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In un campionato Sudamericano Under 20 ricco di talenti sta brillando la stella del neo arrivato in casa Parma, il 20enne uruguaiano Nicolás Schiappacasse.

Il numero 10 della Celeste sta ben figurando nel torneo Sub20 che si sta disputando in Cile. Dopo le prime tre giornate, l’Uruguay è al primo posto in classifica con 7 punti, con la punta centrale autore già di tre reti.

 

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Gracias Uruguay por dejarme vivir estos momentos! Seguimos por más 🙏🏻🇺🇾

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I ducali lo hanno ottenuto in prestito dall’Atletico Madrid nell’ultimo giorno di mercato.
Come già detto, Schiappacasse può giocare da centrale ma, come è più volte capitato nelle giovani della selezione uruguaiana, può agire anche come esterno a sinistra in un 4-3-3 o in un 4-2-3-1.

Per questo motivo, all’arrivo in Italia, l’allenatore gialloblu D’Aversa potrà dargli diverse chance da titolare o comunque a partita in corso, per dare fiato al tridente Gervinho-Inglese-Bibiany. Per lui ci sarà sicuramente un periodo di ambientamento con il calcio italiano, ma potrebbe essere una piacevole sorpresa anche e soprattutto in ottica fantacalcio.

Nonostante in Liga non abbia mai debuttato e l’esperienza in prestito al Majadahonda in Segunda División non sia stata delle migliori, il Parma ha voluto puntare su di lui e l’ambiente emiliano potrebbe essere un trampolino di lancio per questo attaccante di prospettiva.

Il meglio Nicolás Schiappacasse, sinora, l’ha dimostrato proprio con la selezione Under 20 uruguagia. Tre gol e vittoria del Sudamericano Sub-20 nel 2017, un gol e semifinale ai Mondiali Under 20 sempre nel 2017 e altre tre reti nell’attuale torneo.

Per i fantallenatori, il giovane sudamericano potrebbe essere una valida alternativa soprattutto se in squadra si ha un tra Gervinho, Inglese e Biabiany. Comunque sia sarebbe una bella scommessa.
C’è, inoltre, da sottolineare che lo stesso Schiappacasse potrebbe essere una pedina fondamentale anche per l’asta fantacalcistica della prossima stagione, dato che resterà nella società crociata fino al giugno 2020.

Chi ci farà un pensierino?

Non c’è stato Nando Martellini a urlare per tre volte, né Marco Civoli mutuando Wim Wenders ne “Il cielo sopra Berlino”. Ma il primo titolo mondiale di biliardo per la Nazionale italiana è comunque un successo da menzionare per lo sport italiano. In una specialità che si sta lentamente facendo strada, gli azzurri hanno trionfato a Lugano, in Svizzera, battendo in finale 3-0 l’Uruguay. Nella categoria 5 birilli Michelangelo Aniello, Matteo Gualemi, Daniel Lopez, Alberto Putignano e Andrea Quarta hanno sconfitto i sudamericani in una sfida a senso unico.


L’Italia, in questa prima rassegna iridata, ha dominato la manifestazione. Nessun set concesso agli avversari. Prima il girone dominato contro Belgio, San Marino, Lussemburgo e Francia. Poi, nei match a eliminazione diretta, le vittorie contro Danimarca ai quarti di finale e Germania campione europea in semifinale.  Applausi anche per gli uruguaiani. La Celeste, rivelazione del torneo, aveva eliminato i padroni di casa della Svizzera ai quarti e l’Argentina in semifinale. Diego Capote, Diego Vidal, Juan Carlos Montes de Oca e Alejandro Moran portano a casa un meritato argento. Dopo il titolo mondiale nel bowling, l’Italia fa strada anche nel biliardo. La conferma che non di solo calcio viste questo Paese.

Un attaccante giramondo che a 42 anni non ha intenzione di fermarsi e ha firmato l’ennesimo contratto da professionista.

Se lo chiamano El Loco un motivo ci sarà, o forse due: in primis perché spesso ha avuto atteggiamenti sopra le righe in campo ma anche per il suo continuo cambiar squadra.

È l’uruguaiano Sebastián Abreu, il quale ha detto sì alla 28esima squadra di calcio. Sì ben 28 club differenti in oltre 24 anni di carriera che gli hanno permesso di entrare addirittura nel libro dei Guinnes World Record già dal 2016, come calciatore ad aver indossato il maggior numero di maglie nella carriera professionistica.

