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Inizio di stagione 2004. Federer è reduce dal successo di Wimbledon, conquistato nel 2003, e Nadal era un ancora ragazzino, ma in rampa di lancio pronto a esplodere. In quel momento la differenza di Slam vinti tra i due futuri campionissimi era pari a uno, ovviamente.

Eppure quel momento lì, agli esordi di quello che poi sarebbe consacrato come il duello del nuovo secolo nel tennis, è stato l’unico e il primo con il minimo scarto di Slam vinti. Prima di oggi. Con il successo agli US Open contro il russo Daniil Medvedev, il maiorchino ha infatti quasi completato la sua rimonta: è tornato vicinissimo a Re Roger anche se le bacheche dei due sportivi sono leggermente più piene.

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Roger Federer 20 titoli dello Slam, Rafael Nadal 19 e mettiamoci anche Novak Djokovic che di successi ne ha 16. In totale, 55 Majors conquistati da tre soli giocatori in un lasso di tempo di 66 tornei: gli altri stanno a guardare mentre i tre scrivono ancora livelli che nessuno poteva immaginarsi a inizio degli anni 2000. Prima dell’avvento di Roger Federer, infatti, resistevano i 14 titoli della Slam di Pete Sampras e già quello sembrava un limite impossibile.

Ma al contrario di quanto successe anni fa, quando Roger era già affermato (nel 2004 vinse tre Slam), adesso è Rafa a viaggiare alla velocità maggiore. «Quando aggancerà Federer?», è stata una delle domande più gettonate del post sfida a Medvedev. Pochi hanno trovato una risposta convincente, anche se l’evento potrebbe verificarsi già la prossima primavera, con il nuovo Roland Garros. Sedici anni sono passati, dalle prime acerbe sfide…vorremmo rivivere tutto per almeno altrettanti 16 anni.

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Diventerai un campione

A dirlo è Rafa Nadal dopo due ore e 40 minuti di gara in cui un Matteo Berrettini da applausi a tenuto botta al tennista spagnolo nella semifinale degli US Open, ma poi è costretto ad arrendersi di fronte al maiorchino che lo batte in tre set: 7-6 (6), 6-4, 6-1. Partita solidissima del romano, che gioca a lungo alla pari con il temutissimo avversario, si porta sul 4-0 nel tie-break del primo set e annulla nove palle break. Poi il crollo sul 3-3 del secondo set, ma Nadal lo promuove.

 

Nadal affronterà Daniil Medvedev in finale, per Matteo Berrettini il sogno della grande impresa, quella di poter essere il primo italiano a giocarsi il torneo newyorkese fino all’ultimo atto, svanisce. Il primo set è da spellarsi le mani dagli applausi per quanto il romano lo gioca bene. Il primo game va agevolmente a Nadal, Berrettini si prende solo un punto e appare molto nervoso. Si tratta però solo di un’impressione, dato che il romano apre il suo turno di servizio con un ace. Rafa tenta di azzannarlo e vuole accelerare la pratica, ma Matteo rintuzza tutto e gli annulla subito due palle break. Il set è stupendo anche perché giocato assolutamente alla pari, Berrettini è perfetto nella strategia di giocare colpo su colpo sul suo temibilissimo avversario che a un certo punto sembra anche perdere la flemma: infila infatti un doppio fallo, vanifica altre tre palle break sul 4-3 e perfino la palla del set point sul 5-4. Si va al tie-break, con Berrettini che sembra in vantaggio dal punto di vista mentale: Nadal perde infatti due volte il servizio e il doppio minibreak dell’azzurro vale un impensabile 4-0. La rimonta di Nadal è però tanto lenta quanto inesorabile: 5-2, poi 6-4, quindi 6-6 (su un azzardo di Matteo, una palla corta). Fino al 6-8, che regala al maiorchino un set che probabilmente mai avrebbe pensato potesse sfondare il muro dell’ora e un quarto di durata.

