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Un’attesa lunga dieci anni, in cui la Fortitudo Bologna e i suoi tifosi hanno vissuto momenti bui che sembravano non finire, ma che da oggi ognuno senta di esserseli lasciati alle spalle.

L’aquila torna in paradiso. La storica squadra di basket torna finalmente in Serie A in seguito a quelli che sono stati gli anni più difficili della lunga e gloriosa storia della società bolognese.

 

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S E R I E A!! #duecoloriunamore⚪🔵

Un post condiviso da Lavoropiù Fortitudo Bologna (@fortitudo103_official) in data:

La gioia di giocatori e tifosi è esplosa al termine del derby vinto contro Ferrara per 91-79 davanti a un PalaDozza tutto esaurito (oltre 5mila presenti). I ragazzi di coach Martino grazie hanno strappato la promozione con ben tre turni d’anticipo dopo una cavalcata costellata da 24 vittorie e tre sole sconfitte.

È stata un’annata finalmente perfetta in cui i giocatori hanno dominato in lungo e in largo. Nelle ultime stagioni, invece, il sogno si era arenato alla fase finale.

Dal 2009 le stagioni sono stati complicatissime dato che la società è prima fallita, poi radiata e poi rinata con la ripartenza dai dilettanti. Una data significativa è stata il 10 maggio 2009 quando la Fortitudo perse a Teramo il match salvezza per 73-72.
Dopo 10 finali Scudetto giocate nelle ultime 14 stagioni, la Fortitudo Bologna retrocede in A2.

È lì che inizia l’incubo.

Anni di contrasti societari, poi arriva la Serie B: due squadre vogliono proseguire la storia della Fortitudo, i Biancoblu e gli Eagles (quest’ultima seguita dalla maggior parte dei tifosi e dalla Fossa dei Leoni). Il ritorno a un’unica squadra nel 2013, la seguente promozione in A2, fino al capolavoro contro Ferrara.

Finalmente la Serie A si riappropria di una squadra che lungo la propria storia ha vinto due Scudetti, una Coppa Italia e due Supercoppe.

Dall’anno prossimo la massima serie sarà diversa, con un nuovo e vissuto match, tra i più seguiti e sentiti d’Italia: il derby di Bologna.

Manca poco dal fischio d’inizio del 152esimo derby della capitale tra Lazio – Roma che inizierà alle 20.30 di questa sera. In questa giornata, però, c’è anche la sfida tra Napoli – Juventus e ciò non è la prima volta che accade.

Un 26esimo turno ricco di importanti appuntamenti. Dopo il colpaccio del Cagliari alla Sardegna Arena contro l’Inter, questo weekend ci riservato Napoli-Juventus, vale a dire seconda contro prima in classifica, e Lazio-Roma, derby capitolino numero 152 fra sesta e quinta forza del campionato.

Tuttavia non è una novità che questi due big match cadano nello stesso turno. Grazie a Footstats.it abbiamo avuto modo di sfogliare gli annali del calcio e ritrovare ben quattro precedenti.
La prima volta è avvenuta nella stagione 1947/48, quando i club si sfidarono in occasione della nona giornata: Lazio-Roma 0-1 (rete di Amadei), Napoli-Juventus 0-0.
Per il bis gli appassionati di calcio avrebbero dovuto attendere praticamente trent’anni. Nel torneo 1978/79, al settimo turno, ecco il doppio incrocio: entrambi terminati 0-0. Quindi, nel campionato seguente, 1979/80, alla 22esima giornata si ripresentò la singolare combinazione: Lazio-Roma 1-2 (Pruzzo per i giallorossi, pareggio di D’Amico per i biancocelesti, gol vittoria di Giovannelli per i lupacchiotti), Napoli-Juventus 0-0.

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La gioia di Giovannelli per il gol vittoria del 2-1

L’ultimo episodio è piuttosto recente, 1995/96, di nuovo alla ventiduesima giornata: Lazio-Roma 1-0 (Signori su rigore), Napoli-Juventus 0-1 (Ravanelli).


In sintesi tracciamo quello che è il bilancio complessivo dei vari scontri che ci sono stati in combinata:

1 vittoria Lazio – 0 vittorie Napoli
1 pareggio – 3 pareggi
2 vittorie Roma 1 –  vittoria Juventus
2 gol fatti Lazio – 0 gol fatti Napoli
3 gol fatti Roma – 1 gol fatto Juventus

La curiosità legata a questi match è che nessuna squadra ha poi vinto lo Scudetto: nel 1947/48 vinse il Torino, nel 1978/79 e nel 1995/96 toccò al Milan, mentre nel 1979/80 a festeggiare fu l’Inter.

