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Ha continuato a segnare come al suo solito e lo ha sempre fatto con costanza, tanto da diventare il tiratore da tre punti più prolifico della storia dell’Nba.

Si tratta di Steph Curry, playmaker di Golden State che, dopo un leggero calo realizzativo nel mese di febbraio è tornato alla carica a suon di triple in Western Conference.

Negli ultimi nove match disputati il numero 30 dei Warriors ha messo a segno almeno 5 triple, facendo registrare una percentuale del 48,7 al tiro dalla distanza (suo punto forte).

 

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What Did He Pump Fake At …😂💀 – credits:@curryformz Follow @shiningcurry for more!🏀 –

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A giustificare quest’ottimo trend è lui stesso, poiché ha trovato una soluzione a un problema fisico che lo ha attanagliato per molto tempo. Un disturbo visivo legato all’assotigliamento della cornea gli impediva di focalizzare al meglio il canestro.

Grazie all’utilizzo di specifiche lenti a contatto, Curry è tornato a vedere nel miglior modo possibile e realizzare triple a quantità industriale.

Il problema ottico si chiama cheratocono, meglio noto come KC nel campo oftalmico, e il play americano ne soffriva da tempo.

Ho iniziato a mettere le lenti a contatto, è come se mi si fosse aperto davanti il mondo intero!

Ha ribadito lo stesso Curry.

Che l’Nba sia un campionato di basket a parte rispetto al resto del mondo lo si sa, come si sa anche che i Golden State Warriors sono una squadra fortissima, con tantissimi campioni, capace di vincere tre degli ultimi quattro campionati; ma quello che la squadra di Oakland ha fatto nell’ultimo match è stato qualcosa di assurdo e inimmaginabile.

La partita contro i Chicago Bulls è stata quella dei record: nel primo intervallo hanno ottenuto miglior punteggio della storia del team e secondo di sempre (ben 92) e miglior risultato dai tre punti della storia Nba. Il protagonista di quest’ultimo dato è stato Klay Thompson il quale ha messo a segno 14 tiri da tre punti (su 24 tentativi), 18 su 29 al tiro. Di questi, 36 punti e 10 triple solamente nel primo tempo. Il tutto in soli 27 minuti giocati dal fuoriclasse cresciuto a Washington.

Numeri da capogiro che permettono di far entrare questo match nella storia del campionato di basket più bello del mondo.

La partita si è conclusa con la larga vittoria dei Warriors per 149 – 124. All’intervallo il parziale (in soli 24 minuti) segnava 92 – 50 per Thompson e compagni, secondo punteggio più alto nella storia della Nba dopo i 107 punti segnati in un tempo dai Phoenix Suns nel 1990.

Cammino inarrestabile per i campioni Nba 2017/18 che già fanno la voce grossa in Western Conference. I gialloblu hanno iniziato questa stagione in maniera quasi perfetta, perdendo un solo match su otto.

Steph Curry e Kevin Durant fino a ieri avevano già dimostrato di essere in palla: il primo mettendo a segno 51 punti contro i Washington Wizards e il secondo segnando 25 punti nel quarto quarto venerdì contro i New York Knicks. All’appello mancava solamente Thompson, un po’ in ombra nelle prime partite ma che contro i Bulls ha ampiamente fatto capire che c’è anche lui all’interno della franchigia.

Chissà come risponderà LeBron James, un po’ in difficoltà con i suoi Lakers usciti sconfitti anche contro Minnesota Timberwolves. Due sole vittorie per la squadra di King James in sette incontri disputati.

È partita la stagione Nba 2018/19 con i Golden State Warriors protagonisti prima del fischio d’inizio del loro match inaugurale e in campo contro i Thunder.

Steph Curry, come da rituale, hanno ricevuto l’anello che simboleggia la vittoria del titolo la scorsa stagione in finale contro Cleveland.


A consegnare i famosi anelli, per la prima volta realizzati a due facce, il commissario Nba, Adam Silver. I Warriors hanno avuto anche la possibilità di sollevare sul soffitto della Oracle Arena per l’ultima volta il banner celebrativo del titolo conquistato lo scorso giugno.

L’anno prossimo la squadra si trasferirà da Oakland al Chase Center di San Francisco.

