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In Copa América sono indiscusse padrone da sette anni e si sono divise i sei titoli in palio: 1923, 1924 e 1926 Uruguay, 1925, 1927 e 1929 Argentina. Ma se varchiamo i confini sudamericani unica padrona rimane la squadra uruguayana che conta già due ori olimpici. 
A Parigi nel 1924
 la celeste, che già annovera tra le sue fila il capitano Nasazzi, la maravilla negra Andrade e un trio di giocatori offensivi del calibro di Scarone, Cea e Petrone, passa indenne tutti i turni eliminatori, soffre solo in semifinale con l’Olanda (2-1) e poi travolge la Svizzera 3-0. I cugini argentini a Parigi non ci sono, ad Amsterdam quattro anni dopo sì.
La differenza è che la vittoria uruguayana arriva con maggiore sofferenza: 3-2 in semifinale all’Italia di Pozzo, 1-1 dopo i gol di Petrone e Ferreira in finale con gli argentini e 2-1 nel replay con gol vincente di Scarone al 73′.

Poca sorpresa quindi se a giocarsi in finale la prima Coppa Jules Rimet a Montevideo il 30 luglio 1930 sono gli uruguayani, padroni di casa, e i loro eterni rivali argentini. Poca sorpresa anche perché molte nazionali europee non hanno voluto attraversare l’Oceano e il Brasile dal fútbol troppo bailado si è fatto eliminare dalla Jugoslavia, poi travolta 6-1 in semifinale dalla celeste.

La tensione è dunque tutta in coda per il rinnovarsi della sfida che ha deciso l’Olimpiade di Amsterdam. A molti argentini basta attraversare il Rio de la Plata e così allo stadio Centenario c’è più che il tutto esaurito. La tensione attanaglia i giocatori, tanto che Anselmo, che ha soffiato il posto in squadra a Petrone, non se la sente di scendere in campo. Capitan Nasazzi, non batte ciglio e affida la maglia di Anselmo a Hector Castro.
La tensione coinvolge anche la FIFA e l’arbitro belga Langenus, che è alle prese con una strana gatta da pelare. La questione è semplice e fa un po’ sorridere: argentini e uruguayani vogliono giocare con due palloni diversi, cuoio più leggero versus cuoio più pesante. Evidentemente insieme con gli spettatori anche un po’ di palloni argentini hanno attraversato il Rio de la Plata.

La storia completa su Calcio Romantico

È tristemente noto che la Russia è molto severa con chi viola le regole legate all’omosessualità. Nessuna propaganda gay è considerata lecita e, di conseguenza, tutti i riferimenti alla cultura LGBT sono banditi dal paese.

Pena l’arresto, per chi decide di sfidare il governo in tal senso.

E anche durante la manifestazione mondiale, che da un mese circa ha attirato per le sue vie persone provenienti da tutto il mondo, niente è cambiato in termini di tolleranza.

Ma c’è chi decide di svincolarsi da questa legislazione discriminativa e camminare apertamente mostrando i colori dell’LGBT. Geniali quanto originali, un gruppo di attivisti ha sfoggiato una bandiera arcobaleno del tutto in tema con il clima calcistico del momento e pertanto non passibile di alcuna accusa.

Ecco come si presenta la cosiddetta “The Hidden Flag”, o bandiera nascosta, con i sei colori dell’arcobaleno LGBT realizzati attraverso le maglie di alcune squadre partecipanti alla rassegna iridata: Spagna, Olanda, Brasile, Messico, Argentina e Colombia.

Un effetto ottico che rimanda immediatamente alla comunità attivista per i diritti sui gay, ma che può circolare per il paese senza subire alcuna condanna.

L’idea è di un’agenzia pubblicitaria spagnola, con l’intento di dare una scossa alla burocrazia russa e indirizzare il paese verso una maggiore tolleranza della diversità.

Ecco come giustificano questa trovata:

Quando Gilbert Baker disegnò la bandiera arcobaleno nel 1978, lo fece per creare un simbolo e un’icona per la comunità Lgbt. Un simbolo, riconoscibile in tutto il mondo, che le persone potessero usare per esprimere il loro orgoglio. Purtroppo, 40 anni dopo, ci sono ancora Paesi in cui l’omosessualità è perseguitata, a volte anche con il carcere, e in cui la bandiera arcobaleno è vietata. La Russia è uno di questi Paesi. Per questo motivo, abbiamo approfittato del fatto che il Paese ospita la Coppa del mondo contemporaneamente al Pride Month, per denunciare questo comportamento e portare la bandiera arcobaleno nelle strade della Russia. Sì, alla luce del sole, di fronte alle autorità russe, alla società russa e al mondo intero, sventoliamo la bandiera con orgoglio

I sei coraggiosi attivisti sono ormai delle celebrità, soprattutto tra le fila dei sostenitori del movimento LGBT. I loro nomi sono Marta Márquez (spagnola), Eric Houter (olandese), Eloi Pierozan Junior (brasiliano), Guillermo León (messicano), Vanesa Paola Ferrario (argentina) e Mateo Fernández Gómez (colombiano).

Che siano tifosi o meno delle nazionali di cui indossano la maglia non è importante. Ciò che conta è che il loro escamotage è di sicuro un ottimo modo per sostenere la propria causa e al contempo promuovere iniziative volte al confronto e all’unione anche tra nazionalità diverse.

