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Quello del 1985 è un gennaio freddo, rigido e con forte nevicate in gran parte del Nord Italia. Le città sono paralizzate, le strade ghiacciate e chiuse e, con loro, molte attività commerciali. Il Milan, domenica 20 gennaio, deve giocare in trasferta sul campo dell’Udinese, ma il match è a rischio.

La partita, complice l’arduo e generoso lavoro degli inservienti e degli spalatori, si riesce a giocare, ma sul pullman per la partita friulana non sale Tassotti. Al suo posto, alla prima convocazione in prima squadra, ci va Paolo Maldini.
Il figlio di Cesare, appena 16 anni, si accomoda in panchina con la maglia numero 14, accanto a Nuciari, Ferrari, Cimmino e Giunta. In campo, invece, l’allenatore Liedholm schiera in porta Terraneo, in difesa Galli, Baresi, Russo e Di Bartolomei, a centrocampo Evani, Verza, Battistini e Manzo dietro alle due punte Hateley e Incocciati.

L’Udinese passa in vantaggio al minuto 11 con la bella rete di Selvaggi che dribbla in area difensore e portiere, mentre Battistini si infortuna poco prima dell’intervallo. Durante la fine del primo tempo, Maldini, che non pensava minimamente alla possibilità di esordire in Serie A e pensava solo a coprirsi dal gelo, fu richiamato da Liedholm: «Dove preferisci giocare?», disse lui. «Io solitamente gioco a destra, mister», rispose l’erede di Cesare.

Così il ragazzino di 17 anni inizia la sua lunga storia d’amore con il Milan. Sul campo è già sicuro e determinato: lo si vede chiudere in scivolata un paio di interventi, marchio di fabbrica per tempismo e puntualità della sua carriera. Il Milan raggiunge il pareggio al 63’ con la rete dell’inglese Hateley, abile a cogliere per primo una punizione deviata di Di Bartolomei.

Per il calcio italiano e per quello internazionale, il 20 gennaio 1985 non è un giorno qualsiasi: cinque Champions League, sette scudetti, tanti riconoscimenti e 902 partite sempre con la stessa maglia, dopo tutto questo è ancora oggi ricordato come il giorno del debutto di Paolo Maldini. Con il Milan ha vinto tanto, tutto quello che si poteva conquistare in un club; rimarranno amare delusioni, invece, con la Nazionale. Pilastro della difesa, 126 presenze di cui 74 da capitano, Maldini ha disputato ben 4 Mondiali.

Nils Liedholm al termine di quella partita contro l’Udinesedisse:

Paolo ha un grande avvenire

 

La dinastia prima e dopo: da Cesare al nipote Daniel

Ma quello di Paolo Maldini sarebbe un racconto solo parziale se non citassimo il ciclo dinastico in rossonero aperto dal padre Cesare e continuato dal figlio Daniel.  Cesare Maldini, nato a Trieste il 5 febbraio 1932 e all’età di tredici anni, impressionò favorevolmente il massaggiatore della Triestina il quale lo fece provinare presso la società alabardata, dove all’interno della stessa compì poi tutta la trafila delle formazioni giovanili, superando in questi anni anche l’ostacolo fisico di una pleurite che rischiava di precludergli la futura carriera calcistica. Nei primi anni 1950 ebbe modo di conoscere per la prima volta Nereo Rocco, destinato a diventare una figura ricorrente della carriera e ancor più della vita di Maldini. Proprio il paròn decise in questi anni di aggregarlo stabilmente alla prima squadra, seppur l’esordio da professionista avvenne poi agli ordini di Mario Perazzolo il 24 maggio 1953, all’età di ventuno anni, per la sfida di Serie A sul campo del Palermo. La stagione dopo divenne titolare e, nonostante la giovane età, eletto capitano della formazione giuliana tornata dopo tre anni nelle mani di Rocco. Passò al Milan nel 1954 e il suo esordio in Serie A con la maglia rossonera fu, coincidenza, proprio contro la Triestina nel settembre dello stesso anno. Con il Milan disputò 386 partite, molte delle quali da capitano, vincendo quattro scudetti e la prima storica Coppa dei Campioni.

