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Non tutti si aspettavano una rinascita, ma l’Italians Marco Belinelli ha dimostrato appieno di poter ancora essere protagonista in Nba. È il leader indiscusso di Philadelphia Sixers che tanto bene stanno facendo nei playoff.

La guardia bolognese sta vivendo una delle delle stagioni migliori da quando è sbarcato in Nba. In effetti l’azzurro è anche sua undicesima stagione nel campionato di basket più importante del mondo.

Nelle quattro gare di playoff con i Sixers è stato uno dei giocatori più utilizzati dalla franchigia oltre ad essere il miglior marcatore  con una buona a partita contro i Miami Heat, nell’ultimo match ha messo a segno 10 punti (18esima volta consecutiva in doppia cifra).

In questi primi tre match ma anche da quando è atterrato a Philadelphia il Beli ha dimostrato di essere in forma e di prendere il gruppo in mano.

Ad Atlanta una piccola parentesi  prima del nuovo grande salto in una squadra giovane ma che ha grandissima  prospettive per il futuro.

E Belinelli potrebbe essere il veterano di questo gruppo di cui sin da subito si è fatto notare.

Dopo l’anello vinto nel 2014 con i San Antonio Spurs, il Marco nazionale si sta ritagliando un’altra grande avventura in Nba.

Primo match ball per per Philadelphia che, se dovesse passare al turno successivo, attende la sua avversaria.

Entra nel vivo la stagione di basket Nba. Gli appassionati del basket americano si preparano a vivere un finale di stagione mozzafiato. Tanti i protagonisti che prenderanno parte nella fase che poi conduce alla finale in cui si decreterà il campione del 2018.

Tra questi grandi protagonisti ci sono anche due Italians che tanto bene stanno facendo nelle loro franchigie. Il primo è tornato a dimostrare di essere un grande cestista e che l’Nba fa per lui ed è la guardia Marco Belinelli che, da quando a gennaio è approdato a Philadelphia sta vivendo una nuova “giovinezza” in terra americana.

L’altro è un veterano della panchina. Alle spalle del maestro Gregg Popovich come viceallenatore dei San Antonio Spurs, l’ex ct della nazionale italiana, Ettore Messina,  cercherà ancora una volta di dare il contributo tecnico alla squadra campione Nba del 2014 per andare il più avanti possibile.

Una bella vetrina per la pallacanestro italiana che, in America, dopo qualche anno di appannamento torna ad avere figure all’interno della fase finale della Nba.

Per Belinelli è stato un vero e proprio crescendo in questa stagione. Già ad Atlanta aveva dimostrato di essere in palla, ma è nei 76ers di Philadelphia è veramente tornato a dimostrare tutto il suo talento. Tante partite a segno con giocate sopraffine, mica male per uno che comunque i punti solitamente li fa fare agli altri. Il milanese se la vedrà contro i Miami Heats ad est.

 

PLAYOFFS! #trusttheprocess #Heretheycome #PhilaUnite

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Dal suo approdo ai Sixers sono arrivate 23 vittorie in 28 gare compresa la striscia di 16 successi consecutivi per concludere la stagione regolare. E con il 32enne azzurro gli stranieri di Philadelphia sono diventati sette, un record all’interno della quota di 62 non americani impegnati nella post-season.

Grazie a queste belle prestazioni sono arrivati i complimenti anche dell’ex campionissimo Kobe Bryant

Beli ha tante qualità, ma soprattutto è molto intelligente: sa come muoversi senza palla, sa sfruttare i blocchi. È proprio il tipo di giocatore che serviva a Philadelphia, da mettere accanto a Joel Embiid, che comanda raddoppi in qualsiasi zona del campo, e Ben Simmons, che attaccando il ferro costringe le difese rivali a proteggere l’area. Giocatori che vanno circondati da gente come Marco, che sa muoversi senza palla e tirare da fuori. Per questo non mi ha sorpreso la velocità con cui si è integrato.

Anche per Ettore Messina continua il momento positivo con gli Spurs che per il ventesimo anno consecutivo si qualificano ai Playoff anche se con fatica maggiore rispetto alle scorse stagioni. Tuttavia ora sono lì e non hanno intenzione di gettare subito la spugna. A Ovest se la vedranno contro i favoritissimi Golden State Warriors.

