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La doppietta di Zlatan Ibrahimovic regala uno slancio in più alla competizione calcistica americana che più di ogni altra al momento sta appassionando il popolo a stelle e strisce.

Dopo l’esclusione ai Mondiali di Russia 2018 che, come è successo anche alla nazionale azzurra, è una ferita aperta difficile da accettare, adesso si guarda avanti e si concentrano tutte le attenzioni sulla Major League Soccer, il più importante campionato nordamericano di calcio per club.

La competizione ha preso il via lo scorso 3 marzo e sono diverse le squadre che si contendono il titolo. E, dopo la partita dello scorso 31 marzo, tra queste viene promossa a pieni voti anche la squadra dei Los Angeles Galaxy, dove ha esordito in grande stile il calciatore svedese Ibrahimovic.

I risultati della scorsa stagione per il Galaxy non sono affatto soddisfacenti. Basti pensare che nell’ultima competizione sono arrivati ultimi. Ma con l’arrivo di Ibrahimovic si torna a sperare in un cambiamento e in una ripresa che può portare l’intera squadra al successo di un tempo. Anche perché le sue avversarie non sono proprio da sottovalutare, cominciando dalla prima classificata del campionato precedente, il Toronto.

Le punte di diamante della squadra americana la rendono quasi imbattibile. Primi fra tutti il nostro italians Sebastian Giovinco, che ha portato il Toronto alla vittoria, innalzando la coppa della Major League Soccer 2017.

Il capocannoniere, che ha all’attivo ben 16 gol, è affiancato da giocatori altrettanto forti come l’ex Chievo e Roma, Michael Bradley, e Víctor Vázquez, per formare un team che vuole ad ogni costo mantenere il titolo anche quest’anno.

Ma anche le altre squadra in gara non si lasceranno vincere senza combattere. A cominciare da una delle più giovani, l’Atlanta United, che promette di regalare parecchie sorprese in Mls. I giocatori, allenati dall’ex ct del Barcellona e della Nazionale argentina Gerardo  Martino, stanno già appassionando gli spettatori della competizione che vedono in questo nuovo team, che ha giocato la sua prima partita nella Major League Soccer proprio l’anno scorso, la rivelazione del campionato.

E la curiosità intorno a questa squadra cresce ad ogni partita, contribuendo ad aumentare anche l’affluenza dei tifosi allo stadio.

Secondo le statistiche, l’Atlanta United nel 2017 ha attirato ben 8000 persone in più rispetto alla squadra più famosa dei Seattle Sounders. Infatti, nonostante l’esperienza in Mls più radicata di altre squadre, il club guidato da Brian Schmetzer, di cui uno dei proprietari è addirittura Paul Allen, l’ideatore di Microsoft, sembra attirare meno attenzione rispetto a squadre emergenti. Se i suoi risultati nella competizione odierna non saranno di rilievo, il Seattle Sounders rischia di perdere popolarità.

Anche il Los Angeles FC potrebbe emergere e superare la fama che nel tempo hanno acquisito i giocatori del Seattle Sounders. Al suo debutto qui al torneo di Major League Soccer 2018, ha tutte le carte in regola per crescere di livello e affermarsi fra le più forti. Nonostante la recente sconfitta contro la squadra di Ibrahimovic, ha un allenatore già noto nel mondo del calcio per i suoi risultati, Bob Bradley, e alcuni giocatori di punta come il messicano Carlos Vela, acquistato direttamente dal Real Sociedad.

Tra club emergenti e vecchie potenze del calcio americano la Mls promette di essere teatro di colpi di scena anche quest’anno. E l’America, delusa e ferita dalla mancata partecipazione alla competizione mondiale come non succedeva dal 1986, ha davvero bisogno di concentrare le attenzioni su un tipo di calcio capace ancora di regalare emozioni, in attesa di vedere rinascere la nazionale americana e tornare ad essere la squadra di un tempo.

 

È stato ed è tuttora uno dei calciatori italiani più amati e che più rappresenta l’Italia all’estero. Con la vittoria del campionato prima e della coppa poi, è entrato ancor di più nel cuore di tutti i tifosi oltreoceano.

