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Le finali di Conference in Nba sono degli affari di famiglia. Reali o potenziali. In Western si sfidano i campioni uscenti di Golden State contro Portland. Gara 1 è stata vinta dagli Warriors nel duello incrociato tra i fratelli Curry, Steph per Golden State e Seth per Portland. Dall’altra parte degli States la finale è tra Milwaukee e Toronto in quello che poteva essere un incontro tra i fratelli Gasol. Ma Pau è infortunato e non potrà vedersela contro Marc di Toronto. I canadesi sono reduci dall’incredibile serie contro Philadelphia in semifinale, risolta da un canestro buzzer beater di Leonard Kawhi in gara 7.

Golden State avanti

La prima sfida tra Golden State e Portland è andata agli Warriors per 116-94 con 36 punti di Stephen Curry, play di Golden State e uno dei migliori giocatori della Nba. Per il fratello maggiore dei Curry ci sono anche 7 assist. Seth, invece, ha realizzato solo una tripla con due assist. I due, entrambi play, si sono spesso affrontati l’uno contro l’altro. E’ la prima volta che due fratelli giocano contro in una finale Nba. “Comunque vada sarà un trionfo”, è stato il commento del padre dei due, Dell Curry. Negli anni Novanta era uno dei migliori tiratori in Nba con un’esperienza decennale negli Charlotte Hornets. Con la vittoria in gara 1 Stephen ha battuto Seth otto volte su dieci match disputati contro.

Il ko di Pau

In Eastern Conference l’incrocio tra i fratelli Gasol è stato solo sfiorato. Gara 1 è stata vinta da Milwaukee per 108-100 contro Toronto. Tra le file dei Raptors Marc ha messo a referto 6 punti mentre il fratello Pau è fuori causa per infortunio. Un’assenza che peserà non solo per Milwaukee, ma anche per la Nazionale spagnola. Coach Sergio Scariolo ha, infatti, confermato il ko di Gasol senior per i Mondiali di basket in programma in Cina dal 31 agosto al 15 settembre.

 

Ha continuato a segnare come al suo solito e lo ha sempre fatto con costanza, tanto da diventare il tiratore da tre punti più prolifico della storia dell’Nba.

Si tratta di Steph Curry, playmaker di Golden State che, dopo un leggero calo realizzativo nel mese di febbraio è tornato alla carica a suon di triple in Western Conference.

Negli ultimi nove match disputati il numero 30 dei Warriors ha messo a segno almeno 5 triple, facendo registrare una percentuale del 48,7 al tiro dalla distanza (suo punto forte).

 

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What Did He Pump Fake At …😂💀 – credits:@curryformz Follow @shiningcurry for more!🏀 –

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A giustificare quest’ottimo trend è lui stesso, poiché ha trovato una soluzione a un problema fisico che lo ha attanagliato per molto tempo. Un disturbo visivo legato all’assotigliamento della cornea gli impediva di focalizzare al meglio il canestro.

Grazie all’utilizzo di specifiche lenti a contatto, Curry è tornato a vedere nel miglior modo possibile e realizzare triple a quantità industriale.

Il problema ottico si chiama cheratocono, meglio noto come KC nel campo oftalmico, e il play americano ne soffriva da tempo.

Ho iniziato a mettere le lenti a contatto, è come se mi si fosse aperto davanti il mondo intero!

Ha ribadito lo stesso Curry.

Definito il quadro dell’All Star Game del prossimo 18 febbraio a Charlotte e non mancano le sorprese.

Le due squadre saranno capitanate da LeBron James (Western Conference) e da Giannis Antetokounmpo (Eastern Conference).
A far notizia però sono le esclusioni eccellenti. A ovest, i due giocatori a essere assenti nel quintetto titolare sono: Luka Doncic nel frontcourt e Derrick Rose nel backcourt. A est, ha fatto scalpore la mancata presenza dell’eterno Dwyane Wade.

Doncic e Rose si sono ben messi in mostra in questa stagione e in pochi si aspettavano una loro esclusione all’ultimo atto della votazione.
Per Wade, dato che sta vivendo la sua ultima stagione in Nba, sarebbe stata la giusta chiusura di una grandissima carriera.

Un riscontro che ha sorpreso un po’ tutti poiché, a ovest, il diciannovenne sloveno e la stella dei Minnesota Timberwolves hanno avuto una valanga di voti dai supporters.
Purtroppo da qualche anno le preferenze dei fans valgono solamente al 50%, con la restante metà suddivisa tra giornalisti e giocatori.
Il numero 77 dei Dallas, alla prima annata nel campionato di basket più importante del mondo, ha ottenuto più voti di tutta la sua Slovenia. Se il piccolo Paese europeo ha poco più di 2 milioni di abitanti, il giovane Luka è andato ben oltre i 4 milioni di voti (dietro al solo Le Bron). Al suo posto è stato preferito Kevin Durant dei Warriors.

Sorprendente anche la mancata chiamata del playmaker Rose, che sta vivendo la sua miglior stagione dopo una serie infinita di infortuni che lo hanno bloccato per anni. Tra i titolari partirà l’MVP della scorsa stagione James Harden dei Rockets.

A est, invece, non ci sarà il 37enne dei Miami Heat, Dwyane Wade. Al posto della guardia nata a Chicago ci sarà Kemba Walker, playmaker degli Hornets. Con oltre 2 milioni di preferenza difficilmente si pensava all’esclusione dallo starting five.