Piangere per lui proprio mentre stavamo per preparagli una bella torta di compleanno. Anche quando si tratta di morte, Lucio Dalla c’ha preso in giro tutti: se n’è andato il primo marzo del 2012 a un passo dal compiere i 69 anni. E i suoi funerali si sono tenuti il 4 marzo, proprio il giorno del suo compleanno come ben ci ricorda una sua canzone autobiografica. Portatore dei valori e dei temi tradizionali della canzonetta italiana, Dalla li ha accolti e fatti propri a modo suo, cantando l’amore senza tempo e spazio in “Caruso”, o la storia malinconica di un barbone che vive nella “Piazza grande” della sua Bologna. Ha cantato e raccontato, però, tutti gli aspetti della quotidianità dandone stesso risalto, stessa importanza.

E tra questi, nei suoi testi c’è tutta la passione per lo sport, diversamente da quello che è il pensiero nobile ed aristocratico di molti cantautori (lo stesso De Gregori, suo grande amico, ebbe difficoltà ad accettare l’inno della Roma scritto dall’amico Venditti). Era da tutti conosciuto come un assiduo frequentatore del Dall’Ara, lo stadio del Bologna calcio, dove era solito sedere accanto a Morandi. Per la stessa squadra scrisse, a quattro mani con  Luca Carboni, Gianni Morandi ed Andrea Mingardi, l’inno dal titolo “Le tue ali Bologna”. Nel 2001, inoltre, compose una canzone “Baggio…Baggio” dedicata al Divin Codino, rinato proprio nella sua breve parentesi bolognese:

Sei mai stato il piede del calciatore che sta per tirare un rigore e il mignolo destro di quel portiere che è lì, è lì per parare…

Ma più di tutto aveva la pallacanestro nel cuore. Da sempre tifoso della Virtus Bologna, con il suo fare da “buffone“, ironizzava sulla sua altezza:

Sono un grande playmaker. Forse il più grande. Mi ha fregato solo l’altezza

Resterà celebre la foto con accanto Augusto Binelli, cestista di oltre 2 metri, entrambi con la casacca bianca con la V nera della Virtus. Eppure nel suo scherzare, ne capiva di basket: ogni tanto scendeva negli spogliatoi, parlava con i giocatori, con la società e tutti accettavano i consigli (e qualche volta le critiche) che era solito impartire, sempre con grande pacatezza. Tifoso sì, ma sempre composto.

La sua altra grande passione erano i motori, le corse automobilistiche. In “Nuvolari” (traccia di spicco del disco “Automobili”, tutto incentrato sulle corse), narra, con ritmi accelerati e frenetici, l’esaltazione mista a mistificazione della folla, disposta ad aspettare un tempo infinito per poi vedere sfrecciare in un manciata di secondi, quando  giunge dall’orizzonte, quel tipetto “basso di statura, al di sotto del normale”. Ed infatti “la gente arriva in mucchio e si stende sui prati, quando corre Nuvolari, quando passa Nuvolari, la gente aspetta il suo arrivo per ore e ore e finalmente quando sente il rumore salta in piedi e lo saluta con la mano, gli grida parole d’amore, e lo guarda scomparire come guarda un soldato a cavallo”.

Un trasporto emotivo che trova l’apoteosi in una canzone, scritta nel 1996, che ricorda Ayrton Senna, pilota di Formula 1, tragicamente scomparso due anni prima in un incidente in pista ad Imola. Un testo, interpretato in prima persona, da leggere tutto d’un fiato: “Il mio nome è Ayrton e faccio il pilota e corro veloce per la mia strada anche se non è più la stessa strada anche se non è più la stessa cosa anche se qui non ci sono piloti anche se qui non ci sono bandiere… E ho deciso una notte di maggio in una terra di sognatori ho deciso che toccava forse a me e ho capito che Dio mi aveva dato il potere di far tornare indietro il mondo rimbalzando nella curva insieme a me mi ha detto “chiudi gli occhi e riposa” e io ho chiuso gli occhi”.