Sebastan Giovinco stavolta ce l’ha fatta. Nel remake della finale dello scorso anno contro Seattle Sounders, il Toronto FC ha vinto la Coppa Major League Soccer 2017, guidata proprio dalla Formica Atomica.

Davanti al proprio pubblico, i Reds hanno dominato il match con una prestazione super di tutta la squadra. Tuttavia per i gol c’è stato bisogno proprio del talento italiano che ha acceso la miccia, offrendo prima l’assist al gol di Jozy Altidore e poi passando il pallone decisivo per la seconda marcatura.

Una vittoria che The Atomic Ant ha sentito molto, perché dopo la delusione dello scorso anno (sconfitta ai rigori) c’era bisogno di un riscatto, e così è stato: vittoria prima della Canadian Championship 2017 e poi il Supporters’ Shield (la coppa che si porta a casa chi vince la regular season), battendo il record di punti durante la stagione regolare con 69 punti contro i 68 dei Los Angeles Galaxy nel 1998 ed eguagliando anche il numero di vittorie dei Seattle Sounders; infine la vittoria finale nei play-off della Major League Soccer, conquistando così il titolo della stagione regolare e la MLS Cup, divenendo il primo club canadese a vincere i due titoli.

Il numero 10 italiano si gode il trionfo con una città che lo ha accolto bene e che ora lo venera quasi come una divinità. Il calore dei tifosi e l’aria positiva che si respira nello spogliatoio del team canadese gli permettono di vivere appieno quest’avventura iniziata nel gennaio 2015. In una lettera di qualche settimana fa ha manifestato tutto il suo amore per la città canadese e le dichiarazioni post gara non hanno fatto che confermare il suo pensiero: quello di restare a Toronto, perché ci sono altri obiettivi da raggiungere.

Questa stagione è stata brillante per il trentenne ex Juve e Parma. Tanto si è parlato della sua esperienza in America e c’è chi sperava in una sua convocazione nell’Italia per il beffardo playoff perso contro la Svezia.

I complimenti per la vittoria sono arrivati anche dalla società bianconera via Twitter

Dario Sette

Dopo l’addio di Andrea Pirlo al New York City e al calcio giocato, un altro Italians trapiantato negli Stati Uniti ha deciso di chiudere il capitolo professionale che lo legava a un club americano.

Stiamo parlando dell’allenatore, Alessandro Nesta, che ha appunto annunciato di lasciare il Miami Football Club, club che lo ha lanciato come allenatore. Nesta è già pronto per rilanciarsi in altre sfide.

Il grande ex difensore, campione del Mondo 2006, ha deciso dunque di imbattersi in nuove avventure calcistiche un po’ com’è stato da calciatore con il sorprendente passaggio dalla Lazio al Milan.

La decisione di lasciare il timone del Miami Fc è maturata dopo la dolente sconfitta nei playoff di Nasl (la Serie B americana) contro il New York Cosmos. Fatale è stato l’errore dal dischetto di Trafford. L’amarezza per mister Nesta è stata difficile da mandar giù anche perché la sua squadra ha dominato in tutta la stagione (tanto da alzare i trofei di Spring e Fall season).

In un post sui suoi canali social ha voluto ringraziare la società, i calciatori e soprattutto i tifosi che hanno sempre supportato la squadra.

L’avventura americana per Sandro Nesta è iniziata prima da calciatore nel 2012, quando accettò la proposta di giocare a Montreal in Canada per il campionato di Major League Soccer.

Dopo aver appeso gli scarpini al chiodo è il suo vecchio compagno di squadra al Milan e in Nazionale, Paolo Maldini, che gli da l’incarico nel 2015 di guidare la squadra statunitense, in quanto è uno dei proprietari del club.

La prima stagione si chiude con un settimo posto, la seconda vede la squadra protagonista che però cede proprio sul più bello, contro quella che fu la squadra di Pelè e di un altro storico Italians, Giorgio Chinaglia.