I Mondiali di Russia 2018 sono ormai all’atto conclusivo e domenica 15 luglio conosceremo il nome dei nuovi Campioni del Mondo, ma fino ad allora la bandiera LGBT ha il “permesso” di continuare ad aggirarsi per le strade della Russia e diffondere i suoi colori, nella speranza di ottenere da parte del governo un’apertura che al momento è solo un’utopia.

Uno ha quattro Mondiali alle spalle, nel 1998, al suo debutto ha alzato la coppa nel cielo parigino, nel 2006 è arrivato tanto tanto al bis, soffiato via per un rigore sbagliato. L’altro ha solo cinque presenze (una bestemmia a ripensarci ora), tutte proprio nel Mondiale tedesco perché non è stato convocato né in quello del 2002 né tanto meno in quello del 2010. Oggi, al centrocampo dell’Argentina servirebbe, eccome, servirebbe.

Uno è Thierry Henry, l’altro è Esteban Cambiasso. In Russia ci sono, nonostante il ritiro, ma a vederli, anzi, sembra proprio che da quel rettangolo verde, da quell’adrenalina che si respira, non riescano proprio a staccarsi provando ogni escamotage possibile pur di non allontanarsi troppo come i bambini quando vengono richiamati dalle mamme mentre si inzuppano al parchetto.
E la loro non è solo una comparsata teatrale, perché bastava osservarli nei momenti difficili per capire che di stoffa ne hanno parecchia. E non lo scopriamo nel 2018, in Russia. Sono sì dietro le quinte di questo Mondiale atipico e frizzante, Titì è il vice allenatore di Roberto Martinez, ct del Belgio; “El Cuchu” ha ricoperto lo stesso ruolo, ma nella Colombia.

Il loro peso morale, mentale e carismatico lo si percepisce oltre il 90’: Giappone – Belgio, ottavi di finale rocamboleschi con i giapponesi avanti 2-0 e che al 95’ fanno harakiri e subiscono la rimonta fatale. 3-2 finale e disperazione per i nipponici. Tra loro l’afflitto Maya Yoshida, difensore del Southampton, che viene raggiunto dall’ex stella dell’Arsenal che lo conforta e invita i suoi ragazzi a fare lo stesso.
I suoi ragazzi, certo, perché Henry è nel gruppo dal 2016, si fa pagare un assegno di 8mila euro al mese che devolve in befenicenza, e la sua impronta è marchiata su Lukaku e Batshuayi, ragazzi svezzati e ora uomini: «Credo di non aver mai ascoltato cosi attentamente neppure i miei genitori», dice la punta del Chelsea rientrato dopo l’avventura al Borussia Dortmund. E il Belgio dei grandi talenti che vanno inquadrati e catechizzati è lì a contendersi la gloria come mai successo prima.

 

Colombia – Inghilterra, ancora 90’. Yerry Mina è staccato per la terza volta in questa Coppa del Mondo più in alto di tutti, nell’area non sua di competenza essendo difensore, per segnare di testa e mandare il match ai supplementari. Le telecamere inquadrano lui raggiunto, pochi istanti prima dell’inizio de 30 minuti aggiuntivi, da Esteban Cambiasso. Parlano la stessa lingua, l’ex Inter gli batte il palmo della mano sul petto, lo carica ma mantiene alta la concentrazione.
José Pekerman, ct dei Cafeteros, conosceva Cambiasso dai tempi della nazionale giovanile argentina under 20 e lo aveva guidato durante il Mondiale 2006. Avercelo come vice è senz’altro servito per aumentare il carico di esperienza, ma i Cafeteros ai Mondiali non ci sono più perché dagli 11 metri, Bacca si è fatto neutralizzare da Pickford. Nel calcio il gruppo è l’essenza, ma dal dischetto è un affare psicologico personale.

All’Argentina tutta nervi e muscoli sgonfi, Esteban, dicevamo sarebbe, servito. Sia nella metà del campo, sia nell’ombra a raddrizzare un Sanpaoli alla deriva. Ma i consigli, giusti, c’erano davvero: Jorge Burruchaga, oramai brizzolato, ha ricoperto le vesti di general manager; è l’ultimo ad aver vinto il Mondiale con l’Albiceleste, e in pieno ammutinamento prima dell’ultima partita decisiva del Girone D contro l’Argentina, poteva sedersi lui al posto di commissario tecnico, preferito di gran lunga al tatuato Sanpaoli. Superato il gruppo, l’agonia argentina si è interrotta (fortunatamente) agli ottavi contro la Francia.

Chi è fermato al girone è l’Australia di Bert Van Marwijk che si è portato, come vice, il marito della figlia Andra. Un affare di famiglia mica da poco se pensate che il genero è Mark Van Bommel, ex dell’Olanda ma anche di Milan, Bayern e Barcellona. Ma non è tutto perché mentre il cammino dell’Australia si è chiuso presto e mentre si giocano le partite più focose del Mondiale, Van Bommel ha già disfatto le valigie pronto per una nuova avventura come allenatore del Psv Eindhoven. Con un piacevole scambio di ruoli tra genero e suocero: Van Marwijk entra nello staff, ma stavolta sarà lui dietro le quinte.

