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Wayne indosserà la numero 10 e sarà il capitano contro gli Stati Uniti. Sarà una notte speciale per lui, è giusto che conservi la sua ultima maglietta con quel numero

Gareth Southgate, ct. dell’Inghilterra l’ha promesso e i tifosi dei Tre Leoni passeranno una serata tra lacrime e brividi ed emozioni alternate. Wayne Rooney aveva una richiesta, l’ultima di una carriera formidabile: giocare anche solo per pochi secondi sul prato di Wembley con la maglia bianca della Nazionale. E così sarà: l’ultima gara con l’Inghilterra, l’ultima volta in quel maestoso tempi colmo di 86mila spettatori, l’ultima volta con la numero 10. «E’ giusto che si conservi questa maglia speciale», ha detto Southgate.

 

Nell’amichevole controgli Stati Uniti, mercoledì 15 novembre, termina, così, un’era: lui che proprio da quest’anno gioca nella Mls con il Dc United dopo esser cresciuto nell’Everton e aver vinto tutto, ma proprio tutto con il Manchester United di Alex Ferguson.

Classe 1985, il 12 febbraio 2003 gioca la prima partita con l’Inghilterra, dopo un primo anno promettentissimo con l’Everton in Premier League. Poi la prima rete, sempre nel 2003 e contro la Macedonia, fino all’ultimo squillo contro l’Islanda, durante gli ottavi di finale dell’Europeo del 2016. Sono 53 gol in 13 anni, il miglior marcatore della storia della Nazionale. E quanti gettoni? Ben 119 a un passo dal 120, secondo nella classifica all time dietro Peter Shilton, a 125 presenze.

Wayne Rooney ha partecipato a tre Europei e tre Mondiali, l’ultimo nel 2014, memorabile il primo nel 2006: talmente predestinato che suo zio materno, nel 1998 (quando Wayne aveva solo 12 anni) scommise una manciata di sterline sulla convocazione del nipote al Mondiale del 2006 in Germania. E ne portò a casa 72.500.

 

Ci sono ambiti in cui la burocrazia e le decisioni “d’ufficio” non hanno presa. E non hanno nemmeno la presunzione di potercela avere. La Lega di Serie A, come atto dovuto avallato dai 20 club della massima serie italiana, ha confermato la deroga, concessa alla Fiorentina, al regolamento sulla fascia da capitano. Non quella, in buona sostanza, che da quest’anno uniformerà tutte le braccia dei capitani, ma la Fiorentina e solo la Fiorentina potrà continuare a indossare la fascia speciale in ricordo dello scomparso difensore Davide Astori.

Data l’eccezionalità del caso e su richiesta della stessa società viola, il presidente della Lega, Gaetano Micciché, ha parlato di «scelta doverosa», sottolineando anche che la norma sulla standardizzazione delle fasce da capitano, introdotta in questo campionato, è nata su richiesta delle stesse società nel 2017 e che è necessaria perché, aggiunge:

Abbiamo bisogno come mondo dello sport di darci delle regole, se un’assemblea o un consiglio decide una regola non può esistere che un capitano, che rappresenta una città e una squadra, non la accetti. Giusta o sbagliata che sia, troverei triste se i capitani non la accettassero

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Davide Astori è diventato capitano della Fiorentina nella stagione 2017-2018 dopo la partenza di Gonzalo Rodriguez. La fascia che indossava è un omaggio di una delegazione di tifosi viola che, durante i primi giorni di febbraio 2018, ha fatto visita alla squadra nel centro sportivo e ha donato a Davide la fascia con i colori e i simboli dei quattro quartieri della città.

Dopo la morte di Davide a Udine, il 4 marzo 2018, la fascia è passata sul braccio di Badelj e, per la stagione 2018-2019, spetta a German Pezzella. Rispetto a quella “originale”, però, c’è una scritta in più che la rende ancor più preziosa e speciale: la sigla DA13 in onore del compagno (13 era il suo numero di maglia).