Ora per l’ex difensore azzurro attende una nuova chiamata per rimettersi in gioco e provare a dimostrare che solo la sfortuna non gli ha dato la possibilità di guidare alla vittoria finale la sua squadra.
Chissà che qualche club europeo non ci faccia un pensiero?

Dario Sette

È atterrato a Toronto in una fredda giornata di febbraio nel 2015 ma, sin dai primi passi, ha capito che l’avventura in Canada sarebbe stato qualcosa di speciale. In effetti è così. Da subito Sebastian Giovinco si è ambientato in un campionato diverso da quello italiano. Un’altra cosa però ha portato via dal calcio italiano , oltre al talento: la voglia di vincere!

In una lettera commovente, il numero 10 del Toronto Fc ha voluto descrivere i suoi tre anni nella città canadese che lo ha accolto come un campione e lo venera come un divinità.

“Sono arrivato a Toronto da quasi tre anni e ci sono due cose che devo ancora vedere. Una sono le Cascate del Niagara. E ci andrò, alla fine. Ma prima, c’è qualcos’altro che voglio vedere. Che devo vedere: il Toronto FC che vince la MLS. L’anno scorso ci siamo andati abbastanza vicini, ma andarci vicino non è abbastanza. Vengo dall’Italia e lì ho giocato per la maggior parte della mia carriera. E in Italia abbiamo detto questo: è come andare a Roma e non vedere il Papa. Ora, non voglio confrontare il titolo della MLS con una visita in Vaticano o altro, ma …. Non sono venuto fin qui per non vedere Toronto vincere un campionato. Questo è tutto.

Ricordo il primo campo che ho calcato a Torino da bambino. Non c’era erba, solo sporcizia e linee di gesso che mi avrebbero polverizzato in qualsiasi momento con una caduta o una scivolata sbagliata. Su questo terreno difficile, se fossi caduto, è probabile che mi sarei rotto qualcosa. Ma quel campo era tutto quello che avevamo. Non c’era un grande cinema o un centro commerciale nella nostra città. Niente. Potevi giocare a calcio o … potevi giocare a calcio. Solo su quel terribile campo. Ma senza esso, non avrei iniziato a giocare a calcio. Non ero come gli altri bambini italiani che sognavano di giocare in Serie A. Non l’ho nemmeno guardato tanto in televisione. Per lo più rimanevo in giro con mia madre. Lavorava al piccolo bar che mio zio ha possedeva. Ma poi, ci sarebbe stato quel campo.

Passavo tutto il tempo con i miei amici. A volte vorrei guardare i ragazzi che giocano a calcio su quel campo. Alcuni squadre regionali. Un giorno, la squadra locale stava giocando a una partita 7 contro 7 e mancava un giocatore. All’epoca avevo solo sei o sette anni e i ragazzi della squadra erano molto più vecchi. Penso fossero disperati perché – visto che ero l’unico in giro – mi hanno buttato dentro.

E subito avevo capito: tutto sarà diverso per me. Giocare a calcio … mi ha reso felice. È stato divertente. Mi ha aiutato a crearmi nuovi amici. Quando sono tornato a casa quel giorno ho detto a mio padre della squadra e che volevo continuare a giocare per loro. Il giorno dopo sono tornato. E il giorno dopo pure.Ho iniziato come centrocampista, mi piaceva fare assist. Ma poi ho capito che l’unica cosa che mi rendeva più felice di fare un assist per un gol, era farlo. Per me, i gol erano la cosa più importante: è come vincere.

Divenne una specie di scuola per me. Ho passato tutto il tempo ad allenarmi con questa squadra: si chiamava San Giorgio Azzurri. Avrei giocato ovunque potevo, in una piazzola, nei parchi cittadini, e anche nel piccolo appartamento della mia famiglia con il mio fratellino, Giuseppe. Era un piccolo posto per noi quattro. C’era solo una camera da letto, quella per miei genitori, i capi. Io e mio fratello abbiamo dovuto dormire nel salotto. Durante la giornata giocavamo a calcio contro pareti di casa. Mia madre impazziva.