La sua nuova avventura sarà nel Rio Branco, squadra che milita in quarta divisione brasiliana. Proprio in Brasile è già stato protagonista in passato con Gremio (nel 1998), Botafogo e Figueirense (tra il 2010 e il 2012) prima del passaggio al Bangu nel 2017.

La sua lunga carriera è stata ricca di gol e di apparizioni soprattutto in Sudamerica: in Argentina ha giocato con il River Plate, il Rosario Central e il San Lorenzo, oltre alle tante avventure in Uruguay, Paraguay, Messico, Cile, El Salvador ed Ecuador.
Nel gennaio del 1998 si trasferisce in Europa, agli spagnoli del Deportivo La Coruña. L’esperienza non è entusiasmante ed è per questo che poi è iniziato il suo girovagare, affascinato dall’idea di immedesimarsi in nuovi campionati e in diversi Paesi.

Nel 2008 ritorna in Europa, trasferendosi in Israele a Gerusalemme nel Beitar, prima di altre due esperienze nel vecchio continente: ancora in Liga nella Real Sociedad e ai greci dell’Aris Salonicco.

La sua bacheca è ricca di titoli: 5 campionati uruguaiani, 2 argentini, 1 campionato salvadoregno e 1 campionato carioca, oltre a tantissime classifiche di capocannoniere.

Con la Celeste ha giocato ben 70 partite, realizzando 26 reti, tra cui due nella vittoriosa Coppa America del 2011.

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El Loco Abreu durante la trinofante Coppa America 2011

Una sfilza lunghissima di club che forse lo stesso Abreu ha dimenticato. Una cosa è certa: non ha intenzione di fermarsi e il suo obiettivo è quello di dare il massimo per la sua nuova squadra e puntare alla promozione. Chissà poi cosa gli riserverà il futuro.

In Copa América sono indiscusse padrone da sette anni e si sono divise i sei titoli in palio: 1923, 1924 e 1926 Uruguay, 1925, 1927 e 1929 Argentina. Ma se varchiamo i confini sudamericani unica padrona rimane la squadra uruguayana che conta già due ori olimpici. 
A Parigi nel 1924
 la celeste, che già annovera tra le sue fila il capitano Nasazzi, la maravilla negra Andrade e un trio di giocatori offensivi del calibro di Scarone, Cea e Petrone, passa indenne tutti i turni eliminatori, soffre solo in semifinale con l’Olanda (2-1) e poi travolge la Svizzera 3-0. I cugini argentini a Parigi non ci sono, ad Amsterdam quattro anni dopo sì.
La differenza è che la vittoria uruguayana arriva con maggiore sofferenza: 3-2 in semifinale all’Italia di Pozzo, 1-1 dopo i gol di Petrone e Ferreira in finale con gli argentini e 2-1 nel replay con gol vincente di Scarone al 73′.

Poca sorpresa quindi se a giocarsi in finale la prima Coppa Jules Rimet a Montevideo il 30 luglio 1930 sono gli uruguayani, padroni di casa, e i loro eterni rivali argentini. Poca sorpresa anche perché molte nazionali europee non hanno voluto attraversare l’Oceano e il Brasile dal fútbol troppo bailado si è fatto eliminare dalla Jugoslavia, poi travolta 6-1 in semifinale dalla celeste.

La tensione è dunque tutta in coda per il rinnovarsi della sfida che ha deciso l’Olimpiade di Amsterdam. A molti argentini basta attraversare il Rio de la Plata e così allo stadio Centenario c’è più che il tutto esaurito. La tensione attanaglia i giocatori, tanto che Anselmo, che ha soffiato il posto in squadra a Petrone, non se la sente di scendere in campo. Capitan Nasazzi, non batte ciglio e affida la maglia di Anselmo a Hector Castro.
La tensione coinvolge anche la FIFA e l’arbitro belga Langenus, che è alle prese con una strana gatta da pelare. La questione è semplice e fa un po’ sorridere: argentini e uruguayani vogliono giocare con due palloni diversi, cuoio più leggero versus cuoio più pesante. Evidentemente insieme con gli spettatori anche un po’ di palloni argentini hanno attraversato il Rio de la Plata.