I DUE TEAM

 

Per gli esclusi, però, non è ancora detta l’ultima. Il 31 gennaio i due coach annunceranno le riserve, poi i due capitani sceglieranno le due squadre il 7 febbraio: LeBron sceglierà per primo.

Out i nostri Gallinari e Belinelli. I due nonostante stiano vivendo una stagione positiva non hanno potuto competere a livello di numeri con gli altri campioni.

È partita la stagione Nba 2018/19 con i Golden State Warriors protagonisti prima del fischio d’inizio del loro match inaugurale e in campo contro i Thunder.

Steph Curry, come da rituale, hanno ricevuto l’anello che simboleggia la vittoria del titolo la scorsa stagione in finale contro Cleveland.


A consegnare i famosi anelli, per la prima volta realizzati a due facce, il commissario Nba, Adam Silver. I Warriors hanno avuto anche la possibilità di sollevare sul soffitto della Oracle Arena per l’ultima volta il banner celebrativo del titolo conquistato lo scorso giugno.

L’anno prossimo la squadra si trasferirà da Oakland al Chase Center di San Francisco.

La celebrazione e la consegna degli anelli è stato un vero e proprio show in cui anche il numero 30 Curry ha preso parte, prendendo in mano il microfono e chiamando lui stesso Eric Housen, uno dei tanti lavoratori dietro le quinte in casa Warriors che lavora per la squadra da 30 anni, per consegnargli un anello.

Nota stonata della festa è stato Patrick McCaw. La guardia americana, a causa di numerose divergenze con la società, ha deciso di non presentarsi alla cerimonia pertanto non ha ricevuto il suo anello.

Dopo i sorrisi, il primo match. Una partita esaltante ma molto sofferta da parte di Golden State. Durant e compagni hanno dovuto faticare non poco contro gli Oklahoma City Thunder. Il risultato finale è stato 108-100 per i padroni di casa. Subito uomo partita Steph Curry con 32 punti messi a segno, seguito da Kevin Durant con 27.

Ancora una volta il presidente americano Donald Trump è stato capace di mettersi nei guai con le sue stesse dichiarazioni. Stavolta, però, ad essere colpiti duramente sono gli sportivi, che hanno reagito subito con inni di protesta contro il presidente.
Gli sport chiamati in causa sono il basket con l’Nba, il football con la Nfl e il baseball con la Mlb, che hanno iniziato una lotta in cui non intendono affatto cedere, rischiando di far vacillare la posizione del politico che già di recente non gode più dei favori di tutti.

Tutto è iniziato il 22 settembre quando Trump, durante un comizio in Alabama, ha parlato dei giocatori neri di football che si inginocchiano per protesta durante l’inno nazionale prima delle partite, attaccandoli molto duramente. Ha detto che la protesta è una mancanza di rispetto per gli Stati Uniti e che sarebbe bellissimo vedere i proprietari delle squadre dire:

Portate quel figlio di puttana fuori dal campo, fuori, è licenziato

Già da un po’ di tempo, infatti, è in atto una forma di protesta a favore delle minoranze etniche che si esprime proprio nel momento in cui viene cantato l’inno nazionale. I giocatori si rifiutano di cantare e preferiscono rimanere in ginocchio per tutta la sua durata.
Le parole di Trump sono state molto forti: per lui è inaccettabile un comportamento simile e deve avere come conseguenza il licenziamento immediato del giocatore!

Com’era prevedibile la reazione è stata istantanea e forse ancora più grande di quanto il presidente stesso poteva immaginare. Gli sportivi sono tutti uniti nel mantenere attiva questa protesta che sta raggiungendo altissimi livelli e coinvolgendo atleti di punta, come Bruce Maxwell, della squadra degli Oakland Athletics, che è stato uno dei primi a mettersi in ginocchio mentre suonava l’inno americano.

 

Anche i giocatori di Nba non si tirano fuori da questa polemica, anzi possiedono un posto in prima fila dopo la revoca dell’invito di Trump alla casa Bianca, che doveva celebrare la vittoria del campionato dei Golden State Warriors. Pare che il presidente non abbia gradito le dichiarazioni dei giocatori in merito alla questione.
La manifestazione contro Donald Trump raggiunge il suo culmine quando nello stadio di Wembley, a Londra, i giocatori dei Jacksonville Jaguars e dei Baltimore Ravens hanno deciso di mettersi tutti in ginocchio, per sfidare il loro presidente.

Ma la protesta ha coinvolto proprio tutti: non solo gli atleti si sono inginocchiati, ma lo hanno fatto anche tutte le persone che fanno parte del loro team. L’idea di dare una lezione morale a Trump non è arrivata solo nello stadio londinese ma ha percorso un po’ tutti gli stadi che vedevano le loro squadre coinvolte in partite più o meno importanti.

Lo slogan che accomuna tutti è lo stesso:

…e ora licenziateci tutti!

Ma queste proteste non fanno che accrescere ora dopo ora le ire del Primo cittadino americano che non demorde, anzi ribadisce ancora una volta che questi giocatori sono irrispettosi e meritano di andarsene a casa.>
Il mondo dello sport è fortemente amareggiato per la situazione che si è venuta a creare, perché suo malgrado è stato coinvolto in una lotta di interessi politici che rischia di dividerlo. Al momento, però, si mostra molto unito contro un presidenzialismo rigido e discriminante che non intende accettare.