Almost the same @giuseppegiovinco

Un post condiviso da Sebastian Giovinco (@sebagiovincoofficial) in data:

Non avevamo molto. Vivevamo a sole 15 miglia dallo Stadio delle Alpi, ma non abbiamo mai comprato i biglietti per guardare la Juventus. Sicuramente non potevamo permetterci di comprare qualsiasi cosa. Ricordo che mio padre, che era un duro lavoratore, ha dovuto risparmiare un intero anno per comprarmi i miei primi scarpini da calcio. Scarpette, scarpini, qualunque cosa: non mi importava. Essere sul campo era l’unica cosa che contava.

Dopo un anno con la mia squadra, uno scout della Juventus mi ha invitato a giocare per le giovanili del club. Probabilmente sembra folle, ma fu così veloce. Un giorno stai giocando per la tua piccola squadra locale e poi ti chiama un club di Serie A. Almeno questo è stato per me. Un giorno un signore si è presentato, ha parlato con me e mio padre, e il giorno successivo facevo parte del vivaio della Juve.

Vivevo vicino al centro sportivo, sono quindi rimasto nella casa dei miei genitori. Ogni mattina mio padre mi portava al campo con la sua piccola Renault 5. Quindi tornava a casa, prendeva mia madre e la lasciava al bar dove lavorava. Alla fine della giornata, prendeva la mamma e la portava a casa in modo da poter preparare la cena mentre finivo l’allenamento. Vi giuro che ha fatto così tanti chilometri su quella piccola Renault che avrebbe dovuto cambiare auto ogni due anni.

Mio padre non era un fan del calcio. È stato un tifoso del Milan in quanto veniva da Milano, ed era la squadra più forte in quegli anni. Ma non ha mai giocato o visto una partita di calcio su un televisore. Quindi lui era contento di vedermi giocare alla Juventus finché io sarei stato felice di farlo.

Ma per un po’ non fui felice. Quando avevo circa 15 o 16 anni avevo tempo solo per giocare. E molte volte tornando a casa, salivo in macchina e piangevo. Un giorno, papà fermò la macchina. “Seba,” disse, “non ti voglio riportare lì domani.” Lo guardai in faccia, asciugandomi le lacrime: “Perché?” “Perché non ti porto qui per piangere.” Ho pensato per un momento: ok, non ho intenzione di piangere. Devo solo lavorare sodo. E vincere. Cosa che, onestamente, era tutto ciò che si aspettava il club. Niente lacrime. Zero. C’è questa mentalità alla Juventus. È abbastanza semplice ….Vincere. Ti insegnano il rispetto e il vincere con rispetto. Ma alla fine della giornata, conta solo una cosa. Aver vinto. Quella mentalità mi è stata inculcata dal momento in cui sono arrivato alla Juve. Vincere e basta.

E quando ho compiuto 17 anni avevo la possibilità di firmare il mio primo contratto ufficiale con la Juventus. Da quando ero piccolo, mio padre veniva con me. Avevo bisogno che mio padre venisse con me per firmare la carta per un nuovo appartamento. Era una delle prime cose che ho comprato per la mia famiglia: una stanza per tutti.

Ricordo la prima volta che ho fatto un passo sul campo allo stadio. Non era niente di simile a quello del mio primo campetto. Stavo giocando accanto a Del Piero, stavo servendo Trezeguet. Sono stato orgoglioso di aver lavorato per tornare in Serie A dopo solo una stagione. Non credo che avrei avuto l’opportunità di giocare tanto se non fossi stato in Serie B. Ma la promozione non era qualcosa di cui si parlava molto. Come ho detto, c’è solo una cosa che conta alla Juventus. E non importa come sia fatto. E per me, come sempre, tutto ciò che contava era che io fossi in campo.

Ma dopo qualche anno, sapevo che non avrei avuto più molti minuti in campo con la Juventus. Sono andato in giro per l’Italia con un paio di prestiti, e mentre il mio contratto alla Juve giungeva al termine ho iniziato a pensare di trasferirmi in MLS. Toronto fu il club che mi raggiunse e il colloquio tra le parti fu abbastanza veloce. Quindi, da quel momento c’era solo una squadra di cui mi importava: Toronto Fc. Entro due o tre giorni abbiamo raggiunto un accordo. Sarei venuto a giocare a Toronto.