La storia completa su Calcio Romantico

Se pensiamo ai Mondiali di calcio non possiamo che fare collegamenti diretti a quelli che sono i ricordi di ognuno di noi. Un gol che ci ha fatto saltare di gioia, un rigore sbagliato che ci ha fatto piangere o una parata miracolosa che ci ha fatto tenere il cuore in gola.

Il Mondiale di calcio è questo, un andirivieni di emozioni continue.

L’emblema del sentimento calcistico però è il gol. Ci sono gol come quello di Tardelli o quello di Fabio Grosso, ci sono i gol di Pelè, di Ronaldo, di Maradona e tanti tanti altri. Una serie innumerevoli di marcature che si sono susseguite dall’inizio del torneo calcistico più seguito al mondo.

Gli ultimi ad esultare per un gol vittoria sono stati i tedeschi che, grazie alla rete di Mario Goetze al minuto 113 dei tempi supplementari, hanno vinto il Mondiale 2014 in Brasile.
Proprio il gol di Goetze è stato l’ultimo in ordine cronologico ad essere segnato in una fase finale dei Mondiali, ma chi è stato il primo a segnare la prima storica rete in un campionato del mondo?

Questo “piccolo” record lo detiene un francese, Lucien Laurent, primo marcatore nella gara inaugurale del Mondiale 1930: Francia – Messico. La gara si disputò allo stadio Pocitos di Montevideo domenica 13 luglio, davanti a poco più di 500 spettatori.

Il centrocampista transalpino al minuto 19 del primo tempo insacca la palla alle spalle dell’incolpevole portiere messicano Oscar Bonfiglio, con un bel tiro al volo.

Lo stesso Laurent, invece, ha più volte ribadito che

Il gol non è stato nulla di speciale!

In realtà bella o non bella è stata la rete che ha segnato la storia del calcio mondiale e della vecchia Coppa Rimet.


Lucien Laurient nacque il 10 dicembre 1907 in Val de Marne. Dopo alcuni anni in cui militò tra le fila dei semiprofessionisti del Cercle Athletique de Paris, decise di passare al Sochaux, espressione calcistica della Peugeot, per la quale lavorava e ottenne uno specifico permesso. Ovviamente in quei tempi, nessuno era calciatore professionista.

Gli undici titolari della Francia al Mondiale 1930

La trasferta in Uruguay fu effettuata con la nave “Conte Verde” con a bordo la nazionale romena, quella francese e jugoslava, tre arbitri europei e il presidente Fifa Jules Rimet che con sé portava la Coppa. Si partì il 21 giugno da Genova per poi arrivare in Uruguay il 4 luglio.

Trascorremmo 15 giorni nel Conte Verde per raggiungere il Sud America. Gli esercizi di base li facevamo di sotto e ci allenavamo sulla coperta della nave. Il nostro allenatore non ci parlò mai di tattica. C’era anche una piscina, era come un villaggio turistico. Non capivamo pienamente la grandezza del motivo per cui stavamo andando in Uruguay. Solo anni e anni dopo ci siamo resi conto del nostro posto nella storia. In quel momento era solo avventura. Eravamo giovani che si stavano divertendo. (L. Laurent)

Prima del fischio d’inizio le due nazionali entrarono in campo con le proprie bandiere.

Dopo meno di 20 minuti il primo gol del Mondiale. La partita si concluse con un netto 4-1 per i francesi che con Maschinot realizzarono anche una storica prima doppietta. Anche se il record di Laurent sarà per sempre negli annali del calcio.

Battere un rigore a tempo scaduto quando il risultato è ancora in bilico, è una di quelle responsabilità che solo i giocatori di personalità sanno assumersi. Ma se quel rigore vale un’intera stagione o il sogno di una vita, allora anche le gambe dei giocatori più esperti tremano, la loro vista vacilla, la loro mente prova a pensare ad altro. E le cose non vanno come devono andare.