E alla 26esima giornata?

In questo specifico turno possiamo conteggiare 3 derby Lazio-Roma: nel 1993/94 fu 1-0 con Signori man of the match, nel 2001/02 fu la stracittadina di Montella, autore di un poker di reti nell’1-5 finale (di Stankovic il gol della bandiera per gli aquilotti, mentre Totti contribuì alla manita), infine il pareggio 1-1 nel 2003/04 con Corradi e Totti su calcio di rigore.

Bilancio che, se non fosse per le marcature, sarebbe in perfetto equilibrio.

1 vittoria Lazio
1 pareggio
1 vittoria Roma
3 gol fatti Lazio
6 gol fatti Roma

Di Napoli-Juventus, invece, ne troviamo quattro: nel 1930/31 fu 1-2 con Ferrari e Vecchina in rete per gli ospiti e Vojak per i padroni di casa, nel 1962/63 andò in scena il più classico dei 0-0, nella stagione 1967/68 ecco un altro 1-2, stavolta Juliano per gli azzurri, De Paoli e Cinesinho per i bianconeri e per concludere con l’1-1 del 1975/76, Boccolini e Bettega.

Questo il bilancio del mini ciclo che ha visto alternarsi in schedina segni 2 e X:

0 vittorie Napoli
2 pareggi
2 vittorie Juventus
3 gol fatti Napoli
5 gol fatti Juventus

Il derby d’Italia è già stato giocato per 2 volte alla 15esima giornata di Serie A e con i bianconeri squadra di casa: nel 1965/1966, quando terminò col punteggio di 0-0 e nel 2009/2010, quando al triplice fischio dell’arbitro il risultato fu di 2-1. Ma qual è il bilancio di bianconeri e nerazzurri al 15esimo turno di campionato?
E’ quanto ha provato a scoprire FootStats.it, realtà specializzata in statistiche del calcio italiano, scartabellando i suoi database con i numeri dei campionati di A col girone unico.

IL BILANCIO DELLE DUE SQUADRE

I numeri complessivi raccontano che la Vecchia Signora in occasione della 15esima giornata di A vanta 53 vittorie, 21 pareggi, 11 sconfitte, 138 gol fatti e 52 incassati. E fra le mura amiche il bilancio è addirittura migliore: 34 successi, 10 segni X, 2 soli KO, 88 marcature a favore e 21 subite. Le due battute d’arresto casalinghe sono rappresentate da Juventus-Roma 0-2 del 1995/1996 e Juventus-Fiorentina 2-3 del 1940/1941. Più in generale i bianconeri fanno punti in questo particolare turno dal 1997/1998 in poi: 17 trionfi e 3 pareggi, con 35 marcature fatte e 7 subite in A (non abbiamo preso in considerazione la cadetteria 2006/2007). E la scorsa stagione arrivò la vittoria nello scontro scudetto al San Paolo di Napoli.

Bilancio alla 15esima giornata di Serie A
53 vittorie Juventus
21 pareggi
11 sconfitte
138 gol fatti
52 gol subiti

Bilancio alla 15esima giornata di Serie A in casa
34 vittorie Juventus
10 pareggi
2 sconfitte
88 gol fatti
21 gol subiti

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Col segno più anche il rendiconto dell’Inter. In generale la Beneamata conta 53 vittorie, 20 pareggi, 13 sconfitte, 163 gol fatti e 74 incassati. Ma lontano dal Meazza, come prevedibile, i numeri sono un po’ meno brillanti: 22 successi, 12 segni X, 11 KO, 63 segnature all’attivo e 43 al passivo. La più recente affermazione esterna alla 15esima di Serie A coincide con la trasferta al Bentegodi, sponda Chievo Verona, del 2014/2015, 2-0. L’ultimo stop è del 2016/2017, 3-0 in Napoli-Inter. Chiudiamo ricordando che lo scorso campionato fu nientemeno che 5-0 casalingo sui clivensi.

Bilancio alla 15esima giornata di Serie A
53 vittorie Inter
20 pareggi
13 sconfitte
163 gol fatti
74 gol subiti

Bilancio alla 15esima giornata di Serie A in trasferta
22 vittorie Inter
12 pareggi
11 sconfitte
63 gol fatti
43 gol subiti

Risultati immagini per napoli inter 3-0

I TRE RISULTATI PIÙ RICORRENTI

Due affermazioni per la compagine di casa e un pareggio con una rete per parte. Riassumendoli sono questi i risultati più ricorrenti al termine degli Juventus-Inter di Serie A (a prescindere dal turno dello scontro diretto). L’1-0 è comparso in 19 occasioni, l’ultima nel 2016/2017 (Cuadrado). Il 2-0 per 12 volte, la più recente nel 2015/2016 (Bonucci e Morata su rigore). L’1-1 conta 8 caps, ma è assente dal 2014/2015 (Tevez e Icardi).