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E arriviamo a Daniel. San Siro ha applaudito anche lui, domenica 2 febbraio 2020 nel pareggio per 1-1 contro l’Hellas Verona. Classe 2001, primo giocatore del nuovo millennio a debuttare in prima squadra nel Milan, Pioli ha guardato la panchina cercando forze fresche da inserire. Ceduto Piatek, c’era solo un ragazzo della Primavera, talvolta aggregato alla prima squadra. Trequartista di ruolo, Maldini di cognome. Così Pioli ha mandato in campo il secondogenito di Paolo al 93’. «È stato un sogno, peccato per il risultato. Speriamo la prossima volta di riuscire a portare a casa i tre punti.Il Verona è una squadra tosta. Forse avremmo meritato la vittoria, ma ci dobbiamo accontentare del pari» dichiara il biondino sorridente. «L’esordio era un obiettivo, ora speriamo di andare avanti così. Ho provato un’emozione forte, ma mio padre mi tranquillizza». Ha Lasciato lo stadio con lo zainetto in spalla, mentre Paolo lo segue orgoglioso: «Il debutto non era preventivato. Non avrebbe dovuto essere convocato, non si era allenato per due giorni, non stava benissimo».

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Tra i 34 precedenti, tutti in Serie A, l’Udinese ha realizzato 49 gol contro il Torino. Nella sfida dell’ottava giornata di Serie A, dunque, i bianconeri sono alla ricerca della rete numero 50 contro i granata.

A quasi 23 anni può già pregiarsi della carriera di un veterano. Simone Scuffet, da buon numero 1, è stato via via precoce nelle esperienze vissute. Da ennesimo “erede di Buffon” alla favola del calciatore che antepone lo studio al successo. E poi l’esodo in un campionato non di primissima fascia, sebbene in un club che lotta per le posizioni di vertice. Il giovane portiere friulano vestirà la casacca del Kasimpasa in Turchia fino a giugno per un prestito secco. Le altalenanti prestazioni con i bianconeri friulani, e il rientro del titolare designato Musso, hanno convinto Nicola a spedire Scuffet a farsi nuovamente le ossa altrove.


La parabola di Simone Scuffet inizia nel 2014, quando esordisce in serie A il 1° febbraio in Bologna Udinese 0-2, lanciato da Guidolin. Entra subito nella storia perché il primo friulano dopo Fabio Rossitto, dieci anni prima, a giocare per la squadra della sua terra. Le prestazioni del baby Buffon lievitano tanto da attrarre l’attenzione dell’Atletico Madrid l’estate successiva. Ma Scuffet, supportato dai suoi genitori, tentenna prima e dice no poi. Non è ancora pronto, vuole finire gli studi. Briciole di umanità in un mondo robotico.


La sua ascesa tocca l’apice in quel momento. Poi la repentina caduta. Il nuovo mister bianconero, Stramaccioni, lo relega in panchina, preferendogli Karnezis. Nella stagione 2014 2015 colleziona la miseria di 5 presenza. L’anno successivo cambia questa volta aria spostandosi a Como, in B. Titolare in riva al lago, ma tra i protagonisti della retrocessione in Lega pro, all’ultimo posto. Scuffet fa 20 anni nel 2016 eppure sembra già che giochi da una vita. Torna a Udine, ma deve aspettare fino a marzo 2017 prima di esordire con Delneri. Fa sempre il secondo di Karnezis.


Stagione 2017 2018, stessa storia questa volta dietro Bizzarri. Il portierino non riesce a consacrarsi definitivamente, pur avendo l’età a suo favore. Basti pensare che con il numero 1 argentino ci sono 19 anni di differenza. Nel frattempo Alex Meret, suo alter ego tra i friulani, cresce a Ferrara con la Spal e viene ingaggiato quest’estate dal Napoli. Lo stesso periodo in cui Scuffet è in ballottaggio con Musso per il ruolo da titolare nell’Udinese. L’infortunio di quest’ultimo gli offre la chance da titolare. Almeno fino alla 10ma giornata quando Velazquez gli preferisce l’argentino, al rientro dopo i problemi alla mano sinistra.