 

Lo schema rimane sostanzialmente inalterato anche nel secondo set: Nadal attacca, Berrettini rintuzza. E sembra funzionare, se è vero che Matteo mantiene un altro turno di servizio dopo dieci punti, annullando anche le palle break numero sette e otto della partita di Nadal (che ancora non se n’è portata a casa nemmeno una). Arriverà anche la nona, ancora una volta annullata dall’italiano in un terzo game un po’ meno teso, ma l’impressione che il pendolo del match stia iniziando a pendere verso re Rafa è palpabile: il 3-3 del sesto game matura dopo che Berrettini è riuscito a prendersi un solo punticino nei tre turni con Nadal alla battuta. E alla fine il fortino romano cade al settimo game, che lo spagnolo si prende con un break point quasi immediato mentre Berrettini è appena a 15. Reagire a questo punto diventa una missione quasi impossibile, serve un ulteriore cambio di passo che Matteo non ha più nelle braccia e nelle gambe (anche se probabilmente nella testa e nel cuore sì). Il set finisce senza ulteriori scossoni: ognuno conserva il turno di battuta.

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Berrettini ci prova, in un terzo set che si apre con un game eterno e massacrante: dieci punti, esattamente come il set precedente, ma stavolta le pile stanno finendo e al primo break point Nadal si prende tutto. Si tratta solo del punto dell’1-0, ma vale molto di più. Di fatto è il lasciapassare per la finale, anche se farlo capire a Berrettini è dura: Matteo si prende il terzo game senza lasciare punti a Nadal, quindi si toglie lo sfizio di annullargli altri tre break point sul 3-1. Il maiorchino però stavolta non lascia feriti lungo il cammino, e la quarta palla break è quella giusta: secondo servizio perso per Berrettini, che non tornerà più in partita e dovrà accontentarsi di un 6-1 finale, ingeneroso per quanto mostrato durante l’intero match.

 

Non so cosa dire, in questo momento ricordo poco, diciamo il doppio fallo sul primo match point. È stata una bella lotta, e complimenti a Monfils. Mentre giocavo pensavo anche di star assistendo, dal campo, a una delle più belle partite che abbia mai visto

Sì, Matteo Berrettini è in semifinale. Ce l’ha davvero fatta. Ha avuto bisogno di tre ore e 55 minuti. Il secondo italiano di sempre a giocarsi una semifinale agli US Open e il quarto in uno Slam dopo Panatta, Barazzutti e Cecchinato, sarà proprio lui. A cadere è Gael Monfils, che vende carissima la pelle ma deve anche mangiarsi le mani per tantissimi errori specialmente al servizio. Ma rimane un dato: i cinque match point della partita sono tutti del romano.

La partita è durissima, e almeno inizialmente Berrettini dà l’impressione di patire la portata storica dell’evento: nel primo set è infatti in sostanziale balia dell’esperto avversario, che si prende il break portandosi sul 4-2 (dopo averci provato già nel quarto game) senza che l’azzurro riesca mai a reagire: addirittura a un certo punto si indica la testa, come a dire che la mente non è collegata al corpo. E sembra che l’uggioso pomeriggio newyorkese possa tramutarsi in una giornataccia per Berrettini.

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La svolta: il controbreak del secondo set

La conferma arriva nelle prime fasi del set successivo, che si apre subito con il break del francese che addirittura arriva a una palla dal doppio break e dal 3-0. Qui però improvvisamente la partita di Berrettini svolta: non solo il romano conserva il servizio, ma va a prendersi il controbreak del 2-2 e ribalta tutto con grande autorevolezza. Sono infatti suoi tre game di fila, con Monfils che inizia a faticare di fronte alle sue accelerazioni e in particolare a un dritto che non lascia scampo: il sorpasso arriva grazie a un provvidenziale ace, quindi Berrettini trova addirittura il doppio break del 5-3, dopo alcuni gravi errori (tra cui due doppi falli) di un Monfils con il fiatone. E il game successivo si chiude a 0, con il set facilmente a Berrettini.

Il francese è nervoso, e lo dimostra chiedendo a gran voce che siano accese le luci sull’Arthur Ashe Stadium sul 2-1 Berrettini. Poco cambia, però, dato che l’azzurro controlla con tutta tranquillità le operazioni, artigliando anche un doppio break che vale il 5-2 dopo ben 16 punti in uno dei giochi più accesi e vibranti della partita (si vedono ace, doppi falli, dritti al fulmicotone, recuperi da urlo e colpi lungolinea da infarto). E il terzo set sorride a un Berrettini calmo e quasi spietato.

Intanto inizia anche a diluviare su Flushing Meadows e in qualche modo Monfils rientra in partita: lo fa strappando il servizio a Berrettini in un altro game eterno (il quarto) e poi riuscendo a rintuzzare i tentativi del romano, che deve arrendersi sul 3-6 dopo aver costruito una sola palla del controbreak, non sfruttandola, sull’1-4.

