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Il gran rifiuto di Kepa nella finale di Carabao Cup ha fatto il giro del mondo. Il portiere spagnolo che accusa i crampi alla fine dei supplementari. Sarri che prepara il cambio con Caballero. Il tabellone della sostituzione pronto e poi si ferma tutto. Il numero 1 blues non vuole uscire. Fa segno con le mani, manda a quel paese il suo allenatore che non la prende bene. Esplode, minaccia di togliersi la tuta, torna negli spogliatoi e poi rientra, mandando improperi a destra e a manca. Una scena mai vista, o quasi. Vengono in mente il vaffa di Chinaglia a Valcareggi durante i Mondiali di Germania ’74 o quanto accadde esattamente 20 anni dopo durante il torneo di Usa ’94.

Il caso Baggio Sacchi

23 giugno, Giants Stadium di New York, Italia Norvegia. Gli azzurri di Sacchi, dopo l’inaspettato ko per 0-1 contro l’Eire nella gara inaugurale, devono fare punti nella fase a gironi. La gara però si mette male con l’espulsione di Pagliuca al 21’. Il vate di Fusignano decide allora di togliere la stella della squadra in nome dell’equilibrio. Fuori Roberto Baggio, dentro Marchegiani. Solo che il Divin Codino non la prende bene. Anzi, non riesce proprio a credere di dover uscire. Guarda la panchina, i suoi compagni di squadra. Si chiede se è davvero lui ad abbandonare il campo, il numero 10 e Pallone d’Oro in carica. «Questo è matto», esclama Roby quasi in favore di telecamera. Ma il ct aveva deciso, rischiando, in nome delle distanze tra i reparti.

Perché lui e non un altro? Per una semplice questione tecnica. Avevo bisogno di gente che corresse molto e di un attaccante che “allungasse” la squadra avversaria partendo nello spazio, senza palla

Alla fine avrebbe avuto ragione lui, Sacchi. Per meriti o fortuna, questo non si saprà mai. Ma l’Italia vincerà quella partita grazie a un altro Baggio, Dino. E continuerà il suo Mondiale al cardiopalma grazie al Baggio con il codino, che la trascinerà fino alla finale di Pasadena. E pensare che negli ottavi di finale contro la Nigeria, vinti rocambolescamente ai supplementari, fu proprio il Codino a chiedere a Sacchi di essere sostituito per i crampi. Il tecnico aveva però finito i cambi e Roberto dovette restare in campo. Andò bene anche in quel match, portato a casa per 2-1 con doppietta proprio di Baggio. Quello che dette del matto al suo allenatore.

Parlare di maglie delle nazionali ha sempre un fascino particolare, soprattutto se si trattano delle edizioni di Mondiali degli anni passati. C’è chi addirittura ha giocato con le maglie dei club!

Il Campionato del Mondo di Usa 1994 è stato quella della prima volta dei nomi dei calciatori sulle maglie della loro nazionale.

Per la prima volta si leggono i nomi tra gli altri di Baggio, Maradona, Bergkamp e Romario.

Una novità per tutti gli appassionati del calcio e anche per gli statunitensi che certo non avevano il calcio nel sangue. In effetti secondo un’indagine di quell’anno, il 66% degli americani non aveva idea che si stessero per svolgere i Mondiali di calcio. Solo il 17% manifestava curiosità per la cosa.
Quindi diciamo che gli americani, all’inizio, non erano proprio attratti da questa manifestazione che comunque avrebbe offerto un’altra ottica agli Usa.

Tornando alle maglie, l’edizione del ’94 fu quella anche delle maglie estroverse delle nazionali, in particolare dei portieri. Su tutti si ricorda la maglia del portiere del Messico, Jorge Campos, che lui stesso si disegnava. A primo acchito sembrava un vero e proprio vestito a maschera dai colori accesi.

Altrettanto colorata, ma meno conosciuta, anche la divisa della Corea del Sud dell’estremo difensore Young Choi. Anche la divisa dell’Italia porta in auge molta nostalgia per gli appassionati. La casacca del portiere azzurro Pagliuca, con forti richiami al Tricolore. Tra gli azzurri spiccava anche il doppio Baggio: D. Baggio (con la maglia numero 13) e R. Baggio (con la 10).

Un aspetto però fu importante e rese le partite molto complicate, il caldo. Nell’estate 1994 ci fu una forte ondata di caldo asfissiante che coinvolse gran parte degli Usa. La Fifa non facilitò certo le nazionali fissando molte partite dei gironi in orari improponibili, con temperature ben oltre i 40 gradi.

Al quanto particolare, invece, è stata la petizione messa in atto dagli islandesi. I tifosi del piccolo paese prima di Euro 2016 hanno iniziato una raccolta firme sul sito iPetitions per convincere la federazione calcistica locale a stampare il nome dei calciatori, e non il cognome, usanza molto frequente sull’isola.

In effetti, in Islanda è consuetudine riferirsi alle persone chiamandole sempre per nome, anche se si cita o se si sta parlando con una persona che non si conosce; gli autori della petizione sostengono che il nome sulle maglie sia un modo per rispettare la tradizione del proprio paese. Rifaranno questa raccolta firme in vista di Russia 2018?