POST SCRIPTUM

Al termine dei campionati 1965/1966 e 2009/2010, citati qualche riga sopra, ad alzare al cielo la coppa del campionato fu l’Inter…

Un trionfo di quelli storici contro uno squadrone qual è Civitanova, per quella che è stata una partita tutta italiana tra due dei team di pallavolo più forti del mondo. A Czestochowa in Polonia, Trento vince per 3-1 e torna a sul tetto del mondo a distanza di 5 anni dall’ultima volta.

Per Civitanova ennesima sconfitta in finale, la sesta consecutiva se si considerano le cinque della passata stagione (Supercoppa, Mondiale per Club, Coppa Italia, Campionato e Champions League). Lo scorso anno a Cracovia si è dovuta inchinare ai russi dello Zenit Kazan. Un vero e proprio momento no per i marchigiani che riescono ad andare in fondo ai tornei e alle competizioni, mancando però per poco il successo.

Gli uomini di mister Lorenzetti, invece, grazie al successo ottengono il quinto titolo mondiale della storia della società trentina, è record per la competizione. Dal 2008, il club del presidente Diego Mosna ha ottenuto 17 titoli.

Mvp del match il serbo Uros Kovacevic, mentre è Aaron Russell il miglior giocatore di tutto il torneo. Lo schiacciatore americano contro la Lube ha messo a segno 20 punti utili per la vittoria contro la Lube.

Tra gli altri premiati ci sono: il nazionale azzurro Simone Giannelli, che ha ottenuto il titolo di miglior palleggiatore, Kovacevic miglior schiacciatore e Grebennikov miglior libero.

Confuso e felicissimo per il trofeo è proprio capitan Giannelli. Il 22enne, dopo essersi preso la scena anche in Nazionale (bronzo europeo, argento olimpico e un secondo posto nella Coppa del Mondo), è finalmente riuscito a vincere qualcosa anche con il club che ha creduto in lui e che lo ha lanciato.

Sono frastornato, non so cosa dire. A fine partita ho pianto come un bambino. Erano un po’ di anni che arrivavamo spesso in finale e per un nulla non riuscivamo a vincere il titolo. Finalmente abbiamo invertito la rotta.

Tra le facce sconsolate di Civitanova arrivano le pesanti parole di patron Fabio Giulianelli

La proprietà non si sente rappresentata da questa squadra, provo solo vergogna!

Ai russi del Fakel Novy Urengoy il terzo posto. Nella finalina hanno battuto i padroni di casa, i polacchi del Rzeszów per 3-1 (19-25, 25-20. 25-23, 25-23).

Quando si parla di ex tra Milan e Inter la lista è pressoché infinita, arzigogolata tra ricordi, memorie, belle partite, delusioni dei tifosi nel vedere alcuni idoli cambiare casacca e andare coi “cugini” rivali. E’ facile ricordare Roberto Baggio, o Ronaldo e le mani dietro le orecchie dopo il gol nella stracittadina al suo rientro in Italia nel 2007, con il Milan. E poi ancora Antonio Cassano e il suo tradimento scegliendo l’Inter, Zlatan Ibrahimovic o Mario Balotelli. E ancora il dispiacere per i rossoneri nel vedere Hernan Crespo con la maglia neroazzurra o, viceversa, Bobo Vieri.

Ma il derby della Madonnina fa riemergere anche calciatori e che San Siro ha visto vestire entrambe le maglie meneghine anche se con fortune alterne, di passaggio prima di fare giri immensi e ritornare da protagonisti.  Con annessi rimpianti. Oh e poi ci sono le meteore che non hanno lasciato alcun ricordo né nel Milan che nell’Inter.

Edgar Davids

Il Pitbull olandese, icona della Juventus, arriva in Italia tramite il Milan. Cresciuto nell’Ajax, contribuendo allavittoria di tre titoli olandesi, della Coppa Uefa nel 1992 e della Champions League nel 1995, Edgar Davids viene tesserato nell’estate del 1996 dai Rossoneri, a parametro zero sfruttando la sentenza Bosman. Milita nel club rossonero per un anno e mezzo, ma di fatto colleziona solo 31 presenze e due gol: incomprensioni tattiche, il grave infortunio a tibia e perone che gli fa saltare metà della stagione vari problemi all’interno dello spogliatoio, indirizzano la carriera di Davids a Torino, sponda Juventus (primo olandese nella storia bianconera) dove diventa un idolo sotto la dinastia di Lippi.

