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Il 16 settembre per lui è un giorno speciale. Nel 2012 segna il primo gol allo stadio Olimpico con la maglia della Roma nella sconfitta per 3-2 contro il Bologna; l’anno dopo al Tardini, contro il Parma, ancora in Serie A. Nel 2015 QUEL gol contro il Barcellona da centrocampo in una notte indimenticabile di Champions League. E poi, l’anno scorso, nel 2017, il ritorno dal primo minuto dopo il lungo infortunio. E proprio al lungo calvario, durato quasi un anno, pensa Alessandro Florenzi. I fantasmi sono ritornati in mente quando, contro l’Atalanta a fine agosto, ha sentito un dolore al ginocchio. Paura e terrore per un angoscia che l’ha cambiato:

 L’infortunio mi ha toccato, mi ha fatto crescere, pensare e vedere la vita sotto tanti aspetti. Ho sempre avuto la convinzione che ci sia una via di uscita per tutto e che ci sia sempre chi sta peggio di te. Io sono riuscito a tornare a fare quello che amo; ci sono bambini, ragazzi, che non hanno avuto la stessa fortuna

La mente si fa cupa, i pensieri grigi, il timore di stare lontano dai campi ancora per molto e, chissà, poter ritornare sperando di essere ancora utile. Di poter sfrecciare ancora sulla destra, lasciarsi andare a qualche incursione per sentirsi gridare “a bello de nonna!”. Per rimettersi in piedi dall’ultimo pesante infortunio ci vollero 325 giorni con una ricaduta, il crociato del ginocchio sinistro che cede nuovamente. Una traversata nel deserto, l’ha chiamata lui e riecco i fantasmi:

Ho avuto brutti pensieri, ho pensato a tutto il percorso fatto durante la riabilitazione, al post operatorio. Il pensiero è andato anche ai miei cari, a mia moglie che inevitabilmente non ho potuto aiutare con i bambini

Sua moglie Ilenia ha pubblicato sui social una foto assieme alla figlia Penelope e Florenzi. Lui sorride, al ginocchio ha solo un cerotto, segno che il suo nuovo rientro è alle porte. Nella partita di ripresa contro il Chievo dovrebbe potercela fare per la panchina. Per essere con la sua squadra il 16 settembre. Il suo giorno speciale.

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A distanza di poco più di un anno dall’ultima convocazione, domenica pomeriggio Alessandro Florenzi è tornato a varcare il cancello di Coverciano. Ha raggiunto il Centro Tecnico Federale per primo insieme a Daniele De Rossi e Stephan El Shaarawy, percorrendo in macchina con loro i pochi chilometri che separano lo stadio ‘Artemio Franchi’ di Firenze dal quartier generale della Nazionale. Poco prima, con la fascia da capitano al braccio, era stato tra i protagonisti del successo della Roma sulla Fiorentina.

La doppia rottura del legamento crociato del ginocchio sinistro che lo ha tenuto per mesi lontano dai campi è ormai alle spalle, mentre il futuro immediato risponde al nome della Svezia e ad una doppia sfida che vale l’accesso al Mondiale:

“E’ un orgoglio tornare in Nazionale – dichiara rispondendo alle domande dei giornalisti in conferenza stampa – sono carico e in forma. Siamo un gruppo affiatato e con un obiettivo comune, vogliamo dare il 150% per andare al Mondiale. Ognuno di noi sogna di giocare un Mondiale, non ci sono riuscito nel 2014 e voglio morire sul campo per giocare quello del 2018. Contro la Svezia ci vorranno tanta fame, cattiveria ed esperienza, ma anche i giovani dovranno fare la loro parte”.

Il 17 giugno 2016 a Tolosa Florenzi era in campo, schierato da Conte nell’undici titolare che superò 1-0 la Svezia conquistando con una giornata di anticipo la qualificazione agli ottavi di finale dell’Europeo:

“In quella partita ho giocato a sinistra – ricorda – abbiamo fatto una grande gara sotto tanti punti di vista e dovremo cercare di ripeterci, pur sapendo che non sarà facile. Conterà poco il modulo, mentre sarà fondamentale il modo in cui affronteremo il match sotto l’aspetto caratteriale. Siamo certi che faremo bene, non sarà facile, ma abbiamo un grande gruppo. E poi di solito quando l’Italia attraversa dei momenti di difficoltà sa tirare fuori il meglio di sé”.