Il fantasma di Maradona ha imprigionato il talento di Messi, lasciandone le briciole, e forse neanche quelle, tra i prati di Russia. E’ una frustrazione, quella della Pulce, che inizia già dall’inno nazionale: mentre a Nižnij Novgorod risuonano le note dell’Himno Nacional Argentino la telecamera indugia su Leo, che si copre il volto con una mano, rifuggendo dalle attenzioni mediatiche.

Non lo preoccupa troppo la Croazia, forse ha già i cattivi presagi di quello che sarà, forse intravede l’ombra del Pibe de Oro, forse non sta bene come sospettano i giornali argentini, forse semplicemente non ha più la forza di caricarsi la Selección sulle sue spalle. L’ha già fatto in passato, durante le tribolate qualificazioni mondiali, con la tripletta decisiva nella sfida di Quito contro l’Ecuador. L’ha fatto in tredici anni, dal 2005 a oggi, diventando il miglior marcatore nella storia dell’Albiceleste, 64 gol in 125 partite, +30 su Maradona che si era fermato a 34 in 91 gare.

Ma non basta, perché Leo è Messi ma non ancora il Messia fino a quando non porterà la Coppa del Mondo a casa, come fatto da Diego nel 1986. Il 10 del Barcellona è stato troppe volte il manifesto perdente di una squadra tanto talentuosa quanto fragile nei momenti decisivi: tre sconfitte consecutive in finale negli ultimi anni tra Coppa America (Cile) e Mondiale (Germania), unico sigillo l’oro olimpico del 2008. Troppo poco per sé e il suo popolo.

Un fardello che aveva portato el diez a ritirarsi dalla sua Nazionale nel 2016, prima di tornare sulla sua decisione.

Triste, solitario y final, la Pulce ha le mani davanti agli occhi quando si parla di Nazionale. Non guarda le telecamere, non ha quella garra che Maradona esibì al mondo intero durante l’inno argentino nella finale di Italia ’90, l’8 luglio allo stadio Olimpico di Roma. Ancora scottato dai rigori nefasti della semifinale di Napoli, il pubblico capitolino fischiò l’inno biancoceleste, provocando le ire di Diego che esclamò “Hijos de p…” in mondovisione.

La rabbia prima delle lacrime per la sconfitta al 90’. Ancora la Germania, con un rigore generoso trasformato da Brehme e concesso tra le polemiche dall’arbitro messicano Codesal. Ma il fuoriclasse del Napoli aveva già esorcizzato l’Alemania quattro anni prima in Messico, nel torneo che lo consacrò al mondo tra la mano de Dios e il gol del Siglo contro l’Inghilterra.

Maradona aveva salutato la Nazionale con gli occhi spiritati del gol contro la Grecia a Usa ’94 e con l’infermiera che lo prelevava in campo dopo essere risultato positivo ai test antidoping al termine del match contro la Nigeria.

Gli africani sono il prossimo e forse ultimo appuntamento con la storia della Selección per Lionel: vincere potrebbe non bastare, l’infermiera di Messi avrà le sembianze del fantasma di Maradona.

Cosa è successo giovedì 21 giugno

Argentina quasi fuori, Francia e Croazia agli ottavi. A una settimana dall’inizio di Russia 2018, il campionato del mondo inizia a emettere i primi pesanti verdetti. Il 21 giugno 2018 entra di diritto nella storia dell’Albiceleste con una delle peggiori disfatte della Nazionale ai Mondiali. Sampaoli ha un piede e mezzo nel baratro, assieme al fantasma di Messi, il fratello gemello di quello ammirato al Camp Nou.

La Francia, solida e poco incline allo spettacolo, liquida il Perù con Mbappe e si giocherà il primo posto del girone con la Danimarca, che impatta 1-1 contro una bella Australia. I sudamericani sono eliminati, a breve potrebbero ritrovarsi anche l’Argentina sullo stesso aereo di ritorno a casa.

Gruppo C, Samara Arena: Danimarca Australia 1-1 (7’ Eriksen, 38’ Jedinak rig)

Sembra tutto facile per i danesi con il bel gol di Eriksen dopo pochi minuti che suggella un ottimo inizio di match. Il ct Hareide inizia a pregustare il pass agli ottavi, strappato con un turno d’anticipo, ma sottovaluta l’orgoglio e la qualità degli oceanici. Reazione copia incolla rispetto alla prima giornata con la Francia: Var e rigore dejà vu già ottenuto con i transalpini, con il braccio di Poulsen (decisivo col Perù) simile a quello (folle) di Umtiti. Dagli 11 metri Jedinak non si lascia intimidire dalle provocazioni di Schmeichel jr, al contrario di quanto fatto dal peruviano Cueva: per il barbuto centrocampista dell’Aston Villa è il secondo gol dal dischetto a Russia 2018 e il quinto consecutivo con la sua Nazionale. Nella ripresa gli uomini di van Marwijk confermano organizzazione e intraprendenza, ma peccano nella finalizzazione: il pari non accontenta (ma neanche scontenta) nessuno, verdetti rimandati all’ultima giornata in un equilibratissimo girone C.