La celebrazione e la consegna degli anelli è stato un vero e proprio show in cui anche il numero 30 Curry ha preso parte, prendendo in mano il microfono e chiamando lui stesso Eric Housen, uno dei tanti lavoratori dietro le quinte in casa Warriors che lavora per la squadra da 30 anni, per consegnargli un anello.

Nota stonata della festa è stato Patrick McCaw. La guardia americana, a causa di numerose divergenze con la società, ha deciso di non presentarsi alla cerimonia pertanto non ha ricevuto il suo anello.

Dopo i sorrisi, il primo match. Una partita esaltante ma molto sofferta da parte di Golden State. Durant e compagni hanno dovuto faticare non poco contro gli Oklahoma City Thunder. Il risultato finale è stato 108-100 per i padroni di casa. Subito uomo partita Steph Curry con 32 punti messi a segno, seguito da Kevin Durant con 27.

Mentre Golden State in gara-5 ha surclassato Cleveland e si è aggiudicato il secondo titolo Nba degli ultimi 3 anni, Mondiali.it vuole fare un tuffo nel 2014 quando a vincere l’anello sono stati i San Antonio Spurs guidati dall’italianissimo Marco Belinelli.

In effetti il cestista azzurro, che oramai è un veterano del basket americano, ha avuto l’onore e la fortuna di essere stato il primo italiano ad alzare il trofeo più ambito dagli amanti della pallacanestro.
Quella del 2014 è stata una stagione da incorniciare per Belinelli che ha avuto modo di vincere anche un trofeo personale. Infatti, grazie alla media stagionale di oltre il 44% nel tiro da tre punti, viene selezionato per partecipare allo spettacolare “Three-point Shootout” in occasione dell’All-Star Weekend 2014. A fine gara riesce a sconfiggere nello spareggio lo statunitense, Bradley Beal, diventando così il primo italiano a vincere questo tipo di premio.

Se in questo 2017 a portare in trionfo Golden State sono stati sicuramente Kevin Durant e Stephen Curry, sicuramente nel 2014 uno degli artefici del sogno di San Antonio è stato proprio il bolognese Belinelli.

Vincere l’anello Nba è stata una vera e propria conquista per la pallacanestro italiano che oramai da anni in pianta stabile esporta i propri cestisti all’interno del campionato più famoso e importante del pianeta. Dal 1995, quando a trasferirsi oltreoceano fu Vincenzo Esposito (attuale coach di Pistoia), sino ad ora, sono stati molti gli italiani a volare nel campionato a stelle e strisce. Nessuno però era riuscito a raggiungere il trofeo più ambito prima di Belinelli.
Seppur campioni come il “Gallo” Gallinari, Andrea Bargnani e Gigi Datome abbiano fatto parte di gruppi forti, non sono mai riusciti a vincere il “Larry O’Brien Championship Trophy” prima che lo facesse proprio Marco Belinelli tre anni fa.

A far sì che il cestista bolognese crescesse la sua fama ci ha pensato anche l’ex presidente americano, Barack Obama, quando, in occasione della consueta visita alla Casa Bianca della squadra vincitrice del titolo, pubblicamente gli riservò le parole:

Who we miss on the Bulls!! (che manca a noi de Bulls)

con preciso richiamo al tifo del presidente Usa per la squadra di Chicago, in cui ha militato la guardia bolognese.

Tuttora la guardia azzurra è in Nba e dopo la trionfante esperienza a San Antonio ha militato in diverse squadre del campionato di Nba. A portarlo in America furono i Warriors nel 2007. Dopo Golden State, ha girato in varie città: Toronto, New Orleans, Chicago. Dopo la vittoria del Nba Final, si trasferisce a Sacramento (pessima annata) prima di stabilirsi a Charlotte negli Hornets. In effetti la piccola parentesi a Sacramento non è stata delle migliori. Nonostante un buon prestagione, il campionato è negativo con una scarsa vena realizzativa.

Il riscatto arriva a Charlotte. Con delle buone prestazioni riesce a far risalire la china degli Hornets perdendo per un soffio il pass per i playoff. Il sogno è quello di rivedere un italiano ad alzare il trofeo Nba così che possa portare in auge il basket azzurro.

Dario Sette