 

Ha dato tanto alla canzone italiana e nel suo piccolo, anche al mondo dello sport che non lo ha dimenticato. La Gazzetta dello Sport, il giorno dopo la sua morte, ha reso omaggio al cantautore intitolando ogni articolo in prima pagina con una sua canzone. La partita di calcio Bologna – Novara, in programma la domenica dopo alle 15.00, fu  spostata alle 18.30, dando la possibilità di essere presenti al suo funerale. La Virtus Bologna che ha intitolato la Curva Ovest dov’era solito guardare i match, è scesa in campo sulle note di “Caruso”.

Tra i tanti messaggi, c’e anche quello dell’allenatore Emiliamo Mondonico. Quel giorno disse:

Sono rammaricato di non essere  potuto andare quando sono morti Lucio Battisti e John Lennon, Lucio  Dalla non potevo non venire a salutarlo. Per me Lucio Dalla è stato molto  importante, ha circa la mia età e perciò mi ricorda la mia vita. E’ un pezzo di noi che viene a mancare

La storie legate alle nascite dei loghi e dei simboli sono quasi sempre un po’ surreali e particolari, come lo ‘ sicuramente quella legata alla nascita di Adidas e Puma o quella legata alla collezione Air di Nike.

Altrettanto suggestiva è il racconto che circola intorno a uno dei loghi più importanti sia a livello di immagine che a livello economico: quello del National Basketball Association (o molto più noto e più semplice Nba).

Quello che a tutti gli effetti è l’icona mondiale del basket è stata creata quasi 50 anni fa nel lontano 1969.

In quello specifico anno la Nba non era il colosso mondiale che è ora anzi doveva giocarsela molto con la sua rivale: l’American Basketball Association. Un conflitto su diversi fronti: tifosi, giocatori, media e milioni di dollari.

I membri della Nba si rivolsero al colosso americano della comunicazione e dell’immagine, la Siegel+Gale. Il fondatore dell’azienda, Alan Siegel, alla ricerca di una musa ispiratrice, fu abbagliato da un’immagine che ritraeva il cestista statunitense dei Lakers, Jerry West, in azione.

Per Siegel era la foto perfetta, che rappresentava l’essenza del basket. Uno scatto che includeva sia dinamicità che verticalità oltre all’espressione vera dell’essenza del gioco.

In realtà il collegamento West-Logo non è mai stato concretamente ufficializzato, altrimenti gli dovrebbero una quantità incredibile di soldi in diritti d’immagine. Tale storia però è ormai nota a tutti nell’ambiente, tanto che ormai il diretto interessato (è soprannominato proprio The Logo) non ne fa più mistero è ha spesso dichiarato che avrebbe preferito non essere più raffigurato in quel simbolo.

Tuttavia pare sia proprio impossibile che il logo venga cambiato dato che oramai genera una barca di soldi. Oramai l’alchimia tra West e il marchio Nba sono così intersecati che l’idea di vederne un altro, non passa nemmeno per la mente a qualcuno.

Sarebbe come togliere la mela dalla Apple o il cavallino rampante alla Ferrari.

È stata la più grande squadra di basket della storia.

Chi ha avuto modo di ammirarli tutti insieme alle Olimpiadi di Barcellona 1992, deve ritenersi fortunato.

12 cestisti, 12 fuoriclasse, 12 campioni del torneo cestistico più importante del mondo. Un vero e proprio Dream Team.

Questa magnifica squadra ha avuto come protagonisti fuoriclasse come Michael Jordan, Magic Johnson, Larry Bird e tanti altri.

E se il coach americano Chuck Daly lo definì un gruppo in cui “era come se avessero messo insieme Elvis e i Beatles”, beh non aveva tutti i torti.

Tra i leader (da mettere in evidenza dato il grande valore del team) di quella squadra da sogno c’era, tra gli altri, Michael Jordan il quale, ancor prima di partire per la Catalogna avanzò una sola richiesta al comitato olimpico americano:

O me, o Isiah Thomas!

Non proprio una pretesa leggera quella di MJ, che però fu accolta. E così il possibile MVP delle Finals 1992, presenza fissa agli All Star Game e timoniere di quei Detroit Pistons bicampioni del mondo a cavallo tra 1989 e 1990, fu lasciato a casa.

La squadra stellare fu scelta dopo il doppio flop: alle Olimpiadi di Seul 1988 e al Mondiale 1990 in Argentina, ed è per questo che l’Usa Basketball fu indotta a optare per le carte migliori.