La prima volta che sono arrivato a Toronto è stato nel febbraio 2015. E quando il mio aereo è atterrato … beh … diciamo solo che il freddo è la cosa che mi ricordo di più di quel giorno. Quello, e le centinaia di tifosi che sono venuti ad accogliermi in aeroporto.

E ho imparato due cose da quel momento:
1) che una giacca di Canada Goose mi terrà sempre al caldo (la squadra me ne diede una il giorno in cui ho atterrai);
2) che i tifosi di Toronto Fc saranno sempre accanto a noi.

Non credo di sapere quanto fosse bella questa città. È strano. È una sensazione strana. Ho giocato per altri club in altre città, e so non è facile spostare la propria vita, la propria carriera. Non è facile arrivare in un nuovo posto e avere i tifosi che ti accolgono. Ma a Toronto mi sono sentito subito a casa. Tutti volevano fare una sola cosa. Vincere. E lo abbiamo fatto.

Nel 2015, la mia prima stagione qui, abbiamo fatto la postseason per la prima volta nella storia del team. Ma credo che ci fosse un altro ostacolo davanti a noi. Dopo aver conquistato il nostro posto ai playoff, abbiamo festeggiato troppo. Abbiamo perso i nostri ultimi due match di campionato. E poi siamo stati eliminati nel primo round dei playoff a Montreal.

Vedi, c’è questa altra parte della mentalità della Juventus che penso che dobbiamo imparare qui a Toronto. Si vince oggi, si smette di festeggiare oggi e si passa avanti.

Quella sconfitta contro Montreal, però, è stata per me un’emozione. Volevo dimostrare qualcosa alla squadra, alla città. Volevo mostrare perché sono qui e cosa potevamo fare. Tutti hanno imparato da quella partita. Era una sorta di inizio di un viaggio per la nostra squadra. Abbiamo pensato che potevamo farcela nel 2016. Abbiamo imparato da Montreal nei playoff ma poi lo abbiamo rifatto in finale.

Ma, quella finale. Voglio dire, cosa puoi dire veramente su di essa? Se devo essere onesto, ho avuto questa sensazione un paio di giorni prima. Non lo so, c’era solo qualcosa dentro la mia mente che mi diceva che le cose non sarebbero andate per il verso giusto. Ho parlato con un paio di miei familiari e amici di questa cosa. E tentarono di scuotermi per il giorno della finale. Abbiamo avuto le nostre opportunità, ma non siamo riusciti a finirla. Non ho potuto finirla. Potrei chiedermi cosa sarebbe successo se non fossi uscito dal campo per crampi. Potrei chiedermi cosa sarebbe successo se avessi fatto questo o quello. Ma credo sia la stessa cosa di se vinci o perdi … devi andare avanti. Devi andare avanti.

Così abbiamo fatto i piccoli cambiamenti qua e là che dovevamo fare. Ed eravamo già abbastanza forti, per il semplice fatto che abbiamo due grandi giocatori:

C’è Michael Bradley. E ‘il nostro leader sul campo e nello spogliatoio. E dopo tutto quel tempo passato a giocare a Roma anche il suo italiano è abbastanza buono (forse anche meglio del mio!). Ma la cosa più importante è che lui sta dando consigli ai giovani e ci carica tutti prima di una partita.

E c’è poi Jozy. E ‘il mio uomo. È divertente, nel mio primo anno in MLS nessuno conosceva il mio stile di gioco, così potevo mettere a segno tanti gol quando i compagni mi servivano in area. Il secondo anno, immagino che gli avversari mi siano stati più attaccati. Sono stato coperto un po ‘di più. Ma quei ragazzi, come Jozy, si sono allenati per migliorare. E lo hanno fatto. Non lo so, io sento questo legame naturale con lui sul campo. Non abbiamo lunghe conversazioni prima di una partita. Andiamo là fuori e sappiamo dove l’altro sta andando.