Dopo la buona parentesi in prestito al Barcellona, nell’estate 2004 viene acquistato dall’Inter, ma il suo rendimento in nerazzurro è inferiore rispetto alle annate precedenti tanto che, a fine stagione, la società milanese pensa alla rescissione del contratto. Nonostante ciò, con la squadra interista Davids riesce a sollevare l’unico trofeo italiano che ancora gli mancava, la Coppa Italia. In totale, 23 partite con l’Inter.

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Patrick Vieira

Gli anni sono praticamente gli stessi, è il dicembre 1995 e Patrick Vieria, ancora 19enne, dopo l’esperienza nel Cannes che lo fa esordire a 17 anni, passa al Milan per sette miliardi di lire. Gioca poco, solo cinque presenze, ma riesce a vincere lo scudetto in Serie quella stessa stagione. E’ il primo di quattro scudetti (più uno revocato alla Juventus) che vincerà in Italia, anche se l’expolit massimo è nell’Arsenal tutta francese con Petit, Henry ed Arene Wenger.

Il 2 agosto 2006 Vieira viene acquistato dall’Inter per 9,5 milioni di euro. Il suo debutto con la nuova maglia avviene il 26 successivo nella finale di Supercoppa italiana tra Inter e Roma; Vieira gioca una partita di alto livello e segna due reti che permettono all’Inter di vincere il trofeo. La sua successiva esperienza all’Inter è però condizionata da diversi infortuni. Nell’estate 2009 disputa un’ottima nella finale di Supercoppa italiana persa contro la Lazio. In seguito giocherà altre 10 partite, l’ultima delle quali contro il Chievo il 6 gennaio 2010. Complessivamente, con l’Inter ha collezionato 91 presenze e 9 reti, vincendo tre scudetti e due Supercoppe italiane.

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Taribo West

Globetrotter la cui precisa età resta un mistero, ha giocato in Serie A, Ligue1, Premier League e Bundesliga, il difensore nigeriano Taribo West è passato alla storia per le sue treccine e per qualche scambio di battuta memorabile. Passato di club in club da una stagione all’altra, è nell’Inter che colleziona più presenze, 67 tra il 1997 e il 1999; poi cambia colori sotto l’ombra della Madonnina e si accasa al Milan dove scende in campo solo cinque volte, prima di andare al Derby County, rientrare a San Siro ed essere dirottato definitivamente al Kaiserslautern.

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Ümit Davala

Siamo onesti: ci piaceva solamente l’idea di ripescarlo in questa classifica anche se nell’Inter non ha mai giocato una partita. Il terzino turco nato in Germania, era uno dei figli d’oro del Galatasaray di fine millennio e condotto da Terim. Quattro campionati turchi consecutivi, Coppa di Turchia, Coppa Uefa e Supercoppa europea contro il Real Madrid sono il miglio biglietto da visita per sbarcare a Milano, sponda rossonera, assieme all’allenatore. Con il Milan solo 13 presenze, un avvio complicato per Terim che esonerato per far spazio a Carlo Ancelotti. Davala perde il posto da titolare e nell’estate 2002 viene ceduto all’Inter per lo scambio con Dario Simic. Il croato con il Milan vince subito Coppa Italia e Champions League, il turco, invece, non gioca un minuto con l’Inter che lo gira immediatamente al Galatasaray.

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Domenico Morfeo

In un derby nella stagione 2002-2003, quando vestiva la casacca neroazzurra, in conferenza stampa disse:

Ai tempi del Milan giocavo talmente tanto esterno che potevo fare il guardalinee

La frecciatina, ovviamente, era al suo passato rossonero e alla poca fiducia che il club al tempo di Berlusconi diede al talentuoso fantasista di San Benedetto dei Marsi. Cresciuto nel florido vivaio dell’Atalanta e dopo le buone impressioni con la maglia della Fiorentina, nel 1998 viene acquistato dal Milan, dove ebbe gli stessi problemi di Firenze in quanto non riuscì a trovare spazio. Con i rossoneri il bottino fu di sole 13 presenze ma riuscì a contribuire comunque alla conquista dello scudetto rossonero del 1998-1999 provocando l’autorete di Magoni in Bologna-Milan (2-3) e fornendo a Oliver Bierhoff l’assist per il gol-vittoria sette giorni dopo in Milan-Salernitana (3-2).