Scuffet perde nuovamente il posto e si accomoda in panchina. Prima di gennaio, della Turchia e del Kasimpasa. Secondi nella Super Lig a 29 punti, al pari di Trabzonspor, Yeny Malatyaspor e Galatasaray. In testa a 35 punti c’è l’Istanbul Basaksehir. In mezzo, in questi anni di alti e bassi, vanta 8 presenze con l’Under 21  con qualche convocazione in Nazionale maggiore tra stage, un’amichevole e una gara con Liechteinstein da terzo portiere per le qualificazioni mondiali.

Mancano da oltre un mese i tre punti in casa Udinese e al Friuli oggi c’è una buonissima occasione per far gioire i tifosi e per chiudere l’anno nel migliore dei modi.

I ragazzi di mister Nicola ospitano il Cagliari di Maran. Le due squadre si sfidano con morale diversi, i bianconeri nel boxing day hanno ottenuto un misero pareggio contro la Spal a Ferrara, mentre i sardi hanno battuto il Genoa per 1-0 con gol dell’attaccante brasiliano Farias.

Quello che, invece, è mancato ai friulani sono stati proprio i gol dei suoi attaccanti. Perché all’ultima giornata d’andata il capocannoniere è De Paul con sei reti e tre assist, ed è un centrocampista.
Sono mancati i gol di Kevin Lasagna, l’attaccante è partito discretamente nelle prime giornate di campionato ma poi è rimasto fermo a tre marcature.

Della sua prima positiva parte di stagione si è accorto anche il commissario tecnico della nazionale, Roberto Mancini, il quale lo ha convocato per le partite di Nations League e per le amichevoli. Alla chiamata azzurra la punta ha risposto presente e ha contribuito alla permanenza in Lega A, grazie all’assist per il gol di Biraghi allo scadere di Polonia – Italia.

Alla Dacia Arena la punta ex Carpi ha la ghiotta occasione di regalare qualche bonus ai fantallenatori che hanno puntato su di lui in rosa. L’assenza dell’argentino De Paul si sentirà e mister Nicola dovrà adottare altre soluzioni per trovare la strada per un gol che a Lasagna manca da tre partite. L’ultima rete, infatti, risale alla partita casalinga contro l’Atalanta persa per 3-1.

Aumentare il bottino delle marcature per un attaccante è sempre importante, anche se, come ha già ribadito lo stesso Lasagna, l’importante sono i tre punti contro una diretta avversaria per la salvezza.

Sfruttare il fattore campo dev’essere fondamentale per una squadra che si gioca tutto per restare in Serie A ed è per questo che servono i gol di Lasagna.

Grande attaccante brasiliano giunto in Italia a metà anni ’90: Marcio Amoroso è stato un calciatore con il vizio del gol, apprezzato da tutti.

A portarlo in Europa è stata l’Udinese, che lo preleva dal Flamengo nell’estate 1996, all’età di 22 anni.
Nella prima stagione europea realizza 12 reti in campionato.

In questi giorni, a Udine dopo quasi 23 anni, è tornato un altro Amoroso. Si tratta di Matteo figlio proprio dell’indimenticato Marcio. I tifosi friulani sono legati al brasiliano ed è per questo che la notizia dell’arrivo del secondogenito riempie di gioia la piazza bianconera.

Matteo è un centrocampista offensivo classe 2003 e ha firmato un contratto con la società dei Pozzo. La famiglia, proprietaria del club, ha voluto ricreare il binomio Amoroso-Udine per cercare di seguire le orme di papà Marcio.
Il giovane arriva da Granada, ex squadra di proprietà dei Pozzo, città in cui la famiglia Amoroso vive. Tuttavia l’ex attaccante ha deciso di seguire il proprio figlio e pertanto dalla prossima estate si ritrasferirà nel capoluogo friulano.

La salita per diventare un professionista è ancora lunga, intanto Matteo si è unito al gruppo degli Under 16 del club.

Ovviamente il sogno è quello di ripercorrere la strada di suo padre, come spesso accade nel mondo del calcio, con altri figli di ex campioni.

Non sempre il percorso è facile e spesso il cognome che si porta è troppo pesante da reggere in campo. Il cognome Amoroso, certo è uno di questi.

