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Ci sono stati tanti portieri brasiliani che sono arrivati in Italia e hanno contribuito alle vittorie delle proprie squadre, guidando la difesa in maniera egregia e mettendo in mostra parate sensazionali.

C’è stato il glorioso tempo di Cláudio Taffarel, campione del Mondo 1994 e numero 1 del Parma dei primi anni ’90, Nelson Dida trionfatore con il Milan di due Champions League, l’ex giallorosso Doni, e Julio Cesar, protagonista del triplete nerazzurro nel 2010.

Il passaggio di Julio Sergio e di Neto (ora al Valencia), così come l’attuale portiere del Liverpool e dalla Seleção, Alisson Becker. Tra questi anche alcuni mezzi flop come Gabriel (ex Milan ora al Perugia), Rafael (ex Napoli ora terzo alla Samp), Da Costa (secondo del Bologna) e Rubinho (ex terzo portiere della Juve).

La scuola italiana dei portieri è sempre ottima ma, spesso, si vola in Sudamerica per fiutare le giuste occasioni.

È quello che è capitato a Inter e Genoa. Le due società si sono assicurati due nuovi estremi difensori, il grifone per l’attualità, i nerazzurri per il futuro.
Si tratta di Jandrei e Brazão. Il primo è un classe ’93 ed è arrivato a Genova dalla Chapecoense, il secondo è un 2000 ed è stato prelevato dal Cruzeiro. Quest’ultimo, in realtà, è stato acquistato dal Chievo in stretta collaborazione col club di proprietà della famiglia Zhang. Un’operazione simile a quella fatta con Julio Cesar.

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Il portiere Julio Cesar con la maglia dell’Inter. Coi nerazzurri ha giocato 7 stagioni

L’ex portiere carioca è arrivato in Italia nel 2005. Comprato dall’Inter, viene girato in prestito proprio al club clivense poiché i nerazzurri hanno raggiunto il tetto massimo di tesserati extracomunitari. Per l’appunto il giovanissimo Brazão dovrebbe restare a Verona fino al termine della stagione per poi firmare un contratto quinquennale con l’Inter. Tuttavia prima del suo approdo in Italia, l’estremo difensore deve terminare la sua esperienza con la nazionale verdeoro al Sub20 che si sta tenendo in Sudamerica. Abile pararigori con l’Under 17, inoltre, ha vinto un Guanto d’oro ai Mondiali di categoria oltre che una medaglia d’oro al Sub17.

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Due stagioni con la Chapecoense per Jandrei. Ora la grande occasione europea

Per Jandrei, invece, il Genoa è già pronto a lanciarlo. Seppur in staffetta con l’attuale portiere titolare Radu, il brasiliano ha sicuramente scalzato Marchetti, sempre più ai margini del progetto. Arrivato per 900mila euro Jandrei ha firmato fino al 2021. Sino ad ora conta 76 partite nel campionato brasiliano, subendo 99 reti con 21 clean sheet. Contro il Milan probabile si accomodi in panchina, anche se mister Prandelli sa benissimo che potrebbe contare sulla sua esperienza e sulla tecnica.

Difficile scindere l’immagine che si crea nella nostra mente se pensiamo alla Nazionale del Messico e alla sua istrionica maglia verde che, a cavallo degli anni ’90, ha visto contornarsi di splendidi rilievi della cultura azteca. Non a caso il Messico deve il suo soprannome El Tricolor (spesso abbreviato El Tri) proprio perché la sua divisa tipica si è sempre contraddistinta coi colori verde per la maglia, bianco per i pantaloncini e rosso per i calzettoni, un richiamo alla bandiera nazionale.

Eppure il verde sgargiante entra nella timeline della camiseta messicana solo verso la fine degli anni ’50: dalla prima partita del 1923, passando per il 1929 – anno di affiliazione alla Fifa – e oltre il 1930, quando i messicani parteciparono alla prima Coppa del Mondo in Uruguay, i colori dominanti erano il granata per la maglia e il blu per i pantaloncini.
Questa trentennale monocromia fu interrotta curiosamente nel 1950, per un solo giorno, per una sola partita. E il Messico indossò il bianco e blu.

Mondiali in Brasile, 2 luglio 1950. Allo Estádio dos Eucaliptos di Porto Alegre,  si disputò l’incontro tra Messico – Svizzera. Un match che non contava più nulla perché nel gruppo A il Brasile aveva ormai superato il turno classificandosi per primo. La partita, però, venne ritardata di venticinque minuti: l’arbitro, lo svedese Ivan Eklind, infatti si accorse che le due compagini vestivano maglie di tonalità pressoché simili. Granata i centroamericani, rossa gli elvetici.
La soluzione? Chiedere in prestito le casacche della squadra locale del Cruzeiro, appunto con strisce orizzontali bianche e blu. La scelta venne stabilita tramite sorteggio: in realtà vinsero i messicani che, per galanteria, decisero comunque di indossare la nuova uniforme. Uniforme amara perché a vincere fu la Svizzera per 2-1.

 

In realtà non è stato il primo e unico episodio nella storia del Mondiali di calcio. Riavvolgendo le lancette arriviamo alla Coppa Jules Rimet del 1934, quella disputata in Italia e che vide proprio gli azzurri alzare il trofeo dopo aver battuto per 2-1 la Cecoslovacchia in finale.
La “finalina”, appellativo grezzo per indicare la finale che decide il terzo e quarto posto, venne disputata dall’Austria e dalla Germania, entrambe solite giocare con maglietta bianca. Anche qui fu necessario un sorteggio per decidere quali uniformi indossare, l’Austria perse, ma non aveva portato con se la seconda maglia. Il calcio popolare, quello cittadino, corse nuovamente in aiuto: il match si giocava a Napoli così per quel giorno, gli austriaci vestirono di blu, mantenendo però il nero dei pantaloncini e dei calzini, regalando un accoppiamento alquanto bizzarro per la storia dell’Austria.

Nel Mondiale del 1958 in Svezia, invece, si assistette a una controtendenza: rispetto ai due casi citati, le strisce furono sostituite da un unico colore. L’Argentina, dopo 24 anni dall’ultima apparizione, tornò in una fase finale dei Mondiali. L’esordio fu a Malmö contro la Germania Ovest e non andò bene: i sudamericani persero 3-1 e furono costretti a giocare con altri colori, il giallo dell’Ifk  Malmö, una delle squadre più storiche del calcio svedese.

Messico, Austria e Argentina. Tutte e tre con divise di club locali, tutte e tre sconfitte. A segnare un passaggio “storico” fu la Francia, nel 1978. In quegli anni, ancora buona parte delle famiglie non aveva una tv a colori: il bianco e nero rendeva difficile riconoscere le squadra guardando la partita comodamente dalla poltrona. Così quando il blu della Francia incontrò il rosso dell’Ungheria nel Mondiale in Argentina (stesso girone dell’Italia che passò per prima alle spalle dei padroni di casa), qualcuno doveva cambiare. Quel qualcuno fu la Francia, e il tutto fu stabilito, da protocollo, prima dell’arrivo delle due squadre allo stadio. Ma per un assurdo errore dei responsabili delle due squadre, entrambe si presentarono con casacche bianche. L’incontro, ovviamente, fu ritardato di 40 minuti per permettere l’arrivo del kit di sostituzione, le maglie della squadra locale del Kimberley, con strisce bianche e verdi. Con la vittoria per 3-1, la Francia fu la prima squadra a trionfare con addosso una maglia non sua.

La Francia nel 1978 non è stata l’ultima nazionale a indossare la maglia di un club. Fu il Costa Rica, per un motivo nobile e apprezzabile. Ritorniamo in Italia, nel 1990. I costaricensi nel match d’esordio contro la Scozia, indossarono la loro classica “mise” rossa, ma nei successivi due incontri del girone scelsero di stravolgere il loro look scegliendo una maglia a strisce bianconere. Un omaggio al club più antico del paese, La Libertad, che aveva dichiarato bancarotta nei mesi precedenti.
Con la nuova casacca, coincidenza, giocarono la seconda gara a Torino, casa della Juventus, perdendo 4-1 contro il Brasile, ma si riscattarono vincendo 2-1 sulla Svezia e passando così il girone. Il Costa Rica, alla sua prima storica partecipazione, si fermò agli ottavi perdendo 4-1 contro la Cecoslovacchia.
Per inciso, il club La Libertad, fondato a San José nel 1905, giocò il suo primo incontro ufficiale nel luglio dell’anno dopo contro il club La Juventud.

In realtà, diversi anni dopo, nel 2014 in un’intervista rilasciata alla Gazzetta dello Sport, il ct di quell’avventura, Bora Milutinovic (allenatore giramondo dei record “mondiali”), ha ammesso un’altra verità:

Allenavo il Costa Rica. Io sono tifoso del Partizan di Belgrado e volevo giocare il Mondiale con le maglie bianconere, ma non sapevo come fare. Così chiamai Montezemolo che mi diede il numero di Boniperti: lui mi fece arrivare 44 maglie. Quando entrammo in campo contro il Brasile tutto lo stadio era con noi. Prendemmo solo un gol e con la Svezia vincemmo