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Possiamo dire che tutto il mondo calcistico, alle 21 di sabato 10 novembre, sarà con gli occhi puntati in Argentina? Sì, diciamolo pure: A Buenos Aires è un evento storico,  e per certi versi, tra i tifosi locali segnerà per sempre l’esistenzaBoca Juniors e River Plate, squadre della stessa città e tra le più blasonate in Sud America, si affrontano per la prima volta in una finale di Copa Libertadores, la Champions League sudamericana.  
Nello stadio della Bombonera di Buenos Aires, si gioca la finale di andata (in Italia trasmessa da Dazn), mentre fra due settimane allo stadio Monumental, quello del River, è in programma il ritorno, che deciderà il campione del continente sudamericano. Storia nella storia, si tratta dell’ultima edizione della Copa Libertadores in cui la finale è spezzata nell’arco di 180 minuti: dall’anno prossimo, infatti, si giocherà in gara secca. 

La tensione è altissima e, per questioni di ordine pubblico, alle tifoserie ospiti non sarà concesso assistere alla finale. Una perdita, senz’altro, dal punto di vista del folklore e dell’entusiasmo per una rivalità che va oltre il secolo di vita: Boca Juniors e River Plate sono nate nello stesso quartiere di Buenos Aires, la Boca, e pur essendo state fondate nella zona portuale da comunità di immigrati genovesi, lungo la loro esistenza, le due società si sono differenziate. Il Boca, fondato 117 anni fa da cinque amici genovesi (da qui il soprannome della squadra, gli “Xeneizes”) rimase il club delle classi più povere. Il River, invece, dopo aver perso lo spareggio per restare nel quartiere, si trasferì nella parte settentrionale della città, una zona ricca e divenne così la squadra delle classi agiate della capitale: deve il suo soprannome, i “Millonarios”, alla sua forza economica.
Per distendere il clima, saggiamente l’Afa, la Federazione argentina, ha realizzato un video dal forte impatto emotivo che ripercorre episodi e personaggi argentini marcando il carattere “inspiegabile” della Nazione. E’, dopo tutto, una finale tutta argentina e andrà come deve andare, a risplendere sarà tutto il calcio del Paese. Il video è davvero emozionante e fa venire i brividi:

“Un aviòn en la cancha”, un aereo in campo, scrive la rivista argentina Olé. Sembra bizzarro, quasi drammatico, ma in buona sostanza è andata così nella notte tra il sette e l’otto febbraio, a Quito, capitale dell’Ecuador. E’ una storia assurda, incredibile, un’odissea che nemmeno negli incubi più nefasti può manifestarsi con queste sembianze. Ma è andata esattamente così.

Il Club Atlético Tucumán, società calcistica argentina con sede nella città di San Miguel de Tucumán, qualificatasi dopo 114 anni di storia per la prima volta in un torneo internazionale, sfida in trasferta il Nacional, nel match valido per l’accesso alla terza fase della Copa Libertadores, l’equivalente della Champions League sudamericana.
Ecco il primo, clamoroso intoppo poco prima della partenza verso lo stadio, a poche ore dall’inizio dell’incontro: all’aereoporto di Guayaquil, sede scelta dal Tucumán per allenarsi senza faticare ai 2850 metri di altezza di Quito, tutto sembra essere pronto per il decollo.
Ma con la squadra già sopra, la torre di controllo nega il volo perché ritenuto «non corrispondente alle norme vigenti» secondo l’aviazione civile dell’Equador. Che significa!? Boh…i maligni gridano subito il complotto e boicottaggio: il Nacional, infatti, è la squadra dell’esercito.

Il Tucumán rischia di perdere il match a tavolino, il sogno di continuare il cammino in Libertadores sembra compromesso perché il ritardo tollerato dall’organizzazione è di massimo 40 minuti.
La società, però, non si perde d’animo e riesce a prendere un altro charter per arrivare a Quito: a terra rimangono i tifosi, arrivati assieme alla squadra, e il presidente!
E’ solo l’inizio: atterrati, il team viene scorrazzato da un bus turistico per le strade ramificate della capitale ecuadoregna e scortati dalla polizia a una folle velocità di oltre 130 km orari. Si può fare, lo stadio è vicino, ma un momento: mancano i bagagli con dentro magliette, pantaloncini e scarpe.

Arrivati allo stadio, il dramma sembra quasi servito, ma ecco l’ennesimo colpo di genio e colpo di scena: uno dello staff si ricorda che, proprio a Quito, l’Argentina Sub20 sta disputando il torneo sudamericano. Ecco la telefonata surreale: «Ci potete prestare tutto l’occorrente?». E così accade: l’arbitro non può far altro che dare l’ok, il match si gioca.

Surreale, come detto, perché i giocatore del Tucumán vestono le maglie della Selección, con nomi che non sono i loro. Ma l’odissea ha il tanto ben sperato lieto fine: Fernando Zampedri di testa regala la vittoria per 1-0 e il passaggio del turno. Un momento storico e memorabile. Con un aereo praticamente entrato in campo.