 

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“O Mundo da voltas, e milhões de voltas” Quando eu era criança, tinha um sonho de me tornar jogador de futebol e jogar no Campeonato Italiano, por ser o mais difícil do mundo.. Realizei meu sonho usando o manto Bianconero do meu querido clube @udinesecalcio, clube que tem como seu maior ídolo dois Camisas10, @zico_oficial e @totodinatalereal.. Hoje vejo meu filho @mattamoroso seguindo meus passos e tendo a oportunidade de jogar pelo clube que cresci no futebol europeu, me tornando artilheiro do Campeonato na temporada 98/99.. O semblante desse menino, que tem o mesmo sonho que o meu, é de sucesso!! Isso que te desejo filho, muito sucesso, humildade, caráter e profissionalismo.. Que você seja muito feliz vestindo essa camisa!! #AleUdin #Mandi #FuarceUdin #Totalmentedipendente ⚪️🖤 #MattAmoroso #UdineseCalcio16.. #Boraformarfisicamente #Boraformartaticamente

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A Udine Marcio Amoroso ha lasciato ricordi indelebili: nella stagione 1998/99 ha vinto il titolo di capocannoniere in serie A con 22 reti, trascinando l’Udinese a uno storico terzo posto in classifica. È stato, inoltre, l’ultimo brasiliano a imporsi nella graduatoria dei marcatori in Italia.

Il club friulano l’ha poi venduto al Parma di Callisto Tanzi per ben 64 miliardi di vecchie lire, con cui ha giocato due stagioni vincendo una Supercoppa Italiana, prima del trasferimento ai tedeschi del Borussia Dortmund. Con i gialloneri ha conquistato un Meisterschale nella stagione 2001/02.

Dopodiché una serie di avventure nuovamente in Brasile, tra cui al San Paolo con cui ha trionfato in Coppa Libertadores e al Mondiale per Club, nel 2005.
Un’altra breve apparizione italiana è avvenuta nella seconda parte di stagione 2006 a Milano, sponda rossonera. In cinque presenze (quattro in campionato e una in Coppa Italia) ha ralizzato una sola rete.

Con la nazionale brasiliana 19 presenze e 10 reti. Nel 1999 è stato tra i protagonisti della vittoria della Coppa America, in Paraguay.

Il Napoli non dovrà camminare da solo, ma in compagnia di altre quindici squadre per giocarsi gli ottavi di Champions League. La speranza di qualificazione corre dal Vesuvio al Mersey Side. A Liverpool gli uomini di Ancelotti cercano il pass per la fase a eliminazione a diretta. Da primi di un girone con i reds e il Paris Saint Germain. Un risultato clamoroso viste le previsioni della vigilia che davano per spacciata la squadra di De Laurentiis. Invece gli azzurri hanno fin qui giocato una Champions da protagonisti, con addirittura due rimpianti. Il pari a Belgrado contro la Stella Rossa e il gol nel recupero di Di Maria a Parigi per il 2-2 finale.

Il gol di Insigne nel finale ha deciso la gara di andata

Cosa deve fare il Napoli per passare – Basterebbe non perdere, elementare Watson. E anche con un ko il Napoli potrebbe comunque passare. Ecco le combinazioni:

  • il Napoli vince. Ancelotti va agli ottavi da primo del girone, senza aspettare il risultato del Psg a Belgrado contro la Stella Rossa;
  • il Napoli pareggia. Si qualifica agli ottavi come primo (se il Psg non vince) o come secondo (se il Psg vince);
  • il Napoli perde con un gol di scarto. Gli azzurri passerebbero se segnano almeno un gol (2-1, 3-2, 4-3 etc) e il Psg vince o perde contro la Stella Rossa. Se il Psg pareggia in questa situazione, Hamsik e compagni devono segnare almeno tre gol;
  • il Napoli perde 1-0 o con più di un gol di scarto (2-0, 3-0, 3-1, 4-1 etc) e il Psg perde contro la Stella Rossa.

 

Le precedenti vittorie delle italiane – Sono quattro le vittorie delle squadre italiane nel tempio di Anfield Road.

Liverpool Genoa 1-2. 18 marzo 1992, quarti di finale di Coppa Uefa, gara di ritorno. Dopo il 2-0 dell’andata, gli uomini di Bagnoli passano anche ad Anfield. Una doppietta del Pato Aguilera regala la semifinale ai grifoni, nulla può il temporaneo pareggio di Rush.

