al posto di Nainggolan. Il belga è stato convocato dopo l’infortunio patito al derby, non è da escludere che Spalletti gli faccia giocare qualche minuto in vista proprio della partita contro i catalani.
In difesa dovrebbe avere spazio il brasiliano Dalbert al posto di Asamoah.

Mister Juric, invece, dovrebbe optare per Zukanovic al posto dello squalificato Criscito, ma la novità potrebbe essere un grande ex Inter come Goran Pandev. Il macedone, grande protagonista del triplete nerazzurro del 2010, potrebbe essere la sorpresa d’attacco per il Genoa al posto di Kouamé o di Piątek. Proprio il polacco è al centro dei desideri di molti club italiani ed europei, tra questi anche l’Inter.

Il macedone Goran Pandev, uno degli eroi del triplete nerazzurro del 2010

Certo non sarebbe la prima volta che i due club intavolerebbero una trattativa. Gli storici passaggi di Thiago Motta e di Diego Milito che tanta fortuna hanno portato ad Appiano Gentile, ma anche operazioni come Ranocchia e il giovane Salcedo per la Primavera.
A Genova sono andati appunto Pandev, l’attuale portiere Radu o l’ex Burdisso.