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Il Mondiale in Russia continua e oggi si torna nuovamente in campo per continaure ad arricchire il quadro delle qualificazioni agli ottavi di finale.

Scendera’ in campo la Corea del Sud che, contro la Germania, si gioca ancora le sue poche speranze di passaggio del turno. La sconfitta contro il Messico ha certamente complicato i piani della squadra asiatica che dal 2002 non riesce piu’ a superare la fase a gruppo.

Sicuramente sara’ piu’ che complicato superare la corazzata tedesca e in piu’ i coreani dovranno attendere il risultato dell’altro match tra Messico – Svezia.

Tra i delusi della nazionale asiatica c’e’ sicuramente la stella, Heung-Min Son, attaccante del Tottenham Hotspur. Una delusione non solo sportiva ma anche personale: l’ala infatti, in caso di mancata qualificazione (cosa al quanto probabile), sara’ costretto a rispondere alla severa chiamata alle armi della sua nazionale per un periodo davvero lungo, ben 21 mesi.

Ha fatto il giro del mondo la commovente immagine di Son nella quale lo si vede piangere in maniera evidente di fronte al Presidente della Corea del Sud, Moon Jae-in. Quest’ultimo si è intrattenuto a fine partita con i giocatori per ringraziarli, comunque, per l’impegno profuso in campo.

Tra i piu’ malpensanti dietro le lacrime di Son, pero’, c’e’ quella paura di affrontare il servizio militare che, in Sudcorea e’ obbligatorio e deve essere svolto entro il compimento del 28esimo anno di eta’, a 1200 euro l’anno.

Ovviamente se ció dovesse accadere per l’esterno ci potrebbero essere difficolta’ nel continuare la sua avventura in Europa.
In particolare dovra’ prendere parte alla squadra di calcio dell’esercito, lo Sangjue Sangmu, percependo 100 euro al mese di stipendio (una differenza abissale rispetto ai 5 milioni annui che percepisce a Londra).

Il destino peró non e’ ancora del tutto scritto per Son. Diversi giocatori, per meriti sportivi, hanno ricevuto un “sconto” dalla leva.
Per esempio nel 2002, quando Han e compagni riuscirono ad arrivare alla finalina del 3-4 posto, e per loro ci fu un vero e proprio taglio di ben 17 settimane.
Cosa successa anche nel 2014 quando la Corea del Sud ha vinto i giochi asiatici. Peccato che in quella squadra Son non c’era: non essendo un torneo ufficiale FIFA, il Bayer Leverkusen (squadra in cui era tesserato in quel momento il classe ‘92) non concesse il proprio giocatore.

Tuttavia su questo aspetto nulla e’ ancora perduto. In primis se la Corea del Sud dovesse raggiungere la qualificazione e poi perche’ ad agosto in Indonesia ci sono i Giochi asiatici, mentre a gennaio è in calendario la Coppa d’Asia. In caso di vittoria in entrambe queste competizioni, il giocatore (così come tutti i suoi compagni coinvolti) potrà continuare a giocare in virtù dei risultati ottenuti.

E’ stata una vera e propria disfatta per un’intera nazione che, prima del Campionato del Mondo, ha veramente creduto che si potesse fare bene e invece i sogni si sono infranti prima sotto i colpi del Senegal e poi contro la Colombia.

Ecco appunto, la Polonia torna subito a casa dal Mondiale di Russia 2018 e tra la gente polacca c’e’ molta delusione.

A Bystrzyca Kłodzka a sudovest del della Polonia a confine con la Repubblica Ceca, il day after e’ molto silenzioso: la gente non vuole parlare molto e la sola parola che erge nell’aria e’ “Katastrofa!”. Intanto c’e’ chi ha gia’ tolto la bandiera dall’esterno dei palazzi.

I giornali di oggi si chiedono il perche’ di questo “disastro” sportivo di Lewandowski e compagni.

Uno dei capri espriatori del flop mondiale e’ proprio il capitano dei biancorossi, Robert Lewandowski. Il centravanti del Bayern Monaco ha inciso in maniera negativa nei due match contro Senegal e Colombia e certo i suoi gol sono mancati tantissimo alla causa polacca. Proprio colui che detiene il record di marcature con la Polonia (ben 55 reti) ha dato forfait in questo appuntamento mondiale e il popolo polacco gli attribuisce qualche colpa.

