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Diceva di avere più presenze di Cafù nella Seleçao. Sì, perché se il pendolino di Roma e Milan ha collezionato 142 gettoni con la maglia verdeoro, c’era chi, seppur non in campo, ha seguito ovunque il Brasile. La sua vita in quasi 160 partite viste negli stadi di tutto il mondo. E se i Pentacampeão si chiamano così per aver vinto cinque Mondiali, lui Clovis Acosta Fernandez, di Coppe del Mondo ne ha viste dal vivo ben sette.

Aggiungete pure altrettante edizioni della Copa America, quattro Confederation Cup ed una Olimpiade. Da Italia ‘90 a Brasile 2014, un percorso che gli ha permesso di respirare l’aria di 66 stati diversi: globetrotter di quel tifo puro e incontaminato, empatico a vederlo solo in viso.

Voi, noi tutti Clovis ce lo ricordiamo: i suoi occhi romantici e innamorati, i suoi baffoni grigio setola e il suo cappello gaucho pieno zeppo di spille racimolate in giro per il globo, da vero mandriano del Sudamerica. E le sue lacrime la notte del Mineirazo, la notte della tragedia di una nazione che alleva bambini che sanno prima controllare un pallone che parlare. Nella disfatta del 7-1 contro la Germania, noi Clovis l’abbiamo visto per l’ultima volta abbracciare teneramente la riproduzione del trofeo mondiale che coccolava da lustri lungo le sue avventure e consegnarla a una piccola tifosa tedesca dicendo, con gli occhi luminosi e umidi: «Non è semplice cedervela, ma ve la meritate. Portatela in finale». Il gesto più dolce nella notte più amara.

E’ nel solco generazionale che si cuce la storia, è il pallone che continua a girare, è il calcio che tenacemente fa venire i brividi e la pelle d’oca. Aveva cominciato nel 1970, a quindici anni, quando era rimasto incantato da quelle stesse casacche giallo-oro che dominarono ai Mondiali del Messico, quello delle prime volte, delle prime partita in tv a colori. Lì decise che avrebbe seguito il Brasile per tutta la vita, ma ci riuscì solo nell’edizione del 1990, in Italia. Ha venduto la sua macchina, una trebbiatrice, la moto e poi l’orologio, per accumulare un gruzzolo onesto per essere lì con la sua squadra a Usa ‘94, Francia ’98, Corea e Giappone 2002, Germania 2006 e Sudafrica 2010.

E quando la telecamera inquadrava Clovis il mondo sembrava più mite, era come se la nostra vita per 90 minuti venisse appagata da quelle scorie di ingiustizia che ci trasciniamo nell’ordinario. Clovis era la nostra coperta di Linus, la nostra sicurezza.
Ma i tempi verbali di questo racconto sono al passato perché il “Gaucho de Copa” se n’è andato nel settembre 2015, a 60 anni, per un cancro che l’ha tartassato per nove lunghi anni. In un ospedale di Porto Alegre che da tre anni sorride un po’ di meno. Fino all’ultimo con il suo cappello da cowboy del sud, carta d’identità per ricordare le sue origini.

Ma quel cappello vive ancora e il racconto cambia declinazione verbale e guarda al presente e al futuro. In Russia il cappello c’è e che anche una nuova Coppa del Mondo e dei nuovi baffi, più leggeri e più neri. Frank e Gostavo, i figli del tifoso leggendario, hanno deciso di intraprendere un nuovo viaggio che è un po’ un percorso di vita, un passaggio di consegne nella famiglia Fernandes.
Il posto sull’aereo rimane vuoto e quando gioca il Brasile, inconsciamente, speriamo di rivedere quei baffi paternali in tribuna. Le lacrime del suo ultimo Mondiale che scendevano lungo i profondi solchi delle sue guance rugose e un tempo paffute, sono un’ingiustizia di questa vita terrena.  E’ quella punta di malinconia, essenza stessa della bossa nova. E di tutto il Brasile.