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coppa dei campioni

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Lunedì 26 agosto, il Barcellona ha presentato la nuova statua dedicata al ricordo di Johan Cruyff, all’esterno dello stadio Camp Nou. Alla presenza della moglie dell’eterno fuoriclasse olandese, Danny, e dei suoi figli Susila e Jordi, il club blaugrana ha voluto rendere omaggio a un’icona senza tempo.

La statua si trova all’ingresso della tribuna, vicino a quella di Ladislau Kubala, altro simbolo per il Barça. Cruyff è raffigurato in una posa che appare in una delle immagini più iconiche di lui come giocatore negli anni Settanta, con il numero 9 sulla schiena, mentre impartisce istruzioni con il braccio teso e l’indice puntato.

 

L’immagine, secondo il club, riflette non solo il modo in cui era un leader in campo, ma anche fuori di esso, soprattutto durante la sua successiva carriera come allenatore e per le sue numerose iniziative di beneficenza. E in riferimento proprio ai suoi successi anche quando indossò la giacca e la cravatta da manager, sul piedistallo è incisa la frase “Salid y disfrutad”, “andate là fuori e divertitevi”, affermazione che lo stesso allenatore nato ad Amsterdam disse ai suoi giocatori prima della finale della Coppa dei Campioni 1992 giocata allo stadio di Wembley contro la Sampdoria.

La statua in bronzo è alta 3,5 metri pesa 1.500 kg e porta la firma della scultrice olandese Corry Ammerlaan van Niekerk, direttrice dell’Artehove Art Center di Rotterdam e che ha realizzato numerosi progetti includendo sculture delle leggende olandesi Frank Rijkaard e Rinus Michels che attualmente si trovano presso la sede della federazione olandese di calcio a Zeist.

 

E’ la maledizione dalle grandi orecchie. E’ la Coppa che perseguita i peggiori incubi della squadra più blasonata d’Italia. E al dramma sportivo delle 7 finali perse si è anche accompagnata la tragedia vera e propria. Lambita lo scorso anno nella ressa di piazza San Carlo a Torino, con una vittima e oltre un migliaio di feriti. Deflagrata, con un copione terribilmente simile, il 29 maggio 1985.

Stadio Heysel, oggi Re Baldovino, Bruxelles. E’ la terza finale per i bianconeri di quella che oggi chiamiamo Champions League. E’ andata male la prima nel 1973, contro l’Ajax all’ultimo svincolo del suo calcio totale. Sogno svanito anche dieci anni dopo, con la beffa del gol di Magath per l’Amburgo ad Atene.

Questa volta sembra essere l’occasione giusta. Deve esserlo. E’ la Juve di Trapattoni con Platini e Boniek, Rossi e Tardelli, Scirea e Cabrini. Avversario è il Liverpool campione uscente, di Rush e Dalglish, di quel Grobbelaar che dodici mesi prima ha ipnotizzato i rigoristi della Roma nella finale dello stadio Olimpico.

La Juventus vincerà quella Coppa con un rigore inesistente concesso dall’arbitro svizzero André Daina e trasformato da Michel Platini. Ma sarà una vittoria arrivata al termine di una serata drammatica, violenta, incredibilmente insanguinata con 39 morti e centinaia di feriti. La furia omicida degli hooligans inglesi trovò la complicità dell’inadeguatezza di un impianto fatiscente, di un’organizzazione incapace e di una federazione internazionale, l’Uefa nello specifico, assolutamente irresponsabile. Disse Michel Platini ricordando quella tragica finale: Quando cade l’acrobata, entrano i clown. La voce di Bruno Pizzul raccontò a milioni di telespettatori italiani la tragedia in diretta televisiva.

Pubblichiamo un estratto del libro Heysel, le verità nascoste” (2010, Bradipo Libri) del giornalista Francesco Caremani con prefazione di Walter Veltroni.