Ha girovagato tanto, tra Cagliari, Verona, Parma e Cremonese e come detto è anche passato nuovamente per le strade di Milano nel 2002, ma con l’Inter, però, il destino è stato pressoché lo stesso. Visto come una riserva, ha giocato solamente 27 partite con due gol.

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  1. Ci siamo quasi. Il campionato sta per riprendere dopo la pausa Nazionali e domenica sera c’è il derby di Milano.

Inter e Milan si sfideranno per quella che non è una partita come le altre, un match sentito dai tifosi e tre punti in palio per la classifica.

Sarà la sfida tra società cinese e società americana, tra Spalletti e Gattuso in panchina e tra i bomber Icardi e Higuain per chi avrà il ruolo di protagonista in fase realizzativa, così com’è stato nel recente passato per campioni come Vieri, Shevchenko, Ronaldo e Kakà.

Nel corso dei derby, però, ci sono stati anche eroi anonimi, delle vere e proprie meteore. Eroi per una notte che hanno segnato la stracittadina.

Se pensiamo a una meteora sicuramente lo è stata Ezequiel Schelotto. L’italoargentino, attualmente al Brighton in Premier League, è stato il protagonista inaspettato dell’1-1 del 24 febbraio 2013. Un gol di testa su traversone di Nagatomo e successivo pianto di commozione per El Galgo.

Un altro nerazzurro che ha agguantato un pareggio in maniera insperata è stato il nigeriano Joel Obi. Centrocampista cresciuto nelle giovanili dell’Inter. Cinquanta presenze in prima squadra e soltanto due reti all’attivo, una di queste nel derby del 23 novembre 2014. Gol che pareggia i conti dopo il vantaggio del francese Menez.

Andando più indietro e spostandoci sulla sponda rossonera non possiamo non citare il terzino destro rumeno: Cosmin Contra. Il difensore riuscì a timbrare il cartellino in occasione nel rocambolesco derby del 21 ottobre 2001 terminato per 4-2 in favore dei diavoli. In quella stessa partita segnarono anche due protagonisti imprevisti nerazzurri: sierraleonese Momo Kallon e il pugliese Nicola Ventola (24 gol in due con la maglia dell’Inter e tanti prestiti qui e là).

Uniche reti in maglia rossonera sono state segnate proprio nel derby della Madonnina da Gianni Comandini e Federico Giunti. Entrambi presero parte alla goleada milanista nel famosissimo 6-0 dell’11 maggio 2001. In quell’occasione, il futuro attaccante dell’Atalanta segnò addirittura una doppietta.

Per completare il quadro post 2000 dobbiamo ricordare anche la meteora interista: il turco Hakan Sukur. L’attaccante, comprato dal Galatasaray, restò una sola stagione a Milano con appena sei gol, uno di questi nel derby del 7 gennaio 2001, terminato 2-2.

Chi sarà il prossimo? Ci sarà di nuovo un eroe anonimo?

Due gol con la nuova maglia della Roma, due gol di tacco. Nello scombussolamento di un avvio di stagione incerto per Di Francesco e i giallorossi, dopo le cessioni di Nainggolan e di Strootman, dopo i nuovi innesti, c’è una piccola piccola certezza: Javier Pastore sa segnare solo di tacco.

L’ex Palermo e Paris Saint-Germain, infatti, ha fatto esplodere l’Olimpico prima con una magia nel 3-3 contro l’Atalanta e poi alla sesta giornata con la solita acrobazia nel 4-0 contro il Frosinone. E con il derby alle porte, la provocazione vien da sé: farà centro per la terza volta con la parte posteriore della scarpetta?

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E quando si parla di stracittadina contro la Lazio e di colpi di tacco, scorrendo all’indietro i ricordi della memoria due prodezze simili portano, casualmente, lo stesso nome…anzi lo stesso cognome. Mancini.

Il Mancini Roberto, con la casacca laziale, ha più volte infilzato la retroguardia avversaria e capitolina, ma nel derby d’andata della stagione 1998-1999 arriva a farlo proprio di tacco: rete del momentaneo 2-1 (il match finirà 3-3) su assist di Sinisa Mihajlovic.

E che dire dell’altro Mancini…Amantino? Altra genialata, altra coordinazione pazzesca del laterale brasiliano. Siamo al 9 novembre 2003 e Mancini, approfittando dei blocchi e della caduta di Corradi all’ interno dell’area di rigore, trova la deviazione vincente con la quale gli uomini di Capello colgono la vittoria nella stracittadina numero 137.