Pensiamo a quanto accade allo stadio Riazor di La Coruña il 14 maggio 1994 nell’ultima giornata della Liga. Il Deportivo è ancora sullo 0-0 contro il Valencia, mentre il Barcellona dopo enormi sofferenze è avanti 5-2 contro il Siviglia: questo vorrebbe dire arrivo a pari punti e scudetto ai catalani per miglior differenza reti, nonostante il Superdepor sia in testa dalla 14° giornata.
Al minuto 89 il biancoblù Nando è messo giù da Serer e l’arbitro Lopez Nieto assegna l’indiscutibile penalty: il primo scudetto della storia dei galiziani è distante undici metri. Donato, il rigorista, è uscito, Bebeto non se la sente di tirare e allora sul dischetto si presenta il difensore Miroslav Ðukić che si sente in dover di prender la squadra per mano. Con i rigori, però, il serbo non ha molta familiarità e il suo tiro centrale e fiacco finisce nelle mani del portiere González che neanche volendo potrebbe mancare la presa. La Liga va ancora in Catalogna nell’incredulo silenzio del Riazor.

Un sogno che non si concretizza, come quello del Ghana ai Mondiali sudafricani, anche se in questo caso il sogno è molto più grande e sul dischetto ci va l’uomo giusto.

Quarti di finale tra Ghana e Uruguay. I 90′ regolamentari si sono chiusi sull’1-1 con un gol per tempo (Muntari e Forlan). Tutti si aspettano supplementari dominati dalla paura e in parte hanno ragione, solo che la squadra africana, forte di una maggiore freschezza atletica, nel finale pigia sull’acceleratore e sfiora il vantaggio. Al 120′ l’ultima occasione: sugli sviluppi di una punizione, a Muslera battuto, Suarez prima si oppone di piede a un tiro di Appiah da pochi passi, poi in tuffo para un colpo di testa di Adiyah. Rigore netto e Suarez espulso.

Sul dischetto va Asamoah Gyan, che ha già segnato il rigore vincente con la Serbia e il gol del 2-1 ai supplementari contro gli USA. Solo che la palla invece di finire in rete scheggia la traversa e vola fuori. L’arbitro fischia la fine e si va ai tiri dal dischetto: Gyan stavolta segna, ma la strada è ormai segnata perché Mensah e Adiyah sbagliano. El loco Abreu con un cucchiaio segna per gli uruguayani il rigore del 4-2 e l’Africa è ancora una volta fuori dalle semifinali.

E se invece come un sogno che sfugge di nuovo, la mancata vittoria fosse accolta dai tifosi come un dovere non compiuto? Beh, le conseguenze sarebbero imprevedibili come sa il buon Pierre Wome.

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Il Presidente della Fifa Gianni Infantino si è recato mercoledì a Buenos Aires, dove si è tenuta una riunione tra le Federcalcio di Argentina, Paraguay ed Uruguay, in vista dei Mondiali 2030. Le tre nazioni, infatti, hanno ufficialmente presentato la loro candidatura ad ospitare la rassegna iridata, che cade nel centenario della prima edizione, nella cui finale si affrontarono proprio l’Albiceleste e la Celeste.

‘‘Siamo qui per annunciarvi che abbiamo ratificato questo compromesso, lo abbiamo presentato al Presidente della Fifa e speriamo nel sostegno della CONMEBOL’‘, ha dichiarato in conferenza stampa il Presidente argentino Mauricio Macri. “Credo che la regione meriti di ospitare un Mondiale, perché è passato tanto tempo dall’ultima volta’‘.

Il processo di candidatura inizierà solo nel 2021.

“Se ci sarà data l’opportunità, saremo grandi padroni di casa”, ha detto il presidente argentino Mauricio Macri, affiancato dall’uruguaiano Tabare Vazquez e dal leader paraguayo Horacio Cartes. “Questa regione merita di ospitare la Coppa del Mondo, è una passione condivisa da uruguayani paraguayani e argentini”.

Uruguay Paraguay metterebbero a disposizione della rassegna uno o due stadi ciascuno, mentre l’Argentina ne potrebbe fornire fino a sei. Il torneo del 2030 si svolgerà 100 anni dopo che l’Uruguay ha vinto la prima Coppa del Mondo come paese ospitante. «Sappiamo che altri paesi sono interessati, ma penso che il 100esimo anniversario della prima Coppa del Mondo in Uruguay renda questa regione particolarmente attraente», ha dichiarato Cartes.