 

Dopo aver fatto gli auguri a Gigi Riva per il suo 73° compleanno e aver salutato l’addio al calcio di Andrea Pirlo (“un maestro nel suo ruolo, così come De Rossi”), Florenzi sottolinea il valore della Svezia:

“Ha tanti giocatori che militano in campionati internazionali, nel girone ha eliminato una squadra del valore dell’Olanda. Senza Ibrahimovic fa un po’ meno paura, pur avendo comunque attaccanti di livello. Noi però abbiamo i difensori migliori del mondo. Non sarà una partita facile per noi, ma anche la Svezia troverà una squadra agguerrita”.

Quattro anni dopo, rieccoci nuovamente. Li avevamo incrociati in finale dell’Europeo del 2013 giocato in Israele; questa volta lo scontro varrà un posto in finale. L’Under-21 allenata da Di Biagio, che ha superato il proprio girone di qualificazione non senza qualche patema di troppo, affronta gli spagnoli di pari età nella semifinale nello Stadion Cracovii di Cracovia, in Polonia.

Una sfida senz’altro impegnativa per gli azzurrini chiamati a tener testa alla squadra favorita in questa edizione: mentre Donnarumma, Bernardeschi, Petagna e gli altri hanno rischiato di uscire già al primo turno dopo la pesante sconfitta per 3-1 contro la Repubblica Ceca (prontamente rifatti con la vittoria per 1-0 sulla Germania), la Spagna Under-21 ha passeggiato nel Girone B centrando tutte e tre le vittorie (roboante il 5-0 sulla Macedonia, ma anche il 3-1 sul Portogallo) chiudendo con nove reti realizzate e una sola subita.

Dopo queste premesse statistiche, ecco che i fantasmi della finale di quattro anni fa riemergono a galla. I ragazzi allenati da Devis Mangia crollarono 4-2 contro gli 11 guidati da ct Julen Lopetegui. Autore di un’autentica mattanza fu Thiago Alcantara, funambolico centrocampista del Barcellona e ora del Bayern Monaco che, quella sera, realizzò una tripletta nel primo tempo.
L’Italia provò a stare al passo con il momentaneo pareggio di Immobile al 10’, ma il 4-1 su rigore realizzato da Isco fece crollare i sogni di una Nazionale che disputò un validissimo torneo e che chiuse la propria avventura con la rete di Borini per il 4-2 finale.

Del resto, a guardare le formazioni, c’era solo da applaudire per l’enorme sforzo fatto da Devis Mangia nel riuscire a portare in Polonia una formazione valida e all’altezza:  Bardi, Donati, Caldirola, Bianchetti, Rossi e Regini, ovvero sei degli 11 titolari che disputarono la finale, giocavano in Serie B.
Nel complesso sui 23 convocati, 11 giocavano in serie cadetta: un numero troppo elevato per tenere botta alla Roja che aveva solo calciatori già svezzati nella Liga. E i nomi, con l’occhio maturo di oggi, sono stati confermati: De Gea, Bartra, Koke, Álvaro Morata, Isco, Tello, Carvajal  hanno fatto il salto di qualità. Nelle file azzurre qualche giocatore è ancora in attesa dell’exploit, altri come Borini hanno bisogno di ritrovare la propria dimensione. E poi ci sono Insigne, Immobile, Verratti o Florenzi che sono talenti cristallini.

Ma quattro anni dopo, forse, la corrente è cambiata e anche in Italia si sta respirando una tendenza inversa che punta tutto sui giovani talenti: rispetto agli 11 giocatori della Serie B del 2013, quest’anno Di Biagio ha chiamato solo tre giocatori, Ferrari, Cragno e Garritano.
Per non parlare della qualità, sensibilmente alzata anche grazie alla fiducia di alcuni allenatori di Serie A che hanno buttato nella mischia calciatori protagonisti di questa stagione come Donnarumma, Caldara, Bernardeschi, Conti, Chiesa o Pellegrini, autore di una rete mozzafiato contro la Danimarca:

Insomma, all’orizzonte il cielo sembra essere sereno: bisogna solo aspettare e crederci con un sorriso spensierato.