                     

Liverpool Roma 0-1. 22 febbraio 2001, ottavi di finale di Coppa Uefa, gara di ritorno. Nell’anno dello scudetto la Roma di Capello va a Liverpool per provare la rimonta dopo lo 0-2 dell’andata. Giallorossi avanti con Guigou, poi accadono due fatti inspiegabili: l’arbitro Garcia Aranda prima assegna un rigore per la Roma, poi lo tramuta in calcio d’angolo; Damiano Tommasi viene espulso. In mezzo un rigore parato da Antonioli a Owen. I giallorossi escono, il Liverpool vincerà poi la coppa.

Liverpool Fiorentina 1-2. 9 dicembre 2009, fase a gironi Champions League. La Fiorentina di Prandelli, già qualificata agli ottavi, trionfa ad Anfield e vince il girone E. Jorgensen e Gilardino nel finale ribaltano il vantaggio di Benayoun.

Liverpool Udinese 2-3. 4 ottobre 2012, fase a gironi Europa League. L’Udinese di Guidolin espugna Anfield con Di Natale, un’autorete di Coates e Pasquale che trafiggono Reina. Vano è il gol di Suarez. Sarà l’unica vittoria dei bianconeri friulani nel girone, poi concluso all’ultimo posto.

Visione di gioco e talento, fisico asciutto e testa alta. Rodrigo De Paul, detto El pollo, è l’uomo imprescindibile per la salvezza dell’Udinese. Capocannoniere friulano con 5 reti, la metà dei gol totali segnati dal club della famiglia Pozzo, impreziositi da due assist. La squadra di Velazquez è a caccia di punti per allontanarsi dalla zona pericolosa della classifica, De Paul guiderà i suoi compagni contro il Milan nel posticipo dello stadio “Friuli”.

La pronuncia latina o inglese non importa. De Paul sta facendo le fortune dell’Udinese e dei fantallenatori che avevano scommesso su di lui. Classe 1994, argentino con passaporto italiano, Rodrigo è alla terza stagione in maglia bianconera. 85 partite con 14 reti per un centrocampista tuttofare che spesso agisce da falso nueve e spesso propizia le soluzioni dell’attaccante di turno. Compagno di squadra di Mauro Camoranesi al Racing Avellaneda tra il 2012 e il 2014, De Paul è arrivato in Europa nella Liga a Valencia. Il suo esordio in Spagna non fu certo memorabile, visto che si fece espellere dopo solo un minuto di gioco nel match contro il Siviglia. Dalle parti del “Mestalla” fatica ad ambientarsi e torna in patria prima di essere notato dagli osservatori dell’Udinese.

Arriva in Italia nel 2016 con l’etichetta di eterna promessa e un talento spesso discontinuo. Thereau, Zapata, Maxi Lopez, Lasagna. I suoi compagni offensivi non brillano per realizzazioni offensive in questi anni e De Paul deve spesso sopperire alle lacune dei centravanti bianconeri. Quest’anno, ad esempio, l’attaccante titolare di Velazquez è Lasagna, in rete solo due volte finora. C’è bisogno di qualcosa di più per fare punti contro il Milan, c’è bisogno di Rodrigo De Paul. Il suo primo gol in serie A è datato 29 gennaio 2017, proprio contro i rossoneri. Gattuso è avvisato, mentre il ct argentino Scaloni l’ha convocato per la prima volta lo scorso ottobre nell’amichevole con l’Iraq. El pollo inventa e conclude, l’Udinese si aggrappa a lui. Non a caso in settimana gli ha rinnovato il contratto fino al 2023.

Al nono tentativo, finalmente, l’ha messa dentro. “Tabù” forse è una parola concettualmente larga e inappropriata, ma dinanzi a Messi che frantuma record su record e che impegna tutti quanti a trovargli un punto debole nelle statistiche intergalattiche o un qualcosa che non ha ancora fatto, c’era questa “astinenza”: negli otto incontri precedenti in cui il talento argentino ha affrontato il Chelsea, infatti, era rimasto sempre a secco. Prima del match di martedì 20 febbraio, andata degli ottavi di Champions League, a Stamford Bridge. Un gol prezioso e fondamentale (…e ti pareva), quello del definitivo pareggio per 1-1.