Gruppo C, Ekaterinburg Arena: Francia Perù 1-0 (34’ Mbappe)

La Francia vince, ma continua a non convincere. Massimo risultato col minimo sforzo per gli uomini di Deschamps, che conquistano la qualificazione agli ottavi e si giocheranno il primo posto del girone nella gara contro la Danimarca. Il Perù è matematicamente eliminato, non senza rimpianti. La prestazione dei Bleus è ancora una volta opaca dopo gli scricchiolii già manifestati contro l’Australia: buon avvio con Griezmann e Mbappe, il gol vittoria è proprio dell’attaccante del Psg, che ribadisce in maniera fortunosa in rete un tiro deviato di Giroud. La prova della Francia, in sostanza, termina qui: i transalpini si accontentano e soffrono l’aggressività peruviana nel secondo tempo, con Pedro Aquino che centra l’incrocio dei pali con un tiro dalla distanza. Pogba lancia palloni alla viva il parroco, Mbappè perde tempo durante la sostituzione, il Perù mantiene il possesso palla (56% vs 44%), ma non basta. La squadra di Gareca saluta Russia 2018 con un turno di anticipo, quanto pesa il rigore sbagliato da Cueva sullo 0-0 contro la Danimarca.

Gruppo D, Novgorod Stadium: Argentina Croazia 0-3 (53 Rebic, 80’ Modric, 91’Rakitic)

L’inferno argentino inizia al 53’ con un regalo del portiere Caballero che propizia il gol di Rebic. Ma l’Albiceleste gioca senza idee, è impaurita sin dall’inno nazionale, con le facce spaesate e svuotate dei calciatori biancocelesti. Come avesse un presagio, Messi si tocca il volto mentre la telecamera lo inquadra durante le note dell’inno: il numero 10 è un autentico fantasma del match, specchio di una squadra priva di qualsiasi trama di gioco. La Croazia gioca tranquilla, senza il pathos di vincere a tutti i costi, guidati da due meravigliosi direttori d’orchestra come Modric e Rakitic, non a caso a segno nel fnale. La squadra di Sampaoli crolla con un passivo pesante, a nulla valgono gli ingressi di Dybala e Higuain. Ora vincere contro la Nigeria nell’ultima giornata potrebbe non bastare, mentre i croati festeggiano qualificazione e primato (momentaneo) del girone. Ora sembrano avere la concreta possibilità di far saltare il banco nel torneo iridato.

Cosa aspettarci venerdì 22 giugno

Gruppo E, Saint Petersburg Stadium: Brasile Costarica (h 14, Italia 1)

Sospiro di sollievo per la Seleção dopo l’infortunio alla caviglia subito da Neymar in allenamento: la stella del Psg ha recuperato e sarà regolarmente in campo. La squadra di Tite è chiamata a cancellare l’esordio a due facce contro la Svizzera: bene fino alla prodezza di Coutinho, poi black out e vani assalti finali. Il Brasile non può fallire, anche perché deve già rincorrere la Serbia a quota 3 punti. Ma i centramericani non sono certo la vittima sacrificale: basti ricordare cosa avvenne 4 anni fa, quando i costaricensi sconfissero l’Italia nella seconda giornata (dopo aver già messo sotto l’Uruguay) qualificandosi agli ottavi. Tempi che sembrano lontani, ma Russia 2018 ci sta insegnando che nessuna partita è scontata. Da monitorare la sfida tra portieri: da una parte il madrileno Navas, dall’altra Alisson, a un passo, secondo radiomercato, dalla camiseta blanca.

Probabili formazioni

Brasile (4-2-3-1): Alisson; Danilo, Miranda, Thiago Silva, Marcelo; Paulinho, Casemiro; Willian, Coutinho, Neymar; Gabriel Jesus. All. Tite

Costarica (5-4-1): Keylor Navas; Gamboa, Duarte, Acosta, Gonzalez, Calvo; Bolanos, Borges, Guzman, B. Ruiz; Joel Campbell. All. Oscar Ramirez

Gruppo D, Volgograd Arena: Nigeria Islanda (h 17, Italia 1)

Islanda per confermare l’ottimo inizio contro l’Argentina, Nigeria già all’ultima spiaggia dopo il ko contro la Croazia. Il match di Volgograd è tra le outsider del girone E, con i vichinghi decisi a sovvertire i pronostici della vigilia che assegnavano la qualificazione ad Argentina e Croazia. Il ct degli africani Rohr si gioca il tutto per tutto affidandosi a Obi Mikel, Iwobi e Ighalo davanti, l’obiettivo è dimenticare l’opaca prestazione nel match d’esordio. Gli africani hanno vinto solo una gara nelle ultime 13 disputate ai Mondiali. Hallgrimsson ripropone lo stesso undici che ha fermato Messi e compagni, dopo i quarti conquistati a Euro 2016 e le ottime indicazioni del debutto, l’Islanda non è più una sorpresa ad alti livelli.

Nigeria (4-2-3-1): Uzoho; Shehu, Trost Ekong, Balogun, Idowu; Ndidi, Etebo; Moses, Obi Mikel, Iwobi; Ighalo. CT: Rohr

Islanda (4-4-2): Halldorsson; Magnusson, R.Sigurdsson, Arnason, Saevarsson; Bjarnason, Hallfredsson, Gunnarsson, J.Gudmunsson; G. Sigurdsson, Finnbogason. CT: Hallgrimsson

Gruppo E, Kaliningrad Stadium: Serbia Svizzera, (h 20, Canale 5)

Sulla carta è lo spareggio per la piazza d’onore nel gruppo del Brasile, ma la classifica dopo la prima giornata recita Serbia capolista e Svizzera appaiata ai verdeoro. Per il ct serbo Krstajic l’occasione è ghiotta: una vittoria avvicinerebbe sensibilmente la qualificazione agli ottavi. Kolarov, Milinkovic Savic e Ljajic: le buone sorti della Serbia passano dai piedi talentuosi della serie A. Occhio però alla Svizzera dell’ex tecnico laziale Petkovic: la qualità non è elevatissima, soprattutto davanti, ma l’organizzazione tattica è esemplare, ne sanno qualcosa Neymar e compagni. La corsa di Lichtsteiner e Rodriguez, il talento di Dzemaili e Shaqiri, i muscoli di Behrami: è un match da tripla per gli scommettitori.