Per i gli abitanti di Bystrzyca Kłodzka colpevole e’ anche il commissario tecnico Adam Nawałka, reo di non aver trasmesso la giusta adrenalina nello spogliatoio, soprattutto nel primo match contro gli africani. Arrivare contro la Colombia con zero punti e con l’obbligo della vittoria e’ stato un vero e proprio handicap che, col senno di poi, si e’ rilevato come un suicidio.

Su Wyborcza, il giornale piu’ importante di Polonia il titolone:

Da dove viene la sconfitta della squadra nazionale polacca alla Coppa del Mondo?

Ovviamente tutti cercano di dare delle risposte a questo, cosi’ come le cerchera’ il prima possibile anche il presidente della PZPN (Federazione calcistica polacca), Zbigniew Boniek, il quale molto probabilmente prendera’ la decisione sul futuro riguardo il ct Nawałka.

Sicuramente sul capitano Lewandowski pesa come un macigno questa beffa sportiva e lui stesso crede che al centro ci sia il fatto che la Polonia sia arrivata in Russia con una debolezza fisica e mentale.

In effetti a Kazan altro neo importante della formazione e’ stata la difesa che ha ballato un po’ troppo. Lo stesso portiere juventino Szczesny non e’ stato proprio impeccabile, soprattutto nel primo match ontro il Senegal. La retroguardia, priva anche dell’ex Torino Kamil Glik ha subito la velocita’ dei colombiani, in particolare di Juan Cuadrado.

Ora non resta che chiudere nel migliore dei modi questa parentesi russa, che per la Polonia e’ stata una vera delusione.  

Cosa è successo mercoledì 20 giugno

Settimo giorno di Mondiali russi e primi fatali verdetti. Nel Gruppo A, già fortemente indirizzato dalla vittoria della Russia sull’Egitto, ci pensa Suarez a mettere la parola fine. Il suo gol basta per piegare le resistenze dell’Arabia Saudita e portare l’Uruguay a sei punti in vetta assieme ai padroni di casa. Arabi e Salah a casa dopo due partite.

E, a braccetto, chiude i bagagli anche il Marocco che, dopo l’inattesa sconfitta all’esordio contro l’Iran, cade nuovamente con un colpo di testa, manco a dirsi, di Cristiano Ronaldo. I “Leoni dell’Atlante” condannati all’eliminazione. CR7 è sufficiente a questo Portogallo per portarsi a casa un risicato e sofferto 1-0 e a conquistare il quarto punto nel Gruppo B.

In serata altrettanto sofferta vittoria per la Spagna che, con il medesimo risultato di 1-0, ha la meglio su un volenteroso Iran che, nonostante il modulo iperprotetto, ha più volte spaventato De Gea e compagni. Simbolo di questa partita contorta è la rete rocambolesca di Diego Costa che segna su rimpallo in azione di disimpegno della formazione iraniana.

Tre partite, tre risultati terminati 1-0.

Portogallo – Marocco 1-0

Il Portogallo è 4 alla terza. O meglio Cristiano Ronaldo. Quarto gol dell’attaccante, al minuto 4 di Portogallo – Marocco e quattro punti per la nazionale lusitana inserita nel Gruppo B. Decisivo ancora una volta, l’asso del Real Madrid in due partite completa il suo repertorio: rigore, di destra su punizione, di sinistro e ora di testa. E’ bravo a farsi trovare libero in area di rigore sugli sviluppi di un calcio d’angolo battendo El Kajoui di testa. La reazione del Marocco è stata veemente con diverse occasioni per Benatia e compagni, senza però infilare la porta di Rui Patricio. Il massimo risultato, ma non con il minimo sforzo: gli uomini di Renard non sono stati abili a capitalizzare con un gol il predominio territoriale in campo. Dopo il vantaggio al 4′ sugli sviluppi di un corner, il Portogallo si è limitato a difendersi con ordine e tanto è bastato a portare a termine la missione.