 

Il quinto set dura oltre un’ora

Ma è il quinto set, con la sua ora e dieci minuti di durata, a rendere tale l’impresa del 23enne capitolino: un set in cui la fanno da padroni i nervi tesi, i capovolgimenti di fronte e anche tanti errori. Berrettini si porta subito sul 2-0, ma nel game successivo cede il servizio. Monfils è esausto, ma anche l’azzurro si contrae: dopo essersi preso un controbreak a 0 (è il punto del 4-2), vanifica infatti il primo match point permettendo al francese di chiudere il controbreak e di trovare cinque punti di fila. Altri due match point vengono annullati sul 6-5, nonostante i tantissimi errori in battuta di Monfils, che alla fine arriverà a 17 doppi falli. Alcuni dei quali spostano anche gli equilibri di un tie-break tesissimo (anche l’occhio di falco regala un punto al romano, quello del 4-1). Ma alla fine a prevalere è Berrettini. Che ora si prepara a giocarsi una semifinale agli US Open. E non è il sogno di una notte di fine estate.

 

Teniamo a bada le euforiche esaltazioni sportive, però a Matteo Berrettini possiamo dirgli che il suo nome sulla storia del tennis l’ha messo: è il primo azzurro ad approdare ai quarti di finale agli US Open da quando si giocano sul cemento di Flushing Meadows. Prima di lui, infatti, c’era riuscito solo Corrado Barazzutti, nel 1977, ma sulla terra verde di Forest Hills.

Il tennista romano, testa di serie n. 24, ha superato il russo Andrey Rublev, n. 43,  con il punteggio di 6-1, 6-4, 7-6 (8/6). Berrettini, dopo aver condotto un match perfetto, ha avuto un solo passaggio a vuoto, sul finire del terzo set quando ha perso per la prima volta la battuta sul 6-5. Ma nel tie-break ha mantenuto i nervi saldi, anche dopo essere stato rimontato da 5-2 a 5-5 e dopo essersi visto annullare un match-point, e alla seconda occasione ha chiuso con una volèe di dritto incrociato. Tra Berrettini e la semifinale c’è il francese Gael Monfils, numero 13 del mondo, che ha regolato in scioltezza lo spagnolo Pablo Andujar con il punteggio di 6-1, 6-2, 6-2. L’incontro è in programma mercoledì 4 settembre.

 

Sono orgoglioso di quello che sto facendo e del mio team . Mi sto togliendo delle grandi soddisfazioni, ma non voglio fermarmi qua: credo che sia una frase abbastanza normale da dire, ma non sempre è così scontata. Sono felicissimo per me, per la mia famiglia, per l’Italia e per tutti gli appassionati che mi seguono

Non vuole fermarsi Berrettini, certo, e continua a scalare il ranking mondiale. La vittoria contro Andrey Rublev gli ha dato la certezza di entrare tra i primi venti della classifica ATP. Da lunedì per il tennista azzurro ci sarà sicuramente il best ranking, anche se c’è ancora la possibilità di migliorarsi. Sì perché in caso di vittoria contro Monfils, ci sarebbe un ulteriore passo in avanti per il tennista azzurro con altri 360 punti guadagnati (sono 720 per chi arriva in semifinale), inserendosi in tredicesima posizione proprio alle spalle del transalpino.

 

 

Di questi tempi, un anno fa, era su un letto d’ospedale, rischiando la vita per una difficile gravidanza e le successive complicazioni: un ematoma per un grumo di sangue, embolia polmonare e i punti del cesareo che si riaprono. La vita di Serena Williams era a un bivio, la sua stessa vita (e di riflesso, quella sportiva) erano compromesse. Oggi però, la tennista quasi 37enne statunitense avanti, nell’immediato futuro che dice trentunesima finale in un Major, l’epilogo degli Us Open, sabato 8 settembre (ore 22 italiane) contro Naomi Osaka, prima giapponese a qualificarsi per una finale dello Slam.