L’Argentina e l’Uruguay, vincitori della Coppa del Mondo per due volte, hanno annunciato i loro piani per una candidatura congiunta all’inizio di quest’anno, prima che si aggiungesse anche il Paraguay il mese scorso. «L’idea della candidatura congiunta è venuta dall’Uruguay e ci sono voluti 40 secondi per dire di sì», ha detto Macri

Di elogi e di apprezzamenti ne ha avuti tanti, ma è fondamentale andarci piano. Se ne rientra in Italia con una medaglia di bronzo al collo, dopo la vittoria nella finalina della Nazionale Under-20 contro l’Uruguay ai calci di rigore, e con una bella scarpa d’oro, riconoscimento come capocannoniere del Mondiale appena concluso. Cinque gol per Riccardo Orsolini, piacevolissima sorpresa di quest’avventura dei ragazzini di Evani che hanno scritto la storia arrivando laddove mai erano arrivate le altre Nazionali, a un passo dalla gloriosa finale.

Ala destra con il numero sette sulle spalle, Orsolini è nato ad Ascoli Piceno il 24 gennaio 1997. La Juventus, sbaragliando la concorrenza, l’ha comprato nel gennaio 2017 parcheggiandolo sempre ad Ascoli dove ha disputato 41 presenze in Serie B con otto reti e una presenza in Coppa Italia.
Dopo la sua brillante performance al Mondiale già si parla di un suo inserimento nella formazione allenata da Massimiliano Allegri che, forse, starebbe più saggiamente pensando a un anno di prestito per poter giocare con continuità e svezzarsi definitivamente.

 

Orsolini ha segnato ben 5 gol, tutti uno dopo l’altro: ha aperto le marcature contro il Sudafrica e poi non si è fermato contro Giappone, Francia, Zambia e Inghilterra, l’ultima sua vittima prima di una partita non troppo entusiasmante contro l’Uruguay. Capocannoniere, dunque, ma non solo: è il giocatore italiano ad aver segnato di più in un Mondiale Under-20, battendo il precedente record, di quattro reti, di Graziano Pellè nell’edizione del 2005 giocata in Olanda.

 

Ma chi sono stati i bomber delle passate edizioni? E che fine hanno fatto? Alcuni nomi sono davvero altisonanti, altri sono finiti nel dimenticatoio, passati per grandi promesse a semplici meteore. E poi ci sono quelli che sono rimasti nel limbo tra l’esplodere definitivamente e il rammarico per qualcosa di intentato.
Come Javier Saviola, centravanti argentino, che nell’edizione del 2001 vinse la classifica dei marcatori con 11 reti alle spalle di altri nomi di un certo spessore come Djibril Cisse o Adriano. El conejo ha fatto vedere grandi cose al River Plate e poi al Barcellona, ma la sua stella ha brillato a intermittenza passando anche per Grecia e Italia, nel Verona.

Stessa sorte, ma più amara per il connazionale Fernando Cavenaghi e capocannoniere dell’edizione 2003 con quattro reti. Il classe ’83, ritiratosi a soli 33 anni anche a causa di problemi al ginocchio, è salpato anche lui dal River Plate per cercar fortuna in Europa, trovando dimora nello Spartak Mosca, in Russia, e girovagando per diversi club tra Francia, Spagna e Cipro.
Nell’edizione delle quattro reti di Pellè, a vincere la classifica del 2005, fu un altro argentino sul quale non ci dilungheremo molto: Lionel Messi con sei reti realizzate in tutto il torneo. La generazione di craque argentini non è ancora finita: nel 2007 è il turno di Sergio Agüero, soprannominato El Kun, che ha da poco compiuto 29 anni, mantenendo medie realizzative impressionati. Solo tre club hanno avuto, per il momento, la fortuna di avercelo nella propria rosa: Independiente, Atlético Madrid e Manchester City.

Di Dominic Adiyiah, invece, si sono perse le tracce: eroe del Ghana nel 2009 con ben otto realizzazioni, l’attaccante è ricordato per esser stato comprato dal Milan che provò a piazzare il colpo del futuro, pagandolo 1,4 milioni di euro. Non giocò mai in prima squadra, ma iniziò un lungo e infinito pellegrinaggio  tra Reggina, Partizan, Karşıyaka (squadra di seconda divisione turca) e Arsenal Kiev. Attualmente gioca nel Nakhon Ratchasima, squdra thailandese.