Quell’Olimpiade fu vinta a mani basse dagli Stati Uniti che in ogni match asfaltava i propri avversari, d’altronde quando hai 12 campioni in squadra era difficile pensare diversamente. In tutti gli scontri vinti, gli Usa schiacciarono i propri avversari con punteggi quasi umilianti.

Persino la Croazia del fuoriclasse dei Nets di Drazen Petrovic, si dovette arrendere alla potenza del Dream Team.

Lo spogliatoio americano era sempre ben caldo e, se il coach Daly era riuscito a metterli insieme, le divergenze sportive dell’Nba si sentivano eccome.

L’avventura vincente di Barcellona segnò anche un’altra importantissima tappa di quel gruppo. Il 22 luglio 1992, nel ritiro di Montecarlo fu disputate la partita più grande della storia del basket. I ragazzi di quel Dream Team si sfidarono in un match a porte chiuse, che andava ben oltre un’amichevole interna. Era un match sentitissimo che ha segnato il basket in quegli anni e in quelli futuri.

La partita fu voluta da un preoccupato Chuck Daly per il clima eccessivamente rilassato in cui vivevano i suoi campioni, in vista proprio dei Giochi Olimpici. John Stockton e Clyde Drexler, infortunati, rimasero in infermeria.

Due gruppi divisi:

Il team Magic Johnson in maglia blu con: Christian Laettner, Charles Barkley, David Robinson, Chris Mullin, Magic Johnson

Il team Michael Jordan in maglia bianca con: Larry Bird, Karl Malone, Patrick Ewing, Scottie Pippen, Michael Jordan

Date tutto quello che avete. Ora, e tutto!

Le parole del coach Daly. Ma loro non avevano bisogno di essere caricati, quella partita la sentivano più delle altre.

Il match fu rigorosamente a porte chiuse tra Magic e Jordan: le gerarchie consolidate dell’Nba contro il Campionissimo reduce dal primo back-to-back.

Ad arbitrare un signore italiano di cui non si ricorda nessuno il nome. Un match in cui se ne diedero di santa ragione e dove i media riuscirono ad entrare solo per l’ultima parte dell’allenamento.

I dirigenti di USA Basketball cacciarono addirittura i responsabili delle pubbliche relazioni dell’Nba e i tecnici video Nba Show. Un unico cameraman, Pete Skorich, che era l’uomo di fiducia ai Pistons per Chuck Daly, ebbe la possibilità di registrare l’evento. Fu un universo chiuso, un piccolo mondo segreto in cui dieci dei migliori giocatori di basket al mondo in cui ne sono viste di cotte e di crude.

Sono trascorsi trent’anni da quella famosa notte Nba in cui Michael Jordan segnò la storia della pallacanestro al limite del paranormale.

Era la sera del 6 febbraio 1988 e nello storico Chicago Stadium (demolito nel ’94 per far posto all’attuale United Center) andava di scena una delle finali di Slam Dunk Contest (il minitorneo Nba sulle schiacciate) più belle e avvincenti di sempre.

L’atto finale dell’evento mise a confronto due campioni dell’Nba di quel periodo, Dominique Wilkins stella degli Atlanta Hawks e appunto il grande “Air” Michael Jordan con la maglia n°23 dei Bulls.

Uno scontro bellissimo tra i due fuoriclasse al limite della perfezione e dell’equilibrio.

Infatti, Wilkins è il migliore al primo turno (96), Jordan al secondo (146, con una dunk da 50, massimo possibile) per poi ritrovarsi uno di fronte all’altro in finale. Tre schiacciate a testa, un 45 e due 50 per “The Human Highlight Film”; Jordan avrebbe dovuto registrare un 48 per eguagliarlo e un 49 per batterlo nell’ultima dunk in programma.  Serviva qualcosa di inimmaginabile per rompere quella parità e Michael Jordan lo ha fatto.

Foto saltata fuori qualche anno fa, scattata da qualche tifoso sugli spalti del Chicago Stadium

E quando il grande Larry Bird disse la famosa frase: “Penso sia semplicemente Dio travestito da Michael Jordan”, in quel preciso istante non ha avuto tutti i torti.