Dodici mesi indietro non riusciva a camminare, adesso si gioca la seconda finale del 2018 di uno Slam, pur sapendo di non essere al meglio, pur ammettendo di essere al 50-60 per cento delle sue forze: come nei quarti contro la Pliskova, anche contro la Sevastova, la ex numero uno, ora 26, era andata sotto di 0-2. Quest’anno è arrivata fino in fondo a Wimbledon, perdendo; ora prova a cambiare la storia a Flushing: sarà la nona finale, con sei trionfi e due sconfitte, a New York. E oltre al possibile successo, potrebbe inanellare svariati record: raggiungerebbe Margaret Court a quota 24 Slam e potrebbe staccare Chris Evert per numero di vittorie in questo torneo.

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Il viale del tramonto sembra essere distante ed è un messaggio diretto a chi, quasi dal nulla, vorrebbe vestire i panni del guastafeste. A marzo, a Miami, nel loro unico incrocio, l’aveva spuntata proprio Naomi Osaka. Ha vent’anni e dimostra una freddezza atipica, sangue haitiano del papà e sangue giapponese della mamma, nata in Giappone e trasferita negli Usa all’età di tre anni. E il suo idolo femminile? Proprio lei, Serena Williams. «Se ho salvato 13 palle break su 13 è perché volevo giocare a ogni costo contro di lei – ha detto al termine della semifinale – ma quando ce l’avrò davanti la tratterò da rivale, non da idolo».

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Alexis Ohanian, co-fondatore del social network Reddit e marito della tennista Serena Williams, ha pubblicato un video celebrativo realizzato da lui con alcune immagini di un anno fa, quando Williams partorì la sua prima figlia, montate insieme ad altre realizzate nell’ultima settimana durante gli US Open.

 

Sul piano tecnico non c’è partita, ma John Millman porta con sé un capolavoro che è un po’ uno spartiacque per il prossimo futuro del tennis mondiale. Non per l’exploit del 29enne di Birsbane, ma per l’incertezza che lascia la brutta sconfitta di Roger Federer agli Us Open. Il tennista australiano, infatti, partito dai sessantaquattresimi nel torneo americano, lungo il suo percorso ha prima eliminato l’italiano Fabio Fognini per poi, con grande stupore, far fuori King Roger: John Millman ha giocato la partita della vita e, con molta compostezza e tranquillità, ha superato lo svizzero in quattro set, 3-6 7-5 7-6(7) 7-6(3), chiudendo il match in 3 ore e 34 minuti.

«Ho battuto il mio eroe», ha detto Millman alla fine cercando di trattenere la gioia davanti al suo idolo. Per il 37enne campione di tutto, una serata da dimenticare che conferma la sua allergia ai campi di Flushing Meadows. Millman è numero 55 del mondo e ha sfruttato i 76 errori non forzati di Roger, che non usciva così prematuramente in uno Slam dal 2015.

Rimangono in gara così quattro ex vincitori del torneo: due nella parte alta (Nadal e Del Potro) e due nella parte bassa (Cilic e Djokovic). E sarà proprio Nole, l’avversario dell’australiano ai quarti di finale del torneo di tennis che chiude il Grande Slam.

Il serbo, dopo aver lasciato un set a testa agli avversari dei primi due turni, ha poi proseguito senza più concedere nulla. Sul piano tecnico non c’è partita, dicevamo, e la lettura del match proposta da Replatz conferma l’impressione: Djokovic è più che favorito e dato a 1,04 per la vittoria nell’incontro in programma giovedì sei settembre alle 2.15 di notte, mentre il risultato esatto di 3-0 è proposto come opzione più probabile a 1,44. Per Millman, che tra l’altro ha perso 6-2 6-1 l’unico confronto con Nole, un altro successo “clamoroso” varrebbe otto volte la scommessa.

Con Federer fuori, Djokovic rimane il favorito per il trionfo finale, seguito da Rafa Nadal, vincitore della scorsa edizione.

 

Manca pochissimo ormai al via della competizione australiana più attesa di questo inizio 2018, gli Australian Open, e nel frattempo i tennisti azzurri sono impegnati in altre gare nell’hinterland australiano, con ottimi risultati.

Sydney International Wta Premier

Nella competizione Wta Premier del Sydney International spicca sul tabellone il nome di Camila Giorgi, che è riuscita a battere in soli due set la campionessa degli ultimi Us Open Sloane Stephens, numero 13 del mondo.

Una vittoria che ha dell’incredibile e che si è consumata in fretta senza dare la possibilità all’avversaria di potersi difendere. Nel primo set la Stephens ha tentato di rimontare ma senza risultato e si è concluso per 6-3. Il secondo set invece è stato dominato interamente dalla tennista italiana che ha vinto per 6-0.