Immagino che non sto veramente chiacchierando molto con nessuno, davvero. Forse è una cosa linguistica. Ma poi ci sono ragazzi che dimostrano sul campo il loro parlare. Del Piero era molto simile. E quando non parlo, ascolto. Sto ascoltando i nostri tifosi. Sarò onesto: ancora non capisco molti dei cori (sto imparando!), ma sento quando il mio nome viene cantato dalla folla al BMO. L’ho sentito. E lo sento.

Chiama la nostra stagione un ritorno, una storia di redenzione, qualunque cosa tu voglia. Siamo stati in cima tutto l’anno. Ma non siamo soddisfatti. E dopo ogni vittoriafermiamo i festeggiamenti e andiamo avanti. E non ci fermeremo finché non lo vedremo: uno scudetto a Toronto. E poi – dopo che ci vedrò sollevare la Coppa del MLS – so cosa farò.

Inoltre, sento che il lato canadese delle cascate del Niagara è molto più bello.”

Grande Seba!

Dario Sette

La stagione in Major League Soccer entra nel vivo. Sta per concludersi la Regular Season e vogliamo fare il resoconto degli Italians che giocano nel campionato di soccer Americano, in vista della fase finale.

Come ben sappiamo il la stagione del calcio statunitense si divide in Western ed Eastern Conference. I nostri cinque italiani, che giocano in America (tutti in Eastern Conference), hanno saputo mettersi in mostra anche quest’anno.

Tra tutti, però, ha bisogno di un capitolo a parte, Sebastian Giovinco. La Formica Atomica ha ancora una volta fatto uno stagione sopra tutti e ha guidato il Toronto Fc alla fase finale della stagione, chiudendo al primo posto la classifica della Eastern Conference.

Il numero dieci della squadra canadese ha chiuso con 16 reti la classifica marcatori e sei assist, contribuendo appieno al risultato finale in classifica generale.

Le belle prestazioni in campo hanno dimostrato che l’attaccante classe ’87 è ancora in ottime condizioni e potrebbe essere utile anche all’Italia in vista dei playoff oltre che in un Mondiale futuro nel 2018. Lo stesso Sebastian ha ribadito di pensare all’azzurro, ma che forse il ct Ventura “snobba” il campionato a stelle e strisce.

Tantissime le belle reti realizzate da Giovinco, non ultima l’imparabile punizione contro l’Atlanta United. Ma oltre ai gol, The Atomic Ant (come lo chiamano in Usa) è oramai parte di un gruppo solido che sogna di arrivare in fondo alla stagione e provare a vincere il titolo MLS, sfuggitogli di mano lo scorso anno ai rigori davanti ai propri tifosi.

Un altro focus importante ha bisogno un veterano del calcio italiano e azzurro: Andrea Pirlo. Il campione del mondo 2006 ha deciso di appendere gli scarpini al chiodo al termine del 2017. Con il New York City Fc è riuscito a piazzarsi al secondo posto in classifica, volando così ai playoff della fase finale. Il talento bresciano proverà a guidare i suoi compagni a una storica vittoria che per lui sarebbe una vera e propria ciliegina sulla torta dopo una quantità innumerevole di trofei vinti lungo tutta la sua carriera. Il Maestro (come lo chiamano a New York), dopo il calcio, dedicherà il suo tempo alla famiglia e al relax, tuttavia nelle prossime settimane cercherà di dare il massimo per la squadra.

Un’annata un po’ storta l’hanno vissuta i due italiani del Montreal Impact: Marco Donadel e Matteo Mancosu che non sono riusciti a strappare il pass per i playoff e che quindi escono di scena per questa stagione. Il centrocampista ex Fiorentina ha avuto problemi fisici che lo hanno tenuto lontano dai campi per parecchio tempo, nell’ultima parte della stagione si è rivisto con più costanza e bellissima è stata la rete realizzata contro il Toronto in un caldissimo derby.

Mancosu ha realizzato sei reti in questa stagione in 26 presenze. Un’annata poco prolifica per l’attaccante sardo che tanto bene ha fatto lo scorso anno.