Serbia (4-2-3-1): Stojkovic; Ivanovic, Milenkovic, Tosic, Kolarov; Matic, Milivojevic; Tadic, Milinkovic-Savic, Ljajic; Mitrovic. All. Mladen Krstajic

Svizzera (4-2-3-1): Sommer; Lichtsteiner, Schar, Akanji, Ricardo Rodriguez; Xhaka, Behrami; Shaqiri, Dzemaili, Zuber; Seferovic. All. Vladimir Petkovic

È ancora lui, Cristiano Ronaldo, l’uomo del momento, che in questi Mondiali di Russia 2018 sta facendo tanto parlare di sé per i suoi gol da record siglati in ogni partita e per quella competizione che da sempre lo vede battersi con Lionel Messi per decidere chi tra i due sia il migliore.

Un altro gol nella partita contro il Marocco e CR7 è di nuovo nella storia. Vi avevamo già anticipato che aveva conquistato un posto nella speciale classifica dei goleador in nazionale, affiancandosi a Ferenc Puskas, dell’Ungheria, con 84 reti ciascuno (leggi qui). Oggi, con 85 gol, Ronaldo si avvicina sempre di più a raggiungere il capolista iraniano Ali Daei, che ha segnato ben 109 gol con la sua squadra.

Ma non è solo il record iraniano a rischiare di essere raggiunto, ma anche quello di Eusebio, l’unico giocatore aver segnato più reti ai Mondiali. Lui è in vetta alla classifica con 9 gol e il calciatore portoghese è già arrivato a 7.

Alla luce dei risultati finora ottenuti sembra proprio che il suo eterno rivale Lionel Messi abbia davvero qualcosa da temere nella loro sfida. Chi tra i due è il migliore di tutti i tempi?

Poco prima dell’inizio dei Mondiali di calcio il calciatore argentino si è fatto fotografare con una capra per alludere al termine Goat, che oltre a indicare proprio l’animale, è anche l’acronimo di Greatest of all times (G.O.A.T.) che vuol dire… il migliore di tutti i tempi!

Queste foto hanno fatto il giro del mondo e di certo non sono sfuggite al goleador portoghese, che in occasione dell’ultimo gol contro la Spagna per esultare si è toccato il mento come se avesse proprio quel pizzetto che ricorda tanto la capra e il paragone con Messi.

Era una provocazione per il suo rivale? La cosa bizzarra è che nella partita successiva il pizzetto spunta davvero sul volto di Ronaldo, che sfoggia un cambio di look un po’ sospetto e insolito che porta subito a spettegolare su un possibile sfottò verso l’argentino.

Ma a smorzare le polemiche ci pensa proprio lo stesso protagonista, che svela un retroscena legato ad una scommessa con un suo compagno di squadra e che pare non abbia a che fare con la competizione con Messi.

La mia barba? E ‘stato uno scherzo con [Ricardo] Quaresma, eravamo nella sauna e mi stavo facendo la barba, ho lasciato un pizzetto e gli ho detto che se avessi segnato contro la Spagna non lo avrei raso fino alla fine della Coppa del Mondo. Ha portato fortuna e ho segnato contro la Spagna e oggi contro il Marocco, quindi lo terrò

Queste sono le sue parole dette al giornale The Sun che sfatano ogni possibile riferimento a Messi e sembrano voler allontanare le accuse di una sua rivendicazione del titolo di G.O.A.T.

Ma che Ronaldo lo voglia provocare o meno, per Messi i prossimi match saranno una grande prova. Dopo aver fallito nella partita d’esordio contro l’Islanda, sbagliando un rigore e non riuscendo a centrare nemmeno una rete, le aspettative nei suoi confronti sono molto alte già dal match in programma il 21 giugno contro la Croazia. Adesso deve dimostrare al mondo che è lui il più grande di tutti i tempi e dare senso a quel confronto con Ronaldo che tiene in vita una sana competizione e la voglia di fare sempre meglio.

Cosa è successo mercoledì 20 giugno

Settimo giorno di Mondiali russi e primi fatali verdetti. Nel Gruppo A, già fortemente indirizzato dalla vittoria della Russia sull’Egitto, ci pensa Suarez a mettere la parola fine. Il suo gol basta per piegare le resistenze dell’Arabia Saudita e portare l’Uruguay a sei punti in vetta assieme ai padroni di casa. Arabi e Salah a casa dopo due partite.

E, a braccetto, chiude i bagagli anche il Marocco che, dopo l’inattesa sconfitta all’esordio contro l’Iran, cade nuovamente con un colpo di testa, manco a dirsi, di Cristiano Ronaldo. I “Leoni dell’Atlante” condannati all’eliminazione. CR7 è sufficiente a questo Portogallo per portarsi a casa un risicato e sofferto 1-0 e a conquistare il quarto punto nel Gruppo B.