Uruguay – Arabia Saudita 1-0

Nel Gruppo A, l’Uruguay di Tabarez dimostra pragmatismo e ermeticità battendo l’Arabia Saudita ancora per 1-0 come nel match d’esordio contro l’Egitto. Cavani sciupa tanto quanto Suarez nel primo incontro, a questo giro l’attaccante ex Liverpool segna, festeggiava le 100 presenze con la Celeste, diventa il pichichi della nazionale con 52 gol e il primo uruguaiano a segnare in tre diversi Mondiali. È finita solo 1-0 per alcuni errori di mira e con la formazione saudita creativa fino alla trequarti avversaria (il possesso palla finale dice 53% a 47% per i sauditi) e l’Uruguay solido, cinico e sprecone in contropiede: nella ripresa notevoli gli errori di Carlos Sanchez servito da Cavani e dello stesso Matador che si è fatto fermare dal portiere.

Iran – Spagna 0-1

La sfida serale che mette di fronte “Furie Rosse” e Iran dimostra che l’avvio di questo Mondiale per la Spagna non è per nulla semplice. Le vicissitudini causa esonero Lopetegui e arrivo di Hierro come ct. si fanno sentire così ci pensa ancora Diego Costa a togliere le castagne dal fuoco. Quello che è considerato un po’ il pesce fuor d’acqua, il meno aggraziato in una squadra di prestigiatori. Ma al 54’ è lui a insaccare su carambola dopo che il rilancio di Rezaeian incoccia sul ginocchio dell’attaccante dell’Atletico Madrid. Con un po’ di fortuna, insacca il suo terzo centro nel torneo e firma l’1-0 all’Iran, che vale l’aggancio al Portogallo in vetta al gruppo B.  Gli iraniani masticano amaro, perché avevano appena sfiorato il gol con Ansarifard in una rara sortita offensiva. E perché si vedono annullare, poco dopo, il pari di Taremi per fuorigioco di Ezatolahi. Taremi sarà fino alla fine l’incubo di De Gea: l’occasione ghiottissima gli capita sulla testa a dieci minuti dalla fine, ma non inquadra la porta.

 

Cosa aspettarci giovedì 21 giugno

Gruppo C | Danimarca – Australia | ore 14.00

Dentro o fuori per l’Australia, chiamata a battere la Danimarca per giocarsi poi la qualificazione all’ultima giornata della fase a gironi. I risultati della prima gara non lasciano alternative, per la nazionale del c.t. olandese van Marwijk: la sconfitta con la Francia obbliga gli oceanici a vincere per poi sperare in un altro risultato positivo col Perù. D’altro canto, i danesi blinderebbero di fatto la qualificazione in caso di successo, dopo la vittoria ottenuta contro i sudamericani nella precedente uscita.

Probabili formazioni:
Danimarca (4-2-3-1): Schmeichel; Dalsgaard, Kjaer, Christensen, Larsen; Kvist, Delaney; Poulsen, Eriksen, Sisto; Jorgensen. All. Hareide.
Australia (4-3-3): Ryan; Behich, Milligan, Sainsbury, Risdon; Mooy, Rogic, Jedinak; Leckie, Nabbout, Kruse. All. van Marwijk.

Gruppo C | Francia – Perù | ore 17.00

Francia-Perù può già dire molto del futuro del Girone C dei Mondiali. In caso di successo dei francesi e allo stesso tempo della Danimarca (contro l’Australia), infatti, sarebbe già archiviata con una giornata di anticipo la questione relativa al passaggio del turno. Per questo motivo la squadra del ct. Deschamps non vuole commettere errori contro i biancorossi di Gareca, sfortunati nella sfida di esordio proprio contro i danesi (0-1 finale).

Probabili formazioni:
Francia (4-3-1-2): Lloris; Pavard, Varane, Umtiti, L. Hernandez; Matuidi, Kantè, Pogba; Mbappè, Griezmann, Dembelé. All. Deschamps.
Perù (4-2-3-1): Gallese; Advincula, Rodriguez, Ramos, Trauco; Tapia, Yotun; Flores, Cueva, Farfan; Carrillo.  All. Gareca.

Gruppo D | Argentina – Croazia | ore 20.00

Argentina-Croazia è la partita che aprirà il secondo turno del Girone D. In campo le due iniziali candidate per il passaggio del turno, che però stanno da subito attraversando momenti diversi: la vittoria contro la Nigeria per 2-0 all’esordio permette alla squadra di Dalić di vivere con meno apprensione il big match (in caso di vittoria, l’accesso agli ottavi sarebbe assicurato); il pareggio 1-1 con l’Islanda mette invece ulteriore pressione sulle spalle di Messi e compagni, chiamati immediatamente a reagire per evitare brutte sorprese. In casa croata da registrare la decisione del ct di rispedire a casa Nikola Kalinic, che nella prima sfida, fingendo un mal di schiena, si è rifiutato di entrare in campo nei minuti finali.

Probabili formazioni:
Argentina (3-4-3): Caballero; Tagliafico, Otamendi, Mercado; Salvio, Mascherano, Lo Celso, Acuna; Pavon, Aguero, Messi. All. Sanpaoli.
Croazia (4-2-3-1): Subasic; Vrsaljko, Vida, Lovren, Strinic; Rakitic, Modric; Rebic, Kramaric, Perisic; Mandzukic. All. Dalić.

Oggi parte il Mondiale russo anche per la nazionale giapponese.

Gli asiatici sfideranno la Colombia in un girone che comuqnue si prevede equilibrato con Polonia e Senegal.

Il Giappone e’ alla sua sesta presenza in un Campionato del Mondo. In effetti i Samurai, dopo la prima apparizione nel 1998, hanno sempre centrato la qualificazione per la fase finale.

I risultati non sono sempre stati positivi. I migliori sono stati centrati nel 2002 e nel 2010, quando la formazione nipponica e’ riuscita a strappare il pass per gli ottavi di finale.

In Italia, se pensiamo al calcio giapponese, un riferimento lo facciamo sicuramente al cartone animato “Holly e Benji” i quali un Mondiale di calcio l’hanno vinto.

 Facendo pero’ un salto a 16 anni fa, il Giappone (durante il Mondiale giocato in casa) e’ riuscito nell’impresa di superare il girone al primo posto e accedendo quindi agli ottavi di finale contro la Turchia.

Quella partita poi e’ stata una beffa per la nazionale nipponica che e’ uscita sconfitta a causa del gol del centrocampista Umit Davala.

Una doppia beffa per il Giappone che oltre all’eliminazione ha dovuto subire la forte presenza della Corea del Sud (altro Paese ospitante) che invece si e’ giocata la finalina per il terzo posto.  

In quella nazionale spiccava il talento di Hidetoshi Nakata (famoso soprattutto per aver vestito in Italia le maglie di Perugia, Roma, Parma e Bologna).

Proprio contro la Tunisia nel match piu’ importante della fase a gironi il fantasista nipponico con la numero 7 va in rete grazie a un potente colpo di testa su assist di Ichikawa.

La vittoria contro gli africani ha permesso di raggiungere un risultato storico per quella che fino ad allora era stata un miraggio per il calcio nipponico.

Questa sera i pronostici sono tutti dalla parte dei Cafeteros, ma sappiamo benissimo che in un Campionato del Mondo tutto e’ possibile.

Il calcio, si sa, è uno sport magico. Per il calcio si gioisce e ci si dispera, si esulta e si soffre. Basta un gol del proprio beniamino o una parata decisiva del portiere della squadra avversaria perché le emozioni degli appassionati esplodano in un senso o nell’altro, sempre all’estremo, come forse non accade in nessun altra manifestazione sportiva. Ma, a volte, nel calcio accadono tragedie assurde ed incomprensibili, che restano impresse nell’anima dei tifosi come un ospite indesiderato che non ci pensa neanche a togliere il disturbo.

È il caso di questa storia: la storia di un calciatore, un ottimo calciatore, uno di cui avremmo sicuramente sentito parlare parecchio, che avrebbe avuto una carriera di sicuro successo e che, almeno in parte, l’ha avuta, prima che venisse stroncata definitivamente nel modo più assurdo che si possa immaginare. Sì perché la vita – e la carriera – di questo giocatore è terminata a soli 27 anni fuori da una discoteca di Medellin il 2 luglio 1994 spezzata dai colpi esplosi da una mitraglietta. Stiamo parlando di Andrès Escobar, che oggi avrebbe compiuto 50 anni.

UN POTENZIALE CAMPIONE

Andrés Escobar Saldarriaga nasce il 13/03/1967 a Calasanz, quartiere nord-occidentale della città di Medellín, nel cuore della Colombia andina.

Realtà non facile quella in cui Escobar cresce: il narcotraffico fra gli anni 70 e 80 è una realtà radicata con cui convivere e finirci invischiato è più di un rischio per un giovane di quegli anni.
Ma Andrès è diverso, si diploma e persegue quello che è il suo vero sogno: diventare un calciatore professionista. Sin da ragazzino si distingue come ottimo difensore grazie all’eleganza e l’efficacia degli interventi e queste doti gli permettono, appena ventenne, di diventare titolare inamovibile e simbolo della squadra principe della sua città: l’Atletico Nacional di Medellin.
Ma Escobar non è solo un giovane terzino, roccioso ed affidabile. E’ un giocatore ed uomo onesto, che gioca pulito senza eccedere con l’aggressività degli interventi. Ed è questa prerogativa che gli farà guadagnare il soprannome di El Caballero del Futbol (Il cavaliere del calcio).

Le sue prestazioni gli fanno ben presto ricevere le attenzioni del selezionatore della Nazionale colombiana, Francisco Maturana, che già nel 1988 lo convoca in Nazionale, venendo immediatamente ripagato della fiducia con l’unica rete internazionale di Escobar, peraltro in un palcoscenico di lusso: lo stadio di Wembley, dove la Colombia affronta l’Inghilterra in una partita valida per la Stanley Rous Cup.
Anche a livello di club, Escobar si toglie grosse soddisfazioni, con il suo Nacional che è protagonista di una cavalcata trionfale nella Copa Libertadores del 1989 fino alla vittoria ai calci di rigore contro l’Olimpia di Asunción.
Ed è proprio grazie a questa vittoria che il Nacional contenderà la Coppa Intercontinentale all’imbattibile Milan degli olandesi, venendo sconfitto solo grazie ad una perla di Chicco Evani su punizione all’ultimo minuto dei supplementari, dopo una partita ostica e gagliarda. Escobar è il più fiero alfiere di quella squadra e le sue indubbie doti lo portano addirittura, secondo parte della stampa, nel radar dello stesso Milan, salvo poi accasarsi allo Young Boys.
Ma il difensore colombiano probabilmente non digerisce con facilità il freddo clima bernese. Nel giro di pochi mesi, torna nella natia Medellín, consacrandosi definitivamente come eroe dei tifosi. Con la squadra della sua città, dove concluderà la breve carriera, riesce ad aggiudicarsi anche il campionato nazionale nel 1991.
In quegli anni Escobar fa parte della selezione colombiana forse più forte di tutti i tempi, una squadra che annoverava tra le sue fila fenomeni, ingestibili, del calibro di Valderrama, Higuita e Tino Asprilla, e un mix di giocatori di assoluto valore quali “El Tren” Valencia e Leonel Alvarez e giovani di ottima prospettiva quali Harold Lozano, Ivan Valenciano e Faryd Mondragon.
Addirittura, nelle qualificazioni ad USA ‘94, l’undici di Maturana riesce nell’impresa di imporsi per 5-0 a Buenos Aires, rifilando così uno schiaffo storico alla più quotata Selección argentina.

IL DISASTRO DI USA ’94

Ed è anche per questo che c’è grande attesa attorno alla Colombia ai blocchi di partenza di USA ’94. La Colombia sembra essere pronta per un mondiale storico e anche l’urna sforna delle avversarie più che abbordabili per Los Cafeteros: Romania, Svizzera e USA.
Ma l’avversario più ostico per quella Colombia è…la Colombia. I sudamericani sembrano in vacanza, non giocano con convinzione e vengono presi a pallate prima dalla Romania di Raducioiu e Hagi e poi dai padroni di casa, prima di vincere inutilmente con la Svizzera. Tutti a casa.
Ed è proprio contro gli USA che va in scena il dramma di Andrès: al minuto 35 il difensore, nel tentativo di ribattere un cross filtrante, colpisce male in scivolata e deposita il pallone alle spalle di Oscar Cordoba. E’ forse il fotogramma più famoso di quei Mondiali.

Gli esiti della disastrosa campagna a stelle e strisce non tardano ad arrivare: la stampa è furiosa e il rientro in patria di Maturana e soci non è certo leggero. Fin qui tutto normale.
Ma nessuno, nemmeno in quella Colombia fuori controllo ed in costante guerra civile, poteva pensare che una “catastrofe” calcistica potesse tramutarsi in una tragedia umana come quella che fu.

FINE DELLA STORIA

Il 2 luglio 1994, Andrés sta cercando di dimenticare le delusioni sportive e si gode la frizzante serata di Medellìn con la sua ragazza. Una normale serata estiva, almeno così sembra.
Si, perché c’è chi non ha dimenticato l’autogol di una settimana prima, qualcuno che aveva scommesso sul passaggio del turno dei Cafeteros: l’ex guardia giurata Humberto Muñoz Castro che, all’uscita di una discoteca, si avvicina al giocatore ed esplode sei (o dodici secondo alcuni) colpi di mitraglietta verso di lui. Fine della storia.
La fidanzata di Escobar sosterrà in seguito che l’omicida abbia urlato “Goooool!”, come nello stile delle telecronache calcistiche sudamericane. Secondo altri testimoni, il killer urla invece “Grazie per l’autogol!” mentre fa fuoco.
Dopo la tragedia, i compagni di squadra di Escobar, per paura di ulteriori ritorsioni, vengono sottoposti ad un regime di massima sicurezza. Il racconto dell’assurdo.

Ma in questa assurda storia c’è una speranza, una nota lieta. Ed è la consapevolezza che la fama del Caballero ha saputo resistere al tempo e che il suo ricordo è ancora vivo nel cuore dei tifosi colombiani, che ancora oggi intonano cori in onore del loro idolo. Ma questo non è sufficiente per accettare che si possa morire per un autogol.

 

In questi primi giorni di Mondiale certo non sono mancate le sorprese: la sconfitta della Germania, campione del Mondo 2014, i pareggi sofferti di Brasile e Argentina e le vittorie per il rotto della cuffia di Francia e Uruguay.

Risultati che hanno un po’ spiazzato tutti, soprattutto avvenute contro nazionali molto abbordabili. Questa sera torna in campo, dopo 12 anni dall’ultima volta, la Tunisia che tanto bene ha fatto nella Coppa d’Africa 2017, sconfitta in semifinale contro il Burkina Faso.

La Tunisia sfidera’ l’Inghilterra in quello che puo’ definirsi un altro match in cui ci potrebbero essere delle sorprese.

Proprio la nazionale delle Aquile di Cartagine e’ stata la prima formazione africana a ottenere una vittoria in un match Mondiale. Dobbiamo fare un salto ad Argentina 1978, quando i nordafricani sconfissero il Messico per 3-1, grazie alle reti di Kaabi, Ghommidh e Dhouieb.

In effetti sino proprio a quell’edizione, il continente africano contava le presenze solamente di Egitto (2-4 dall’Ungheria nel 1934) e Marocco (un pareggio e due sconfitte a Messico 1970), oltre che la sciagurata edizione del 1974 in cui lo Zaire si trovo’ a vivere una bruttissima situazione a causa delle ire del dittatore Mobutu Sese Seko.

In Argentina la nazionale tunisina arrivo’ certo non sprovveduta ma comunque con tutti i pronostici a sfavore, data la presenza di formazioni molto piu’ blasonate e storicamente forti.

Ma la Tunisia oltre alla vittoria contro il Messico riusci’ addirittura a fermare anche la Germania Ovest (campione del Mondo 1970) sullo 0-0. Risultato che pero’ non riusci’ a dare la possibilita’ di passare il turno, a causa della sconfitta patita contro la Polonia per 1-0.

Tuttavia per il calcio tunisino la vittoria ottenuta il 2 giugno  ’78 contro i messicani resta comunque una data importante e storica.
Davanti a 17mila spettatori al Gigante de Arroyito di Rosario, riusci’ a dare una scossa al Mondiale. Quella nazionale  era guidata dal commissario tecnico Abdelmajid Chetali e dal talento Dhiab Tarak, nominato pallone d’oro africano per l’anno 1977 . Tarak era dotato di un piede raffinatissimo in grado di mettere davanti alla porta i propri compagni di squadra. Da notare anche il portiere Mokhtar Naili, discreta tecnica tra i pali anche se con qualche limite.

Quella contro El Tricolor fu una partita in salita per gli africani, dato che i primi a passare furono proprio i messicani grazie alla rete su calcio di rigore di Vázquez Ayala.

Piu’ volte i messicani provarono a chiudere il match ma, come spesso accade nel calcio, i tunisini riuscirono prima a pareggiarla e poi addirittura a vincerla dopo che gli americani continuarono a divorarsi occasioni nitide davanti al portiere Naili.

Grande prima vittoria per una nazionale africana in un Mondiale e stasera proveranno a ripetersi.

Il Mondiale 2018 ha da poco alzato il sipario e sono già tante le emozioni e provato dentro e fuori dal campo.

Tra le celebri routine che da molti anni a questa parte accompagnano la Fifa World Cup ci sono sicuramente gli inni ufficiali che, nel giro di pochi mesi, diventano veri e propri tormentoni musicali. In effetti questa tradizione è iniziata oramai dal lontano 1962 nell’edizione cilena del Mondiale.

Per questa edizione russa il compito di spopolare con la canzone rappresentativa del Campionato del Mondo è stato affidato al cantante Jason Derulo che con Colors sta già iniziando a spopolare su YouTube. Il testo è stato scritto in collaborazione con Maluma.

Come già detto il primo inno risale a Cile ’62 con la canzone El Rock del Mundial dei Los Ramblers.

Un Rock and Roll che ha accompagnato tutti gli appassionati di calcio in quel torneo.
Qualche anno più tardi, nell’edizione di Messico 1970, a scrivere e interpretare il pezzo Fútbol Mexico 70 è il cantante Roberto do Nascimento. Pelé e compagni saliranno sul tetto del Mondo proprio con questa canzone.

Facendo un salto di 8 anni, ad Argentina 1978, troviamo un marchio di fabbrica tutto italiano nella composizione dell’inno al mondiale sudamericano. È il maestro Ennio Morricone ad incaricarsi della stesura delle note di questa edizione. Una sinfonia dal nome El Mundial.

Nel 1982 a spingere l’Italia alla vittoria Mondiale contro la Germania è Placido Domingo con la sua Mundial ’82. Un vero e proprio inno spagnolo che ha caricato gli azzurri fino al trionfo finale.

Tra gli inni più nostalgici non può che esserci Un’estate italiana di Edoardo Bennato & Gianna Nannini del Mondiale di Italia ’90. Un brano che ha accompagnato tutti i tifosi di calcio nelle Notti Magiche. Una vera e propria canzone che ha caricato la nazionale azzurra in tutto il percorso Mondiale, finito ai rigori contro l’Argentina al San Paolo di Napoli.

All’edizione di Francia ’98 è l’artista portoricano, Ricky Martin, a cantare La Copa de la Vida. Testo che porta sicuramente fortuna alla Francia che andrà poi a vincerlo quel Mondiale giocato in casa.

Per l’Italia vincente del 2006 i tifosi certo ricordano più il tormentone targato The White Stripes intitolato Seven Nation Army cantato anche negli stadi tedeschi in tutto il cammino azzurro fino alla vittoria finale a Berlino, anziché l’inno ufficiale Celebrate the Day – Herbert Grönemeyer feat. Mali Amadou & Mariam.

Il Waka Waka di Shakira ha fatto ballare tutto il mondo nel 2010. Al primo Mondiale in Africa la cantante colombiana ha cantato un inno che legasse tutti gli abitanti del Mondo al continente africano.

Particolare, quanto sciagurata, è stata però la decisione della Coca Cola (sponsor ufficiale del torneo) di “appoggiare” l’idea di sostenere un altro inno per quella edizione, la canzone Wavin’ Flag di K’Naan.

Pittbull con Jennifer Lopez hanno accompagnato il Mondiale 2014 in Brasile con la loro We Are One (Ole Ola).

In Italia però è a spopolare anche la canzone di Emis Killa – Maracanà.

Il palcoscenico del Mondiale è anche un modo per mettere in mostra non solo le abilità calcistiche e atletiche dei calciatori che ne prendono parte.

Tra le spettacolari quanto bislacche “sceneggiate” ci sono le capigliature che alcuni giocatori hanno messo in mostra durante un Campionato del Mondo.

Tra i goleador più forti di tutti i tempi c’è Bobby Charlton, il quale nel 1966 ha trascinato la nazionale dei Tre Leoni alla vittoria del primo e sinora unico Mondiale. Il bomber inglese durante il torneo (svoltosi in Inghilterra). I suoi gol hanno fatto la storia così come la sua stempiatura. Capelli al vento durante i match hanno fatto sì che Charlton diventasse un  calciatore famoso non solo per i gol messi a segno.