Nell’ultima schiacciata dalla lunetta, Jordan sfoderò un colpo micidiale un salto in cui il campione americano rimase per qualche secondo fermo, prima di schiacciare la palla con forza nel canestro, con conseguente visibilio del pubblico presente. Ovviamente non fece ne 48 e ne 49, bensì 50 l’en plein.

Un gesto immortalato persino da un marchio di scarpe e poi di abbigliamento Nike che ne ha fatto per sempre Michael ‘Air’ Jordan.

Non solo, quel magnifico gesto è stato ripetuto anche nel famosissimo film “Space Jam” in cui Michael Jordan interpretava se stesso e giocava a basket con i personaggi della Warner Bros, i Looney Tunes.

Tornando a quella sera, rimase a bocca aperta perfino Doctor J, Julius Erving, il primo a far diventare quel gesto un’opera d’arte sportiva, e si capì che la Nba aveva il suo nuovo re ed era definitivamente sbocciato il migliore giocatore della storia del basket.

Se pensi a Michael Jordan, istintivamente, di seguito, ti verranno in mente il logo dei Chicago Bulls, lo spettacolo dell’Nba, i sei anelli vinti con due Three-peat (91-92-93 e 96-97-98), il film Space Jam con i Looney Tunes e il numero 23. Talmente cucito addosso che è diventato icona da venerare e rispettare negli anni da appassionati e sportivi. Massimo Ambrosini, ex-centrocampista del Milan, per esempio, ha scelto il 23 come numero di maglia proprio in onore di MJ. I Miami Heat, squadra in cui Jordan non giocò mai, la ritirarono nel 2003.
La storia del prestigioso numero, fatto di adii, ritiri e ritorni lega sua maestà Jordan in un rapporto simbiotico ed eterno, ma in realtà, “l’incontro” fu abbastanza fortuito e forzato.

Durante il periodo all’High school, Jordan dovette decidere il numero da indossare: lui voleva il 45, ma all’epoca era lo stesso numero che vestiva suo fratello Larry. Air Jordan decise quindi di dimezzare il numero 45 arrotondandolo, poi, per eccesso: ecco come nasce il 23.
In realtà il rapporto con il 45 avrà più di un seguito: è con questo numero che, nel 1994, dopo il momentaneo ritiro dal basket, affrontò la sua modestissima avventura nel baseball, in Minor League, con i Birmingham Barons; ed è con lo stesso 45 che, nel 1995, annunciò il suo ritorno in Nba.

È il 18 marzo 1995 quando, alle 11:40, venne diramato un breve comunicato: «Michael Jordan ha informato i Bulls di aver interrotto il suo volontario ritiro di 17 mesi. Esordirà domenica a Indianapolis contro gli Indiana Pacers».
Il giorno dopo, durante una conferenza stampa, che Michael Jordan disse una semplice frase destinata a rimanere nella storia: «I’m back» (Sono tornato).
Essendo, però, la mitica 23 ormai ritirata e appesa al soffitto del nuovo United Center in segno di devozione e rispetto, Michael scelse di usare il 45.

Fu accolto da tutti come un eroe, ma qualcosa in lui non funzionava: giocò 17 partite, le peggiori in regular, per media punti e tiro dal campo, dal 1986 al 1998.
Episodio chiave il 7 maggio 1995, gara-1 della semifinale della Eastern Conference tra Orlando e Chicago, partita 17esima per Jordan. I Magic vinsero con un canestro, a sei secondi dalla fine, firmato Horace Grant su clamoroso recupero su Michael Jordan.

MJ non ci pensò su due volte: niente da fare, si cambia numero. Tre giorni dopo, in gara-2, la stella dei Chicago si ripresentò in campo col 23, all’insaputa di tutti, compagni inclusi. L’Nba non gradì e multò i Bulls di 25mila dollari per non aver comunicato il cambio di numero. Ma a Chicago questo non importava: Jordan fu di nuovo Jordan, con uno show da 38 punti che regalò ai Bulls l’1-1 nella serie.

Qualche giorno dopo, Jordan disse:

Penso sia stato un problema di fiducia. Il 23 è quello che sono e me lo terrò fino a quando non smetterò di giocare a basket. Quindi perché cercare di essere qualcun altro?