In serata altrettanto sofferta vittoria per la Spagna che, con il medesimo risultato di 1-0, ha la meglio su un volenteroso Iran che, nonostante il modulo iperprotetto, ha più volte spaventato De Gea e compagni. Simbolo di questa partita contorta è la rete rocambolesca di Diego Costa che segna su rimpallo in azione di disimpegno della formazione iraniana.

Tre partite, tre risultati terminati 1-0.

Portogallo – Marocco 1-0

Il Portogallo è 4 alla terza. O meglio Cristiano Ronaldo. Quarto gol dell’attaccante, al minuto 4 di Portogallo – Marocco e quattro punti per la nazionale lusitana inserita nel Gruppo B. Decisivo ancora una volta, l’asso del Real Madrid in due partite completa il suo repertorio: rigore, di destra su punizione, di sinistro e ora di testa. E’ bravo a farsi trovare libero in area di rigore sugli sviluppi di un calcio d’angolo battendo El Kajoui di testa. La reazione del Marocco è stata veemente con diverse occasioni per Benatia e compagni, senza però infilare la porta di Rui Patricio. Il massimo risultato, ma non con il minimo sforzo: gli uomini di Renard non sono stati abili a capitalizzare con un gol il predominio territoriale in campo. Dopo il vantaggio al 4′ sugli sviluppi di un corner, il Portogallo si è limitato a difendersi con ordine e tanto è bastato a portare a termine la missione.

Uruguay – Arabia Saudita 1-0

Nel Gruppo A, l’Uruguay di Tabarez dimostra pragmatismo e ermeticità battendo l’Arabia Saudita ancora per 1-0 come nel match d’esordio contro l’Egitto. Cavani sciupa tanto quanto Suarez nel primo incontro, a questo giro l’attaccante ex Liverpool segna, festeggiava le 100 presenze con la Celeste, diventa il pichichi della nazionale con 52 gol e il primo uruguaiano a segnare in tre diversi Mondiali. È finita solo 1-0 per alcuni errori di mira e con la formazione saudita creativa fino alla trequarti avversaria (il possesso palla finale dice 53% a 47% per i sauditi) e l’Uruguay solido, cinico e sprecone in contropiede: nella ripresa notevoli gli errori di Carlos Sanchez servito da Cavani e dello stesso Matador che si è fatto fermare dal portiere.

Iran – Spagna 0-1

La sfida serale che mette di fronte “Furie Rosse” e Iran dimostra che l’avvio di questo Mondiale per la Spagna non è per nulla semplice. Le vicissitudini causa esonero Lopetegui e arrivo di Hierro come ct. si fanno sentire così ci pensa ancora Diego Costa a togliere le castagne dal fuoco. Quello che è considerato un po’ il pesce fuor d’acqua, il meno aggraziato in una squadra di prestigiatori. Ma al 54’ è lui a insaccare su carambola dopo che il rilancio di Rezaeian incoccia sul ginocchio dell’attaccante dell’Atletico Madrid. Con un po’ di fortuna, insacca il suo terzo centro nel torneo e firma l’1-0 all’Iran, che vale l’aggancio al Portogallo in vetta al gruppo B.  Gli iraniani masticano amaro, perché avevano appena sfiorato il gol con Ansarifard in una rara sortita offensiva. E perché si vedono annullare, poco dopo, il pari di Taremi per fuorigioco di Ezatolahi. Taremi sarà fino alla fine l’incubo di De Gea: l’occasione ghiottissima gli capita sulla testa a dieci minuti dalla fine, ma non inquadra la porta.

 

Cosa aspettarci giovedì 21 giugno

Gruppo C | Danimarca – Australia | ore 14.00

Dentro o fuori per l’Australia, chiamata a battere la Danimarca per giocarsi poi la qualificazione all’ultima giornata della fase a gironi. I risultati della prima gara non lasciano alternative, per la nazionale del c.t. olandese van Marwijk: la sconfitta con la Francia obbliga gli oceanici a vincere per poi sperare in un altro risultato positivo col Perù. D’altro canto, i danesi blinderebbero di fatto la qualificazione in caso di successo, dopo la vittoria ottenuta contro i sudamericani nella precedente uscita.

Probabili formazioni:
Danimarca (4-2-3-1): Schmeichel; Dalsgaard, Kjaer, Christensen, Larsen; Kvist, Delaney; Poulsen, Eriksen, Sisto; Jorgensen. All. Hareide.
Australia (4-3-3): Ryan; Behich, Milligan, Sainsbury, Risdon; Mooy, Rogic, Jedinak; Leckie, Nabbout, Kruse. All. van Marwijk.

Gruppo C | Francia – Perù | ore 17.00

Francia-Perù può già dire molto del futuro del Girone C dei Mondiali. In caso di successo dei francesi e allo stesso tempo della Danimarca (contro l’Australia), infatti, sarebbe già archiviata con una giornata di anticipo la questione relativa al passaggio del turno. Per questo motivo la squadra del ct. Deschamps non vuole commettere errori contro i biancorossi di Gareca, sfortunati nella sfida di esordio proprio contro i danesi (0-1 finale).

