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Al Genoa scriverei una canzone d’amore, ma sono troppo coinvolto

Questa frase è apparsa domenica 8 gennaio 2017, sulle maglie del Genoa nella sfida contro la Roma, durante il 19esimo turno di Serie A. Una frase di Fabrizio De André per un progetto che ha visto, nelle domeniche successive, citazioni di personaggi famosi legati alla storia e alla tradizione rossoblù.
Ma quelle parole del cantautore ligure ben dimostrano l’attaccamento verso la maglia del Genoa, un attaccamento così viscerale dal fermarlo a scrivere brani, strofe o componimenti. Lui che ha tessuto poesie su tanti argomenti, non è riuscito a scrivere nulla sua squadra amata.

Faber, nato a Genova il 18 febbraio 1940 e morto a Milano l’11 gennaio 1999, non aveva mai nascosto il suo amore per il Genoa, ma forse, solo dopo la sua morte è stato più chiaro capire la sua vera essenza: «Ho una malattia», disse una volta il cantautore durante un suo concerto. Silenzio, stupore e preoccupazione. Poi appoggiò la chitarra, prese una lunga sciarpa dai colori rosso e blu e aggiunse: «Si chiama Genoa».

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Perché è vero: la squadra del cuore accompagna l’esistenza di ogni vero tifoso. Ti prende da bambino per motivi che sfuggono dalla logica, per i colori della maglia, per il giocatore preferito, perché è la squadra della tua città. Fabrizio rimase ammanicato nel 1974, la prima volta in uno stadio, a Marassi per un Genoa – Torino, spinto dal padre Giuseppe e dal fratello Mauro che simpatizzavano per i “Granata”. Forse per puro antagonismo, decise di schierarsi contro suo padre e suo fratello.

Nel libro “Il Grifone fragile – Fabrizio De André, storia di un tifoso del Genoa”, uscito nel 2013 e scritto da Tonino Cagnucci, emergono sfumature particolari e romantiche della passione del cantautore. Sfogliando suoi vecchi diari, appunti e agende vengono annotati episodi fantastici: da piccolo Fabrizio chiese, in una letterina a Gesù Bambino, tra un vestito da cow boy e i soldatini, la maglia del Genoa.
Più grande, invece, annotava con una scrittura meticolosa le formazioni della squadra, la classifica del campionato, i marcatori, i possibili diffidati.
Confessò, inoltre, in una intervista che durante il periodo del rapimento in Sardegna nel 1979, uno dei suoi giorni peggiori fu quando sentì alla radio che i rossoblù avevano perso a Terni.

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Se allo stadio Olimpico, quando gioca in casa la Roma, echeggiano le note dell’inno scritto e cantato da Antonello Venditti, romanista verace, sotto la “Lanterna” non è così con De André: «L’inno non lo faccio perché non mi piacciono le marce e perché niente può superare i cori della Gradinata Nord».
Magia e sentimenti si intrecciano nella vita del cantautore, nato nell’ultima settimana in cui il Genoa è primo in classifica nella sua storia, a quel punto del campionato.

Dalla nascita alla morte, sempre legato alla fede rossoblù: Fabrizio De André s’è fatto cremare assieme a un naso da clown e alla sciarpa del Genoa. In tutta la sua vita da musicista non l’hai mai nominato: questo gesto lega per sempre il cantautore poeta e genoano alla sua eterna squadra. Perché non è una blasfemia dire che De André sia stato un tifoso di calcio…del Genoa.