Non sono molti gli italiani che hanno avuto l’onere e l’onore di calcare i parquet dell’Nba, di sicuro Marco Belinelli ne ha girate di arene nei sui 11 anni americani.

La guarda bolognese, infatti, con l’ultimo debutto con i Philadelphia 76ers ha raggiunto quota 9 squadre in Nba. Nove debutti diversi per uno dei cestisti italiani più importanti della storia del basket azzurro.

Let’s gooooo !!! #trusttheprocess

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Certo non se lo sarebbe mai aspettato, il nostro Marco, quando nel 2007 ha lasciato la sua amata Bologna per trasferirsi nel campionato di pallacanestro più bello ed entusiasmante del mondo.

A quasi 32 anni ha deciso di voltare nuovamente pagina e di tuffarsi appieno nella sua nuova avventura con i Sixers. Il suo trasferimento è stato un po’ inaspettato e inusuale dato che la sua vecchia squadra, gli Hawks di Atlanta, non avevano accettato nessuna offerta recapitatoli e quindi nell’ultimo giorno di mercato, l’azzurro ha sciolto il suo contratto per poi accettare la proposta della franchigia della Pennsylvania.

Ottimo il suo debutto, ma facciamo un percorso tornando indietro di 11 anni.

GOLDEN STATE

A portarlo in  America sono i Golden State Warriors, Marco è la scelta come primo europeo. Con la squadra di Oakland esordisce nella Summer League di Las Vegas l’8 luglio 2007 realizzando 37 punti con 14/20 dal campo e 5/7 nel tiro da 3 in 40 minuti di gioco, Fino ad allora seconda migliore prestazione nella breve storia del precampionato americano.
Il 30 ottobre successivo fa il suo esordio in Nba contro gli Utah Jazz, realizzando 6 punti in 12 minuti. Tuttavia la prima stagione non è esaltante. La seconda invece è partita col piglio giusto e la chiuderà con una media di 8,9 punti, 1,7 rimbalzi e 2,1 assist a partita e un utilizzo medio di 21 minuti.

TORONTO RAPTORS

Nel 2009 vola a Toronto e raggiunge l’altro azzurro in Nba, Andrea Bargnani. Le difficoltà sono parecchie dovute al fatto di non essere il titolare, anche se il minutaggio è migliore rispetto all’esperienza con i Golden State. Il mancato approdo ai playoff, scombussola tutti i piani e a fine stagione decide di lasciare il Canada.

NEW ORLEANS HORNETS

Nel 2010 a New Orlans, Belinelli diventa titolare e fulcro centrale della squadra. Dopo la fine della stagione ottiene insieme alla squadra il passaggio ai playoff con il settimo posto nella Western Conference. Arriva l’esordio nella fase finale del campionato, ma gli Hornets perdono 4-2 contro i Lakers.
La seconda stagione per la franchigia della Louisiana è quella del flop con l’ultimo posto in classifica di Conference. Belinelli decide di cambiare aria.

CHICAGO BULLS

Il prestigio di calcare il parquet dello United Center dove il grande Michael Jordan ha fatto la storia del basket è stato tanto. Ai Bulls nel 2012/13, seppur non giocando da titolare (su 73 partite, solo 27 nel quintetto base), riuscì a ritagliarsi uno spazio in squadra. Il 5 maggio 2013 con la vittoria dei Bulls 99-93 contro i Nets, e 24 punti messi a segno da Belinelli, l’azzurro diviene il primo giocatore italiano a superare il primo turno di playoff nell’Nba.

SAN ANTONIO SPURS

Sicuramente l’esperienza più emozionante è stata quella con gli Spurs, grazie anche il titolo vinto nel 2014 oltre che al premio personale dell’Nba Three-point Shootout. La prima stagione con i San Antonio è quella dei record. Marco Belinelli oltre a essere un maestro dai tre punti, diviene il primo giocatore dell’Italia a vincere prima una Nba Conference (la Western) e successivamente anche l’anello, nella serie finale vincente contro i Miami Heat.

SACRAMENTO KINGS

Il passaggio ai Kings, dopo le gioie con gli Spurs, risulta fallimentare. Una stagione che lo stesso Belinelli ha più volte ribadito “la sua peggior stagione in Nba”. Fischiato anche dal pubblico, decide di lasciare quanto prima la California.