Continuando a parlare di stempiatura, come non citare l’ivoriano Gervinho a Brasile 2014. Come Bobby Charlton la stempiatura è evidente ma l’africano, durante tutta la sua carriera, ha cercato di mascherarla. Spesso però tale trucchetto non è servito e anche durante un match di campionato di Serie A con la Roma è andata di scena una gaffe clamorosa.

Alternativa è stato anche il look messo in mostra da Trifon Ivanov, difensore bulgaro a Usa 1994. Con grande autostima si è presentato con una capigliatura stile Benicio Del Toro nel film “Wolfman”. Forse per incutere paura agli avversari?

Un altro inglese, ma al Mondiale 1990, che si è mostrato al mondo intero con un look shock è stato Chris Waddle a Italia ’90. Capello corto nella parte superiore e lungo nella parte posteriore, non certo un bel vedere.

Sempre in Italia, anche il tedesco Rudi Voeller ha mostrato un capello lungo capello riccio con il solito baffo che lo ha sempre contraddistinto anche a Roma.

Restando in tema “riccio” e a Italia ’90 come non citare i due colombiani Rene Higuita e Carlos Valderrama. Capelli biondi stile afro per il numero 10, capelli lunghi e folta chioma per il portiere.

Tra gli italiani è doveroso citare le treccine di Roberto Baggio a Usa ’94. Addirittura i barbieri italiani in quel periodo sono andati letteralmente in crisi a causa della numerosissima richiesta dei ragazzini ad avere lo stesso look del Divin Codino.

Dalle treccine di Baggio al “triangolo” di Ronaldo. Il Fenomeno si è presentato con un look veramente particolare, quanto impresentabile, al fischio d’inizio della finale del 2002 contro la Germaia. Solo qualche mese fa è stato svelato il segreto di quella capigliatura. Ronaldo sapeva che non era al 100% e i giornalisti continuavano a parlare della sua condizione fisica. A quel punto la punta brasiliana decise di tagliare i capelli in quel modo così che i giornalisti abbiano iniziato a parlare d’altro.

Oh e a proposito dei Mondiali del 2002 in Corea e Giappone e di Germania…a voi il patriottismo di Christian Ziege. I colori della nazionale e un taglio da Mohicani. Cosa volere di più?

? Mondiali.it supporta l’Islanda a Russia 2018: scopri le storie e gli eventi live

Björn Bergmann Sigurðarson è nato ad Akranes il 26 febbraio 1991. Dopo la sfortunata esperienza iniziale con il club della sua città natale, culminata con una retrocessione, si trasferisce in Norvegia, al Lillestrøm, dove viene colpito da una serie incredibile di infortuni. Ripresosi, riesce a passare agli inglesi del Wolverhampton, che però lo cedono in prestito a Molde e Copenaghen. Attualmente milita nel campionato russo con la maglia del Rostov. Convocato in nazionale per la prima volta nel 2011, non è stato più convocato nei successivi cinque anni, tanto che ad oggi conta appena 11 presenze. Inoltre, è tra i pochi giocatori del gruppo a non aver partecipato a Euro 2016.

La carriera di Björn Sigurdarson nei club

2007-2008: ÍA, 30 (6)
2009-2012: Lillestrøm, 70 (17)
2012-2016: Wolverhampton Wanderers, 69 (7)
2014: Molde [prestito], 15 (3)
2015: Copeenaghen [prestito], 14 (1)
2016-2017: Molde, 38 (20)
2018-oggi: Rostov

La carriera di Björn Sigurdarson in nazionale

Presenze: 11
Debutto: 6 settembre 2011 contro Cipro, a Reykjavík, in una gara di qualificazione a Euro 2012. Vittoria Islanda per 1-0. Non convocato per cinque anni. Partita successiva giocata il 6 ottobre 2016 (Islanda-Finlandia 3-2).

Gol:
1) 24 marzo 2017, Scutari (Stadiumi Loro Boriçi, campo neutro), contro il Kosovo, un gol. Vittoria Islanda per 2-1.

Curiosità

A essere onesti, la carriera di Björn Sigurdarson è piuttosto anonima, ma c’è comunque un dato della sua vita privata che merita attenzione. Infatti, Björn ha tre fratellastri: Bjarni Guðjónsson, Þórður Guðjónsson e Joey Guðjónsson, tutti e tre ex giocatori. Joey, in particolare, ha giocato anche lui nel Wolverhampton.

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