Camila Giorgi, numero 100 del ranking Wta, ai avvia quindi verso gli ottavi di finali della competizione australiana e si sfiderà contro la ceca Petra Kvitova. La tennista dopo questa entusiasmante vittoria, si sente carica e determinata ad andare fino in fondo e si appresta ad affrontare il prossimo match con ottimismo e grandi aspettative.

East Hotel Canberra Challenger, Atp

In Australia è in corso anche il torneo challenger Atp, East Hotel Canberra Challenger, dove il tricolore italiano viene portato alto dal nostro Andreas Seppi, che vince sul tedesco Maximilian Marterer.

Il match, però, non è stato facile come per la Giorgi, ma Seppi ha faticato parecchio prima di uscirne vincitore. 3-6 6-3 7-6(7) è il resoconto di un testa a testa che si è prolungato per ben due ore e dove il nostro tennista ha rischiato anche di farsi battere dal numero 95 del ranking atp.

Seppi, che occupa la posizione numero 75 del ranking ATP, si avvia verso il prossimo match nel quale si sfiderà contro Nathan Pasha, numero 618, e non potrà permettersi gli stessi sbagli della scorsa partita. Il sua avversario proviene dalle qualificazioni e si prospetta per lui una vittoria facile se rimarrà concentrato e determinato per tutto l’incontro.

Dopo una stagione costellata di successi, Rafael Nadal è costretto ad allungare la sua pausa per riprendersi fisicamente dai problemi che ancora gli causa il ginocchio destro.

Il vincitore del Roland Garros e dell’Us Open deve quindi lasciare ancora un po’ la racchetta appesa al chiodo per dedicarsi al suo recupero, in modo tale da ricominciare la nuova stagione in perfetta forma.

Presa la decisione, diventa inevitabile rinunciare all’ATP 250 di Brisbane che avrà inizio domenica prossima, dopo aver già detto no anche ai tornei di Abu Dhabi e al Fast4 di Sydney che comincerà l’8 gennaio.

Il numero 1 Atp del mondo motiva su Twitter la sue decisione con queste parole:

L’intenzione era di giocare, ma non sono ancora pronto dopo la lunga stagione dello scorso anno e il tardivo inizio della mia preparazione. Vedrò i miei fan australiani quando andrò il 4 gennaio a Melbourne per preparare l’Australian Open

Anche se qualcuna ipotizza un suo forfait anche nella prima competizione importante di stagione, in scena in Australia, Nadal ha chiaro in testa il suo obiettivo e vuole riuscire a recuperare in tempo per partecipare nel pieno della sua forma.

I problemi al ginocchio per il tennista maiorchino sono cominciati a diventare insopportabili già dall’inizio del mese scorso, quando è stato costretto a ritirarsi dal Masters 1000 di Parigi-Bercy. Proprio poco prima del match contro il serbo Filip Krajnovic ai quarti di finale, Nadal ha annunciato il suo ritiro per occuparsi del suo ginocchio e poter partecipare alle competizioni di maggior rilievo.

E non era il primo torneo al quale Nadal ha dato forfait: il suo problema fisico va avanti già da un po’ di tempo e in occasione del Torneo di Basilea del mese di ottobre (in cui Nadal non ha partecipato) il tennista aveva fatto delle dichiarazioni in proposito:

Sto soffrendo un problema da stress al ginocchio da Shanghai, il che mi costringe ora a prendermi un periodo di riposo su consiglio del dottore. Dopo due grandi settimane in Cina, è tempo di riposare. Voglio mandare un messaggio speciale ai tanti tifosi svizzeri che mi hanno sempre mostrato supporto e rispetto nelle partite con Roger (Federer ndr.) Spero di vedervi il prossimo anno 

Adesso non resta che sperare in suo veloce recupero per vederlo nuovamente in campo agli Australian Open per cominciare un’altra incredibile stagione di successi e regalare spettacolo come ha sempre fatto.

La favola di Kevin Anderson non conosce lieto fine, sul trono di New York sale per la terza volta in carriera Rafa Nadal. Finale senza storia, com’era d’altronde nei pronostici, sul cemento di Flushing Meadows dove il 31enne mancino maiorchino suggella nel migliore dei modi il suo ritorno al vertice del ranking Atp.