 

C’è del sadismo autoinflitto nel rivedere, di proposito, le immagini di Italia – Corea del Sud del Mondiale del 2002. Il Golden goal miserabilmente chiamato “the sudden death” (la morte improvvisa) dagli inglesi, l’arbitro Byron Moreno, Vieri che dilania occasioni su occasioni, Trapattoni tarantolato che se la prende con il mondo interno.
Tra le istantanee che più fanno male, però, ce n’è una in un certo senso epocale: lo stacco di Ahn che lascia a terra Paolo Maldini, preso in controtempo, e sigla la rete del 2-1 che elimina l’Italia dalla Coppa del Mondo.
Poi l’immagine del capitano azzurro, mentre tutto attorno è una bolgia rossa, che con un’espressione sofferente, si mette la mano sinistra tra i capelli, alzando il braccio che mostra visibilmente la fascia di capitano.

Fu l’ultima immagine del leader azzurro in Nazionale: il giorno dopo la stampa italiana non risparmiò indecorose critiche e Paolo, per preservare le sue ginocchia e focalizzarsi solo ed esclusivamente sul Milan, decise di salutare tutti togliendosi di dosso la maglia azzurra.
Ben 126 presenze, quattro Mondiali, uno più beffardo dell’altro. Un pegno dantesco per fargli pesare come un macigno le tantissime soddisfazioni che ha conquistato con il suo club eterno. Mentre inanellava Scudetti, Coppe dei Campioni e Campionati mondiali, in Nazionale Maldini ha preso solo tanti schiaffi.

Per questo, nonostante le numerose soddisfazioni, ha più volte detto che la semifinale di Italia ’90 contro l’Argentina è la sua delusione più grande. Tre Mondiali fatti fuori ai calci di rigore, il quarto e l’ultimo per il Golden goal: semplicemente non era il suo destino.
In terra asiatica, quel 2002, si chiuse un ciclo iniziato il 31 marzo 1988 con il debutto in Nazionale maggiore, a 19 anni, a Spalato nel match tra Jugoslavia e Italia terminato 1-1. Voluto da Azeglio Vicini che ebbe il compito di “rifondare” la squadra dopo la fallimentare spedizione nel Mondiale del 1986, Maldini fu il pilastro, nonostante la giovane età, dell’Europeo del 1988, ma soprattutto del Mondiale casalingo del 1990.

Se l’esordio è avvenuto nel 1988, ci sono voluti ben cinque anni per vederlo esultare per il primo gol con la maglia azzurra: il 20 gennaio 1993, infatti, Maldini realizza la rete del 2-0 contro il Messico:

Nelle 126 apparizioni, che lo collocano al terzo posto nella classifica assoluta di presenze alle spalle di Cannavaro (136 gettoni) e Buffon (169), Maldini ha realizzato sette reti. Dopo la prima rete, Paolo impiega due mesi per realizzare la seconda: il 24 marzo 1993 segna il 5-1 (6-1, il risultato finale) dell’Italia su Malta nel girone di qualificazione per il Mondiale del 1994:

Con Arrigo Sacchi in panchina, Maldini segna un’altra volta, l’11 novembre 1995, siglando la rete definitiva del 3-1 sull’Ucraina, questa volta nel girone di qualificazione per gli Europei dell’anno dopo. Un gol davvero davvero bello:

Il 29 marzo 1997 segna nella nuova avventura con suo padre, Cesare Maldini, come ct azzurro: il terzino sinistro apre le marcature, con una pregevole azione personale, nel 3-0 contro la Moldavia e si rifà, nello stesso girone di qualificazione, segnando il 2-0 contro la Polonia (3-0 il finale), un mese dopo, il 30 aprile 1997:

Un anno dopo, il 22 aprile 1998, nell’amichevole contro il Paraguay va nuovamente a segno in avvio, al 5’, nel match che vede l’Italia imporsi per 3-1:

L’ultima rete in azzurro la segna il 5 giugno 1999, allo stadio Dall’Ara di Bologna, contro il Galles. Sulla panchina c’è Zoff, la Nazionale gioca per conquistare l’accesso all’Europeo del 2000 e Maldini sigla la rete del 3-0, un gol che Bruno Pizzul definisce “spettacoloso”: