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Difficile scindere l’immagine che si crea nella nostra mente se pensiamo alla Nazionale del Messico e alla sua istrionica maglia verde che, a cavallo degli anni ’90, ha visto contornarsi di splendidi rilievi della cultura azteca. Non a caso il Messico deve il suo soprannome El Tricolor (spesso abbreviato El Tri) proprio perché la sua divisa tipica si è sempre contraddistinta coi colori verde per la maglia, bianco per i pantaloncini e rosso per i calzettoni, un richiamo alla bandiera nazionale.

Eppure il verde sgargiante entra nella timeline della camiseta messicana solo verso la fine degli anni ’50: dalla prima partita del 1923, passando per il 1929 – anno di affiliazione alla Fifa – e oltre il 1930, quando i messicani parteciparono alla prima Coppa del Mondo in Uruguay, i colori dominanti erano il granata per la maglia e il blu per i pantaloncini.
Questa trentennale monocromia fu interrotta curiosamente nel 1950, per un solo giorno, per una sola partita. E il Messico indossò il bianco e blu.

Mondiali in Brasile, 2 luglio 1950. Allo Estádio dos Eucaliptos di Porto Alegre,  si disputò l’incontro tra Messico – Svizzera. Un match che non contava più nulla perché nel gruppo A il Brasile aveva ormai superato il turno classificandosi per primo. La partita, però, venne ritardata di venticinque minuti: l’arbitro, lo svedese Ivan Eklind, infatti si accorse che le due compagini vestivano maglie di tonalità pressoché simili. Granata i centroamericani, rossa gli elvetici.
La soluzione? Chiedere in prestito le casacche della squadra locale del Cruzeiro, appunto con strisce orizzontali bianche e blu. La scelta venne stabilita tramite sorteggio: in realtà vinsero i messicani che, per galanteria, decisero comunque di indossare la nuova uniforme. Uniforme amara perché a vincere fu la Svizzera per 2-1.

 

In realtà non è stato il primo e unico episodio nella storia del Mondiali di calcio. Riavvolgendo le lancette arriviamo alla Coppa Jules Rimet del 1934, quella disputata in Italia e che vide proprio gli azzurri alzare il trofeo dopo aver battuto per 2-1 la Cecoslovacchia in finale.
La “finalina”, appellativo grezzo per indicare la finale che decide il terzo e quarto posto, venne disputata dall’Austria e dalla Germania, entrambe solite giocare con maglietta bianca. Anche qui fu necessario un sorteggio per decidere quali uniformi indossare, l’Austria perse, ma non aveva portato con se la seconda maglia. Il calcio popolare, quello cittadino, corse nuovamente in aiuto: il match si giocava a Napoli così per quel giorno, gli austriaci vestirono di blu, mantenendo però il nero dei pantaloncini e dei calzini, regalando un accoppiamento alquanto bizzarro per la storia dell’Austria.

Nel Mondiale del 1958 in Svezia, invece, si assistette a una controtendenza: rispetto ai due casi citati, le strisce furono sostituite da un unico colore. L’Argentina, dopo 24 anni dall’ultima apparizione, tornò in una fase finale dei Mondiali. L’esordio fu a Malmö contro la Germania Ovest e non andò bene: i sudamericani persero 3-1 e furono costretti a giocare con altri colori, il giallo dell’Ifk  Malmö, una delle squadre più storiche del calcio svedese.

