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L’idea di creare la squadra fu di due statunitensi, George Fitch e William Maloney, che avevano affari e legami familiari con la Giamaica. Videro una gara di “carretti” e pensarono che somigliava al bob, eccetto per il ghiaccio. Poiché la partenza è una parte molto importante della gara e la Giamaica ha così tanti velocisti, pensarono di poter reclutare qualcuno degli atleti delle olimpiadi estive, ma questi non stravedevano per l’idea. Si rivolsero all’esercito e proposero l’idea al Colonnello Ken Barnes.

A dirlo è  Devon Harris, un bobbista giamaicano, anzi uno dei quattro a far parte della spedizione dell’isola caraibica alle Olimpiadi invernali di Calgary nel 1988, celebri per noi italiani, per l’impresa di Alberto Tomba.
Proprio nella terra calda che ha visto nascere corridori e velocisti, pensiamo al dominio di Usain Bolt o ad Arthur Wint, primo giamaicano a vincere un oro alla prima apparizione della sua Nazionale alle Olimpiadi di Londra del 1948. Idea abbastanza folle: una Nazionale di bob messa su grazie alla passione (o scommessa?) dei due miliardari statunitensi e all’intuito di chiedere “in prestito” alcuni sprinter da riadattare al ghiaccio. Devon Harris, tenente dell’esercito giamaicano; Dudley Stokes, capitano dell’aeronautica giamaicana; Michael White, soldato della Riserva Nazionale e Samuel Clayton, ingegnere ferroviario.
Ecco il team strambo, agli occhi esterni, che per la prima volta nella storia si è presentato a un’Olimpiade invernale.

Dopo la selezione degli atleti, i primi allenamenti si tennero proprio in Giamaica su quei “famosi” carretti, ma successivamente il team si spostò a Lake Placid negli Stati Uniti e a Igls in Austria.
Male, malissimo all’inizio, ma piano piano anche grazie a Sepp Haidacher, allenatore austriaco, arrivarono i primi risultati che avrebbero portato la squadra alle Olimpiadi di Calgary, nel febbraio del 1988.

“Squadra simpatia” per eccellenza, carica di ironia, ma anche determinazione e orgoglio. Dal sole tropicale al gelo, loro ci avevano creduto per davvero, creando attese nella competizione del bob a quattro. La terza manche è passata alla storia: i quattro giamaicani a pochi metri dal traguardo cappottarono rovinosamente. Sconforto e dolore, ma supportati e incitati, volevano a ogni modo arrivare fino in fondo. Così, aiutati dallo staff della manifestazione, trascinarono il bob e varcarono la linea a piedi.

La loro storia è stata immortalata nel 1993 nel film prodotto dalla Disney “Cool Runnings – Quattro sottozero”, ma anche in Italia, negli anni successivi è arrivato il loro eco. La Fiat, infatti, negli anni 2000 ha girato un paio di spot per promuovere il modello Doblò, invitando proprio la Nazionale giamaicana a girare una serie di sketch esilaranti.

La possiamo definire un’impresa, senza retorica: la Giamaica è stata presente alle Olimpiadi invernali nel bob fino ai giochi di Salt Lake nel 2002 mentre, dodici anni dopo, in Russia si è presentata la squadra del bob a due, con la coppia formata dal quarantaseienne Winston Watt, che era uno dei membri del team del 1994 e del 1998, e dall’ex velocista Marvin Dixon.

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Dalle serie televisive al cinema, passando per musica e anche fumetti, il “crossover” è un espediente narrativo che consiste nell’unire o meglio nell’intrecciare diverse ambientazioni o personaggi in un’unica storia. Letteralmente “crossover” deriva dall’inglese “to cross over” ovvero passare dall’altra parte e questa indicazione ben si addice anche per i diversi sportivi che, nella loro carriera, hanno abbandonato lo sport con cui sono cresciuti e si sono affermati vincendo per provare a sfondare in altre competizioni.

L’ultimo in ordine di tempo è stato Gianmarco Tamberi, il primatista italiano di salto in alto che, il 23 settembre, si è tolto proprio un bello sfizio: lui, super appassionato di basket, ha giocato una partita versa a contatto con la Serie A.
Infatti Gimbo è stato prima aggregato alla Soundreef Siena e poi è sceso sul parquet nei minuti conclusivi dei primi tre quarti contro The Flexx Pistoia, per il memorial Bertolazzi. Maglia numero 4 addosso per il marchigiano e il fascino di giocare con la Mens Sana, squadra di Serie A2.
Del resto Gimbo ha più volte detto di sentirsi un cestista prestato al salto in alto…e qualcosa vorrà pur dire, lui che ha portato a casa un Mondiale indoor e un Europeo. Ma nessun tradimento: il basket per lui, al momento, resta una bella passione.