Scrive Roberto Beccantini nell’introduzione:

(…) Al di là dei risarcimenti, e del poco o molto che è stato fatto, non bisogna mai arrendersi all’inerzia. L’Heysel è un peso che ci portiamo dentro. Non riusciremo mai ad appoggiarlo da qualche parte. Non sarebbe neppure giusto. Trentanove morti per una partita di calcio. Forse (anche) per biglietti smerciati alla carlona, sicuramente per ubriachezza molesta e carenza di ordine pubblico. La campana del destino prima o poi suona per tutti, ma quando i rintocchi assordano uno stadio, non resta che ribellarsi (…)

Le parole di Walter Veltroni:

(…) Avvenne, a Bruxelles, ciò che in molti avrebbero potuto facilmente prevedere ed evitare, e non vollero o non seppero farlo. Quel giorno lo stadio del gioco diventò lo stadio della morte, una morte trasmessa in diretta e in mondovisione. Una morte che si mescolò col gioco del pallone (e per questo fu più crudele e più odiosa) che portò via il soffio della vita a chi avrebbe voluto semplicemente applaudire, vincere o perdere con la propria squadra, coi propri beniamini. E invece persero tutti, nonostante la coppa alzata, il giro del campo, nonostante i sorrisi, i ‘non sapevamo’, nonostante il gol. Nonostante la vittoria, persero tutti, in quella sera luttuosa all’Heysel, quando il battito del cuore improvvisamente cessò per trentanove persone. Erano italiani in gran parte, ma il necrologio riporta anche quattro nomi belgi, due francesi e uno irlandese. Il più giovane aveva undici anni e si chiamava Andrea. Seicento furono i feriti (…)

 

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 Otello Lorentini è padre di Roberto, medico di Arezzo, tra le vittime di quella serata. E’ stato tra i primi a battersi in prima linea per ottenere giustizia inchiodando l’Uefa alle sue responsabilità. Ha fondato ed è stato presidente dell’”Associazione fra le famiglie delle vittime di Bruxelles” Scomparso nel 2014, Francesco Caremani riporta la sua testimonianza di quei momenti:

(…) Otello Lorentini racconta a caldo quello che è successo, quello che ricorda, con molta lucidità: “È stata una tragedia voluta, provocata dall’incapacità degli organizzatori belgi, della polizia, dei responsabili della federazione internazionale. Denuncio queste lacune imperdonabili. È inconcepibile spezzare in questo modo la vita di un uomo di trent’anni. Qualcuno deve pagare. Io ho già pagato: ho perso un figlio… Prima che cominciassero le cariche degli inglesi ero abbastanza tranquillo. A un certo punto ho visto che nella zona della curva erano rimasti solo dieci poliziotti. Entrava troppa gente. Gli inglesi hanno iniziato ad agitarsi. Sempre di più. Un sasso l’ho fermato con il giornale. Andiamo via, ho detto a mio figlio e ai nipoti. Gli inglesi hanno smontato la rete di divisione e ci hanno tirato addosso di tutto: pezzi di ferro, lattine, proiettili di cemento. E hanno caricato per la prima volta. Il nostro gruppo ha cominciato ad arretrare in maniera paurosa. C’erano donne e bambini, nessuno se la sentiva di accettare gli scontri. La polizia non interveniva. Noi eravamo a metà della curva. Vedevo il muro sempre più vicino. Mi sono attaccato alla colonna di una traversina. Roberto era attaccato a me. Andiamo via, gli ho urlato. Sì, sì mi ha risposto. Poi è arrivata un’altra ondata di tifosi caricati dagli inglesi. Mi sono girato e ho visto che Roberto non c’era più. Era sparito, ingoiato dalla folla. L’ondata di gente mi è passata accanto. È seguito un attimo di calma: mi sono buttato verso il campo. Era impossibile mettersi tutti in salvo: le sole due uscite erano le due porticine di un metro scarso, una delle quali si apriva solo verso l’esterno. Sotto la spinta della folla in fuga sono crollate anche le architravi di cemento. Ho visto un varco libero e mi sono lanciato in avanti. Una volta in campo ho preso ad agitare una sciarpa e a chiamare. È stato lì che ho visto mio nipote Andrea con le mani nei capelli. Mi sono avvicinato: Roberto era rimasto sulle gradinate. Morto, schiacciato. Aveva un graffio sulla fronte. Cosa dovevo fare? Accanto a noi c’era un mucchio di corpi senza vita. È arrivato un poliziotto belga e ha cercato di strapparmi Roberto. Stavano portando via i morti. Mi sono ribellato, perché vedevo che li trascinavano senza rispetto. Sono arrivati altri due poliziotti. Questo è mio figlio, ho gridato, lasciatemelo. Poi, con i miei nipoti, abbiamo sollevato Roberto e lo abbiamo portato, noi, ai furgoni… Prima di lasciare lo stadio ho visto gli inglesi che si divertivano a lanciare in aria le cose dei morti: scarpe, borse, macchine fotografiche. Scene disgustose. Poi siamo usciti, ma era impossibile trovare un telefono, o un taxi. Ne abbiamo fermato uno quasi a forza e ci siamo fatti portare all’obitorio. Qui i belgi ci hanno costretti ad aspettare più di tre ore. Ci trattavano con arroganza: un comportamento scandaloso. Solo alle tre di notte ho rivisto il corpo di mio figlio e ho notato che non aveva più la catenina d’oro al collo e la fede. I belgi ci hanno detto che gliele avevano tolte per identificarlo. Ma non era vero: se le sono prese i poliziotti. Scriva che voglio denunciare le lacune di tutta l’organizzazione, la scelta di uno stadio inadeguato, il comportamento dei belgi. Solo l’ambasciatore italiano si è comportato molto bene con noi. Qualcuno deve pagare per la morte di mio figlio”. Basterebbero queste parole, basterebbe questa ricostruzione, ma purtroppo le meschinità in questa vicenda, gli sciacallaggi, i silenzi, i tentativi di eludere le responsabilità, di buttare tutto nel dimenticatoio il prima possibile e le promesse non mantenute hanno costellato ogni giorno dopo quel 29 maggio dell’85.