Messico, Austria e Argentina. Tutte e tre con divise di club locali, tutte e tre sconfitte. A segnare un passaggio “storico” fu la Francia, nel 1978. In quegli anni, ancora buona parte delle famiglie non aveva una tv a colori: il bianco e nero rendeva difficile riconoscere le squadra guardando la partita comodamente dalla poltrona. Così quando il blu della Francia incontrò il rosso dell’Ungheria nel Mondiale in Argentina (stesso girone dell’Italia che passò per prima alle spalle dei padroni di casa), qualcuno doveva cambiare. Quel qualcuno fu la Francia, e il tutto fu stabilito, da protocollo, prima dell’arrivo delle due squadre allo stadio. Ma per un assurdo errore dei responsabili delle due squadre, entrambe si presentarono con casacche bianche. L’incontro, ovviamente, fu ritardato di 40 minuti per permettere l’arrivo del kit di sostituzione, le maglie della squadra locale del Kimberley, con strisce bianche e verdi. Con la vittoria per 3-1, la Francia fu la prima squadra a trionfare con addosso una maglia non sua.

La Francia nel 1978 non è stata l’ultima nazionale a indossare la maglia di un club. Fu il Costa Rica, per un motivo nobile e apprezzabile. Ritorniamo in Italia, nel 1990. I costaricensi nel match d’esordio contro la Scozia, indossarono la loro classica “mise” rossa, ma nei successivi due incontri del girone scelsero di stravolgere il loro look scegliendo una maglia a strisce bianconere. Un omaggio al club più antico del paese, La Libertad, che aveva dichiarato bancarotta nei mesi precedenti.
Con la nuova casacca, coincidenza, giocarono la seconda gara a Torino, casa della Juventus, perdendo 4-1 contro il Brasile, ma si riscattarono vincendo 2-1 sulla Svezia e passando così il girone. Il Costa Rica, alla sua prima storica partecipazione, si fermò agli ottavi perdendo 4-1 contro la Cecoslovacchia.
Per inciso, il club La Libertad, fondato a San José nel 1905, giocò il suo primo incontro ufficiale nel luglio dell’anno dopo contro il club La Juventud.

In realtà, diversi anni dopo, nel 2014 in un’intervista rilasciata alla Gazzetta dello Sport, il ct di quell’avventura, Bora Milutinovic (allenatore giramondo dei record “mondiali”), ha ammesso un’altra verità:

Allenavo il Costa Rica. Io sono tifoso del Partizan di Belgrado e volevo giocare il Mondiale con le maglie bianconere, ma non sapevo come fare. Così chiamai Montezemolo che mi diede il numero di Boniperti: lui mi fece arrivare 44 maglie. Quando entrammo in campo contro il Brasile tutto lo stadio era con noi. Prendemmo solo un gol e con la Svezia vincemmo

 

Toscano dalla nascita, il 27enne calciatore Alessio Lava, dal 2015 ha parte del suo cuore in Costa Rica. Partito con la sua ragazza costaricana, per l’isola centramericana, ha deciso di restarci e fare quello che gli usciva meglio: giocare a calcio. La passione per il pallone era più che viva in Italia. In seguito, con la decisione di trasferirsi in America, Alessio Lava ha pensato bene di accasarsi per un club calcistico del posto. Attualmente è l’attaccante del Municipal Liberia, squadra che milita nel massimo campionato costaricano. In rosa oltre a un folto gruppo di costaricani sono presenti anche tre serbi.

Come sei passato dai campi della Toscana, alla Serie A costaricana?

Nel 2015 ho conosciuto a Firenze la mia attuale ragazza Daniela originaria della Costa Rica. Siamo stati un anno insieme e quando lei ha terminato gli studi abbiamo deciso di partire. Devo ammettere che per me non  è stata una scelta facile, perché ho dovuto lasciare la mia famiglia, la mia casa e tutti gli amici che conoscevo da una vita.

Il calcio è sicuramente differente da quello italiano, com’è il livello?

Il livello del calcio, dopo il mondiale del 2014 dove la Costa Rica ha raggiunto i quarti di finale, si è alzato tantissimo. Ci sono calciatori provenienti da tutta l’America: Argentini, brasiliani, americani, che contribuiscono a rendere il calcio molto più appassionante.  Inoltre negli ultimi anni si stanno mettendo in mostra molti giovani talenti e che ne sentiremo parlare in futuro.

Dopo il bel mondiale 2014, alcuni calciatori costaricani sono arrivati in Europa, tu hai fatto il viaggio inverso. Come ti hanno accolto?

Ahimè in Italia non ho mai avuto procuratori e conoscenze giuste. Ho sempre creduto nelle mie potenzialità, ma nessuno mi ha mai dato la possibilità di giocare nel calcio che conta e così ho voluto prendere una strada più difficile ed in salita. Tuttavia ora mi sento gratificato e sto ottenendo risultati per tutti i sacrifici che ho fatto.
Qui in Costa Rica mi hanno accolto alla grande, la gente mi ha apprezzato e mi sta apprezzando per la persona umile e semplice che sono. Non mi reputo né un calciatore famoso né una star, ma un normale calciatore che si alza ogni giorno e lavora duro per cercare di raggiungere gli obiettivi che mi sono imposto, fino a che Dio mi darà la forza e la salute.

Come sta procedendo la stagione? Qual è l’obiettivo del Municipal?

Il campionato non è iniziato da molto e ci sono molto squadre nel giro di pochi punti. L’obiettivo del Municipal Liberia è di fare un buon campionato, la squadra è formata da ottimi giocatori di esperienza con un mix di giovani di grandi aspettative.

La preparazione alle gare è simile al metodo italiano?

Personalmente non mi sono mai allenato così forte, prima di arrivare in Costa Rica. Gli allenamenti sono ben studiati dall’allenatore e da tutto il suo staff, al fine di tirar fuori il massimo da ogni singolo giocatore. Dal mio punto di vista, gli allenamenti sono differenti da quelli italiani.

Il pubblico è appassionato? Ci sono molti tifosi che seguono la squadra?

Si! Qui il calcio è lo sport principale ed è molto seguito, non solo dal genere maschile. In effetti c’è un alto livello anche di calcio femminile. Gli stadi sono quasi sempre pieni e i tifosi sostengono molto la squadra sia in casa che in trasferta, questa è una delle cose che più mi ha impressionato in positivo.

Cosa fai nel tempo libero?

Nel mio tempo libero lontano dal calcio, faccio esercizi fisici per avere una condizione fisica migliore sul campo e, prima di andare a dormire, studio. Inoltre prego molto, tante volte al giorno, per me è diventata ormai una abitudine a cui non posso fare a meno.

Ti manca l’Italia? Segui le partite di Serie A?

La cosa che più mi manca dell’ Italia è la mia famiglia, sto facendo tutto questo anche per loro, per cercare di dargli felicità con i miei risultati e farli sentire orgogliosi di me, siamo sempre in contatto e li penso sempre. Quando posso, tempo permettendo, cerco di seguire qualche partita di Serie A.

Cosa credi che manchino ai giovani calciatori italiani per spiccare il volo?

Credo che in Italia i calciatori abbiano tanta qualità per arrivare lontano, forse la cosa che più manca è la mentalità di sacrificio. Non bisogna dare il 100% solo nella partita, ma anche durante tutti gli allenamenti della settimana. Penso che sia questo il segreto per arrivare più in alto possibile.

Qual è il tuo sogno ne cassetto?

Non nascondo il fatto che da quando sono arrivato in Costa Rica, sono riuscito a raggiungere degli obbiettivi importanti che mai avrei pensato di ottenere, uno di questi era di riuscire a giocare nel campionato principale.
Ovviamente come lo è un po’ per tutti i calciatori, il sogno è quello di giocare nei campionati più importanti del mondo: Serie A, Liga, Premier ecc… Devo ammettere però che un mio grande sogno sarebbe quello di riuscire in futuro, tramite la mia storia calcistica, a trasmettere alle persone che nella vita, qualsiasi sia l’obiettivo da raggiungere, si deve fare di tutto per coglierlo, anche a costo di andare a vivere dall’altra parte del mondo in un Paese con lingua, tradizione, cultura e mentalità completamente differente dalla nostra.

Dario Sette