CHARLOTTE HORNETS

Dopo il flop con i Kings, arriva il riscatto con gli Hornets. La guardia azzurra viene addirittura accolto dal presidente del team, il grande Michael Jordan. Il suo ottimo inizio di stagione venne frenato da una distorsione alla caviglia. Comunque sia la partenza del campionato è buona per la squadra, ma a gennaio qualcosa si rompe e i playoff sono un miraggio. A fine anno, un po’ a sorpresa, arriva l’ennesima trade.

ATLANTA HAWKS

Dal giugno 2017 a pochi giorni fa. Questa è stata l’esperienza ad Atlanta per Belinelli. Gli Hawks, in piena ricostruzione, non sono certi favoriti per una grande stagione. Tuttavia i mesi ad Atlanta, in un gruppo poco forte, ha fatto sì che Marco tornasse a fare bene. Gioca oltre 23 minuti a partita segnando 11,4 punti di media ed è anche per questo che i Philadelphia hanno ora puntato su di lui.

Un ritiro di maglia è un gesto sportivo molto importante che sottolinea e rafforza il legame tra una squadra e il suo protagonista.

Succede in quasi tutti gli sport di squadra nel calcio, nel baseball e pure nella pallacanestro.

Proprio nel basket sta diventando sempre più una consuetudine, soprattutto nel campionato americano dell’Nba, in cui solamente Clippers, Grizzlies e Raptors fanno eccezione.

Fresca è l’ufficialità del ritiro della storica 34 dei Boston Celtics indossata da Paul Pierce per ben 14 anni. Con i Celtics ha vinto un campionato Nba nel 2008 con il titolo personale di MVP della Fase Finale. Dalla stagione 2001/02 detiene il record della storia della franchigia a guidare l’NBA per punti segnati in una stagione: 2144.

Davanti proprio alla platea del The Garden stracolma di tifosi green, c’è stata l’emozionante post partita che ha visto come protagonista la guardia originaria Oakland. Uno show da brividi per esaltare ciò che il campione americano ha realizzato nella sua lunga carriera nel Celtics, che a loro volta lo hanno omaggiato con lo storico ritiro di maglia. Sono così 22 i numeri di maglia ritirata dalla franchigia bostoniana.

Come Paul Pierce anche altre stelle dell’Nba hanno avuto questo grande onore: il ritiro della maglia, che viene poi appesa ai soffitti delle arene dove tutti le possono ammirare.

Proprio i Celtics conservano gelosamente questo tipo di cultura, grazie anche ai suoi 17 titoli. Tra le ventidue maglie c’è il 33 dell’ala Larry Bird. The Legend ha guidato i Celtics dal 1979 al 1992.

In ordine cronologico, invece, prima di Paul Pierce è stato Tim Duncan degli Spurs. San Antonio ha voluto ritirare la storica 21 dell’ala grande, indossata per 19 anni (con annessi 5 titoli Nba in bacheca).

Ovviamente se pensiamo ai campioni e figure storiche dell’Nba, non possiamo che far riferimento al grande MJ, Michael Jordan. A Chicago domina la sua immagine e ricordiamo che la sua 23 è stata prima ritirata nel 1994, quando MJ abbandonò per la prima volta il basket per il baseball. Dopo una piccola parentesi con il 45, la 23 tornò al suo legittimo proprietario per poi essere definitivamente ritirata al suo addio.

Tra le franchigie che ha avuto più campioni dell’Nba ci sono sicuramente i Lakers. La squadra di Los Angeles conta, dunque, anche tanti ritiri di maglie. Tra le stelle storiche della squadra americana ci sono campionissimi come Kareem Abdul-Jabbar, Magic Johnson, Shaquille O’Neal e Kobe Bryant, i quali hanno vinto il premio come miglior giocatore dell’anno MVP. Proprio le maglie di questi quattro fuori classe sono appese al soffitto dello Staples Center. MJ ha avuto l’onore di avere un ritiro maglia anche da una squadra in cui non ha mai giocato, Miami Heat.

Dal 1975 al 1989 Abdul-Jabbar ha giocato per i Lakers con addosso la mitica 33 gialloviola. Cinque titoli in bacheca e miglior marcatore della storia Nba (38387 punti). Particolarità del campione americano è che sia stata ritirata la 33 anche della sua prima squadra con cui ha vinto il titolo nel 1971, i Milwaukee Bucks.