Croce rossa, dunque, sul club londinese che finisce nell’infinito elenco delle squadre “matate” dalla pulga argentina. Meno lunga, ma reale e curiosa è, invece, la lista delle formazioni che hanno dimostrato di avere la pellaccia davanti alla furia di sua maestà Leo. Va detto che, in alcune di queste partite, Messi aveva ancora la maglio numero 30, si stava affacciando in prima squadra a singhiozzi lui cresciuto nella cantera e che accanto aveva totem sacri come Larsson, Eto’o, Ronaldinho e anche Giuly.
Sono rimaste ancora poche squadre in giro che, a mo’ di spilla al petto, potranno dire un giorno di aver bloccato il giocatore più temuto nel nuovo millennio. Consigliamo, però, di aspettare il ritiro ufficiale di Messi perché siam certi che questa classifica e questo pezzo verranno aggiornato più e più volte.

Infatti, già nel weekend del 24 febbraio 2018, abbiamo dovuto aggiornare questo articolo perché Messi, ancora a secco contro i dirimpettai del Girona, ha segnato una doppietta.

Uda Gramenet

Bisogna riavvolgere le lancette e partire dal 2004, l’anno in cui Messi mette piede per la prima volta al Camp Nou con la maglia dei grandi del Barcellona. Il 16 ottobre 2004, infatti, arriva l’esordio in prima squadra contro l’Espanyol (match mai banale) che lo rende il terzo giocatore più giovane a vestire la maglia del Barcellona e il più giovane a esordire nella Liga (record battuto solo dall’ex compagno di squadra Bojan Krkić nel settembre del 2007). Undici giorni dopo l’esordio, il 27 ottobre, il Barcellona gioca la Copa del Rey sul campo dell’Uda Gramenet, team di Segunda Divsion B, la terza serie spagnola. L’impresa è servita: la squadra di Santa Coloma de Gramenet, 116mila abitanti, passa il turno grazie alla rete di Ollés al 103’. Impresa nell’impresa è la prima squadra a cui Messi non ha segnato.

Udinese

L’anno dopo, il 27 settembre 2005, il Barcellona sfida l’Udinese nel Gruppo C di Champions League. La tripletta di Ronaldinho e il gol di Deco demoliscono i sogni di gloria della squadra italiana che trova il momentaneo pari con Felipe. Ma contro De Sanctis, Berotto, Zenoni, Felipe e Candela, Lionel Messi resta a bocca asciutta.

Cadice

Nel 2005, Messi poteva vestire la maglia del Cadice che voleva agguantare il talento cristallino salvo poi scontrarsi con il rifiuto di Rijkaard che aveva in mente ben altri piani. E contro il Cadice, sempre lo stesso anno, l’argentino si scontra a metà dicembre per la 16agiornata di Liga. Vincono i blaugrana con due reti del camerunense Eto’o e Giuly. Messi non segna, al ritorno manca l’appuntamento per infortunio e da allora non ha ancora avuto modo di incontrare quella che poteva diventare la sua squadra.

Real Murcia

Altra squadra incontrata solo una volta (non era presente negli altri match) è il Real Murcia. Facciamo un salto nella stagione 2007-2008, annus horribilis chiuso al terzo posto e a ben 18 punti di distacco dal Real Madrid campione. Di certo non può essere un conforto il 5-3 contro il Real Murcia con cui il Barcellona chiude la Liga: tripletta di Giovani dos Santos, poi Henry e il solito Eto’o. Per Messi solo due assist e niente più.

Al-Sadd

Nell’inverno del 2011, il Barcellona demolisce il Santos di un giovane Neymar nella finale del Mondiale per club. Messi segna due reti, ma invece non riesce a trovare la via del gol nella semifinale, vinta nuovamente 4-0, contro l’Al-Sadd, team del Qatar.

 

Liverpool

Dopo il Chelsea, l’altra squadra inglese a esser uscita indenne è il Liverpool di Rafa Benitez, quello della finale contro il Milan del 2007. Mentre Kakà impazza sui campi d’Europa (viene eletto, infatti, miglior giocatore del torneo) il Barcellona, in casa, si squaglia davanti alle reti di Bellamy e Riise. La rete in apertura di Deco lascia spazio a una possibile rimonta ad Anfield, ma il Barça vince solo 1-0 con Gudjohnsen. Il Liverpool va ai quarti e Messi non avrà modo di rifarsi anche perché i Reds escono dalla scena europea per 11 anni.