Dopo tre stagioni tribolate a causa degli infortuni, Nadal torna così al massimo del suo splendore e mette in bacheca il 16esimo Slam della carriera, il secondo stagionale dopo il decimo Roland Garros del giugno scorso senza dimenticare la finale persa a Melbourne contro Federer a inizio anno. All’Artur Ashe Stadium lo spagnolo impiega poco meno di due ore e mezza per iscrivere il suo nome nell’albo d’oro per la terza volta dopo le vittorie del 2010 e del 2013: 6-3 6-3 6-4 contro il pari età sudafricano, alla prima assoluta nell’ultimo atto di un Major.

La resistenza di Anderson, che si consola scalando il ranking fino al 15esimo posto, dura fino al settimo gioco del primo set quando Nadal, alla quinta palla-break, riesce a strappagli la battuta, impresa non da poco visto che il 31enne di Johannesburg aveva perso il servizio solo in cinque occasioni lungo il suo cammino newyorkese.

Da quel momento in poi la sfida si fa in discesa per Nadal, che sbriga il secondo parziale in 38 minuti e ne impiega altri 50 per il terzo. Impressionanti anche i numeri: appena 11 errori non forzati e zero palle break concesse.

Un trionfo in piena regola per chi non  riusciva a portare a casa un successo sul cemento da quasi quattro anni, dalla finale vinta su Monfils a Doha nel gennaio 2014.

“Sono state due settimane molto speciali per me – confessa Nadal – ma quello che è successo nel corso di tutto il 2017 è stato incredibile dopo due stagioni con problemi fisici e senza riuscire a giocare bene in alcuni momenti. Al futuro chiedo solo di rimanere in salute, mi sento superfortunato per tutto quello che mi capita e che ho potuto vivere alla mia età”.

Dallo spagnolo grandi parole per il suo rivale (“Kevin è un esempio per i più giovani, ha superato tanti infortuni ed è tornato più forte di prima”) mentre sulla chance di eguagliare i 19 Slam di Federer alza le spalle: “faccio la mia strada, non penso al fatto che Roger abbia vinto due titoli o 24, la vita è essere felice con quello che si fa. Questo non significa non volere di più ma non sento come una necessità quella di raggiungere Federer, continuerò a lavorare e a lottare per ottenere quello che posso”. E quando gli chiedono se a 36 anni si vede allo stesso livello dell’eterno rivale replica: “sicuramente non potrò fare quello che sta facendo Roger ma d’altronde a 26 anni non pensavo di fare quello che ho fatto io a 31”.

E’ Sloane Stephens la nuova regina del tennis a New York. Sul cemento di Flushing Meadows non c’è stata partita, nella finale femminile fra le due atlete di casa: è bastata infatti un’ora alla Stephens per avere la meglio su Madison Keys, n. 16 Wta e 15/a testa di serie, per 6-3, 6-0.  La vittoria sulla Keys è stata l’ultima perla di un torneo che l’ha vista superare Vinci, Cibulkova, Barty, Goerges, Sevastova e Venus Williams.

Il risultato della finale parla chiaro perchè Stephens ha vinto per 6-3, 6-0 in un’ora ed un minuto di gioco. Si tratta della terza giocatrice non compresa tra le top-ten a conquistare il titolo a Flushing Meadows da quando esiste il ranking computerizzato (1975): le altre due sono state Kim Clijsters nel 2009 e Flavia Pennetta nel 2015. Una finale tutta a stelle e a strisce non si vedeva dal 2002 da quando Serena Williams riuscì ad avere la meglio sulla sorella Venus.

Una vittoria che consente a Stephens di compiere un bel passo in avanti nel ranking portandosi al numero 17, mentre la la Keys sale al 12° posto. Un po’ di cronaca con primi game equilibrati e Sloane che al quinto gioco strappa il servizio a Madison e allunga sul 4-2. La Keys nel nono gioco ha subito un altro break che le è costato il primo set.

Nel secondo parziale sull’onda dell’entusiasmo l’americana della Florida è volata sul 5-0, senza incontrare quasi più alcuna resistenza: solo nel quinto game con uno scatto d’orgoglio Madison si è procurata quattro palle-break  ma Sloane si è salvata. E nel gioco successivo ha archiviato l’incontro al terzo match-point con l’ennesimo break,
Un successo ancora più importante se si pensa che Stephens rientrava in questa stagione dopo lo stop di un anno e l’operazione al piede sinistro a causa di una fascite plantare