Il suo connazionale, Ebenezer Assifuah, è invece il capocannoniere del 2013 con sei reti e una carriera ancora da costruire. L’attaccante nato ad Accra, che deve ancora compiere 24 anni, ha giocato quattro stagioni al Sion, in Svizzera, prima di passare al Le Havre in Francia. Due anni prima, nel 2011, a portare a casa la scarpa d’oro fu Henrique, attaccante brasiliano, con cinque reti, le stesse messe a segno da Lacazette, giocatore del Lione di cui tutti aspettiamo la definitiva consacrazione anche dopo aver visto un gol del genere contro la Roma in Europa League:

Nel 2015, infine, lo scettro come bomber del Mondiale Under-20 è andato all’ucraino Viktor Kovalenko, classe 1996 e attualmente nello Shakhtar Donetsk. Insomma, anche per Riccardo Orsolini, il futuro è un’incognita e tutto ancora da scrivere. Starà a lui scegliere se essere ricordato come enfant prodige o signor nessuno…

L’Italia ha vinto la finale per il terzo posto, disputata a Suwon in Corea del Sud, dei Mondiali Under 20. Gli azzurrini di Chicco Evani hanno superato l’Uruguay per 4-1 ai calci di rigore, grazie a due decisive parate di Plizzari.

I tempi regolamentari si erano chiusi a reti bianche e quindi a decidere la finale sono stati i tiri dal dischetto, visto che il regolamento non prevedeva i tempi supplementari.

Per l’Italia gol di Vido, Marchizza, Mandragora e Panico. Per l’Uruguay a segno Valverde, mentre Plizzari ha individuato i tiri di Amaral e Boselli.

Tre anni dopo la sconfitta di Natal, costata l’eliminazione dal Mondiale brasiliano, l’Italia si prende una parziale rivincita battendo 3-0 l’Uruguay in una sfida senza punti in palio, ma che consente agli Azzurri di avanzare nel ranking FIFA e offre a Ventura indicazioni confortanti in vista del match di domenica con il Liechtenstein.

A Nizza l’Italia gioca un buon primo tempo, trova in apertura il gol del vantaggio e sfiora più volte il 2-0. Poi cala un po’ nella ripresa, ma controlla la partita senza correre rischi e nel finale chiude il match con le reti di Eder e De Rossi, che supera Dino Zoff per numero di presenze con la maglia della Nazionale (113) e con il 21° gol stacca anche un certo Paolo Rossi nella classifica dei marcatori Azzurri di tutti i tempi.


Come preannunciato alla vigilia, Ventura fa le prove di 4-2-4, un modulo già utilizzato in occasione delle larghe vittorie con Liechtenstein e San Marino: in porta c’è Gianluigi Donnarumma, alla seconda presenza dal primo minuto dopo quella nell’amichevole dello scorso marzo in Olanda, mentre sono tre gli juventini in campo (Barzagli, Bonucci e Marchisio) reduci dalla finale di Champions League di Cardiff. Insieme a Marchisio in cabina di regia c’è De Rossi e sulle fasce il Ct schiera quattro giocatori di spinta, con il tandem Darmian-Candreva a destra e Spinazzola-Insigne a sinistra a supporto della coppia gol formata da Belotti e Immobile.

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“Questa vittoria – sottolinea il Ct – significa che piano piano stiamo centrando alcuni degli obiettivi che ci eravamo prefissati. Ho visto una buona mentalità, la squadra ha avuto l’approccio giusto e abbiamo concesso poco o niente agli avversari costruendo tanto: oltre ai gol ho contato circa sette palle gol. Sono contento, ma dovrebbero essere soprattutto contenti i ragazzi. Siamo sulla buona strada, abbiamo la possibilità di diventare qualcosa di estremamente importante in futuro”.

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“Segnare con la maglia azzurra è sempre importante ed emozionante. Questa partita contava per il ranking e per vedere la nostra crescita, abbiamo rischiato poco mettendo in campo quello che avevamo provato in questi giorni in raduno”. L’attaccante dell’Inter guarda con fiducia ai prossimi impegni nelle qualificazioni al Mondiale: “Siamo convinti di poter fare bene anche in Spagna, è una partita che giocheremo alla pari, ma prima dobbiamo pensare al Liechtenstein perché nel calcio non va dato niente per scontato”