 

 

Quando nella stessa dichiarazione, a caldo, uno sportivo, un calciatore mette assieme “notte magica” e “il mio sogno da bambino” il rischio è che sia o una frase fatta o un’esaltazione talmente indescrivibile e che parte dalla pancia che vengono in mente le prime, semplici e genuine, parole.

Nicolò Zaniolo a 19 anni, 7 mesi e 10 giorni si è preso lo stadio Olimpico, la Roma e la sua acerba carriera, li ha mescolati bene bene e in una serata di Champions League ha confermato di essere una delle cose più belle che l’Italia calcistica possiede. La sua doppietta di martedì ha permesso alla Roma di vincere 2-1 l’andata degli ottavi di Champions League contro il Porto e Zaniolo ha scelto il palcoscenico più vistoso e luccicante per segnare due gol.

A 19 anni, 7 mesi e 10 giorni, ed è giusto ribadirlo ulteriormente, è il più giovane calciatore italiano a segnare una doppietta in Champions Leauge. Ha segnato sotto la curva Sud, quella dei tifosi romanisti, ed è andato a correre verso di loro, qualcosa che non si può spiegare.

 

Il talento nascente della Roma, arrivato in estate sull’asse di mercato tra la capitale e l’Inter nell’operazione Nainggolan, non è però il più giovane italiano ad aver segnato in Europa. In questa classifica è sesto e al primo posto, più in alto di tutti, c’è Paolo Ferrario, ex-attaccante del Milan che ha marcato la sua prima e unica esperienza nella Coppa dei Campioni con una rete a suo modo “storica”.

Nel 5-1 tra Barcellona e Milan, ritorno degli ottavi di Coppa del 1959, Ferrario ha segnato la rete della bandiera, al Camp Nou, al minuto 38. A 17 anni, 8 mesi e 27 giorni, “Ciapina” (soprannome che deriva da Ugo Ciappina della famosa “Banda Dovunque” per l’abilità a realizzare gol di rapina) aveva appena realizzato la rete del momentaneo 3-1 e come compagni di squadra aveva, per citarne alcuni, Cesare Maldini, Altafini e  Liedholm.