La storia ci insegna che il derby di Roma vive di fiammate, di momenti iconici da rivendicare lustri e lustri nelle discussioni da bar. Aspettiamo un colpo di genio…magari di tacco.

Sospeso tra un capitolo del libro “Cuore” e la modalità “Il viaggio” di Fifa 18 in cui si personifica Alex Hunter, promettente stella inglese sulla rampa di lancio del successo. Sogna la casacca dei Tre Leoni e, proprio come un videogioco capace di catapultare la finzione in uno stato reale, quello che sta vivendo in questi istanti Trent Alexander-Arnold lo sa solo lui.

A 19 anni, scorrendo la lista dei 23 convocati scelti dal ct. Southgate per rappresentare l’Inghilterra al Mondiale in Russia, lui ha trovato il suo nome. Lui che in prima squadra non c’era ancora arrivato. La prima convocazione da adulto, da zero a cento, direttamente alla Coppa del Mondo. E le gambe che vacillano.
Nel Liverpool, di Liverpool, il ragazzo “scouser” terzino destro, classe ’98, si è pian piano conquistato la fiducia di Klopp ed è diventato un titolare del Liverpool, specialmente in Champions League, dove ha saltato appena nove minuti nelle doppie sfide contro Manchester City e Roma.

La città di Liverpool sa essere incantevole quando dal suo freddo Albert Dock sputa storie di ragazzi tenaci. Trent è nato nel quartiere West Derby, qui ha frequentato la scuola elementare cattolica di St. Matthews e, quando aveva sei anni, i Reds ospitano un camp estivo in cui viene invitato il suo istituto. Per una storia magica ci vuole un cilindro da mago, ma questa volta dal cappello non esce un coniglio, bensì il suo nome: Alexander-Arnold viene sorteggiato per frequentare il camp dov’è presente il coach dell’accademia, Ian Barrigan, che vedendolo giocare gli offre la possibilità di entrare nell’accademy del club.

Nella favola di Trent, tra sacrifici e sudore, non ci sono al momento antagonisti o falsi-eroi. Il ragazzo ha la stoffa e si mette in mostra nell’Under 16 e poi nell’Under 18. Ma le sue guance devono far davvero male per i tanti pizzicotti che da allora continua a tirarsi: il suo secondo sussulto della vita, tra un pizzino estratto dal cappello al nome pronunciato dal ct inglese, arriva quando gli dicono:

Ehi Trent, Steven Gerrard ha parlato di te. Nel suo libro autobiografico

A pagina 353 di “My Story”, appare il suo nome. Sul libro di Stevie G., colonna leggendaria del Liverpool rosso. Nella sua testa ronza la voce dell’ex capitano, sentito chissà quante volte nelle interviste. Trent plasma la voce di Gerrard mentre pronuncia il suo nome. Lo storico numero 8 lo vede all’accademia, sa che viene da West Derby, lo paragona a John Barnes, è cresciuto con il suo mito tra i parchi e le case a schiera con gli inconfondibili bricks rossi del Merseyside. Nel suo libro, l’ex capitano dei Liverpool arriva a dire:

Trent ha una terrificante possibilità di diventare un professionista

Ecco la benedizione. Ecco l’incoronamento con tanto di rituale tra idolo e pupillo. E quasi un’investitura per Stevie che è stato il capitano dell’Inghilterra in un’era del football dal forte sapore amarognolo, dal grande potenziale smarrito per strada.

Alexander-Arnold non vuole smarrirsi, sa quello che deve fare. La corsia di destra lo facilita: deve sempre andare dritto, a testa alta. Con il numero 66 sulle spalle, lo “scouse Lahm”, quest’anno ha segnato contro Hoffenheim, Maribor e Swansea: più avversari internazionali che inglese. Un biglietto da visita non male per il Mondiale se poi si aggiungono giocate e chiusure come queste:

Nel 2015 era con la Nazionale Under 17 durante la spedizione in Bulgaria per l’Europeo. Estromessi agli ottavi di finale dalla Russia, il torneo assegnava sei posti per la Coppa del Mondo Under 17 che si sarebbe svolta lo stesso anno in Cile, ma per l’Inghilterra il biglietto passava dallo spareggio contro la Spagna. Alla vigilia del match, esattamente tre anni fa, Trent fu intervistato dalla Federazione inglese e disse:

Non riesco davvero a rendermi conto quanto sia grande questa opportunità al momento. Vengo dal West Derby di Liverpool e non conosco nessun altro della mia zona che abbia giocato in una Coppa del Mondo. Semplicemente non succede a ragazzi come me. Ci proverò così tanto per arrivarci, sarebbe un’esperienza indimenticabile. La prima Coppa del Mondo che ricordo è quella del 2006, vinta dall’Italia. Giocare in un torneo come quello a livello giovanile sarebbe fantastico

Ai rigori, l’Inghilterra sconfisse la Spagna e volò al Mondiale. Ecco, Trent “semplicemente” può succedere anche a ragazzi come te. Sognare un torneo giovanile e trovarsi al centro del mondo, profumando di sogno. 

