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1999

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Il calcio femminile negli ultimi anni ha fatto passi da gigante in Brasile per considerazione e dignità. Come raccontato, molto è stato ispirato dal talento di Marta, ma questo progresso non si sarebbe mai potuto concretamente realizzare senza le solide basi poste dalla precedente generazione di calciatrici.

Alla guida di questo grande e pionieristico gruppo c’era un altro talento, un altro numero 10, Sisleide Lima do Amor, meglio nota come Sissi che, proprio come Marta e molte altre colleghe, ha iniziato a giocare per strada con i ragazzi delle favelas: «Qualsiasi cosa io la vedevo come una potenziale palla da calciare, dalle arance ai calzini arrotolati fino ad arrivare alle teste delle bambole», ha detto l’ex-talentuosa centrocampista che oggi ha 52 anni ed è allenatrice. Ha lasciato casa a 14 anni per provare a vivere di calcio, una scelta che l’ha ripagata nonostante fatiche e sofferenze.

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Una carriera vissuta per 25 anni con l’apice raggiunto indossando la maglia verdeoro nel Mondiale del 1999, quello americano, concluso con il terzo posto del Brasile che, pur avendo partecipato in tutte le edizioni della Coppa del Mondo, non ho ancora sollevato l’ambito trofeo iridato. Nel Mondiale a stelle e strisce, Sissi venne premiata con la scarpa d’oro – assieme alla cinese Sun Wen – come riconoscimento per aver vinto la classifica dei cannonieri con 7 reti, due dei quali proprio contro l’Italia.

Ma c’è un gol che racchiude la grandezza di questa giocatrice:  al Jack Kent Cook Stadium di Landover, il 1° luglio 1999, è in programma il quarto di finale tra Brasile e Nigeria. Una partita spettacolare, rocambolesca e piena di colpi di scena con la Seleção che va sopra 3-0 dopo 35’, ma si fa incredibilmente raggiungere nel secondo tempo con la Nazionale africana che segna il gol del 3-3 a cinque minuti dal termine con Egbe. Si va così ai supplementari dove vige la regola infima e infame del golden goal (in vigore dal 1994 al 2003): al minuto 104, Sissi si prende l’incarico di calciare una punizione dalla distanza, piazzata sul lato alto del campo. Quando tutti pensavano a un cross, la numero 10 ha fatto partire un sinistro tanto delicato quanto beffardo che si è insaccato in rete dopo aver toccato il palo destro. Nella storia dei Mondiali femminili questo sarà ricordato come il primo e unico incontro decido con il golden goal.  

 

Al di là del terzo posto, Sissi&Co. hanno seminato il terreno per gli anni avvenire, aprendo così la strada alle medaglie d’argento alle Olimpiadi di Atene 2004 e Pechino 2008 e un secondo posto ai Mondiali del 2007. Dopo le apparizioni in tre edizioni della Coppa del Mondo femminile (1991, 1995 e 1998) e due Olimpiadi (1996 e 2000), nel 2001 Sissi si trasferì negli Stati Uniti, continuando a stupire per il suo gioco e la sua voglia di incantare: Ho avuto tanto dal calcio e mi sento in dovere di restituire qualcosa», ha detto l’icona Canarinha, che nel 2009 e all’età di 42 anni si è messa in luce con la squadra statunitense FC Gold Pride, dove ha assunto l’incarico di vice-allenatrice per uno stagione. «Il calcio è la mia vita, semplicemente non riesco a immaginare di fare altro».

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Sono passati 19 anni, diciannove lunghi anni ma, quello che nel 1999 ha fatto Mario Cipollini è rimasto nella storia del ciclismo internazionale.

Il Re Leone riesce a portare a casa 4 vittorie di tappa consecutive al Tour de France. Evento spettacolare quanto altrettanto difficile da ripetere.

Tutto inizia il 7 luglio, tappa numero quattro della 86esima edizione della Grande Boucle. Centonovantuno chilometri da Laval a Blois (sino ad allora la tappa più lunga della storia del Tour). Cipollini torna protagonista dopo un periodo di crisi che lo affliggeva da qualche mese.

Una giornata perfetta per il velocista azzurro che, insieme al folto gruppo, sono giunti al traguardo con 25 minuti d’anticipo rispetto alle previsioni, polverizzando il precedente primato, con una velocità media di 50,356 km/h.
A guidare il gruppo il campione italiano che, sulla linea del traguardo ha bruciato Zabel, O’Grady e Steels. Una vittoria importantissima per SuperMario del team Saeco, il quale finalmente riesce ad alzare le braccia al cielo, dato che nelle precedenti tappe, per un problema o per un altro, non era riuscito a esprimersi al meglio.

Il giorno dopo la grande vittoria a Blois, il nostro Cipo si ripete e stavolta lo fa da Bonneval ad Amiens. Seconda tappa pianeggiante con i corridori tutti attaccati al gruppone di partenza. Tutto si decide nuovamente all’arrivo e, Mario Cipollini bissa il successo del giorno prima. Decima vittoria della sua carriera alla Grande Boucle.

“Dalla Terra alla Luna, dalla polvere alle Stelle”

Cosi la Gazzetta dello Sport citava la vittoria del velocista toscano, nella città che fu di Jules Verne. Più tranquillo dopo l’impresa della tappa precedente, ha potuto levare le braccia al cielo e guardarsi indietro tagliando il traguardo. Ottimo lavoro di squadra della Saeco.