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Cresciuto nelle giovanili del Milan, Paolo Ferrario fece il suo esordio in Serie A 10 giorni prima il match contro il Barcellona, il 15 novembre 1959 in Padova-Milan, 2-0. Rimarrà rossonero anche se non consecutivamente per otto anni, fino a che il ritorno di José Altafini convincerà la società a metterlo sul mercato. Ha giocato anche con Lazio, Monza, Varese, Cesena, Bologna, Perugia terminando la carriera nel 1973 nella Ternana. La sua migliore stagione è quella del 1962-1963 nella quale ha realizzato 18 reti in 27 incontri per il Monza; bene anche nella stagione 1964-1965 nella quale segna 12 gol in 20 partite col Milan. In carriera ha totalizzato complessivamente 56 presenze e 19 reti in Serie A e 128 presenze e 46 reti in Serie B.

«Questo è il liceo Giacomo Leopardi di Roma e io me chiamo Chicco Lazzaretto e c’ho un bel record: in cinque anni ho preso 24 materie. Sono lo studente più rimandato in Italia, insomma…

Chicco è un guascone che si sente il guru del liceo, ormai veterano il cui ruolo sociale o, meglio, la sua vocazione è fare da “chioccia” alle nuove leve, ma a modo suo: portandoli al bar, dandogli consigli su dove si trovano le classi e quali posti evitare. E quando si apre il portone che inaugura ufficialmente il nuovo anno scolastico è lui a precedere tutti, inginocchiandosi con una preghiera laica, osannando i Duran Duran e Scialpi.

E’ il prologo della fortunata serie televisiva “I ragazzi della 3ª C” , trasmessa da Italia 1 a partire dal 13 gennaio 1987. Per tre stagioni, gli adolescenti degli anni Ottanta hanno seguito le mirabolanti storie di Chicco, del belloccio e sportivo Massimo, del mammone Bruno, di Sharon la bella figlia di una ricca famiglia milanese, e così via. Scuola, amore e sport.

Calcio ovviamente e in particolare. Chicco è un tifoso sfegatato della Magggica Roma, talmente sfegatato che, in un pranzo ampolloso e “regale” con la famiglia di Sharon si ritrova a vedere una partita in televisione (Roma – Fiorentina, per l’esattezza) e a correre in bagno a ogni gol per poter esultare indisturbato senza sembrare fieramente coatto davanti al padre di lei, il commendator Camillo Zampetti interpretato, sempre alla grande, da Guido Nicheli.

Nella seconda puntata della prima serie, il fattaccio: Chicco, grazie alla sua grande cultura calcistica, viene selezionato per partecipare al programma a quiz “Superstrike”, condotto da Marco Columbro. Vince e rivince, poi arriva l’ultima fatidica domanda che lo fa crollare: qual è stata la sequenza dei rigori di Roma-Liverpool, finale di Coppa dei Campioni del 1984?

Quella giocata allo stadio Olimpico, in casa, quella che avrebbe avuto l’epilogo romantico perfetto. La tragedia romanista e dei romanisti, traditi dagli errori dal dischetto di Conti e Graziani, quella dell’arbitraggio un po’ amaro dello svedese Erik Fredriksson (che rivedremo ai Mondiali del 1986 per la “felicità” dell’Urss), ma anche delle parate dello stravagante portiere Reds, Grobbelaar. Cosa rispondere a Marco Columbro? Semplice:

Roma e Liverpool non hanno mai giocato

Via sogni di gloria, al diavolo il ricco montepremi da 120 milioni. La fede giallorossa non ha valore!  Rinnega la realtà, ci prova, con amara ironia e con l’inconscia convinzione di poter riscrivere la storia. Non è da un calcio di rigore che si può giudicare un calciatore, diceva Francesco De Gregori, ma questa affermazione ha spesso vacillato. Chicco, non ci sta e rincara la dose:

Per caso questa domanda l’ha inventata lei? Essendo lei notoriamente juventino, mi era venuto il dubbio perché c’è della malizia in questa domanda. Comunque Roma e Liverpool non hanno mai giocato. Forse l’ho sognato, è stato un incubo: è stata la serata più brutta della mia vita

34 anni dopo, la storia può essere davvero riscritta?