Xerez

Contro lo Xerez, Messi ha una ragionevole scusa per non aver avuto mai fortuna sotto porta. Anche se ha giocato solo due volte contro la squadra spagnola nella Liga 2009-2010, in entrambe le circostanze è stato sostituito nel secondo tempo da Pep Guardiola.

Inter

Sempre quella stagione, l’altra italiana indenne: l’Inter. Barcellona – Inter si sono incrociati ben quattro volte in Champions (girone di qualificazione e drammatica semifinale)…beh sapete come andata e sapete anche che Messi non è riuscito a segnare a Julio Cesar nelle tre volte in cui è sceso in campo contro i neroazzurri.

Benfica

Messi avrebbe potuto incontrare il Benfica già nel 2006, nei quarti di finale di quella Champions League poi alzata in faccia all’Arsenal in una finale elettrizzante, ma saltò entrambi i match per infortunio. Bisogna aspettare la stagione 2012-2013: nel Gruppo G, Messi incontra le aquile portoghesi sia all’andata che al ritorno, ma nel primo incontro bastano Alexis Sanchez e Fabregas, mentre nell’altro finisce 0-0 (e il ragazzo di Rosario subentra dalla panchina giocando mezz’ora).

Rubin Kazan

E poi, per finire, una spruzzata di Russia. Il Rubin Kazan sa essere sorprendentemente rognoso quando si trova davanti ai blaugrana e nemmeno il 5 volte pallone d’oro è riuscito a scardinare la retroguardia avversaria. Quattro match, una vittoria, due pareggi e una sconfitta. Storica e memorabile la vittoria del Rubin, al Camp Nou, per 2-1 nell’ottobre 2009 grazie ai gol di Ryazantsev e Gökdeniz Karadeniz. E di Messi nemmeno l’ombra (almeno sul taccuino degli arbitri).

Cresciuto calcisticamente nel vivaio della Roma, l’attaccante Roberto Muzzi si fa conoscere per le sue grandi annate a Cagliari in cui segna 58 reti in 144 presenze oltre che la doppia trionfante spedizione con l’Italia Under 21 agli Europei 1992 e 1994.

“Boom Boom Gol”, veniva chiamato così, ha fatto bene come goleador, non solo in Sardegna, ma anche con le maglie dell’Udinese e del Torino.

Dopo qualche anno alla guida degli esordienti della Roma, nel 2013 diventa il vice allenatore di Aurelio Andreazzoli. Dopo l’esonero del tecnico giallorosso però, ritorna nello staff giallorosso nel ruolo di tecnico dei giovanissimi Nazionali.

Il 9 novembre 2015 viene scelto da Andrea Stramaccioni, suo collega nelle giovanili giallorosse, come suo vice al Panathinaikos e tuttora sono legati, dato che Muzzi ha seguito Stramaccioni anche in Repubblica Ceca sulla panchina dello Sparta Praga.

Il viceallenatore Muzzi sta facendo esperienza su una panchina calda nonostante le fredde temperature della capitale Praga.

Sto facendo molta esperienza e devo tutto ad Andrea!

ha più volte ribadito l’ex bomber del Cagliari.

Proprio con la Sardegna, l’ex attaccante ha un legame forte e spera che la squadra possa rialzarsi dopo un avvio poco positivo in questa stagione. In realtà il sogno nel cassetto per l’ex centravanti romano è quello di poter allenare un giorno proprio la squadra rossoblù, che lo ha accolto come un figlio e con cui c’è stato un feeling smisurato.

Intanto prosegue la sua avventura accanto all’altro allenatore Italians, Andrea Stramaccioni che, dopo un inizio stagione altalenante ha iniziato a trovare il giusto equilibrio della formazione ed è riuscito a risalire in classifica per centrare una qualificazione per la Champions League o Europa League. Traguardo minimo per una squadra come lo Sparta Praga, con la sua storia calcistica nazionale e internazionale.

Siamo dovuti ripartire da zero, abbiamo fatto tantissimi acquisti, ben 14. Adesso stiamo oliando i meccanismi, i risultati iniziano a vedersi e speriamo di migliorare la posizione in classifica nei prossimi mesi.

Per ora “Boom Boom Gol” si gode l’esperienza ceca e magari un giorno potrà tornare dove tutto è iniziato.