Infine, per chiudere con gli Italians oltreoceano c’è il napoletano Antonio Nocerino che gioca nell’Orlando City.

A dir la verità la poco entusiasmante stagione dei Lions dal punto di vista calcistico ha dato spazio maggiore alla notizia dell’addio di un grande campione come Kakà. Il calciatore brasiliano ha deciso di lasciare il club americano, ma non ha ancora scelto se ritirarsi o provare un’altra esperienza altrove. Tornando a Nocerino, l’ex Milan ha giocato quasi tutte le gare di campionato ma forse è mancato quel guizzo in più alla sua squadra per provare a fare il salto di qualità.

Dario Sette

Ha lasciato la Serie A in piena maturità calcistica per farsi trovare pronto in un campionato con caratteristiche diverse. Prima o poi ritornerà in Italia per godersi il futuro.

Stiamo parlando di Marco Donadel, centrocampista 34enne, che dal 2015 ha intrapreso l’avventura calcistica in Major League Soccer nella squadra canadese del Montréal Impact.
È partito dall’Italia, nonostante le avance dell’Hellas Verona, per provare un’ esperienza diversa con nuovi stimoli e per cimentarsi in una cultura diversa.
La sua ascesa nel calcio che conta è rapidissima: la promozione in Serie A con il Lecce e i trionfi nel 2004 con la maglia della Nazionale Under 21.
In Serie A gli anni più intensi gli ha trascorsi nella Fiorentina, di cui è stato anche capitano.

Come valuti la tua esperienza canadese in Mls?

Sono contento di aver fatto questa scelta perché l’ho fatta al momento opportuno dal punto di vista anche fisico data la caratteristica del campionato. Venire a 31 anni, quando fisicamente ero ancora integro, mi ha dato la possibilità di dare il massimo.

Il calcio americano si è evoluto anche grazie all’arrivo di calciatori europei. Com’è il livello?

Da quando sono venuto qui il calcio è cresciuto molto. Posso confermare che, dalle prime apparizioni nell’ottobre 2014 ad ora, il gioco è migliorato nettamente. Ciò è stato possibile non solo per l’arrivo di calciatori europei ma anche grazie all’attenzione delle società che hanno investito prendendo tecnici preparati e migliorando le strutture sportive. Per questo motivo la gente va allo stadio e ci sono più risorse da investire sui giovani.

Qual è l’obiettivo del Montréal in questa stagione?

Il nostro obiettivo è quello di migliorarci ogni anno. Nelle ultime stagioni abbiamo fatto bene in Concacaf, la Champions League americana. Per quanto riguarda il campionato speriamo di raggiungere nuovamente la finale di Eastern Conference e magari provarla a vincere.

Non sei il primo italiano che è volato in Canada. Di Vaio e Nesta ti hanno consigliato qualcosa?

In realtà mi ha contattato direttamente la società per un periodo di “ambientamento” che prevedeva conoscenza delle strutture e allenamenti. Sono stato due settimane con Marco Di Vaio, che giocava qui. Mi ha parlato molto bene della città e della società.
Durante una cena ho avuto modo di chiacchierare anche con Alessandro Nesta, il quale mi ha evidenziato quanto il calcio fosse diverso da quello europeo ma che comunque regala una forte esperienza.
Tuttavia al di là dei loro consigli, posso ribadire di esser venuto qui per mia scelta.

Ci sono differenze culturali tra Italia e Canada? 

Confermo che ce ne sono anche se Montréal tutto sommato è una città che somiglia molto a quelle europee anche dal punto di vista della vita. La gente si gode il tempo libero: passeggiate, aperitivi e visite per la città.

Con te gioca Matteo Mancosu, il quale si dice “abbia spodestato Drogba”. È davvero successo?

Non c’è stato un vero e proprio spodestamento (ride, ndr). Drogba era all’ultimo anno e la società, nel mercato estivo, ha cercato di acquistare un attaccante che lo avrebbe sostituito non appena fosse andato via. La scelta è ricaduta su Matteo Mancosu.
All’inizio è partito dalla panchina ma si è fatto trovare pronto nella fase a eliminazione. Lucidità e freschezza fisica, oltre a un infortunio a Drogba, hanno fatto sì che Matteo scendesse in campo con più regolarità.
Ciò non toglie il grande contributo che l’attaccante ivoriano durante la sua permanenza ha dato al club e allo spogliatoio.