Sarà un derby speciale, il prossimo Milan–Inter, anzi sarà un derby mondiale: le stime parlano di 643.165.764 persone che seguiranno la partita in tv da ogni parte del pianeta. Ma non solo: anche la tribuna stampa di San Siro sarà composita con 250 giornalisti accreditati pronti a scommettere su chi sarà più decisivo tra Donnarumma o Icardi, tra Niang o Handanovic.
E’ il derby, dunque, anche dei giovani, delle possibili sorprese per alcuni o della prova di maturità per altri; di chi, insomma, potrebbe ritagliarsi uno spazio importante durante i prossimi Mondiali del 2018 in Russia. E proviamo a immaginare, pescando dalle rose di Milan e Inter, l’11 migliore in prospettiva. Il modulo è il 3-4-3.

Portiere

Gigio Donnarumma: nel 2018, il giovane talentuoso portiere del Milan avrà 19 anni. Anche se Buffon dimostra ancora di essere una garanzia tra i pali e vero leader nello spogliatoio, il ragazzotto è il futuro della Nazionale italiana e, se diamo per sicura la sua convocazione in Russia, è auspicabile anche un suo impiego;

alessio-romagnoli

Difesa

Jeison Murillo: anche se la sua Colombia ha perso 3-0 nell’ultima sfida contro l’Argentina ed è momentaneamente a due punti dal quarto posto che significa qualificazione matematica per Russia 2018, il difensore dell’Inter, classe 1992, è una certezza nelle retrovie della Nazionale sudamericana;

Alessio Romagnoli: da acquisto troppo costoso per il suo reale valore (il Milan l’ha preso dalla Roma a 25 milioni) a incrociare le dita (e relativi scongiuri dall’altra sponda di Milano) per vederlo in campo nel derby. Ha il numero 13, come quello di Alessandro Nesta, non da poco. In Nazione ha esordito lo scorso 6 ottobre 2016, a 21 anni, giocando titolare nella partita pareggiata 1-1 contro la Spagna. Il Milan e Ventura possono sorridere: il ragazzo si farà;

Miranda: a suo modo, può essere una sorpresa. Il centrale brasiliano dell’Inter non è più tanto giovane (nel 2018 avrà 34 anni), ma è stato in grado di conquistare il posto nella difesa del Brasile, spodestando Thiago Silva e David Luiz. Ma il difensore esploso nel San Paolo e portato in Europa dall’Atletico Madrid, è una garanzia: con lui in campo, la Nazionale carioca, ha perso solo contro il Cile nell’ottobre 2015; poi tre pareggi e otto vittorie;

marcelo-brozovic

Centrocampo

Manuel Locatelli: il The Guardian l’ha inserito nella lista dei migliori cinquanta calciatori nati nel 1998. Le premesse ci sono tutte. Il ragazzo di 18 anni ha segnato il suo primo gol in Serie A con un bel gol da fuori area, nella partita vinta per 4-3 contro il Sassuolo, dopo essere subentrato a Montolivo. Qualche settimana dopo ha castigato anche la Juventus nella vittoria per 1-0. Personalità e piedi buoni per il centrocampista. Al momento è stato convocato dal ct Di Biagio dell’Under-21, ma una coppia Verratti-Locatelli sarebbe affascinante, non trovate?