I Lakers hanno ritirato anche la 32 dell’attuale presidente gialloviola, Magic Jhonson. Considerato uno dei cestisti più forti della storia. Il playmaker che ha fatto scintille negli anni ’80.

Rimanendo a Los Angeles, non possiamo dimenticarci del gigante Shaquille O’Neal il quale, approdato nei Lakers ha dovuto rinunciare al suo amato 32 (appartenuto proprio a Magic Jhonson), per ripiegare sul 34 che poi è diventata la maglia dei 3 titoli con i gialloviola e uno con gli Heat. Anche la squadra di Miami ha deciso di appendere la gigante canotta di O’Neal nell’America Airlines Arena.

L’ultimo dei Lakers è stato comunque Kobe Bryant. Nel 2017 sono state appese le sue due maglie, la numero 8 e la numero 24 (delle due esperienze a Los Angeles). Inutile ribadire la grande carriera che ha vissuto Bryant, una delle ultime stelle del basket mondiale.

Uno che ha lasciato il segno in due città è stato anche Julius Erving. A Doctor J è stata ritirata la numero 6 dai Philadelphia 76ers e la numero 32 dei Nets.

I New Jersey Nets, inoltre, si sono trovati inaspettatamente a ritirare la maglia n°3 del croato Drazen Petrovic nel 1993, dopo il grave incidente che costò la vita al primo cestista europeo a diventare una superstar nel basket americano.

Gli Utah Jazz hanno voluto omaggiare una delle coppie più prolifiche dell’Nba: John Stockton e Karl Malone. Insieme dal 1985 al 2003, la franchigia ha voluto appendere le canotte 12 e 32 all’interno dell’arena di Salt Lake City.

L’Indiana è terra di basket ed è per questo che per ottenere un ritiro maglia devi aver creato qualcosa di leggendario. Tra i cinque giocatori appesi al soffitto c’è Reggie Miller, dal 1987 al 2005 a Indiana, co cui ha messo a segno oltre 25mila punti.

A due europei dei Sacramento King è stato concesso questo onore: Vlade Divac (1999-2004) e Peja Stojakovic (1999-2006). Oltre a questi due, i Kings (così come i Magic) hanno ritirato anche la 6 in onore del pubblico, inteso come sesto uomo in campo.

È sempre bello vedere i festeggiamenti italiani in terra americana. Fa strano, ma è una bella sensazione e una forte emozione.

Così com’è stata per gli italiani presenti allo Staples Center di Los Angeles in occasione dell’Italian Heritage Night. Un’intera notte dedicata al tricolore nella patria Nba dei Clippers. Proprio nella squadra americana gioca un italiano doc: Danilo Gallinari, anche se in questo periodo è infortunato.

I L.A. Clippers, in partnership con l’Istituto Italiano di Cultura di Los Angeles e in collaborazione con Universal Music Italia e con Italian National Tourist Board, hanno voluto dedicare un’intera notte al Bel Paese.

Alla serata ha preso parte anche l’ex calciatore della Juventus e della Nazionale italiana, Alessandro Del Piero.

L’apertura dei festeggiamenti non poteva che essere con l’inno di Mameli, cantato dalla soprano Elisabetta Russo. Prima del match una serie di spettacoli d’intrattenimento oltre che la consegna di speciali bobble-head di Danilo Gallinari destinati ai primi 10mila supporters arrivati all’arena Staples Center, t-shirt personalizzate, promozioni sulle pizze, gadget e molto altro.

Gioia sia per i tanti italiani presenti sugli spalti che per l’ex bandiera della Juventus, il quale ha seguito il match a bordo campo con la grande passione che ha per il basket e per la Nba.

Sono molto felice di rappresentare la comunità italiana Danilo Gallinari, che ora è infortunato, e Marco Belinelli sono tra i migliori giocatori italiani, sono fantastici e amati da tutti.
Giannis Antetokoumpo, insieme a Porzingis è uno di quelli che fa vedere qualcosa di diverso in campo. Ha un grande potenziale e sta già giocando a livelli incredibili. Sono curioso di scoprire cosa sarà in grado di fare in futuro!