Qual è il rapporto con i compagni di squadra?

Preferisco scindere il rapporto professionale da quello amichevole. Con tutti i miei compagni di squadra cerco di instaurare un rapporto in primis di rispetto. Il feeling in campo aiuta anche la conoscenza.
Ho la camera con Mancosu e spesso usciamo per la città o giochiamo a carte. Ci si diverte con gli argentini, come Ignacio Piatti, anche per facilità di lingua. Ma tutto sommato ho un buon legame con tutti componenti della rosa.

Qual è stato il tuo idolo calcistico?

Da piccolo, fine anni ‘80 inizio ‘90, sono stato attratto dalla tecnica e dalle reti dei “gemelli del gol” Vialli e Mancini nella Sampdoria. Da quindicenne amavo interpreti come Veron ai tempi del Parma e Rui Costa a Firenze.
In seguito alla mia collocazione fissa a centrocampo, posso certamente dire che il mio idolo è stato l’ex capitano del Manchester United, Roy Keane. L’irlandese ha sempre incarnato il mio prototipo di centrocampista.

Ci sarà possibilità che americani vengano a giocare più spesso in Italia?

Sì, penso che ci saranno americani  in Italia anche grazie a un mercato sempre più globale. L’abnegazione e il lavoro, soprattutto negli allenamenti, permetterà ai giovani americani di migliorarsi e provare quindi un’esperienza nel calcio europeo. Diciamo che ai ragazzi americani manca solamente quella “malizia” che noi italiani impariamo soprattutto da piccoli nei campetti o nei parchi.

Cosa fai nei momenti liberi?

Non ho molto tempo libero a causa degli allentamenti. Nei momenti di relax faccio il papà a tempo pieno. Quando le temperature sono piacevoli io e la mia famiglia cerchiamo di uscire per passeggiate nei parchi, mentre quando ho qualche giorno in più optiamo per visitare altre città americane.

C’è stata qualche situazione particolare al tuo arrivo?

I primi mesi, poiché avevo la mia famiglia ancora in Italia, sono stati un po’ difficili anche a causa delle temperature rigide. Ha nevicato molto e all’inizio, quando guidavo, non ero abituato a fermarmi ben distante dal semaforo e, beh, mi sono spesso ritrovato al centro dell’incrocio! (ride, ndr).

Qual è stato il momento più bello della tua carriera in generale?

Posso ritenermi fortunato perché ho avuto tanti bei momenti nella mia carriera. La prima gioia l’ho vissuta a Lecce quando abbiamo ottenuto la promozione in Serie A. La stagione successiva a Parma abbiamo ottenuto una qualificazione in Coppa Uefa con una squadra di giovani.
Ho un bellissimo ricordo anche con la Nazionale Under 21 dove nel 2004 in pochi mesi abbiamo vinto l’Europeo in Germania e la medaglia di bronzo alle Olimpiadi di Atene.
Tuttavia gli anni migliori gli ho trascorsi a Firenze dove ho avuto costanza nel giocare e ho trovato tanti amici. Un ricordo indelebile sarà sicuramente legato alla mia ultima partita in maglia viola quando tutto lo stadio Franchi a fine gara mi ha salutato con affetto, quella stessa sera poi è anche nata mia figlia. Un mix di emozioni.
Ora aspetto di vivere qualche bella sensazione anche qui in Canada.

Ti manca l’Italia? Una volta terminata la tua esperienza, cosa farai?

Certo che mi manca: il cibo, la vita, la solarità della gente e tanto altro. Torno due volte all’anno in Italia e credo che prima o poi rientrerò nella mia terra. Sto cercando ancora di imparare tante cose nel mondo calcistico e, se nel futuro ci sarà modo, potrei restare nel mondo del pallone.

Dario Sette