Probabili formazioni:
Francia (4-3-1-2): Lloris; Pavard, Varane, Umtiti, L. Hernandez; Matuidi, Kantè, Pogba; Mbappè, Griezmann, Dembelé. All. Deschamps.
Perù (4-2-3-1): Gallese; Advincula, Rodriguez, Ramos, Trauco; Tapia, Yotun; Flores, Cueva, Farfan; Carrillo.  All. Gareca.

Gruppo D | Argentina – Croazia | ore 20.00

Argentina-Croazia è la partita che aprirà il secondo turno del Girone D. In campo le due iniziali candidate per il passaggio del turno, che però stanno da subito attraversando momenti diversi: la vittoria contro la Nigeria per 2-0 all’esordio permette alla squadra di Dalić di vivere con meno apprensione il big match (in caso di vittoria, l’accesso agli ottavi sarebbe assicurato); il pareggio 1-1 con l’Islanda mette invece ulteriore pressione sulle spalle di Messi e compagni, chiamati immediatamente a reagire per evitare brutte sorprese. In casa croata da registrare la decisione del ct di rispedire a casa Nikola Kalinic, che nella prima sfida, fingendo un mal di schiena, si è rifiutato di entrare in campo nei minuti finali.

Probabili formazioni:
Argentina (3-4-3): Caballero; Tagliafico, Otamendi, Mercado; Salvio, Mascherano, Lo Celso, Acuna; Pavon, Aguero, Messi. All. Sanpaoli.
Croazia (4-2-3-1): Subasic; Vrsaljko, Vida, Lovren, Strinic; Rakitic, Modric; Rebic, Kramaric, Perisic; Mandzukic. All. Dalić.

Sabato 16 giugno, minuto 23 di Argentina – Islanda. Alfreð Finnbogason segna il gol del pareggio, segna il primo storico della nazionale islandese alla prima apparizione in un Mondiale. E io me lo sono perso, o meglio, ho provato a recuperarlo vedendolo dal mio smartphone mentre correvo a sinistra e a destra per Vienna. Un doppio dispiacere perché c’è un po’ della mia Sardegna: sì perché l’attaccante, nel 2007, ha svolto il programma Intercultura in Sardegna, durante il quale giocò per qualche mese a Sassari con la Torres. Lo stesso percorso Intercultura che io ho fatto tre anni prima con senso di marcia opposta. E se è vero che l’Islanda è sufficientemente piccola e tutti si conoscono, lo stesso si può dire della Sardegna: conosco, infatti, personalmente i “genitori” che hanno adottato Finnbogason quell’anno!

Tutti i possibili contrattempi si sono manifestati e concentrati in questo pomeriggio, ma proprio tutti. Alle 14 aspettavo due turisti per il check-in di una camera all’interno del B&B dove lavoro, ma hanno ritardato e quindi ho passato minuti interminabili sudando freddo, guardando l’orario. Non passavano mai, come quella leggenda popolare secondo cui se fissi l’acqua in pentola, questa non bolle mai. Poi corro via e mi dirigo alla piazza del municipio di Vienna dove di consueto piazzano il maxischermo per vedere le partite. Come quella notte indimenticabile di due anni fa.

“Ok, dai forse mi perdo solo i primi dieci minuti” ho pensato, ma ecco il secondo – insormontabile – imprevisto. Niente trombette, niente maglie islandesi o argentine, nessuno spirito da Coppa del Mondo. C’era il Gay Pride e l’amministrazione non ha installato lo schermo. No! Non è possibile!

Poi mi ricordo che c’è un posto ideale per queste occasioni: è lo Strandbar Herrmann, un’illusione di spiaggia estiva ed esotica riprodotta lungo il Danubio. Trovo posto e mi accomodo (si fa per dire tanta era l’euforia e l’agitazione per l’andamento del match), non ripenso al primo tempo perso e mi aggrego a un gruppetto di austriaci che tifano Islanda. Tutto attorno c’è una moltitudine di argentini che sorridono nel vederci.

Un sorriso molto ironico che poi al 90’ va via dal loro volto e compare sul mio.

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Ci sono partite di calcio che non sono come le altre. Partite che entrano di diritto nella leggenda e che creano veri e propri miti sportivi. Non c’è un appuntamento come la finale dei Mondiali di Calcio in grado di farlo. Cadute, trionfi, storie, emozioni, lacrime e gioia: questo e molto altro hanno regalato le 5 più belle partite che abbiamo raccolto per voi.

La prima di cui parleremo non è neanche una vera e propria finale come la intendiamo ai giorni nostri. Il Mondiale del 1950 veniva assegnato dopo un girone all’italiana in cui si affrontavano le vincitrici dei turni eliminatori. A guidare la classifica del mini-girone conclusivo ci sono Brasile e Uruguay. Ai verdeoro basta un pareggio per far esultare i 175mila tifosi giunti al Maracanà e conquistare il titolo.

La partita inizia nel migliore dei modi per i padroni di casa che passano in vantaggio dopo pochi minuti. Il pareggio però è nell’aria e ci pensa Schiaffino a fissare il punteggio sull’1 a 1. A undici minuti dalla fine la grande beffa: gli uruguagi passano in vantaggio con Ghiggia e vincono il Mondiale. È la partita che rimarrà nella storia con il nome di “Maracanazo”.