Il 9 luglio, non c’è due senza tre! Ancora Cipollini. Da Amiens a Maubeuge, SuperMario vince ancora ed eguaglia il record di Gino Bartali del 1948. Prima di Ginetaccio nessun altro italiano era riuscito a tagliare tre volte consecutive il traguardo nella corsa francese.
Stavolta la vittoria è arrivata grazie alla squalifica del belga Steels il quale ha prima spinto Svorada e poi tagliato la strada proprio all’italiano.

Il capolavoro però, il SuperMario nazionale lo fa nella settima tappa. Quarta vittoria seguente al Tour e record personale della storia della corsa francese. Infatti prima di Cipollini mai nessuno era riuscito a vincere 4 tappe consecutive dal 1930, anno della prima edizione della Grande Boucle. Dopo quell’impresa il nostro SuperMario si è trasformato in SuperPoker.

Quello fatto da Cipollini, infatti, è rimasto negli annali del ciclismo italiano per quello che è stato uno dei più forti velocisti degli ultimi 30 anni.

Ci sono due medaglie d’oro che si passano 16 anni di distanza, ma uno stesso scenario: la Francia. E il medesimo avversario in finale: la Spagna.
C’è il basket italiano sul tetto d’Europa nel 1983 a Nantes e nel 1999 a Parigi. Secolo scorso, millennio passato.

Nantes 1983

Nel Girone B, per esempio, URSS e Germania Ovest si scontravano sul parquet, ma le scintille andavano oltre il palazzetto. E poi c’era il girone A con Italia, Spagna, Francia, Jugoslavia, Grecia e Svezia. Passavano solo le prime due.
Eppure l’impresa di 34 anni fa (perché di impresa si parla) confermò la forza di un gruppo che aveva vinto a Mosca, l’anno prima, l’argento alle Olimpiadi. Un’Olimpiade monca per il boicottaggio statunitense. L’Europeo del 1983 fu un autentico atto di forza e di sovversione: cinque partite su cinque vinte nel girone, poi giù con l’Olanda sbolognata in semifinale e poi Spagna in finale. Era il 4 giugno 1983 e la vittoria per 105 a 96 chiuse il cerchio magico aperto proprio contro gli spagnoli, nella prima gara di Limoges.
Lì il primo segno di un percorso che sarebbe diventato fantastico: il canestro sul “ferro e dentro” di Pierluigi Marzorati e vittoria allo scadere di misura. E poi il bacio al pallone di Charlie Caglieris al suono della sirena nella finale contro la Spagna. In mezzo una scazzottata nera contro la Jugoslavia, con tanto di paio di forbici branditi Goran Grbovic.

Quella vittoria della pallacanestro italiana guidata da coach Sandro Gamba e dal magistrale Dino Meneghin è una delle pagine più belle della nostra storia sportiva. Questi gli uomini d’oro di Nantes, oltre a SuperDino: Marco Bonamico, Roberto Brunamonti, Carlo Caglieris, Ario Costa, Enrico Gilardi, Pierluigi Marzorati, Antonello Riva, Romeo Sacchetti, Renzo Vecchiato, Renato Villalta e Alberto Tonut.
Una convocazione, quella di Tonut, che oggi fa sorridere: rimasto fuori dalla lista dei convocati, passò una giornata a mare con amici e con la ragazzi. Aveva solo 21 anni anni. Tornato a casa, la madre disse di aver ricevuto la chiamata di convocazione in Nazionale e lui ovviamente lo prese come uno scherzo. No, era tutto vero.

PARIGI 1999

Chi crebbe a pane e miti come Meneghin e Caglieris fu la generazione d’oro del 1999, quella fatta di grandi nomi, ma anche di spalle solide che sapevano giocare di squadra, nonostante le individualità di spicco. Se nel 1983 non figurava nessun italiano nel quintetto tipo di quell’Europeo, nell’edizione di fine secolo c’erano Gregor Fucka (anche MVP del torneo), Carlton Myers e Andrea Meneghin.
Sotto canestro Roberto Chiacig e Denis Marconato trasmettevano sicurezza, dietro c’era la fantasia e lo spirito vincente di Alessandro Abbio, Gianluca Basile e Davide Bonora. Jack Galanda poteva essere decisivo anche ad altissimo livello. Sandro De Pol, Michele Mian e Marcelo Damiao erano lì pronti a dare l’anima.

E l’allenatore? Bogdan Tanjević, infinita conoscenza del basket e di come si gestisce un gruppo, uno che ha lasciato a casa Gianmarco Pozzecco. L’Italia passò il girone come seconda dietro la Turchia, poi una lunga cavalcata verso la finale fatta di deja vu: battuta la Russia ai quarti, ecco nuovamente la Jugoslavia, superata questa volta senza rissa. E poi la Spagna ancora a sbarrare la strada nella finale. Il risultato sorride nuovamente agli azzurri: 64 a 56 con 18 punti infilati da Myers.

Da un Meneghin a un altro. Amici veri: ecco la ricetta per essere sul trono d’Europa e ancora oggi nei cuori non più giovani dei tifosi.