João Mário: all’Inter, società e tifosi, aspettano di vedere il reale potenziale del portoghese, acquistato quest’estate dallo Sporting Lisbona e tra i protagonisti del trionfo del Portogallo nell’Europeo francese. In patria ha fatto vedere ottime cose in qualità di mediano, in Serie A, complice il disastroso inizio di stagione dei neroazzurri, ha avuto difficoltà a caricarsi sulle spalle le responsabilità del controcampo. A 23 anni c’è tempo ancora per crescere e diventare leader anche della sua Nazionale;

Suso: è maturato nel Genoa, succursale per certi versi del Milan. Da possibile meteora rossonera, da quando Montella siede sulla panchina, il fantasista spagnolo sta diventando sempre più prezioso e pedina insostituibile. Fosforo e piedi buoni per il 23enne di Cadice che in Serie A sta dimostrando personalità. Sarà, però, sufficiente per trovare una maglia nella Spagna dove il tasso tecnico è estremamente elevato? Intanto il ct Lopetegui, nell’ultimo giro di partite l’ha inserito nella lista dei pre-convocati. Anche se nel suo ruolo c’è Isco, Lopetegui conosce molto bene Suso, avendolo già convocato negli anni scorsi con le nazionali giovanili, Under-19 e Under-21. Bisogna crederci;

Marcelo Brozović: la sua Croazia ha un girone di qualificazione molto abbordabile. Il primo posto in classifica e una buona chance di arrivare in Russia è, dunque, abbastanza possibile. La sua è stata un’estate travagliata, tra voci di calciomercato e difficoltà nel trovare continuità tra i vari allenatori, ma il centrocampista 24enne dell’Inter, cresciuto tantissimo dal suo arrivo in Italia nel gennaio 2015, è il giocatore di maggior spessore e tecnica tra le pedine a disposizione di Pioli. E’ stato convocato per i Mondiali 2014 senza aver mai vestito la maglia della Nazionale maggiore in precedenza;

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ATTACCO

Gabriel Barbosa, Gabigol: troppi punti interrogativi aleggiano attorno a lui e alla sua esperienza interista. Il 20enne brasiliano, messosi in luce nell’ultima Olimpiade a Rio, dove ha vinto la medaglia d’oro con la Nazionale brasiliana, è stato l’acquisto di punta della scorsa estate. Quasi 30 milioni di euro, uno spot di presentazione sfarzoso, qualche minuto giocato con il Bologna e nulla più. Con il 2016 ormai al termine, può essere il 2017 il suo anno? Inter e Brasile ci sperano;

Gianluca Lapadula: la sua è una nomina romantica per caparbietà e determinazione che caratterizzano l’attaccante di Torino che ha fatto bene nel Teramo prima di esplodere al Pescara. Nel maggio del 2016 ha rifiutato la proposta della Nazionale peruviana di prendere parte alla Copa América perché, in cuor suo, ha sperato in una convocazione italiana. Arriva, infatti, nello scorso match, dopo il forfait di Manolo Gabbiadini, viene convocato da Ventura per la sfida contro il Liechtenstein e l’amichevole contro la Germania;

Mauro Icardi: tra Higuain, Aguero, Messi, Dybala e Di Maria, gli spazi, in attacco, sembrano serrati. L’Argentina, che sta arrancando nel girone di qualificazione, in avanti può vantare tra i migliori bomber nel panorama calcistico mondiale. L’attaccante dell’Inter che, a 23 anni, stringe al braccio la fascia di capitano, sul campo dimostra di essere predatore d’area, come pochi. I guai, però, sono tutti fuori dal terreno di gioco. Nell’Albiceleste, tra i grandi, non ha ancora debuttato; Maradona e Messi sono contrari: riuscirà a dimostrare tranquillità e maturità per ottenere la fiducia del ct Bauza?

Ecco la formazione al completo: Donnarumma – Miranda, Romagnoli, Murillo – Suso, João Mário, Locatelli, Brozović – Gabigol, Lapadula, Icardi.

Quando si dice gettare il sangue per la propria squadra. Siamo in Argentina, a Rosario, città legata alla leggenda del calcio, Marcelo “El Loco” Bielsa, tanto da intitolargli lo stadio cittadino. Sponda Newell’s Old Boys, però. Qui la grinta, l’entusiasmo e l’appartenenza alla maglia sono talmente viscerali da diffondersi anche tra i più piccoli: la Lepra (La lebbra, soprannome del club) va difesa contro i rivali cittadini del Rosario Central.

C’è un titolo di campioni da conquistare: ai bambini, classe 2003, del Newell’s Old Boys, basta un pareggio per il trionfo, ma si giocano la stagione proprio nel derby contro il Rosario Central. Un match da giocare con il cuore in mano, così, prima del fischio iniziale, il giovane capitano, Maximiliano Pariente, riunisce la squadra in cerchio e, stringendo la “camiseta”, carica così i suoi compagni:

Parole da vero leader. Alla fine il derby è terminato 0-0 e i ragazzi del club rossonero di Rosario hanno potuto alzare le mani al cielo. Nella terra del Loco Bielsa, piccoli “pazzi-coraggiosi” crescono.