Gol e spettacolo nella finale del 1966. A giocarsi il titolo sono l’Inghilterra Paese ospitante e la Germania. Una partita bella e combattuta, decisa però da un errore arbitrale, il non gol del 3 a 2 inglese realizzato da Hurst e assegnato nonostante la palla non avesse varcato la linea bianca. I tedeschi non riescono a reagire dopo essere passati in svantaggio e subiscono anche la rete del 4 a 2 finale. Sarà il primo e unico titolo nella storia del calcio inglese e verrà festeggiato davanti alla Regina e a 100.000 tifosi nello stadio di Wembley.

Ogni appassionato di calcio spera che le finali dei Mondiali siano ricche di gol e che siano decisivi i contendenti alla Scarpa d’Oro del Torneo. La speranza che accompagna in ogni edizione tutti gli amanti del gioco si è realizzata nel 1970. In finale ci sono il Brasile più forte di sempre e l’Italia di Valcareggi, reduce dall’epica vittoria per 4 a 3 in semifinale contro la Germania.

Il 21 giugno allo stadio Azteca di Città del Messico si affrontano la squadra di Pelé e quella di Boninsegna. Dopo un primo tempo molto equilibrato e terminato sull’1 a 1 proprio grazie alle marcature dei due bomber, i sudamericani dilagano nella seconda frazione. Il Brasile prende progressivamente il sopravvento grazie a un gioco spettacolare e segnano altre 3 reti con Gerson, Jairzinho e Carlos Alberto. Sarà il terzo titolo nella storia dei verdeoro che conquisteranno definitivamente anche la Coppa Rimet.

Nel 1982 è ancora protagonista l’Italia, questa volta dal lato “giusto” della storia. Il Mondiale si gioca in Spagna e la finale è un classico del calcio: Italia-Germania. L’11 luglio al Santiago Bernabeu di Madrid è tripudio azzurro. Nel primo tempo Cabrini sbaglia un rigore e le squadre vanno al riposo sullo 0 a 0. La seconda metà partita sarà quella decisiva con i 3 gol di Rossi, Tardelli e Altobelli e l’ininfluente marcatura di Breitner. 3 a 1 finale e terzo titolo per la Nazionale Italiana.

Basta aspettare quattro anni per trovare un altro match entrato di diritto nella storia della competizione. Si giocano il Mondiale l’Argentina di Maradona e la Germania di Matthaus e Rummenigge. Siamo ancora una volta in Messico e allo stadio Azteca si affrontano due delle nazionali più forti di sempre.

La partita si mette bene per l’Argentina che va avanti sul 2-0 grazie ai gol di Brown e Valdano nel primo tempo. Risultato in ghiaccio? Neanche per sogno. I tedeschi non ci stanno e in appena sette minuti, dal 74esimo all’81esimo, pareggiano con Rummenigge e Voeller. Ma le sorprese non sono ancora finite. È il Mondiale di Maradona e la conferma arriva a 6 minuti dal fischio finale. Dopo una gara difficile passata a cercare di liberarsi dalla marcatura asfissiante di Matthaus, il capitano dell’Argentina arretra e mette sui piedi di Burruchaga il pallone del definitivo 3 a 2.

Nigeria – Islanda è sfida decisiva per il gruppo D, ma Carl Ikeme non ci sarà. Così i ragazzi del ct Hallgrímsson hanno pensato di dedicare la maglia numero 1 della loro Nazionale allo sfortunato portiere africano, che sta combattendo una partita ben più importante, quella contro la leucemia.

In attesa di capire chi vincerà sul campo nel match di venerdì 22 giugno alla Volgograd Arena, i giocatori islandesi dimostrano di meritare, anche con questi gesti, le simpatiche attenzioni dei tifosi di tutto il mondo.

Così, dal profilo twitter di Jón Daði Böðvarsson, è spuntata una foto di supporto del team a Ikeme, che ha ricevuto migliaia di like e condivisioni. Non è un caso che sia stato proprio il centrocampista del Reading a postare l’immagine: Böðvarsson e Ikeme sono stati, infatti, compagni di squadra nel Wolverhampton nella stagione 2016-2017.

 

Lo spareggio del gruppo D potrebbe dare indicazioni importanti su una delle due squadre che accederanno agli ottavi di finale, vista la concomitanza di Argentina – Croazia. Ikeme sarà incollato alla tv a tifare per la sua Nigeria, ma avrà sicuramente un atteggiamento benevolo verso i suoi amici con la maglia blu islandese.

E proprio pensando all’Argentina e alla sfida d’esordio al Mondiale che ha visto l’Albiceleste impattare contro i vichinghi islandesi per 1-1, il profilo Twitter della Federcalcio riporta un dato impressionante. Sabato pomeriggio praticamente tutta l’isola era incollata davanti allo schermo della propria tv o in compagnia in qualche piazza davanti a un maxischermo. Il match ha, infatti, fatto registrare il 99,6% di share: di fatto dei 330mila abitanti, quelli che non sono riusciti ad andare in Russia, hanno supportato la squadra da casa, esultando tutti assieme al gol del pareggio di Finnbogason e trattenendo il fiato durante il rigore parato dal portiere-regista Halldorsson su Messi. Ma la domanda, qui, sorge spontanea: dov’era il restante 0,4%? Ecco un altro tweet, ancora più geniale, proprio dell’autore del gol storico. Semplice, era in campo!