Nel recente passato anche un altro atleta ha avuto un serio tentennamento: Usain Bolt, che da anni sogna di giocare con la sua squadra del cuore, ovvero il Manchester United, si è allenato qualche giorno con il Borussia Dortmund. Dalla Premier League alla Bundesliga, soprattutto con la maglia dei gialloneri, il compromesso non è così malaccio. E come non ricordare la passione “rossa Ferrari” di Valentino Rossi? Il campione di MotoGp, ha dimostrato negli anni non solo di essere a suo agio in sella a una moto, ma di saperci fare anche all’interno di un abitacolo. Più volte ha partecipato a gare di rally, nel 2008, invece, fece qualche test alla guida della monoposto di Maranello e tutti i tifosi sognavano un suo passaggio nella scuderia Ferrari.

Danny Ainge è legato all’Nba, in particolar modo ai Boston Celtics. In questa franchigia a cavallo degli anni Ottanta ha vinto due anelli accanto a Larry Bird, mentre nel 2008 ha trionfato come general manager. Una grande giocatore di basket, ma a un bivio adolescenziale della sua vita, Danny poteva scegliere di essere ricordato anche in alti due sport: Ainge è, infatti, tuttora il primo e unico atleta dello sport americano a essere entrato nella miglior squadra di basket, football e baseball a livello di high school. Non solo: tra il 1979 e il 1981, prima di dedicarsi definitivamente alla palla a spicchi, ha giocato diverse partite coi Toronto Blue Jays, nella Mlb.

Non dimentichiamoci di Tim Wiese, ex-portierone del Werder Brema, classe 1981, che ha appeso i guanti al chioso per mettersi qualche kilo in più e provare l’adrenalina della carriera da wreslter. Soprannominato “The Machine”, Tim si è ritirato dal calcio nel 2014, poi si è dedicato al body-building e, 30 kg, è stato notato da Triple H, leggenda del wrestling, che l’ha introdotto alla Wwe. Ma Wiese, dopo tre anni di assenza per provare l’emozione del ring, è tornato brevemente a difendere la porta nelle file del Dillingen, squadra ultima in classifica nella sesta categoria tedesca.

E che dire di Alex Zanardi? Il simbolo del riscatto e della rinascita, un uomo e un atleta dal cuore d’oro che si è reinventato dopo il tremendo incidente che lo vide coinvolto nel settembre del 2001. Prima aveva partecipato a 44 Gp di Formula 1 e a diversi Cart; poi nell’handbike ha distrutto ogni record: quattro ori paralimpici e otto ori mondiali.

Sopra di tutti, però, c’è Jim Thorpe. Nato a Prague il 28 maggio 1887 e morto a Lomita il 28 marzo 1953), Jim è da considerarsi come un eclettico multiplista, giocatore di football americano e giocatore di baseball statunitense, fra i più versatili dello sport moderno. Vinse due ori olimpici nel pentathlon e nel decathlon, fu una stella del football americano a livello universitario e professionistico e giocò nella Mlb. Fu anche il primo presidente della Nfl, la lega di football americano.
Ma con una beffa: i titoli olimpici gli furono ritirati proprio per aver giocato a baseball da professionista, ma gli vennero riconosciuti postumi dal Comitato olimpico internazionale solo il 18 gennaio 1983, quando avvenne la restituzione dei suddetti titoli ai figli dell’atleta oramai deceduto quasi 30 anni prima.

Abbiamo aperto con il basket e con il basket concludiamo citando l’esperienza, diciamo poco azzeccata e decisamente impropria, di Michael Jordan. Icona mondiale dello sport, celebrità nei Chicago Bulls, dopo tre anelli e tre titoli di Mvp, MJ decise di cambiare sport, ma non città: un anno e mezzo da dimenticare nel baseball coi Chicago White Sox. Poi nel marzo del 1995 ci ripensò, tornò a giocare a basket e i Bulls vinsero altri tre titoli Nba. Il resto è leggenda.

Un anno di sport, un anno di intense emozioni. Abbiamo racchiuso in questo video quelli che sono, per noi, i migliori cinque sportivi del 2016. Dalle imprese individuali a quelle di squadra, ogni sport è legato indubbiamente a un protagonista.

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